Si è aperto ieri il summit annuale della Lega Araba a Manama, in Bahrein, che ovviamente quest’anno ha al centro del dibattito la situazione di Gaza. Le posizioni dei vari membri sono assai differenziate nei confronti di Israele e del sostegno alla causa palestinese, ma quest’anno potrebbero raggiungere un’intesa molta concreta.
Infatti, sulla piattaforma online del giornale egiziano Al Ahram è stata diffusa la notizia che nella dichiarazione finale dell’incontro ci sarà un appello per “dispiegare forze di protezione internazionale e di mantenimento della pace sotto il controllo delle Nazioni Unite nei territori palestinesi occupati”.
Non più solo sostegno umanitario tramite l’UNRWA, ma si chiederebbe ora la presenza armata dei caschi blu. Essi dovrebbero garantire la cessazione dei combattimenti “fino al raggiungimento della soluzione dei due Stati”, che rimane l’opzione perseguita dalla Lega Araba.
Nella dichiarazione è prevista anche la richiesta del ritiro delle forze di Tel Aviv dalla Striscia di Gaza e la riapertura di tutti i valichi per garantire l'afflusso degli aiuti che sono stati bloccati (e spesso distrutti) sia dalle truppe sia dai coloni sionisti. Viene inoltre domandato il rilascio di prigionieri e detenuti, da entrambe le parti, sembra.
Nel testo sarebbe poi ribadito il “rifiuto categorico di qualsiasi tentativo di sfollare con la forza i palestinesi dalle loro terre nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est”. Allo stesso tempo, sono respinte le ragioni del “terrorismo”, così come è sottolineata la necessità di “tagliare le sue fonti di finanziamento”.
Una posizione del genere si sentiva già nell’aria dopo le parole del segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, durante il Consiglio degli Esteri che ha preceduto il summit ora in corso. Sul massacro dei palestinesi aveva detto: “il mondo dovrebbe essere pronto a dichiararlo chiaramente come pulizia etnica”.
Parole dure che vanno di pari passo alla votazione dell’Assemblea ONU per l’ingresso ufficiale della Palestina. Ma oltre a questo, vi è sicuramente anche una forte spinta da parte del Cairo, tra i mediatori delle trattative tra Tel Aviv e la resistenza palestinese.
Lo scorso fine settimana l’Egitto aveva dato l’annuncio di volersi unire alla causa intentata dal Sudafrica per genocidio, presso la Corte Internazionale di Giustizia. Nei giorni scorsi le relazioni con Israele sono arrivate al punto più basso dai tempi del trattato di pace del 1979.
Sameh Shoukry, ministro degli Esteri egiziano, ha criticato l’occupazione sionista del valico di Rafah, che ha portato Israele al “pieno controllo sul confine con l’Egitto per la prima volta da quando ha ritirato i suoi soldati e coloni dalla Striscia nel 2005”.
Il Wall Street Journal ha riportato che Il Cairo sta valutando la possibilità di declassare i rapporti diplomatici con Tel Aviv. Proprio ieri, inoltre, due fonti di sicurezza egiziana hanno diffuso l’informazione per cui l’Egitto abbia respinto la proposta israeliana per il coordinamento della riapertura del valico di Rafah.
Non sembra quindi casuale che sia stato proprio un giornale egiziano a diffondere in anticipo la notizia del contenuto della dichiarazione finale della Lega Araba. Esso diventa un altro strumento di pressione, in un gioco complesso che ha al centro la Palestina, ma che riguarda gli equilibri di tutto il Medio Oriente.
Gli Accordi di Abramo e la progressiva normalizzazione dei rapporti tra Israele e paesi arabi era finita in un’impasse già con l’operazione russa in Ucraina, e tanto più con l’escalation successiva al 7 ottobre. Ma ora gli Stati Uniti vogliono riprendere quella strada, per rilanciare il contrasto all’Iran una volta finito il massacro dei palestinesi.
Anche la Cina ha tentato di porsi come alternativa di mediazione, ma rimane il convitato di pietra di tutta la faccenda: il ‘cane pazzo’ Israele. Non si può fare alcun avanzamento finché Tel Aviv uccide, bombarda e spinge da una parte all’altra centinaia di migliaia di sfollati.
Con l’ennesimo annuncio di forniture militari a Israele, Washington mostra come non abbia alcuna vera intenzione di porsi di traverso alle mire israeliane. Allo stesso tempo, però, Israele non risponde più a nessuno: né alla filiera euroatlantica, né all’ONU.
Dopo aver finanziato e foraggiato l’apartheid, l’occupazione, il massacro, come è già successo in passato con i talebani e con l’ISIS, i fascisti sionisti sono sfuggiti di mano agli USA. La resistenza palestinese non è solo la difesa dei diritti del suo popolo, ma è anche l’unica opzione perseguibile, che significa fermare un elemento di accelerazione della “guerra mondiale a pezzi”.
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14/11/2023
Un passo indietro e un passo avanti nel vertice arabo-islamico a Riad
Il vertice Lega Araba-Organizzazione della Conferenza Islamica a Riad non ha prodotto risultati all’altezza della tragedia del popolo palestinese, ma ha anche segnato visibilmente (come dalla foto) il costante disgelo tra i paesi leader degli sciiti (Iran) e dei sunniti (Arabia Saudita) dopo una rottura e una rivalità pluridecennale.
Non c’è stata alcuna decisione di rottura delle relazioni diplomatiche con Tel Aviv (ovviamente solo per i sei paesi che hanno normalizzato i rapporti), né embarghi petroliferi.
Secondo la newsletter Affari Internazionali la linea prevalsa è quella saudita (oltreché degli Emirati Arabi) della cautela verso Israele.
“Tutti uniti in effetti nel chiedere un cessate il fuoco immediato, dal palestinese Abu Mazen al principe saudita Mohammed bin Salman, dall’iraniano Ebrahim Raisi a Erdogan” scrive Alberto Negri, sottolineando però che da questo summit “non è venuto nulla sul fronte del boicottaggio delle relazioni economiche con Israele, delle basi americane in Medio Oriente o di eventuali sanzioni in campo petrolifero ed energetico”.
Nel comunicato finale del vertice congiunto di Riad fra Lega Araba (22 paesi) e Organizzazione per la Cooperazione Islamica (57 paesi inclusi quelli arabi), i partecipanti hanno chiesto il cessate il fuoco immediato a Gaza e al Consiglio di Sicurezza Onu di approvare una risoluzione “vincolante” per porre fine “alla aggressione israeliana”.
Nel testo, in cui manca la condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, si chiede a tutti gli stati di attuare un embargo sulla vendita di armi e munizioni a Israele, nonché alla Corte Penale Internazionale di indagare sui crimini di guerra commessi da Israele.
Le parole del principe saudita Bin Salman verso il governo israeliano sono state dure ma come quelle di Qatar e Turchia. Il Bahrein, firmatario degli Accordi di Abramo nel 2020, è andato un pò più in là, ma senza arrivare alla rottura: la Camera bassa ha approvato il ritiro dell’ambasciatore e la cessazione delle relazioni economiche con Israele.
Una bozza di dichiarazione precedente, elaborata nella sola Lega Araba, non aveva raggiunto la maggioranza dei voti: il testo chiedeva, su iniziativa di Iran e Siria, l’interruzione completa delle relazioni diplomatiche con Israele ipotesi avversata da alcuni paesi. Anche per superare lo stallo, la presidenza saudita ha così riunito i due vertici in un’unica sessione.
Il principe ereditario saudita ha dichiarato che “le autorità d’occupazione israeliane sono responsabili di crimini contro la popolazione palestinese” e ha invocato, durante l’incontro bilaterale con il presidente iraniano Raisi, “il rilascio degli ostaggi e dei detenuti”.
Dopo oltre un mese di conflitto e bombardamenti su Gaza, il ministro saudita Khalid Al Falih ha affermato che “l’ipotesi di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele è ancora sul tavolo”, seppur “dipendente da una risoluzione pacifica della questione palestinese” riferisce Affari Internazionali.
Lo stesso Alberto Negri sottolinea però che il vertice di Riad non si può definire deludente perché “i vari leader sciiti e sunniti hanno pronunciato parole molto simili di condanna verso Israele, Stati Uniti e Occidente in generale accusato di applicare il famigerato «doppio standard» sulla questione palestinese. Si conferma con l’incontro bilaterale di oggi tra il presidente iraniano Raisi e i vertici sauditi l’avvicinamento, avviato con la mediazione della Cina, tra Riad e Teheran a discapito dell’accordo in pectore tra Israele e monarchia wahabita”.
Il problema rimane quello di sempre: i paesi arabi e islamici sono disposti a tirare fuori i soldi ma non ancora a compiere atti materiali per il popolo palestinese. Qualcuno, anche a causa della coincidenza dell’attacco palestinese del 7 ottobre in Israele con il cinquantesimo anniversario della “Guerra del Kippur,” aveva immaginato uno scenario simile, ossia l’embargo petrolifero verso le potenze occidentali alleate di Tel Aviv.
Ma così, almeno per ora, non è stato, anche se da molti punti di vista il clima è cambiato significativamente.
Fonte
Non c’è stata alcuna decisione di rottura delle relazioni diplomatiche con Tel Aviv (ovviamente solo per i sei paesi che hanno normalizzato i rapporti), né embarghi petroliferi.
Secondo la newsletter Affari Internazionali la linea prevalsa è quella saudita (oltreché degli Emirati Arabi) della cautela verso Israele.
“Tutti uniti in effetti nel chiedere un cessate il fuoco immediato, dal palestinese Abu Mazen al principe saudita Mohammed bin Salman, dall’iraniano Ebrahim Raisi a Erdogan” scrive Alberto Negri, sottolineando però che da questo summit “non è venuto nulla sul fronte del boicottaggio delle relazioni economiche con Israele, delle basi americane in Medio Oriente o di eventuali sanzioni in campo petrolifero ed energetico”.
Nel comunicato finale del vertice congiunto di Riad fra Lega Araba (22 paesi) e Organizzazione per la Cooperazione Islamica (57 paesi inclusi quelli arabi), i partecipanti hanno chiesto il cessate il fuoco immediato a Gaza e al Consiglio di Sicurezza Onu di approvare una risoluzione “vincolante” per porre fine “alla aggressione israeliana”.
Nel testo, in cui manca la condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre, si chiede a tutti gli stati di attuare un embargo sulla vendita di armi e munizioni a Israele, nonché alla Corte Penale Internazionale di indagare sui crimini di guerra commessi da Israele.
Le parole del principe saudita Bin Salman verso il governo israeliano sono state dure ma come quelle di Qatar e Turchia. Il Bahrein, firmatario degli Accordi di Abramo nel 2020, è andato un pò più in là, ma senza arrivare alla rottura: la Camera bassa ha approvato il ritiro dell’ambasciatore e la cessazione delle relazioni economiche con Israele.
Una bozza di dichiarazione precedente, elaborata nella sola Lega Araba, non aveva raggiunto la maggioranza dei voti: il testo chiedeva, su iniziativa di Iran e Siria, l’interruzione completa delle relazioni diplomatiche con Israele ipotesi avversata da alcuni paesi. Anche per superare lo stallo, la presidenza saudita ha così riunito i due vertici in un’unica sessione.
Il principe ereditario saudita ha dichiarato che “le autorità d’occupazione israeliane sono responsabili di crimini contro la popolazione palestinese” e ha invocato, durante l’incontro bilaterale con il presidente iraniano Raisi, “il rilascio degli ostaggi e dei detenuti”.
Dopo oltre un mese di conflitto e bombardamenti su Gaza, il ministro saudita Khalid Al Falih ha affermato che “l’ipotesi di normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele è ancora sul tavolo”, seppur “dipendente da una risoluzione pacifica della questione palestinese” riferisce Affari Internazionali.
Lo stesso Alberto Negri sottolinea però che il vertice di Riad non si può definire deludente perché “i vari leader sciiti e sunniti hanno pronunciato parole molto simili di condanna verso Israele, Stati Uniti e Occidente in generale accusato di applicare il famigerato «doppio standard» sulla questione palestinese. Si conferma con l’incontro bilaterale di oggi tra il presidente iraniano Raisi e i vertici sauditi l’avvicinamento, avviato con la mediazione della Cina, tra Riad e Teheran a discapito dell’accordo in pectore tra Israele e monarchia wahabita”.
Il problema rimane quello di sempre: i paesi arabi e islamici sono disposti a tirare fuori i soldi ma non ancora a compiere atti materiali per il popolo palestinese. Qualcuno, anche a causa della coincidenza dell’attacco palestinese del 7 ottobre in Israele con il cinquantesimo anniversario della “Guerra del Kippur,” aveva immaginato uno scenario simile, ossia l’embargo petrolifero verso le potenze occidentali alleate di Tel Aviv.
Ma così, almeno per ora, non è stato, anche se da molti punti di vista il clima è cambiato significativamente.
Fonte
11/11/2023
Gaza - Circondato l’ospedale Al Shifa, nessun cessate il fuoco, smentito scambio di ostaggi
Un alto funzionario israeliano, parlando al Times of Israel, ha chiarito che non è stato accettato un cessate il fuoco, ma che l’esercito comunque continuerà a consentire solo “pause tattiche e locali“. Le nuove interruzioni avranno luogo ogni giorno in un diverso quartiere nel nord, con i cittadini avvisati tre ore prima.
Ignorando ancora una volta le pressioni statunitensi, Netanyahu è tornato a ribadire che “Le forze israeliane manterranno il controllo sulla Striscia di Gaza anche dopo la guerra, non lo cederà a forze esterne“.
Netanyahu, lo ha dichiarato al termine di un incontro con i leader delle comunità ai confini con la Striscia, secondo quanto riporta la testata Yedioth Ahronoth. Dal canto loro leader locali hanno invitato il premier a “non accettare nessun cessate il fuoco e a finire il lavoro a Gaza fino all’ultimo terrorista“.
Situazione a Gaza. Assediato e attaccato l’ospedale Al Shifa
Le autorità palestinesi di Gaza hanno denunciato che, nel bombardamento israeliano sul più grande ospedale di Gaza City, quello di al-Shifa, sono morte 13 persone e decine sono rimaste ferite. L’ospedale è stato praticamente circondato dalle truppe israeliane.
La drammatica testimonianza del portavoce del ministero della Sanità palestinese dall’ospedale assediato:
Il portavoce del governo di Hamas, Salama Maarouf, che ha parlato ad al-Jazeera, ha detto che l’esercito israeliano ha bombardato diversi ospedali nella Striscia all’alba odierna e che 18 ospedali sono stati fin qui messi fuori servizio dall’inizio dell’offensiva sulla Striscia.
Secondo le fonti a Gaza, Israele ha effettuato attacchi aerei su o vicino ad almeno tre ospedali e sono ancora in corso scontri nella zona dell’ospedale al-Shifa.
I palestinesi hanno mostrato la prova dei missili forniti dagli Usa a Israele.
Un frammento riporta che uno degli ordigni esplosi su Gaza è prodotto dall’azienda Woodward di Fort Collins in Colorado.
Un altro soldato israeliano è morto durante i combattimenti contro Hamas nel nord della Striscia di Gaza, portando il bilancio complessivo dei militari israeliani uccisi a 36 dall’inizio dell’operazione di terra.
Smentito accordo sullo scambio di ostaggi
In giornata si era diffusa la notizia che sarebbe stato raggiunto un accordo tra Israele e Hamas, mediato dal Qatar, sul rilascio di 100 donne e bambini palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in cambio di altrettante donne e minori israeliani ostaggi nella Striscia di Gaza.
La notizia era stata riferita da alcune fonti ad Al-Arabiya, il network saudita ma l’emittente israeliana Kan, ha negato la presenza di un accordo sullo scambio di prigionieri e la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas dallo scorso 7 ottobre, smentendo quanto precedentemente annunciato da Al Arabiya.
Vertici arabi e islamici a Riad. Oggi nuovo discorso di Nasrallah
In questo fine settimana la capitale dell’Arabia Saudita, Riad, ospiterà i vertici straordinari della Lega araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oci), entrambi convocati per discutere gli sviluppi della situazione nella Striscia di Gaza.
La crisi nell’exclave palestinese, riferisce il ministero degli Esteri saudita, “ha reso necessaria la convocazione di una riunione araba straordinaria e di un vertice islamico per discutere degli sviluppi in corso e delle gravi ripercussioni umanitarie”.
Il principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha inoltre ribadito la necessità di fermare lo sfollamento forzato dei palestinesi dalla Striscia di Gaza, il principe ereditario ha condannato “l’aggressione militare, gli attacchi contro i civili e le violazioni continue del diritto umanitario internazionale da parte delle autorità dell’occupazione israeliana”, ribadendo la necessità di creare le condizioni che garantiscano la pace della regione.
Dal canto suo il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, terrà oggi, sabato, un nuovo discorso alle 15 (le 14 in Italia), il secondo dall’inizio della nuova guerra tra Israele e palestinesi di cui si teme un possibile allargamento anche sul fronte libanese.
Situazione sul secondo fronte in Libano
Ci sono preoccupanti segnali di escalation lungo la Linea Blu, la linea di confine tra Libano e Israele. Lo ha detto il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per il Libano, Imran Riza, in una dichiarazione sulla situazione nel Paese diffusa dall’Ufficio dell’Onu a Beirut.
“Di recente abbiamo assistito ad attacchi allarmanti che hanno ucciso e ferito civili nel sud del Libano, tra cui donne, bambini e professionisti dei media”, ha affermato Riza, riferendosi alle tre bambine e alla loro nonna uccise domenica 5 novembre in un attacco israeliano e al giornalista dell’agenzia di stampa Reuters Issam Abdallah.
Riza ha anche parlato dei “danni ingenti inflitti alle proprietà private, alle infrastrutture pubbliche e ai terreni agricoli, che hanno costretto più di 25 mila persone a sfollare”.
Il funzionario delle Nazioni Unite ha aggiunto che “anche le guerre hanno delle regole”, ricordando a tutte le parti “che devono rispettare rigorosamente il diritto internazionale umanitario durante le operazioni militari”.
Resta infatti alta la tensione anche sul fronte nord, al confine con in Libano, dove nei pressi della linea blu diversi razzi teleguidati anticarro lanciati dal movimento sciita libanese Hezbollah dal territorio del Libano sono stati abbattuti dalle forze israeliane, che hanno risposto con colpi di artiglieria.
Le Forze armate Israeliane affermano che tre soldati sono stati gravemente feriti da un missile anticarro lanciato dal Libano su una postazione dell’esercito vicino alla comunità settentrionale di Menara.
Un altro soldato è stato gravemente ferito e un secondo è stato ferito in modo moderato in un attacco di droni contro i soldati al confine settentrionale nel pomeriggio.
Fonte
Ignorando ancora una volta le pressioni statunitensi, Netanyahu è tornato a ribadire che “Le forze israeliane manterranno il controllo sulla Striscia di Gaza anche dopo la guerra, non lo cederà a forze esterne“.
Netanyahu, lo ha dichiarato al termine di un incontro con i leader delle comunità ai confini con la Striscia, secondo quanto riporta la testata Yedioth Ahronoth. Dal canto loro leader locali hanno invitato il premier a “non accettare nessun cessate il fuoco e a finire il lavoro a Gaza fino all’ultimo terrorista“.
Situazione a Gaza. Assediato e attaccato l’ospedale Al Shifa
Le autorità palestinesi di Gaza hanno denunciato che, nel bombardamento israeliano sul più grande ospedale di Gaza City, quello di al-Shifa, sono morte 13 persone e decine sono rimaste ferite. L’ospedale è stato praticamente circondato dalle truppe israeliane.
La drammatica testimonianza del portavoce del ministero della Sanità palestinese dall’ospedale assediato:
“Il complesso medico Al-Shifa è completamente fuori servizio. Ora siamo all’interno dell’ospedale, che è assediato da tutte le direzioni, e c’è un gran numero di droni. I reparti di terapia intensiva e pediatrica e le apparecchiature per l’ossigeno hanno smesso di funzionare. Bombardamento dell’edificio chirurgico all’interno del complesso medico Al-Shifa.Non possiamo spostarci da un edificio all’altro all’interno del complesso di Al-Shifa a causa dell’intensità dei bombardamenti. L’edificio dell’ambulatorio è stato bombardato e non c’è comunicazione tra i reparti e gli edifici, e anche la comunicazione interna è interrotta”.Le autorità dell’ospedale Shifa di Gaza City ieri avevano iniziato a evacuare il centro medico seguendo gli ordini delle forze armate israeliane che hanno circondato il complesso. Tra le 50.000 e le 60.000 persone si sono rifugiate all’interno e intorno all’ospedale, secondo il ministero della Salute palestinese, il quale afferma che dentro ci sono 2.500 pazienti.
Il portavoce del governo di Hamas, Salama Maarouf, che ha parlato ad al-Jazeera, ha detto che l’esercito israeliano ha bombardato diversi ospedali nella Striscia all’alba odierna e che 18 ospedali sono stati fin qui messi fuori servizio dall’inizio dell’offensiva sulla Striscia.
Secondo le fonti a Gaza, Israele ha effettuato attacchi aerei su o vicino ad almeno tre ospedali e sono ancora in corso scontri nella zona dell’ospedale al-Shifa.
I palestinesi hanno mostrato la prova dei missili forniti dagli Usa a Israele.
Un frammento riporta che uno degli ordigni esplosi su Gaza è prodotto dall’azienda Woodward di Fort Collins in Colorado.
Un altro soldato israeliano è morto durante i combattimenti contro Hamas nel nord della Striscia di Gaza, portando il bilancio complessivo dei militari israeliani uccisi a 36 dall’inizio dell’operazione di terra.
Smentito accordo sullo scambio di ostaggi
In giornata si era diffusa la notizia che sarebbe stato raggiunto un accordo tra Israele e Hamas, mediato dal Qatar, sul rilascio di 100 donne e bambini palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in cambio di altrettante donne e minori israeliani ostaggi nella Striscia di Gaza.
La notizia era stata riferita da alcune fonti ad Al-Arabiya, il network saudita ma l’emittente israeliana Kan, ha negato la presenza di un accordo sullo scambio di prigionieri e la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas dallo scorso 7 ottobre, smentendo quanto precedentemente annunciato da Al Arabiya.
Vertici arabi e islamici a Riad. Oggi nuovo discorso di Nasrallah
In questo fine settimana la capitale dell’Arabia Saudita, Riad, ospiterà i vertici straordinari della Lega araba e dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oci), entrambi convocati per discutere gli sviluppi della situazione nella Striscia di Gaza.
La crisi nell’exclave palestinese, riferisce il ministero degli Esteri saudita, “ha reso necessaria la convocazione di una riunione araba straordinaria e di un vertice islamico per discutere degli sviluppi in corso e delle gravi ripercussioni umanitarie”.
Il principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha inoltre ribadito la necessità di fermare lo sfollamento forzato dei palestinesi dalla Striscia di Gaza, il principe ereditario ha condannato “l’aggressione militare, gli attacchi contro i civili e le violazioni continue del diritto umanitario internazionale da parte delle autorità dell’occupazione israeliana”, ribadendo la necessità di creare le condizioni che garantiscano la pace della regione.
Dal canto suo il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, terrà oggi, sabato, un nuovo discorso alle 15 (le 14 in Italia), il secondo dall’inizio della nuova guerra tra Israele e palestinesi di cui si teme un possibile allargamento anche sul fronte libanese.
Situazione sul secondo fronte in Libano
Ci sono preoccupanti segnali di escalation lungo la Linea Blu, la linea di confine tra Libano e Israele. Lo ha detto il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per il Libano, Imran Riza, in una dichiarazione sulla situazione nel Paese diffusa dall’Ufficio dell’Onu a Beirut.
“Di recente abbiamo assistito ad attacchi allarmanti che hanno ucciso e ferito civili nel sud del Libano, tra cui donne, bambini e professionisti dei media”, ha affermato Riza, riferendosi alle tre bambine e alla loro nonna uccise domenica 5 novembre in un attacco israeliano e al giornalista dell’agenzia di stampa Reuters Issam Abdallah.
Riza ha anche parlato dei “danni ingenti inflitti alle proprietà private, alle infrastrutture pubbliche e ai terreni agricoli, che hanno costretto più di 25 mila persone a sfollare”.
Il funzionario delle Nazioni Unite ha aggiunto che “anche le guerre hanno delle regole”, ricordando a tutte le parti “che devono rispettare rigorosamente il diritto internazionale umanitario durante le operazioni militari”.
Resta infatti alta la tensione anche sul fronte nord, al confine con in Libano, dove nei pressi della linea blu diversi razzi teleguidati anticarro lanciati dal movimento sciita libanese Hezbollah dal territorio del Libano sono stati abbattuti dalle forze israeliane, che hanno risposto con colpi di artiglieria.
Le Forze armate Israeliane affermano che tre soldati sono stati gravemente feriti da un missile anticarro lanciato dal Libano su una postazione dell’esercito vicino alla comunità settentrionale di Menara.
Un altro soldato è stato gravemente ferito e un secondo è stato ferito in modo moderato in un attacco di droni contro i soldati al confine settentrionale nel pomeriggio.
Fonte
16/10/2023
Non solo Gaza. Salgono i toni sul conflitto in Medio Oriente
I fatti dicono che, in Medio Oriente, stiamo ormai andando oltre lo scontro storico tra la resistenza palestinese e l’occupazione israeliana.
Da un lato Israele scopre che la sua consuetudine alla punizione collettiva contro i palestinesi mette in seria difficoltà i suoi alleati del blocco euroatlantico. Il fatto che a gestire la “vendetta” sia ancora un governo con a capo Netanyahu e il suo contorno di ministri ritenuti “estremisti messianici”, ha scavato in profondità nelle relazioni tra Tel Aviv e alcune cancellerie occidentali. La presenza dentro Gaza di ostaggi di vari paesi tra quelli sequestrati dai palestinesi nel raid del 7 ottobre, complica ulteriormente il quadro.
Gli Stati Uniti soprattutto appaiono in confusione. Hanno spostato un secondo gruppo di portaerei nel Mediterraneo orientale ma hanno precisato che le navi da guerra statunitensi non intendono partecipare alle operazioni militari israeliane. La loro presenza dichiara lo scopo di inviare un messaggio di deterrenza all’Iran e a Hezbollah, per dissuaderli dall’approfittare della situazione per attaccare Israele. Antony Blinken, il segretario di Stato americano, ha però chiesto, paradossalmente, alla Cina di usare la sua influenza sull’Iran per evitare che il conflitto si diffonda in tutto il Medio Oriente.
Dall’altro lato anche paesi che hanno sempre tenuto un basso profilo, limitandosi fino ad oggi a chiedere il rispetto della legalità internazionale sul “conflitto israelo-palestinese” (che in questo caso è indubbiamente a favore dei palestinesi), stanno alzando i toni.
È il caso proprio della Cina, secondo cui le azioni di Israele sono andate “oltre l’ambito dell’autodifesa” e il governo israeliano deve “cessare la punizione collettiva del popolo di Gaza”. Pechino ha chiesto a tutte le parti “una de-escalation e di tornare al tavolo del negoziato il prima possibile”. L’inviato cinese Zhai Jun sarà in Medio Oriente la prossima settimana per spingere per un cessate il fuoco nel conflitto tra Israele e Hamas e per colloqui di pace, riferisce l’emittente statale cinese CCTV.
La Russia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di votare oggi su un progetto di risoluzione sul conflitto Israele-Hamas che chiede un cessate il fuoco umanitario e condanna la violenza contro i civili e tutti gli atti di terrorismo.
La prevista invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano “potrebbe portare ad un genocidio di proporzioni senza precedenti”. È l’allarme lanciato dai capi della Lega Araba e dell’Unione Africana in una dichiarazione congiunta. Entrambe le organizzazioni hanno chiesto “all’Onu e alla comunità internazionale di fermare la catastrofe che si sta svolgendo davanti a noi, prima che sia troppo tardi”. L’Arabia Saudita ha dichiarato seppellita la normalizzazione dei rapporti con Israele.
Ma anche tra potenze rivali storiche di Israele come l’Iran i toni sembrano andare oltre quella della retorica utilizzata in questi decenni. “Se continueranno i crimini del regime sionista nei confronti del popolo palestinese, nessuno può garantire che la situazione nella regione rimanga la stessa”. L’avvertimento di Teheran a Israele arriva tra l’altro dopo l’incontro avvenuto a Doha, in Qatar, tra il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian e il leader di Hamas Ismail Haniyeh.
L’attentato a Teheran contro un alto ufficiale dei servizi di sicurezza iraniani potrebbe stavolta essere un serio passo falso per Israele, così come lo sono stati i bombardamenti sugli aeroporti siriani di Damasco e Aleppo, ultimi in ordine di tempo di ripetuti raid aerei contro la Siria in questi anni.
La missione di pace Onu in Libano (UNIFIL) ha fatto sapere che il suo quartier generale è stato colpito da un razzo nella città meridionale di Naqoura, durante scontri al confine tra soldati israeliani e Hezbollah.
Sul confine tra Libano e Israele, dopo il lancio di missili anti-carro dal Libano che hanno causato un morto e alcuni feriti in una pattuglia dell’esercito israeliano che operava al confine, l’esercito di Tel Aviv ha fatto sapere di aver “attaccato obiettivi militari” di Hezbollah.
Nella regione mediorientale la “ferita palestinese” è rimasta aperta in tutti questi anni ma la strategia israeliana, statunitense ed europea, ha ritenuto di avere in qualche modo liquidato come irrilevante la questione palestinese, cercando solo di favorire la ripresa di rapporti economici e diplomatici tra Israele a paesi arabi. Ma l’ultima illusione di Washington e Tel Aviv sugli “accordi di Abramo” è venuta giù fragorosamente.
Mentre il mondo e le relazioni internazionali cambiavano profondamente, le leadership israeliane e occidentali pensavano che i palestinesi – ma anche un risentimento che veniva crescendo in Iraq, Siria, Maghreb, Africa – non fosse un problema. I fatti si sono incaricati di smentirli. Dolorosamente come è inevitabile in questi casi.
Fonte
Da un lato Israele scopre che la sua consuetudine alla punizione collettiva contro i palestinesi mette in seria difficoltà i suoi alleati del blocco euroatlantico. Il fatto che a gestire la “vendetta” sia ancora un governo con a capo Netanyahu e il suo contorno di ministri ritenuti “estremisti messianici”, ha scavato in profondità nelle relazioni tra Tel Aviv e alcune cancellerie occidentali. La presenza dentro Gaza di ostaggi di vari paesi tra quelli sequestrati dai palestinesi nel raid del 7 ottobre, complica ulteriormente il quadro.
Gli Stati Uniti soprattutto appaiono in confusione. Hanno spostato un secondo gruppo di portaerei nel Mediterraneo orientale ma hanno precisato che le navi da guerra statunitensi non intendono partecipare alle operazioni militari israeliane. La loro presenza dichiara lo scopo di inviare un messaggio di deterrenza all’Iran e a Hezbollah, per dissuaderli dall’approfittare della situazione per attaccare Israele. Antony Blinken, il segretario di Stato americano, ha però chiesto, paradossalmente, alla Cina di usare la sua influenza sull’Iran per evitare che il conflitto si diffonda in tutto il Medio Oriente.
Dall’altro lato anche paesi che hanno sempre tenuto un basso profilo, limitandosi fino ad oggi a chiedere il rispetto della legalità internazionale sul “conflitto israelo-palestinese” (che in questo caso è indubbiamente a favore dei palestinesi), stanno alzando i toni.
È il caso proprio della Cina, secondo cui le azioni di Israele sono andate “oltre l’ambito dell’autodifesa” e il governo israeliano deve “cessare la punizione collettiva del popolo di Gaza”. Pechino ha chiesto a tutte le parti “una de-escalation e di tornare al tavolo del negoziato il prima possibile”. L’inviato cinese Zhai Jun sarà in Medio Oriente la prossima settimana per spingere per un cessate il fuoco nel conflitto tra Israele e Hamas e per colloqui di pace, riferisce l’emittente statale cinese CCTV.
La Russia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di votare oggi su un progetto di risoluzione sul conflitto Israele-Hamas che chiede un cessate il fuoco umanitario e condanna la violenza contro i civili e tutti gli atti di terrorismo.
La prevista invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano “potrebbe portare ad un genocidio di proporzioni senza precedenti”. È l’allarme lanciato dai capi della Lega Araba e dell’Unione Africana in una dichiarazione congiunta. Entrambe le organizzazioni hanno chiesto “all’Onu e alla comunità internazionale di fermare la catastrofe che si sta svolgendo davanti a noi, prima che sia troppo tardi”. L’Arabia Saudita ha dichiarato seppellita la normalizzazione dei rapporti con Israele.
Ma anche tra potenze rivali storiche di Israele come l’Iran i toni sembrano andare oltre quella della retorica utilizzata in questi decenni. “Se continueranno i crimini del regime sionista nei confronti del popolo palestinese, nessuno può garantire che la situazione nella regione rimanga la stessa”. L’avvertimento di Teheran a Israele arriva tra l’altro dopo l’incontro avvenuto a Doha, in Qatar, tra il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian e il leader di Hamas Ismail Haniyeh.
L’attentato a Teheran contro un alto ufficiale dei servizi di sicurezza iraniani potrebbe stavolta essere un serio passo falso per Israele, così come lo sono stati i bombardamenti sugli aeroporti siriani di Damasco e Aleppo, ultimi in ordine di tempo di ripetuti raid aerei contro la Siria in questi anni.
La missione di pace Onu in Libano (UNIFIL) ha fatto sapere che il suo quartier generale è stato colpito da un razzo nella città meridionale di Naqoura, durante scontri al confine tra soldati israeliani e Hezbollah.
Sul confine tra Libano e Israele, dopo il lancio di missili anti-carro dal Libano che hanno causato un morto e alcuni feriti in una pattuglia dell’esercito israeliano che operava al confine, l’esercito di Tel Aviv ha fatto sapere di aver “attaccato obiettivi militari” di Hezbollah.
Nella regione mediorientale la “ferita palestinese” è rimasta aperta in tutti questi anni ma la strategia israeliana, statunitense ed europea, ha ritenuto di avere in qualche modo liquidato come irrilevante la questione palestinese, cercando solo di favorire la ripresa di rapporti economici e diplomatici tra Israele a paesi arabi. Ma l’ultima illusione di Washington e Tel Aviv sugli “accordi di Abramo” è venuta giù fragorosamente.
Mentre il mondo e le relazioni internazionali cambiavano profondamente, le leadership israeliane e occidentali pensavano che i palestinesi – ma anche un risentimento che veniva crescendo in Iraq, Siria, Maghreb, Africa – non fosse un problema. I fatti si sono incaricati di smentirli. Dolorosamente come è inevitabile in questi casi.
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19/05/2023
Assad torna al vertice arabo ma la scomunica Usa frena la ricostruzione della Siria
Il presidente siriano Bashar Assad oggi parteciperà a Gedda a un vertice arabo regionale ed effettuerà una visita nella ricca petromonarchia per la prima volta dal 2011, anno di inizio del conflitto in Siria in cui sono rimaste uccise tra 350mila e mezzo milione di persone, molte delle quali civili oltre a miliziani islamici e soldati dell’esercito siriano. Milioni di siriani durante la guerra hanno lasciato il loro paese e sono profughi in Libano, Turchia e Giordania, altri milioni sono sfollati interni. In bilico fino al 2015, Assad ha poi ripreso il controllo di gran parte della Siria grazie anche ai suoi alleati Russia e Iran. I contatti diplomatici tra Damasco e i paesi arabi si sono intensificati dopo il terremoto del 6 febbraio che ha colpito la Turchia e la Siria uccidendo più di 50.000 persone.
La presenza di Bashar Assad al vertice della Lega Araba scrive un nuovo capitolo delle relazioni tra paesi arabi dopo oltre un decennio di tensioni. Ma difficilmente aprirà la strada alla ricostruzione della Siria. Gli Stati Uniti e l’Europa continuano ad opporsi alla normalizzazione delle relazioni con la Siria e applicano pesanti sanzioni contro Damasco e le parti che avviano rapporti economici e commerciali con il paese arabo. Ciò potrebbe impedire ai paesi arabi ricchi di petrolio di affrettarsi a sbloccare i fondi per progetti economici e infrastrutturali in Siria. Usa ed Europa affermano che la ripresa dei rapporti con Damasco dovrà avvenire sulla base di ciò che stabiliscono le risoluzioni che i paesi occidentali hanno imposto negli anni passati al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e che puntano alla rimozione di Assad dal potere.
A dare il via libera definitivo al reintegro della Siria nella Lega Araba è stata proprio l’Arabia Saudita che pure aveva finanziato e armato vari gruppi islamisti radicali intenzionati a rovesciare Assad. Le relazioni tra i due paesi sono state a dir poco turbolente da quando Assad è diventato presidente nel 2000, in seguito alla morte del padre ed ex presidente, Hafez Assad. Damasco e Riyadh avevano interrotto le relazioni nel 2012, al culmine del conflitto siriano. Poi nell’ultimo anno è cominciato un rapido riavvicinamento e la scorsa settimana hanno concordato di riaprire le loro ambasciate. Ad aprile, il ministro degli Esteri siriano Faisal Mekdad ha visitato Riyadh e il suo omologo saudita, il principe Faisal bin Farhan, è giunto a Damasco per incontrare Assad. Mekdad ha anche preso parte alla riunione dei ministri degli Esteri arabi a Gedda mercoledì prima del vertice.
A promuovere i nuovi rapporti con Damasco è stato in particolare il controverso principe ereditario saudita Mohammed bin Salman – di fatto già alla guida del regno – nel pieno dell’offensiva diplomatica che ha portato Riyadh a migliorare le sue relazioni con l’Iran, a ristabilire i legami con la Siria e, in apparenza, a prevedere la fine della guerra nello Yemen che è stata alimentata proprio dalla coalizione militare a guida saudita intervenuta nel 2015.
Il cambiamento si è accelerato da quando l’Iran e l’Arabia Saudita, le principali potenze arabe sciite e sunnite della regione, hanno concordato di ristabilire le relazioni diplomatiche in un accordo mediato dalla Cina a marzo. Sebbene il programma nucleare iraniano rimanga una fonte di tensione, la diplomazia ha allentato una serie di rivalità. Contribuiscono anche i cambiamenti geopolitici. Gli alleati arabi degli Usa mettono in dubbio l’impegno a lungo termine di Washington nella regione mentre altre potenze, in particolare la Cina, esercitano una crescente influenza. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno compreso che i loro interessi sono sfavoriti da un Medio Oriente altamente polarizzato. Al contrario tendono a svilupparsi disinnescando i conflitti.
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La presenza di Bashar Assad al vertice della Lega Araba scrive un nuovo capitolo delle relazioni tra paesi arabi dopo oltre un decennio di tensioni. Ma difficilmente aprirà la strada alla ricostruzione della Siria. Gli Stati Uniti e l’Europa continuano ad opporsi alla normalizzazione delle relazioni con la Siria e applicano pesanti sanzioni contro Damasco e le parti che avviano rapporti economici e commerciali con il paese arabo. Ciò potrebbe impedire ai paesi arabi ricchi di petrolio di affrettarsi a sbloccare i fondi per progetti economici e infrastrutturali in Siria. Usa ed Europa affermano che la ripresa dei rapporti con Damasco dovrà avvenire sulla base di ciò che stabiliscono le risoluzioni che i paesi occidentali hanno imposto negli anni passati al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e che puntano alla rimozione di Assad dal potere.
A dare il via libera definitivo al reintegro della Siria nella Lega Araba è stata proprio l’Arabia Saudita che pure aveva finanziato e armato vari gruppi islamisti radicali intenzionati a rovesciare Assad. Le relazioni tra i due paesi sono state a dir poco turbolente da quando Assad è diventato presidente nel 2000, in seguito alla morte del padre ed ex presidente, Hafez Assad. Damasco e Riyadh avevano interrotto le relazioni nel 2012, al culmine del conflitto siriano. Poi nell’ultimo anno è cominciato un rapido riavvicinamento e la scorsa settimana hanno concordato di riaprire le loro ambasciate. Ad aprile, il ministro degli Esteri siriano Faisal Mekdad ha visitato Riyadh e il suo omologo saudita, il principe Faisal bin Farhan, è giunto a Damasco per incontrare Assad. Mekdad ha anche preso parte alla riunione dei ministri degli Esteri arabi a Gedda mercoledì prima del vertice.
A promuovere i nuovi rapporti con Damasco è stato in particolare il controverso principe ereditario saudita Mohammed bin Salman – di fatto già alla guida del regno – nel pieno dell’offensiva diplomatica che ha portato Riyadh a migliorare le sue relazioni con l’Iran, a ristabilire i legami con la Siria e, in apparenza, a prevedere la fine della guerra nello Yemen che è stata alimentata proprio dalla coalizione militare a guida saudita intervenuta nel 2015.
Il cambiamento si è accelerato da quando l’Iran e l’Arabia Saudita, le principali potenze arabe sciite e sunnite della regione, hanno concordato di ristabilire le relazioni diplomatiche in un accordo mediato dalla Cina a marzo. Sebbene il programma nucleare iraniano rimanga una fonte di tensione, la diplomazia ha allentato una serie di rivalità. Contribuiscono anche i cambiamenti geopolitici. Gli alleati arabi degli Usa mettono in dubbio l’impegno a lungo termine di Washington nella regione mentre altre potenze, in particolare la Cina, esercitano una crescente influenza. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno compreso che i loro interessi sono sfavoriti da un Medio Oriente altamente polarizzato. Al contrario tendono a svilupparsi disinnescando i conflitti.
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08/05/2023
Medio Oriente in movimento. Siria riammessa nella Lega Araba
La Siria torna a partecipare alle riunioni della Lega Araba. La decisione è leggibile nella dichiarazione finale rilasciata al margine di una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri della Lega Araba, svoltasi ieri al Cairo, durante la quale si è deciso di reintegrare la Siria nell’organizzazione dopo circa 12 anni in cui Damasco aveva subito l’ostracismo di molti paesi arabi.
Era il novembre 2011 quando al Cairo, dopo lo scoppio della guerra civile in Siria, i ministri degli Esteri arabi – allineati con le posizioni di Usa e Unione Europea – avevano deciso di sospendere l’adesione della Siria alla Lega araba finché Damasco non avesse attuato le disposizioni dell’iniziativa araba.
In quell’occasione, i titolari della diplomazia dei Paesi arabi avevano annunciato sanzioni economiche e politiche contro Damasco e avevano esortato l’esercito siriano a non usare la violenza contro i manifestanti anti-Assad.
Il segretario generale della Lega Araba Ahmed Aboul Gheit ha affermato che Assad potrebbe partecipare a un vertice della Lega Araba che si terrà in Arabia Saudita alla fine di questo mese “se lo desidera”.
Rispondendo alla domanda se Assad possa partecipare al vertice, che si terrà a Riyadh il 19 maggio, Aboul Gheit ha detto in conferenza stampa al Cairo: “Se vuole, perché la Siria, da questa sera, è membro a pieno titolo della Lega Araba, e da domani mattina ha il diritto di occupare qualsiasi seggio”.
La decisione di reintegrare la Siria arriva poche settimane prima del vertice della Lega Araba previsto il 19 maggio prossimo in Arabia Saudita. L’ultima volta c’era stato il tentativo dell’Algeria di favorire il rientro di Damasco nella Lega Araba ma aveva trovato l’opposizione di Arabia Saudita ed Egitto.
È passato meno di un anno e la situazione politica in Medio Oriente è completamente cambiata. In particolare l’accordo tra Iran e Arabia Saudita ha cambiato radicalmente la geografia delle relazioni nella regione e nei rapporti con gli USA.
In primo luogo abbiamo assistito al disinnesco di un sanguinoso conflitto regionale nello Yemen ma era subito emerso che ci si stava avviando anche verso una cessazione del conflitto in Siria, almeno per quanto riguardava Damasco e i paesi di influenza saudita.
Il giornale Middle East Eye ricorda che l’Arabia Saudita ha resistito a lungo al ripristino delle relazioni con Assad, ma dopo il suo recente riavvicinamento con l’Iran – il principale alleato regionale della Siria – ha affermato che era necessario un nuovo approccio con Damasco. Non solo.
“Quello che colpisce – scrive Middle East Eye – è che quei paesi che stanno normalizzando i rapporti con il regime di Assad sono tra i più importanti alleati strategici degli Stati Uniti nella regione. Gli Stati Uniti hanno rifiutato , almeno per ora, la normalizzazione con Assad e non sembrano avere alcun interesse a riabilitare il regime siriano a livello regionale o internazionale”.
Già il 27 febbraio scorso, il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri era arrivato a Damasco per la prima visita di un alto funzionario egiziano dall’inizio della rivolta siriana nel 2011.
A seguito del disastroso terremoto che ha colpito Siria e Turchia, il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed ha visitato la capitale siriana e ha partecipato a un incontro con Assad. Giorni dopo, Ayman Safadi, il ministro degli Esteri giordano ha visitato Damasco nel primo viaggio del genere di un alto funzionario giordano dall’inizio della guerra civile siriana.
Tra i punti indicati nella dichiarazione della Lega Araba varata ad Amman vi è la formazione di una commissione di collegamento ministeriale composto da Giordania, Arabia Saudita, Iraq, Libano, Egitto e dal segretario generale della Lega, incaricato di seguire la realizzazione della dichiarazione di Amman – elaborata il 1 maggio scorso in Giordania – e continuare a dialogare con il governo di Damasco al fine di raggiungere una soluzione globale alla crisi siriana che affronti tutte le sue conseguenze, con passi “concreti ed efficaci” secondo la metodologia del “passo dopo passo” e in linea con la risoluzione numero 2254 del Consiglio di sicurezza.
La commissione dovrà presentare relazioni periodiche al Consiglio della Lega Araba a livello ministeriale. Nella dichiarazione, le parti si sono impegnate a preservare la sovranità, l’integrità territoriale e la stabilità della Siria sulla base della Carta della Lega Araba, e di continuare e intensificare gli sforzi volti a uscire dalla crisi.
Infine, i ministri hanno accolto con favore i precedenti incontri sulla Siria svoltisi a Gedda, in Arabia Saudita, il 14 aprile, e ad Amman, il primo maggio, ribadendo il proprio desiderio di profondere sforzi tesi a risolvere la crisi siriana, affrontando tutte le conseguenze a livello umanitario, politico e di sicurezza, e le ripercussioni sui Paesi vicini, sulla regione e sul mondo, con riferimento ai flussi di rifugiati, al terrorismo e al traffico di sostanze stupefacenti.
A subire le conseguenze di questa riavvicinamento tra Siria e Lega Araba sarà soprattutto Israele che ha visto naufragare in poche settimane tutto il processo di normalizzazione con i paesi arabi attraverso gli Accordi di Abramo voluti dagli Usa di Trump.
“Si assottigliano pure le possibilità per il governo israeliano di portare negli Accordi di Abramo la ricca e influente Arabia Saudita” – scrive Michele Giorgio – “Un obiettivo che Netanyahu credeva di avere a portata di mano appena un paio di mesi fa. Non solo Riyadh all’inizio di marzo si è riconciliata con la nemica Teheran e il processo di avvicinamento tra i due paesi va avanti, ma l’Arabia Saudita adesso stringe i rapporti con le leadership palestinesi, allontanando l’obiettivo fondamentale degli Accordi di Abramo: normalizzare le relazioni di Israele con i paesi arabi dimenticando l’occupazione militare dei Territori palestinesi”.
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Era il novembre 2011 quando al Cairo, dopo lo scoppio della guerra civile in Siria, i ministri degli Esteri arabi – allineati con le posizioni di Usa e Unione Europea – avevano deciso di sospendere l’adesione della Siria alla Lega araba finché Damasco non avesse attuato le disposizioni dell’iniziativa araba.
In quell’occasione, i titolari della diplomazia dei Paesi arabi avevano annunciato sanzioni economiche e politiche contro Damasco e avevano esortato l’esercito siriano a non usare la violenza contro i manifestanti anti-Assad.
Il segretario generale della Lega Araba Ahmed Aboul Gheit ha affermato che Assad potrebbe partecipare a un vertice della Lega Araba che si terrà in Arabia Saudita alla fine di questo mese “se lo desidera”.
Rispondendo alla domanda se Assad possa partecipare al vertice, che si terrà a Riyadh il 19 maggio, Aboul Gheit ha detto in conferenza stampa al Cairo: “Se vuole, perché la Siria, da questa sera, è membro a pieno titolo della Lega Araba, e da domani mattina ha il diritto di occupare qualsiasi seggio”.
La decisione di reintegrare la Siria arriva poche settimane prima del vertice della Lega Araba previsto il 19 maggio prossimo in Arabia Saudita. L’ultima volta c’era stato il tentativo dell’Algeria di favorire il rientro di Damasco nella Lega Araba ma aveva trovato l’opposizione di Arabia Saudita ed Egitto.
È passato meno di un anno e la situazione politica in Medio Oriente è completamente cambiata. In particolare l’accordo tra Iran e Arabia Saudita ha cambiato radicalmente la geografia delle relazioni nella regione e nei rapporti con gli USA.
In primo luogo abbiamo assistito al disinnesco di un sanguinoso conflitto regionale nello Yemen ma era subito emerso che ci si stava avviando anche verso una cessazione del conflitto in Siria, almeno per quanto riguardava Damasco e i paesi di influenza saudita.
Il giornale Middle East Eye ricorda che l’Arabia Saudita ha resistito a lungo al ripristino delle relazioni con Assad, ma dopo il suo recente riavvicinamento con l’Iran – il principale alleato regionale della Siria – ha affermato che era necessario un nuovo approccio con Damasco. Non solo.
“Quello che colpisce – scrive Middle East Eye – è che quei paesi che stanno normalizzando i rapporti con il regime di Assad sono tra i più importanti alleati strategici degli Stati Uniti nella regione. Gli Stati Uniti hanno rifiutato , almeno per ora, la normalizzazione con Assad e non sembrano avere alcun interesse a riabilitare il regime siriano a livello regionale o internazionale”.
Già il 27 febbraio scorso, il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri era arrivato a Damasco per la prima visita di un alto funzionario egiziano dall’inizio della rivolta siriana nel 2011.
A seguito del disastroso terremoto che ha colpito Siria e Turchia, il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Abdullah bin Zayed ha visitato la capitale siriana e ha partecipato a un incontro con Assad. Giorni dopo, Ayman Safadi, il ministro degli Esteri giordano ha visitato Damasco nel primo viaggio del genere di un alto funzionario giordano dall’inizio della guerra civile siriana.
Tra i punti indicati nella dichiarazione della Lega Araba varata ad Amman vi è la formazione di una commissione di collegamento ministeriale composto da Giordania, Arabia Saudita, Iraq, Libano, Egitto e dal segretario generale della Lega, incaricato di seguire la realizzazione della dichiarazione di Amman – elaborata il 1 maggio scorso in Giordania – e continuare a dialogare con il governo di Damasco al fine di raggiungere una soluzione globale alla crisi siriana che affronti tutte le sue conseguenze, con passi “concreti ed efficaci” secondo la metodologia del “passo dopo passo” e in linea con la risoluzione numero 2254 del Consiglio di sicurezza.
La commissione dovrà presentare relazioni periodiche al Consiglio della Lega Araba a livello ministeriale. Nella dichiarazione, le parti si sono impegnate a preservare la sovranità, l’integrità territoriale e la stabilità della Siria sulla base della Carta della Lega Araba, e di continuare e intensificare gli sforzi volti a uscire dalla crisi.
Infine, i ministri hanno accolto con favore i precedenti incontri sulla Siria svoltisi a Gedda, in Arabia Saudita, il 14 aprile, e ad Amman, il primo maggio, ribadendo il proprio desiderio di profondere sforzi tesi a risolvere la crisi siriana, affrontando tutte le conseguenze a livello umanitario, politico e di sicurezza, e le ripercussioni sui Paesi vicini, sulla regione e sul mondo, con riferimento ai flussi di rifugiati, al terrorismo e al traffico di sostanze stupefacenti.
A subire le conseguenze di questa riavvicinamento tra Siria e Lega Araba sarà soprattutto Israele che ha visto naufragare in poche settimane tutto il processo di normalizzazione con i paesi arabi attraverso gli Accordi di Abramo voluti dagli Usa di Trump.
“Si assottigliano pure le possibilità per il governo israeliano di portare negli Accordi di Abramo la ricca e influente Arabia Saudita” – scrive Michele Giorgio – “Un obiettivo che Netanyahu credeva di avere a portata di mano appena un paio di mesi fa. Non solo Riyadh all’inizio di marzo si è riconciliata con la nemica Teheran e il processo di avvicinamento tra i due paesi va avanti, ma l’Arabia Saudita adesso stringe i rapporti con le leadership palestinesi, allontanando l’obiettivo fondamentale degli Accordi di Abramo: normalizzare le relazioni di Israele con i paesi arabi dimenticando l’occupazione militare dei Territori palestinesi”.
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27/02/2019
UE - Lega Araba: la nuova fase di cooperazione legittima al-Sisi
di Michele Giorgio - il Manifesto
Al Jazeera qualche giorno fa aveva liquidato il vertice Ue-Lega araba come «simbolico», senza sostanza. E in parte ha avuto ragione. «La nuova era di cooperazione» di cui parlavano ieri i partecipanti alla fine della due giorni di Sharm el Sheikh è solo uno slogan. Ciò nonostante sarebbe un errore trascurare alcuni degli esiti, in qualche caso preoccupanti, del primo summit tra capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione europea e della Lega araba sui temi della sicurezza, migrazione, le crisi e guerre regionali. Così come sarebbe un errore sottovalutare che il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi, a capo di un regime brutale, ha ricevuto sul Mar Rosso una piena legittimazione da parte dell’UE.
«Andando a Sharm el Sheikh (i leader europei) hanno approvato, consapevolmente o meno, il peggior dittatore che l’Egitto abbia visto nei tempi moderni... Tusk, Juncker e i 20 capi di Stato che hanno aderito all’evento, non sono altro che gli utili idioti di el Sisi», ha scritto senza peli sulla lingua David Hearst, giornalista di fama internazionale. Hearst ha ricordato il recente emendamento alla Costituzione egiziana che farà di el Sisi un faraone, al potere a tempo indeterminato. Di fronte a ciò non si può non provare una profonda amarezza leggendo le dichiarazioni di Conte. El Sisi, ha assicurato il presidente del consiglio, rinnova l’impegno per arrivare alla verità sul brutale assassinio di Giulio Regeni. Il governo italiano assegna credibilità a colui che agisce unicamente per insabbiare la vicenda di Regeni.
Conte piuttosto avrebbe dovuto indignarsi ascoltando il rais egiziano che, nel suo discorso, ha chiesto all’UE di comprendere che «nei paesi arabi la priorità è la stabilità ed evitare che cadano nella distruzione, com’è avvenuto in diversi Stati dell’area». Una premessa volta a giustificare le gravi violazioni dei diritti umani in Egitto. «La pena di morte che viene decisa dai tribunali penali in Egitto è uno strumento per tutelare i diritti delle vittime degli attacchi terroristici ed è parte della cultura e dei valori della regione», ha risposto el Sisi ai giornalisti che gli chiedevano delle esecuzioni in Egitto (15 solo nel mese di febbraio).
El Sisi chiede mano libera contro oppositori e dissidenti e l’Italia e il resto dell’UE acconsentono.
L’Ue intende cooperare proprio con il regime egiziano nella sicurezza e «lotta al terrorismo» e il portale d’informazione mediorientale Middle East Eye (Mee) ieri riferiva in esclusiva che funzionari europei hanno avviato colloqui con le controparti al Cairo e in alcuni paesi mediorientali – Algeria, Giordania, Libano, Marocco, Tunisia e Turchia (con Israele già accade da anni) – per la condivisione con Europol di informazioni personali tra cui i dati riguardanti la razza e l’origine etnica di una persona, le sue opinioni politiche e credenze religiose, l’affiliazione sindacale, i dati genetici, quelli relativi alla loro salute e persino alla vita sessuale. Un portavoce della Commissione europea ha rivelato a Mee che i negoziatori hanno tenuto tra novembre e dicembre colloqui con la Turchia e rappresentanti egiziani e di vari paesi arabi. Incontri che significano un’ulteriore normalizzazione della cooperazione con i servizi di sicurezza di el Sisi responsabili, come tutti gli elementi lasciano credere, dell’omicidio di Giulio Regeni oltre che di abusi, torture e violazioni a danno di migliaia di cittadini egiziani.
Nella dichiarazione finale del vertice a Sharm el Sheikh, divisa in 17 punti, Ue e Lega araba affermano inoltre la necessità di risolvere in modo politico le crisi regionali, in conformità con il diritto internazionale e il diritto umanitario. Ribadiscono il sostegno comune alla soluzione a Due Stati (Israele e Palestina) in base ai confini del 1967 e Gerusalemme est come capitale del futuro Stato palestinese ed esprimono preoccupazione per la situazione nella Striscia di Gaza. Sostengono di voler preservare l’unità, la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza di Siria e Yemen. Si stenta a crederlo guardando a ciò che hanno deciso e fatto in quei due paesi dal 2011 in poi.
Fonte
Al Jazeera qualche giorno fa aveva liquidato il vertice Ue-Lega araba come «simbolico», senza sostanza. E in parte ha avuto ragione. «La nuova era di cooperazione» di cui parlavano ieri i partecipanti alla fine della due giorni di Sharm el Sheikh è solo uno slogan. Ciò nonostante sarebbe un errore trascurare alcuni degli esiti, in qualche caso preoccupanti, del primo summit tra capi di Stato e di governo dei paesi dell’Unione europea e della Lega araba sui temi della sicurezza, migrazione, le crisi e guerre regionali. Così come sarebbe un errore sottovalutare che il presidente egiziano Abdel Fattah el Sisi, a capo di un regime brutale, ha ricevuto sul Mar Rosso una piena legittimazione da parte dell’UE.
«Andando a Sharm el Sheikh (i leader europei) hanno approvato, consapevolmente o meno, il peggior dittatore che l’Egitto abbia visto nei tempi moderni... Tusk, Juncker e i 20 capi di Stato che hanno aderito all’evento, non sono altro che gli utili idioti di el Sisi», ha scritto senza peli sulla lingua David Hearst, giornalista di fama internazionale. Hearst ha ricordato il recente emendamento alla Costituzione egiziana che farà di el Sisi un faraone, al potere a tempo indeterminato. Di fronte a ciò non si può non provare una profonda amarezza leggendo le dichiarazioni di Conte. El Sisi, ha assicurato il presidente del consiglio, rinnova l’impegno per arrivare alla verità sul brutale assassinio di Giulio Regeni. Il governo italiano assegna credibilità a colui che agisce unicamente per insabbiare la vicenda di Regeni.
Conte piuttosto avrebbe dovuto indignarsi ascoltando il rais egiziano che, nel suo discorso, ha chiesto all’UE di comprendere che «nei paesi arabi la priorità è la stabilità ed evitare che cadano nella distruzione, com’è avvenuto in diversi Stati dell’area». Una premessa volta a giustificare le gravi violazioni dei diritti umani in Egitto. «La pena di morte che viene decisa dai tribunali penali in Egitto è uno strumento per tutelare i diritti delle vittime degli attacchi terroristici ed è parte della cultura e dei valori della regione», ha risposto el Sisi ai giornalisti che gli chiedevano delle esecuzioni in Egitto (15 solo nel mese di febbraio).
El Sisi chiede mano libera contro oppositori e dissidenti e l’Italia e il resto dell’UE acconsentono.
L’Ue intende cooperare proprio con il regime egiziano nella sicurezza e «lotta al terrorismo» e il portale d’informazione mediorientale Middle East Eye (Mee) ieri riferiva in esclusiva che funzionari europei hanno avviato colloqui con le controparti al Cairo e in alcuni paesi mediorientali – Algeria, Giordania, Libano, Marocco, Tunisia e Turchia (con Israele già accade da anni) – per la condivisione con Europol di informazioni personali tra cui i dati riguardanti la razza e l’origine etnica di una persona, le sue opinioni politiche e credenze religiose, l’affiliazione sindacale, i dati genetici, quelli relativi alla loro salute e persino alla vita sessuale. Un portavoce della Commissione europea ha rivelato a Mee che i negoziatori hanno tenuto tra novembre e dicembre colloqui con la Turchia e rappresentanti egiziani e di vari paesi arabi. Incontri che significano un’ulteriore normalizzazione della cooperazione con i servizi di sicurezza di el Sisi responsabili, come tutti gli elementi lasciano credere, dell’omicidio di Giulio Regeni oltre che di abusi, torture e violazioni a danno di migliaia di cittadini egiziani.
Nella dichiarazione finale del vertice a Sharm el Sheikh, divisa in 17 punti, Ue e Lega araba affermano inoltre la necessità di risolvere in modo politico le crisi regionali, in conformità con il diritto internazionale e il diritto umanitario. Ribadiscono il sostegno comune alla soluzione a Due Stati (Israele e Palestina) in base ai confini del 1967 e Gerusalemme est come capitale del futuro Stato palestinese ed esprimono preoccupazione per la situazione nella Striscia di Gaza. Sostengono di voler preservare l’unità, la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza di Siria e Yemen. Si stenta a crederlo guardando a ciò che hanno deciso e fatto in quei due paesi dal 2011 in poi.
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22/11/2017
Libano - "Pronti ad affrontare le minacce di Israele"
Sull’account Twitter dell’esercito libanese, il comandante delle forze armate il generale Joseph Aoun,
ha chiesto oggi ai suoi soldati di essere pronti ad affrontare nel sud
del Paese le “minacce del nemico israeliano”, le sue “violazioni” e le
sue “intenzioni aggressive” verso il Libano, “la sua gente e il suo
esercito”. Secondo il generale, le sue truppe devono inoltre accertarsi che la risoluzione dell’Onu 1701 sia “ben implementata” cosicché il confine con Israele resti stabili.
“L’eccezionale situazione politica che il Libano sta vivendo – ha
aggiunto – vi porta ad esercitarvi al massimo livello di consapevolezza e
vigilanza”.
Il commento mostra nuovamente come il rischio di un nuovo conflitto tra il Libano e lo stato ebraico sia molto concreto. Tel Aviv potrebbe approfittare della crisi politica interna libanese, causata dalle “dimissioni” inaspettate del premier Hariri lo scorso 4 novembre, per sferrare un duro colpo agli sciiti di Hezbollah.
Un ufficiale israeliano anonimo, citato dalla Reuters, nega però la validità dei commenti di Aoun definendoli “insensati”. Sarà, ma da domenica l’esercito israeliano sta compiendo un’esercitazione vicino al confine con la Siria (non la prima) e da mesi alcuni analisti militari hanno paventato la possibilità di un nuovo conflitto con Hezbollah. Il clima nella regione mediorientale è incandescente: alla base lo scontro (finora solo per procura) tra Iran e Arabia Saudita che, considerati i fallimenti dell’asse sunnita capitanato da Riyadh in Siria e Yemen, vede al momento prevalere Teheran.
Senza poi dimenticare le altre “crisi”: dall’embargo imposto dai sauditi e alleati al Qatar in estate, alle recenti dimissioni (quanto vere?) di Hariri, l’uomo di Riyadh a Beirut. Le monarchie del Golfo e Tel Aviv guardano ormai con costante preoccupazione la forte influenza conquistata in Medio Oriente dall’Iran e dai suoi alleati libanesi rappresentati da Hezbollah.
Proprio Hezbollah, per bocca del suo leader Hassan Nasrallah, ha fatto sapere ieri che non ha mandato armi in Yemen e ha negato di essere responsabile del razzo sparato recentemente dai ribelli yemeniti houthi in direzione della capitale saudita Riyadh. In un discorso televisivo, Nasrallah ha detto che “non abbiamo mandato né missili balistici, né armi avanzate, né pistole allo Yemen o al Bahrain o al Kuwait” ma solo missili anti-carro nella “Palestina occupata”.
Il leader del Partito di Dio ha poi difeso il suo gruppo dai duri attacchi di domenica della Lega Araba che ha definito la sua organizzazione un “gruppo terroristico”. Nasrallah ha definito le dichiarazioni “spiacevoli, ma non nuove” e ha chiesto ironicamente ai ministri degli esteri arabi riuniti al Cairo per il vertice perché non hanno speso una parola sulla “guerra distruttiva” compiuta dalla coalizione a guida saudita in Yemen. Ha poi affermato che ritirerà un gran numero dei suoi combattenti dall’Iraq quando l’autoproclamato Stato Islamico (Is) sarà sconfitto.
A difendere Hezbollah è stato anche il movimento palestinese Hamas: per gli islamisti, infatti, sono le azioni d’Israele contro i palestinesi a dover essere definite come atti di “terrorismo”. Hamas ha poi esortato gli stati arabi a “sostenere la legittima lotta del popolo palestinese” invitandoli a lavorare insieme per risolvere le differenze attraverso il dialogo.
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Il commento mostra nuovamente come il rischio di un nuovo conflitto tra il Libano e lo stato ebraico sia molto concreto. Tel Aviv potrebbe approfittare della crisi politica interna libanese, causata dalle “dimissioni” inaspettate del premier Hariri lo scorso 4 novembre, per sferrare un duro colpo agli sciiti di Hezbollah.
Un ufficiale israeliano anonimo, citato dalla Reuters, nega però la validità dei commenti di Aoun definendoli “insensati”. Sarà, ma da domenica l’esercito israeliano sta compiendo un’esercitazione vicino al confine con la Siria (non la prima) e da mesi alcuni analisti militari hanno paventato la possibilità di un nuovo conflitto con Hezbollah. Il clima nella regione mediorientale è incandescente: alla base lo scontro (finora solo per procura) tra Iran e Arabia Saudita che, considerati i fallimenti dell’asse sunnita capitanato da Riyadh in Siria e Yemen, vede al momento prevalere Teheran.
Senza poi dimenticare le altre “crisi”: dall’embargo imposto dai sauditi e alleati al Qatar in estate, alle recenti dimissioni (quanto vere?) di Hariri, l’uomo di Riyadh a Beirut. Le monarchie del Golfo e Tel Aviv guardano ormai con costante preoccupazione la forte influenza conquistata in Medio Oriente dall’Iran e dai suoi alleati libanesi rappresentati da Hezbollah.
Proprio Hezbollah, per bocca del suo leader Hassan Nasrallah, ha fatto sapere ieri che non ha mandato armi in Yemen e ha negato di essere responsabile del razzo sparato recentemente dai ribelli yemeniti houthi in direzione della capitale saudita Riyadh. In un discorso televisivo, Nasrallah ha detto che “non abbiamo mandato né missili balistici, né armi avanzate, né pistole allo Yemen o al Bahrain o al Kuwait” ma solo missili anti-carro nella “Palestina occupata”.
Il leader del Partito di Dio ha poi difeso il suo gruppo dai duri attacchi di domenica della Lega Araba che ha definito la sua organizzazione un “gruppo terroristico”. Nasrallah ha definito le dichiarazioni “spiacevoli, ma non nuove” e ha chiesto ironicamente ai ministri degli esteri arabi riuniti al Cairo per il vertice perché non hanno speso una parola sulla “guerra distruttiva” compiuta dalla coalizione a guida saudita in Yemen. Ha poi affermato che ritirerà un gran numero dei suoi combattenti dall’Iraq quando l’autoproclamato Stato Islamico (Is) sarà sconfitto.
A difendere Hezbollah è stato anche il movimento palestinese Hamas: per gli islamisti, infatti, sono le azioni d’Israele contro i palestinesi a dover essere definite come atti di “terrorismo”. Hamas ha poi esortato gli stati arabi a “sostenere la legittima lotta del popolo palestinese” invitandoli a lavorare insieme per risolvere le differenze attraverso il dialogo.
Fonte
21/11/2017
Palestina - Trump ricatta Abu Mazen
di Michele Giorgio il Manifesto
«Non accetteremo alcuna estorsione o pressione degli Stati Uniti», avverte perentorio il ministro degli esteri palestinese, Riad Malki. Protesta anche la Lega araba – ma sarebbe più giusto chiamarla Lega «saudita» – che tra attacchi all’Iran e accuse a Hezbollah ha trovato qualche minuto per rioccuparsi dei palestinesi.
Comunque vada a finire l’annunciata decisione del Dipartimento di Stato americano di chiudere la missione palestinese a Washington se i palestinesi non entreranno subito «in negoziazioni dirette e significative con Israele», rappresenta un ricatto a tutti gli effetti.
Trump, è fin troppo evidente, vuole imporre all’Anp del presidente Abu Mazen di negoziare con il premier israeliano Benyamin Netanyahu sulla base di quel «piano di pace» statunitense, noto anche come «il grande accordo del secolo», di cui si vocifera da tempo e che per ora resta nel cassetto. E poi c’è l’oscura norma Usa secondo cui la missione dell’Olp deve essere chiusa se i palestinesi tenteranno di spingere la Corte penale internazionale a procedere contro Israele, come ha chiesto Abu Mazen lo scorso settembre all’Assemblea Generale dell’Onu dopo aver denunciato l’espansione incessante degli insediamenti coloniali israeliani e le aggressioni contro il suo popolo sotto occupazione militare.
L’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) aprì tra cerimonie e fanfare una missione a Washington nel 1994, dopo la firma degli accordi di Oslo con Israele.
ORA, DOPO OLTRE 20 ANNI, il ricatto americano. O Abu Mazen accetta senza fiatare il piano Usa o perderà la rappresentanza e, in futuro, molto di più. Piano americano che, stando alle indiscrezioni, prevede che la questione palestinese sia risolta all’interno di una trattativa ampia, regionale, tra Israele e i paesi arabi, in particolare l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite.
A inizio anno, ricevendo Netanyahu alla Casa bianca, Trump prese le distanze dalla soluzione a due Stati (Israele e Palestina) dicendosi disposto a sostenere qualsiasi pace, lasciando intendere anche senza la creazione di uno Stato palestinese.
FONTI ISRAELIANE affermano che il piano di Trump sarà basato sul riconoscimento Usa di uno Stato palestinese accanto a Israele ma non lungo i confini del 1967 e senza lo sgombero di alcun insediamento coloniale ebraico costruito dopo il 1967 nei Territori occupati. In sostanza ai palestinesi verrebbe restituito solo qualche chilometro quadrato di terra in più rispetto a quanto già controllano ora (ma solo civilmente): la Zona A e la Zona B, rispettivamente il 14% e il 20% della Cisgiordania occupata.
La parte restante della Cisgiordania, la zona C, e tutta Gerusalemme andrebbero a Israele, poiché vi vivono centinaia di migliaia di coloni israeliani.
A CONTI FATTI all’ipotetico Stato palestinese andrebbe meno del 40% di quel 22% della Palestina storica che rimase dopo la fondazione dello Stato di Israele e la guerra del 1948, oltre alla minuscola e isolata Striscia di Gaza (meno di 400 kmq). Senza dimenticare che questo Stato non avrà il controllo della frontiera con la Giordania, un suo spazio aereo e piena sovranità poiché il piano Trump, spiegano i media locali, offre a Israele le massime garanzie di sicurezza. Si tratterebbe di un bantustan legalizzato, riconosciuto dalla comunità internazionale.
INTANTO LA LEGA araba-saudita, mentre chiede al governo degli Stati Uniti di non chiudere in modo punitivo l’ufficio dell’Olp a Washington, porta appoggio all’assalto all’Iran e al suo alleato Hezbollah lanciato dalla monarchia Saud. Lo scontro tra Riyadh e Tehran ormai è planetario pur concentrandosi in Siria, Libano e Yemen. Nel corso della riunione straordinaria della Lega araba l’altro giorno al Cairo, il ministro degli esteri saudita, Ader al Jubeir, ha avvertito con tono minaccioso che «L’Arabia Saudita non resterà a guardare le aggressioni (iraniane) e non esiterà e difendere la sua sicurezza nazionale per garantire l’incolumità dei suoi abitanti».
IN APPOGGIO IL BAHREIN, fedelissimo alleato del re saudita Salman e dell’erede al trono Mohammed, ha prontamente accusato il Libano di essere sotto il completo controllo di Hezbollah. Per tutta risposta, su ordine di Beirut, il ministro degli esteri libanese, Gebran Bassil, non ha partecipato alla riunione della Lega araba.
IL PRESIDENTE LIBANESE Aoun ha difeso Hezbollah negando ieri l’accusa di «terrorismo» che gli rivolgono le monarchie sunnite. Più di tutto ha difeso le armi del braccio militare del movimento sciita che, ha spiegato, servono «per difendere il paese da Israele». Il clima è sempre più infuocato a Beirut dove domani si attende il rientro, dopo oltre due settimane, del premier Saad Hariri che ha presentato le dimissioni mentre era in visita a Riyadh lanciando accuse pesanti a Hezbollah e Tehran.
Fonte
«Non accetteremo alcuna estorsione o pressione degli Stati Uniti», avverte perentorio il ministro degli esteri palestinese, Riad Malki. Protesta anche la Lega araba – ma sarebbe più giusto chiamarla Lega «saudita» – che tra attacchi all’Iran e accuse a Hezbollah ha trovato qualche minuto per rioccuparsi dei palestinesi.
Comunque vada a finire l’annunciata decisione del Dipartimento di Stato americano di chiudere la missione palestinese a Washington se i palestinesi non entreranno subito «in negoziazioni dirette e significative con Israele», rappresenta un ricatto a tutti gli effetti.
Trump, è fin troppo evidente, vuole imporre all’Anp del presidente Abu Mazen di negoziare con il premier israeliano Benyamin Netanyahu sulla base di quel «piano di pace» statunitense, noto anche come «il grande accordo del secolo», di cui si vocifera da tempo e che per ora resta nel cassetto. E poi c’è l’oscura norma Usa secondo cui la missione dell’Olp deve essere chiusa se i palestinesi tenteranno di spingere la Corte penale internazionale a procedere contro Israele, come ha chiesto Abu Mazen lo scorso settembre all’Assemblea Generale dell’Onu dopo aver denunciato l’espansione incessante degli insediamenti coloniali israeliani e le aggressioni contro il suo popolo sotto occupazione militare.
L’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) aprì tra cerimonie e fanfare una missione a Washington nel 1994, dopo la firma degli accordi di Oslo con Israele.
ORA, DOPO OLTRE 20 ANNI, il ricatto americano. O Abu Mazen accetta senza fiatare il piano Usa o perderà la rappresentanza e, in futuro, molto di più. Piano americano che, stando alle indiscrezioni, prevede che la questione palestinese sia risolta all’interno di una trattativa ampia, regionale, tra Israele e i paesi arabi, in particolare l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite.
A inizio anno, ricevendo Netanyahu alla Casa bianca, Trump prese le distanze dalla soluzione a due Stati (Israele e Palestina) dicendosi disposto a sostenere qualsiasi pace, lasciando intendere anche senza la creazione di uno Stato palestinese.
FONTI ISRAELIANE affermano che il piano di Trump sarà basato sul riconoscimento Usa di uno Stato palestinese accanto a Israele ma non lungo i confini del 1967 e senza lo sgombero di alcun insediamento coloniale ebraico costruito dopo il 1967 nei Territori occupati. In sostanza ai palestinesi verrebbe restituito solo qualche chilometro quadrato di terra in più rispetto a quanto già controllano ora (ma solo civilmente): la Zona A e la Zona B, rispettivamente il 14% e il 20% della Cisgiordania occupata.
La parte restante della Cisgiordania, la zona C, e tutta Gerusalemme andrebbero a Israele, poiché vi vivono centinaia di migliaia di coloni israeliani.
A CONTI FATTI all’ipotetico Stato palestinese andrebbe meno del 40% di quel 22% della Palestina storica che rimase dopo la fondazione dello Stato di Israele e la guerra del 1948, oltre alla minuscola e isolata Striscia di Gaza (meno di 400 kmq). Senza dimenticare che questo Stato non avrà il controllo della frontiera con la Giordania, un suo spazio aereo e piena sovranità poiché il piano Trump, spiegano i media locali, offre a Israele le massime garanzie di sicurezza. Si tratterebbe di un bantustan legalizzato, riconosciuto dalla comunità internazionale.
INTANTO LA LEGA araba-saudita, mentre chiede al governo degli Stati Uniti di non chiudere in modo punitivo l’ufficio dell’Olp a Washington, porta appoggio all’assalto all’Iran e al suo alleato Hezbollah lanciato dalla monarchia Saud. Lo scontro tra Riyadh e Tehran ormai è planetario pur concentrandosi in Siria, Libano e Yemen. Nel corso della riunione straordinaria della Lega araba l’altro giorno al Cairo, il ministro degli esteri saudita, Ader al Jubeir, ha avvertito con tono minaccioso che «L’Arabia Saudita non resterà a guardare le aggressioni (iraniane) e non esiterà e difendere la sua sicurezza nazionale per garantire l’incolumità dei suoi abitanti».
IN APPOGGIO IL BAHREIN, fedelissimo alleato del re saudita Salman e dell’erede al trono Mohammed, ha prontamente accusato il Libano di essere sotto il completo controllo di Hezbollah. Per tutta risposta, su ordine di Beirut, il ministro degli esteri libanese, Gebran Bassil, non ha partecipato alla riunione della Lega araba.
IL PRESIDENTE LIBANESE Aoun ha difeso Hezbollah negando ieri l’accusa di «terrorismo» che gli rivolgono le monarchie sunnite. Più di tutto ha difeso le armi del braccio militare del movimento sciita che, ha spiegato, servono «per difendere il paese da Israele». Il clima è sempre più infuocato a Beirut dove domani si attende il rientro, dopo oltre due settimane, del premier Saad Hariri che ha presentato le dimissioni mentre era in visita a Riyadh lanciando accuse pesanti a Hezbollah e Tehran.
Fonte
20/11/2017
Vertice arabo: attacco ad Iran ed Hezbollah
Come era già stato annunciato, il “vertice d’emergenza” della Lega
Araba tenutosi ieri al Cairo ha fornito all’Arabia Saudita una ghiotta
occasione per sferrare un nuovo duro colpo al nemico Iran e per
ricompattare il blocco degli stati arabi sunniti. “Teheran vuole
destabilizzare e alimentare il settarismo nell’area – ha dichiarato
senza giri di parole il ministro degli esteri saudita Adel al-Jubayr in
apertura dell’incontro – Questa [nostra] risposta rapida
riflette la gravità della situazione che i nostri Paesi affrontano a
causa delle violazioni dei missili balistici iraniani e della chiara
interferenza [di Teheran] negli affari interni dei Paesi arabi”. Di
fronte “all’aggressione” iraniana, ha sottolineato Jubayr, Riyadh “non
esiterà a difendere la sua sicurezza nazionale pur di mantenere il suo
popolo al sicuro”.
Non meno tenero verso Teheran è stato il suo pari bahrenita, Khalid bin Ahmed al-Khalifa, secondo il quale il Bahrain ha ricevuto “migliaia di ferite” da parte della Repubblica islamica (il riferimento è alle proteste della maggioranza sciita contro la monarchia duramente represse da Manama). “L’Iran – ha poi spiegato al-Khalifa – ha braccia nella regione, la più lunga delle quali al momento è quella dei terroristi di Hezbollah” che sono “in totale controllo” del Libano. L’ostilità contro Hezbollah, e quindi contro l’Iran, è stata però pressoché unanime al vertice: nella dichiarazione finale, la Lega araba ha approvato un testo in cui Hezbollah è ritenuta una “organizzazione terroristica”.
Ad attaccare Teheran è stato anche il segretario della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, che ha stigmatizzato con forza il missile sparato recentemente dai ribelli yemeniti houthi in direzione di Riyadh. Quel razzo – ha detto durante il suo intervento – era “di fabbricazione iraniana” ed è stato “un messaggio inaccettabile” mandato ai sauditi dagli ayatollah. Gli houthi negano però di aver ricevuto alcun tipo di assistenza da parte di Teheran e sostengono che il Burkan 2-H lanciato verso il regno saudita è di produzione yemenita.
Il vertice di ieri giungeva nelle ore in cui continua ad essere altissima la tensione tra Libano e Arabia Saudita alla luce delle dimissioni del premier libanese Hariri annunciate inaspettatamente lo scorso 4 novembre. Secondo gran parte del mondo politico libanese, infatti, la decisione del primo ministro (da sabato a Parigi) sarebbe stata dettata dai diktat sauditi volti a destabilizzare il Paese e colpire così Hezbollah e l’Iran.
Il prolungato “soggiorno” del premier in Arabia Saudita ha portato il presidente del Libano Michael Aoun (e non solo) ad accusare i Saud di tenere Hariri in ostaggio (accusa respinta sia dal premier dimissionario che dai sauditi). Che il clima tra Beirut e Riyadh sia ancora teso, nonostante il ritorno in patria del leader di Mustqbal previsto per mercoledì, è apparso evidente dall’assenza al vertice di ieri del ministro degli esteri libanese Bassil (c’era però il rappresentante del Libano alla Lega Araba, Antoine Azzam).
La risposta dall’Iran all’attacco incrociato dal Cairo non si è fatta attendere. “Sfortunatamente nazioni come il regime saudita stanno cercando di dividere e di creare differenze. Ciò perché non vedono altro che divisioni” ha detto laconicamente il ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif ai margini di un incontro sulla Siria con turchi e russi ad Antalya.
Ma se l’Iran è il gran nemico da combattere, sempre più evidenti sono i legami tra il mondo “moderato” arabo e Israele. Intervistato ieri dalla radio militare, il ministro israeliano per l’Energia, Yuval Steinitz, ha confermato infatti che sono in corso contatti segreti tra lo stato ebraico e l’Arabia Saudita sull’Iran. “Abbiamo relazioni con molti paesi arabi e musulmani che sono in parte segrete. Non siamo noi quelli che si vergognano [di renderli pubblici]. Solitamente sono gli altri che preferiscono mantenerli così pertanto noi rispettiamo i loro desideri”. “I contatti con il mondo arabo moderato, tra cui quelli con l’Arabia Saudita – ha spiegato – ci aiutano a fermare l’Iran. Quando abbiamo lottato per avere un migliore accordo sul nucleare, ottenendo solo un parziale successo, a sostenerci c’erano gli stati arabi moderati e anche ora, quando facciamo pressioni sulle potenze mondiali affinché si oppongano alla creazione di una base militare in Siria o sul nostro confine settentrionale [Golan occupato, ndr], il mondo sunnita ci aiuta”.
Le dichiarazioni di Steinitz fanno il paio con quelle della scorsa settimana del capo di stato maggiore israeliano Gadi Eisenkot che, intervistato dal portale saudita on line Elaph, aveva dichiarato che Israele è pronto a condividere “informazioni di intelligence” con i sauditi perché i due Paesi hanno un comune interesse nel fermare l’Iran.
Fonte
Non meno tenero verso Teheran è stato il suo pari bahrenita, Khalid bin Ahmed al-Khalifa, secondo il quale il Bahrain ha ricevuto “migliaia di ferite” da parte della Repubblica islamica (il riferimento è alle proteste della maggioranza sciita contro la monarchia duramente represse da Manama). “L’Iran – ha poi spiegato al-Khalifa – ha braccia nella regione, la più lunga delle quali al momento è quella dei terroristi di Hezbollah” che sono “in totale controllo” del Libano. L’ostilità contro Hezbollah, e quindi contro l’Iran, è stata però pressoché unanime al vertice: nella dichiarazione finale, la Lega araba ha approvato un testo in cui Hezbollah è ritenuta una “organizzazione terroristica”.
Ad attaccare Teheran è stato anche il segretario della Lega araba, Ahmed Aboul Gheit, che ha stigmatizzato con forza il missile sparato recentemente dai ribelli yemeniti houthi in direzione di Riyadh. Quel razzo – ha detto durante il suo intervento – era “di fabbricazione iraniana” ed è stato “un messaggio inaccettabile” mandato ai sauditi dagli ayatollah. Gli houthi negano però di aver ricevuto alcun tipo di assistenza da parte di Teheran e sostengono che il Burkan 2-H lanciato verso il regno saudita è di produzione yemenita.
Il vertice di ieri giungeva nelle ore in cui continua ad essere altissima la tensione tra Libano e Arabia Saudita alla luce delle dimissioni del premier libanese Hariri annunciate inaspettatamente lo scorso 4 novembre. Secondo gran parte del mondo politico libanese, infatti, la decisione del primo ministro (da sabato a Parigi) sarebbe stata dettata dai diktat sauditi volti a destabilizzare il Paese e colpire così Hezbollah e l’Iran.
Il prolungato “soggiorno” del premier in Arabia Saudita ha portato il presidente del Libano Michael Aoun (e non solo) ad accusare i Saud di tenere Hariri in ostaggio (accusa respinta sia dal premier dimissionario che dai sauditi). Che il clima tra Beirut e Riyadh sia ancora teso, nonostante il ritorno in patria del leader di Mustqbal previsto per mercoledì, è apparso evidente dall’assenza al vertice di ieri del ministro degli esteri libanese Bassil (c’era però il rappresentante del Libano alla Lega Araba, Antoine Azzam).
La risposta dall’Iran all’attacco incrociato dal Cairo non si è fatta attendere. “Sfortunatamente nazioni come il regime saudita stanno cercando di dividere e di creare differenze. Ciò perché non vedono altro che divisioni” ha detto laconicamente il ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif ai margini di un incontro sulla Siria con turchi e russi ad Antalya.
Ma se l’Iran è il gran nemico da combattere, sempre più evidenti sono i legami tra il mondo “moderato” arabo e Israele. Intervistato ieri dalla radio militare, il ministro israeliano per l’Energia, Yuval Steinitz, ha confermato infatti che sono in corso contatti segreti tra lo stato ebraico e l’Arabia Saudita sull’Iran. “Abbiamo relazioni con molti paesi arabi e musulmani che sono in parte segrete. Non siamo noi quelli che si vergognano [di renderli pubblici]. Solitamente sono gli altri che preferiscono mantenerli così pertanto noi rispettiamo i loro desideri”. “I contatti con il mondo arabo moderato, tra cui quelli con l’Arabia Saudita – ha spiegato – ci aiutano a fermare l’Iran. Quando abbiamo lottato per avere un migliore accordo sul nucleare, ottenendo solo un parziale successo, a sostenerci c’erano gli stati arabi moderati e anche ora, quando facciamo pressioni sulle potenze mondiali affinché si oppongano alla creazione di una base militare in Siria o sul nostro confine settentrionale [Golan occupato, ndr], il mondo sunnita ci aiuta”.
Le dichiarazioni di Steinitz fanno il paio con quelle della scorsa settimana del capo di stato maggiore israeliano Gadi Eisenkot che, intervistato dal portale saudita on line Elaph, aveva dichiarato che Israele è pronto a condividere “informazioni di intelligence” con i sauditi perché i due Paesi hanno un comune interesse nel fermare l’Iran.
Fonte
30/03/2017
Lega Araba - Abu Mazen e l'illusione della forza
Divisi su tutto, i leader della Lega araba riuniti ieri in Giordania – unico assente il siriano Bashar Assad espulso negli anni passati su intimazione dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo – hanno trovato sulla questione palestinese l’unità tanto invocata dai partecipanti. Il documento finale approvato a conclusione del vertice annuale arabo ribadisce che la pace con Israele avverrà solo con la creazione di uno Stato palestinese. La pace è “un’opzione strategica”, si legge nel documento, che chiede a tutti i governi di non spostare le rappresentanze diplomatiche in Israele. Un riferimento indiretto all’intenzione annunciata da Donald Trump di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme. Allo stesso tempo i leader arabi si dicono pronti a lavorare con il presidente americano “per portare la pace in Medio Oriente”.
Sorride il presidente palestinese Abu Mazen che ha lasciato il summit convinto di essersi rafforzato grazie all’appoggio ricevuto in Giordania, dimenticando che le dichiarazioni finali dei summit arabi sono simboliche e quasi mai destinate ad avere sviluppi concreti. Certo, ha ottenuto il sostegno che cercava alla soluzione dei Due Stati, Israele e Palestina, ridimensionata da Trump il mese scorso durante l’incontro alla Casa Bianca con il premier israeliano Netanyahu – “Che la soluzione sia a uno o due Stati, quella che loro preferiscono, l’importante è che sia pace”, aveva detto il tycoon – ma la realtà sul terreno continua ad indebolirlo, anche agli occhi della sua gente. L’espansione costante delle colonie israeliane sta spezzettando il territorio nel quale dovrebbe nascere lo Stato palestinese indipendente rendendo quasi impossibile la fattibilità della soluzione dei Due Stati.
Il presidente palestinese ha impedito emendamenti all’iniziativa araba del 2002 – pace con Israele solo in cambio della restituzione di tutti i territori arabi occupati dallo Stato ebraico cinquant’anni fa, durante la Guerra dei sei giorni, e una soluzione giusta per i profughi palestinesi – ma dietro le quinte diversi Paesi arabi, in particolare alcune monarchie sunnite, allacciano rapporti sempre più stretti con Israele, ritenendolo un alleato fondamentale contro il “nemico” Iran e non assegnano più alla questione palestinese un posto in cima all’agenda politica regionale.
Abu Mazen, che ad aprile sarà alla Casa Bianca, a margine del vertice ha incontrato e stretto con vigore la mano dell’inviato di Trump in Medio Oriente, Jason Greenblatt. Durante il colloquio però non ha ottenuto alcuna indicazione sui passi concreti che la nuova Amministrazione Usa intende muovere per “risolvere” il conflitto israelo-palestinese. Senza dimenticare che Washington e Tel Aviv stanno discutendo di un accordo che permetterà a Israele di costruire altre migliaia di case negli insediamenti coloniali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.
Dal governo israeliano non è arrivato alcun commento diretto all’esito del summit. Un ministro, Israel Katz, ha detto soltanto che lo Stato ebraico è pronto a collaborare a “strategie comuni per la sicurezza regionale” e a progetti volti a migliorare la condizione dei palestinesi.
Fonte
14/03/2016
La Lega Araba, su pressione saudita, dichiara hezbollah roganizzazione terrorista
di Michele Giorgio il Manifesto
È una risoluzione destinata ad approfondire la frattura tra Paesi arabi e tra sunniti e sciiti, quella adottata venerdì dai ministri degli esteri della Lega araba che proclama il movimento sciita libanese Hezbollah “organizzazione terroristica”. Un passo compiuto su pressione dell’Arabia Saudita e che segue una decisione analoga presa dieci giorni fa da Riyadh e dalle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Libano e Iraq si sono astenuti, l’Algeria ha espresso “riserve”. La risoluzione sancisce la trasformazione definitiva della Lega araba in un giocattolo nelle mani delle petromonarchie, lontano dal rappresentare gli interessi di tutti gli Stati membri. Certo, la Lega araba aveva già smesso da lungo tempo di essere una istituzione con un peso politico e diplomatico significativo. Divisioni profonde non sono mancate in passato – è sufficiente ricordare il via libera all’attacco americano contro un Paese membro, l’Iraq, nel 1991 – ma i contrasti fino a qualche anno fa erano frutto di interessi divergenti dei vari Stati. Invece oggi la divisione si manifesta su questioni religiose, come lo scontro sunniti-sciiti mascherato dalla neccessità di rispondere alla “minaccia del nemico Iran” al mondo arabo.
Non avendo avuto la meglio in Siria, Riyadh ora prende di mira organizzazioni avversarie, ovviamente sciite, schierate con Damasco e il presidente siriano Bashar Assad. La monarchia Saud non tiene in alcun conto, anzi guarda con rabbia, che proprio Hezbollah sta affrontando sul terreno, subendo pesanti perdite, i miliziani dello Stato Islamico e di altre formazioni jihadiste e qaediste. Qualche ora dopo il voto alla Lega araba, combattenti di Hezbollah hanno respinto assieme ai soldati libanesi una infiltrazione di jihadisti dell’Isis nella zona di Ersal.
Dopo il voto della Lega araba, il movimento sciita ha scelto una linea di basso profilo, lasciando al suo segretario generale Hassan Nasrallah di commentarlo nel suo prossimo discorso. Un atteggiamento che non basta a placare lo scontro politico in Libano riesploso dopo le decisioni prese dall’Arabia Saudita e dal Ccg. Le formazioni che fanno riferimento al “Fronte 14 marzo”, guidato dall’ex premier Saad Hariri, cercano di approfittare delle pressioni su Hezbollah per riguadagnare il terreno perduto. Il movimento sciita, già condannato dai partiti avversari per aver inviato i suoi uomini a combattere in Siria dalla parte di Bashar Assad, ora viene rimproverato di aver incrinato le relazioni tra Libano e Arabia Saudita al punto da indurre Riyadh a congelare i fondi per 4 miliardi di dollari promessi alle forze armate libanesi. E nel governo, di cui Hezbollah fa parte a pieno titolo, diversi ministri rimproverano al responsabile degli esteri, Gebran Bassil, di non aver approvato la risoluzione della Lega e di aver scelto l’astensione contro il “consenso arabo”.
Accanto alle conseguenze in Libano del voto contro Hezbollah prima delle monarchie del Golfo e poi della Lega araba, occorre mettere anche quelle prevedibili nella regione. L’isolamento del movimento di Hassan Nasrallah da parte di quasi tutti i Paesi arabi potrebbe spianare la strada al nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah di cui si parla da tempo. Il giornale di Beirut as Safir ieri lo rimarcava in un articolo in prima pagina. Tel Aviv percepisce che Hezbollah è più vulnerabile, anche perché impiega 5 mila uomini scelti (un quarto della sua forza combattente) in Siria. Amos Harel, analista militare del quotidiano Haaretz, ha scritto qualche giorno fa che l’aviazione e l’esercito di Israele stanno sincronizzando le loro operazioni per sconfiggere Hezbollah in una guerra di breve durata. «Sebbene il più probabile scenario di un escalation a breve termine riguardi i tunnel provenienti dalla Striscia di Gaza – ha spiegato Harel – il principale nemico contro cui i militari si stanno preparando è Hezbollah... Il pesante bombardamento nel 2014 del quartiere di Shujaiyeh durante la guerra di Gaza sembra essere un’anticipazione della prossima guerra».
Fonte
È una risoluzione destinata ad approfondire la frattura tra Paesi arabi e tra sunniti e sciiti, quella adottata venerdì dai ministri degli esteri della Lega araba che proclama il movimento sciita libanese Hezbollah “organizzazione terroristica”. Un passo compiuto su pressione dell’Arabia Saudita e che segue una decisione analoga presa dieci giorni fa da Riyadh e dalle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Libano e Iraq si sono astenuti, l’Algeria ha espresso “riserve”. La risoluzione sancisce la trasformazione definitiva della Lega araba in un giocattolo nelle mani delle petromonarchie, lontano dal rappresentare gli interessi di tutti gli Stati membri. Certo, la Lega araba aveva già smesso da lungo tempo di essere una istituzione con un peso politico e diplomatico significativo. Divisioni profonde non sono mancate in passato – è sufficiente ricordare il via libera all’attacco americano contro un Paese membro, l’Iraq, nel 1991 – ma i contrasti fino a qualche anno fa erano frutto di interessi divergenti dei vari Stati. Invece oggi la divisione si manifesta su questioni religiose, come lo scontro sunniti-sciiti mascherato dalla neccessità di rispondere alla “minaccia del nemico Iran” al mondo arabo.
Non avendo avuto la meglio in Siria, Riyadh ora prende di mira organizzazioni avversarie, ovviamente sciite, schierate con Damasco e il presidente siriano Bashar Assad. La monarchia Saud non tiene in alcun conto, anzi guarda con rabbia, che proprio Hezbollah sta affrontando sul terreno, subendo pesanti perdite, i miliziani dello Stato Islamico e di altre formazioni jihadiste e qaediste. Qualche ora dopo il voto alla Lega araba, combattenti di Hezbollah hanno respinto assieme ai soldati libanesi una infiltrazione di jihadisti dell’Isis nella zona di Ersal.
Dopo il voto della Lega araba, il movimento sciita ha scelto una linea di basso profilo, lasciando al suo segretario generale Hassan Nasrallah di commentarlo nel suo prossimo discorso. Un atteggiamento che non basta a placare lo scontro politico in Libano riesploso dopo le decisioni prese dall’Arabia Saudita e dal Ccg. Le formazioni che fanno riferimento al “Fronte 14 marzo”, guidato dall’ex premier Saad Hariri, cercano di approfittare delle pressioni su Hezbollah per riguadagnare il terreno perduto. Il movimento sciita, già condannato dai partiti avversari per aver inviato i suoi uomini a combattere in Siria dalla parte di Bashar Assad, ora viene rimproverato di aver incrinato le relazioni tra Libano e Arabia Saudita al punto da indurre Riyadh a congelare i fondi per 4 miliardi di dollari promessi alle forze armate libanesi. E nel governo, di cui Hezbollah fa parte a pieno titolo, diversi ministri rimproverano al responsabile degli esteri, Gebran Bassil, di non aver approvato la risoluzione della Lega e di aver scelto l’astensione contro il “consenso arabo”.
Accanto alle conseguenze in Libano del voto contro Hezbollah prima delle monarchie del Golfo e poi della Lega araba, occorre mettere anche quelle prevedibili nella regione. L’isolamento del movimento di Hassan Nasrallah da parte di quasi tutti i Paesi arabi potrebbe spianare la strada al nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah di cui si parla da tempo. Il giornale di Beirut as Safir ieri lo rimarcava in un articolo in prima pagina. Tel Aviv percepisce che Hezbollah è più vulnerabile, anche perché impiega 5 mila uomini scelti (un quarto della sua forza combattente) in Siria. Amos Harel, analista militare del quotidiano Haaretz, ha scritto qualche giorno fa che l’aviazione e l’esercito di Israele stanno sincronizzando le loro operazioni per sconfiggere Hezbollah in una guerra di breve durata. «Sebbene il più probabile scenario di un escalation a breve termine riguardi i tunnel provenienti dalla Striscia di Gaza – ha spiegato Harel – il principale nemico contro cui i militari si stanno preparando è Hezbollah... Il pesante bombardamento nel 2014 del quartiere di Shujaiyeh durante la guerra di Gaza sembra essere un’anticipazione della prossima guerra».
Fonte
08/03/2016
L'Isis sconfina in Tunisia. 53 morti negli scontri con l'esercito tunisino
Il fronte della guerra sulla sponda sud del Mediterraneo si va allargando. Una incursione dei miliziani dell'Isis questa mattina in Tunisia, ha provocato durissimi scontri con l'esercito tunisino. Il bilancio è di almeno 53 morti. Lo ha confermato il ministero della Difesa tunisino precisando che tra le vittime, ci sarebbero 35 jihadisti, e 18 tra civili e militari. Tra le vittime anche una bambina di 12 anni. Sei jihadisti rimasti feriti sono stati catturati. La situazione – conferma il Ministero della Difesa – è ora "sotto controllo". Il premier Habib Essid ha riunito con urgenza il Consiglio di sicurezza. La situazione – si legge nel comunicato congiunto dei ministeri Interni-Difesa – è oramai ''sotto controllo'' ma e' scattata una gigantesca caccia all'uomo in tutta la regione. Oggetto dell'incursione di un gruppo di terroristi armati a bordo di automezzi provenienti probabilmente dal territorio libico, sono state le caserme dell'esercito nella zona di Jallel, della polizia e della Guardia nazionale della città. Le autorità hanno imposto per motivi precauzionali la sospensione temporanea dei valichi di confine con la Libia di Ras Jedir e di Dehiba-Wazen, e il divieto di accesso all'isola di Djerba. Il premier Habib Essid ha incontrato il presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi per fare il punto della situazione e riguardo le misure da adottare per la messa in sicurezza del confine libico. Il ministero dell'Interno tunisino ha disposto il coprifuoco a Ben Guerdane, ultima città prima del confine libico. La misura è scattata dalle 19 e durerà fino alle 5 del mattino. In Tunisia da alcuni giorni sono presenti alcune decine di soldati delle forze speciali britanniche. La Tunisia alcuni giorni fa, aveva rifiutato di sottoscrivere la risoluzione proposta dall'Arabia Saudita alla Lega Araba di condanna del movimento politico libanese Hezbollah. Qualche giorni dopo è scattata l'incursione dell'Isis. Una ulteriore conferma che la cabina di regia del "Califfato" in Libia sia più a Riad che a Sirte.
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16/05/2015
Intervento in Libia. Vertice militare in Egitto, giochi di parole all'Onu
Gli scenari intorno all'intervento militare in Libia vedono ormai in movimento diversi pezzi rilevanti. L'agenzia Askanews riferisce che lunedì prossimo al Cairo, si riuniranno i vertici militari di sette paesi arabi proprio per discutere un eventuale intervento militare in Libia. Lo ha confermato al sito Defense News una fonte della Lega Araba, secondo cui nella missione potrebbero avere un ruolo anche Francia e Italia: “Alla Francia è stato chiesto di fornire sostegno logistico e forze speciali, mentre all’Italia è stata chiesta copertura navale”. A questo vertice militare, oltre all’Egitto, parteciperanno Giordania, Sudan e quattro membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, ossia Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU), in pratica gli Stati arabi che sono intervenuti militarmente in modo coordinato nello Yemen. Per la Libia sarà presente il gen. Haftar, uomo forte del governo libico di Tobruk. Sarà assente invece il Qatar, che, insieme alla Turchia, sostiene il governo libico di Tripoli legato ai Fratelli Musulmani. L’Egitto ha anche annunciato che entro la fine di maggio ci sarà una riunione di alcuni leader tribali libici con l’obiettivo di “sostenere e unire il popolo libico”. La fonte della Lega Araba ha spiegato al sito statunitense Defense News che alla riunione parteciperanno oltre 150 esponenti di tribù libiche. L'obiettivo è quello di coordinare le operazioni e garantire un passaggio sicuro alle truppe di intervento dei paesi arabi sul territorio libico.
Oggi intanto il quotidiano La Stampa anticipa quella che sarà la risoluzione che verrà presentata al Consiglio di Sicurezza dell'Onu sulla Libia. La risoluzione, invocando il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, consentirà tre tipi di operazioni militari: nelle acque internazionali, nelle acque territoriali di Tripoli, e nei porti, con la possibilità quindi di scendere a terra, se fosse necessario per rendere inutilizzabili i barconi. La Russia fino ad ora non sembra volersi mettere di traverso col veto, ma la messa a punto della risoluzione non è completata e il voto all'Onu probabilmente slitterà a giugno, a ridosso del vertice dell'Unione Europea.
Secondo il corrispondente de La Stampa, “Il testo, ancora in via di elaborazione, è molto breve, sulle tre pagine. Dopo i preamboli di rito, dice che esiste un collegamento diretto fra il traffico degli esseri umani, la sicurezza e la stabilità della Libia. Sottinteso che terroristi e fazioni in lotta ne approfittano. Questo è il passaggio chiave per invocare il Capitolo VII, che permette di usare la forza e superare la soglia di una missione umanitaria, ma soprattutto non prevede il consenso del “paese interessato dall'intervento” ossia la Libia. La Risoluzione individua con precisione l’ambito geografico dell’intervento, chiarendo che le unità navali potranno operare nelle acque internazionali, in quelle territoriali libiche, e anche nei porti”. La parola “destroy” (distruggere) in relazione ad eventuali incursioni a terra per distruggere i barconi è stata tolta per l'opposizione di russi e statunitensi. L’Alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini, si è affrettata a precisare che quando aveva affermato che lo scopo dell’intervento militare era da ritenersi come “destroy the business model”, cioè distruggere il modello operativo dei trafficanti, e non distruggere con i bombardamenti. La Russia, dopo “lo scherzo” che portò all'aggressione militare contro la Libia di Gheddafi nel 2011 (formalmente per la “protezione dei civili libici”) questa volta sembra essere molto attenta alle parole e ai loro possibili doppi significati.
Secondo le notizie raccolte da La Stampa “Il comando italiano viene dato per scontato” ma sono pronte a partecipare all'operazione anche Gran Bretagna, Francia, Spagna e Malta. Altra questione fondamentale, ma che sta finendo sempre più sullo sfondo e sempre più come pretesto per l'intervento militare, è il trattamento dei migranti che verranno fermati. Secondo le leggi internazionali non potranno essere rimandati indietro.
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Oggi intanto il quotidiano La Stampa anticipa quella che sarà la risoluzione che verrà presentata al Consiglio di Sicurezza dell'Onu sulla Libia. La risoluzione, invocando il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, consentirà tre tipi di operazioni militari: nelle acque internazionali, nelle acque territoriali di Tripoli, e nei porti, con la possibilità quindi di scendere a terra, se fosse necessario per rendere inutilizzabili i barconi. La Russia fino ad ora non sembra volersi mettere di traverso col veto, ma la messa a punto della risoluzione non è completata e il voto all'Onu probabilmente slitterà a giugno, a ridosso del vertice dell'Unione Europea.
Secondo il corrispondente de La Stampa, “Il testo, ancora in via di elaborazione, è molto breve, sulle tre pagine. Dopo i preamboli di rito, dice che esiste un collegamento diretto fra il traffico degli esseri umani, la sicurezza e la stabilità della Libia. Sottinteso che terroristi e fazioni in lotta ne approfittano. Questo è il passaggio chiave per invocare il Capitolo VII, che permette di usare la forza e superare la soglia di una missione umanitaria, ma soprattutto non prevede il consenso del “paese interessato dall'intervento” ossia la Libia. La Risoluzione individua con precisione l’ambito geografico dell’intervento, chiarendo che le unità navali potranno operare nelle acque internazionali, in quelle territoriali libiche, e anche nei porti”. La parola “destroy” (distruggere) in relazione ad eventuali incursioni a terra per distruggere i barconi è stata tolta per l'opposizione di russi e statunitensi. L’Alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini, si è affrettata a precisare che quando aveva affermato che lo scopo dell’intervento militare era da ritenersi come “destroy the business model”, cioè distruggere il modello operativo dei trafficanti, e non distruggere con i bombardamenti. La Russia, dopo “lo scherzo” che portò all'aggressione militare contro la Libia di Gheddafi nel 2011 (formalmente per la “protezione dei civili libici”) questa volta sembra essere molto attenta alle parole e ai loro possibili doppi significati.
Secondo le notizie raccolte da La Stampa “Il comando italiano viene dato per scontato” ma sono pronte a partecipare all'operazione anche Gran Bretagna, Francia, Spagna e Malta. Altra questione fondamentale, ma che sta finendo sempre più sullo sfondo e sempre più come pretesto per l'intervento militare, è il trattamento dei migranti che verranno fermati. Secondo le leggi internazionali non potranno essere rimandati indietro.
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31/03/2015
Libia - Governo filoccidentale chiede intervento militare straniero
Il premier libico Abdullah al Thani, insediato a Tobruk e capo del governo riconosciuto da Ue, Usa e paesi arabi ma destinato a passare la mano se i negoziati per un governo di unità nazionale avranno successo, ha annunciato che «la Libia domanderà alla Lega araba un intervento in Libia per il ritorno della legittimità», esattamente sul modello di quanto avvenuto in Yemen dove Arabia Saudita, Egitto e un’altra decina di paesi stanno bombardando i ribelli sciiti per riportare al potere il governo fantoccio guidato dal sunnita Hadi. La dichiarazione di Al Thani è stata pronunciata nel corso di un'intervista ad Al Arabiya Al Hadath, una tv della catena satellitare saudita, in cui il premier di Tobruk ha sostenuto che lo Yemen ha gli stessi problemi della Libia e si è domandato perché «sia possibile sostenere la legittimità nello Yemen e non fare lo stesso in Libia dove si è verificata la stessa situazione di attentato all’ordine democratico». Del resto, ha detto ancora il premier mentre sono in corso in queste settimane negoziati Onu in Marocco, «le risoluzioni del vertice arabo conclusosi il 29 marzo, sono tutte nell'interesse della Libia».
Il capo di una delle tre fazioni presenti in Libia ha comunque lodato la decisione – adottata dai paesi membri della Lega araba riuniti a Sharm el Sheikh lo scorso fine settimana – di togliere il bando alle armi e fornire pieno sostegno politico e materiale al “governo legittimo” della Libia, sostenendo l’esercito nazionale.
Intanto il Congresso nazionale generale libico "ha licenziato" Omar Hassi, il premier del governo parallelo autoproclamato a Tripoli, espressione della Fratellanza Musulmana e di altre fazioni islamiste e tribali. Lo ha riferito la Tv del Qatar Al Jazeera. A chiedere le dimissioni di Hassi sarebbero stati 70 parlamentari dell’Assemblea parallela che minacciavano a loro volta di dimettersi, ha riferito il portavoce Omar Hemidan annunciando che l'esecutivo in carica sarà guidato provvisoriamente dal "primo vicepremier", Khalifa el-Ghowail. A reclamare il siluramento erano anche "quasi 14 ministri e sottosegretari", ha riferito il portavoce annunciando che "alcuni ministri potrebbero cambiare".
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Il capo di una delle tre fazioni presenti in Libia ha comunque lodato la decisione – adottata dai paesi membri della Lega araba riuniti a Sharm el Sheikh lo scorso fine settimana – di togliere il bando alle armi e fornire pieno sostegno politico e materiale al “governo legittimo” della Libia, sostenendo l’esercito nazionale.
Intanto il Congresso nazionale generale libico "ha licenziato" Omar Hassi, il premier del governo parallelo autoproclamato a Tripoli, espressione della Fratellanza Musulmana e di altre fazioni islamiste e tribali. Lo ha riferito la Tv del Qatar Al Jazeera. A chiedere le dimissioni di Hassi sarebbero stati 70 parlamentari dell’Assemblea parallela che minacciavano a loro volta di dimettersi, ha riferito il portavoce Omar Hemidan annunciando che l'esecutivo in carica sarà guidato provvisoriamente dal "primo vicepremier", Khalifa el-Ghowail. A reclamare il siluramento erano anche "quasi 14 ministri e sottosegretari", ha riferito il portavoce annunciando che "alcuni ministri potrebbero cambiare".
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29/03/2015
Yemen - Lega Araba, Arabia Saudita ed Egitto vogliono un esercito arabo anti-sciita
Il summit della Lega Araba che
si è aperto questa mattina in Egitto non poteva che guardare allo Yemen.
Com’era da aspettarsi in chiave anti-Iran. Già a poche
ore dal lancio dell’operazione militare Tempesta Decisiva, il
segretario generale della Lega, al-Arabi, aveva parlato dell’intenzione
di creare un esercito arabo che soffocasse la ribellione degli sciiti
Houthi in Yemen. La coalizione, guidata dall’Arabia Saudita, era già nata. Ma ora si preme sull’acceleratore: a farlo è il presidente egiziano al-Sisi,
novello faraone che punta a radicare di nuovo l’influenza egiziana
sulla regione attraverso la lotta al terrorismo dei gruppi islamisti, ma
anche ponendosi alla guida della crociata anti-sciita dei Saud.
Stamattina in apertura del summit di Sharm el-Sheikh, al-Sisi ha chiesto
la creazione di una forza militare araba che si occupi di gestire con
le bombe la crisi yemenita.
Gli ha fatto subito eco il re
saudita Salman, che ha annunciato che la campagna “proseguirà fino
all’ottenimento degli obiettivi di sicurezza”. Che
all’apparenza sono la restaurazione del governo ufficiale, del premier
Baha e del presidente Hadi, fuggiti dalla capitale Sana’a dopo la sua
caduta in mano sciita. Ma che in realtà sono ben altri, e più
sostanziosi: l’indebolimento dell’Iran, sostenitore Houthi, che
nell’ultimo anno ha incassato una serie di vittorie sul campo politico
(l’accordo sul nucleare) e militare (in Iraq) ergendosi a potere forte
della regione.
Ed ecco che il fuggitivo Hadi,
fortemente voluto nel 2012 da Riyadh per il post-Saleh, è stato accolto
con tutti gli onori dai leader della Lega Araba. Hadi incontrerà anche
il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, a cui aveva fatto appello
pochi giorni fa perché permettesse un intervento militare internazionale
in Yemen. Le Nazioni Unite paiono però preferire un ruolo defilato,
lasciando alle petromonarchie sunnite la gestione della questione, pur
accettando di buon grado che gli aerei sauditi si occupassero
dell’evacuazione dello staff Onu a Sana’a.
Molto meno defilato il ruolo
statunitense: Washington ha da subito sostenuto la campagna militare
saudita, sia per ridurre la prorompente influenza di Teheran (con cui
sta per firmare l’accordo sul programma nucleare e con cui
indirettamente collabora nel campo di battaglia iracheno contro l’Isis),
sia per mettere in sicurezza – ovvero, di nuovo, non nelle mani
iraniane – lo strategico stretto di Bab al-Mandeb, da cui passano i
cargo carichi di petrolio del Golfo diretti in Europa. L’attuale
strategia Usa in Medio Oriente viene descritta da più di un osservatore
come schizofrenica. Al di là delle tante bandiere sventolate dalla Casa
Bianca, ad emergere è l’elevato tasso di violenza cresciuto nell’ultimo
decennio, dall’invasione Usa dell’Iraq: responsabili non sono solo gli
alleati statunitensi (Riyadh, Il Cairo, Tel Aviv, Ankara) ma anche quei
gruppi estremisti che la Casa Bianca intende combattere ma che ha
aiutato a generare – da al Qaeda all’Isis – e che infiammano i già forti
settarismi etnici e religiosi interni.
“Il presidente [Obama] e re Salman
concordano sul nostro obiettivo comune, garantire stabilità duratura
allo Yemen attraverso una soluzione politica negoziata mediata dall’Onu e
che coinvolga tutti le parti”, ha detto la portavoce del Consiglio di
Sicurezza Nazionale Usa, Bernadette Meehan. Difficile intravedere la
possibilità di un negoziato dopo il via ad un’operazione militare
violenta, che ha ucciso civili e che tende all’alienazione politica
della minoranza sciita. Gli Houthi hanno lanciato la loro personale
offensiva in Yemen per ottenere dal governo l’apertura di spazi politici
ed economici, ad oggi nelle mani saudite, governative e tribali. Più
volte hanno teso la mano ad un negoziato mai arrivato e ora, dicono, non
intendono arretrare.
Nel terzo giorno di
bombardamenti, oggi, i jet sauditi hanno distrutto un arsenale di
missili in mano agli Houthi, nella capitale Sana’a. Altri raid hanno
centrato il sud del paese, da una settimana parzialmente
controllato dagli sciiti. Scontri tra fazioni rivali (accanto agli
Houthi combattono anche le forze fedeli all’ex presidente Saleh, che
ieri ha chiesto il cessate il fuoco e il negoziato Onu) sarebbero in
corso sul campo, a Taez, città meridionale presa dagli sciiti all’inizio
della settimana. Sono oltre 40 le vittime civili dell’operazione saudita.
19/02/2015
Libia. Sfuma l’intervento militare multinazionale. L’Egitto attacca, crisi diplomatica con il Qatar
Una lunghissima riunione del Consiglio di Sicurezza all'Onu è stata convocata per discutere la richiesta dell’Egitto che ha continuato ad attaccare militarmente via aria e via terra le postazioni dell’Isis in Libia e insiste sulla strada dell’intervento di una forza militare sostenuta dalle Nazioni Unite. “L'Isis in Libia minaccia la pace e la sicurezza della Libia e la sicurezza di Paesi africani limitrofi e dell'Europa” ha detto il ministro degli esteri del governo libico provvisorio di Tobruk Mohammed al Dairi chiedendo al Consiglio di Sicurezza la revoca dell'embargo della vendita di armi. Dairi ha precisato però che il suo governo non chiede un intervento internazionale in Libia ma solo rifornimenti militari e addestratori.
L'intervento militare pare essere al momento una ipotesi ancora lontana. L’Italia, attraverso il suo rappresentante all’Onu Sebastiano Cardi, ha fatto sapere di essere determinata a contribuire alla stabilizzazione del Paese nordafricano attraverso il dialogo e ad assumere un ruolo guida nella cornice dell'iniziativa Onu.
“Siamo pronti a contribuire al monitoraggio di un cessate il fuoco e al mantenimento della pace”, ha detto Cardi, “pronti a lavorare all'addestramento delle forze armate in una cornice di integrazione delle milizie in un esercito regolare e per la riabilitazione delle infrastrutture”. «Siamo anche pronti», ha aggiunto, “a curare le ferite della guerra e a riprendere il vasto programma di cooperazione con la Libia: la popolazione civile deve poter toccare con mano i vantaggi della riconciliazione auspicata dalla comunità internazionale”.
Secondo Mattia Toaldo, esperto dell’European Council for Foreign Relations intervistato dall’Ansa, nel caso il Consiglio di Sicurezza autorizzasse un intervento internazionale - possibilità da non escludere, anche perché la Russia al momento è alleata dell’Egitto del gen. Sisi - l’Italia rischierebbe di doversi impegnare al fianco delle forze armate egiziane con un contingente militare decisamente superiore agli altri partner europei. La Francia è già impegnata militarmente nei paesi centroafricani e con i problemi di terrorismo interno dopo le stragi di Parigi, la Germania al momento si chiama fuori, la Gran Bretagna è alla vigilia delle elezioni e sembra riluttante ad impegnarsi militarmente. E una guerra in un territorio “terra di nessuno” come oggi è la Libia potrebbe costringere i nostri militari a guardarsi soprattutto le spalle piuttosto che contrastare l'Isis.
Si complicano intanto le relazioni tra le potenze regionali arabo-islamiche. Il Qatar - sponsor dello Stato Islamico ma anche delle milizie islamiche di Fajr Libia - ha richiamato il suo ambasciatore in Egitto "per consultazioni", dopo aver esplicitamente criticato la scelta dell’Egitto di bombardare obiettivi jihadisti in Libia. Lo riporta l'agenzia di Stato qatariota Qna. Secondo il ministero degli Esteri qatariota, la decisione è stata presa dopo le dichiarazioni rese dal delegato egiziano alla Lega araba, Tareq Adel il quale, aveva criticato il Qatar per le sue riserve in ordine ai raid aerei egiziani ed ha accusato Doha di sostenere i terroristi. Secondo il segretario generale della Lega, Nabil al Arabi, l'Egitto "sta unicamente ricorrendo al suo diritto di legittima difesa in base a quanto previsto all'art. 51 della Carta della Lega Araba".
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L'intervento militare pare essere al momento una ipotesi ancora lontana. L’Italia, attraverso il suo rappresentante all’Onu Sebastiano Cardi, ha fatto sapere di essere determinata a contribuire alla stabilizzazione del Paese nordafricano attraverso il dialogo e ad assumere un ruolo guida nella cornice dell'iniziativa Onu.
“Siamo pronti a contribuire al monitoraggio di un cessate il fuoco e al mantenimento della pace”, ha detto Cardi, “pronti a lavorare all'addestramento delle forze armate in una cornice di integrazione delle milizie in un esercito regolare e per la riabilitazione delle infrastrutture”. «Siamo anche pronti», ha aggiunto, “a curare le ferite della guerra e a riprendere il vasto programma di cooperazione con la Libia: la popolazione civile deve poter toccare con mano i vantaggi della riconciliazione auspicata dalla comunità internazionale”.
Secondo Mattia Toaldo, esperto dell’European Council for Foreign Relations intervistato dall’Ansa, nel caso il Consiglio di Sicurezza autorizzasse un intervento internazionale - possibilità da non escludere, anche perché la Russia al momento è alleata dell’Egitto del gen. Sisi - l’Italia rischierebbe di doversi impegnare al fianco delle forze armate egiziane con un contingente militare decisamente superiore agli altri partner europei. La Francia è già impegnata militarmente nei paesi centroafricani e con i problemi di terrorismo interno dopo le stragi di Parigi, la Germania al momento si chiama fuori, la Gran Bretagna è alla vigilia delle elezioni e sembra riluttante ad impegnarsi militarmente. E una guerra in un territorio “terra di nessuno” come oggi è la Libia potrebbe costringere i nostri militari a guardarsi soprattutto le spalle piuttosto che contrastare l'Isis.
Si complicano intanto le relazioni tra le potenze regionali arabo-islamiche. Il Qatar - sponsor dello Stato Islamico ma anche delle milizie islamiche di Fajr Libia - ha richiamato il suo ambasciatore in Egitto "per consultazioni", dopo aver esplicitamente criticato la scelta dell’Egitto di bombardare obiettivi jihadisti in Libia. Lo riporta l'agenzia di Stato qatariota Qna. Secondo il ministero degli Esteri qatariota, la decisione è stata presa dopo le dichiarazioni rese dal delegato egiziano alla Lega araba, Tareq Adel il quale, aveva criticato il Qatar per le sue riserve in ordine ai raid aerei egiziani ed ha accusato Doha di sostenere i terroristi. Secondo il segretario generale della Lega, Nabil al Arabi, l'Egitto "sta unicamente ricorrendo al suo diritto di legittima difesa in base a quanto previsto all'art. 51 della Carta della Lega Araba".
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16/01/2015
La Lega Araba vuole creare “forza di reazione rapida”. Tensione tra petromonarchie e sciiti
Se gli attacchi jihadisti a Parigi – e quelli sventati per ora in Belgio – concedono all’Unione Europea l’opportunità di rilanciare in grande stile la propria presenza militare offensiva in tutto il Medio Oriente, anche i paesi arabi sponsor delle organizzazioni fondamentaliste islamiche non stanno a guardare. Anche in questo caso la giustificazione è quella di doversi attrezzare nei confronti di movimenti jihadisti che le petromonarchie hanno sostenuto attivamente e che però sembrano ora diventate eccessivamente autonome, potenti e ingombranti mettendo a rischio la sicurezza e la stabilità di coloro che le hanno nutrite (di pochi giorni fa il primo attentato targato Isis contro le guardie di frontiera saudite).
E’ di queste ore la notizia che la Lega araba – coalizione eterogenea all’interno del quale coabitano paesi che fanno parte del “polo islamico” concorrente rispetto a Ue e Usa ma anche paesi filoccidentali – ha annunciato al Cairo che studierà la possibilità di creare una "forza d'intervento rapido", cioè un corpo militare in grado di intervenire rapidamente in tutta l’area. Naturalmente con funzioni teoricamente “anti-terrorismo”.
Secondo una dichiarazione letta dal segretario generale della Lega, Nabil el-Arabi, ad una riunione ministeriale straordinaria in corso ieri nella capitale egiziana, la possibilità di formare una "forza d'intervento rapido araba per lottare contro il terrorismo" è conforme al Trattato arabo di difesa comune del 1950. El-Arabi ha esortato a tenere una riunione straordinaria del Consiglio di difesa arabo per esaminare i "meccanismi necessari" a creare questa "forza" d'intervento e i suoi presupposti "giuridici".
Intanto le monarchie petrolifere del Golfo non hanno affatto gradito le parole ed i toni del leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, nei confronti di Manama, duramente criticata per l'arresto e la detenzione di Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq.
Bahrein, Emirati Arabi Uniti (Eau) e il Consiglo di Cooperazione del Golfo (l’alleanza regionale delle petromonarchie) hanno richiamato gli ambasciatori libanesi dei rispettivi paesi per formalizzare la protesta.
"Gli Eau condannano severamente le parole ostili ed infiammatorie che incitano alla violenza e al terrorismo e sono una flagrante violazione della politica interna del Bahrein" ha dichiarato Tarek Ahmad, sottosegretario agli Esteri degli Emirati. In un discorso televisivo tramesso venerdì scorso, il capo di Hezbollah aveva apertamente criticato le autorità del Bahrein per aver arrestato Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq, con l'accusa di "promuovere cambiamenti politici violenti". Il suo primo fermo, avvenuto il 28 dicembre è stato poi esteso per altri 15 giorni all'inizio di gennaio. Salman era stato arrestato per aver organizzato una manifestazione pacifica nella quale si protestava contro le elezioni di novembre – che Al-Wefaq con gli altri movimenti d'opposizione avevano boicottato – e chiedevano le dimissioni del governo e del parlamento.
La famiglia reale del piccolo emirato petrolifero è stata accusata dal leader del movimento di resistenza libanese di "portare avanti un progetto sul modello sionista" negli stati del Golfo, garantendo cittadinanza e posti di lavoro a musulmani sunniti di altre nazionalità per perseguire l’annichilimento e l’assorbimento della popolazione sciita che protesta contro il regime. L'accusa alle autorità del Bahrein – che negli anni ha potuto contare su un cospicuo sostegno politico e militare da parte dell’Arabia Saudita – di voler alterare artificialmente la realtà demografica del paese non è nuova. E' stata ripetutamente mossa dalle opposizioni dell'emirato che, ad ampia maggioranza sciita, è governata dalla dinastia sunnita degli Al Khalifa.
Quella di Hezbollah nei confronti degli sciiti del Bahrein non è una difesa d’ufficio. Il movimento di resistenza libanese è impegnato da anni nella guerra contro le bande jihadiste sunnite in territorio siriano e negli ultimi mesi anche in territorio libanese. Dove gli attacchi e gli attentati contro le popolazioni sciite e alauite da parte di Al Nusra e altre organizzazioni sunnite si sono fatti sempre più frequenti e micidiali, come quando, nei giorni scorsi, due giovani libanesi imbottiti di tritolo si sono fatti esplodere in una zona di Beirut. Recentemente nella regione di Qalamoun, al confine con la Siria, l’Isis ha proclamato la nascita dello Stato Islamico di Qalamoun, dalle montagne di Zabadani a quelle di Halayem. Secondo i servizi segreti libanesi sarebbero già un migliaio i miliziani di al-Nusra e Isis entrati in Libano negli ultimi mesi, che si aggiungono ai fanatici indigeni già agli ordini di Al Baghdadi o di Al Zawahiri. «L’Arabia Saudita, dopo aver finanziato i gruppi sunniti estremisti per portare al collasso del governo di Assad in Siria, si ritrova oggi a dover cambiare strategia anche in Libano – ha spiegato nel corso di un'intervista a Il Manifesto l’analista palestinese Nassar Ibrahim – A monte i negoziati tra Iran e 5+1 e l’eccessiva forza dell’Isis, che si sta rivolgendo contro i suoi stessi creatori. Riyadh deve oggi far risalire in vetta il suo più stretto alleato in Libano, Saad Hariri, strumento saudita fin dalla guerra civile: la famiglia Hariri riceve da decenni ingenti finanziamenti, soldi con i quali Rafic Hariri, padre di Saad, ha creato un impero, costruito scuole e ospedali, gestito università».
«L’obiettivo è lo stesso di quello perpetrato in Siria: l’indebolimento dell’asse sciita che in Libano è rappresentato da Hezbollah. Eppure, nonostante gli sforzi, buona parte della popolazione libanese, non solo sciita, appoggia il Partito di Dio. Per questo, se prima Riyadh cercava di raggiungere il suo scopo sul piano politico, imponendo le nomine istituzionali (...), oggi agisce attraverso gruppi estremisti sunniti».
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E’ di queste ore la notizia che la Lega araba – coalizione eterogenea all’interno del quale coabitano paesi che fanno parte del “polo islamico” concorrente rispetto a Ue e Usa ma anche paesi filoccidentali – ha annunciato al Cairo che studierà la possibilità di creare una "forza d'intervento rapido", cioè un corpo militare in grado di intervenire rapidamente in tutta l’area. Naturalmente con funzioni teoricamente “anti-terrorismo”.
Secondo una dichiarazione letta dal segretario generale della Lega, Nabil el-Arabi, ad una riunione ministeriale straordinaria in corso ieri nella capitale egiziana, la possibilità di formare una "forza d'intervento rapido araba per lottare contro il terrorismo" è conforme al Trattato arabo di difesa comune del 1950. El-Arabi ha esortato a tenere una riunione straordinaria del Consiglio di difesa arabo per esaminare i "meccanismi necessari" a creare questa "forza" d'intervento e i suoi presupposti "giuridici".
Intanto le monarchie petrolifere del Golfo non hanno affatto gradito le parole ed i toni del leader del movimento sciita libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, nei confronti di Manama, duramente criticata per l'arresto e la detenzione di Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq.
Bahrein, Emirati Arabi Uniti (Eau) e il Consiglo di Cooperazione del Golfo (l’alleanza regionale delle petromonarchie) hanno richiamato gli ambasciatori libanesi dei rispettivi paesi per formalizzare la protesta.
"Gli Eau condannano severamente le parole ostili ed infiammatorie che incitano alla violenza e al terrorismo e sono una flagrante violazione della politica interna del Bahrein" ha dichiarato Tarek Ahmad, sottosegretario agli Esteri degli Emirati. In un discorso televisivo tramesso venerdì scorso, il capo di Hezbollah aveva apertamente criticato le autorità del Bahrein per aver arrestato Ali Salman, leader del maggior blocco dell'opposizione Al Wefaq, con l'accusa di "promuovere cambiamenti politici violenti". Il suo primo fermo, avvenuto il 28 dicembre è stato poi esteso per altri 15 giorni all'inizio di gennaio. Salman era stato arrestato per aver organizzato una manifestazione pacifica nella quale si protestava contro le elezioni di novembre – che Al-Wefaq con gli altri movimenti d'opposizione avevano boicottato – e chiedevano le dimissioni del governo e del parlamento.
La famiglia reale del piccolo emirato petrolifero è stata accusata dal leader del movimento di resistenza libanese di "portare avanti un progetto sul modello sionista" negli stati del Golfo, garantendo cittadinanza e posti di lavoro a musulmani sunniti di altre nazionalità per perseguire l’annichilimento e l’assorbimento della popolazione sciita che protesta contro il regime. L'accusa alle autorità del Bahrein – che negli anni ha potuto contare su un cospicuo sostegno politico e militare da parte dell’Arabia Saudita – di voler alterare artificialmente la realtà demografica del paese non è nuova. E' stata ripetutamente mossa dalle opposizioni dell'emirato che, ad ampia maggioranza sciita, è governata dalla dinastia sunnita degli Al Khalifa.
Quella di Hezbollah nei confronti degli sciiti del Bahrein non è una difesa d’ufficio. Il movimento di resistenza libanese è impegnato da anni nella guerra contro le bande jihadiste sunnite in territorio siriano e negli ultimi mesi anche in territorio libanese. Dove gli attacchi e gli attentati contro le popolazioni sciite e alauite da parte di Al Nusra e altre organizzazioni sunnite si sono fatti sempre più frequenti e micidiali, come quando, nei giorni scorsi, due giovani libanesi imbottiti di tritolo si sono fatti esplodere in una zona di Beirut. Recentemente nella regione di Qalamoun, al confine con la Siria, l’Isis ha proclamato la nascita dello Stato Islamico di Qalamoun, dalle montagne di Zabadani a quelle di Halayem. Secondo i servizi segreti libanesi sarebbero già un migliaio i miliziani di al-Nusra e Isis entrati in Libano negli ultimi mesi, che si aggiungono ai fanatici indigeni già agli ordini di Al Baghdadi o di Al Zawahiri. «L’Arabia Saudita, dopo aver finanziato i gruppi sunniti estremisti per portare al collasso del governo di Assad in Siria, si ritrova oggi a dover cambiare strategia anche in Libano – ha spiegato nel corso di un'intervista a Il Manifesto l’analista palestinese Nassar Ibrahim – A monte i negoziati tra Iran e 5+1 e l’eccessiva forza dell’Isis, che si sta rivolgendo contro i suoi stessi creatori. Riyadh deve oggi far risalire in vetta il suo più stretto alleato in Libano, Saad Hariri, strumento saudita fin dalla guerra civile: la famiglia Hariri riceve da decenni ingenti finanziamenti, soldi con i quali Rafic Hariri, padre di Saad, ha creato un impero, costruito scuole e ospedali, gestito università».
«L’obiettivo è lo stesso di quello perpetrato in Siria: l’indebolimento dell’asse sciita che in Libano è rappresentato da Hezbollah. Eppure, nonostante gli sforzi, buona parte della popolazione libanese, non solo sciita, appoggia il Partito di Dio. Per questo, se prima Riyadh cercava di raggiungere il suo scopo sul piano politico, imponendo le nomine istituzionali (...), oggi agisce attraverso gruppi estremisti sunniti».
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