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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/10/2026

Petromonarchie in crisi: le loro infrastrutture sono devastate

Dall’inizio della guerra, l’Iran e i suoi alleati in Medio Oriente hanno condotto decine di attacchi mirati contro le infrastrutture del Golfo, danneggiando seriamente e bloccando sistematicamente fabbriche, centrali e stabilimenti di vario tipo e causando guasti a cascata e danni economici in tutta la regione, in una campagna ben orchestrata che contribuisce a spiegare come la Repubblica islamica sia riuscita a tenere testa alla superiorità militare degli Stati Uniti.

Ad affermarlo è un’inchiesta dell’agenzia Reuters che elenca gli obiettivi principali di questa campagna militare. L’Iran e le altre forze del cosiddetto “asse della resistenza” hanno preso di mira i sistemi vitali di trasporto del petrolio a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il principale porto al di fuori dello Stretto di Hormuz, paralizzando le operazioni per settimane. Hanno colpito l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan in Qatar, danneggiando due delle “celle frigorifere” che ospitano le apparecchiature di raffreddamento per la liquefazione del gas.

Tra gli obiettivi degli attacchi iraniani figurano anche la raffineria di gas liquefatto Pearl del Qatar, il complesso del gas di Habshan negli Emirati Arabi Uniti e la fonderia Al Taweelah di Emirates Global Aluminium.

I lanci di missili e droni hanno colpito aeroporti in Bahrein, Kuwait e soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. L’attacco più letale, attribuito ad Ansar Allah, ha causato sabato la morte di 12 persone all’aeroporto internazionale Re Khalid in Arabia Saudita. L’aeroporto del Kuwait è stato colpito otto volte. Uno degli attacchi è avvenuto due giorni dopo la riapertura di un importante terminal, a seguito dei lavori di riparazione effettuati dopo un precedente bombardamento.

Gli attacchi hanno inoltre incenerito una stazione di pompaggio e ne hanno danneggiate altre due lungo un importante oleodotto saudita, bloccando uno dei più importanti corridoi energetici realizzati per aggirare il blocco iraniano di Hormuz. L’attacco del 10 settembre da parte di alcune milizie sciite irachene all'oleodotto saudita East-West Pipeline ha interrotto il flusso di greggio per settimane, minacciando il 4% delle forniture globali di petrolio. Ancora più devastanti sono stati gli attacchi iraniani contro gli impianti di GNL di Ras Laffan in Qatar, che hanno minacciato quasi il 20% dei flussi mondiali di gas naturale liquefatto. Per ripristinare interamente gli impianti, dicono gli esperti, servirà almeno un anno.

Agli attacchi di questo tipo contro le infrastrutture dei paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi o partecipano all’aggressione contro Ansar Allah in Yemen i vari governi non hanno dato particolare pubblicità. Gli Stati Uniti hanno minimizzato spesso la capacità distruttiva dell’Iran. Anche i paesi arabi del Golfo spesso non riconoscono i danni ingenti subiti oppure li attribuiscono alla caduta di detriti derivanti dall’intercettazione di missili o droni iraniani.

Ma l’inchiesta di Reuters rivela la precisione di questi attacchi e i gravi danni arrecati alle infrastrutture colpite, oltre all’ingente danno economico provocato.

L’Iran ha preso di mira infrastrutture in diversi paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, la Repubblica islamica ha lanciato almeno 135 attacchi con droni e missili contro almeno 84 siti infrastrutturali nel Golfo da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna di bombardamenti contro l’Iran il 28 febbraio.

Prima della guerra, l’Iran possedeva il più grande arsenale di missili balistici del Medio Oriente. Inoltre, l’Iran ha una fiorente industria di droni; prima della guerra era in grado di produrne circa 10.000 al mese, con lo Shahed come velivolo esplosivo di punta.

Gli attacchi hanno seminato il panico in tutto il Golfo e fatto impennare i prezzi del petrolio. Insieme al blocco dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica Islamica, la capacità di lanciare attacchi di precisione rappresenta una minaccia costante per i Paesi sunniti del Golfo e conferisce all’Iran una grande influenza sull’economia globale e un notevole potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, che da settimane minacciano di colpire Teheran con una nuova ondata di bombardamenti ma finora li hanno sempre rimandati.

D’altronde gli attacchi iraniani hanno seriamente danneggiato anche l’infrastruttura militare degli Stati Uniti in tutta la regione, provocando danni per vari miliardi di dollari. L’ispettore generale del Dipartimento della Difesa statunitense ha riferito al Congresso di Washington che l’Iran ha colpito centinaia di strutture nelle basi statunitensi, oltre a decine di caccia, aerei da trasporto e da rifornimento ed elicotteri.

Il successo dell’attacco sistematico alle infrastrutture da parte dell’Iran è un ulteriore esempio di come la Repubblica Islamica abbia resistito ad anni di dure sanzioni economiche internazionali e recentemente a mesi di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele.

Alcune località hanno subito bombardamenti quasi quotidiani che hanno provocato danni per miliardi di dollari, includendo i costi per le riparazioni ma anche le perdite di fatturato. Alcune delle infrastrutture colpite, come una delle più grandi fonderie di alluminio al mondo ad Abu Dhabi, sono state devastate.

L’Iran ha colpito infrastrutture digitali avanzate come i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, dove il servizio è rimasto interrotto per sei mesi.

Un altro attacco strategico è stato quello rivolto contro le reti idriche e di energia elettrica del Kuwait. È stato Trump a minacciare pubblicamente per primo l’approvvigionamento idrico dell’Iran a marzo. Ma sono stati gli iraniani a trasformare quella minaccia in realtà per i loro vicini. Secondo Reuters l’Iran ha colpito almeno quattro degli otto impianti di desalinizzazione e di produzione di energia elettrica del Kuwait tra il 2 marzo e il 20 luglio.

I regimi sunniti hanno sistematicamente nascosto anche i dati reali sul bilancio delle vittime delle rappresaglie iraniane, imponendo una rigida censura alla diffusione di informazioni in merito. Negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita è illegale scattare o distribuire determinate foto o video che documentino le conseguenze degli attacchi. Questi paesi citano inoltre regolarmente le leggi contro la diffusione di voci e disinformazione per limitare la copertura giornalistica degli attacchi.

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13/07/2017

Usa, dalla danza delle spade al walzer della diplomazia

Il Segretario di Stato statunitense, ex uomo del petrolio di Exxon l’evoluzione della potentissima Standard Oil, sta dandosi parecchio da fare per ricucire il grosso strappo voluto dal regno Saud verso la dinastia al-Thani. Crisi che preoccupa non solo i protagonisti diretti e indiretti, ma numerosi alleati occidentali. Gli americani, che di quell’area risultano ancora tutori sul terreno geopolitico, militare ed economico, vorrebbero che tutti i clan degli emiri smorzassero i toni, seppure sono i primi a sapere che la materia del contendere non è di facile soluzione. Secondo i piani di Riyad servirebbe che i fratelli qatarioti rientrassero nei ranghi, attuando più o meno il comportamento dei dignitari vicini, attivi in affari, ma sempre pronti ad accondiscendere ai loro voleri. I sauditi concedono agli alleati facoltà di business, senza chiedere da dove il denaro provenga o vada a finire, e soprattutto gli indica di non porsi velleitarie idee di guida di alcunché. Gli intraprendenti membri della famiglia di Doha sono considerati troppo spregiudicati e, a detta dei Salman re e principe delfino, devono essere una volta per tutte ridimensionati e riportati al rango di collaboratori della dinastìa islamica prescelta, in realtà autoproclamatasi tale.

Mister Tillerson dopo aver fatto una puntata in Qatar dove ha incontrato l’emiro Tamim e il ministro Abdulrahman al-Thani, s’è recato a Jeddah per ascoltare nuovamente i sauditi. Con l’establishment qatariota l’uomo del Dipartimento ha strappato un accordo proprio sulla lotta al ‘terrorismo’, tema su cui il Consiglio del Golfo accusa gli al-Thani di tramare. In effetti l’indice dei Salman diretto sul governo di Doha quale finanziatore di bombe e attacchi dell’Isis e della sua galassia, è stato smontato da molti e varie voci analitiche. Più parti evidenziano che al più ci può essere una compartecipazione al gioco sporco che coinvolge soprattutto quegli emiri acquiescenti a tanta predicazione wahabita e figure dell’Islam politico salafita. Comunque la quaterna araba che il Segretario di Stato ha incontrato a Jeddah (sauditi, Bahrein, Eau, Egitto) valuta insufficienti i passi del Qatar. Lui non demorde perché disinnescare questa nuova mina sull’infiammato terreno mediorientale oggi sembra diventare una priorità per gli Usa. Fattori strategico-militari (la quinta flotta in Bahrein, la base aerea di Ul-Udeid in Qatar) s’affiancano a quelli economico-energetici e, nonostante sia passato un secolo e le Sette sorelle anglo-americane siano controbilanciate dall’Opec, vedono statunitensi e occidentali coinvolti affaristicamente su questo fronte.

Il viaggio con cui Tillerson si espone personalmente, pur nel ruolo ufficiale di Segretario di Stato, segna un percorso differente dal disco verde offerto da Trump ai sauditi più d’un mese fa. Dalla ‘danza delle spade’ con cui gli emiri si sentivano coperti dal presidente guascone, che un giorno via l’altro aggiunge intoppi, intrighi, incidenti per potenziali scandali e un possibile impeachment, si sta passando a un approccio più cauto, visto che sull’attacco al Qatar il fronte del Golfo s’incrina, il Kuwait è propenso a trattative a oltranza, e la solidarietà a piene mani verso Doha espressa da Turchia e Iran diventa un blocco anti embargo. Tillerson s’è ancorato proprio al piccolo Kuwait, quello per la cui difesa da Saddam condusse i marines nella prima guerra del Golfo. Forse proprio per aggirare nuove avventure dall’esito incerto i consiglieri del Pentagono puntano su una più flessibile diplomazia. Il portavoce del Segretario di Stato ha fatto sapere che le ormai famose 13 imposizioni ad al-Thani (fra cui la chiusura di al-Jazeera) non sono più valide. E nella riflessione su quali richieste avanzare, passa anche la considerazione che lì “non ci sono mani pulite”; sibillina affermazione che s’attaglia ad affari sporchi e finanziamenti jihadisti. Washington certi intrecci li conosce bene, ora di fronte a una crisi che potrebbe trascinarsi per settimane o addirittura mesi sembra optare per un basso profilo.

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27/02/2017

Kwait: lavoratori stranieri sempre più ai margini

di Francesca La Bella

A inizio mese Donald Trump sembrava aver trovato conferma del supporto di alcuni Paesi mediorientali al suo Muslim Ban. La notizia, diffusa da alcuni media internazionali e subito ripresa dal Presidente statunitense, era quella dell’introduzione in Kuwait di un divieto di ingresso per i cittadini di cinque Paesi a maggioranza musulmana: Pakistan, Iran, Afghanistan, Siria ed Iraq. La smentita del Governo del Kuwait è, però, stata immediata e netta: il portavoce del Ministero degli Esteri, Sami al Hamad, avrebbe infatti, dichiarato all’agenzia di stampa statale Kuwait News Agency (Kuna) che il Governo “smentisce categoricamente queste affermazioni e afferma che queste nazionalità segnalate hanno grandi comunità in Kuwait e godono di pieni diritti”.

Una notizia falsa, ma non totalmente inverosimile dato il crescente malcontento dei cittadini kuwaitiani per l’alto numero di stranieri presenti nel Paese. Data la limitata popolazione nazionale e l’economia in continua crescita, il Kuwait è, infatti, da molto tempo meta di flussi di migranti economici provenienti dal mondo arabo e dall’Asia. Secondo l’ultimo censimento datato 2011 la popolazione si attesterebbe intorno ai 3,1 milioni di abitanti di cui 1,1 milioni di cittadini kuwaitiani e 2 milioni di stranieri, ma le stime sono state riviste nel 2016, 3,7 milioni, e nel 2017, 4,1 milioni. Dati da cui sarebbe, però, esclusa una larga fetta di lavoratori stranieri non censiti e appartenenti a minoranze locali come i Bidoon, popolazione beduina solo in parte beneficiaria della cittadinanza kuwaitiana. Secondo gli ultimi dati gli stranieri costituirebbero, dunque, circa il 70% della popolazione nazionale (circa 2,9 milioni) e apparterrebbero a molte comunità nazionali, in particolare alla comunità indiana con (circa 900.000) e a quella egiziana (circa 450.000).

La percezione che la massiccia immigrazione nel Paese sia un problema ha indotto il Kuwait a rivedere più volte il proprio piano di accoglienza. Già nel 2013, infatti, il Governo aveva previsto di tagliare di circa 100.000 unità all’anno il numero dei lavoratori stranieri fino a dimezzarne l’entità in dieci anni. Un programma di ampio respiro che non sembra aver sopito i malumori della popolazione e che è stato ulteriormente potenziato portando il Governo a varare nuove modifiche della legislazione interna. Piccoli cambiamenti che, però, rischiano di avere un significativo impatto sulla quotidianità dei lavoratori stranieri nel Paese.

E’ del novembre 2014, ad esempio, la modifica delle normative riguardanti il rilascio della patente di guida nazionale. La nuova legge prevede l’incremento a 400 dinari (1200 euro circa) del salario minimo necessario perché uno straniero possa ottenere una patente di guida. Il candidato, inoltre, deve risiedere regolarmente in Kuwait da almeno due anni ed essere laureato. Nonostante alcune categorie come giornalisti, professori, sportivi ed altri siano state escluse dal cambiamento, molti lavoratori stranieri hanno perso la possibilità di guidare legalmente con conseguenti difficoltà nel proprio ambito lavorativo e molti altri, trovati senza patente, sono stati espulsi dal Paese. Nei mesi successivi molti altri piccoli cambiamenti sono stati introdotti e, ad esempio, per far fronte alle necessità delle casse statali, lo scorso aprile anche il prezzo dell’energia elettrica e dell’acqua in tutti gli edifici residenziali hanno subito un significativo incremento da cui, però, i cittadini kuwaitiani sono stati esentati.

Secondo quanto riportato in un lungo articolo dell’Associated Press (Ap) di pochi giorni fa, il prossimo passaggio in questa direzione sembra essere quello in ambito sanitario. Dopo l’incremento del ticket per le visite specialistiche dal 15% al 20% limitato ai soli espatriati e il blocco delle visite mattutine per i servizi non urgenti nelle cliniche di Jahra, a ovest della capitale, e nell’Ospedale Amiri a Kuwait City, come evidenziato dalla stessa Ap, ora i lavoratori stranieri potrebbero trovare nuovi ostacoli alla libera fruizione delle strutture mediche. Il Jaber Hospital, prima struttura sanitaria pubblica costruita dopo più di trent’anni e situata a pochi chilometri dalla capitale, potrebbe, infatti, essere il primo ospedale per soli cittadini kuwaitiani. Per quanto alcune voci si siano opposte a questi cambiamenti in quanto contrari al diritto internazionale e alla stessa deontologia medica, la proposta sembra trovare l’appoggio della popolazione locale che, sempre più spesso, imputa ai lavoratori stranieri tutte le principali problematiche del Paese.

07/04/2016

Venduti caccia al Kuwait. Finmeccanica esulta, l’Europa militare pure

La notizia, che non è notizia nuovissima, è la conferma che  Finmeccanica ha concluso il contratto per la fornitura di 28 Eurofighter Typhoon al Kuwait, sulla base del memorandum intergovernativo con l’Italia siglato a settembre dello scorso anno. Le trattative sono state tirate un po’ per le lunghe (avrebbero dovuto concludersi a novembre) ma alla fine il contratto c’è stato. “Un grande successo industriale per Finmeccanica e l’intero sistema Paese” è il commento  del neo-Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. È “il più grande contratto mai firmato da Finmeccanica”, dicono fonti della società riportate da Il Sole 24 Ore. Il valore economico dell’affare si aggira – solo per Finmeccanica – tra i 3 e i 4 miliardi di euro, quello complessivo tra i 7 e 8 miliardi. La ragione è semplice. L’Eurofighter (conosciuto come EFA, Euro Fighter Aircraft) è infatti un aereo militare prodotto da un consorzio europeo di cui Finmeccanica è partner. Il quotidiano della Confindustria certifica che la firma del contratto è avvenuta alla presenza del ministro della Difesa Roberta Pinotti e del ministro della Difesa kuwaitiano Khaled Al Jarrah Al Sabah. Insomma una conferma in più di come il “sistema paese” e il governo italiano stiano continuando a fare da tramite vendendo armamenti sofisticati (o compagnie aeree) alle petromonarchie del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait,Oman.

Ma in questo caso, è l’oggetto della vendita che deve richiamare l’attenzione e farne derivare considerazioni politiche e di analisi sullo sviluppo – silenzioso ma sostanzioso – del complesso militare-industriale europeo. L’Eurofighter Typhoon è infatti il più avanzato aereo da difesa multiruolo di nuova generazione disponibile sul mercato, sottolinea il Sole 24 Ore. Per ora solo otto Stati ne hanno complessivamente ordinato ben 599 esemplari. E’ importante rammentare che al programma Eurofighter partecipano quattro stati europei (Italia, Germania, Spagna e Regno Unito) e che a gestirlo sul piano industriale è il Consorzio Eurofighter al quale partecipano Finmeccanica (con il 21% ma con una quota industriale nel programma pari al 36 per cento) insieme ad Airbus Group e Bae Systems. Le quote rispettive erano all’inizio il 33% per la British Aerospace, 33% per la DaimlerChrysler Aerospace (DASA) tedesca, 21% per Alenia Aeronautica e 13% per la CASA spagnola. Tuttavia al momento della firma dell’ultimo contratto, le quote furono ridistribuite rispettivamente al 37%, 29%, 20% e 14%.

Oggi il caccia europeo Eurofighter viene venduto sui mercati internazionali, soprattutto quelli arabi e asiatici, in competizione con velivoli americani come gli F35 o i Rafale francesi. Ma aveva un limite: l’EFA è un jet perfetto per il combattimento aria-aria, carente però di sistemi avanzati per l’attacco al suolo. Sulle modifiche per rendere l’EFA capace anche di combattimento aria-terra e attacco al suolo hanno pesati i costi, lievitati negli anni scorsi. Il costo di ogni velivolo è salito, dai 50 milioni di dollari del 1998 ai quasi 80 milioni di dollari e oltre (ad esempio, l’Austria, cliente export, ha pagato i suoi Eurofighter oltre 110 milioni di euro l’uno, pari a oltre 140 milioni di dollari). In Italia i primi velivoli di questo tipo sono entrati in servizio, nell’Aeronautica Militare, presso la base aerea di Grosseto, tra le file del 4º Stormo caccia, il 20 febbraio 2004 e successivamente negli aeroporti militari di Gioia del Colle e di Trapani Birgi. Ma negli ultimissimi anni, le occasioni per una “messa a punto” si sono presentati concretamente. Gli Eurofighter italiani infatti sono stati utilizzati nei bombardamenti a terra nell’aggressione militare contro la Libia nel 2011 (Operazioni “Unified Protector” e “Odyssey Dawn”) insieme ai Tornado e in quel contesto sono stati “testati” con risultati soddisfacenti per le industrie costruttrici. A febbraio sono stati testati sugli EFA i missili aria-aria Storm Shadow e Meteor. Adesso in aggiunta a Meteor e Storm Shadow è in corso l’integrazione sui caccia EFA anche del missile MBDA aria-terra Brimstone, previsto nel programma Phase 3 Enhancements (P3E), un missile idoneo ai bombardamenti aria-terra che configurano ormai gran parte delle missioni aeree. Si diceva che i risultati di questo prodotto del complesso militare-industriale europeo si sono rivelati soddisfacenti per chi li produce e per i governi incaricati di farne da piazzisti.

Il complesso militare-industriale ha incassato un nuovo risultato, in attesa della conferenza di Amsterdam del prossimo giugno dove l’industria tecnologica europea – paradiso del dual use civile militare – pianificherà le sue chance dentro la competizione globale, anche sul piano militare.

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12/09/2015

L'Italia vende al Kuwait 28 caccia Eurofighter

Il governo italiano ha raggiunto un accordo con il governo del Kuwait per la vendita di 28 jet Eurofighter. L'ammontare dell'intesa si aggira intorno agli 8 miliardi, un vero e proprio affarone che ha messo le ali alle azioni del gruppo Finmeccanica, leader nel campo delle alte tecnologie belliche, che in Borsa a Milano ha guadagnato il 5,2%, con le azioni che schizzano a 12,41 euro. A spingere il titolo, le indiscrezioni sul maxi-accordo, che sarà finalizzato nelle prossime settimane, diffuse dal sito della 'Rivista italiana della Difesa'.

La commessa, affidata a Finmeccanica attraverso la capofila delle attività aeronautiche Alenia Aermacchi, potrebbe essere composta da 3-4 miliardi per i velivoli e da ulteriori 3-4 miliardi per la formazione dei piloti e dei tecnici, la logistica e i ricambi.

Finmeccanica partecipa al consorzio europeo Eurofighter (formato da Italia, Spagna, Gran Bretagna e Germania), con le aziende Alenia Aermacchi e Selex Es, con una quota del 36%. E' la prima volta che una commessa viene ottenuta grazie al lavoro del gruppo italiano e la quota di nuove commesse nel 2015 per Finmeccanica sale così a 12,5 miliardi. "Questo significa - si legge sul sito della 'Rivista italiana della Difesa' -  che i velivoli verranno prodotti in Italia, i piloti saranno formati da noi e le aziende italiane, di Finmeccanica ma non solo, si aggiudicheranno la fetta più grande della commessa".

A beneficiarne sarà soprattutto lo stabilimento Alenia di Caselle, a pochi chilometri da Torino, dove vengono eseguite lavorazioni importanti e diverse attività di manutenzione.

Seguita dall'amministratore delegato del gruppo, Mauro Moretti, e dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti, la commessa rientra in un accordo quadro tra Italia e Kuwait. L'Italia si conferma come capofila del crescente processo di armamento delle petromonarchie del Golfo Persico, quelle che in questi anni hanno armato, fomentato e sostenuto l'espansione del jihadismo in tutto il Medio Oriente - compreso quello targato Al Qaeda e Stato Islamico - e che pochi giorni fa hanno inviato nello Yemen decine di migliaia di militari e mezzi militari con l'obiettivo di cancellare la resistenza dei ribelli sciiti Houthi e riportare al potere il governo fantoccio strumentale agli interessi dell'Arabia Saudita.

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16/07/2015

Netanyahu non è solo, anche i sauditi sono infuriati per l'accordo di Vienna

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu non è solo nella critica durissima che porta all’accordo sul programma nucleare iraniano sottoscritto a Vienna da Tehran e dai Paesi del gruppo 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania). A dare forza alla protesta del leader del governo di destra alla guida di Israele, ci sono alcuni Paesi arabi che hanno accolto con grande diffidenza l’accordo che interrompe l’isolamento internazionale dell’Iran e che, a loro dire, potrebbe espandere “l’influenza sciita” nella regione.

Ci riferiamo alle monarchie sunnite del Golfo. I regnanti di questi Paesi temono che la fine delle sanzioni internazionali, che per anni hanno strangolato le potenzialità economiche dell’Iran, offrirà a Tehran l’opportunità per un ulteriore sviluppo della sua influenza in Medio Oriente.

La regione da anni è paralizzata da uno scontro a distanza tra le petromonarchie – peraltro accusate da più parti di sostenere in varie forme i gruppi qaedisti e jihadisti che agiscono nell’area – e la Repubblica islamica iraniana. I monarchi del Golfo, in particolare i sauditi, combattono indirettamente l’Iran in Siria dove le proteste popolari del 2011 si sono trasformate in una guerra civile e infine in un conflitto tra le potenze regionali e tra i musulmani sunniti e sciiti. Senza dubbio il sostegno di Tehran a Damasco ha contribuito a puntellare l’esercito siriano sfiancato da quattro anni di combattimenti contro jihadisti e qaedisti e tanti altri nemici, sempre più armati.

I sauditi da mesi sono impegnati in una pesante campagna aerea in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi, appoggiati dall’Iran. E Riyadh gioca un ruolo determinante anche a sostegno dei sunniti iracheni schierati contro il governo centrale di Baghdad che ritengono “controllato” dall’Iran.

“La tensione nella regione, non è certo finita”, ha commentato Abdulkhaleq Abdullah, un professore di scienze politiche alla United Arab Emirates University, “se l’Iran crescerà come potenza regionale penso che vivremo momenti difficili”. “Questo accordo, dal nostro punto di vista, rappresenta una minaccia indiretta agli interessi arabi e alla pace”, ha aggiunto da parte sua Tariq Al-Shammari, un analista saudita e presidente del Consiglio del Golfo per le Relazioni Internazionali.

Dietro le quinte le monarchie sunnite lavoreranno per cercare di tenere l’Iran isolato politicamente ed economicamente. L’Arabia Saudita si è già mossa per migliorare i rapporti con la Russia, alleata dell’Iran, allo scopo di allentare le relazioni tra Mosca e Tehran e di spingere Vladimir Putin ad interrompere l’aiuto militare alla Siria.

Tuttavia, a differenza dell’Arabia Saudita, altre monarchie del Golfo hanno cercato, almeno ufficialmente, di mostrare una posizione più aperta. Gli Emirati Arabi Uniti, che hanno legami commerciali di lunga data con Tehran, e l’emiro del Kuwait, che ha visitato Teheran lo scorso anno, nel tentativo di migliorare le relazioni bilaterali, hanno subito inviato messaggi di congratulazioni all’Iran ed espresso la speranza che l’accordo di Vienna contribuisca alla sicurezza regionale e alla stabilità.

Da parte sua l’Egitto, attraverso il portavoce del ministero degli esteri, Badr Abdelattie, ha espresso l’auspicio che l’accordo con l’Iran rappresenti “un passo verso una regione esente da armi nucleari”. E’ un punto sul quale batte da lungo tempo il Cairo che denuncia la presenza, tenuta sino ad oggi segreta, di armi atomiche in Israele, paese che non ha ancora firmato il Trattato di non proliferazione nucleare.

Un clima ben diverso si respira a Damasco dove si spera in un maggiore aiuto dell’Iran, economico e militare, una volta che Tehran sarà libera dalle sanzioni. Il presidente siriano Bashar Assad si è affrettato a congratularsi con il leader supremo iraniano Ali Khamenei e il presidente Hassan Rouhani. Nel messaggio indirizzato a Khamenei, Assad ha descritto l’accordo come “una grande vittoria” ottenuta dall'Iran e una “svolta storica” ​​nella storia della regione e del mondo. “Siamo certi che la Repubblica islamica dell’Iran continuerà, con maggiore slancio, a sostenere le giuste cause delle nazioni”, ha scritto.

Ottimismo anche a Baghdad. Saad al-Hadithi, portavoce del primo ministro (sciita), Haider al-Abadi, ha descritto l’accordo “un catalizzatore per la stabilità regionale”, che porterà ad una migliore unità nella lotta contro il terrorismo. Decisamente più cauto il deputato sunnita Hamid al-Mutlaq. “Speriamo ora di vedere una interferenza iraniana positiva, non negativa nella regione”, ha detto.

A dir poco rabbiosi sono i militanti sunniti più radicali che parlano di “acquiescenza alla diffusione del potere iraniano”. Un importante religioso saudita, Salman al-Ouda, ha avvertito in un tweet che “l’Iran si sta muovendo secondo una visione chiara e ben studiata, che tende ad assorbire i suoi avversari. Dove sono i governi arabi? Dove si trova il loro progetto alternativo per affrontare la sfida?”.

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30/06/2015

Grecia, barconi, Isis: è orgia di panico tra disastri veri e invenzioni reali

Circa quattro anni fa in un testo comunque simpatico, The Martians Have Landed! A History of Media-Driven Panics and Hoaxes (McFarland, 2011), Robert Bartholomew, un sociologo della medicina, si prese, tutto sommato allegramente, la responsabilità scientifica di definire i lineamenti storiografici di quattro secoli di panico mediale. In un lavoro non profondissimo, ma di respiro storico e ricchissimo di aneddoti, dove – dalle primissime gazzette del’600 fino a youtube – emergevano episodi spontanei o generati, governati o impazziti di panico mediale che risultavano aver effetto sulla popolazione e sulla politica. Come si vede dal testo di Bartholomew, che la veridicità dei media possa esser stata controllata da pochi – come quando le radio locali americane annunciarono che gli Usa erano sotto attacco nucleare nei primi anni ’80 – oppure verificata da molti – come gli eventi dell’uragano Katrina avvenuti in piena epoca digitale – il panico di massa si intreccia naturalmente con i media. Da prima ancora della rivoluzione industriale. Spesso in maniera estremamente pervasiva nel momento in cui episodi, e disastri, realmente drammatici si intrecciano con voci incontrollate o immesse nei circuiti di comunicazione con l’intelligenza, e tramite la logistica, della propaganda.

Se si mettono a confronto le dinamiche di panico generate dalle più recenti ondate di notizie (barconi, Grecia, Isis) con il testo di Bartholomew si vede proprio che è l’intreccio tra fatto reale ed invenzioni vere a creare delle vere e proprie ondate di terrore mai del tutto metabolizzate sui social network o nella microfisica dell’interazione sociale. Guardiamo ai barconi il cui terrore atavico dell’invasione da uno spazio indefinito, il mare, finisce ormai per regolare i ritmi, e i conflitti, della vita politica istituzionale da oltre un ventennio. Eppure se leggiamo statistiche vediamo che la stragrande maggioranza dell’immigrazione residente in Italia non è approdata con i barconi. In 20 anni, e più, di sbarchi di ogni tipo il paese non è stato attraversato poi da nessuna epidemia. Eppure anche recentemente gli autisti dei mezzi pubblici milanesi hanno chiesto pubblicamente la disinfestazione dei pullman prima di mettersi al lavoro. Da grandi consumatori di Facebook, infatti, avevano letto di tutto sulla diffusione istantanea di malattie immaginarie in Italia. I barconi non hanno dato poi occasione di formarsi a nessuna cellula del radicalismo islamico eppure – dal Gia algerino ad Al-Qaeda poi all’Isis – ogni generazione della Jihad è stata vista su quelle barche. Non solo: la produzione di panico sui barconi, intesi come mezzi da sbarco del califfato, non cessa mai. Mescolando notizie del mainstream, notizie di facebook, mondo del vero e mondi di ciò che è ritenuto come verosimile. Il panico si diffonde: sgradito persino allo stesso ceto politico, quando non sa come governarlo, segna però il potere di ogni tipo di media nella costruzione del discorso politico. I media, e ciò che viene chiamata “la politica”, trattano, confliggono, si alleano, si comprano e sciolgono patti continuamente. Quando nel discorso politico domina il panico i fatti sono due: o il media è completamente in mano ai dispositivi della propaganda o, al contrario, le dinamiche di potere mediale, che si accumulano tanto più il panico si diffonde, mettono in difficoltà governance e politica. Invece, e si tratta di qualcosa da non trascurare, panico mediale e finanza seguono un altro genere di rapporto. Il panico favorisce la volatilità degli scambi, e quindi è ottimo per chi sa governare la speculazione a breve. E, come dicono gli osservatori attenti alle dinamiche di scambio di borsa, un evento eclatante genera panico tra gli operatori solo se non è stato scontato da ribassi o prodotti finanziari assicurativi. Se l’aleatorietà delle condizioni meteo ha finito per creare le condizioni per la nascita di prodotti finanziari altamente speculativi, il panico in fondo è solo un terreno per offrire qualcosa di nuovo in questo genere di prodotti. Salvo quando il terreno ti si apre sotto i piedi.

Che dire allora della Grecia? La corsa frenetica a far vedere le file ai bancomat ormai è una sorta di gioco stagionale della rappresentazione, che si svolge tra media europei. Fa tanto panico ottobre 1929. Eppure, per le banche francesi e quelle tedesche, vere testate nucleari del debito, il panico Grecia è stato risolto lungo gli ultimi 5 anni. Scaricando la questione greca sul debito sovrano di una serie di stati, sulla Bce e sul Fmi. L’uso del panico, nei servizi mainstream, suggerisce invece Tsipras come responsabile di quanto sta accadendo. “Tsipras il vigliacco” come tuonano in coro sia le gazzette tedesche che qualche gazzetta italiana che ha il marchio storico del servilismo. Ma l’adrenalina da panico delle file, peraltro ordinate, ai bancomat greci non prelude al botto di fine di mondo, magari con Tsipras responsabile, come invece maliziosamente suggeriscono i media. Piuttosto ad una lenta, altamente complessa sul piano della governance amministrativa e finanziaria, ristrutturazione, se non eutanasia, della zona euro. Peccato però che il vero panico, quello da urlo di Munch, si raggiungerebbe se le dimensioni della bolla finanziaria costruita da Fmi e banche centrali di tutto il mondo fossero chiare sugli schermi delle tv globali. Ma quella non si fa vedere mescolando fatti reali ad episodi che gonfiano il petto dal panico. In Grecia il panico si costruisce giocando su un vecchio terrore del ‘900, quello dell’ottobre ’29, quando quella dimensione è persino artigianale rispetto a quello che sta accadendo. Certamente la Grecia passerà brutti momenti ma il gioco del panico avrà sempre lo scopo di indirizzarla come responsabile di tutto questo.

Per quanto riguarda gli attentati del venerdì di Ramadan, tratta di tre episodi diversi tra loro. Il primo in ordine di tempo, quello francese è legato al quel genere di spontaneismo armato generato nelle banlieue francesi, in questo caso di Lione. Nonostante la bandiera dell’Isis sventolata sul luogo della decapitazione della vittima, la confessione del responsabile, che nega di essere il classico detenuto politico, fa definire come affrettata la scelta di Hollande di lasciare il vertice Ue, e tornare in Francia, “causa terrorismo”. Vicenda drammatica, specie per chi ci lascia la testa, ma è inimmaginabile che episodi del genere minaccino la Francia quanto la guerra lampo dell’estate del ’40. Eppure il flusso di adrenalina del venerdì francese, unito a quello tunisino, ha fatto pensare questo. Con tanto di esperti di terrorismo pronti a spergiurare, in diretta, di essere di fronte ad un attacco globale. Oltretutto non è neanche chiaro se gli attentatori tunisini della spiaggia del resort facciano parte di Ansar-al-Sharia. E oltretutto, nonostante i più recenti avvicinamenti, è ancora da dimostrare che Ansar-al-Sharia sia affiliata oggi ad Isis perlomeno nelle sue maggiori componenti. Non a caso ci sono osservatori sul posto che ritengono che tutto questo stia favorendo non chissà quale mutazione politica ma il cambio di gestione del più importante vettore di riciclaggio della Tunisia: proprio il turismo. Quanto alla vicenda degli scontri tra sciiti e sunniti in Kuwait è talmente legata a fattori locali che pensare di legarla a una vicenda francese non chiara, e ad una tunisina molto opaca, è pura ciarlataneria. Oppure il panico, il terrore che lega tanti fatti tra loro, spiegandoli col linguaggio della paura, è merce pregiata nel mondo mediale, specie quando travolge la stessa politica (con Hollande che quasi urla “non facciamoci prendere dalla paura” dovendo governare le ondate di panico) con i media ancora più protagonisti e intrecciati così nella comunicazione sociale.

Borsa, migranti, Isis. Non importa cosa accade l’importante è inserirlo nel format del panico. Il resto agisce in stato di emergenza, come le ondate di affermazioni sull’inesistenza del “contagio” greco, tentativi di governo del panico da parte delle istituzioni. Se il linguaggio, come cantava Laurie Anderson, è un virus, l’informazione è un’epidemia. Da circoscrivere.

Redazione, 29 giugno 2015

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27/06/2015

Raffica di attentati Isis: che sta succedendo?

Al momento le notizie sono scarne e possiamo riassumerle così:

a- raffica di tre attentati contemporanei (nei pressi di Lione, a Sousse in Tunisia ed in Kwuait)

b- rivendicazione Isis per Sousse, e drappo Isis lasciato sul posto nell’attentato francese, mentre per ora nulla per il Kwait

c- appello di due giorni fa dell’Isis a moltiplicare gli attentati in occasione del Ramadan

cui dobbiamo aggiungere due eventi contemporanei:

d- perdita della città di Derna capitale delle forze filo Isis in Libia

e- nuova offensiva Isis contro Kobane in Kudistan.

Ovviamente la coincidenza fra i tre attentati non può essere casuale ed è chiaro che si tratta di azioni coordinate. La prontezza con cui hanno fatto seguito all’appello per il Ramadan fa capire che ci sono cellule pronte ad agire e con piani già predisposti, che si sono immediatamente attivate appena è partito l’ordine. E’ ragionevole ipotizzare che possano seguire altri attentati a catena nei prossimi giorni.

Nessuno di questi attentati ha avuto caratteri particolarmente spettacolari o una gravità paragonabili all’11 settembre o alla strage di Atocha, ma l’effetto mediatico è garantito dalla simultaneità delle azioni, che lascia capire le dimensioni internazionali della rete di appoggio all’Isis. Anzi, a questo punto è lecito prendere in considerazione l’ipotesi che possa essere intervenuto un accordo con Al Quaeda per azioni congiunte.

Che tipo di strategia configura questa nuova tappa della jihad? La caduta di Derna probabilmente è in coincidenza casuale, mentre è più verosimile che l’offensiva su Kobane sia da mettere in relazione agli attentati odierni.

Ormai è passato un anno dalla proclamazione del Califfato e Al Baghdadi governa stabilmente su una area territoriale che è grande quasi quanto il Texas. L’Isis ha subito dei rovesci, le sue offensive non sono più travolgenti come un anno fa e, dal punto di vista territoriale, la situazione sembra essersi relativamente assestata salvo zone periferiche del conflitto.

L’offensiva all’estero ha un probabile scopo di alleggerimento della pressione sul teatro principale, costringendo occidentali e stati nazionali arabi sulla difensiva. Ma probabilmente si tratta anche di altro: mantenere alta la pressione mediatica sulle masse arabe (come già si era intravisto per la strage di Charlie Hebdo), chiamando a una rivolta generalizzata, quello che forse è il vero obiettivo dell’Isis: una sorta di contro-primavera jihadista che travolga i regimi nazionali o almeno qualcuno di essi.

E’ interessante constatare come, per ora, l’offensiva non abbia toccato né Qatar, né Iran né, soprattutto, Arabia Saudita, il che, sempre per ora, lascia immaginare che con questi paesi prevalga altro tipo di valutazioni. Di Qatar ed Arabia Saudita è lecito pensare che questa omissione sia dovuta in parte all’assenza di movimenti di opposizione paragonabili alle primavere di quattro anni fa, ma anche un qualche rapporto sotterraneo che collega ambiguamente le due monarchie all’Isis. Per l’Iran forse la valutazione è quella di non scatenare una reazione militare sul teatro principale più decisa e pensante di quanto sia accaduto sin qui.

Gli attentati avranno anche notevoli effetti economici: ad esempio affondando la stagione turistica in Tunisia e forse agevolando il rialzo dei prezzi petroliferi.

Il senso complessivo è quello di porre il Califfato come realtà operante ad ampio raggio e rappresentativa di tutto il mondo jihadista.

C’è da chiedersi, però, come mai sia possibile una offensiva di queste proporzioni che non è mai stata consentita ad Al Quaeda, così come ad essa non è stato mai concesso di mettere radici in un possedimento territoriale.

Questo, in parte, si spiega con una evidente maggiore forza militare dell’Isis rispetto ad Al Quaeda che era un organismo più elitario; ma questo non basta.

Il punto è la debolissima azione di contrasto che il Califfato sta ricevendo: la coalizione islamica è inesistente e gli unici che combattono realmente sono curdi e siriani di Assad, Israele guarda più all’Iran che all’Isis, l’Europa, come al solito, non esiste ma, soprattutto, gli Usa hanno mollato la presa. Da un anno e mezzo Washington ha gli occhi puntati sullo scenario ucraino-baltico dove sta concentrando un impressionante spiegamento militare e ha lasciato perdere il Medio Oriente. Questo è stato percepito con nettezza da Al Baghdadi che ne ha immediatamente approfittato. L’assurdo conflitto politico (per ora solo politico) con la Russia ha squilibrato la situazione regalando un forte motivo di instabilità in tutto il Me-Na e che lambisce anche l’Europa. E ci chiediamo se l’improvvisa telefonata fra Putin ed Obama (che avrebbero parlato anche di Medio Oriente, da quel che leggiamo) non sia da mettere in relazione a quanto appena accaduto: ad esempio perché magari Putin può aver comunicato un qualche allarme giuntogli dalla sua intelligence.

E, a proposito di intelligence, non possiamo non notare come, anche su questo piano, l’azione di contrasto all’Isis sia molto prossima allo zero: è impressionante come, a cinque mesi e mezzo da Charlie Hebdo, ci sia un altro attentato in Francia e senza che, nel frattempo, si sia avuta notizia di alcuna particolare azione di smantellamento delle reti Isis ed Al Qaeda in Francia. Hollande non ha una intelligenza particolarmente acuta, lo sappiamo, ed ogni giorno ce ne fornisce nuove prove, ma è incredibile come, dopo la strage di Charlie ed in totale assenza di risultati non proceda a defenestrare l’intero gruppo dirigente della Suretè e dello Sdec. Mi sembra troppo persino per lui. Una simile dimostrazione di inefficienza trasforma la gigantesca manifestazione parigina di alcuni mesi fa in una grottesca fiera dell’impotenza: un evento semplicemente irrilevante.

Fatte queste considerazioni, diventa evidente come sia sempre meno evitabile un confronto sul terreno fra gli eserciti occidentali (ma meglio sarebbe un’azione Onu, con partecipazione anche di altri) ed Isis: la strategia aerea è evidentemente fallita (sempre che realmente ci sia stata). Questo, però, richiede in primo luogo un immediato cambio di rotta sulla questione ucraina per coinvolgere la Russia nell’operazione. In secondo luogo occorre che si inizi a pensare al dopo: quale assetti dare al Medio Oriente una volta sconfitto l’Isis? E, qui, parliamo del problema curdo, delle province sciite dell’Iraq orientale e si impone anche la questione palestinese, in attesa di soluzione.

Quel che non si fa oggi si sarà costretti a farlo in condizioni peggiori domani e, peggio ancora, dopodomani.

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Lo Stato Islamico rivendica le stragi in Tunisia e Kuwait

Lo Stato islamico ha rivendicato l’attentato di ieri sulla spiaggia di Sousse, in Tunisia, in cui hanno perso la vita 39 persone, per la maggior parte turisti stranieri. In un comunicato diffuso dai jihadisti su Twitter si spiega che “un soldato del califfato ha potuto raggiungere l’obiettivo”, uccidendo circa 40 persone, “per la maggior parte provenienti da stati dell’alleanza crociata che combatte lo stato del Califfato”. Le vittime sono “per la maggior parte cittadini” britannici, ha confermato il primo ministro tunisino Habib Essid. Ma tra le persone uccise ci sono anche tedeschi, belgi e francesi. Tra la quarantina di feriti ci sono britannici, belgi, tedeschi e norvegesi.

Dopo l’attacco sulle coste del golfo di Hammamet, le autorità locali hanno deciso di fare chiudere circa 80 moschee accusate di incitamento alla violenza. In questi luoghi, ha detto il governo, non c’è controllo statale e si diffonde “veleno”. Per questo, saranno chiuse in settimana.

Il presunto autore dell’attentato si chiama Seifeddine Rezgui, un cittadino tunisino nato nel 1992, originario di Gaafour, ma studente a Kairouan. Era sconosciuto ai servizi di sicurezza locali ed è stato ucciso dalla polizia durante la sparatoria. “E’ entrato dalla spiaggia, vestito come uno che avrebbe voluto fare il bagno. Aveva un ombrellone per nascondere il kalashnikov. Arrivato sul posto, ha usato le sue armi”, ha spiegato il segretario di Stato per la Sicurezza tunisino Rafik Chelly.

Intanto, centinaia di turisti stranieri cercano di lasciare il paese. Molti sono stati accompagnati in autobus all’aeroporto di Enfidha, a metà strada tra Tunisi e Sousse. Tredici voli sono stati organizzati nella notte con destinazione Londra, Manchester, Amsterdam, Bruxelles e San Pietroburgo.

Il ministro del Turismo Selma Elloumi Rekik ha riconosciuto che l’attacco di ieri è stato “un duro colpo per la Tunisia”. Dopo l’attacco al museo Bardo di Tunisi dello scorso mese di marzo, il settore strategico del turismo tunisino ha registrato un calo del 25,7% su base annua di turisti. Il settore rappresenta circa il 7% del Prodotto interno lordo della Tunisia.

Intanto la polizia del Kuwait sta interrogando numerose persone con l’accusa di essere coinvolte nell’attentato suicida all’interno di una moschea sciita della capitale, che ieri, venerdì di Ramadan, ha ucciso 27 persone riunite in preghiera e ne ha ferite altre 220. “Abbiamo arrestato numerose persone sospettate di avere legami con l’attentatore suicida”, ha detto una fonte della sicurezza della petromonarchia.

Il gruppo Stato islamico si è assunto la responsabilità dell'attentato, che è il primo attacco terroristico da più di due decenni nel piccolo paese petrolifero del golfo arabo, a maggioranza sunnita. Un comunicato diffuso dall’organizzazione la “provincia di Najd” – autodefinitasi la branca saudita del gruppo islamista – identifica l’attentatore suicida come Abu Suleiman al-Muwahhid. La moschea sarebbe stata scelta come obiettivo dai jihadisti perché “diffondeva gli insegnamenti sciiti tra la popolazione sunnita”. Il governo kuwaitiano ha dichiarato il lutto nazionale e ha disposto i funerali di stato per le vittime.

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24/02/2015

Kuwait - Dove il sovrano è "immune ed inviolabile"


Due anni di carcere per aver “insultato il re”. E’ la condanna inflitta ieri dalla Corte d’appello del Kuwait a Musallam al-Barrak, leader dell’opposizione della piccola petromonarchia, condanna accompagnata da manifestazioni nel centro della capitale represse dalle forze dell’ordine con granate assordanti e lacrimogeni che hanno provocato diversi feriti.

Barrak, ex parlamentare, era passato all’opposizione dopo che il suo partito, il Movimento di Azione Popolare (PAM) aveva boicottato le elezioni di dicembre 2012 e luglio 2013 svoltesi dopo l’approvazione della nuova legge elettorale voluta dalla monarchia al-Sabah. Nel tentativo di impedire il passaggio della legge, che secondo il PAM avrebbe di fatto permesso alla casa regnante kuwaitina di “manipolare l’esito delle urne ed eleggere un Parlamento-fantoccio”, Barrak nell’ottobre del 2012 aveva tenuto un discorso durante una protesta di decine di migliaia di cittadini mettendoli in guardia sulla pericolosità della norma. “In nome della nazione – recita la frase incriminante pronunciata – in nome del popolo, noi non la lasceremo, Vostra Altezza, praticare un governo autocratico”.

Alle elezioni di dicembre aveva comunque ricevuto il numero più alto di voti della storia del Kuwait: 31 mila preferenze, per un emirato di oltre 2 milioni di abitanti che concede il diritto di voto solo a una parte di quel 10 percento della popolazione con cittadinanza (kuwaitini sopra i 30 anni, non membri delle forze armate e, dal 2006, anche donne), voti subito annullati dal tribunale.

Nell’aprile del 2013 era arrivata la prima condanna, pronunciata dal tribunale dell’emirato: cinque anni per aver insultato re Sheikh Sabah al-Ahmad al-Sabah, attuale rappresentante di una dinastia che regna ininterrottamente da 250 anni in un paese in cui la Costituzione definisce il sovrano come “immune e inviolabile” e il codice penale del 1970 prevede pene detentive fino a cinque anni per chiunque “obietti i diritti e l’autorità dell’emiro o lo critichi”. 

“Potete imprigionare il mio corpo – ha dichiarato Barrak dopo la sentenza – ma non le mie idee né la mia volontà”. “Ci appelleremo – ha detto invece il suo legale, Thamer al-Jadaei – e chiederemo alla corte di sospendere la sentenza”. Ma sono flebili le speranze che il verdetto possa essere annullato. Dalle proteste di massa del 2012, infatti, il governo ha represso duramente l’opposizione, con un giro di vite che ha portato all’arresto e alla condanna di numerosi rappresentanti, fino ad arrivare alla revoca della cittadinanza al portavoce del PAM, Saad al-Ajmi, lo scorso settembre.

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24/10/2014

Forze armate italiane in Kuwait per la guerra all’Isis

Parte dal Kuwait l’avventura militare italiana contro le milizie del Califfato. Nei giorni scorsi, un velivolo tanker Boeing KC-767-A in dotazione al 14° Stormo dell’Aeronautica di Pratica di Mare (Roma) è stato trasferito nella base aerea di Kuwait City per rifornire in volo i cacciabombardieri della coalizione internazionale a guida Usa impegnati contro l’Isis in Iraq e Siria. Sempre in Kuwait, petromonarchia che ha contribuito ad addestrare, finanziare ed armare  i gruppi di miliziani in lotta contro il regime di Bashar Assad poi confluiti nell’esercito del Califfato, l’Aeronautica rischiererà entro un paio di settimane due droni-spia “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia). Perché siano pienamente operativi, i velivoli senza pilota dovranno essere riconfigurati per la nuova missione bellica e sarà necessario allestire in loco le necessarie infrastrutture logistiche.

Secondo quanto dichiarato in Parlamento il 16 ottobre scorso dalla ministra della Difesa Roberta Pinotti, il contributo italiano alla Coalizione internazionale prevede pure il dispiegamento di 200 addestratori e 80 “consiglieri” militari, molto probabilmente a Erbil, nel Kurdistan iracheno, per addestrare le unità locali e i battaglioni dei pershmega curdi. Alcuni ufficiali italiani saranno distaccati infine a Tampa (Florida), sede del Comando centrale che guida l’Operazione Inherent Resolve, com’è stata chiamata dal Pentagono la nuova campagna di guerra in Medio Oriente. “Il contributo dell’Italia alla lotta contro lo Stato islamico deve proseguire e in tale contesto hanno preso avvio lo studio e la pianificazione di altri interventi, come la fornitura di ulteriori stock di munizioni e armi di cui potranno far parte anche controcarro e blindati in uso all’Esercito Italiano”, ha spiegato la ministra Pinotti. Le autorità militari prevedono inoltre d’inviare “altri assetti pilotati per la ricognizione aerea” come i cacciabombardieri AMX e Tornado, ma c’è da immaginare che inevitabilmente saranno impiegati in azioni di attacco e bombardamento. Secondo l’agenzia Adnkronos, militari curdi potrebbero essere ospitati infine in Italia nei centri dell’Esercito di Cassino (Frosinone) e Persano (Salerno) e nei poligoni di Monteromano (Viterbo) e Capo Teulada (Cagliari) per essere addestrati all’uso dei sistemi d’arma che il nostro paese ha ceduto nei mesi scorsi al “governo regionale” del Kurdistan irakeno (200 mitragliatrici 42/59 calibro 7,62 ed M-2 Browning calibro 12.7 e 2.000 razzi per Rpg).

Il trasferimento di velivoli da guerra e droni spia in Kuwait contribuirà a rafforzare la partnership tra le forze armate italiane e quelle locali e offrirà sicuramente nuove opportunità d’investimento e affari per il complesso militare-industriale-finanziario (Finmeccanica). L’11 dicembre 2003, Italia e Kuwait hanno sottoscritto un Memorandum d’Intesa sulla cooperazione nel campo della difesa (ratificato con legge n. 147 del 18 luglio 2005) che promuove lo “scambio di conoscenze specialistiche” nei settori dell’addestramento della tecnologia informatica, di osservatori in esercitazioni militari e d’“informazioni tecniche sui mezzi militari in costruzione”; la realizzazione di programmi e corsi d’istruzione militari; l’assistenza tecnica sugli equipaggiamenti e sui sistemi di difesa. Un Memorandum of Agreement concernente la cooperazione nel campo della difesa è stato firmato il 18 luglio 2012 a Kuwait City dal Segretario Generale della difesa italiano, gen. Claudio Debertolis e dal Capo di stato maggiore del Kuwait, Khaled Jarrah Al-Sabah. Con questo memorandum, Italia e Kuwait si sono impegnate a collaborare più strettamente nelle fasi basiche ed avanzate dell’addestramento al volo.

Gli ultimi due anni hanno visto un crescendo d’incontri, visite ufficiali e corsi addestrativi bilaterali. Nel marzo 2013, una delegazione della Marina militare kuwaitiana è stata ospitata nella base di elicotteri di Luni (La Spezia) per visitare il Centro di Simulazione e Missione della Marina italiana e “conoscere le caratteristiche degli elicotteri EH101 e SH 90”, attualmente in forza rispettivamente al 1° e al 5° Gruppo Elicotteri. “Alla delegazione è stata offerta la possibilità di decollare virtualmente da bordo delle navi Cavour e Caio Duilio, eseguendo degli appontaggi su alcune piattaforme petrolifere posizionate in prossimità della costa”, ha riferito il Ministero della difesa italiano. Gli alti ufficiali del Kuwait si sono trasferiti poi presso il Comando delle forze di contromisure mine a La Spezia, dove vengono svolti “corsi di sicurezza per la lotta antincendio” a favore di equipaggi di unità navali estere (tra gli altri, gli Emirati Arabi Uniti). “Fortemente interessata alla componente cacciamine italiane, la delegazione kuwaitiana ha potuto approfondire la visita a bordo di Nave Gaeta, prima unità ammodernata dell’omonima classe”, ha aggiunto il portavoce della Difesa.

Due mesi più tardi è stato il Capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare del Kuwait ad essere ricevuto a Roma dall’omologo italiano, gen. Pasquale Preziosa. Il generale kuwaitiano si è recato poi in visita a Torino Caselle presso gli stabilimenti dell’industria aeronautica Alenia (gruppo Finmeccanica) e al 61° Stormo dell’Aeronautica militare di Galatina, Lecce, sede della scuola internazionale di addestramento al volo e al pilotaggio di cacciabombardieri (sei allievi piloti kuwaitiani ne sono ospiti). Il 7 luglio 2013 l’allora ministra degli esteri Emma Bonino si è recata in visita ufficiale in Kuwait per incontrare l’emiro Sabah Al Ahmad Al Jaber Al Sabah e il Primo Ministro Sheikh Jaber Al-Mubarak Al-Hamad Al-Sabah. “La fitta agenda del Ministro degli Esteri s’inquadra nell’alveo della visita del Presidente del Consiglio Monti il 6 novembre 2011, seguita alla visita di Stato in Italia dell’Emiro del 2010 e ha tra i suoi pilastri il rafforzamento dei rapporti tra i due governi nel campo della Difesa e in quello economico”, si legge nel comunicato emesso dalla Farnesina. Nell’occasione, la Bonino si è riunita anche con i vertici della Kuwait Petroleum Corporation, proprietaria in Italia di una vasta rete di distributori di benzina e gasolio e della grande raffineria siciliana di Milazzo (in società quest’ultima con il gruppo Eni). A fine settembre 2013, sono stati l’allora sottosegretaria alla Difesa, Roberta Pinotti, e il Capo del Segretariato Generale della Difesa, gen. Enzo Vecciarelli a recarsi a Kuwait City.

Il 14 febbraio 2014, l’ambasciatore in Italia del Kuwait, Sheikh Ali Khaled Al-Sabah, è stato accolto dai comandanti del 61° Stormo di Galatina per una visita ai simulatori di volo del caccia-addestratore Aermacchi MB-339, alle strutture del Ground Based Training System - G.B.T.S., il sistema integrato di addestramento aereo basato sul nuovo velivolo T-346A (prodotto da Alenia Aermacchi), e al cosiddetto R.E.S. (Representation and Elaboration System), il sistema che consente, in maniera automatizzata e computerizzata, di ricostruire la complessa dinamica delle missioni di volo.

A fine dicembre, il 30° gruppo navale della Marina militare con la portaerei “Cavour”, l’unità rifornitrice “Etna”, la fregata lanciamissili “Bergamini” e il pattugliatore d’altura “Borsini” hanno fatto tappa in Kuwait durante il lungo tour promozionale in Africa e Medio Oriente pro sistemi d’arma made in Italy. Nel corso del contemporaneo “salone della difesa” di Kuwait City, i manager di Selex ES, azienda del gruppo Finmeccanica produttrice di sistemi radar, sorveglianza, intelligence, ecc., hanno annunciato l’apertura in loco di una sussidiaria, Selex ES Kuwait. Quest’ultima ha stipulato una joint venture con la compagnia kuwaitiana al-Safwa Security and Defence Systems per avviare progetti nel settore dell’elettronica militare e navale.

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21/10/2013

Golfo: 100 mila lavoratori schiavi dei petromonarchi

Circa 100 mila lavoratori sono tenuti in condizione di schiavitù dai petromonarchi del Golfo. E' stata la Walk Free Foundation (WFF) a rivelare questo dato che getta una ulteriore ombra sul rispetto dei diritti umani e civili nei sei ricchi Stati del Golfo, alleati di ferro degli Stati Uniti e dell'Occidente e, per questo, mai soggetti a sanzioni internazionali per il loro comportamento.

In totale gli "schiavi" nel Golfo sono 95.411, scrive la WFF, in maggioranza in Arabia saudita (57.504), negli Emirati arabi uniti (18.713) e nel Kuwait (6.608). Si tratta di persone, molto spesso straniere, che sono vittime di traffico di esseri umani, di matrimoni forzati, di situazioni debitorie, di sfruttamento di minori. Peraltro a inizio anno l'ILO, l'Ufficio internazionale del lavoro, aveva denunciato che in Medio Oriente circa 600 mila migranti sono, di fatto, costretti al lavoro forzato (i migranti nella regione sono oltre 2 milioni).

Non è la prima volta che le petromonarchie sono messe sotto accusa per lo sfruttamento del lavoro e per le condizioni di vita imposte ai migranti. Il Qatar - dove il 94% dei lavoratori è formato da stranieri - anche in questi ultimi giorni è stato fortemente criticato per le durissime condizioni di lavoro ai quali sono soggetti i tanti manovali asiatici impegnati nei cantieri degli stadi per i Mondiali di calcio del 2022. Denunce a raffica investono altre petromonarchie, in particolare quella saudita, per le violenze e le discriminazioni che subiscono le donne asiatiche e africane impiegate come domestiche.

L'ILO calcola che 3,4 abitanti su 1000 in Medio Oriente sono costretti al lavoro forzato.

Nonostante i rapporti preparati annualmente dallo stesso Dipartimento di Stato americano rivelino che l'Arabia saudita e il Kuwait sono tra i Paesi arabi più responsabili per il traffico di esseri umani e la schiavitù, Washington e i Paesi occidentali non muovono un passo per imporre ai loro alleati del Golfo di rispettare i diritti umani fondamentali.
Nel mondo sono circa 30 milioni le persone in stato di schiavitù, molte delle quali donne che sono costrette a lavorare senza alcuna retribuzione e, spesso, a prostituirsi. Il 76% di questi 30 milioni di schiavi vivono in dieci Paesi: India, Cina, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Russia, Tailandia, Repubblica democratica del Congo, Myanmar e Bangladesh.

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20/11/2012

Monti in Kuwait: "Italia a buon mercato, comprate! Non garantisco sul dopo-voto"

"Non posso garantire per il futuro”. Lo ha detto il premier Mario Monti commentando la prima tappa della sua missione nel Golfo a caccia di investitori per l’Italia, in risposta a chi gli ha chiesto se se abbia fornito in Kuwait garanzie sull’affidabilità del Paese dopo il suo mandato. “Chi governerà deve avere come obiettivo quello di continuare a garantire crescita, giustizia, lotta a corruzione e evasione”, ha aggiunto. I prezzi da saldo sono invece le leve usate per attrarre i capitali dei fondi sovrani arabi. Le valutazioni ”sono ai minimi e servono capitali per la crescita. Abbiamo illustrato a potenziali investitori che è il momento in cui i titoli a reddito fisso e le valutazione delle imprese in Italia sono bassi. E’ il momento di comprare “a buon mercato” perché si rivaluteranno”, è stato il messaggio. ”I più avveduti, quelli che sono in grado di valutare il percorso di risanamento e riforme messo in campo ritengono che l’Italia abbia imboccato una strada giusta, proficua e promettente: ritengo che ci siano oggi buone opportunità di investimenti in Italia”, ha aggiunto.

In vendita “asset, equities e probabilmente anche real estate, destinati a rivalutarsi. L’Italia proprio perché ha perso 10-15 anni rispetto all’Eurozona se si rimette in carreggiata ha una potenzialità maggiore rispetto ad altri Paesi”, ha poi precisato il premier che nel viaggio è accompagnato dal presidente e dall’amministratore delegato della Cassa Depositi e Prestiti in queste settimane alle prese con due trattative piuttosto delicate, una sul fronte interno con le fondazioni bancarie che ne controllano il 30% e una su quello esterno con Telecom Italia. In entrambi i casi l’oggetto della trattativa è una questione di prezzo: quello che le fondazioni dovranno pagare per mantenere invariata la loro partecipazione  e quello che la Cassa, che gestisce il risparmio postale degli italiani, dovrà pagare a Telecom per la rete telefonica.

Cassa depositi e Prestiti “con circa 300 miliardi di attivo sta svolgendo un ruolo crescente nell’economia italiana e ha avviato relazioni con partner internazionali di alto profilo, può interloquire con investitori esteri interessati all’Italia sul piano paritario”, ha detto Monti nella conferenza stampa in Kuwait. “Siamo oggi accompagnati qui dai vertici di Cdp e dal Fondo Strategico Italiano (Fsi) costituito un anno fa” da Cassa per “favorire il business italiano”: il sistema Italia può usufruire del suo appoggio grazie al fatto che si è impegnato a portare avanti il processo di registrazione necessario alle imprese italiane per partecipare a importanti gare in diversi Paesi. Come appunto il Kuwait dove è in atto un importante piano da 150 miliardi di euro, ricorda il premier citando diverse opportunità che si aprono per le imprese tricolori. Come quella per la realizzazione di otto ospedali, oltre alle opere infrastrutturali. Ma anche quelle per la realizzazione di impianti petroliferi per un paese che si è posto come obiettivo quello di aumentare l’attuale produzione da 3,1 a 3,5 milioni di barili al giorno di oro nero.

”Poteva risparmiarsi questa battuta di cattivo gusto”, ha replicato a distanza il leader di Sel, Nichi Vendola, a proposito della mancata “garanzia” sull’affidabilità dell’Italia dopo il voto. “Credo che un presidente del Consiglio – ha aggiunto – non possa lanciare strali sul futuro. Penso che Monti abbia rappresentato un danno per il Paese e credo che un’alternativa di centrosinistra possa riacchiappare un’Italia alla deriva e rimetterla in piedi”. Mentre secondo il leader Idv, Antonio di Pietro, quello di Monti è “un ricatto bello e buono: o rivado io al governo, o agli investitori stranieri dico che non garantisco per l’affidabilità del Paese dopo di me”. “Ma questa – attacca il capo dell’Idv – è una cosa gravissima e dimostra come da parte sua non ci sia né senso dello Stato, né rispetto per la democrazia dell’alternanza”.

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Il dato positivo di questa notizia (al solito presentata con toni ampiamente ridimensionanti la sua oggettiva gravità) è che finalmente viene messo nero su bianco il fatto che il Governo lavora per svendere pezzi di patrimonio pubblico destinati a rivalutarsi. Il fatto che venga ammesso candidamente che le istituzioni italiane lavorino per garantire la speculazione internazionale sui nostri beni la dice lunga sul potere assoluto che questa gente sente d'avere in mano.
Il dato negativo risiede invece nelle reazioni politiche alle parole di Monti, nessuno tra i citati dall'articolo entra nel merito dello sperpero del patrimonio nazionale (quindi pure mio, di voi che leggete, di vostra nonna ecc.) preferendo scagliarsi contro la mancanza d'affidabilità che Monti ha espresso indirettamente verso il governo che potrebbe reggere la prossima legislatura, come se fosse un segreto che la classe politica ha le pezze al culo anche secondo i falchi del liberismo.

In questi momenti avverto più che mai il peso della cappa d'indolenza e ignoranza della gente.