di Michele Giorgio – Il Manifesto
I media di Abu Dhabi e Dubai ieri hanno celebrato con orgoglio le foto di Giove e
Saturno inviate dalla sonda emiratina “Hope” che ha percorso i primi 100
km del suo viaggio verso Marte. Presto in ossequio a Mohammed bin
Zayed, principe ereditario e reggente, esalteranno l’acquisto da parte
degli Emirati di caccia di produzione statunitense F-35, i più avanzati
al mondo.
A confermarlo indirettamente è stato ieri il segretario di
stato Usa Mike Pompeo proprio mentre a Gerusalemme si affannava a
spiegare che la vendita ad Abu Dhabi degli F-35 – in possesso solo di
Israele in Medio oriente – non è stata ancora definita e non rientra nel
quadro degli accordi di normalizzazione tra Israele ed Emirati. Ma si
farà. Perché questa è una delle condizioni non scritte più importanti
poste da Mohammed Bin Zayed per il via libera ai rapporti alla
luce del sole con lo Stato ebraico e per dimenticare i diritti dei
palestinesi. Abu Dhabi, forte dell’alleanza con Israele, punta ad essere
la potenza regionale araba a scapito dei cugini-rivali dell’Arabia Saudita. E ha bisogno degli F-35.
Il governo israeliano si era agitato. Netanyahu si è
ritrovato sotto accusa per aver dato la sua tacita approvazione alla
vendita degli aerei ai nuovi alleati nel Golfo – però continua a negarlo
– senza aver prima consultato almeno il ministro della difesa Benny
Gantz. Pompeo si è precipitato a Gerusalemme. Ha detto che gli
Stati Uniti troveranno un modo per bilanciare l’aiuto agli Emirati senza
che ci siano ripercussioni per Israele.
Tel Aviv continuerà a godere, grazie alle armi di Washington – pagate
in buona parte con i soldi del contribuente statunitense – di una netta
superiorità militare nella regione mediorientale. «Gli Stati Uniti
hanno un impegno giuridico» nei confronti di Israele «e continueranno a
rispettarlo», ha ricordato Pompeo facendo riferimento alla legge voluta
dal Congresso che condiziona all’approvazione di Israele le vendite di
armi americane ai paesi arabi (e non solo), anche quelli che sono
alleati e collaborano attivamente con Tel Aviv.
Allo stesso tempo il segretario di stato ha fatto capire che
ci sono anche gli Emirati con cui gli Usa «hanno rapporti in materia di
sicurezza da oltre 20 anni... ai quali – ha spiegato – abbiamo fornito
assistenza tecnica e militare... e continueremo ad accertarci di fornire
loro ciò di cui hanno bisogno per mettere al sicuro e difendere la
propria gente dalla minaccia (iraniana)». In sostanza ci sono
in ballo anche i miliardi di dollari che gli Emirati sono pronti a
spendere per avere gli F-35 e Tel Aviv deve mostrare un po’ di
flessibilità.
Gli Usa ora parlano di nuovi importanti sviluppi diplomatici. «Spero
davvero di vedere altri paesi arabi unirsi a tutto questo», ha detto
Pompeo riferendosi all’accordo Israele-Emirati. «Per gli arabi – ha
detto – è l’occasione di lavorare fianco a fianco, di riconoscere lo
Stato di Israele... e di rafforzare la stabilità in Medio Oriente e
migliorare la vita delle persone».
Washington ora preme sull’Arabia Saudita, vuole una decisione
in tempi stretti. Ma da Riyadh arrivano pochi segnali. Negli ultimi
due-tre anni i Saud erano apparsi i più pronti all’accordo con Israele.
Invece, dopo il passo fatto da Abu Dhabi, Mohammed bin Salman, erede al
trono saudita, ha preso male la love story tra Emirati e Israele
e ha tirato il freno a mano. Come d’incanto si è ricordato dei diritti
dei palestinesi che proprio lui aveva totalmente messo da parte. Quindi
ha fatto sapere che, senza lo Stato palestinese, Riyadh non firmerà
alcun accordo.
Più semplice il caso del Bahrain, una delle tappe del tour di Pompeo,
assieme a Sudan e, appunto, Emirati. Re Hamad, si dice, a Manama
comunicherà a Pompeo la sua decisione definitiva sui tempi della
normalizzazione con Israele. E altrettanto forse farà il Sudan dove si è
recato il capo del Mossad, Yossi Cohen, il vero artefice dell’accordo
tra Emirati e Israele.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/02/2017
Bahrain - "L'Occidente copre una monarchia liberticida"
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Il Bahrain precipita nell’abisso. Due giorni fa la Camera Bassa dell’Assemblea Nazionale, di fatto controllata da re Hamad bin Isa al Khalifa, ha approvato un emendamento alla Costituzione che consentirà ai tribunali militari di processare i civili.
Il voto conferma l’intenzione della monarchia assoluta sunnita di imporre uno stato di polizia in questo piccolo arcipelago del Golfo e di rinunciare al dialogo con il movimento per le riforme emerso in Piazza della Perla nel 2011. Re Hamad, forte dell’alleanza di Arabia Saudita e Stati Uniti, che in Bahrain hanno la base della V Flotta, giustifica le misure liberticide con l’urgenza di combattere un “complotto” messo in atto dal vicino Iran.
Continua inoltre a non riconoscere il diritto all’uguaglianza con i sunniti reclamato dalla maggioranza sciita della popolazione. Nell’ultimo anno in Bahrain sono stati arrestati numerosi attivisti politici e dei diritti umani, tra i quali Nabeel Rajab (al quale ieri è stata rifiutata la scarcerazione su cauzione). Altri sono stati costretti all’esilio.
A gennaio sono stati giustiziati tre oppositori condannati per l’uccisione di un poliziotto – le loro confessioni, secondo i centri per i diritti umani, sarebbero state estorte con la tortura – e quattro ricercati sono stati uccisi dalla polizia in circostanze oscure.
Abbiamo intervistato Ibrahim Sharif, leader del partito socialista bahranita Waad. Figura politica di primo piano, Sharif ha trascorso diversi anni in esilio e, al rientro in patria, nelle prigioni di re Hamad.
Quanto aggrava il quadro generale l’emendamento approvato dalla Camera Bassa?
Parecchio. In verità non ci aspettavamo un esito diverso dalla Camera Bassa. L’approvazione dell’emendamento alla Costituzione era scontata dal momento stesso in cui il governo aveva proposto la modifica dell’articolo 105. Non è ancora chiaro quali reati saranno di competenza dalle corti militari, sicuramente quelli di terrorismo. In ogni caso la situazione sta peggiorando e non da qualche mese come pensano alcuni. Va avanti così da anni. Dopo le aperture fatte dalla monarchia all’inizio dello scorso decennio, le garanzie costituzionali e politiche sono state gradualmente ritirate. Nel 2007-8 andava peggio che nel 2000, nel 2011 c’è stata la soppressione violenta del movimento di Piazza della Perla (con l’aiuto di Arabia Saudita ed Emirati, ndr). Oggi è persino peggio che nel 2011. Eppure il popolo bahranita non si arrende, non si lascia intimidire.
Re Hamad denuncia una cospirazione sciita iraniana
(Ride)... La storia si ripete. Negli anni ’60 le monarchie locali parlavano degli oppositori e progressisti in Bahrain e negli altri Paesi del Golfo come degli agenti al servizio del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. Poi sono passati a paventare altri complotti esterni. Ora ci descrivono come agenti dell’Iran. La monarchia sfrutta a suo vantaggio la spaccatura, più profonda in questi ultimi anni, tra musulmani sunniti e sciiti nella regione e lo scontro tra Iran e Arabia Saudita. Questa strategia, per ora, è vincente. Faccio parte della comunità sunnita e so che al suo interno non mancano le voci critiche al regime. La diffidenza dei sunniti nei confronti degli sciiti però è più forte delle critiche al re e sino a quando esisterà la monarchia potrà agitare con successo il “pericolo sciita iraniano”.
Lanciate appelli alla comunità internazionale, senza risultati
Barack Obama ci aveva illuso. Nel 2011 aveva appoggiato le sollevazioni in Egitto e Tunisia lasciandoci immaginare un atteggiamento diverso degli Usa nella regione, anche qui in Bahrain. Dal 2013 in poi Obama ha cambiato linea, ha preso le distanze dalle popolazioni arabe per prendersi cura solo degli interessi americani e di quelli dei regimi alleati. Questo ha dato carta bianca alla monarchia bahranita. A ben poco peraltro sono servite le nostre proteste contro l’atteggiamento della Gran Bretagna (ex potenza coloniale in Bahrain,ndr) che continua a sostenere re Hamad e a vendergli armi. E siamo delusi anche dalla linea dell’Unione europea. L’Europarlamento ha adottato qualche posizione importante ma il braccio esecutivo dell’Ue, la Commissione, non entra nelle vicende del Bahrain, tace sui crimini che subisce il nostro popolo.
La vostra azione sino ad oggi è stata pacifica. I giovani però scalpitano, sono stanchi dall’assenza di risultati politici e cominciano a sfidare la leadership storica dell’opposizione bahranita
Sino ad oggi un solo gruppo ha compiuto operazioni armate contro le forze di sicurezza e credo che l’opposizione resterà pacifica. Sì, tra i giovani regna la frustrazione ma il consenso alla linea dell’opposizione resta forte. Ci sono principi che uniscono ancora gran parte dei bahraniti che lottano per il cambiamento: democrazia, libertà, uguaglianza tra sunniti e sciiti, una costituzione nuova. Non ci interessa una repubblica, anche se siamo repubblicani di natura. La cosa fondamentale è che il potere sia nelle mani del popolo, monarchia o repubblica in quel caso sono poco importanti.
Fonte
Il Bahrain precipita nell’abisso. Due giorni fa la Camera Bassa dell’Assemblea Nazionale, di fatto controllata da re Hamad bin Isa al Khalifa, ha approvato un emendamento alla Costituzione che consentirà ai tribunali militari di processare i civili.
Il voto conferma l’intenzione della monarchia assoluta sunnita di imporre uno stato di polizia in questo piccolo arcipelago del Golfo e di rinunciare al dialogo con il movimento per le riforme emerso in Piazza della Perla nel 2011. Re Hamad, forte dell’alleanza di Arabia Saudita e Stati Uniti, che in Bahrain hanno la base della V Flotta, giustifica le misure liberticide con l’urgenza di combattere un “complotto” messo in atto dal vicino Iran.
Continua inoltre a non riconoscere il diritto all’uguaglianza con i sunniti reclamato dalla maggioranza sciita della popolazione. Nell’ultimo anno in Bahrain sono stati arrestati numerosi attivisti politici e dei diritti umani, tra i quali Nabeel Rajab (al quale ieri è stata rifiutata la scarcerazione su cauzione). Altri sono stati costretti all’esilio.
A gennaio sono stati giustiziati tre oppositori condannati per l’uccisione di un poliziotto – le loro confessioni, secondo i centri per i diritti umani, sarebbero state estorte con la tortura – e quattro ricercati sono stati uccisi dalla polizia in circostanze oscure.
Abbiamo intervistato Ibrahim Sharif, leader del partito socialista bahranita Waad. Figura politica di primo piano, Sharif ha trascorso diversi anni in esilio e, al rientro in patria, nelle prigioni di re Hamad.
Quanto aggrava il quadro generale l’emendamento approvato dalla Camera Bassa?
Parecchio. In verità non ci aspettavamo un esito diverso dalla Camera Bassa. L’approvazione dell’emendamento alla Costituzione era scontata dal momento stesso in cui il governo aveva proposto la modifica dell’articolo 105. Non è ancora chiaro quali reati saranno di competenza dalle corti militari, sicuramente quelli di terrorismo. In ogni caso la situazione sta peggiorando e non da qualche mese come pensano alcuni. Va avanti così da anni. Dopo le aperture fatte dalla monarchia all’inizio dello scorso decennio, le garanzie costituzionali e politiche sono state gradualmente ritirate. Nel 2007-8 andava peggio che nel 2000, nel 2011 c’è stata la soppressione violenta del movimento di Piazza della Perla (con l’aiuto di Arabia Saudita ed Emirati, ndr). Oggi è persino peggio che nel 2011. Eppure il popolo bahranita non si arrende, non si lascia intimidire.
Re Hamad denuncia una cospirazione sciita iraniana
(Ride)... La storia si ripete. Negli anni ’60 le monarchie locali parlavano degli oppositori e progressisti in Bahrain e negli altri Paesi del Golfo come degli agenti al servizio del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. Poi sono passati a paventare altri complotti esterni. Ora ci descrivono come agenti dell’Iran. La monarchia sfrutta a suo vantaggio la spaccatura, più profonda in questi ultimi anni, tra musulmani sunniti e sciiti nella regione e lo scontro tra Iran e Arabia Saudita. Questa strategia, per ora, è vincente. Faccio parte della comunità sunnita e so che al suo interno non mancano le voci critiche al regime. La diffidenza dei sunniti nei confronti degli sciiti però è più forte delle critiche al re e sino a quando esisterà la monarchia potrà agitare con successo il “pericolo sciita iraniano”.
Lanciate appelli alla comunità internazionale, senza risultati
Barack Obama ci aveva illuso. Nel 2011 aveva appoggiato le sollevazioni in Egitto e Tunisia lasciandoci immaginare un atteggiamento diverso degli Usa nella regione, anche qui in Bahrain. Dal 2013 in poi Obama ha cambiato linea, ha preso le distanze dalle popolazioni arabe per prendersi cura solo degli interessi americani e di quelli dei regimi alleati. Questo ha dato carta bianca alla monarchia bahranita. A ben poco peraltro sono servite le nostre proteste contro l’atteggiamento della Gran Bretagna (ex potenza coloniale in Bahrain,ndr) che continua a sostenere re Hamad e a vendergli armi. E siamo delusi anche dalla linea dell’Unione europea. L’Europarlamento ha adottato qualche posizione importante ma il braccio esecutivo dell’Ue, la Commissione, non entra nelle vicende del Bahrain, tace sui crimini che subisce il nostro popolo.
La vostra azione sino ad oggi è stata pacifica. I giovani però scalpitano, sono stanchi dall’assenza di risultati politici e cominciano a sfidare la leadership storica dell’opposizione bahranita
Sino ad oggi un solo gruppo ha compiuto operazioni armate contro le forze di sicurezza e credo che l’opposizione resterà pacifica. Sì, tra i giovani regna la frustrazione ma il consenso alla linea dell’opposizione resta forte. Ci sono principi che uniscono ancora gran parte dei bahraniti che lottano per il cambiamento: democrazia, libertà, uguaglianza tra sunniti e sciiti, una costituzione nuova. Non ci interessa una repubblica, anche se siamo repubblicani di natura. La cosa fondamentale è che il potere sia nelle mani del popolo, monarchia o repubblica in quel caso sono poco importanti.
Fonte
31/01/2017
"Unified Trident" attacco simulato all'Iran
di Michele Giorgio il Manifesto
Si chiamano “Unified Trident” e si svolgeranno a partire da oggi davanti alle coste del Bahrain, quindi non lontano da quelle iraniane, le manovre navali che vedranno la Marina britannica guidare per tre giorni navi da guerra americane, francesi e australiane. Obiettivo principale delle manovre è simulare un attacco all’Iran, con il rischio di aggravare la tensione nel Golfo, salita da quando Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e ha caratterizzato i suoi primi giorni alla Casa Bianca con una raffica di decreti esecutivi. Tra questi, il “muslimban”, che colpisce direttamente i cittadini iraniani, oltre a quelli di diversi paesi arabi.
Le manovre inviano un avvertimento a Tehran, in linea con l’approccio duro che tanto piace al Segretario alla difesa Usa James Mattis, uno dei comandanti militari americani che avrebbero fatto la guerra all’Iran e non certo firmato l’accordo sul nucleare voluto dall’ex presidente Barack Obama. Il Golfo di recente è stato teatro di diversi episodi che hanno fatto temere una escalation dalle conseguenze devastanti. Ad inizio gennaio il cacciatorpediniere USS Mahan ha sparato colpi di avvertimento in direzione di quattro motovedette iraniane. La stessa unità assieme alla USS Hopper, alla nave ammiraglia britannica HMS Ocean e al cacciatorpediere HMS Daring, alla fregata francese FS Forbin e a unità da guerra australiane, prenderà parte a “Unified Trident”.
Non è chiaro se Donald Trump e il re saudita Salman abbiano discusso delle manovre militari nel Golfo, durante la telefonata che i due hanno avuto tra domenica e lunedì. Trump e Salman, secondo le notizie disponibili, hanno parlato della creazione di “zone sicure” per i civili in Siria. Tuttavia è impensabile che non abbiamo discusso anche di Iran, avversario dell’Arabia saudita, nei confronti del quale Trump ha promesso il pugno di ferro e il boicottaggio dell’accordo sul programma nucleare che ha firmato con i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (più la Germania) nell’estate del 2015. In questo quadro il minuscolo Bahrain, che ospita la V Flotta Usa e il Navcent (United States Naval Forces Central Command), rivestirà un ruolo strategico ancora più importante. E re Hamad bin Isa al Khalifa, già protetto dalla monarchia saudita e dagli altri petromonarchi, potrà garantirsi il silenzio di Washington, Londra e delle altre capitali occidentali sui crimini che commette contro i suoi sudditi.
Proprio ieri a Manama sono divampati nuovi scontri, tra manifestanti e la polizia, durante la prima udienza del processo che vede sul banco degli imputati il leader religioso sciita, Isa Qasim, accusato di essere “un agente” dell’Iran. Accusa che re Hamad rivolge a tutti gli oppositori per guadagnarsi il sostegno di Riyadh e dell’Occidente. La frustrazione della popolazione, in maggioranza sciita, intanto cresce e qualcuno ha già preso le armi. Due giorni fa un poliziotto è stato ucciso in un agguato delle “Brigate Ashtar”, un sedicente gruppo armato sciita che ha già rivendicato altri attacchi.
Fonte
Si chiamano “Unified Trident” e si svolgeranno a partire da oggi davanti alle coste del Bahrain, quindi non lontano da quelle iraniane, le manovre navali che vedranno la Marina britannica guidare per tre giorni navi da guerra americane, francesi e australiane. Obiettivo principale delle manovre è simulare un attacco all’Iran, con il rischio di aggravare la tensione nel Golfo, salita da quando Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti e ha caratterizzato i suoi primi giorni alla Casa Bianca con una raffica di decreti esecutivi. Tra questi, il “muslimban”, che colpisce direttamente i cittadini iraniani, oltre a quelli di diversi paesi arabi.
Le manovre inviano un avvertimento a Tehran, in linea con l’approccio duro che tanto piace al Segretario alla difesa Usa James Mattis, uno dei comandanti militari americani che avrebbero fatto la guerra all’Iran e non certo firmato l’accordo sul nucleare voluto dall’ex presidente Barack Obama. Il Golfo di recente è stato teatro di diversi episodi che hanno fatto temere una escalation dalle conseguenze devastanti. Ad inizio gennaio il cacciatorpediniere USS Mahan ha sparato colpi di avvertimento in direzione di quattro motovedette iraniane. La stessa unità assieme alla USS Hopper, alla nave ammiraglia britannica HMS Ocean e al cacciatorpediere HMS Daring, alla fregata francese FS Forbin e a unità da guerra australiane, prenderà parte a “Unified Trident”.
Non è chiaro se Donald Trump e il re saudita Salman abbiano discusso delle manovre militari nel Golfo, durante la telefonata che i due hanno avuto tra domenica e lunedì. Trump e Salman, secondo le notizie disponibili, hanno parlato della creazione di “zone sicure” per i civili in Siria. Tuttavia è impensabile che non abbiamo discusso anche di Iran, avversario dell’Arabia saudita, nei confronti del quale Trump ha promesso il pugno di ferro e il boicottaggio dell’accordo sul programma nucleare che ha firmato con i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (più la Germania) nell’estate del 2015. In questo quadro il minuscolo Bahrain, che ospita la V Flotta Usa e il Navcent (United States Naval Forces Central Command), rivestirà un ruolo strategico ancora più importante. E re Hamad bin Isa al Khalifa, già protetto dalla monarchia saudita e dagli altri petromonarchi, potrà garantirsi il silenzio di Washington, Londra e delle altre capitali occidentali sui crimini che commette contro i suoi sudditi.
Proprio ieri a Manama sono divampati nuovi scontri, tra manifestanti e la polizia, durante la prima udienza del processo che vede sul banco degli imputati il leader religioso sciita, Isa Qasim, accusato di essere “un agente” dell’Iran. Accusa che re Hamad rivolge a tutti gli oppositori per guadagnarsi il sostegno di Riyadh e dell’Occidente. La frustrazione della popolazione, in maggioranza sciita, intanto cresce e qualcuno ha già preso le armi. Due giorni fa un poliziotto è stato ucciso in un agguato delle “Brigate Ashtar”, un sedicente gruppo armato sciita che ha già rivendicato altri attacchi.
Fonte
18/07/2016
Bahrein: fuorilegge il partito sciita
In Bahrein nuova ondata repressiva e pugno duro contro l’opposizione sciita. L’Alta Corte del piccolo Stato-isola del Golfo ha definitivamente sciolto il partito al Wefaq, principale movimento che si oppone alla monarchia sunnita, e imposto la liquidazione dei fondi dell’organizzazione che saranno sequestrati dalla tesoreria dello Stato. La decisione rientra nel giro di vite di Manama contro il movimento sciita accusato di avere legami con l’Iran e di “promuovere il terrorismo”, accusa palesemente falsa ma ampiamente utilizzata da tutte le petromonarchie che costituiscono il blocco sunnita guidato dall’Arabia Saudita.
Già nel giugno scorso le autorità del Bahrein avevano revocato la cittadinanza alla guida spirituale sciita Sheikh Isa Qassim. Secondo gli analisti, la repressione anti-sciiti e la crescente influenza dei Fratelli musulmani e delle correnti sunnite più estremiste, potrebbero riaccendere gli scontri settari nel piccolo e strategico Stato, che è anche sede della Quinta flotta navale degli Stati Uniti.
Le misure prese contro Qassim sono state estese anche ad altri membri della comunità sciita. Lo scorso 27 giugno un tribunale ha condannato a diversi anni di carcere ed ha revocato la cittadinanza a cinque persone legate a gruppi politici sciiti che da tempo chiedono una democratizzazione delle istituzioni e la fine della discriminazione nei confronti della consistente componente della popolazione di fede sciita.
Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa locale “Bna” due persone sono state condannate rispettivamente a tre e dieci anni di carcere per attività legate al partito al Wefaq, accusato di complottare contro la monarchia sunnita al potere nel piccolo regno a maggioranza sciita. Altre persone sono state condannate invece a 15 anni di carcere per avere avuto legami con un altro gruppo radicale sciita noto come Brigata Mukthar.
Il 20 giugno le autorità del Bahrein hanno poi revocato la cittadinanza al religioso sciita Qassim, considerato il capo spirituale della maggioranza della popolazione del regno (dove gli sciiti rappresentano il 70% del totale) governato dalla minoranza sunnita. In una nota il ministero dell’Interno di Manama ha incredibilmente accusato Qassim di fomentare le divisioni settarie e di sfruttare il suo ruolo per “servire gli interessi stranieri ed incoraggiare il settarismo e la violenza”. Qassim è anche accusato di aver ricevuto fondi senza averli rendicontati, come previsto dalla legge. Secondo le accuse in numerose occasioni il leader religioso avrebbe “violato la supremazia della legge” promulgando delle fatwa (pareri giuridici emessi dalle autorità islamiche) che avrebbero influenzato il processo elettorale nel paese.
Sulla situazione del Bahrein si è espresso anche il Parlamento europeo che lo scorso 8 luglio ha approvato una risoluzione che esprime “profonda preoccupazione per la campagna di repressione” in corso nella piccola petromonarchia a maggioranza sciita ma governato da una monarchia settaria sunnita. Gli eurodeputati hanno votato a maggioranza schiacciante per condannare le dure misure prese dal regime contro alcuni attivisti dei diritti umani e oppositori politici. Il testo della risoluzione chiede in particolare il rilascio immediato dell’attivista Nabeel Rajab e dello sceicco Ali Salman, capo del partito di opposizione al Wefaq. L’Europarlamento, inoltre, chiede il rilascio di tutti i prigionieri detenuti arbitrariamente e di mettere fine alla pratica della revoca della cittadinanza ai dissidenti.
Ma l’Unione Europea e i singoli stati aderenti – e l’Italia, oltre alla Francia, è in prima fila nella vendita di armi – continuano a considerare il Bahrein e le altre petromonarchie sunnite degli alleati di ferro nella regione, nonostante il sostegno del blocco guidato dall’Arabia Saudita all’estremismo jihadista e ai piani di destabilizzazione dei paesi dell’asse sciita. La repressione del regime sunnita di Manama contro la popolazione sciita ha provocato negli ultimi sei anni centinaia di morti, e migliaia di persone sono state imprigionate o costrette all’esilio. Nella primavera del 2011 il regime, in difficoltà di fronte alle massicce proteste dei movimenti di opposizione, chiese l’aiuto delle altre petromonarchie. L’Arabia Saudita e altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo inviarono nel piccolo ma strategico paese una missione composta da centinaia di soldati e poliziotti che soffocarono con la violenza la ribellione della maggioranza sciita.
Fonte
Già nel giugno scorso le autorità del Bahrein avevano revocato la cittadinanza alla guida spirituale sciita Sheikh Isa Qassim. Secondo gli analisti, la repressione anti-sciiti e la crescente influenza dei Fratelli musulmani e delle correnti sunnite più estremiste, potrebbero riaccendere gli scontri settari nel piccolo e strategico Stato, che è anche sede della Quinta flotta navale degli Stati Uniti.
Le misure prese contro Qassim sono state estese anche ad altri membri della comunità sciita. Lo scorso 27 giugno un tribunale ha condannato a diversi anni di carcere ed ha revocato la cittadinanza a cinque persone legate a gruppi politici sciiti che da tempo chiedono una democratizzazione delle istituzioni e la fine della discriminazione nei confronti della consistente componente della popolazione di fede sciita.
Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa locale “Bna” due persone sono state condannate rispettivamente a tre e dieci anni di carcere per attività legate al partito al Wefaq, accusato di complottare contro la monarchia sunnita al potere nel piccolo regno a maggioranza sciita. Altre persone sono state condannate invece a 15 anni di carcere per avere avuto legami con un altro gruppo radicale sciita noto come Brigata Mukthar.
Il 20 giugno le autorità del Bahrein hanno poi revocato la cittadinanza al religioso sciita Qassim, considerato il capo spirituale della maggioranza della popolazione del regno (dove gli sciiti rappresentano il 70% del totale) governato dalla minoranza sunnita. In una nota il ministero dell’Interno di Manama ha incredibilmente accusato Qassim di fomentare le divisioni settarie e di sfruttare il suo ruolo per “servire gli interessi stranieri ed incoraggiare il settarismo e la violenza”. Qassim è anche accusato di aver ricevuto fondi senza averli rendicontati, come previsto dalla legge. Secondo le accuse in numerose occasioni il leader religioso avrebbe “violato la supremazia della legge” promulgando delle fatwa (pareri giuridici emessi dalle autorità islamiche) che avrebbero influenzato il processo elettorale nel paese.
Sulla situazione del Bahrein si è espresso anche il Parlamento europeo che lo scorso 8 luglio ha approvato una risoluzione che esprime “profonda preoccupazione per la campagna di repressione” in corso nella piccola petromonarchia a maggioranza sciita ma governato da una monarchia settaria sunnita. Gli eurodeputati hanno votato a maggioranza schiacciante per condannare le dure misure prese dal regime contro alcuni attivisti dei diritti umani e oppositori politici. Il testo della risoluzione chiede in particolare il rilascio immediato dell’attivista Nabeel Rajab e dello sceicco Ali Salman, capo del partito di opposizione al Wefaq. L’Europarlamento, inoltre, chiede il rilascio di tutti i prigionieri detenuti arbitrariamente e di mettere fine alla pratica della revoca della cittadinanza ai dissidenti.
Ma l’Unione Europea e i singoli stati aderenti – e l’Italia, oltre alla Francia, è in prima fila nella vendita di armi – continuano a considerare il Bahrein e le altre petromonarchie sunnite degli alleati di ferro nella regione, nonostante il sostegno del blocco guidato dall’Arabia Saudita all’estremismo jihadista e ai piani di destabilizzazione dei paesi dell’asse sciita. La repressione del regime sunnita di Manama contro la popolazione sciita ha provocato negli ultimi sei anni centinaia di morti, e migliaia di persone sono state imprigionate o costrette all’esilio. Nella primavera del 2011 il regime, in difficoltà di fronte alle massicce proteste dei movimenti di opposizione, chiese l’aiuto delle altre petromonarchie. L’Arabia Saudita e altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo inviarono nel piccolo ma strategico paese una missione composta da centinaia di soldati e poliziotti che soffocarono con la violenza la ribellione della maggioranza sciita.
Fonte
16/01/2015
La Lega Araba vuole creare “forza di reazione rapida”. Tensione tra petromonarchie e sciiti
Se gli attacchi jihadisti a Parigi – e quelli sventati per ora in Belgio – concedono all’Unione Europea l’opportunità di rilanciare in grande stile la propria presenza militare offensiva in tutto il Medio Oriente, anche i paesi arabi sponsor delle organizzazioni fondamentaliste islamiche non stanno a guardare. Anche in questo caso la giustificazione è quella di doversi attrezzare nei confronti di movimenti jihadisti che le petromonarchie hanno sostenuto attivamente e che però sembrano ora diventate eccessivamente autonome, potenti e ingombranti mettendo a rischio la sicurezza e la stabilità di coloro che le hanno nutrite (di pochi giorni fa il primo attentato targato Isis contro le guardie di frontiera saudite).
E’ di queste ore la notizia che la Lega araba – coalizione eterogenea all’interno del quale coabitano paesi che fanno parte del “polo islamico” concorrente rispetto a Ue e Usa ma anche paesi filoccidentali – ha annunciato al Cairo che studierà la possibilità di creare una "forza d'intervento rapido", cioè un corpo militare in grado di intervenire rapidamente in tutta l’area. Naturalmente con funzioni teoricamente “anti-terrorismo”.
Secondo una dichiarazione letta dal segretario generale della Lega, Nabil el-Arabi, ad una riunione ministeriale straordinaria in corso ieri nella capitale egiziana, la possibilità di formare una "forza d'intervento rapido araba per lottare contro il terrorismo" è conforme al Trattato arabo di difesa comune del 1950. El-Arabi ha esortato a tenere una riunione straordinaria del Consiglio di difesa arabo per esaminare i "meccanismi necessari" a creare questa "forza" d'intervento e i suoi presupposti "giuridici".
Intanto le monarchie petrolifere del Golfo non hanno affatto gradito le parole ed i toni del leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, nei confronti di Manama, duramente criticata per l'arresto e la detenzione di Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq.
Bahrein, Emirati Arabi Uniti (Eau) e il Consiglo di Cooperazione del Golfo (l’alleanza regionale delle petromonarchie) hanno richiamato gli ambasciatori libanesi dei rispettivi paesi per formalizzare la protesta.
"Gli Eau condannano severamente le parole ostili ed infiammatorie che incitano alla violenza e al terrorismo e sono una flagrante violazione della politica interna del Bahrein" ha dichiarato Tarek Ahmad, sottosegretario agli Esteri degli Emirati. In un discorso televisivo tramesso venerdì scorso, il capo di Hezbollah aveva apertamente criticato le autorità del Bahrein per aver arrestato Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq, con l'accusa di "promuovere cambiamenti politici violenti". Il suo primo fermo, avvenuto il 28 dicembre è stato poi esteso per altri 15 giorni all'inizio di gennaio. Salman era stato arrestato per aver organizzato una manifestazione pacifica nella quale si protestava contro le elezioni di novembre – che Al-Wefaq con gli altri movimenti d'opposizione avevano boicottato – e chiedevano le dimissioni del governo e del parlamento.
La famiglia reale del piccolo emirato petrolifero è stata accusata dal leader del movimento di resistenza libanese di "portare avanti un progetto sul modello sionista" negli stati del Golfo, garantendo cittadinanza e posti di lavoro a musulmani sunniti di altre nazionalità per perseguire l’annichilimento e l’assorbimento della popolazione sciita che protesta contro il regime. L'accusa alle autorità del Bahrein – che negli anni ha potuto contare su un cospicuo sostegno politico e militare da parte dell’Arabia Saudita – di voler alterare artificialmente la realtà demografica del paese non è nuova. E' stata ripetutamente mossa dalle opposizioni dell'emirato che, ad ampia maggioranza sciita, è governata dalla dinastia sunnita degli Al Khalifa.
Quella di Hezbollah nei confronti degli sciiti del Bahrein non è una difesa d’ufficio. Il movimento di resistenza libanese è impegnato da anni nella guerra contro le bande jihadiste sunnite in territorio siriano e negli ultimi mesi anche in territorio libanese. Dove gli attacchi e gli attentati contro le popolazioni sciite e alauite da parte di Al Nusra e altre organizzazioni sunnite si sono fatti sempre più frequenti e micidiali, come quando, nei giorni scorsi, due giovani libanesi imbottiti di tritolo si sono fatti esplodere in una zona di Beirut. Recentemente nella regione di Qalamoun, al confine con la Siria, l’Isis ha proclamato la nascita dello Stato Islamico di Qalamoun, dalle montagne di Zabadani a quelle di Halayem. Secondo i servizi segreti libanesi sarebbero già un migliaio i miliziani di al-Nusra e Isis entrati in Libano negli ultimi mesi, che si aggiungono ai fanatici indigeni già agli ordini di Al Baghdadi o di Al Zawahiri. «L’Arabia Saudita, dopo aver finanziato i gruppi sunniti estremisti per portare al collasso del governo di Assad in Siria, si ritrova oggi a dover cambiare strategia anche in Libano – ha spiegato nel corso di un'intervista a Il Manifesto l’analista palestinese Nassar Ibrahim – A monte i negoziati tra Iran e 5+1 e l’eccessiva forza dell’Isis, che si sta rivolgendo contro i suoi stessi creatori. Riyadh deve oggi far risalire in vetta il suo più stretto alleato in Libano, Saad Hariri, strumento saudita fin dalla guerra civile: la famiglia Hariri riceve da decenni ingenti finanziamenti, soldi con i quali Rafic Hariri, padre di Saad, ha creato un impero, costruito scuole e ospedali, gestito università».
«L’obiettivo è lo stesso di quello perpetrato in Siria: l’indebolimento dell’asse sciita che in Libano è rappresentato da Hezbollah. Eppure, nonostante gli sforzi, buona parte della popolazione libanese, non solo sciita, appoggia il Partito di Dio. Per questo, se prima Riyadh cercava di raggiungere il suo scopo sul piano politico, imponendo le nomine istituzionali (...), oggi agisce attraverso gruppi estremisti sunniti».
Fonte
E’ di queste ore la notizia che la Lega araba – coalizione eterogenea all’interno del quale coabitano paesi che fanno parte del “polo islamico” concorrente rispetto a Ue e Usa ma anche paesi filoccidentali – ha annunciato al Cairo che studierà la possibilità di creare una "forza d'intervento rapido", cioè un corpo militare in grado di intervenire rapidamente in tutta l’area. Naturalmente con funzioni teoricamente “anti-terrorismo”.
Secondo una dichiarazione letta dal segretario generale della Lega, Nabil el-Arabi, ad una riunione ministeriale straordinaria in corso ieri nella capitale egiziana, la possibilità di formare una "forza d'intervento rapido araba per lottare contro il terrorismo" è conforme al Trattato arabo di difesa comune del 1950. El-Arabi ha esortato a tenere una riunione straordinaria del Consiglio di difesa arabo per esaminare i "meccanismi necessari" a creare questa "forza" d'intervento e i suoi presupposti "giuridici".
Intanto le monarchie petrolifere del Golfo non hanno affatto gradito le parole ed i toni del leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, nei confronti di Manama, duramente criticata per l'arresto e la detenzione di Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq.
Bahrein, Emirati Arabi Uniti (Eau) e il Consiglo di Cooperazione del Golfo (l’alleanza regionale delle petromonarchie) hanno richiamato gli ambasciatori libanesi dei rispettivi paesi per formalizzare la protesta.
"Gli Eau condannano severamente le parole ostili ed infiammatorie che incitano alla violenza e al terrorismo e sono una flagrante violazione della politica interna del Bahrein" ha dichiarato Tarek Ahmad, sottosegretario agli Esteri degli Emirati. In un discorso televisivo tramesso venerdì scorso, il capo di Hezbollah aveva apertamente criticato le autorità del Bahrein per aver arrestato Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq, con l'accusa di "promuovere cambiamenti politici violenti". Il suo primo fermo, avvenuto il 28 dicembre è stato poi esteso per altri 15 giorni all'inizio di gennaio. Salman era stato arrestato per aver organizzato una manifestazione pacifica nella quale si protestava contro le elezioni di novembre – che Al-Wefaq con gli altri movimenti d'opposizione avevano boicottato – e chiedevano le dimissioni del governo e del parlamento.
La famiglia reale del piccolo emirato petrolifero è stata accusata dal leader del movimento di resistenza libanese di "portare avanti un progetto sul modello sionista" negli stati del Golfo, garantendo cittadinanza e posti di lavoro a musulmani sunniti di altre nazionalità per perseguire l’annichilimento e l’assorbimento della popolazione sciita che protesta contro il regime. L'accusa alle autorità del Bahrein – che negli anni ha potuto contare su un cospicuo sostegno politico e militare da parte dell’Arabia Saudita – di voler alterare artificialmente la realtà demografica del paese non è nuova. E' stata ripetutamente mossa dalle opposizioni dell'emirato che, ad ampia maggioranza sciita, è governata dalla dinastia sunnita degli Al Khalifa.
Quella di Hezbollah nei confronti degli sciiti del Bahrein non è una difesa d’ufficio. Il movimento di resistenza libanese è impegnato da anni nella guerra contro le bande jihadiste sunnite in territorio siriano e negli ultimi mesi anche in territorio libanese. Dove gli attacchi e gli attentati contro le popolazioni sciite e alauite da parte di Al Nusra e altre organizzazioni sunnite si sono fatti sempre più frequenti e micidiali, come quando, nei giorni scorsi, due giovani libanesi imbottiti di tritolo si sono fatti esplodere in una zona di Beirut. Recentemente nella regione di Qalamoun, al confine con la Siria, l’Isis ha proclamato la nascita dello Stato Islamico di Qalamoun, dalle montagne di Zabadani a quelle di Halayem. Secondo i servizi segreti libanesi sarebbero già un migliaio i miliziani di al-Nusra e Isis entrati in Libano negli ultimi mesi, che si aggiungono ai fanatici indigeni già agli ordini di Al Baghdadi o di Al Zawahiri. «L’Arabia Saudita, dopo aver finanziato i gruppi sunniti estremisti per portare al collasso del governo di Assad in Siria, si ritrova oggi a dover cambiare strategia anche in Libano – ha spiegato nel corso di un'intervista a Il Manifesto l’analista palestinese Nassar Ibrahim – A monte i negoziati tra Iran e 5+1 e l’eccessiva forza dell’Isis, che si sta rivolgendo contro i suoi stessi creatori. Riyadh deve oggi far risalire in vetta il suo più stretto alleato in Libano, Saad Hariri, strumento saudita fin dalla guerra civile: la famiglia Hariri riceve da decenni ingenti finanziamenti, soldi con i quali Rafic Hariri, padre di Saad, ha creato un impero, costruito scuole e ospedali, gestito università».
«L’obiettivo è lo stesso di quello perpetrato in Siria: l’indebolimento dell’asse sciita che in Libano è rappresentato da Hezbollah. Eppure, nonostante gli sforzi, buona parte della popolazione libanese, non solo sciita, appoggia il Partito di Dio. Per questo, se prima Riyadh cercava di raggiungere il suo scopo sul piano politico, imponendo le nomine istituzionali (...), oggi agisce attraverso gruppi estremisti sunniti».
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06/10/2014
Il Bahrain, contro o dalla parte dell’Isis?
di Michele Giorgio
Nabil Rajab ha pagato ancora una volta con l’arresto la denuncia della politica della monarchia assoluta del Bahrain. Scarcerato appena qualche mese fa, il direttore del Centro per i Diritti Umani nel Golfo, è finito dietro le sbarre per un tweet che ha messo a nudo una realtà che si vuole nascondere. Il Bahrain partecipa alla Coalizione capeggiata da Barack Obama contro lo Stato Islamico. Allo stesso tempo, ha scritto Rajab, il paese è un «incubatore ideologico» per jihadisti sunniti che vanno a combattere in Iraq e Siria. Non solo. L’attivista bahranita ha accusato ex dipendenti del ministero dell’interno di essersi uniti all’Isis. La polizia politica, fa capire Rajab, utilizza feroci leggi antiterrorismo per far tacere gli oppositori ma non muove un dito contro i predicatori che esortano al jihad. Predicatori che evidentemente servono alla monarchia per fomentare l’attivismo contro la maggioranza sciita della popolazione che – con il sostegno di esponenti sunniti democratici – da anni lotta per l’uguaglianza e un nuovo Bahrain. Per re Hamad bin Isa al Khalifa invece gli oppositori sarebbero solo dei burattini di Tehran e del movimento libanese Hezbollah, “sovversivi” che intenderebbero consegnare il Bahrain agli ayatollah.
Desiderosa di compiacere gli alleati americani – gli Stati Uniti in questo minuscolo arcipelago del Golfo hanno la base della V Flotta –, la monarchia al Khalifa il mese scorso ha aderito alla (presunta) Coalizione anti-Isis. Questo “impegno contro il terrorismo” si scontra con la presenza di numerosi cittadini del Bahrain tra capi e miliziani agli ordini dell’emiro dello Stato Islamico, Abu Bakr al Baghdadi. Che quella di Nabil Rajab non sia solo una tesi lo dimostra un video, messo in rete qualche giorno fa, in cui un ex tenente, Mohamed Isa al Binali, assieme ad altri bahraniti – Abu-Laden Albahraini, Abu-Alfida Al Salami and Qaswara Albahraini – esorta i sunniti del suo paese ad unirsi all’Isis. Al Binali un anno fa era all’Accademia Militare. A settembre le autorità hanno annunciato il suo licenziamento per “assenza prolungata” eppure già da quattro mesi si sapeva che il “tenente” si era unito all’Isis. Al Binali fa parte di una famiglia molto vicina alla monarchia ed è il cugino di Turki al Binali, un noto predicatore sunnita ritenuto un “consigliere” dell’emiro al Baghdadi. Arrestato più volte per le sue esortazioni al jihad regionale e globale contro gli sciiti e gli “infedeli”, Turki al Binali è stato liberato, ogni volta, dopo qualche giorno di carcere. Un video recente lo mostra mentre tiene un raduno di protesta davanti all’ambasciata americana a Manama. La polizia resta a guardare mentre non avrebbe esitato a disperdere con la forza una pacifica manifestazione dell’opposizione. Peraltro i libri del predicatore al Binali, che incitano all’odio settario, sono disponibili ovunque nel paese dove invece sono oscurati i siti scomodi. Al movimento antagonista bahranita resta disponibile solo un giornale, al Wasat.
«L’arresto di Nabil Rajab non deve sorprendere, ormai la monarchia ha messo da parte qualsiasi idea di riforma ed è tornata al pugno di ferro. Purtroppo il mondo non guarda al Bahrain, a ciò che accade qui. Il re con la partecipazione alla Coalizione ritiene di essersi garantito un ulteriore via libera dell’Occidente alla linea dura all’interno del paese», si lamenta la giornalista e attivista Reem al Khalifa, rimarcando che a novembre oltre alle elezioni – destinate a riconfermare al potere la minoranza sunnita che appoggia il re – si terrà in Bahrain un importante vertice sulla sicurezza regionale. Nessuno – aggiunge la giornalista – ricorda più la sanguinosa repressione della rivolta di Piazza della Perla nel 2011, attuata dallo “Scudo del Golfo”, le truppe di pronto intervento del Consiglio della Cooperazione del Golfo dominato dall’Arabia Saudita, protettrice della monarchia al Khalifa.
Tra la popolazione crescono nel frattempo frustrazione e rabbia, ben pochi dei bahraniti che lottano per cambiare il paese, credono ancora alle possibilità di un processo politico. «Dopo tre anni di proteste – conclude Reem Khalifa – di manifestazioni represse nel sangue (un centinaio i morti, ndr), di arresti e condanne degli oppositori, i bahraniti sono stanchi e delusi. I giovani guardano con scetticismo alla lotta pacifica». I social network perciò servono a organizzare le proteste ma anche a contestare chi è troppo soft con una monarchia che non esita ad usare la violenza settaria e a sbattere in galera, nel silenzio degli alleati occidentali, attivisti dei diritti umani prestigiosi come Nabil Rajab, Abdelhadi al Khawaja e sua figlia Maryam al Khawaja (libera su cauzione ma sotto processo).
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18/03/2012
Siria: il mito infrando di Al Jazeera
La molto mitizzata al Jazeera perde pezzi. A causa della sua
copertura faziosa della crisi in Siria e anche della crisi nel piccolo
Bahrain, una primavera araba che non fa notizia.
Alcuni membri di primo piano dell’ufficio di Beirut della tv qatariota hanno annunciato le dimissioni o si sono già dimessi, secondo quanto riportato dal quotidiano libanese al-Akhbar. Il «managing director» dell’ufficio di corrispondenza di Beirut, Hassan Shaaban, una settimana fa ha anticipato che se ne andrà, dopo che il corrispondente di al Jazeera Ali Hashem e il producer Mousa Ahmad se n’erano andati. Tutti in segno di protesta per i servizi giornalistici (e le censure), sugli avvenimenti in corso «nella regione araba» e in particolare in Siria e Bahrain.
Secondo quanto riporta il giornale, Ali Hashem ha preso la decisione dopo che al Jazeera «ha rifiutato di mostrare foto che lui aveva scattato in Siria di fighters armati impegnati in scontri con l’esercito siriano a Wadi Khaled». L’emittente, al contrario, «lo ha ripreso come fosse uno shabeeh», ossia un membro delle temute milizie pro-Assad.
Sempre Ali Hashem si era infuriato per il rifiuto opposto da al Jazeera di coprire la repressione ordinata dal re del Bahrain contro i manifestanti che chiedono (pacificamente) quello stesse riforme democratiche pretese dall’opposizone siriana. Nel Bahrain, il giornale fa dire a Ali Hashem, «noi vediamo scene di gente massacrata dalla macchina repressiva del Golfo, ma per al Jazeera, l’unica parola possibile è il silenzio».
Idem il producer dell’ufficio di Beirut, Mousa Ahmad, che protestava perché al Jazeera aveva «totalmente ignorato» il recente referendum promosso da Assad sulle riforme costituzionali del regime (fine del regime monopartitico del Baath e limiti di tempo ai mandati presidenziali), che pure aveva visto la partecipazione del 57% del corpo elettorale.
Il mito di al Jazeera, «la Bbc del Medio Oriente», era già andato in pezzi durante gli otto mesi della guerra civile libica, in cui il Qatar, con soldi, soldati e potere di fuoco mediatico, aveva combattuto sfacciatamente a fianco degli insorti anti-Gheddafi.
Il giornalista Afshin Rattansi, che ha lavorato per al Jazeera, dice che «sfortunatamente» questa tv, che aveva cominciato «rivoluzionando» l’informazione nel mondo arabo, è diventata «la voce monocorde della posizione anti-Assad del governo qatariota». Rattansi rende omaggio «al coraggio di quei giornalisti che dicono: “attenzione, non è così che noi dovremmo coprire questo tema perché lì in mezzo c’è gente di al Qaeda che si muove”. Il modo con cui al Jazeera ha coperto la storia della Siria è completamente unilaterale».
Un giudizio condiviso anche da Don Debar, giornalista e militante contro la guerra, anche lui un passato in al Jazeera: nelle sue prese di posizione l’emittente è stata «pesantemente» guidata dal governo del Qatar. «E’ così dall’aprile 2011 – dice Debar -. Il capo del bureau di Beirut se ne va e molta altra gente se ne va a causa della copertura faziosa e della mano pesante del governo qatariota nel dettare la linea editoriale sulla Libia prima e sulla Siria adesso».
Fonte.
Alcuni membri di primo piano dell’ufficio di Beirut della tv qatariota hanno annunciato le dimissioni o si sono già dimessi, secondo quanto riportato dal quotidiano libanese al-Akhbar. Il «managing director» dell’ufficio di corrispondenza di Beirut, Hassan Shaaban, una settimana fa ha anticipato che se ne andrà, dopo che il corrispondente di al Jazeera Ali Hashem e il producer Mousa Ahmad se n’erano andati. Tutti in segno di protesta per i servizi giornalistici (e le censure), sugli avvenimenti in corso «nella regione araba» e in particolare in Siria e Bahrain.
Secondo quanto riporta il giornale, Ali Hashem ha preso la decisione dopo che al Jazeera «ha rifiutato di mostrare foto che lui aveva scattato in Siria di fighters armati impegnati in scontri con l’esercito siriano a Wadi Khaled». L’emittente, al contrario, «lo ha ripreso come fosse uno shabeeh», ossia un membro delle temute milizie pro-Assad.
Sempre Ali Hashem si era infuriato per il rifiuto opposto da al Jazeera di coprire la repressione ordinata dal re del Bahrain contro i manifestanti che chiedono (pacificamente) quello stesse riforme democratiche pretese dall’opposizone siriana. Nel Bahrain, il giornale fa dire a Ali Hashem, «noi vediamo scene di gente massacrata dalla macchina repressiva del Golfo, ma per al Jazeera, l’unica parola possibile è il silenzio».
Idem il producer dell’ufficio di Beirut, Mousa Ahmad, che protestava perché al Jazeera aveva «totalmente ignorato» il recente referendum promosso da Assad sulle riforme costituzionali del regime (fine del regime monopartitico del Baath e limiti di tempo ai mandati presidenziali), che pure aveva visto la partecipazione del 57% del corpo elettorale.
Il mito di al Jazeera, «la Bbc del Medio Oriente», era già andato in pezzi durante gli otto mesi della guerra civile libica, in cui il Qatar, con soldi, soldati e potere di fuoco mediatico, aveva combattuto sfacciatamente a fianco degli insorti anti-Gheddafi.
Il giornalista Afshin Rattansi, che ha lavorato per al Jazeera, dice che «sfortunatamente» questa tv, che aveva cominciato «rivoluzionando» l’informazione nel mondo arabo, è diventata «la voce monocorde della posizione anti-Assad del governo qatariota». Rattansi rende omaggio «al coraggio di quei giornalisti che dicono: “attenzione, non è così che noi dovremmo coprire questo tema perché lì in mezzo c’è gente di al Qaeda che si muove”. Il modo con cui al Jazeera ha coperto la storia della Siria è completamente unilaterale».
Un giudizio condiviso anche da Don Debar, giornalista e militante contro la guerra, anche lui un passato in al Jazeera: nelle sue prese di posizione l’emittente è stata «pesantemente» guidata dal governo del Qatar. «E’ così dall’aprile 2011 – dice Debar -. Il capo del bureau di Beirut se ne va e molta altra gente se ne va a causa della copertura faziosa e della mano pesante del governo qatariota nel dettare la linea editoriale sulla Libia prima e sulla Siria adesso».
Fonte.
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