Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/12/2024

“Salva Milano”, sfascia il Paese

Il partito del cemento è uscito allo scoperto. E non poteva scegliere data migliore per farlo: la Giornata nazionale degli alberi, lo scorso 21 novembre.

D’altronde, perché parlare di Piani del verde comunali (peraltro non obbligatori in Italia, vergognoso) o di alberi a Milano, quando c’è da salvare torri di cemento cresciute più veloci dei platani e aprire nuove possibilità di deregolamentazione urbanistica?

Il 21 novembre è andato in scena, nel nostro teatrino parlamentare, il dibattito per il cosiddetto provvedimento “Salva Milano”, la leggina ad urbem che affossa quel che rimane della pianificazione urbanistica lasciando pieno campo alla legge della rendita (vuoi immobiliare, vuoi fondiaria). Il tutto al cospetto pure di alunne e alunni invitati in Parlamento per un giorno. Future generazioni che al ritorno a scuola, scrivendo il loro tema sulla giornata in Parlamento, citeranno il “Salva Milano”. Rendiamoci conto.

Veniamo però ai fatti. Da anni il Comune di Milano rilascia ardite autorizzazioni edilizie per fare torri, condomini, grattacieli nei cortili o laddove prima c’erano due magazzini, una palazzina o un deposito. Il tutto interpretando a modo suo la legge urbanistica nazionale e dilatando il concetto di ristrutturazione così da sostituire un piccolo volume preesistente con un condominio, rinunciando pure a incassare un bel po’ di oneri di urbanizzazione che servono a fare opere per tutti.

D’altronde da circa vent’anni Milano e i suoi sindaci hanno imboccato la strada pericolosa del cemento impegnandosi con tutto loro stessi a innalzare il più possibile i valori immobiliari. Per loro il principio a cui conformare il governo del territorio è l’attrattività (per cittadini ben paganti, ovvio). Attrattività è la parola che piace a destra come a sinistra e, infatti, i parlamentari la citavano con gran profusione quel 21 novembre.

Nel caso di Milano molta dell’attrattività l’hanno pagata tutti gli italiani perché tutti hanno contribuito a Expo 2015, alle Olimpiadi 2026, alla privatizzazione degli scali ferroviari, alle nuove Metropolitane e a tanto altro fatto con soldi pubblici non solo milanesi e non solo lombardi.

Quell’attrattività è fondata su un modello di vita urbana molto esclusivo e disegnato tutto addosso a una idea di felicità privata dove quel che conta è quel che possiedi, dove abiti, chi frequenti, quanti apericena fai alla settimana, se hai la palestra e il giardino in condominio, se hai la colonnina per la ricarica dell’auto elettrica, se hai soldi per pagarti la piscina pubblica nel frattempo trasformata in una location glamour per spritz-man, etc..

Ma chi l’ha stabilito poi che quella attrattività è cosa buona e giusta e, tanto meno, l’immagine della sostenibilità? E così, a furia di cemento, torri, grattacieli e archistar l’ultima Giunta ha oltrepassato quel poco di buon senso urbanistico che rimaneva ancora, decidendo che la ristrutturazione e la rigenerazione urbana fossero quella roba secondo la quale al posto di un piccolo magazzino artigianale posto in un cortile, si poteva allegramente costruire un condominio a torre da decine e decine di appartamenti da vendere dai seimila euro al metro quadrato in su.

Ma questa non è la Milano che tutti vogliono, con buona pace del sindaco, della sua giunta e dei tanti parlamentari che li sostengono (da tempo). E così qualcuno ha iniziato a dubitare e denunciare. Sono partite le inchieste ed eccoci qua nel pieno di un casino imbarazzante fatto già di mezze torri vendute, davanti alle quali schiere di parlamentari di destra e sinistra si danno da fare come matti per mettere una pezza (che io chiamerei condono, ma loro chiamano interpretazione autentica della legge urbanistica nazionale).

E la pezza, come tradizione vuole, è peggio del buco perché si vara una norma per mettere fuori legge l’urbanistica ovunque. In buona sostanza d’ora in poi la volumetria di un box potrà diventare quella di una palazzina. Quella di una palazzina di un condominio, e così via. Il tutto versando solo pochi denari al Comune, del tutto insufficienti a garantire quel minimo di servizi pubblici necessari per compensare l’aumento del numero di cittadini.

La vicenda è già sufficiente per vergognarsi di quel che hanno fatto a Milano e stanno facendo in Parlamento, da destra e sinistra. Ma oggi siamo nel 2024. E ha fatto bene qualche parlamentare a ricordarlo, ma non certo per mettere mano all’urbanistica affossandola.

Si è appena conclusa una fallimentare Cop29 dove si è ricordato che il 2024 è stato un anno pessimo e la politica non è stata capace di fare nulla a beneficio del clima. Pertanto i parlamentari che invocano il 2024 dovrebbero invocare lo stop alla crescita compulsiva delle città, ancor più se quella crescita la sfigura, si fonda sulla deregulation urbanistica e sulla espulsione delle fasce sociali più deboli, quelle che non possono permettersi appartamenti da cinquemila euro al metro quadrato in su.

E non ci vengano a dire che quell’urbanistica allegra in altezza a Milano è stata fatta per non consumare suolo, come ho sentito dire in aula Parlamentare. Falso. Milano continua a consumare suolo e il brivido per l’altezza non ha frenato un bel niente.

Negli ultimi 17 anni Milano ha consumato una media di 18 ettari all’anno di suoli agricoli o liberi al bordo o interni alla città. Semmai Milano è la dimostrazione del contrario: scegliere l’altezza non equivale a non consumare suolo. Non sono quindi i sindaci, assessori e parlamentari milanesi a poterci dare lezioni di non consumo di suolo. Men che meno oggi. Negli ultimi venticinque anni non ho sentito uno solo di loro fare un discorso a favor di suolo con una energia e vigoria tale e quale a quella che ho visto in Parlamento per il cosiddetto “Salva Milano”. E faccio notare che non stanno neppure cogliendo l’occasione di questo imbarazzante provvedimento urbanistico per approvare uno stop al consumo di suolo. Se ne guardano bene.

Quel che si sta compiendo è un doppio disastro nazionale. Per “salvare Milano”, il Parlamento sta decidendo che in tutte le città italiane si potranno costruire torri, condomini, grattacieli semplicemente chiedendo la più semplice delle autorizzazioni edilizie, senza un piano attuativo, senza adeguare i servizi, saltando a piè pari qualsiasi pianificazione urbanistica. E per di più la decisione parlamentare avrà pure valore retroattivo. Fatico a non mettere questa roba dentro il faldone dei “condoni”.

Il secondo disastro è culturale. Questo “Salva Milano” come volete che venga letto e capito dalle persone? Come un provvedimento per salvare il Pianeta? La miglior mossa per la transizione ecologica? Una legge per adeguare le città alla crisi climatica? Il primo di una serie di provvedimenti per avere città resilienti? Non credo proprio. Verrà visto come l’ennesimo abuso di potere politico all’italiana, dove i provvedimenti urbanistici in odor di condono e cemento che si approvano sono la normalità. Dove il cemento vince sul verde. Altro che “Salva Milano”, qui siamo in pieno “Sfascia tutto”. Benvenuti nello Sfasciocene.

Concludo con un appello alle sindache e ai sindaci che sono dalla parte del suolo. Vi chiedo di prendere le distanze da questo provvedimento facendo sentire la vostra voce. Prendete posizione pubblicamente, scrivete alla redazione di Altreconomia, intervenite: redazione@altreconomia.it.

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21/09/2024

Alluvione in Romagna: guardiamo i fatti con gli occhiali del cemento, non solo dell’emotività


La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è esattamente quello che è accaduto, di nuovo, in Romagna, come in altre Regioni. E che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni delle piogge, per di più piogge che saranno sempre più aggressive. L’analisi di Paolo Pileri

Abbiamo cambiato il clima: questo è chiaro anche se non a tutti, purtroppo. Proviamo però a uscire dalla trappola dell’emotività con cui ci viene presentato il dramma delle alluvioni. Lo facciamo con pieno rispetto per vittime e danneggiati. E lo facciamo usando un grafico messo a disposizione della Agenzia ambientale dell’Emilia-Romagna (Arpae), ovvero l’ente istituzionale che monitora l’ambiente e fornisce a tutti, politici inclusi, informazioni per capire e decidere.

La pioggia cumulata caduta in questi giorni in Romagna è tanta (800 millimetri) e supera la media degli ultimi trent’anni (la fascia evidenziata in verde). Questo ci dice Arpae con quel grafico. E fin qui “tutto bene”. Ma se andiamo a scavare un po’ più indietro nel tempo, ad esempio prendiamo il 1979, scopriamo cose che ci aiutano a vedere più chiaro che cosa è accaduto e a quali responsabilità guardare.

La quantità cumulativa di pioggia caduta in Emilia-Romagna. A settembre del 1979 (linea verde) è caduta all’incirca la stessa quantità di acqua rispetto allo stesso mese del 2024 (linea nera)

La linea verde rappresentata nel grafico delle precipitazioni giornaliere cumulate in Emilia-Romagna si riferisce al 1979, mentre quella nera al 2024. Guardate in corrispondenza di fine settembre. I due valori sono più o meno alla pari. Che cosa significa? Semplice: che nel 1979 cadde la medesima pioggia, più o meno, di quella di qualche giorno fa. Ma nel 1979 non ci furono le alluvioni devastanti di questi giorni.

Dove è allora la differenza? Probabilmente ce ne sono tante e sarebbe doveroso per le istituzioni mettersi a studiarle con rigore e urgenza. Tra queste è innegabile che la impermeabilizzazione del territorio degli ultimi anni sia una di queste “differenze” perché, cumulando cemento e asfalto sul territorio, si rende il territorio più incapace di svolgere le funzioni di controllo idrologico che il suolo svolge naturalmente.

Ricordo due dati. Un ettaro di suolo sano e ben permeabile arriva ad accumulare quasi quattro milioni di litri di acqua, una quantità enorme, pari a 150 tir che trasportano bottiglie d’acqua. Se quel suolo viene cementificato si azzera quella funzione e quindi quando piove quell’acqua rimane in superficie e/o va nei corpi idrici superficiali ingrossandoli e aumentando la quantità d’acqua che vediamo durante le alluvioni e di conseguenza danni e vittime.

Secondo dato. La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale (un prato permanente, ad esempio) è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è quello che è accaduto in Romagna, come in altre Regioni e che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni che le piogge generano, per di più piogge che saranno sempre più aggressive per il clima danneggiato dal nostro assurdo modello di sviluppo.

La Regione Emilia-Romagna dal 2006 al 2022 ha cementificato oltre 11mila ettari, ovvero 110 chilometri quadrati e quasi tutto, per giunta, in aree alluvionabili. Un disastro ambientale silenzioso che ha cambiato completamente il ciclo naturale dell’acqua in quella Regione. Non solo. L’aumento di cemento corrisponde a uno di temperatura a terra e altri effetti ambientali che a loro volta concorrono a cambiare il clima, generando piogge e venti anomali che oggi sono diventati normali.

Mettiamo le cose in ordine. Se non si smette di cementificare, non vi sarà fine a tutto questo. Ci sono responsabilità di governo del territorio molto precise sebbene vengano messe in ombra da questo abuso di emotività davanti alla quale le idee si sfocano. C’è una legge di governo del territorio che ha fatto e fa acqua da tutte le parti. C’è impreparazione ecologica in chi governa il territorio. C’è una disattenzione completa alla difesa del suolo: negli ultimi anni si è speso 13 volte di più per allestire seggi elettorali e tenere in ordine l’anagrafe; 6,2 volte di più per lo sviluppo e la valorizzazione del turismo (anche quello insostenibile), 44 per le strade.

Siamo in mezzo a una tempesta perfetta, perfino più dannosa delle piogge romagnole: consumo di suolo alle stelle senza alcuna legge seria che lo fermi; spesa pubblica per la difesa del suolo inconsistente; ignoranza ecologica sul comportamento del suolo di chi governa e di chi opera economicamente sui territori. E su tutto questo non si riflette.

Dopo l’alluvione del maggio 2023 l’Emilia Romagna, che vantava una tradizione urbanistica tra le più avanzate d’Italia, non ha aperto un tavolo permanente di riflessione con i sindaci dell’Appennino coinvolti in decine di migliaia di frane per capire le cause e decidere insieme come cambiare il modo di governare il territorio. Era un’occasione unica per generare un laboratorio di idee e di cambiamento che invece non si è realizzato. In compenso il governo regionale si è premurato, poco prima delle elezioni europee, di mettere in forno altre deroghe urbanistiche per cementificare sempre più. Idem per le deforestazioni di decine e decine di ettari, come quelle lungo la Secchia. Quindi proviamo a vedere le cose con altri occhiali se vogliamo cambiarle e trovarci meno in quelle dolorose situazioni.

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