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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/01/2025

L'ANP spara sui ribelli palestinesi in Cisgiordania e caccia Al Jazeera

Ora l’ANP, l’Autorità palestinese sospende Al Jazeera in Cisgiordania. Gli scontri tra giovani palestinesi e forze di sicurezza dell’ANP attorno al campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, vanno avanti da un mese e sono i più duri in quasi vent’anni. Nei giorni scorsi l’uccisione di una giovane contestatrice. Ovviamente c’entrano Israele e la guerra al massacro nella Striscia di Gaza.

Chi controlla cosa, e in quale modo

Dall’inizio di dicembre le forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese dell’anziano e mai rieletto Abu Mazen, stanno conducendo un’operazione militare in Cisgiordania contro i gruppi di miliziani che controllano il campo profughi di Jenin, tra cui il Jihad Islamico e Hamas. L’ANP è l’entità parastatale che governa in maniera semiautonoma (molto semi e poco autonoma) alcune zone della Cisgiordania (le pochissimo non sotto occupazione militare israeliana), ed è riconosciuta da gran parte della comunità internazionale come il governo legittimo ma di fatto imbelle e semi inesistente del popolo palestinese.

Dal 2007 Fatah contro Hamas

Gli scontri, che in questa scavalcamento di anno sono ancora in corso, sono i più duri tra fazioni palestinesi dal 2007, quando Fatah (cioè la fazione palestinese moderata che domina l’ANP) e Hamas combatterono una guerra civile per il controllo della Striscia di Gaza, che poi fu vinta da Hamas. Da allora, quasi 20 anni, va aggiunto, Fatah sconfitta, ha con ogni artificio impedito nuove elezioni nella certezza di perderle a favore di Hamas anche in Cisgiordania.

Jenin, più lager che campo profughi

Il campo profughi di Jenin fu creato all’inizio degli anni Cinquanta per ospitare le migliaia di persone palestinesi cacciate dalle proprie case dopo la fondazione dello stato di Israele, nel 1948. Come quasi tutti i campi profughi palestinesi, negli anni è diventato una città con infrastrutture ed edifici in muratura e attualmente ci vivono circa 20mila persone. Il campo è da tempo dominato da gruppi islamisti come il ‘Jihad Islamico’ e il cosiddetto ‘Battaglione Jenin’, una coalizione di vari gruppi armati in risposta alla occupazione militare israeliana, tra cui anche Hamas.

L’ANP con armi pesanti israeliane

L’operazione militare dell’ANP è cominciata il 5 di dicembre: da quel momento uomini armati in tenuta militare e mezzi corazzati (quelli dismessi dall’esercito israeliano), hanno bloccato tutte le entrate al campo. Nelle ultime settimane l’ANP ha ucciso almeno sei miliziani e arrestato più di 50 persone. Nella guerriglia interna in casa palestinese, i combattenti delle diverse milizie, sempre secondo l’ANP, avrebbero ucciso cinque membri delle forze di sicurezza. Pareggio di vittime, gravissima lacerazione interna alla già fragile parte palestinese, mentre non è affatto chiaro quanto le forze di sicurezza siano riuscite ad avanzare dentro al campo.

Via Al Jazeera, come Netanyahu

Questa settimana l’ANP ha vietato l’attività del network televisivo Al Jazeera nel territorio della Cisgiordania che controlla. L’ANP ha motivato la decisione politicamente pericolosa con ragioni generiche («violazione delle leggi e dei regolamenti»), ma secondo la principale Tv araba, dovuta al modo critico con cui il network ha descritto l’operazione militare a Jenin, definita in più di un’occasione come una concessione agli «interessi di Israele e dell’Occidente». Al Jazeera si è anche occupata estesamente del caso della giornalista palestinese Shatha Sabbagh, uccisa la settimana scorsa a Jenin: secondo la famiglia sarebbe stata uccisa con un colpo alla testa di un militare delle forze di sicurezza dell’ANP.

Versione ANP con conferme israeliane

L’ANP ha presentato l’operazione militare come necessaria per recuperare il controllo di Jenin e ha detto che la presenza dei miliziani nel campo profughi viene usata da Israele come scusa per compiere raid militari. Dall’inizio della guerra a Gaza, nell’ottobre del 2023, Israele – che occupa buona parte della Cisgiordania – ha condotto durissime operazioni militari anche contro gli insediamenti palestinesi in Cisgiordania, nelle quali sono state uccise complessivamente almeno 800 persone. L’ANP sostiene che eliminare i miliziani dal campo di Jenin, che è uno degli obiettivi principali di Israele, potrebbe contribuire a limitare gli attacchi israeliani.

Lavoro sporco al posto di Israele?

Hamas e gli altri gruppi islamisti sostengono invece che l’ANP e Fatah stiano facendo gli interessi di Israele e stiano indebolendo quella che per loro è «la resistenza palestinese». Certamente è anche un tentativo dell’ANP di mantenere una pur minima rilevanza, e mostrarsi come forza affidabile di governo alla parte ebraica e occidentale del blocco che sta strangolando e ridisegnando la Striscia di Gaza, per poi decidere il chi e il come amministrerà quello che rimarrà. Stati Uniti-Biden – che addestrano e finanziano le forze ANP – sostengono che, una volta eliminata Hamas, l’amministrazione della Striscia dovrebbe essere affidata a loro. Incerta la scelta di Stati Uniti-Trump, con Israele che ha precisato di voler mantenere un’ampia presenza militare nella Striscia con insediamenti di suoi Coloni.

Discredito ANP difficile da superare

Da tempo l’ANP è estremamente screditata agli occhi della popolazione palestinese. L’operazione militare nel campo di Jenin non sembra aver migliorato la situazione rileva il Post. A causa dei combattimenti a Jenin nell’ultimo mese sono stati interrotti più volte i rifornimenti di acqua ed elettricità, e anche gli ospedali sono stati coinvolti negli scontri. La popolazione civile è costretta a rimanere chiusa in casa, in condizioni di vita a dir poco precarie.

Una residente del campo di Jenin ha detto a CNN che «i veri fuorilegge» non si trovano nel campo, ma «nel complesso presidenziale»: il riferimento è a Mahmoud Abbas-Abu Mazie, il presidente dell’Autorità palestinese in attesa di improbabile confronto elettorale che Israele – assieme ad Al Fatah – certamente non favorirà.

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06/05/2024

Israele chiude Al Jazeera per nascondere il genocidio dei palestinesi

Ieri il governo Netanyahu ha approvato all’unanimità una disposizione con la quale si impone la chiusura delle trasmissioni di Al Jazeera in Israele. L’emittente qatariota è una delle poche voci rimasta a trasmetterci le notizie sui crimini sionisti nella striscia di Gaza.

Già in aprile la Knesset, il parlamento israeliano, aveva approvato una legge con questo scopo, ma senza conseguenti iniziative concrete (al di là del criminale bersagliamento dei giornalisti da parte dell’IDF). Ora Tel Aviv, su proposta diretta del primo ministro e del ministro delle Comunicazioni Karhi Shlomo, ha deciso di agire.

La “macchina ben oleata di istigazione di Al Jazeera”, così chiamata da Shlomo, dovrebbe essere bloccata per un massimo di 45 giorni, e solamente all’interno di Israele e a Gerusalemme Est. Ma il provvedimento prevede anche il sequestro delle attrezzature dell’emittente.

Infatti, in concomitanza con l’annuncio della decisione, agenti israeliani in borghese hanno fatto irruzione in una stanza di albergo di Gerusalemme Est, usata da Al Jazeera. Lì hanno confiscato telecamere e altre apparecchiature, ed è difficile immaginare che i giornalisti possano fare il proprio lavoro senza.

La rete qatariota “condanna fermamente e denuncia questo atto criminale che viola i diritti umani e il diritto fondamentale di accesso alle informazioni”. Anche l’ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si è immediatamente espresso chiedendo il ritiro del divieto imposto.

La Foreign Press Association, che rappresenta i giornalisti che lavorano per canali internazionali in Israele, Gaza e Cisgiordania, ha scritto che “Israele entra a far parte di un discutibile club di governi autoritari”. Ed è bene riconoscerlo, anche se è successo da decenni, non solo ora con questa decisione.

Oltre a mostrare di non aver nulla in comune con la democrazia liberale, la decisione di Tel Aviv ha una valenza politica significativa. Il Qatar, sede dell’emittente, è tra i mediatori principali delle trattative tra Hamas e Israele, che si sono però arenate in un nulla di fatto, quasi in contemporanea al provvedimento del governo sionista.

Quest’ultimo voleva la liberazione degli ostaggi continuando a dichiarare che avrebbe portato a termine il massacro: una condizione che rendeva impossibile qualsiasi vera trattativa e dunque inaccettabile per Hamas, che ne voleva invece il ritiro dalla Striscia. I suoi delegati sono tornati a Doha, in Qatar appunto, e Tel Aviv ha annunciato che presto continuerà le operazioni su Rafah.

La chiusura di Al Jazeera è la pietra tombale su qualsiasi trattativa. Senza giornalisti scomodi a riprendere le forze armate, Israele raggiunge un altro suo obiettivo: oscurare quanto più possibile quello che avverrà nel sud della Striscia.

Tel Aviv vuole portare a termine il genocidio e vuole meno sguardi possibili, ed ha approntato tutto il necessario per farlo. In questo poco tempo bisogna intensificare al massimo la solidarietà internazionale e la lotta ai governi che sostengono Israele.

Non si può stare in silenzio mentre un altro genocidio viene consegnato alla storia.

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09/10/2023

[Contributo al dibattito] - L'insurrezione palestinese vista da Al Jazeera

C’è un altro punto di vista sulla guerra che merita di essere esplorato. Quello della rete Al Jazeera. Non tanto per capire le ragioni della guerra, quanto per capire le ragioni degli altri. Una giornata davanti allo schermo non serve solo a vedere Al Jazeera in sé ma anche Al Jazeera in me, cioé a cogliere le analogie tra la narrativa degli eventi adottata dalla rete filo-palestinese con quella delle nostre tv, sempre più filo israeliane.

Sul telefonino, Youtube ci avverte subito con un alert intermittente: “Al Jazeera è supportata in tutto o in parte da finanziamenti pubblici Qatariani”, se ci clicchi sopra, Google spiega che lo fa per tutti. Sarà. Effettivamente la tv di Doha (nata nel 1996, genera a fine 2016 il canale in inglese poi denominato ‘Al Jazeera Intl’), deve ringraziare l’Emiro Tamim bin Hamad al-Thanii se può impiegare 3mila persone in 95 paesi raggiungendo 430 milioni di case, più telefonini e pc.

Piccolo preambolo sull’editore: il Qatar è vicino ad Hamas ed è il rivale [sarebbe più corretto competitore -ndR] locale dell’Arabia Saudita, in avvicinamento a Israele come gli Emirati Arabi. Trump mise all’angolo il Qatar con un embargo adottato per far contenti i sauditi. Così Doha si è avvicinata ancora di più all’Iran con il quale condivide il più grande giacimento di gas del mondo. L’Iran è il grande sostenitore in Libano di Hezbollah e in Palestina di Hamas e del gruppo PIJ, Palestinian Islamic Jihad. In sostanza il ‘padrone’ di Al Jazeera è amico dei palestinesi e degli iraniani cioè degli arci-nemici di Israele, a sua volta di fatto ormai alleato dei sauditi in un triangolo che vede al vertice gli Stati Uniti.

La copertura della guerra Hamas-Israele risponde in pieno al posizionamento dell’editore di Al Jazeera. Basta ascoltare il commento a caldo dell’ospite americano di origini palestinesi, il giornalista Ali Abunimah, fondatore del blog Electronic Intifada, per capire l’aria che tira. Per lui Israele sta portando avanti politiche di apartheid e genocidio e “i crimini non sono solo sua responsabilità ma anche di Joe Biden e degli europei che sostengono il Governo”. Ali Abunimah, domenica sera, mentre scorrono le immagini dei rapimenti e delle uccisioni, commenta “questo è il risultato di garantire impunità a un regime che non ha rispetto dei diritti dei palestinesi (...) dobbiamo dire chiaramente che Israele e i suoi sostenitori sono i soli responsabili di quello che sta accadendo. Stanno raccogliendo quello che hanno seminato”. Il conduttore lo ringrazia di avere condiviso il suo punto di vista con i telespettatori. Poi c’è Youmna El Said, la giovane inviata famosa per il razzo che ha colpito un palazzo alle sue spalle domenica in diretta durante il collegamento.

Non è la prima volta che le accade. In rete è possibile trovare un altro video postato dalla tv pubblica turca, TRT World, del maggio 2021, in cui la freelance che opera a Gaza, sempre con il caschetto in testa, prega i telespettatori a mani giunte e con voce commossa: “Per favore io voglio mandare un messaggio al mondo. Prima di giudicarci e di dire che noi siamo terroristi accertatevi di vedere la realtà da tutti i lati. Non ascoltate solo i media occidentali ma entrambe le parti. Non credete ai messaggi degli israeliani senza vedere la nostra parte” proprio in quel momento saltava in aria con fragore un palazzo alle sue spalle. El Said gridava: “Vedete quel palazzo che è stato totalmente distrutto da un raid aereo è un palazzo di 14 piani la Al Shoroq Tower”. Due anni e mezzo dopo quell’invito a guardare l’altra parte della storia Houmna Elsaid si collega più volte per Al Jazeera da una delle 44 scuole trasformate in rifugi per ospitare 22mila civili. Circondata da uno sciame di ragazzini che ridono e giocano intorno alla telecamera, felici sotto le bombe con una palla in mano, racconta che le mamme hanno ricevuto sul telefonino il messaggio degli israeliani. Intimava di lasciare le loro case immediatamente prima dell’attacco. I bambini non hanno preso nulla. Dice: “C’è grande paura perché qui di fronte c’è una Stazione di Polizia. La gente è terrorizzata che possa essere un obiettivo delle Forze israeliane”. Il conduttore la saluta pieno di compassione.

Tocca all’ex ambasciatore neò Regno Unito Husam Zomlot. Il conduttore parte neutro (“Condividi quello che ha fatto Hamas?”) il diplomatico no: “Non è la domanda giusta” e inizia a parlare delle cause profonde della crisi palestinese, un mantra su Al Jazeera. Poi il conduttore fa finalmente la ‘domanda giusta’. Chiede se il numero dei morti israeliani aiuterà gli attori internazionali a capire che è giunto il momento di cambiare atteggiamento e fare le mosse giuste. Ecco così i 700 morti diventano nella risposta “un’opportunità per tutti di capire che i palestinesi hanno diritto di combattere e lo faranno e l’occupazione deve finire e deve esserci lo stato palestinese con Gerusalemme capitale”.

Arriva il professore dell’università del Cairo e il conduttore chiede un commento sul fatto del giorno, l’uccisione di due israeliani ad Alessandria: “Perché i militari egiziani sparano sui turisti israeliani?”. Il senso della risposta è “Perché non si vede la soluzione di questo conflitto in Palestina da 75 anni”.

Parte il collegamento con l’altro inviato a Gaza, Tareq Abu Azzoum. Il giovane collega con il giubbotto e l’elmetto parte con “i crimini degli israeliani contro i palestinesi” e racconta il destino di una famiglia palestinese cancellata da un missile degli israeliani, erano in 22, di cui sette bambini. A un certo punto arriva un ospite dell’altra parte: il parlamentare israeliano Danny Danon. Il conduttore gli chiede subito delle vittime da entrambe le parti. Lui reagisce così: “Non puoi dire ‘da entrambe le parti’, stiamo ancora contando i morti di un attacco barbaro non provocato di Hamas. Hanno rapito un bambino di due anni!”. Il conduttore lo ferma: “Tu dici attacco non provocato ma non sarà il caso di considerare le cause e gli effetti dell’occupazione che dura da 75 anni?”. Il parlamentre ribatte: “Noi abbiamo lasciato Gaza 18 anni fa completamente. Non c’è più una comunità ebraica in Gaza e guarda cosa è accaduto. Hamas controlla Gaza!”. Il conduttore lo interrompe ancora: “Ma sono completamente bloccati”. Il parlamentare ribatte: “Perché non parlano dell’Egitto, con il quale confinano, ma se la prendono solo con Israele? Perché non c’è logica. Hamas, come l’ISIS, vuole solo colpire noi” e conclude “la mia opinione è che dobbiamo sradicare Hamas così i soldi che arabi ed europei danno ai Palestinesi non andranno più a costruire tunnel e comprare armi”. Il conduttore vira sulle colpe dell’intelligence e sui problemi militari di Israele ma è l’unico dibattito nel quale si accende un po’ la discussione. A parte il membro della Knesset e un’analista israeliano, Presidente del think tank Mitvim, Nimrod Goren (anche lui rimbrottato dal conduttore quando parla di attacco non provocato) gli analisti sono tutti dalla parte dei palestinesi.

L’inviata da Ramallah, Nida Ibrahim, si collega da una manifestazione pro Hamas e sembra uno dei manifestanti quando elenca i torti subiti dalla popolazione: gli occupanti israeliani hanno isolato ogni città palestinese dall’altra. Firma il pezzo con il suo nome e quello della rete poi il luogo: “Ramallah, Occupied West Bank”.

C’è spazio per una docuserie sugli accordi di Oslo tra Rabin e Arafat sotto l’egida Usa di Clinton 30 anni fa. Poi c’è un estratto del discorso di Papa Francesco all’Angelus seguito da una carrellata di immagini di manifestazioni festanti per le morti israeliane. Si parte da Istanbul con le bandiere di Hamas, ancora più numerosa la folla festante a San’a’, capitale dello Yemen, poi il Kuwait e infine Teheran con la corrispondente Dorsa Jabbari che mostra le manifestazioni di giubilo e racconta il comunicato di supporto della Guida Suprema, Ali Khamenei. In serata poi ci sarà un servizio dagli Stati Uniti con le manifestazioni pro palestinesi.

Anche la contabilità delle vittime per Al Jazeera deve partire da lontano. La grafica non mostra solo le vittime del 2023 (700 israeliani e 400 palestinesi) ma quelle del 2008-2009 (1.400 palestinesi contro 13 israeliani); del 2014 (2.100 palestinesi e 73 israeliani); del 2021 (250 contro 13) e così via. Alla fine il conteggio dell’intero periodo escluso l’ultimo attacco, per Al Jazeera, è di 6407 palestinesi morti contro 208 israeliani.

Al di là dei numeri sono le immagini e i racconti a rendere umane le vittime e immorale l’azione di chi le ha uccise. Quando la conduttrice si collega con Refaat Alareer, uno scrittore che vive a Gaza, lui racconta la notte di domenica sotto le bombe. Ricorda che le bombe israeliane cadranno a Gaza dove vive un milione di bambini, il 50 per cento della popolazione di 2,2 milioni. Fa l’esempio di una famiglia sterminata la prima notte di guerra dai razzi israeliani: “erano 18 e tra questi c’erano 9 bambini, tre generazioni sono state annientate da una sola bomba di fabbricazione americana”. Racconta la vita della popolazione senza elettricità, senza acqua, già poverissima, senza cibo per l’indomani. Il telespettatore è portato a empatizzare con le vittime dell’attacco israeliano non con le vittime di Hamas.

La prospettiva di Al Jazeera è sempre ribaltata rispetto alla nostra. Il servizio sulle elezioni in Baviera è centrato, come accade anche in Italia, sul tema dominante della campagna elettorale, l’immigrazione. C’è un operaio tedesco che si lamenta perché il Governo fa troppo per i nuovi arrivati e nulla per lui. Ma Al Jazeera mostra le abitazioni create dal Governo per i rifugiati come un segno di civiltà e offre ai tanti immigrati impauriti per l’ascesa dell’estrema destra la possibilità di far sentire il loro punto di vista sulle elezioni politiche imminenti.

Lo stesso ribaltamento si avverte per la guerra Israele-Hamas. Il corrispondente da Londra, Harry Fawcett, sposta l’attenzione dalle vittime di Hamas alla copertura mediatica sulle vittime medesime in Europa. Spiega che gli europei, danno ampio spazio al possibile sequestro di un britannico o all’uccisione di una ragazza tedesca. Sta parlando della 22enne Shanie Louk. Fawcett ricorda che compare nei video scioccanti di Hamas sui social ma non mostra le immagini, effettivamente troppo brutali, del trattamento subito da questa ragazza di padre israeliano e madre tedesca. I miliziani di Hamas l’hanno rapita mentre ballava, uccisa e mostrata seminuda come un trofeo su un pick-up per le strade di Gaza. Prima della foto del rave party di sabato al confine con Gaza aveva postato su Instagram una foto della sua vacanza sul Lago d’Iseo. A Sala Marasino aveva fotografato un tramonto e aveva postato il messaggio “Bella Italy”, con le faccette e i cuori. Su Al Jazeera non c’è tempo per raccontarlo. Soprattutto non c’è l’empatia riservata alle famiglie palestinesi di Gaza.

La tecnica di narrazione televisiva in fondo è simile a quella dei media mainstream occidentali a parti invertite. Lo spiega bene, proprio intervistato lunedì da Al Jazeera, Jan Egeland, del Norwegian Refugee Commetteee. Lo intervistano perché il suo ente norvegese è impegnato in Cisgiordania ad aiutare la popolazione. Ma quando il conduttore gli chiede perché i leader occidentali non parlano mai delle radici profonde, Egeland risponde con una riflessione che somiglia a una lezione di giornalismo: “Noi che siamo operatori umanitari, neutrali, sul campo, al centro di questo fuoco incrociato, vediamo quel che sta accadendo: ci sono due racconti polarizziti. Da una parte si vedono solo le moschee attaccate mentre in Occidente si vedono solo i civili e i bambini israeliani attaccati dagli uomini di Hamas armati. Queste sono le due immagini opposte. Entrambi i racconti deumanizzano i protagonisti”. Forse non è un caso. Perché poi è più facile uccidere i ‘nemici deumanizzati’ senza provare rimorso.

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29/05/2022

“A Jenin i soldati israeliani sparavano sui giornalisti”

Diversi spari risuonano in successione, fendendo attraverso una chiara, azzurra mattina di primavera a Jenin, in Cisgiordania. Bam, bam, bam, bam, bam, bam, bam. Il cameraman che riprende la scena arretra di corsa per ripararsi dietro un basso muretto di cemento. Quindi un uomo urla in arabo: «Un ferito! Shireen, Shireen, oddio Shireen! Un’ambulanza!»

Quando il cineoperatore gira l’angolo, si può vedere la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akle riversa senza emozioni, la faccia volta al terreno mentre un’altra reporter palestinese Shatha Hanaysha, si accovaccia in basso accanto a lei, usando un tronco d’albero per ripararsi. Hanaysha la raggiunge e prova a scuoterla mentre la sparatoria continua. Non ha risposta. Entrambe le donne indossano elmetti e le vesti protettive blu con la scritta “Press.”

Negli istanti che seguono, un’uomo con una maglietta bianca tenta diverse volte di spostare Abu Akleh, ma è ricacciato più volte indietro dai colpi di pistola. Alla fine, dopo diversi lunghi minuti, riesce a trascinare il suo corpo via dalla strada.

Il video sconvolgente, filmato dal cameraman di Al Jazeera Majdi Banura, immortala l’istante in cui Abu Akleh, una palestinese americana di 51 anni, è stata uccisa con un proiettile in testa intorno alle 6 e mezzo dell’11 mattina. Stava con un gruppo di altri giornalisti vicino l’entrata del campo profughi di Jenin, dove si erano radunati per documentare un raid israeliano. Mentre il filmato non mostra Abu Akleh mentre viene colpita, testimoni oculari hanno riferito alla CNN che credono che le forze armate israeliane nella stessa strada abbiano sparato deliberatamente contro i reporter in un attacco mirato. Tutti i giornalisti stavano indossando i giubbotti protettivi che li identificavano come appartenenti alla stampa. «Stavamo di fronte ai veicoli militari israeliani per circa 5 o 10 minuti prima di muoverci per assicurarci che ci avessero visti. E questa è un’abitudine da giornalisti, ci muoviamo in gruppo e stiamo di fronte a loro così che essi riconoscano che siamo della stampa, e quindi iniziamo a muoverci» ha detto alla CNN descrivendo il loro cauto approccio verso il convoglio dell’esercito israeliano, prima che la sparatoria iniziasse.

Quando Abu Akleh è stata colpita, Hanaysha ha detto di essere rimasta sotto shock. Non poteva capire cosa stesse accadendo. Dopo che Abu Akleh è caduta a terra, Hanaysha ha pensato che potesse essere inciampata. Ma quando ha guardato in basso verso la reporter che aveva idolatrato fin dall’infanzia, era chiaro che non stava respirando. Il sangue colava sotto la sua testa formando una pozza. «Non appena Shireen è caduta, non ho onestamente capito che lei... ascoltavo il suono dei proiettili, ma non capivo che stavano sparando contro di noi. Davvero, non stavo capendo per tutto il tempo – racconta – ho pensato che sparassero perché stessimo indietro, non ho pensato che stessero cercando di ucciderci».

Il giorno dell’attacco il portavoce dell’esercito israeliano Ran Kochav ha riferito alla radio dell’esercito che Abu Akleh aveva “filmato e lavorato per un’impresa media in mezzo ai palestinesi armati. Erano armati di telecamera, se mi consentite di dirlo” questo quanto riportato dal The Times of Israel. L’esercito israeliano sostiene che non sia chiaro chi ha sparato il colpo fatale. In un’inchiesta preliminare, l’esercito ha affermate che Abu Akleh potrebbe essere stata colpita da fuoco palestinese indiscriminato, o da un cecchino israeliano posizionato a circa 200 metri in uno scontro a fuoco con un palestinese armato – sebbene né Israele né altri abbiano portato alcuna prova che mostri un palestinese armato con una chiara linea di fuoco da Abu Akleh.

Le Forzi di Difesa israeliane (IDF) il 19 maggio hanno precisato che non è ancora deciso se ci sarà un’indagine penale riguardo la morte di Abu Akleh. Lunedì, il leader del team legale dell’esercito israeliano, il generale maggiore Yifat Tomer-Yerushalmi, ha detto in una conferenza stampa che sotto il controllo militare, un’indagine penale non è avviata in automatico se la persona è stata uccisa “nel mezzo di una zona attiva di combattimento”, a meno che non ci sia un credibile e immediato sospetto di dolo. I legislatori statunitensi, le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno tutti richiesto un’indagine indipendente.

Ma un’indagine della CNN offre nuove prove – inclusi due video della scena della sparatoria – da cui emerge che non c’era combattimento attivo, né alcun militante palestinese, vicino a Abu Akleh nei momenti precedenti la sua morte. I video ottenuti dalla CNN, corroborati da testimonianze di otto testimoni oculari, un analista audio forense e un esperto di armi a esplosione, suggerisce che Abu Akleh sia stata colpita a morte in un attacco premeditato dalle forze israeliane. Il filmato mostra una scena tranquilla prima che i reporter si trovassero sotto il fuoco nella periferia del campo profughi di Jenin, vicino la rotatoria principale Awdeh. Hanaysha, altri quattro giornalisti e tre residenti della zona dicono che era una mattinata normale a Jenin, dove vivono circa 345 mila persone – 11 mila e 400 delle quali nel campo. Molti erano sulla via per il lavoro o la scuola, e la strada era relativamente silenziosa.

C’è stato un brivido di eccitazione quando la giornalista veterana, un nome conosciuto in ogni casa del mondo arabo per la sua copertura di Israele e dei Territori Occupati, è arrivata per documentare l’irruzione. Circa una dozzina o più di uomini, alcuni in canottiera e infradito, si sono affollati per guardare Abu Akleh e le sue colleghe al lavoro. Si accalcavano chiacchierando, alcuni fumando una sigaretta, altri riprendendo la scena coi telefonini.

In un video registrato con smartphone di 16 minuti e condiviso con la CNN, l’uomo che filma cammina verso il punto dove i giornalisti si erano radunati, zoomando a mostrare i veicoli corazzati israeliani parcheggiati a distanza; nel mentre lo si sente dire: «Guarda i cecchini». Quindi, quando un ragazzo si sforza di sbirciare in fondo alla strada, urla : «Smettila di giocherellare... pensi che sia uno scherzo? Non vogliamo morire. Vogliamo vivere».

Le irruzioni degli israeliani nel quartiere di rifugiati di Jenin sono diventate un evento ricorrente dall’inizio di Aprile, a seguito di una serie di attacchi di palestinesi che hanno lasciato vittime israeliane e straniere sul campo. Alcuni dei sospetti attentatori di questi attacchi erano di Jenin, secondo l’esercito di Israele. I residenti sostengono invece che i raid lasciano spesso dietro di sé feriti e morti. Sabato, un diciassettenne palestinese è stato assassinato e un diciottenne gravemente ferito dagli spari durante un’incursione israeliana, ha riferito il ministero della Salute palestinese.

Salim Awad, il ventisettenne che ha filmato il video di sedici minuti, ha raccontato alla CNN che non c’erano palestinesi armati o scontri nella zona, e che non si sarebbe aspettato di rimanere coinvolto nella sparatoria, data la presenza di giornalisti nelle vicinanze. “Non c’erano assolutamente scontri o attriti. Saremmo stati dieci ragazzi, uno in più uno in meno, che passeggiavano intorno, ridendo e scherzando con i giornalisti – ha detto – non avevamo paura di niente. Non ci aspettavamo nulla di quello che è successo, perché quando vediamo giornalisti nei paraggi, pensiamo che sarà un posto sicuro». Ma la situazione è cambiata rapidamente. Awad racconta che i colpi sono partiti circa sette minuti dopo che era arrivato sul posto. Il suo video immortala il momento in cui gli spari venivano diretti ai quattro giornalisti – Abu Akleh, Hanaysha, un altro giornalista palestinese, Mujahid al-Saadi, e il produtore di Al Jazeera Ali al-Samoudi, ferito nello scontro a fuoco – mentre questi camminavano verso i veicoli israeliani. Nel filmato Abu Akleh può essere vista allontanarsi dalla barricata. Il video mostra una visuale sgombra verso il convoglio israeliano.

«Abbiamo visto circa quattro o cinque blindati su quella strada con i fucili spianati e uno di loro ha sparato a Shireen. Stavamo proprio lì, lo abbiamo visto. Quando abbiamo tentato di avvicinarci a lei, ci hanno sparato. Ho provato ad attraversare la strada per dare una mano, ma non potevo» riporta Awad, aggiungendo che ha visto un proiettile conficcato nella testa di Abu Akleh nello spazio tra l’elmetto e il giubbotto antiproiettile, appena accanto all’orecchio.

Un sedicenne, che era nel gruppo di uomini e ragazzi sulla strada, ha riferito alla CNN che non c’era “nessuno sparo, nessun lancio di pietre, niente” prima che Abu Akleh fosse colpita. Ha detto che i giornalisti avevano detto loro di non seguirli mentre si avvicinavano alle forze armate israeliane, quindi era rimasto indietro. Quando la sparatoria è scoppiata, si è accucciato dietro un’auto parcheggiata, tre metri più in là, da dove ha visto l’istante in cui è stata uccisa. Il giovane ha condiviso un video con la CNN, filmato alle 6:36, appena prima che i giornalisti lasciassero il luogo verso l’ospedale, che mostra i cinque blindati israeliani guidare lentamente oltre il punto in cui Abu Akleh è morta. Il convoglio quindi gira a sinistra prima di lasciare il campo passando per la rotonda.

La CNN ha riguardato un totale di 11 video che mostrano la scena e il convoglio israeliano da diverse angolazioni – prima, durante e dopo l’assassinio di Abu Akleh. Testimoni oculari che stavano filmando quando i giornalisti sono stati raggiunti dai colpi erano anche loro nella linea di fuoco e sono stati ricacciati indietro quando la sparatoria è iniziata, per cui non hanno ripreso il momenti in cui è stata colpita dal proiettile. Le prove visive revisionate dalla CNN includono il filmato di una body cam rilasciato dall’esercito israeliano, che riprende i soldati correre attraverso una stradina secondaria, con fucili da assalto M16 in mano e altre varianti, mentre sbucano sulla strada dove i veicoli corazzati sono parcheggiati. Una fonte israeliana militare ha riferito alla CNN che entrambe le parti stavano sparando con fucili d’assalto M16 e M4 quel giorno.

Nei video, cinque veicoli israeliani possono essere visti mettersi in riga sulla stessa strada dove Abu Akleh è stata assassinata, ma a Sud. Il blindato più vicino ai giornalisti, targato con un numero 1 bianco, e il veicolo più lontano, marcato con il numero 5, erano entrambi posizionati perpendicolarmente lungo la strada. Verso l’estremità dei veicoli, esattamente sopra i numeri, c’è una stretta apertura rettangolare che dà sull’esterno del veicolo.

L’esercito israeliano ha fatto riferimento a un’apertura del genere in una nota sull’inchiesta iniziale riguardo l’uccisione di Abu Akleh, dicendo che la giornalista poteva essere stata colpita da un soldato israeliano che sparava da “uno spazio progettato nei veicoli dell’IDF usando un mirino telescopico” durante uno scontro a fuoco. Diversi testimoni hanno raccontato alla CNN che hanno visto il fucile di un cecchino spuntare fuori dalla feritoia prima che i colpi iniziassero, ma che non era stato preceduto da nessun altro scambio a fuoco.

Jamal Huwail, professore dell’Università araboamericana di Jenin, che ha aiutato a trascinare il corpo senza vita di Abu Akleh fuori dalla strada, sostiene che i colpi stessero arrivando da uno dei veicoli israeliani, che ha descritto come un “nuovo modello che ha una feritoia per cecchini”, per via dell’elevazione e direzione dei proiettili. «Stavano sparando direttamente ai giornalisti», dice Huwail. Huwail, un parlamentare e membro del partito palestinese Fatah a Jenin, ha incontrato Abu Akleh per la prima volta venti anni fa, quando Israele ha lanciato una massiccia operazione militare nel campo, distruggendo più di 400 case e lasciando senza dimora un quarto dei residenti del luogo. Quando ha parlato con la giornalista per qualche attimo quella mattina dell’11, alla rotonda di Awdeh, lei gli aveva mostrato un video di una delle loro prime interviste nel 2002. La volta dopo che l’ha vista da vicino, lei era morta.

Nei video dell’irruzione all’alba a Jenin, poco prima in mattinata, i soldati israeliani e i militanti palestinesi sono visti scontrarsi tra di loro con fucili d’assalto M16 e altre varianti, secondo Chris Cobb-Smith, un esperto di armi da fuoco. Questo significa che entrambe le parti dovevano aver sparato proiettili calibro 5.56. Per rintracciare il proiettile che ha ucciso Abu Akleh dalla canna di un fucile specifica richiederebbe uno sforzo congiunto israelo-palestinese, dal momento che i palestinesi hanno il proiettile che ha ucciso Abu Akleh, mentre l’inchiesta di CNN suggerisce che Israele abbia il fucile. Nessuno si sta facendo prontamente avanti. Mentre Israele tentenna per aprire un’inchiesta penale, l’Autorità Palestinese ha escluso di collaborare con Israele in qualsiasi indagine.

Un ufficiale di sicurezza senior israeliano ha piattamente negato alla CNN, il 18 maggio, che le truppe israeliane abbiano ucciso Abu Akleh intenzionalmente. L’ufficiale ha parlato sotto anonimato per riferire dettagli dell’indagine che rimane formalmente aperta. «Non esiste che l’IDF prenda a bersaglio un civile, specialmente un membro della stampa – ha detto l’ufficiale alla CNN – un soldato dell’IDF non sparerebbe mai senza ragione con un M16. Rispondono colpo su colpo» sostiene il milite, in contrasto con l’affermazione di Israele che i militanti palestinesi stessero sparando “in modo incontrollato e senza discriminazione” mentre i soldati portavano a termine l’incursione a Jenin.

In una nota via mail alla CNN, l’IDF afferma di star svolgendo un’indagine sulla morte di Abu Akleh. Chiedono “all’Autorità Palestinese di cooperare in un’analisi forense congiunta con rappresentanti americani che determini infine le responsabilità della tragica morte”. E aggiunge “asserzioni riguardo i responsabili del fuoco che ha ucciso la signorina Abu Akleh devono essere fatte con attenzione e supportate da prove schiaccianti. Questo è ciò che l’IDF sta cercando di ottenere».

Eppure, anche senza avere accesso al proiettile che ha colpito Abu Akleh, ci sono diversi modi per determinare chi l’ha uccisa analizzando il tipo di fucile, il suono degli spari e i segni lasciati dai proiettili sulla scena. Cobb-Smith, consulente per la sicurezza e veterano dell’esercito britannico, ha spiegato alla CNN che crede che Abu Akleh sia stata uccisa da un colpo mirato – non una raffica di arma automatica. Per arrivare a questa conclusione, ha guardato un’immagine ottenuta dalla CNN, che mostra tracce di proiettile lasciate sull’albero sotto cui Abu Akleh è caduta e dietro cui Hanaysha ha cercato riparo.

«Il numero di tracce di colpo sull’albero dove Shireen stava provano che non era un colpo vagante, è stata presa di mira – riporta Cobb-Smith alla CNN, aggiungendo che – in uno scontro serrato, la maggior parte dei colpi partiti dai palestinesi catturati da una videocamera quel giorno erano “spari a casaccio”».

A dimostrazione, ha indicato due video che mostrano un uomo armato palestinese sparare a casaccio lungo i vicoli in diverse parti di Jenin. I video sono stati fatti circolare dall’ufficio del primo ministro israeliano, Naftali Bennett, e dal ministero degli Affari Esteri, con un voice over in Arabo che dice: «Ne hanno colpito uno. Hanno colpito un saldato. È steso a terra». Poiché non è stata riportata la morte di alcun soldato israeliano l’11 maggio, l’ufficio di Bennet ha detto che il video suggeriva che “sono stati i terroristi palestinesi a uccidere la giornalista”. La CNN ha geolocalizzato il video diffuso dall’entourage di Bennett nel sud del campo, 300 metri oltre dove si trovava Abu Akleh. Le coordinate dei due luoghi, che sono state verificate utilizzando Mapillary – una piattaforma condivisa per la rappresentazione della viabilità – e girati dell’area filmati dal gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem, dimostrano che la sparatoria nel video non può essere la stessa raffica di spari che ha colpito Abu Akleh e il suo produttore, Ali al-Samoudi. CNN non è stata inoltre in grado di verificare in modo indipendente dove sia stato girato il video.

Secondo la prima ricostruzione dell’esercito israeliano, nel momento della morte di Abu Akleh, un cecchino israeliano era a 200 metri da lei. La CNN ha chiesto a Robert Maher, professore di ingegneria elettronica e computeristica del Montana State Institute specializzato in analisi forense dell’audio, di esaminare il video in cui Abu Akleh viene colpita e stimare la distanza tra chi ha sparato e il cameraman, tenendo in considerazione il tipo di fucile usato dai corpi israeliani.

Il video che Maher ha analizzato cattura due raffiche di spari; i testimoni oculari dicono che Abu Akleh sia stata colpita alla seconda transenna, una serie di sette distinti “crack”. Il primo suono di grilletto, l’onda balistica generata dal proiettile, è seguita approssimativamente 309 millisecondi dopo da un relativamente pacato “bam” generato dalla detonazione all’impatto, secondo Maher: «Questo corrisponderebbe a una distanza di qualcosa tra i 177 e i 197 metri» ha dichiarato in una mail alla CNN; che corrisponde quasi esattamente alla posizione del cecchino israeliano.

A 200 metri, Cobb-Smith ha detto che non c’era “nessuna possibilità” che colpi indiscriminati potessero lasciare tre o quattro tracce colpendo il tronco in uno schema così ravvicinato. «Dalle striature di sparo sull’albero, sembra che i colpi, uno dei quali ha centrato Shireen, venissero dalla parte bassa della strada, cioè da dove si trovavano le truppe dell’IDF. Il raggruppamento abbastanza compatto delle tracce indicano che Shireen è stata intenzionalmente resa bersaglio di colpi mirati, e non è la vittima di un colpo casuale o sregolato» ha spiegato l’esperto di armi da fuoco alla CNN.

A Jenin ora si parla di quell’albero come “l’albero della giornalista” ed è diventato un altare spontaneo ad Abu Akleh, con fotografie dell’amata reporter attaccate alla corteccia e Kaffiyeh, le sciarpe palestinesi, drappeggiate intorno ai suoi rami. Awad, uno dei residenti di Jenin che ha accidentalmente ripreso la morte di Abu Akleh con la videocamera, ha detto che la prima volta che in cui ha vista di persona era il 2002, quando stava seguendo l’Intifada, o sollevazione, di Jenin: «Ovvio che sia amata da così tante persone, aveva un ricordo speciale nel nostro campo per via del lavoro che aveva fatto qui. Le persone sono davvero affrante per la sua perdita» ha detto.

Lo scorso mese, Abu Akleh ha festeggiato il suo compleanno a Jenin, quando si trovava qui per coprire un raid dell’esercito israeliano, ricorda ora il cameraman e suo collega di vecchia data Majdi Banura. Banura e Abu Akleh hanno iniziato il loro percorso ad al Jazeera lo stesso giorno di 25 anni fa, e trascorso molto delle loro carriere sul campo insieme. Banura è ancora sbigottito per aver visto Akleh, che aveva ripreso innumerevoli volte in precedenza, morire di fronte ai suoi stessi occhi. Ma quando la sparatoria è scoppiata, sapeva che doveva continuare a riprendere, dicendo che era importante avere una “ripresa continua” della sua uccisione. «A dire la verità – dice Banura – mentre filmavo, ho sperato che si sarebbe salvata, ma ho capito vedendola inerte che era stata assassinata. La sua immagine non lascia la mia vita, né il mio ricordo; qualsiasi cosa io dica o faccia o tocchi, la vedo».

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13/05/2022

Palestina - Uccisa giornalista dalle forze armate israeliane

Shireen Abu Akleh, una delle giornaliste palestinesi più note di Al Jazeera e del Medio Oriente, è stata uccisa dai soldati israeliani nel corso di scontri fra palestinesi ed esercito israeliano nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania. La notizia è stata resa pubblica dalla stessa Al Jazeera. Anche un altro giornalista, Ali Samodi, è rimasto ferito.

Secondo l’agenzia palestinese Wafa, che cita il ministero della Sanità palestinese, la giornalista “è morta dopo essere stata colpita dall’esercito dell’occupazione”. I reporter sarebbero stati colpiti dal fuoco israeliano, mentre seguivano un raid delle forze di Tel Aviv a Jenin, in Cisgiordania dove erano in corso manifestazioni dei palestinesi contro gli arresti dei giorni scorsi. Dalla dinamica emerge che la giornalista sia stata freddata da un cecchino.

L’esercito israeliano ha preferito, finora, non commentare la notizia ma sta indagando su quello che è accaduto. Nelle ultime settimane le forze di occupazione israeliane hanno effettuato raid quasi quotidiani nella Cisgiordania occupata mentre sono proseguiti attentati palestinesi in Israele.

Durissima la condanna del Qatar, il paese del golfo dove ha sede Al Jazeera.
“L’occupante israeliano ha ucciso la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Aqleh sparandole un colpo in faccia nonostante indossasse un gilet con la scritta ‘press’ e un elmetto. Stava coprendo l’attacco delle forze israeliane nel campo profughi di Jenin. Questo terrorismo dello Stato israeliano deve cessare, il sostegno incondizionato a Israele deve cessare”, ha scritto la vice ministra Lolwah Al Khater con un linguaggio verso le responsabilità israeliane che tra i paesi del Golfo non si sentiva da tempo.

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25/09/2018

The Israeli Project. Il documentario proibito di Al Jazeera

Il sito Zeitun.info ha tradotto e pubblicato un articolo di Electronic Intifada curato da Ali Abunimah sul documentario-inchiesta di Al Jazeera sul potere della lobby israeliana negli Stati Uniti. Il documentario è stato bloccato di comune accordo da Israele, Qatar e Arabia Saudita. Sullo stesso argomento è uscito un lungo articolo di Alain Gresh sul numero di settembre di Le Monde Diplomatique. Qui di seguito l’articolo ripreso e tradotto da Zeitun.info

*****

“The Israel Project” [Progetto Israele], un importante gruppo di sostegno con base a Washington, sta portando avanti una campagna segreta per influenzare [gli utenti di] Facebook.

Ciò viene svelato in “The Lobby – USA”, un documentario in incognito di “Al Jazeera” [televisione araba anche in inglese con sede in Qatar, ndtr.] che non è mai stato mandato in onda a causa della censura da parte del Qatar in seguito a pressioni di organizzazioni filo-israeliane. Il video di cui sopra, esclusivo per “The Electronic Intifada”, mostra i brani più recenti estratti dal documentario.

Le prime immagini filtrate pubblicate da “The Electronic Intifada” e da “Grayzone Project” [sito statunitense di notizie in rete, ndtr.] hanno già rivelato subdole tattiche di gruppi anti-palestinesi pianificate e messe in pratica con la complicità del governo israeliano.

Nei nuovi video si sente David Hazony, il direttore esecutivo di “The Israel Project”, dire al giornalista infiltrato di Al Jazeera: “Ci sono anche cose che facciamo e che sono assolutamente lontano dai riflettori. Lavoriamo insieme a un sacco di altre organizzazioni.”

“Produciamo contenuti che poi loro pubblicano a loro nome” aggiunge Hazony.

Gran parte dell’operazione consiste nella creazione di una rete di “comunità” di Facebook centrate sulla storia, sull’ambiente, su questioni internazionali e femminismo che sembrano non avere alcun collegamento con il sostegno a Israele, ma sono utilizzate da “The Israel Project” per diffondere messaggi a favore di Israele.

“Una cosa riservata”

In una conversazione, anch’essa rivelata dagli estratti trapelati del video, Jordan Schachtel, che all’epoca lavorava per “The Israel Project”, racconta al giornalista di Al Jazeera in incognito la logica e l’estensione dell’operazione segreta su Facebook.

Il reporter in incognito, noto come “Tony”, si presentava come tirocinante presso “The Israel Project”. “Stiamo mettendo insieme un sacco di media filo-israeliani attraverso vari canali sociali che non sono di ‘The Israel Project’, afferma Schachtel. “Così abbiamo molti progetti paralleli con cui stiamo cercando di influenzare il dibattito pubblico.”

“Per questo è una cosa riservata,” aggiunge Schachtel. “Perché non vogliamo che la gente sappia che questi progetti paralleli sono associati a ‘The Israel Project’”.

Tony chiede se l’idea di “tutto quanto il materiale non [relativo a] Israele ha lo scopo di consentire che il materiale su Israele passi meglio.”

“Vogliamo proprio mimetizzarlo in ogni cosa,” spiega Schachtel.

Una di queste pagine Facebook, “Cup of Jane”, [Un po’ di Jane] ha quasi mezzo milione di persone che la seguono.

La pagina di “Chi siamo” di “Cup of Jane” la descrive come relativa a “zucchero, spezie e tutto quello che è buono”. Ma non c’è nessuna informazione sul fatto che sia una pagina gestita con il proposito di promuovere Israele.

La pagina di “Chi siamo” identifica “Cup of Jane” come “una comunità creata dal progetto per i media del futuro di TIP a Washington.”

Non c’è peraltro nessuna menzione diretta ed esplicita a Israele o indicazione che “TIP” sta per “The Israel Project”.

“The Electronic Intifada” è al corrente del fatto che persino questa vaga ammissione di chi ci sia dietro la pagina è stata aggiunta solo dopo che “The Israel Project” ha saputo dell’esistenza del documentario segreto di Al Jazeera e presumibilmente ha previsto di essere stato scoperto.

“The Israel Project” ha anche aggiunto un’ammissione sul suo sito in rete che gestisce le pagine di Facebook. Tuttavia il suo sito web non è collegato alle sue pagine di Facebook.

Non ci sono prove nell’Archivio Internet che la pagina esistesse prima del maggio 2017 – mesi dopo che la copertura di “Tony” era stata scoperta.

Secondo Schachtel “The Israel Project” sta investendo notevoli risorse nella produzione di “Cup of Jane” e in una rete di pagine simili.

“Abbiamo una squadra di circa 13 persone. Stiamo lavorando su molti video,” dice a Tony nel documentario di Al Jazeera. “Molti sono solo su argomenti casuali e poi circa il 25% di questi saranno di provenienza israeliana o ebraica centrati su Israele o sugli ebrei.”

Nel documentario Al Jazeera afferma di “aver contattato tutti quelli coinvolti in questo programma. Nessuna delle organizzazioni o degli individui a favore di Israele che lavorano per loro ha risposto alle nostre accuse.”

Falsi progressisti

“Cup of Jane” cerca di dimostrarsi progressista postando foto e citazioni di icone femminili nere come Maya Angelou [poetessa, attrice e ballerina afro-americana, ndtr.] e Ida B. Wells [intellettuale afroamericana morta nel 1931, ndtr.], che la pagina celebra in occasione del suo compleanno come una “pensatrice, scrittrice e attivista rivoluzionaria”.

Ci sono anche post sull’ambientalista all’avanguardia Rachel Carson e su Emma Gonzalez, che insieme ai suoi compagni di classe ha lanciato una campagna nazionale per il controllo delle armi dopo essere sopravvissuta al massacro nella scuola superiore di Parkland, in Florida, nel febbraio 2018.

Intrecciati a un flusso di fesserie in odore di progressismo ci sono attacchi contro veri movimenti progressisti, come la “Chicago’s Dyke March” [annuale sfilata del movimento LGBT, ndtr.], i cui organizzatori hanno affrontato una campagna di calunnie della lobby israeliana dopo aver chiesto a provocatori filo-israeliani di lasciare la loro marcia nel 2017.

E un post dell’ottobre 2016, subito dopo che era stata lanciata la pagina di “Cup of Jane”, ha cercato di dipingere il militarismo di Israele come attraente e a favore dell’emancipazione delle donne.

“L’aviazione israeliana ha dipinto di rosa aerei da guerra a sostegno del “Breast Cancer Awareness Month” [Mese per la Sensibilizzazione sul Cancro al Seno]. Non è fantastico?” afferma il post, accompagnato da una foto di un jet da guerra israeliano. “Questo è forte. Le donne, in ogni caso, hanno bisogno di un’aviazione tutta per loro,” aggiunge “Cup of Jane”, insieme a una faccina sorridente.

Altre pagine identificate dal documentario censurato di Al Jazeera come gestite da “The Israel Project” includono Soul Mama, History Bites [Bocconi di Storia], We Have Only One Earth [Abbiamo solo una Terra] e This Explains That [Ciò spiega che]. Alcune hanno centinaia di migliaia di follower.

“History Bites” non rivela la propria affiliazione a “The Israel Project”, neppure con la vaga formula utilizzata da “Cup of Jane” e dalle altre pagine.

“History Bites” si definisce semplicemente come [una pagina] che diffonde “la bellezza della storia in bocconcini masticabili!”

Questa pagina ha ri-postato i post di “Cup of Jane” che presentano come un’eroina femminista Golda Meir, la donna primo ministro israeliano che ha messo in atto politiche razziste e violente contro i nativi palestinesi e vedeva una minaccia esiziale nelle donne palestinesi che partorivano.

Un video del 2016 su “This Explains That” diffonde false affermazioni israeliane secondo cui l’agenzia dell’ONU per la cultura, l’UNESCO, “ha cancellato” la devozione di ebrei e cristiani per i luoghi sacri di Gerusalemme.

Lo scorso dicembre “History Bites” ha ri-postato il video in cui si afferma che “sembra appoggiare l’odierna dichiarazione del presidente Trump secondo cui Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico di Israele.” Il video ha avuto quasi cinque milioni di visualizzazioni.

Un altro video postato da “History Bites” cerca di giustificare l’attacco a sorpresa israeliano del giugno 1967 contro l’Egitto, che ha dato inizio alla guerra in cui Israele ha occupato la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la penisola del Sinai egiziana e le Alture del Golan siriane.

Il video descrive l’occupazione militare israeliana di Gerusalemme est come se la città fosse stata “riunificata” e “liberata”.

Il marchio tossico di Israele

Il ricorso di “The Israel Project” a una proverbiale cucchiaiata di zucchero per cercare di far passare più facilmente i messaggi filo-israeliani è un riconoscimento di quanto possa essere difficile far accettare uno Stato di apartheid. Come Alì Abunimah, uno degli autori di questo articolo, afferma nel documentario di Al Jazeera, “Il marchio Israele è sempre più tossico, per cui non puoi vendere direttamente Israele. Devi avere qualcosa di contemporaneo che sia solo molto innocuo, divertente e allora ogni tanto ci puoi infilare qualcosa su Israele.”

I tentativi di “The Israel Project” di cooptare persone con una sensibilità progressista al servizio di Israele, benché le sue politiche siano di estrema destra, rientra in una più complessiva strategia di Israele, che intende dividere la sinistra e indebolire la solidarietà con la Palestina.

Diretto da Josh Block, un ex-funzionario dell’amministrazione Clinton ed ex- principale stratega presso il centro di potere della lobby israeliana “AIPAC” [American Israel Public Affairs Committee, Comitato per le Questioni Pubbliche Americano-Israeliane, ndtr.], uno dei principali obiettivi di “The Israel Project” era sabotare l’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran.

La campagna segreta di “The Israel Project” su Facebook è evidentemente manipolatoria, ma è ancora più cinica dato che il suo ideatore è Gary Rosen.

Per anni Rosen ha diretto un account twitter violentemente omofobico e islamofobo chiamato “@ArikSharon” – il nickname dell’ex-primo ministro israeliano Ariel Sharon, che è stato responsabile dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 e dei massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila quello stesso anno.

Nelle trascrizioni di una registrazione fatta dal giornalista in incognito di Al Jazeera visionate da “The Electronic Intifada”, Rosen ammette di utilizzare @ArikSharon come un “account segreto”.

Rosen è stato impiegato presso l’agenzia pubblicitaria internazionale “Saatchi & Saatchi”, ma nel novembre 2013 si è unito a “The Israel Project”, dove è responsabile della strategia digitale.

Dopo essere stato denunciato nel 2013 da uno degli autori di questo articolo come la persona che gestiva l’account, Rosen ha cancellato dal collegamento twitter @ArikSharon molti dei tweet più aggressivi.

Ma mentre utilizza pagine Facebook sotto copertura nel tentativo di normalizzare l’appoggio a Israele tra il pubblico progressista, Rosen continua ad utilizzare l’account twitter @ArikSharon per diffondere messaggi di destra filoisraeliani.

Annunci pubblicitari anonimi smascherati

Questo non è l’unico tentativo segreto della lobby israeliana per utilizzare Facebook per raggiungere i suoi obiettivi.

Un reportage di “The Forward” [uno dei principali giornali della comunità ebraica USA, ndtr.] e “ProPublica” [rivista d’inchiesta USA, ndtr.] rivela che “Israel on Campus Coalition” [Coalizione per Israele nei campus] ha condotto campagne pubblicitarie anonime su Facebook per calunniare Remi Kanazi, un poeta palestinese-americano, prima delle sue esibizioni in campus USA.

“The Electronic Intifada” è stato il primo a informare sulle rivelazioni del documentario di Al Jazeera in merito a come i tentativi della “Israel on Campus Coalition” di calunniare e perseguitare gli attivisti solidali con la Palestina siano in coordinamento segreto con il governo israeliano.

Un portavoce di Facebook ha detto a “The Forward” e “ProPublica” che gli annunci di “Israel on Campus Coalition” che prendono di mira Kanazi “violano la nostra politica contro le false dichiarazioni e sono stati rimossi.”

Nel 2012 “The Electronic Intifada” ha denunciato un piano dell’unione nazionale degli studenti di Israele, sostenuto dal governo, per pagare studenti che diffondano propaganda filo-israeliana su Facebook. Tuttavia gli attuali tentativi segreti guidati da “The Israel Project” sembrano essere molto più sofisticati.

Dalle elezioni presidenziali USA del 2016 Facebook è stato accusato di consentire che la sua piattaforma venga utilizzata per la propaganda di manipolazione sponsorizzata dalla Russia intesa ad influenzare la politica e l’opinione pubblica.

Nonostante il clamore propagandistico, queste accuse sono state grossolanamente esagerate o non dimostrate.

Ciononostante, Facebook si è associato con l’“Atlantic Council” [Consiglio Atlantico, ndtr.] in apparenza nel tentativo di reprimere “i falsi account” e la “disinformazione”.

L’“Atlantic Council” è un centro di ricerca di Washington che è stato fondato dalla NATO, dall’esercito USA, dai governi brutalmente repressivi di Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, da governi dell’Unione Europea e dal gotha delle società di investimento, delle compagnie petrolifere, dei produttori di armi e di altri che speculano sulle guerre.

Come apparente risultato di questa collaborazione, un certo numero di account dei media sociali totalmente innocui con pochi o nessun follower sono stati recentemente rimossi.

Più preoccupante è il fatto che pagine gestite da agenzie di informazione di sinistra che si occupavano di Paesi presi di mira dal governo USA, come “Venezuela Analysis” e “teleSUR”, sono state sospese, anche se in seguito sono state ripristinate. Ora, con solide prove della campagna ben finanziata e con vasta influenza di “The Israel Project” su Facebook, rimane da vedere se il gigante delle reti sociali agirà per garantire che utenti inconsapevoli siano informati che quello a cui sono stati esposti è propaganda intenzionata a promuovere e dare un’immagine positiva dello Stato di Israele.

In risposta alla richiesta di fare un commento, un portavoce di Facebook ha detto a “The Electronic Intifada” che l’impresa avrebbe esaminato la questione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Fonte

02/06/2015

Siria - Al Jazeera sdogana al Qaeda

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Ancora un paio d’anni fa solo nomi­nare al Qaeda faceva tre­mare i polsi. I governi e media occi­den­tali si affan­na­vano a descri­vere l’organizzazione fon­data da Osama bin Laden come il gruppo ter­ro­ri­stico più peri­co­loso al mondo. Era un nome legato - tra dubbi, cer­tezze, sospetti e teo­rie varie - agli attac­chi alle Torri Gemelle del 2001. Da qual­che tempo invece al Qaeda non sem­bra fare più paura e gli uomini agli ordini di Ayman al Zawahry, ex brac­cio destro e poi suc­ces­sore di bin Laden, sono guar­dati sotto una luce meno nega­tiva, spe­cie se com­bat­tono con­tro il nemico di turno dell’Occidente e delle monar­chie arabe. Anche in que­sta ottica si spiega la recente ope­ra­zione di sdo­ga­na­mento del Fronte al Nusra, il ramo siriano di al Qaeda, che porta avanti la nota tv qata­riota al Jazeera, schie­rata con­tro il pre­si­dente siriano Bashar Assad. Mer­co­ledì scorso l’emittente ha tra­smesso un’intervista ad Abu Moham­med al Julani, il capo di al Nusra, rea­liz­zata dal gior­na­li­sta Ahmad Mansour.

Quest’ultimo, in aper­tura, ha detto di tro­varsi in un’area “libe­rata” della Siria, ossia con­trol­lata dall’organizzazione qae­di­sta. Man­sour ha fatto un'inter­vi­sta tra amici, ponendo domande volte ad offrire a Julani l’opportunità di mostrare un volto mode­rato e con­ci­liante di al Nusra, oppo­sto a quello bru­tale del rivale Isis, lo Stato Isla­mico, par­to­rito anch’esso da al Qaeda e poi uscito dall’organizzazione coman­data da al Zawahry. A Julani non sono state fatte domande su quale tipo di sistema poli­tico e sociale al Nusra pensa di instau­rare nella Siria “libe­rata” dal “dit­ta­tore Assad”, pur essendo ben noto che al Qaeda fonda la sua ideo­lo­gia sul sala­fi­smo più radi­cale, lon­tano anni luce da quella demo­cra­zia alla quale, almeno nei pro­clami, dice di richia­marsi l’opposizione siriana laica. È stata messa in piedi una soap opera gior­na­li­stica, via satel­lite, per strap­pare appoggi all’Europa e agli Stati Uniti dove al Nusra figura nell’elenco delle orga­niz­za­zioni ter­ro­ri­sti­che del Dipar­ti­mento di Stato. Motivo? Occorre sle­gare com­ple­ta­mente le mani a Julani per­chè i suoi uomini - molto moti­vati, ben adde­strati, armati e pronti al mar­ti­rio - sono gli unici, oltre ai jiha­di­sti dell’Isis, a met­tere in seria dif­fi­coltà l’esercito siriano e i com­bat­tenti liba­nesi di Hez­bol­lah, a dif­fe­renza di quell’armata Bran­ca­leone che si è rive­lato l’Esercito siriano libero, la mili­zia dell’opposizione finan­ziata dall’Occidente e dalle monar­chie arabe sun­nite. Occorre inol­tre far ces­sare i raid aerei della Coa­li­zione gui­data dagli Usa che oltre a pren­dere di mira l’Isis tal­volta col­pi­scono anche basi di al Nusra. E que­sta ope­ra­zione d’immagine non riguarda solo al Jazeera. In Ita­lia, ad esem­pio, alcuni atti­vi­sti anti-Assad fanno il pos­si­bile per rap­pre­sen­tare al Nusra non come una orga­niz­za­zione ter­ro­ri­stica legata ad al Qaeda ma come un nor­male gruppo della “resi­stenza” con­tro Damasco.

E Julani, gra­zie alle domande di Ahmad Man­sour, è emerso alla fine dell’intervista quasi come un ope­ra­tore uma­ni­ta­rio, un buon padre di fami­glia, e non per quello che è: il lea­der di un gruppo armato respon­sa­bile di stragi, rapi­menti di cit­ta­dini stra­nieri (anche ita­liani) e arabi, che non esita ad eli­mi­nare som­ma­ria­mente i sol­dati nemici fatti pri­gio­nieri, come acca­duto durante la recente con­qui­sta della pro­vin­cia di Idlib. Senza alcun dub­bio anche i mili­tari e le mili­zie lea­li­ste siriane com­piono gravi cri­mini che però sono, quasi sem­pre, denun­ciati e docu­men­tati. Quelli degli “insorti”, al con­tra­rio, rara­mente fini­scono sulle pagine dei gior­nali. Per­sino la deca­pi­ta­zione di 100–150 sol­dati e lea­li­sti siriani com­pita dall’Isis dopo la con­qui­sta di Pal­mira è stata rife­rita con un pro­filo molto basso da quasi tutti i media arabi e inter­na­zio­nali. Il lea­der del Fronte al Nusra mer­co­ledì ha reci­tato alla per­fe­zione il suo ruolo. Ha detto che il suo intento è solo quello di com­bat­tere il regime siriano, non di orga­niz­zare atten­tati in Occi­dente, e di con­si­de­rare l’Isis come una minac­cia. Secondo Julani l’Occidente soster­rebbe Assad. «Bom­bar­dano anche noi per­ché sanno che rap­pre­sen­tiamo la vera minac­cia al regime di Assad», ha affer­mato. Al Nusra - ha aggiunto - «non ha alcun piano o diret­tiva per pren­dere di mira l’Occidente. Abbiamo rice­vuto ordini pre­cisi (da al Zawahry, ndr) di non usare la Siria come base di lan­cio per un attacco agli Usa o all’Europa, al fine di non ledere la nostra vera mis­sione con­tro il regime. Forse al Qaida lo fa, ma non qui in Siria».

In Siria intanto non si arre­stano i com­bat­ti­menti e il bagno di san­gue. Secondo secondo l’Osservatorio nazio­nale per i diritti umani (Ondus), una ong con sede a Lon­dra legata all’opposizione siriana, almeno 75 civili sono stati uccisi ieri da “barili-bomba” sgan­ciati da eli­cot­teri gover­na­tivi. Cin­quan­ta­cin­que le vit­time ad Al Bab, cit­ta­dina con­trol­lata dall’Isis a 25 chi­lo­me­tri da Aleppo, e 20 ad al Shaar un quar­tiere della stessa Aleppo. Tra le vit­time vi sareb­bero 8 mem­bri della stessa fami­glia. Lo stesso Ondus ha anche denun­ciato che forze curde avreb­bero giu­sti­ziato 20 civili arabi nei ter­ri­tori ripresi all’Isis nella pro­vin­cia di Al Hasakah.

Fonte

03/01/2015

Galera Egitto: fra reporter di Al Jazeera e detenuti dimenticati


Se usciranno, ma non è affatto scontato, sarà per la decisione dell’emittente televisiva qatarina di voler chiudere Mubasher Masr Channel più che per un gesto di clemenza. Quel canale di Al Jazeera è un coltello nel fianco della casta militare del Cairo e risulta indigesto anche a poliziotti e magistrati. Per i servizi trasmessi i giornalisti australiano Peter Greste, egitto-canadese Mohamed Fahmy ed egiziano Baher Mohamed sono stati condannati chi a sette, chi a dieci anni, inanellando finora 371 giorni di galera. Motivi: concorso in terrorismo, attentato alla sicurezza nazionale e diffusione d’informazioni false, accuse respinte dai tre che sostengono d’aver solo svolto il proprio lavoro. Fra cui interviste a taluni leader della Fratellanza Musulmana poi arrestati (Mohammed Badie) che non rappresentavano certo un’adesione alla politica della Confraternita come sostengono i pm. Eppure da oltre un anno l’aria di restaurazione, che aveva rovesciato il presidente Mursi e represso le proteste islamiche, non va per il sottile. Dopo i militanti della Brotherhood sono finiti dentro giornalisti, blogger, agitatori di Tahrir, oppositori di varie sponde. Rispetto alla massa degli attivisti incarcerati con numeri che oscillano fino alle 12.000 unità (il governo rigetta queste cifre ma non ne fornisce altre, tanto che da tempo si parla di cittadini desaparecidos), per i tre cronisti il tam-tam di sostegno è stato battente.

Da quello della potente tivù di Doha, a interventi di Amnesty International, interrogazioni di parlamentari europei e canadesi, però la situazione generale è rimasta ostile. La rinuncia a “mettere il naso negli affari egiziani per ordire complotti”, che è l’accusa rivolta ai reportages di Al Jazeera, può distendere i rapporti fra Egitto e Qatar e ora i giudici hanno prospettato una revisione del processo. Anche per casi politici alla ricerca della piena legittimazione internazionale, come quello del presidente-generale Al Sisi, il corto circuito che si crea coi lavoratori della comunicazione e della documentazione è crescente. Un decreto emanato in novembre che può applicarsi alla situazione dei tre, ovviamente se un nuovo processo ridimensionerà le accuse, può prevedere l’allontanamento di cittadini stranieri che verrebbero espulsi. Non se ne avvantaggerebbe il cronista egiziano Mohamed. Negli sviluppi aperti la direzione di Al Jazeera ha dichiarato che le autorità del Cairo “Possono scegliere di continuare a mostrare al mondo il proprio volto peggiore o liberare rapidamente i tre”. Una stoccata che non risulterà gradita all’orgoglio del presidente, ma con cui lo staff televisivo qatarino cerca di giustificare la sostanziale rinuncia al principio dell’informazione su cui ha costruito il proprio successo. La partita sui tre è aperta e per nulla scontata. Comunque c’è chi sta molto peggio: per i free lance senza tutele e gli attivisti dell’opposizione islamica e laica la chiave delle celle è stata gettata.

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30/06/2014

Egitto - Il ritorno di censura e repressione

Sembra il finale di una commedia poliziesca, ma è tutto realtà. La “Cellula del Mariott” è stata condannata a 7 anni di carcere con l’accusa di aver fabbricato notizie false e tendenziose atte a sostenere la Fratellanza Musulmana, il movimento islamista nuovamente bandito dopo il ritorno dei militari al potere. Non facendosi abbagliare dalla narrativa dominante che da un anno etichetta indistintamente i sostenitori della Confraternita come terroristi, la sentenza contro i componenti della cellula – tre giornalisti di Al-Jazeera arrestati in un albergo de il Cairo da dove cercavano di contattare alcuni islamisti – appare il frutto di un processo fabbricato ad arte per punire l’emittente qatariota.

Per mostrare la sua magnanimità alla comunità internazionale, il nuovo presidente Abdel Fattah al-Sisi potrebbe graziare gli imputati, due dei quali hanno in tasca un passaporto straniero. Ciononostante, la recente condanna è la cartina tornasole dell’ultimo giro di vite repressivo impresso dal “nuovo” regime egiziano alle – poche – voci stonate.

CENSURA E REPRESSIONE. Conosciuta e invisa per l’indiscusso sostegno garantito alla Fratellanza anche quando questa ha mostrato il suo volto autoritario e violento, Al-Jazeera è stata la prima emittente oscurata dopo l’intervento militare dello scorso luglio. Anche se la comunità internazionale ha alzato la voce solo ora, la morsa sulla libertà di espressione e di informazione è stata infatti una costante della politica del “nuovo” regime. I media continuano ad agire in un contesto storicamente illiberale e, soprattutto negli ultimi due anni, estremamente polarizzato. Basta riguardare alcune trasmissioni degli anni ‘50 per capire che sin da allora esiste un filo rosso oltre il quale è pericoloso andare. All’epoca del presidente Gamal Abdel Nasser i media erano sotto il controllo dello stato, ma anche se nei tre decenni mubarakiani qualcosa si è smosso, le voci critiche del potere devono sempre combattere contro il Golia di turno.

Osservando la recente evoluzione del palinsesto televisivo egiziano si riconoscono i meccanismi utilizzati dal regime per tenere sotto controllo l’opinione pubblica. Da quando l’ex generale Al-Sisi è ufficialmente alla guida del paese, il celebre comico della rivoluzione Bassem Youssef è uscito di scena, denunciando le pressioni subite dall’emittente del suo show, una televisione saudita che deve fare i conti con la famiglia reale, generosa sostenitrice del ritorno al potere dei militari egiziani. In questi giorni, le autorità de il Cairo hanno anche impedito il debutto di una musalsal – soap opera seguitissime nel periodo di Ramadan alle porte – su un protagonista della rivoluzione del 2011. A scriverla, guarda caso, la penna di Belal Fadl, uno dei pochi intellettuali critici dei militari già censurato per aver punzecchiato Al-Sisi.

Liberà di espressione a parte, la sentenza sulla “Cellula del Mariott” è anche l’ultimo di una lunga lista di verdetti contro chi si oppone al ritorno dei militari. Dalle condanne a morte di massa contro membri e sostenitori della Fratellanza agli arresti di icone della rivoluzione del 2011 contrarie alla nuova legge sulle manifestazioni: l’apparato di sicurezza egiziano influenza l’attività di quella Magistratura che, almeno seguendo l’evoluzione costituzionale, sembrerebbe guadagnare sempre più autonomia dall’esecutivo.

COMUNITÀ INTERNAZIONALE E DIRITTI UMANI.
Anche se la comunità internazionale è stata ufficialmente invitata – con tanto di comunicato inviato dalle sedi diplomatiche egiziane – a non interferire su questioni che non le competono, il dibattito che si è creato attorno al processo della “Cellula del Mariott” è diventato un’occasione per insistere sul rispetto dei diritti umani fondamentali.
In tale contesto si potrebbero richiedere il rilascio dei prigionieri politici e garanzie sullo stato delle carceri egiziane. Giornalisti e organizzazioni umanitarie hanno infatti recentemente denunciato il trattamento disumano subito dai carcerati, tornando a parlare di sevizie compiute in prigioni segrete.

La comunità internazionale non sembra però pronta ad andare oltre le frasi di rito, temendo forse di mettere in dubbio quel ritorno al business as usual che da mesi contraddistingue l’approccio verso l’Egitto. E il Cairo è il primo a notarlo, osservando per esempio la cordialità con la quale alla vigilia della sentenza, il segretario di stato Usa John Kerry è atterrato in Egitto per annunciare l’arrivo dei tanto attesi Apache che si sommeranno ai 572 milioni di dollari versati nelle casse – vuote – del prezioso alleato egiziano.

Limitandosi a generiche frasi di circostanza, la comunità internazionale non fa’ altro che avvallare il forzato ritorno a quella stabilità che nel passato recente ha presentato un costo salato in termini di diritti umani. Vi è inoltre il rischio che questa stabilità si mostri nuovamente insostenibile. Il consenso attorno al nuovo raìs è alle stelle, ma la Sisimania sembra una bolla e, in quanto tale, è destinata, prima o poi, a scoppiare. Nel medio-lungo periodo il fuoco sotto la cenere che la comunità internazionale sta ignorando potrebbe quindi tornare a infiammare il paese.

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18/04/2014

Egitto, sangue a poco prezzo

Coprono e commentano, o almeno provano a farlo, le vicende d’un sempre turbolento Egitto ma anche loro diventano bersaglio della repressione. “Il sangue dei giornalisti non è a buon mercato” dicevano alcuni cartelli esposti sotto la sede del Sindacato professionale ieri al Cairo, per una protesta vociante, numerosa, simbolo anch’essa di quella libertà calpestata dalla democratizzazione introdotta da Al-Sisi e dai sostenitori della seconda “Rivoluzione”. Anche nello scorso fine settimana due cronisti che seguivano le manifestazioni degli studenti delle quattro dita nelle facoltà scientifiche del Cairo sono stati bersagliati con colpi d’arma da fuoco, finendo solo all’ospedale. Rispetto ai colleghi morti e incarcerati nei mesi scorsi gli è andata bene. Il caso più dibattuto riguarda il gruppo di giornalisti di Al Jazeera, non solo perché colpisce direttamente l’emittente qatarina con l’arresto di Baher Mohamed, Mohamed Fahmy, Peter Greste, ma perché può creare un contrasto internazionale col Canada il cui leader dell’opposizione (Mulcair) s’è mosso affinché il proprio governo intervenga a supporto d’un suo concittadino. I corrispondenti della potente tivù sono sotto processo con l’accusa di fiancheggiamento della Fratellanza Musulmana per averne intervistato alcuni leader poco prima che costoro venissero arrestati.

La vicenda ha assunto contorni di battaglia ideologica sull’uso e sul potere dell’informazione. Così il ministro egiziano delle Telecomunicazioni e alcune tivù (statali e private) vicine al nuovo governo hanno divulgato il sospetto che, ben oltre ciò che s’era sostenuto negli anni passati sul ruolo guida di Al Jazeera nell’appoggiare i moti delle Primavere arabe, ora Doha stesse tramando contro la sicurezza egiziana e usasse quegli agenti particolari che sono i giornalisti o presunti tali. Perciò l’accusa rivolta al trio sotto processo è di attentato alla sicurezza nazionale, la legge voluta da Al-Sisi e applicata contro leader, attivisti e sostenitori della Confraternita. E poi diffusa verso ogni contestatore dell’Alleanza per la Democrazia, del movimento di Rabaa contro la repressione, una norma che conduce diritti in galera e sulla forca. Questo indica la condanna di massa ai 529 attivisti della Brotherhood. Un altro giornalista di Al-Jazeera, Abdullah Al-Shami è detenuto addirittura da 247 giorni e pratica da tre mesi lo sciopero della fame, ormai con oggettivi rischi per la salute. In una recente lettera, fatta pervenire tramite gli avvocati alla testata, il cronista sostiene d’essere determinato a condurre il suo gesto alle estreme conseguenze. Al-Shami venne fermato il 14 agosto mentre documentava la strage compiuta dall’esercito davanti alla Moschea di Rabaa, successivamente arrestato e tenuto in isolamento. E’ proprio questo genere di testimonianze e di divulgazione dei fatti che il regime militare e i propri alleati puntano ad azzerare.

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18/03/2012

Siria: il mito infrando di Al Jazeera

La molto mitizzata al Jazeera perde pezzi. A causa della sua copertura faziosa della crisi in Siria e anche della crisi nel piccolo Bahrain, una primavera araba che non fa notizia.
Alcuni membri di primo piano dell’ufficio di Beirut della tv qatariota hanno annunciato le dimissioni o si sono già dimessi, secondo quanto riportato dal quotidiano libanese al-Akhbar. Il «managing director» dell’ufficio di corrispondenza di Beirut, Hassan Shaaban, una settimana fa ha anticipato che se ne andrà, dopo che il corrispondente di al Jazeera Ali Hashem e il producer Mousa Ahmad se n’erano andati. Tutti in segno di protesta per i servizi giornalistici (e le censure), sugli avvenimenti in corso «nella regione araba» e in particolare in Siria e Bahrain.
Secondo quanto riporta il giornale, Ali Hashem ha preso la decisione dopo che al Jazeera «ha rifiutato di mostrare foto che lui aveva scattato in Siria di fighters armati impegnati in scontri con l’esercito siriano a Wadi Khaled». L’emittente, al contrario, «lo ha ripreso come fosse uno shabeeh», ossia un membro delle temute milizie pro-Assad.
Sempre Ali Hashem si era infuriato per il rifiuto opposto da al Jazeera di coprire la repressione ordinata dal re del Bahrain contro i manifestanti che chiedono (pacificamente) quello stesse riforme democratiche pretese dall’opposizone siriana. Nel Bahrain, il giornale fa dire a Ali Hashem, «noi vediamo scene di gente massacrata dalla macchina repressiva del Golfo, ma per al Jazeera, l’unica parola possibile è il silenzio».
Idem il producer dell’ufficio di Beirut, Mousa Ahmad, che protestava perché al Jazeera aveva «totalmente ignorato» il recente referendum promosso da Assad sulle riforme costituzionali del regime (fine del regime monopartitico del Baath e limiti di tempo ai mandati presidenziali), che pure aveva visto la partecipazione del 57% del corpo elettorale.
Il mito di al Jazeera, «la Bbc del Medio Oriente», era già andato in pezzi durante gli otto mesi della guerra civile libica, in cui il Qatar, con soldi, soldati e potere di fuoco mediatico, aveva combattuto sfacciatamente a fianco degli insorti anti-Gheddafi.
Il giornalista Afshin Rattansi, che ha lavorato per al Jazeera, dice che «sfortunatamente» questa tv, che aveva cominciato «rivoluzionando» l’informazione nel mondo arabo, è diventata «la voce monocorde della posizione anti-Assad del governo qatariota». Rattansi rende omaggio «al coraggio di quei giornalisti che dicono: “attenzione, non è così che noi dovremmo coprire questo tema perché lì in mezzo c’è gente di al Qaeda che si muove”. Il modo con cui al Jazeera ha coperto la storia della Siria è completamente unilaterale».
Un giudizio condiviso anche da Don Debar, giornalista e militante contro la guerra, anche lui un passato in al Jazeera: nelle sue prese di posizione l’emittente è stata «pesantemente» guidata dal governo del Qatar. «E’ così dall’aprile 2011 – dice Debar -. Il capo del bureau di Beirut se ne va e molta altra gente se ne va a causa della copertura faziosa e della mano pesante del governo qatariota nel dettare la linea editoriale sulla Libia prima e sulla Siria adesso».

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