Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/03/2020

Virus, emergenza e disciplinamento sociale

Continuo a pensare che la situazione, oltre che essere grave dal punto di vista sanitario, abbia delle importantissime (e molto sottovalutate) implicazioni politiche.

Certamente il momento in cui è più difficile ragionare freddamente è proprio quello in cui la società è in preda di un’isteria di massa. Ma resta la cosa più utile e importante da fare per non lasciarsi travolgere dagli eventi.

Premessa

So bene che battaglioni di analfabeti funzionali o avversari politici mossi da malafede cercheranno di accusarmi di cose non dette o di minimizzare un pericolo. Perciò cercherò di spiegarmi al meglio, confidando in chi ha la pazienza di capire il significato di ciò che resta scritto.

Il problema

A mio parere non è spiegabile dal punto di vista esclusivamente scientifico l’enorme importanza data alla diffusione di questo virus. Esso infatti ha una contagiosità e una resistenza importante, ma non ha una letalità eccessiva (pare sia ancora attestata intorno al 2-3%).

Va d’altra parte precisato che un’alta contagiosità, anche se unita a una bassa letalità, può comunque determinare tantissimi morti, per cui non si può certamente dire che il Covid-19 “non sia pericoloso”. È pericoloso, è potenzialmente mortale specialmente per le persone più deboli o con problemi di salute pregressi, è estremamente contagioso e non deve essere assolutamente sottovalutato.

Un precedente simile

Per fare un esempio, la cosiddetta influenza spagnola che si diffuse dopo la prima Guerra mondiale uccise decine di milioni di persone, eppure aveva un tasso di letalità intorno al 2%. La pericolosità quindi non è legata solo alla percentuale di letalità, quanto dalla capacità di diffondersi.

Ma considerate che a quel tempo c’erano milioni di persone che stavano a stretto contatto senza alcuna norma igienica, con milioni di soldati di ritorno dal fronte, famiglie numerose che vivevano in locali angusti, condizioni che fecero contagiare centinaia di milioni di persone, con 50 milioni di morti.

A causare l’enorme strage fu dunque non l’alto tasso di letalità, ma l’inosservanza di norme igieniche e la promiscuità dei contatti, che permisero al virus di avere un grandissimo numero di contagiati e, di conseguenza, di morti.

Per il Covid-19, similmente, la vera pericolosità non è data dalla sua letalità percentuale, ma dalla possibilità che si diffonda su un alto numero di persone. In un’epoca come la nostra, con grandi velocità di spostamenti ed enormi inurbamenti metropolitani, il pericolo di una grande diffusione è concreto.

Ma allora perché parlo di erronea percezione del problema?

Vediamo come è iniziato tutto ciò.

L’origine

Sin dalla sua nascita, lo sviluppo di questo virus ha avuto aspetti oscuri.

È nato in Cina in un momento di forti tensioni commerciali tra Usa e Cina e ha creato più di un sospetto sul fatto che potesse essere un’arma di guerra economica.

Attenzione: non sto dicendo che qualcuno abbia creato o sparso il virus in Cina per fare una guerra economica; sto dicendo invece un’altra cosa, e insisto a dirla dai primi di febbraio, quando il problema sembrava meno grave: probabilmente i media occidentali hanno dato una percezione spropositata del problema, con l’intento di spaventare l’opinione pubblica e danneggiare il commercio cinese.

E il sospetto è aumentato quando i media occidentali hanno iniziato a citare un fantomatico e mai identificato “agente israeliano” che asseriva che il virus fosse “sfuggito a un laboratorio militare cinese”. Classica esca per scatenare isteria incontrollata contro uno Stato avversario.

Ma mentre i media italiani bombardavano panico a piene mani, in Italia non è corrisposto da nessuna parte una seria operazione di filtraggio sanitario e contenimento della diffusione del virus.

Perché?

Se per due mesi i media italiani hanno presentato quotidianamente questo virus come pericolosissimo, perché porti e aeroporti non sono stati adeguati a tale livello di pericolosità?

La Cina ha cercato da subito e in ogni modo di chiudere – con tutti i crismi della scienza – le vie di fuga del virus. Purtroppo il virus che è riuscito ad eludere i controlli cinesi, all’arrivo in Europa ha trovato quasi un comitato d’accoglienza.

Appena arrivato in Europa e in Italia (come prevedibile) i media italiani hanno decuplicato il panico, parlando di pericolo apocalittico... ma a ciò continuava a non corrispondere alcuna misura valida per arginarlo.

La chiusura della zona di Codogno era una misura ridicola che faceva acqua da tutte le parti, con cittadini e giornalisti che andavano e tornavano. Per capire il livello di gestione all’italiana, basti ricordare che gli abitanti andavano a offrire il caffè agli agenti che dovevano tenerli isolati da tutto e tutti. Dopo questa chiusura colabrodo alla Sergente Garcia ovviamente il virus è arrivato a zone più popolose fino a Milano, uno dei principali crocevia dell’Occidente.

La notizia passata alla CNN sull’intenzione di chiudere tutta la Lombardia, atto criminale su cui stranamente pare che nessun magistrato stia procedendo, ha determinato come sappiamo il panico e il fuggi fuggi di migliaia di persone che hanno inconsapevolmente portato a spasso anche il virus, determinando la situazione che ben conosciamo.

Il pericolo

Certo è che tutta questa situazione sta creando una carica sociale di incertezza che, in quanto tale, sente il bisogno di certezze e rassicurazioni. Una situazione potenzialmente pericolosa, visto che è sotto molti aspetti simile alle situazioni pre-autoritarie.

Sto dicendo che c’è qualcuno che sparge il virus per causare una strategia della tensione e arrivare a una svolta autoritaria? NO! Neanche per idea!

Così come non credo che sia stato creato appositamente e tantomeno sparso dai “poteri forti” per ottenere svolte autoritarie.

Dico però che c’è qualcuno che da questa situazione di incertezza e preoccupazione potrebbe approfittare e giocare la sua carta “ordine e disciplina”.

Dico, e lo dico senza mezzi termini, che penso che alcune aree politiche intendano approfittare della paura, e anzi la fomentino ad arte, per fare passare misure che in altre condizioni probabilmente non passerebbero.

Ma giustamente tu potresti dire: “Ma se uno ha bisogno di un’epidemia per terrorizzarti, non potrebbe farlo con un’influenza stagionale, visto che fa ottomila morti all’anno?”.

Giusta osservazione.

Ma a parte la maggiore letalità di questo virus, c’è un fattore psicologico: a te fa più paura un pericolo che conosci sin da bambino o un pericolo ignoto?

Io sospetto che d’ora in poi lo “spettro del virus”, magari agitato anche oltre la sua reale pericolosità, diventerà sempre più un motivo sufficiente per normalizzare il controllo capillare della società.

Lo scenario ipotetico

Oramai l’abbuffata del “terrorismo globale” è andata verso una digestione lenta ma completa, è una paura oramai assimilata e diventata parte del vivere quotidiano. Paura che ha causato tacite accettazioni di controllo informatico generale, ma che ha perso la capacità di suscitare panico animalesco. Probabilmente la distorsione mediatica sulle epidemie diventerà la nuova carta del panico e del conseguente controllo sociale.

È molto probabile che faremo abitudine al controllo totalizzante e alle emergenze che sospendono tutto nel nome della sicurezza, questa volta sanitaria.

Oggi la società vive costantemente impaurita da un bombardamento mediatico su terrorismi, presunte invasioni, impoverimento, mutamento climatico, persino un’ossessionante “allerta meteo” che ci tiene col fiato sospeso ad ogni nuvoletta o raggio di sole. La nostra è una società terrorizzata.

Capirete che effetto possono avere, su una società già normalmente terrorizzata, tre mesi di quotidiano bombardamento mediatico su un virus che non si riesce a fermare e che uccide le persone a centinaia e a migliaia.

Non ci dovranno imporre sistemi politici basati sull’emergenzialità: li chiederemo noi, guidati manina-manina dal bombardamento mediatico che stiamo assorbendo 24 ore su 24 da due mesi e per un altro mese ancora, mentre siamo chiusi in casa impauriti.

Non ci dovranno imporre sospensioni di diritti democratici, condizionamenti dei rapporti sociali, drastiche riduzioni degli assembramenti tra persone (ad esempio, la manifestazione di piazza è un assembramento): li chiederemo noi in cambio di “più sicurezza”.

Ci sarà una crisi sociale devastante, seguita alle misure di compensazione per i mancati introiti di milioni di lavoratori. E quindi servirà “decisionismo”, che spesso fa rima con “autoritarismo”, per tagliare tutti i diritti sociali possibili, per togliere soldi allo Stato sociale e affidarli all’economia. Ogni misura verrà giustificata come “socialmente necessaria”, anche se a beneficiarne saranno come sempre banche e capitalisti, e chi non sarà d’accordo sarà tacciato di essere un volgare egoista, insensibile a ciò che sta vivendo la nostra “comunità nazionale sopravvissuta alla catastrofe”.

Ma se queste ipotesi sono fantasiose oppure verosimili lo si vedrà alla fine di questo tunnel.

– Ci ritroveremo una società che non è disposta a rinunciare ai suoi diritti?

– Lo Stato vorrà rinunciare all’occasione di una stretta autoritaria all’uscita del tunnel?

– E noi all’uscita del tunnel avremo ancora gli stessi diritti e garanzie sociali di quando ci siamo entrati?

Se la risposta a queste domande sarà SI, allora vorrà dire che queste erano solo paure infondate, o al limite troppo anticipate, su scenari verso cui il mondo pare dirigersi da tempo.

Se la risposta a queste domande sarà NO allora vorrà dire che, facendo leva sulla paura generata col terrorismo mediatico, saranno riusciti a fare l’ennesimo passo avanti nella lenta ma continua trasformazione in senso autoritario delle democrazie occidentali.

In ogni caso quando usciremo di casa spetterà a noi decidere se come dice Conte “ci abbracceremo con più calore” in preda alla paura indotta, alla distrazione mediatica e alla lagna mielosa e qualunquista della “comunità condivisa”, oppure se rivendicheremo con forza la salvaguardia e il rigoroso ripristino di tutti i diritti sociali duramente conquistati dai lavoratori!

Fonte

05/03/2020

Coronavirus, territorio ignoto del politico


Una collettività esiste come cosa pubblica, ed è messa in discussione quando in essa si forma uno spazio estraneo alla cosa pubblica, che contraddice efficacemente quest’ultima” (Carl Schmitt)

Se adattiamo questa citazione di Schmitt a quanto sta accadendo a causa del coronavirus possiamo affermare che l’epidemia in corso, nel momento in cui si espande, è quello spazio estraneo che cresce dentro la cosa pubblica e la contraddice in modo efficace: ne mette cioè in discussione il funzionamento e i modi stessi di pensarla.

Infatti nel momento in cui l’Organizzazione mondiale della sanità del coronavirus dice “siamo di fronte ad un territorio ignoto” non rivela solo lo stato di crisi della governance sanitaria globale ma anche della stessa cosa pubblica, della collettività, disgregate da qualcosa di estraneo a cui non si sa come far fronte. E, alla fine, nonostante Schmitt siamo anche all’evaporazione del politico: nell’epidemia nessun sovrano è in grado di decidere efficacemente nello stato di emergenza.  E come durante la grande peste di Londra del 1665: nel caos la medicina cerca disperatamente nuove tecnologie per capire cosa sta accadendo mentre la politica è ridotta alla sopravvivenza (fenomeno, quello della parentela tra politico e grigia sopravvivenza, che la grande letteratura politica tende a rimuovere ma che antropologi come Abélès hanno descritto in modo efficace). Poi, come accaduto allora, dopo la crisi, una volta rimosse le macerie, la cosa pubblica torna in qualche modo coesa. Ma, appunto, dopo lo stato di minorità e sofferenza indotto dalla crisi e con una ristrutturazione mai indolore di poteri e società.

In questo senso, come spesso accade, la teoria politica e le prescrizioni sanitarie si incontrano. Ma non in presenza di immaginifici stati di eccezione, anche se tratti da un’ottima letteratura, come di altrettanto immaginifici stati di panico, ma di fronte al peggior nemico della dimensione medica e di quella politica: l’ignoto. La dimensione che manda in crisi radicale il campo medico come quello politico sul punto più delicato: la legittimazione, nel primo caso della medicina come pratica, a qualunque costo, della cura, nel secondo del politico come pratica, a qualunque costo, dell’ordine.

Sulla vicenda coronavirus, come sempre quando si tratta di ignoto, si sono creati degli equivoci che si sono trasformati in veri ostacoli epistemologici per niente utili in questa situazione:

- primo ostacolo: la comparazione tra coronavirus e influenza: ha anche creato una corsa a dimostrare l’esistenza di una bolla mediale, che gonfiava il pericolo del virus, invece che la mappatura di un terreno ignoto (ammesso dalla stessa Oms);

- secondo ostacolo: l’affermazione dell’esistenza di panico in corso quando a livello planetario abbiamo semplicemente visto un picco di acquisti di supermercati dovuto alle notizie su qualcosa di sconosciuto. Il panico, si ricorda, è fatto di saccheggi e violenze, non di carrelli che fanno la fila alla cassa, e finora questo non si è visto (e il panico è mancato anche nelle zone rosse cinesi);

- terzo ostacolo: l’instaurazione di uno stato di eccezione in cui il politico è sovrano in ultima istanza.

In realtà neanche la Cina ha instaurato questo genere di regime ed è accaduto qualcosa di simile al periodo della Sars: una originale governance, tra poteri molto diversi tra loro: il sovrano locale in cooperazione con l’organizzazione deterritorializzata, l’Oms.

Anche in Italia è accaduto qualcosa di simile con il comitato di scienziati voluto da Conte (a sua volta collegato alla concertazione con le parti sociali). Il risultato è sempre simile: la cosa pubblica, qualsiasi sia, ridefinisce i propri poteri interni e nuovi equilibri verso l’esterno, perde porzioni di sovranità e di governo a favore della furia del virus: è riorganizzazione caotica nello stato di emergenza non dittatura nello stato di eccezione.

Quello che sta accadendo, infatti, è qualcosa che Schmitt conosce bene: il progressivo esaurirsi del nomos (capacità di creare ordine nel senso più profondo) nell’epoca della globalizzazione: per cui un virus non fa altro che accelerare le tendenze profonde presenti nella secolare disgregazione del nomos: provoca perdita di sovranità di fronte ad un fenomeno qui alieno, le difficoltà di riorganizzazione del potere medico, l’incapacità materiale di far valere poteri e norme e l’incerta cooperazione tra poteri per la sopravvivenza nel presente e nell’immediato futuro.

Da questa serie di equivoci, e dalla difficoltà a concepire come il virus disgrega la cosa pubblica che lo ospita, vediamo il classico travisamento su quello che accade sul punto più alto del potere del mondo: il dominio finanziario. Infatti l’equivoco della bolla mediatica ha creato l’equivoco della bolla finanziaria: la finanziarizzazione di ogni atto della vita umana, dovuta all’egemonia della finanza su ogni sfera pubblica e non solo sull’economia, non significa che l’eventuale panico sociale diventa anche panico di borsa (casomai accade sempre il contrario). Il coronavirus significa soprattutto che, con le misure di emergenza, sono state colpite diverse filiere della globalizzazione produttiva e, con loro, tutte le filiere di finanziarizzazione della produzione e anche del consumo legate a questo fenomeno. Lo stato, già precario, della finanza globale ha fatto il resto. Di lì il ritorno della volatilità in borsa e l’intervento delle banche centrali.

Una volta chiariti gli equivoci, la realtà: siamo di fronte ad una ridefinizione di poteri e di fronte ad un arretramento della sovranità della società su se stessa dovute al crescere dell’alieno, il virus. Quando tutto questo sarà finito ci saranno nuovi equilibri, magari precari, e nuovi modi di definire vecchie disuguaglianze. Ad oggi il viaggio nell’ignoto porta a questo.

Fonte

03/03/2020

Usa nel panico, la Fed taglia i tassi di interesse

Ognuno reagisce all’epidemia come sa. In Italia si mobilita l’esercito e la Protezione Civile (la sanità pubblica fa miracoli da vent’anni, a dispetto dei tagli feroci subiti, ma rischia seriamente il collasso). Negli Usa si tagliano i tassi di interesse e si cerca di tener su “i mercati” con l’unica medicina conosciuta da quelle parti: denaro poco costoso e liquidità in eccesso. Una medicina, sia detto tra noi e senza agitarsi troppo, che la Bce ha esaurito da tempo, visto che i tassi stanno praticamente a zero dal 2014...

La Federal Reserve ha deciso martedì mattina di abbassare i tassi dello 0,5%, portandoli in una “forchetta” compresa tra l’1 e l’1,25%. Motivazione ufficiale: “il coronavirus pone rischi in evoluzione per l’attività economica“.

La decisione ha rilievo globale per diversi ordini di motivi, come sempre, ma i principali mettono in evidenza una preoccupazione che preesisteva all’esplodere dell’epidemia anche negli Usa e che ora si misura – senza dirlo – con la certezza di una recessione alle porte. Che prima stava nel campo delle ipotesi da scongiurare.

Cosa spinge a dire questo? Beh, la decisione della Fed è stata presa fuori dal normale calendario di incontri al vertice del Fomc (il comitato che riunisce i principali capi della Fed a livello di singoli Stati). Una riunione d’emergenza, quindi, assolutamente rara nella storia della banca centrale Usa. Per capirci: non accadeva dal 2008, dal “big bang” del fallimento di Lehmann Brothers e dunque dall’avvio ufficiale della crisi che ancora non è stata superata.

In secondo luogo, la misura del taglio. La Fed si muove generalmente in modo più prudente, scegliendo di operare su scatti (in alto o in basso) dello 0,25%. Mezzo punto o più vengono buttati sul tavolo solo in situazioni abbastanza eccezionali.

Unendo le due “stranezze”, dunque, abbiamo un quadro abbastanza serio. Se non pre-panico...

Il presidente della Fed Jerome Powell – per compito istituzionale – deve ovviamente tranquillizzare. E questo ha cercato di fare nella improvvisa conferenza stampa mattutina.

“Abbiamo visto il rischio per le prospettive per l’economia e abbiamo scelto di agire“, ha detto, aggiungendo che i mercati finanziari funzionano normalmente, l’economia continua a funzionare bene e si aspetta che gli Stati Uniti si riprendano completamente dopo la fine dell’epidemia.

Il taglio d’emergenza potrebbe aiutare a stimolare l’economia americana, ma ha anche segnalato che le prospettive per l’America potrebbero essere state più a rischio di quanto si pensasse in precedenza. Il mercato azionario americano è infatti crollato, con il Dow Jones che ha perso immediatamente oltre 550 punti, per poi iniziare una schizofrenica ondata di rialzi e ribassi, ma quasi sempre in “zona negativa” .

“Non credo che nessuno sappia quanto tempo durerà” la crisi da virus, né quale sarà l’impatto sull’economia Usa (ancora oggi la prima del mondo, anche se ormai tallonata da vicino dalla Cina). “So che l’economia americana è forte e arriveremo dall’altra parte e torneremo a una solida crescita e anche a un solido mercato del lavoro“.

Naturalmente non poteva anche assicurare che il taglio dei tassi averebbe avuto effetto anche nel contrastare la diffusione del virus; un taglio dei tassi non curerà le infezioni né riparerà le catene di approvvigionamento interrotte, ma “aiuterà a rafforzare la fiducia delle famiglie e delle imprese“.

Le scena che stanno avvenendo in queste ore negli Stati Uniti, in effetti, dimostrano che “la fiducia” è scesa parecchio, anche se qui in Italia non se ne parla (il provincialismo dei nostri media è quasi osceno, ormai).

La Cnn, per esempio scrive che “Gli americani di tutto il paese stanno facendo scorta di disinfettante per le mani, salviette detergenti, carta igienica e altri prodotti per prepararsi alla diffusione del coronavirus.

Le lunghe code nei negozi e gli acquisti di panico sui prodotti per la pulizia in tutto il paese stanno aumentando la capacità dei rivenditori americani di tenere il passo con la domanda. Gli acquirenti pubblicano sui social media foto di lunghe file che serpeggiano intorno a Costco (una delle grandi catene di distribuzione Usa, ndr) e scaffali vuoti di disinfettanti presso CVS, Walgreens e altri negozi di farmacia”.

Trattandosi di economia, seguono come sempre i numeri: “le vendite di disinfettante per le mani sono aumentate del 73%, i termometri sono aumentati del 47% e le maschere mediche sono aumentate del 319% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, secondo Nielsen”.

Uno scenario da film horror, specie per il presidente in carica che sta correndo verso le elezioni di novembre. Alle quali pensava di potersi presentare forte della “pace in Afghanistan” – l’accordo con i talebani dimostra come siano stati inutili 19 anni di guerra, praticamente una disfatta Usa come qualle in Vietnam, con avversari decisamente diversi – e di una economia drogata ma formalmente in buona salute, grazie anche all’accordo commerciale con la Cina.

Ora però crisi cinese e crisi Usa si danno la mano (senza amuchina!) in un modo totalmente imprevisto. E se le prime reazioni al virus di Wuhan, oltre un mese fa, erano irridenti come quelle dei leghisti qui da noi, ora si scopre di stare molto peggio. Perché la sanità Usa, quasi totalmente privatizzata, non è in grado di seguire nessun piano organico e centralizzato di prevenzione, cura e confinamento del contagio.

Insomma, nella decisione della Fed – comunque assai meno “indipendente” dal potere politico di quanto non sia la Bce – deve aver pesato non poco la preoccupazione personale di Donal Trump, che già premeva da mesi per una misura del genere e che immediatamente ha rivendicato a sé il “merito”.

Troppo presto per quantificare i danni all’economia Usa e globale (ogni paese, ricordiamo, sta “frenando” contemporaneamente a tutti gli altri, con effetti a catena che si moltiplicano, dal turismo ai commerci). Ma per un mondo capitalistico che già non sapeva cosa fare nell’eventualità di una nuova recessione la situazione appare decisamente grave.

E noi ci siamo dentro fin oltre il collo.

Fonte

29/02/2020

Zaia, lo “scienziato” razzista, spiega la “svolta” verso la minimizzazione


Quali sono le basi scientifiche della svolta repentina dal panico alla minimizzazione che è stata impressa dai politici e dai mass-media sulla questione coronavirus?

Il governatore del Veneto, Zaia, ha una spiegazione. Il problema dei cinesi è che mangiano i topi vivi e per questo lì il virus ha colpito forte, noi veneti invece ci laviamo le mani e per questo il virus ha colpito meno forte.

No, non state leggendo Lercio: lo ha detto davvero!

Ecco il testo dell’intervista rilasciata da Zaia alla televisione Antenna 3 Veneto la sera di giovedì 27 febbraio.

«Sa perché noi dopo una settimana abbiamo 116 positivi di cui 63 non hanno sintomi, stanno bene, e ne abbiamo solo 28 in ospedale, sa perché? Perché l’igiene che ha il nostro popolo, i Veneti, i cittadini italiani, la formazione culturale che abbiamo che è quella di farsi la doccia, di lavarsi, di lavarsi spesso le mani, di un regime di pulizia personale che è particolare, anche l’alimentazione, la pulizia, le norme igieniche, il frigorifero, le scadenza degli alimenti. Lei dice “Ma cosa c’entra?” C’entra perché è un fatto culturale. Io penso che la Cina abbia pagato un grande conto di questa epidemia che ha avuto, perché comunque li abbiamo visti tutti MANGIARE TOPI VIVI o altre robe del genere. Sa, è anche un fatto di corredo [sic!], perché il virus non deve trovare un ambiente che diventa un substrato [sic!], il virus deve trovare pulizia, quasi un ospedale. E noi siamo un po’ maniaci per questo, infatti i bambini ormai non mangiano più le cose che cascano per terra.”»

Aldo Romaro, Padova

*****

Penso che il presidente del Veneto ZAIA sia un politicante spregevole, disgustoso persino per gli standard del partito di Salvini.

Nella crisi #coronavirus ha mostrato tutta la sua vergognosa bassezza prima reclamando di bloccare tutto, poi lamentandosi di come i veneti, sì solo i veneti, venivano trattati all’estero, infine chiedendo di riaprire tutto.

Zaia ha dato colpa ai prefetti e allo Stato per ogni problema e si è preso il merito per ogni risultato. Infine la battuta razzista sui cinesi che farebbe schifo in qualsiasi consesso di persone civili, anzi di persone. Non sapevo molto del presidente leghista del Veneto prima d’ora, ma adesso so tutto di lui: è umanamente da vomito e politicamente rappresenta il degrado morale e civile del paese. Ogni veneto ogni italiano dovrebbe vergognarsi di lui.

Amici cinesi scusateci, purtroppo trent’anni di selezione a rovescio nella politica hanno prodotto da noi questi mostri, ma alla fine ci libereremo da questa infezione.

Giorgio Cremaschi, portavoce nazionale di Potere al Popolo!

*****

Cari imprenditori veneti che certamente esportate qualcosa verso la Cina. Se per caso non venderete mai più nulla da quelle parti, saprete certamente con chi prendervela.

Soltanto un dettaglio, che peraltro conoscete benissimo: economicamente parlando, tutto il Veneto, rispetto alla Cina, vale quando una piccola città da quelle parti.

E nessuno che abbia quelle dimensioni si fa insultare impunemente da una formica.

Come minimo – ed è davvero il minimo, in tempi così tecnologici – chiederanno a Zaia, e a voi imprenditori veneti, almeno qualche video che comprovi quanto blaterato dal vostro “governatore”.

Se “tutti hanno visto”, insomma, qualcuno avrà anche filmato!

A meno che il vostro governatore non sia abituato ad aprire impunemente bocca e dargli fiato...

Ma nelle relazioni internazionali non funziona come nelle campagne elettorali italiche. Stronzate, falsità e insulti si pagano. E molto caro.

Naturalmente il conto arriverà quanto prima a voi, cari imprenditori veneti.

In fondo Zaia mica deve vendere niente da quelle parti. Gli basta coglionare ancora un po’ chi lo elegge dalle vostre parti...

Fonte

28/02/2020

Davvero passiamo dal panico alla minimizzazione?

Ancora non conosciamo la portata reale né gli effetti della diffusione del #coronavirus. E rischiamo di saperne collettivamente sempre meno, visto il comportamento dei politici e dei mass media. Che dopo aver contribuito a diffondere il panico ora cambiano radicalmente atteggiamento. Così anche il senso dei dati reali cambia.

Ieri la Protezione Civile registrava circa 450 contagi. Stasera ne registra 650, 200 in più, l’aumento in numero assoluto più alto da quando è iniziata l’emergenza.

Eppure i mass media sdrammatizzano, affermando che il contagio è in calo e molte autorità politiche già fan capire che lunedì riapre tutto.

Io, come tanti, non sono in grado di giudicare, mi affido agli scienziati, peraltro a volte in disaccordo tra loro. Ho presente la Cina, che dopo incertezze ed errori iniziali ha fatto un’opera enorme, le cui dimensioni non sono minimamente paragonabili a ciò che capita a noi, e che è stata riconosciuta come decisiva per tutto il pianeta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ma in Italia il corto circuito tra informazione e un ceto politico indecente ha prodotto una completa schizofrenia dei messaggi. Nella prima metà della settimana abbiamo vissuto l’ avvio di una pestilenza; ora, senza che nessun dato reale sia cambiato, stiamo per uscire da una influenza sopravvalutata, che uccide solo vecchi già ammalati.

Esagero? Siamo stati i soli a chiudere i voli dalla Cina e ora ci lamentiamo perché fanno lo stesso con noi. Ci sono i leghisti che vogliono riaprire le scuole, ma chiedono ancora di chiudere le frontiere, dove sull’Appennino? E se le misure del governo sono giuste, perché gli stessi politici di governo ora mandano messaggi opposti su di esse?

Scusate la semplificazione, ma la Cina ha isolato in casa 60 milioni di persone per settimane e continua, noi dopo 4 giorni già vogliamo mettere tutto in discussione? Certo nelle misure italiane ci sono contraddizioni, assurdità e torsioni autoritarie, come la richiesta di non scioperare e di non manifestare, come se la mobilitazione civile diffondesse i virus, mentre fabbriche e uffici aperti no.

Certo la UE come al solito si è rivelata inutile o dannosa proprio quando avrebbe potuto servire davvero.

Però la questione di fondo sulla quale abbiamo il diritto di pretendere chiarezza è semplice e brutale: o le misure erano sbagliate dall’inizio, o è sbagliato toglierle ora che non è cambiato sostanzialmente nulla, visto che nessuno scienziato dice che siamo usciti dall’emergenza.

Siamo il paese dove governo, imprese e sindacati confederali concordano di far funzionare l’Ilva nonostante faccia ammalare come e peggio di un virus. Ora nel nome del PIL dichiareremo il Coronavirus sconfitto o innocuo?

Ripeto: io non conosco la portata reale della malattia e del suo contagio, ma non voglio che il giudizio su di essa sia determinato dalle supreme leggi della produzione e del mercato. Non voglio che si usi il lavoro favoloso degli addetti alla sanità pubblica per giustificare ancora tagli e privatizzazioni. Non voglio che si dimentichi che le Regioni hanno dato pessima prova e che se c’è un diritto che non può essere frantumato è quello alla salute. Ci vuole la sanità pubblica di stato, altro che autonomia differenziata!

Non possiamo permettere che la crisi epidemica e sociale che abbiamo vissuto sia cancellata dal ritorno del teatrino della solita politica, dove tutti si accusano di non fare le stesse identiche inutili cose. Non possiamo accettare che si passi dal panico alla minimizzazione, senza fatti, senza reale conoscenza, passando da una percezione a quella opposta, mentre tutto riprende ad andare come se nulla fosse successo.

Faremo di tutto per ricordare e ricordarci cosa è successo.

Fonte

25/02/2020

Sindrome cinese


Ieri sera, la mia compagna, attrice teatrale, mi dice che a Teatro, a Salerno, dove ha lavorato, c’erano poche persone.

Accendo la Tv e mi rendo conto che le trasmissioni televisive si sono svolte senza pubblico.

La gente, in metro, non tocca i passamano.

Insomma, l’orchestrazione terroristica sul terreno mediatico-politico, della cosiddetta pandemia da Corona Virus, sta producendo una psicosi collettiva dai forti connotati distopici.

Una sindrome cinese. Una narrazione dalle chiare venature romanzesche e cinematografiche, la cui sceneggiatura sembra scritta da Ray Bradbury, George Orwell, Aldous Huxley e Veronica Roth. Con la regia affidata a John Carpenter.

Siamo oltre L‘Invasione degli Ultracorpi, che riporta alla memoria il cinema e la letteratura della Guerra Fredda, il cui obiettivo strategico era l’ URSS comunista.

Una trama inquietante e disumanizzante, ansiogena e psicologicamente annichilente, in cui il panico si trasforma in violenza e razzismo.

Una vera strategia politico-comunicativa, insomma, il cui fine è, come sempre, il governo dei processi economico-finanziari e il dominio globale dell’economia politica.

In questo momento, il nemico dell’Occidente è la Cina, che va ridimensionata con ogni mezzo.

E con essa, l’immigrazione, epifenomeno da controllare e su cui scaricare le responsabilità di élite avide, capaci solo di imporre austerità alle classi popolari per fare Profitto.

Insomma, col terrore si è sempre governato. Si governa. E si continuerà a governare. Basta leggere Microfisica del Potere, di Foucault, che aiuterebbe a comprendere meglio la realtà in cui annaspiamo e affoghiamo e le logiche del liberismo.

Una lettura che le classi dominanti mostrano di aver compreso, ponendola in essere sul terreno della prassi!

Fonte

23/02/2020

Coronavirus, lo stato di emergenza arriva in Italia. Come la lascerà?

Il coronavirus è atterrato in Italia e con lui misure sensate, insensate, precauzioni, fobie, miti metropolitani e corretta informazione. Una cosa è certa: verrà messa a prova la capacità del nostro paese di saper rispondere a tutte le emergenze – sociali, economiche, logistiche – che si accompagnano tipicamente a un allarme sanitario.

E si tratta di un allarme che, secondo le fonti che abbiamo interpellato, può essere di due dimensioni ben diverse tra loro. La prima riguarda la capacità, da parte del sistema sanitario nazionale, di contenere i focolai del virus. La seconda riguarda il loro mancato contenimento e quindi un livello di contagio complessivo, secondo alcune stime, di almeno un terzo della popolazione. L’altra questione riguarda il tasso di mortalità del coronavirus: le fonti ufficiali convergono, per ora, su una bassa mortalità ma le necessarie misure di prevenzione di una pandemia a bassa intensità di vittime sono comunque in grado di bloccare un paese: già il blocco parziale di trasporti, scuole, luoghi di ritrovo, di culto, di partecipazione collettiva può avere significativi effetti economici.

Siccome siamo in Italia, dove la crisi strutturale del politico ha scatenato da anni forze politiche che basano il loro consenso sul delirio, abbiamo visto come la destra abbia già cavalcato la paranoia, per quanto alimentata da timori reali, da coronavirus. Quanto più la crisi potrà farsi acuta tanto più ci sarà da attendersi che la destra cavalcherà l’eventuale terrore diffuso senza preoccuparsi molto dei suoi effetti. Allo stesso tempo c’è da chiedersi cosa può accadere nel nostro paese se il virus si diffondesse in regioni dove il sistema sanitario appare meno preparato causa i tagli feroci degli scorsi anni. Per non parlare di alcuni media che si sono già operati per lo sdoganamento, almeno nell’immaginario perché queste tecnologie sono fortemente regolamentate in Europa, dei sistemi di riconoscimento facciale per leggere la malattia.

Insomma, la parte sane del paese deve reagire perché, a seconda di come andranno gli eventi, quando usciremo da questo allarme potremmo essere più poveri, più fascisti, più controllati, con un sistema sanitario che evidenzia le spaccature del paese in termini di servizi e con qualche apprendista stregone delle tecnologie del controllo ben legittimato. Registriamo però un fatto: i No Vax sono praticamente spariti. Quando si dice un bagno di realtà.

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08/11/2016

Hacker, brogli, terrorismo: il panico è l’ultima arma contro Trump

Il problema delle elezioni presidenziali Usa di oggi, non è tanto "chi vince?", quanto "com'è arrivata l'America a questo punto?". Sui due competitori c'è poco da dire: il più pulito c'ha la rogna, si dice a Roma. Sulla crisi statunitense invece si preferisce tacere.

Eppure non serve nemmeno essere marxisti per intuire che i candidati – in una competizione elettorale – sono un risultato, un prodotto dell'evoluzione o dell'involuzione di una società, della sua "spinta propulsiva", della sua capacità di addensarsi intorno e dietro una visione di ampio respiro oppure di regredire.

Soprattutto, il modo in cui si è svolta la campagna elettorale – gli argomenti, i toni, i colpi bassi, gli interventi a gamba tesa di questo o quel gruppo di potere, di questa o quella istituzione (l'inchiesta dell'Fbi, in Italia, avrebbe scatenato la guerra civile; sui giornali, ovvio...) – certifica la fine della politica anche negli Usa.

Cosa significa "fine della politica"? Significa fine della capacità-possibilità di governare i processi economici e sociali, di indirizzarli in una qualsivoglia direzione progettuale. Significa, insomma, che il sistema capitalistico globale sta andando alla deriva.

Questo viene avvertito in molti modi, da quasi tutte le persone. E naturalmente spaventa. Il governo delle paure diventa allora l'ultima risorsa della "politica che si può fare", quella ridotta a impossessamento di una macchina amministrativa la cui cabina di comando è in mano a forze che sfuggono a qualsiasi controllo.

E' l'estremo tentativo di dare una veste razionale, rassicurante, alla sensazione di stare su un treno in corsa con i freni rotti e un muro all'orizzonte. Sarà solo una coincidenza, ma l'apocalisse esce fuori da un sacco di parti, persino alla Leopolda...

Qualcosa del genere si intuisce anche al fondo di questa analisi di Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, mica de Il Bolscevico...

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Paura e delirio negli Usa. Dall’Armageddon finanziario alla presunta rivolta dell’Fbi, al ritorno del terrorismo in caso di vittoria di The Donald. Ma ha senso dipingere Trump come il mostro dell’Apocalisse per far vincere Hillary?

Ora, va bene tutto. Le elezioni presidenziali sono un momento ad alta tensione, emozionante, coinvolgente. Per chi ci crede, possiamo pure dire che sono un passaggio decisivo per gli assetti della più grande democrazia del mondo. Ma è possibile che gli americani, al momento di scegliersi un Presidente, cosa che in ogni caso fanno una volta ogni quattro anni e non ogni quattro secoli, siano così spaventati? Possibile che una nazione che ha sedici diverse agenzie di intelligence per le quali, tra il 2001 (Torri Gemelle) e il 2014 ha speso più di 500 miliardi di dollari, debba far tremare i propri cittadini?

Nelle ultime settimane i media americani, fedelmente riprodotti da quelli europei e italiani in particolare, hanno lanciato una serie di allarmi sempre più isterici e incredibili. Almeno tre negli ultimissimi giorni. Si è cominciato con il crollo delle Borse. Appena l'Fbi ha ri-cominciato a indagare su Hillary Clinton, e i sondaggi della signora candidata hanno mostrato qualche segnale di affanno, i giornali come il New York Times, che con la Clinton si sono schierati, hanno preso ad annunciare l'Armageddon finanziario prossimo venturo. Perché? Donald Trump, se eletto Presidente, potrebbe provocare disastri economici? Forse sì. Ma allora perché il tanto stimato Barack Obama, della cui linea politica la Clinton vuol essere l'erede, nei suoi otto anni non ha generato una nuova età dell'oro della finanza? Tra l'altro, invocare sul candidato preferito la benedizione di Wall Street non pare una grande idea. Dal 2008 la piccola e media borghesia americana lotta con i disastri provocati proprio dall'alta finanza e con la politica, così efficacemente messa alla berlina da papa Francesco, di salvare le banche e non la gente. A che cavolo serve, dunque, tanto allarme sulle Borse?

Non bastando l'incubo legato agli indici azionari, si è passati al pericolo hacker. Per mesi il Partito democratico, per alzare una cortina fumogena su quanto emerso dalle rivelazioni di Wikileaks sui maneggi per favorire la Clinton già dal confronto con Bernie Sanders, ha agitato lo spettro delle interferenze elettroniche del Cremlino.

Fa un po' ridere che a muovere l'indignazione sia stato proprio Barack Obama, il Presidente che, come ci ha raccontato qualche tempo fa Edward Snowden, attraverso la National Security Agency di fatto spiava anche tutti noi e, per non sbagliare, origliava anche i telefoni degli alleati, a partire da Francois Hollande e Angela Merkel. Eppure è così. Forse, però, non bastava, perché negli ultimi giorni l'allarme è cresciuto ancora di tono: ora gli hacker vogliono rovinare le elezioni tout court, far saltare i computer che contano i voti, creare il caos, seminare la distruzione, distruggere la civiltà e chissà che altro.

Fedeli alla linea, i giornali italiani aggiungono che gli hacker del Cremlino hanno intenzione di fare lo stesso scherzetto in Europa, in occasione delle elezioni nei diversi Paesi. Il bello è che un giorno sì e uno no, i media americani (e di conseguenza pure i nostri) ci spiegano che la Casa Bianca ha lanciato un'offensiva cibernetica contro il Cremlino, leggendo la posta dei collaboratori di Vladimir Putin e chissà quale altra segretissima comunicazione dei russi. Vittime sacrificali in casa propria, leoni irrefrenabili in casa d'altri, questi americani. Qualcuno ci crede?

E poi, ovviamente, è arrivato lui, il babau, l'uomo nero, il protagonista di tutte le strategie di governo basate sulla paura: il terrorismo. Anzi: il terrorismo dei terrorismi, il caro vecchio Al Qaeda. Anche qui: ti sbatti per rendere invincibile il tuo Paese, porti il bilancio della Difesa a 700 miliardi di dollari, il che significa che sei in testa a tutte le classifiche e che per proteggerti e attaccare spendi più di quanto spendano i successivi dieci Paesi messi insieme. E nel 2016, dopo quindici anni di Guantanamo e Patriot Act, di Afghanistan e Iraq, bastano quattro parole generiche del solito senior official anonimo dell'Fbi perché le grandi televisioni gridino all'attentato, che prevedono per oggi, lunedì, in tre Stati a scelta: preferite New York, la Virginia o il Texas?

Infine, visto che siamo in argomento, c'è anche il semi-complotto dell'Fbi che, par di capire, manovra per far perdere la Clinton. Aiuta a star sereni, no?, che il tuo Presidente faccia intuire che i servizi segreti interni stanno forse sabotando le elezioni democratiche, no? Tremate tremate, qualcosa resterà.

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30/06/2015

Grecia, barconi, Isis: è orgia di panico tra disastri veri e invenzioni reali

Circa quattro anni fa in un testo comunque simpatico, The Martians Have Landed! A History of Media-Driven Panics and Hoaxes (McFarland, 2011), Robert Bartholomew, un sociologo della medicina, si prese, tutto sommato allegramente, la responsabilità scientifica di definire i lineamenti storiografici di quattro secoli di panico mediale. In un lavoro non profondissimo, ma di respiro storico e ricchissimo di aneddoti, dove – dalle primissime gazzette del’600 fino a youtube – emergevano episodi spontanei o generati, governati o impazziti di panico mediale che risultavano aver effetto sulla popolazione e sulla politica. Come si vede dal testo di Bartholomew, che la veridicità dei media possa esser stata controllata da pochi – come quando le radio locali americane annunciarono che gli Usa erano sotto attacco nucleare nei primi anni ’80 – oppure verificata da molti – come gli eventi dell’uragano Katrina avvenuti in piena epoca digitale – il panico di massa si intreccia naturalmente con i media. Da prima ancora della rivoluzione industriale. Spesso in maniera estremamente pervasiva nel momento in cui episodi, e disastri, realmente drammatici si intrecciano con voci incontrollate o immesse nei circuiti di comunicazione con l’intelligenza, e tramite la logistica, della propaganda.

Se si mettono a confronto le dinamiche di panico generate dalle più recenti ondate di notizie (barconi, Grecia, Isis) con il testo di Bartholomew si vede proprio che è l’intreccio tra fatto reale ed invenzioni vere a creare delle vere e proprie ondate di terrore mai del tutto metabolizzate sui social network o nella microfisica dell’interazione sociale. Guardiamo ai barconi il cui terrore atavico dell’invasione da uno spazio indefinito, il mare, finisce ormai per regolare i ritmi, e i conflitti, della vita politica istituzionale da oltre un ventennio. Eppure se leggiamo statistiche vediamo che la stragrande maggioranza dell’immigrazione residente in Italia non è approdata con i barconi. In 20 anni, e più, di sbarchi di ogni tipo il paese non è stato attraversato poi da nessuna epidemia. Eppure anche recentemente gli autisti dei mezzi pubblici milanesi hanno chiesto pubblicamente la disinfestazione dei pullman prima di mettersi al lavoro. Da grandi consumatori di Facebook, infatti, avevano letto di tutto sulla diffusione istantanea di malattie immaginarie in Italia. I barconi non hanno dato poi occasione di formarsi a nessuna cellula del radicalismo islamico eppure – dal Gia algerino ad Al-Qaeda poi all’Isis – ogni generazione della Jihad è stata vista su quelle barche. Non solo: la produzione di panico sui barconi, intesi come mezzi da sbarco del califfato, non cessa mai. Mescolando notizie del mainstream, notizie di facebook, mondo del vero e mondi di ciò che è ritenuto come verosimile. Il panico si diffonde: sgradito persino allo stesso ceto politico, quando non sa come governarlo, segna però il potere di ogni tipo di media nella costruzione del discorso politico. I media, e ciò che viene chiamata “la politica”, trattano, confliggono, si alleano, si comprano e sciolgono patti continuamente. Quando nel discorso politico domina il panico i fatti sono due: o il media è completamente in mano ai dispositivi della propaganda o, al contrario, le dinamiche di potere mediale, che si accumulano tanto più il panico si diffonde, mettono in difficoltà governance e politica. Invece, e si tratta di qualcosa da non trascurare, panico mediale e finanza seguono un altro genere di rapporto. Il panico favorisce la volatilità degli scambi, e quindi è ottimo per chi sa governare la speculazione a breve. E, come dicono gli osservatori attenti alle dinamiche di scambio di borsa, un evento eclatante genera panico tra gli operatori solo se non è stato scontato da ribassi o prodotti finanziari assicurativi. Se l’aleatorietà delle condizioni meteo ha finito per creare le condizioni per la nascita di prodotti finanziari altamente speculativi, il panico in fondo è solo un terreno per offrire qualcosa di nuovo in questo genere di prodotti. Salvo quando il terreno ti si apre sotto i piedi.

Che dire allora della Grecia? La corsa frenetica a far vedere le file ai bancomat ormai è una sorta di gioco stagionale della rappresentazione, che si svolge tra media europei. Fa tanto panico ottobre 1929. Eppure, per le banche francesi e quelle tedesche, vere testate nucleari del debito, il panico Grecia è stato risolto lungo gli ultimi 5 anni. Scaricando la questione greca sul debito sovrano di una serie di stati, sulla Bce e sul Fmi. L’uso del panico, nei servizi mainstream, suggerisce invece Tsipras come responsabile di quanto sta accadendo. “Tsipras il vigliacco” come tuonano in coro sia le gazzette tedesche che qualche gazzetta italiana che ha il marchio storico del servilismo. Ma l’adrenalina da panico delle file, peraltro ordinate, ai bancomat greci non prelude al botto di fine di mondo, magari con Tsipras responsabile, come invece maliziosamente suggeriscono i media. Piuttosto ad una lenta, altamente complessa sul piano della governance amministrativa e finanziaria, ristrutturazione, se non eutanasia, della zona euro. Peccato però che il vero panico, quello da urlo di Munch, si raggiungerebbe se le dimensioni della bolla finanziaria costruita da Fmi e banche centrali di tutto il mondo fossero chiare sugli schermi delle tv globali. Ma quella non si fa vedere mescolando fatti reali ad episodi che gonfiano il petto dal panico. In Grecia il panico si costruisce giocando su un vecchio terrore del ‘900, quello dell’ottobre ’29, quando quella dimensione è persino artigianale rispetto a quello che sta accadendo. Certamente la Grecia passerà brutti momenti ma il gioco del panico avrà sempre lo scopo di indirizzarla come responsabile di tutto questo.

Per quanto riguarda gli attentati del venerdì di Ramadan, tratta di tre episodi diversi tra loro. Il primo in ordine di tempo, quello francese è legato al quel genere di spontaneismo armato generato nelle banlieue francesi, in questo caso di Lione. Nonostante la bandiera dell’Isis sventolata sul luogo della decapitazione della vittima, la confessione del responsabile, che nega di essere il classico detenuto politico, fa definire come affrettata la scelta di Hollande di lasciare il vertice Ue, e tornare in Francia, “causa terrorismo”. Vicenda drammatica, specie per chi ci lascia la testa, ma è inimmaginabile che episodi del genere minaccino la Francia quanto la guerra lampo dell’estate del ’40. Eppure il flusso di adrenalina del venerdì francese, unito a quello tunisino, ha fatto pensare questo. Con tanto di esperti di terrorismo pronti a spergiurare, in diretta, di essere di fronte ad un attacco globale. Oltretutto non è neanche chiaro se gli attentatori tunisini della spiaggia del resort facciano parte di Ansar-al-Sharia. E oltretutto, nonostante i più recenti avvicinamenti, è ancora da dimostrare che Ansar-al-Sharia sia affiliata oggi ad Isis perlomeno nelle sue maggiori componenti. Non a caso ci sono osservatori sul posto che ritengono che tutto questo stia favorendo non chissà quale mutazione politica ma il cambio di gestione del più importante vettore di riciclaggio della Tunisia: proprio il turismo. Quanto alla vicenda degli scontri tra sciiti e sunniti in Kuwait è talmente legata a fattori locali che pensare di legarla a una vicenda francese non chiara, e ad una tunisina molto opaca, è pura ciarlataneria. Oppure il panico, il terrore che lega tanti fatti tra loro, spiegandoli col linguaggio della paura, è merce pregiata nel mondo mediale, specie quando travolge la stessa politica (con Hollande che quasi urla “non facciamoci prendere dalla paura” dovendo governare le ondate di panico) con i media ancora più protagonisti e intrecciati così nella comunicazione sociale.

Borsa, migranti, Isis. Non importa cosa accade l’importante è inserirlo nel format del panico. Il resto agisce in stato di emergenza, come le ondate di affermazioni sull’inesistenza del “contagio” greco, tentativi di governo del panico da parte delle istituzioni. Se il linguaggio, come cantava Laurie Anderson, è un virus, l’informazione è un’epidemia. Da circoscrivere.

Redazione, 29 giugno 2015

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