di Michele Giorgio il Manifesto
È una risoluzione destinata
ad approfondire la frattura tra Paesi arabi e tra sunniti e sciiti,
quella adottata venerdì dai ministri degli esteri della Lega araba che
proclama il movimento sciita libanese Hezbollah “organizzazione
terroristica”. Un passo compiuto su pressione dell’Arabia Saudita e che segue una decisione analoga presa dieci giorni fa da
Riyadh e dalle altre monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Libano e Iraq si sono astenuti, l’Algeria ha espresso “riserve”. La risoluzione sancisce la trasformazione definitiva della Lega araba in un giocattolo nelle mani delle petromonarchie, lontano dal rappresentare gli interessi di tutti gli Stati membri.
Certo, la Lega araba aveva già smesso da lungo tempo di essere una
istituzione con un peso politico e diplomatico significativo. Divisioni
profonde non sono mancate in passato – è sufficiente ricordare il via
libera all’attacco americano contro un Paese membro, l’Iraq, nel 1991 –
ma i contrasti fino a qualche anno fa erano frutto di interessi
divergenti dei vari Stati. Invece oggi la divisione si manifesta su
questioni religiose, come lo scontro sunniti-sciiti mascherato dalla
neccessità di rispondere alla “minaccia del nemico Iran” al mondo arabo.
Non avendo avuto la meglio in Siria, Riyadh ora prende di
mira organizzazioni avversarie, ovviamente sciite, schierate con Damasco
e il presidente siriano Bashar Assad. La monarchia Saud non
tiene in alcun conto, anzi guarda con rabbia, che proprio Hezbollah sta
affrontando sul terreno, subendo pesanti perdite, i miliziani dello
Stato Islamico e di altre formazioni jihadiste e qaediste. Qualche ora
dopo il voto alla Lega araba, combattenti di Hezbollah hanno respinto
assieme ai soldati libanesi una infiltrazione di jihadisti dell’Isis
nella zona di Ersal.
Dopo il voto della Lega araba, il movimento sciita ha scelto una
linea di basso profilo, lasciando al suo segretario generale Hassan
Nasrallah di commentarlo nel suo prossimo discorso. Un atteggiamento che
non basta a placare lo scontro politico in Libano riesploso dopo le decisioni prese dall’Arabia Saudita e dal Ccg. Le
formazioni che fanno riferimento al “Fronte 14 marzo”, guidato dall’ex
premier Saad Hariri, cercano di approfittare delle pressioni su
Hezbollah per riguadagnare il terreno perduto. Il movimento
sciita, già condannato dai partiti avversari per aver inviato i suoi
uomini a combattere in Siria dalla parte di Bashar Assad, ora viene rimproverato di aver incrinato le relazioni tra Libano e Arabia Saudita al
punto da indurre Riyadh a congelare i fondi per 4 miliardi di dollari
promessi alle forze armate libanesi. E nel governo, di cui Hezbollah fa
parte a pieno titolo, diversi ministri rimproverano al responsabile
degli esteri, Gebran Bassil, di non aver approvato la risoluzione della
Lega e di aver scelto l’astensione contro il “consenso arabo”.
Accanto alle conseguenze in Libano del voto contro Hezbollah prima
delle monarchie del Golfo e poi della Lega araba, occorre mettere anche
quelle prevedibili nella regione. L’isolamento del movimento di
Hassan Nasrallah da parte di quasi tutti i Paesi arabi potrebbe spianare
la strada al nuovo conflitto tra Israele e Hezbollah di cui si parla da
tempo. Il giornale di Beirut as Safir ieri lo rimarcava in un
articolo in prima pagina. Tel Aviv percepisce che Hezbollah è più
vulnerabile, anche perché impiega 5 mila uomini scelti (un quarto della
sua forza combattente) in Siria. Amos Harel, analista militare
del quotidiano Haaretz, ha scritto qualche giorno fa che l’aviazione e
l’esercito di Israele stanno sincronizzando le loro operazioni per
sconfiggere Hezbollah in una guerra di breve durata. «Sebbene
il più probabile scenario di un escalation a breve termine riguardi i
tunnel provenienti dalla Striscia di Gaza – ha spiegato Harel – il
principale nemico contro cui i militari si stanno preparando è
Hezbollah... Il pesante bombardamento nel 2014 del quartiere di Shujaiyeh
durante la guerra di Gaza sembra essere un’anticipazione della prossima
guerra».
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