Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/11/2021

Cacciare Draghi per disinnescare le sue politiche sociali ed economiche e riaffermare la centralità del lavoro

Lo sciopero generale dell’11 ottobre, promosso da tutto il sindacalismo conflittuale, alternativo, di base e praticato da un milione di lavoratrici e lavoratori di tutto il paese e di tutte le categorie, aveva individuato con precisione i temi all'ordine del giorno: lotta ai licenziamenti, per il salario e il reddito, per la cancellazione della Legge Fornero, contro il carovita e i diktat dell’Unione Europea, per i contratti e contro la precarietà, per l’occupazione, per scuola, sanità, previdenza pubblica, per un fisco equo che aggredisca le rendite e le disuguaglianze.

Un programma di lotta ancor più convalidato dalla Legge di Bilancio presentata da Draghi che affronta, ma peggiorandoli, tutti i temi al centro del nostro sciopero generale, il quale pertanto si conferma come un atto importante e consapevole dell’esigenza di dare risposte alle politiche economiche e sociali di Draghi e dell’Unione Europea.

In parallelo, assistiamo al consueto, indecente balletto di Cgil Cisl Uil: si arrampicano sugli specchi per dire che la Legge di Bilancio non va bene, ma senza mettere in campo un solo momento di conflitto per modificarla. Contemporaneamente ascoltiamo un coro di richieste, proprio a loro, di sciopero generale da parte di chi è dentro i sindacati complici e sa perfettamente che tali richieste rimarranno inevase perché assolutamente estranee alla natura subordinata di queste organizzazioni.

La prima cosa che viene da chiedersi è perché questi soggetti non abbiano assunto lo sciopero generale dell’11 ottobre come uno sciopero di tutti e perché si affidino ancora a Cgil Cisl Uil, ben conoscendole ma continuando a mettere la testa sotto la sabbia invece che mettersi in gioco.

Il problema non sono i sindacati complici, di loro si può fare a meno e organizzarsi con il sindacato di classe e conflittuale. Il problema è evidentemente Draghi, con la politica sociale ed economica che rappresenta e che sta facendo passare senza alcuna vera opposizione sul piano politico, con il complice silenzio dei leader sindacali compiacenti. Ce ne danno chiara dimostrazione non solo la Legge di Bilancio, ma anche le decisioni in ordine alla distribuzione delle risorse, molto ampie, derivanti dal PNRR.

Draghi oggi non ha competitori e c’è addirittura chi si sbilancia nell’ipotizzare un suo doppio ruolo alla guida del governo e alla presidenza della Repubblica. Non c’è nessuno che metta in dubbio l’obbedienza cieca alle scelte dell’Unione Europea, al contrario si spinge sull’acceleratore dando per scontato che l’uscita di scena di Merkel apra a Draghi e all’Italia scenari da potenza di prima grandezza sul piano continentale.

Insomma, siamo di fronte a un quadro che sposta in avanti, di molto, la situazione e che va combattuto con forza e determinazione. La competizione internazionale in corso, a cui partecipa l’Unione Europea, necessita che tutti i paesi aderenti si uniformino e si adeguino, Mattarella non perde occasione per invocare l’esercito europeo e una politica economica comune, e a questo devono piegarsi tutti e tutti collaborare.

Non ci sarà nessuno sciopero generale, non ci sarà nulla che possa anche solo lontanamente mettere in discussione le decisioni di Draghi. Non lo faranno Cgil Cisl Uil e tanto meno un Parlamento completamente svuotato di funzione e di ruolo. Oggi chi si illude non può dirsi in buona fede, tante e tali sono le conferme della scelta di affidarsi completamente a Draghi, Von der Leyen e ai loro sodali.

Dobbiamo essere invece capaci di smontare l’aura che circonda Draghi, di renderne evidenti i progetti e le mire che nulla hanno a che vedere con gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, della gente comune.

Cacciare Draghi deve essere il punto principale dell’agenda politica delle prossime settimane e dei mesi a venire. Cacciare Draghi per riaffermare la centralità del lavoro, per cambiare rotta.

Unione Sindacale di Base

Fonte

28/10/2021

Dopo lo sciopero generale i sindacati conflittuali guardano avanti

Domenica 24 ottobre si è tenuta a Roma, al centro sociale Intifada, l’assemblea nazionale del sindacalismo di base e conflittuale che ha condiviso la valutazione positiva dello sciopero generale indetto unitariamente lo scorso 11 ottobre. L’assemblea ha espresso una forte soddisfazione per l’esito della mobilitazione unitaria che ha prodotto iniziative e manifestazioni in moltissime città, ha coinvolto un gran numero di settori e categorie, è riuscita ad aggregare altre forze e movimenti in una giornata di lotta sui temi del lavoro e ha fermato la circolazione delle merci in alcuni gangli vitali del paese. Per un giorno il paese ha dovuto prendere atto che c’è una parte del mondo del lavoro che non è disposta a chinare la testa di fronte ai piani del governo Draghi ed è pronta a dare battaglia.

L’assemblea ha espresso la volontà unanime di dare continuità al percorso unitario, anche tenendo conto di una valutazione di merito del contesto che stiamo vivendo, attivando una forma stabile di consultazione tra tutte le organizzazioni del sindacalismo di base, che sarà definitiva in seguito in modo più dettagliato.

Il prossimo 30 ottobre saremo di nuovo in piazza a Roma contro il G20 in uno spezzone unitario con la consapevolezza che i temi dell’ambiente e del clima sono parte integrante della nostra comune piattaforma di lotta contro lo sfruttamento capitalistico delle persone e della Natura, per i diritti del mondo del lavoro.

L’assemblea ha mostrato una particolare attenzione verso l’attacco alle libertà democratiche che oggi si manifesta sotto diverse forme: dalle ripetute azioni repressive contro attivisti e sindacalisti, all’utilizzo di agenti privati contro i lavoratori in sciopero; dai divieti al diritto di manifestare fino ai nuovi attacchi al diritto di sciopero. Pertanto, ha espresso la necessità di costruire una risposta unitaria e la più ampia mobilitazione contro questo clima fortemente repressivo.

Un clima nel quale i progetti di ulteriore limitazione degli spazi di rappresentanza ed agibilità sindacale tesi ad instaurare il monopolio concertativo di Cgil, Cisl e Uil, procedono speditamente e contro i quali intensificheremo la mobilitazione.

Il nostro percorso ha al centro la lotta alle politiche filopadronali del governo Draghi e la piattaforma che abbiamo condiviso nello sciopero generale dell’11 ottobre. Al centro ci sono la lotta per il salario e per il reddito, la difesa del welfare delle pensioni, il contrasto all’aumento dei prezzi e delle tariffe, contro i licenziamenti e per la tutela della sicurezza sui posti di lavoro. L’assemblea ha inoltre espresso la necessità di contrastare i rinnovati propositi del governo di introdurre ulteriori provvedimenti che vanno nella direzione dell’autonomia differenziata tra le regioni.

L’assemblea ha infine espresso la necessità di mettere in cantiere l’organizzazione di ulteriori iniziative unitarie, tanto locali quanto nazionali, compresa la promozione di nuove iniziative di sciopero tanto di categoria quanto generali, sottolineando la necessità di estendere il più possibile la mobilitazione di tutti i lavoratori e le lavoratrici e dando impulso alla necessaria solidarietà fra lavoratori e settori popolari colpiti dalle politiche padronali e governative.

ADL COBAS, CLAP, CONF. COBAS, COBAS SARDEGNA, CUB, ORSA, SGB, SIAL COBAS, UNICOBAS, USB, USI-CIT

Fonte

17/02/2019

Atto XIV: On Lâche Rien!


Con l’atto XIV la mobilitazione permanente iniziata il 17 novembre del 2018 giunge al suo terzo mese senza che si intravedano segnali di riflusso.

Questo “anniversario” è caratterizzato oltre che dalle manifestazioni di sabato a Parigi e in numerose altre città, anche da iniziative domenicali e da un ritorno della “marea gialla” sulle rotatorie, i luoghi che sono stati il centro gravitazionale della protesta e propulsori di iniziative “altre” a cui ha dato ben presto vita il movimento partendo da questi presidi.

Questo martedì, ma in realtà durante tutta la settimana, si sono svolte azioni congiunte di CGT e GJ all'insegna di una giornata dell’“emergenza sociale” che vuole essere un appuntamento settimanale fisso di mobilitazione e convergenza tra le giacche rosse del sindacato e quelle gialle.

Anche se sono solitamente ignorate dal cono di luce dei media, vi è un fiorire di vertenze sindacali specifiche che si affiancano ad iniziative sindacali più generali.

Ne vogliamo mettere in mostra in particolare due, perché danno conto del dinamismo sindacale nei confronti dei settori più vulnerabili della classe come i disoccupati e i lavoratori interinali.

I disoccupati sono interessati insieme ai lavoratori del corrispettivo francese dei “centri per l’impiego” dalle riforme in senso regressivo volute dalla maggioranza governativa tese ad sostituire il modello di sicurezza sociale transalpino con le forme del workfare anglosassone e a trasformare le figure che lavorano nei centri in controllori dei disoccupati più che elemento di cerniera tra l’offerta e la domanda di lavoro.

Questa prassi punitiva vuole trasformare l’indennità di disoccupazione – comunque recepita solo dalla metà dei disoccupati – in una sorta di premio garantito unicamente a chi ha una prassi di ricerca attiva del lavoro, stabilita da canoni sempre più restrittivi e la sua mancata elargizione una pena a chi si rifiuta di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione.

I vari distaccamenti territoriali del Comité national CGT Chômeurs précaires hanno compiuto differenti azioni in particolare nei vari Pôle Emplois e non solo.

Durante una occupazione del 30 gennaio del centre régional de côntrole de la recherche d’emplois della Loira è stato sventolato uno striscione che sintetizza il senso della loro lotta: “Guerra alla disoccupazione! Non ai disoccupati!”.

Le riforma sull’indennità di disoccupazione voluta da Macron ha dato vita in piena marea gialla alle mobilitazioni delle “gilets roses” cioè delle assistenti materne (sono più di 100.00) – sostenute dal Comité – particolarmente colpite da questo provvedimento.

Un’altra importante iniziativa è stata quella in direzione dei lavoratori interinali, con l’“Atto II” delle “journées rouges des intérimaires”, una campagna di informazione – riporta NVO nell’articolo a questa dedicato – e di sensibilizzazione allo sfruttamento e alla precarizzazione dei lavoratori salariati interinali. È nelle grandi imprese che deve avvenire il Grand Dèbat. È la che si gioca tutto.

Si tratta di una campagna congiunta di lavoratori “fissi” del sindacato e interinali sindacalizzati tesa a chiedere miglioramenti per quest’ultimi: con lo svilupparsi del movimento dei GJ – riporta l’articolo – alcuni lavoratori interinali (2,5 milioni in Francia), anche se assunti settimanalmente, non hanno più paura di coinvolgersi per difendere i propri interessi.

La CGT intérim chiede tra l’altro l’assunzione immediata dei lavoratori interinali che lo richiedono, l’uguaglianza integrale di trattamento e l’aumento immediato dei salari.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, lo sciopero generale del 5 febbraio ha fatto entrare il movimento in una nuova fase.

Un comunicato congiunto emesso il 13 febbraio da tre sigle sindacali, di cui due già promotrici dello sciopero generale di febbraio (la CGT e Solidaires) insieme a FO e alle organizzazioni studentesche UNEF, UNEL e UNL SD si impegnano alla costruzione congiunta di una nuova giornata di sciopero generale il 19 marzo prossimo impegnandosi a perseguire un lavoro comune che dia delle prospettive alla mobilitazione sociale. Le organizzazioni coinvolte chiamano ad una possente giornata di azione, di mobilitazioni e di sciopero il 19 marzo.

Il comunicato non tocca solo i temi legati all’incremento del potere d’acquisto e della giustizia fiscale, ma della situazione delle fasce giovanili che incontrano le riforme altamente restrittive del diritto di studio, la minaccia dovuta alle leggi liberticide e la necessità della transizione ecologica, configurandosi come una piattaforma ampia, in grado di ricevere le istanze emerse dai vari movimenti che si sono espressi in questi mesi, che non hanno trovato ascolto nel governo e con una grossa responsabilità da parte del padronato.

“In parallelo, il padronato, particolarmente quello dei grandi gruppi, porta lui stesso una grande responsabilità nell’esasperazione sociale – afferma l’appello – è nelle grandi imprese e nei servizi pubblici che i lavoratori salariati sono considerati come un costo e non per ciò che sono: una ricchezza. È lì che le condizioni di lavoro regrediscono. Ovunque si aggrava la precarietà”

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Se Tolosa, Marsiglia e Bordeaux sono stati tra i trampolini di lancio per la convergenza tra GJ e sindacati, una dinamica assolutamente interessante si sta producendo ne L’île-de-France (la regione parigina dove vive un quarto della popolazione francese), anche per il tentativo di far confluire con proprie rivendicazioni specifiche i quartieri popolari periferici nella mobilitazione. È in atto infatti un tentativo sistematico di coordinamento di una Assemblea Generale della Regione (la prima tenutasi il 24 gennaio la seconda il 14 febbraio) che ha faticato ad entrare nella marea gialla, se non per la confluenza nelle manifestazioni nella capitale.

Il Comité Adama e i GJ di Rungis hanno organizzato per domenica 17 febbraio un incontro alla Bourse de Travail di Saint-Denis nella periferia parigina dal titolo: Alliance Gilets Jaunes et Quartiers Populaires.

Un interessante articolo di “Mediapart” fa il punto su quelle che sono state le mobilitazioni a Rungis (ma non solo) importante polo logistico della regione dove si trova il più grande hub agro-alimentare continentale, bloccato da una massiccia azione notturna di GJ e militanti sindacali il giorno dello sciopero generale.

L’articolo firmato da Lucie Delaporte e Mathilde Goanec, Gilets jaunes d’Ile-de-France: “les quartiers populaires sont là”, dà voce a Moulud Sarahoui, delegato sindacale della CGT al magazzino di Gennevilliers di Geodis, una filiale privatizzata della SNCF e GJ e da uno spaccato delle lotte della logistica nella periferia parigina.

Per questo attivissimo delegato il movimento è stata una “grossa, grossa, boccata d’ossigeno”.

Questo posto di lavoro è paradigmatico di una condizione trasversale dei lavoratori della logistica anche nell’esagono: condizioni di lavoro molto dure, salari bassi e uso massiccio di lavoratori interinali.

Lo sciopero di un mese del 2015 non aveva permesso d’ottenere alcuna concessione da parte della direzione e ha lasciato un gusto amaro. «Allora che Geodis appartiene ad un gruppo che fa 8 miliardi di utili».

Con la marea gialla e le dichiarazioni di E. Macron sulla defiscalizzazione per le imprese del premio natalizio – comunque facoltativo – i lavoratori del magazzino si sono messi in sciopero il 26,27,28 dicembre e poi di nuovo il 2 e 3 gennaio. allo sciopero – dichiara il delegato – ha aderito il 90% del personale. È la prima volta che i quadri ci hanno sostenuto e si sono messi in sciopero. Subito dei gilets jaunes dell’Ile-de-France sono venuti a sostenerci. Abbiamo coalizzato le nostre forze.

L’azienda ha deciso di smistare “i colli” verso altri depositi a Bonneuel-en-France e a Bercy, dove i lavoratori si sono recati insieme ai GJ e ad un composito gruppo di sostenitori della lotta.

Quando Amazon ha deciso di licenziare dei lavoratori per il loro sostegno alla lotta dei GJ, i lavoratori della Geodis con degli altri GJ hanno deciso di invadere il sito di Bonneuil-sur-Marne del gigante mondiale della vendita on line per chiedere spiegazioni alla direzione:

“Abbiamo così bloccato 250 semi-rimorchi. Hanno mandato i CRS e la gendarmerie, ma quando abbiamo spiegato che ci battevamo per i salari, è filato tutto liscio. Anche gli autotrasportatori si sono schierati con noi. Anche loro hanno difficoltà a raggiungere la fine del mese”.

Dopo un primo tentativo di blocco di Rungis il 17 dicembre, insieme all’associazione dei VTC da cui si sono presto separati per l’atteggiamento razzista e l’orientamento di estrema destra della direzione di Jean-Claude Resnier, un secondo tentativo riuscito è stato fatto la giornata dello sciopero generale.

Nota David Gaborieau, sociologo che studia da vicino i conflitti nella logistica intervistato dagli autori dell’articolo: c’era una grande proporzione di persone racisées: dei coordinamenti di sans-papiers, degli operai della logistica, dei salariati della grande distribuzione.

Questa dinamica intrapresa dell’azione collettiva dimostra come la “marea gialla” abbia stimolato la conflittualità sindacale anche dove stentava ad ottenere risultati e smentisce le interpretazioni tendenti a negare una partecipazione diretta degli abitanti dei quartieri popolari nel movimento.

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Il 10 febbraio la maison du peuple di Saint-Nazaire con un video-appello – esattamente come era stato fatto dall’Assemblea Generale di Commercy per la proposta della prima “assemblea delle assemblee” dei gilets jaunes – ha annunciato il proseguimento di questo tentativo di confronto e di coordinamento lanciando un appuntamento di tre giorni per il 5, 6 e 7 aprile per la Seconda Assemblee delle Assemblee dei GJ.

“Vogliamo farne un momento forte di incontro e di coesione tra gilets jaunes, un momento esemplare per la democrazia e un momento storico per il movimento, dichiara il terzo intervento di presentazione video.

Invitano tutte le realtà intervenute al primo appuntamento a fare conoscere questa seconda tappa, terminando l’appello cantando in coro il ritornello della famosa canzone degli HK e dei Saltimbanks, On lâche rien, che ancora oggi ritma le principali mobilitazioni in Francia.

Un particolare non da poco, erano uno dei gruppi che hanno suonato all’ultimo festival dell’Alta Felicità in Val Susa questa estate, tanto per capire...

Basterebbe leggersi il report del primo incontro di Commercy e il video-appello finale che ne è scaturito – a cui hanno partecipato circa 200 GJ con delegazioni da 75 realtà di GJ – per rendersi conto di come sia surreale l’avere accreditato come leader dei GJ una mentecatto mitomane come Chalençon, marginale e marginalizzato in patria, incontrato da Di Maio nei giorni scorsi. Questa supposto “capo”, insieme a tanti altri personaggi creati dalle emittenti televisive senza alcun seguito, sono solo utili idioti di Macron e di coloro che vogliono screditare il movimento facendolo passare come eterodiretto da pseudo-golpisti che ricordano in versione ancora più caricaturale i protagonisti del film di Mario Monicelli: “Vogliamo i colonnelli”.

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Anche questo sabato Parigi, Marsiglia, Lione, Tolosa, Bordeaux sono stati epicentri della mobilitazione insieme a Montpellier, Rouen, Le Mans, Valence, Lille, Bourg-en-Bresse, Nantes...

Come sempre il Ministero dell’Interno fornisce cifre al ribasso, parlando di 41.000 persone che avrebbero manifestato in tutta la Francia, smentite dalle cifre fornite dalla stampa locale e dai media indipendenti, oltre alle fonti di informazioni dirette che mostrano la marea gialla sfilare per i centri cittadini delle varie città, dove non sono mancati, soprattutto a fine manifestazioni, sgomberi violenti da parte delle forze dell’ordine e scontri con i manifestanti.

Questa settimana sono stati condannati Christophe Dettinger, “il pugile del popolo” colpevole di avere fatto arretrare la polizia a mani nude sulla passarella di Solferino, il 5 gennaio, per difendere i manifestanti, ad una pena di un anno di prigione da scontare in carcere e 18 “avec surcis”, ed Eric Drouet, figura di spicco del movimento, con pene di un mese di carcere “avec surcis” e 500 Euro di multa per due manifestazioni “non dichiarate”.

Per il ministero dell’Interno si contano 8.000 arresti, 1.800 condanne e 1.500 casi che devono essere ancora giudicati dall’inizio del movimento, mentre secondo una scrupolosa inchiesta giornalistica “in progress” di David Dufresnes la polizia ha provocato un decesso, le mani di 5 manifestanti – tra cui una la settimana scorsa a Parigi – sono state disintegrate, 20 persone sono state amputate e 189 ferite alla testa, senza che nessun membro delle forze dell’ordine sia stato ancora messo sotto processo!

Tre membri dell’ONU incaricati di monitorare la situazione francese si sono preoccupati della violenza poliziesca e giudiziaria contro il movimento dei gilets jaunes ed invitano esplicitamente la Francia a ripensare le sue politiche in materia di mantenimento dell’ordine, mentre il 14 febbraio gli Eurodeputati hanno adottato una risoluzione di condanna al ricorso a interventi violenti e sproporzionati da parte dell’autorità pubblica.

L’Esecutivo continua ad essere sordo alle richieste sociali e politiche dei Gilets Jaunes che alcune forze politiche hanno tentato di portare anche all’interno degli ambiti della rappresentanza politica istituzionale, e agita lo spettro di una giustizia esemplare contro i manifestanti e di una sostanziale impunità per le violenze delle forze dell’ordine che sono pervicacemente negate dall’entourage macroniano.

Per riprendere un vecchio slogan adatto al clima temperato e alla giornata soleggiata del sabato francese di mobilitazione: vogliono fermare le stagioni, ma è già primavera!

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30/01/2019

Logistica. 32 licenziamenti alla GLS, una rappresaglia padronale

Nella mattinata del 29 gennaio sono state consegnate a 38 lavoratori dell’hub piacentino di GLS 32 lettere di licenziamento e 6 lettere di sospensione.

Tale inedito provvedimento si configura come un licenziamento disciplinare collettivo.

Il contesto nel quale tali atti avvengono è quello in cui 3 militanti di USB vengono aggrediti con tirapugni e pistola al peperoncino.

La “colpa” degli iscritti alla nostra sigla sindacale è quella di essersi mobilitati contro il clima di violenza e di aver scioperato per rivendicare sicurezza e serenità nel posto di lavoro.

La risposta venuta dal loro datore di lavoro è stata l’invio di circa 200 lettere di contestazione disciplinare in circa 15 giorni (una media di 5/6 per ogni lavoratore) e alla fine senza nemmeno rispettare l’iter procedurale, con l’obbiettivo di forzarlo, è arrivato il licenziamento.

Occorre specificare che il datore di lavoro in questione, SEAM srl, ha comunicato l’intenzione di cessare l’appalto presso GLS di Piacenza alla data del 31/01/2019 con il conseguente rischio del non assorbimento di tutto il personale in oggetto da parte del subentrante come previsto dall’art. 42 comma 9 del contratto nazionale di categoria.

Quello che ci sembra palese è il tentativo concentrico da parte dei padroni della logistica di colpire il sindacato conflittuale e le lotte dei facchini che in questi anni hanno avuto il merito di far emergere le illegalità e lo sfruttamento che si celano nel mondo della logistica e parimenti hanno portato diritti e dignità al lavoro.

Sono i fatti a dimostrare che la campagna di criminalizzazione dei facchini ha come unico obbiettivo quello di riportare indietro le lancette della storia, li vogliono ancora schiavi e sottomessi.

USB ha avviato un percorso di mobilitazioni (oggi ci sarà un presidio alle ore 10.30 davanti alla Prefettura) per proseguire con gli attivi dei delegati (venerdì a Milano) e lo sciopero nazionale della logistica.

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25/11/2018

Tunisia - Scioperi di massa contro l'austerità

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

La Tunisia torna in piazza, in massa, a dieci giorni dall’ennesimo rimpasto di governo, ottenuto dal premier Youssef Chaled per il rotto della cuffia. Una fiducia sudata, dopo ore di discussione e a cui Nidaa Tounes, parte (finora) della coalizione capeggiata da Ennahda, non ha nemmeno partecipato.

Ieri la prima sfida l’hanno lanciata 670mila dipendenti pubblici tunisini: uno sciopero generale partecipatissimo (ha aderito il 95% dei lavoratori, affiancati da decine di migliaia di persone in tutto il paese) che rimette sul tavolo una questione centrale e inevasa, l’aumento del salario. A fronte di un’inflazione rampante e l’incremento costante del costo dell’elettricità.

In migliaia, nella capitale, si sono ritrovati di fronte al parlamento al grido di «Vergogna» e «Tunisia libera», mentre ospedali, scuole e uffici pubblici chiudevano i battenti e altrettanti manifestanti scendevano per le strade di Kasserine, Sfax, Gabes, Sidi Bouzid. Tutti a ripetere lo stesso, diffuso, problema: i soldi non bastano a vivere e a coprire i prestiti che le famiglie sono costrette a chiedere quando il salario medio di un insegnante è fermo a 300 euro.

Il governo ribatte: aumentare gli stipendi di 670mila persone significherebbe investire 2 miliardi di dinari tunisini, 602 milioni di euro. Non ci sono, dice. Ma Tunisi non intende cedere alle pressioni della base perché è costretta a fronteggiarne un’altra di pressione, quella colossale del Fondo monetario internazionale che minaccia di tagliare il flusso di prestiti, quei 2,8 miliardi di dollari accordati nel dicembre 2016.

E la base alza la voce. Quello di ieri è stato lo sciopero più partecipato degli ultimi cinque anni, guidato dal sindacato Ugtt, fin da subito contrario alle imposizioni dell’Fmi sotto forma di austerity per ridurre il debito. Hanno aderito Nidaa Tounes, Blocco democratico e Fronte popolare. E non finisce qui: se oggi si riposa, un nuovo sciopero è indetto per domani.

La decisione di tornare in piazza è arrivata dopo i falliti negoziati dell’Ugtt con l’esecutivo, un dialogo che aveva condotto il mese scorso a rinviare le proteste. A ottobre Tunisi era sembrata piegarsi, accettando un primo incremento salariale per 150mila dipendenti pubblici. Poi il governo «si è rimangiato le promesse», diceva ieri Nizar Ben Saleh dell’Ugtt. Scomparse sotto la mannaia dei tagli del budget per il settore pubblico, dall’attuale 15,5% del Pil al 12,5% entro il 2020, e dei tagli ai sussidi per i poveri.

Tutta farina del sacco Fmi con Tunisi che faceva carta straccia dei tre precedenti accordi siglati con il sindacato: «Il governo ha abbandonato i suoi impegni verso i lavoratori per rispettare quelli con l’Fmi. Un aumento degli stipendi è essenziale per salvaguardare il potere d’acquisto della classe media, la colonna portante dell’economia tunisina».

Lo ribadisce il segretario generale del sindacato, Noureddine Taboubi: se i salari non si possono alzare, si combatta l’inflazione. E sbugiarda il governo: l’Ugtt aveva raggiunto un accordo in merito, ma il premier Chaled ha prima chiesto il via libera, cassato, dell’Fmi.

Le proteste di ieri, il braccio di ferro tra sindacato e governo e l’ultimo rimpasto che ha messo fine alla già traballante alleanza tra un partito islamista e uno laico svelano ancora una volta tutte le difficoltà della Tunisia nel superare le strutturali disuguaglianze sociali ed economiche. Quelle che otto anni fa portarono milioni di persone a realizzare nelle piazze il loro sogno democratico, la cacciata del dittatore Ben Ali. Un sogno ancora rinviato.

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22/11/2018

Iran. “Pane, lavoro, libertà, consigli!”

Per il movimento iraniano delle lavoratrici e dei lavoratori, l’anno 2018 è stato un anno combattivo. Ora lo Stato reagisce con la repressione: attiviste e attivisti della fabbrica di zucchero di canna Haft-Tapeh sono stati arrestati.

Ismael Bakshi, una delle persone centrali del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori in Iran, e delegato dei consigli delle lavoratrici e dei lavoratori, domenica nella città iraniana di Shooch è stato arrestato insieme ad altri 15 lavoratori e lavoratrici e a una giornalista.

Chi si occupa del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori in Iran, non può non incontrare due nomi: Haft Tapeh, la più grande fabbrica di zucchero di canna del Paese con oltre 10.000 lavoratrici e lavoratori, e Ismael Bakshi, lavoratore e delegato del sindacato indipendente delle lavoratrici e dei lavoratori della Haft-Tapeh.

Dal 1979 e dalla presa del potere da parte di Khomeini, i sindacati indipendenti sono illegali. La fondazione di sindacati indipendenti in Iran è sia contenuto sia metodo di molte lotte del lavoro, come si vede anche dall’esempio del sindacato degli autisti di autobus creato nel 2004/05. In questo modo lavoratrici e lavoratori nella lotta per i loro diritti si sono politicizzati e uniti saldamente attraverso la loro pratica.

Dura ormai da oltre un decennio la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della fabbrica di zucchero di canna Haft-Tapeh per la fondazione di sindacati indipendenti. Dal 2007 al 2009 la richiesta è stata sostenuta con scioperi. Dopo molti anni di illegalizzazione, il sindacato indipendente nel 2008 è stato rifondato.

Nel 2007 la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Haft-Tapeh inizialmente era rivolta principalmente contro le strutture di direzione della fabbrica. Nello stesso anno incombeva la minaccia che la fabbrica venisse chiusa. Per sei mesi le porte della fabbrica rimasero chiuse. Da allora gli scioperi passarono all’offensiva e le lavoratrici e i lavoratori tennero anche elezioni nelle quali dalle loro file vennero designati nove nuovi rappresentanti.

Quando nell’anno 2014, nell’ambito del progressivo e acuito corso neoliberista dell’economia iraniana, anche il complesso di fabbriche di canna da zucchero Haft-Tapeh doveva essere privatizzato, le lavoratrici e i lavoratori si opposero. Come reazione alla resistenza venne inasprita la repressione e molte lavoratrici e lavoratori e i loro rappresentanti vennero arrestati. Ma Haft-Tapeh negli ultimi due anni si è radicalizzata attraverso il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori che si andava rafforzando in tutto il Paese.

All’inizio del 2018 in Iran si sono svolte proteste di massa. Le lavoratrici e i lavoratori della Haft-Tapeh formularono le loro rivendicazioni di un’autogestione della fabbrica da parte delle maestranze. Fu Ismail Bakshi a fare il rispettivo discorso davanti alle lavoratrici e ai lavoratori riuniti. “Questi manager che hanno rovinato Haft-Tapeh” disse Bakshi allora, “non sanno fare niente. Noi siamo le lavoratrici e i lavoratori della Haft-Tapeh e noi sappiamo come si produce lo zucchero. Senza di noi non c’è una Haft-Tapeh. Senza di noi non possono fare niente. Se non danno seguito alle nostre richieste entro venerdì, gestiremo Haft-Tapeh per contro nostro”, così il sindacalista di base.

Questo commovente discorso venne filmato per raggiungere l’opinione pubblica a livello nazionale e il movimento di protesta in altri luoghi. Il video si diffuse rapidamente nei social media e da allora è diventato un riferimento per le lotte sociali e delle lavoratrici e dei lavoratori in Iran.

Il personale della Haft-Tapeh ormai è di nuovo in sciopero da oltre un anno. Le lavoratrici e i lavoratori della Haft-Tapeh prima si camuffavano per proteggersi dalla repressione. Ismael Bakshi ha smesso di farlo per dare alla voce delle lavoratrici e dei lavoratori un’altra forza – e con questo ha avuto successo.

Quando alcuni mesi dopo l’intervento di Bakshi in Iran sono di nuovo aumentate le proteste di massa, in un altro intervento davanti ai consigli delle lavoratrici e dei lavoratori ora costituiti, ha chiesto la “fondazione di consigli dei lavoratori e del popolo in tutto il Paese”. È stata lanciata la parola d’ordine: “La nostra alternativa sono i consigli!”

Nell’agosto di quest’anno le lavoratrici e i lavoratori della Fulad, una delle più grandi acciaierie del Paese, a Ahvaz nel sud dell’Iran– a una sola ora di distanza dalla Haft-Tapeh – sono entrati in sciopero. Un giorno dopo che Bakshi aveva proposto la costruzione di consigli, anche i rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori di Ahavaz si sono uniti alla parola d’ordine: “Noi non siamo il pilastro colonna dell’economia di altri. Nessun capitalista del mondo ci può sfruttare come pilastro per migliorare i suoi guadagni economici. Noi siamo lavoratrici e lavoratori. Noi diamo all’industria il suo significato. Noi fonderemo i consigli indipendenti delle lavoratrici e dei lavoratori”, così il rappresentante delle lavoratrici e dei lavoratori della Fulad, Meysam Ale Mehdi.

La Haft-Tapeh attualmente è di nuovo in sciopero da 15 giorni. Questa volta le lavoratrici e i lavoratori della fabbrica di zucchero, accompagnati dai loro famigliari hanno mobilitato la città di Shoosh per una protesta contro le catastrofiche condizioni di vita. È iniziata un’offensiva delle lavoratrici e dei lavoratori. Durante la preghiera del venerdì i lavoratori hanno invaso la moschea, sono stati gridati slogan come: “Siete bugiardi! Noi vi voltiamo le spalle e apriamo le braccia al nostro Paese”.

Anche qui Ismael Bakshi era presente come oratore: “Guardate le donne, partecipano già dai primi giorni. Dite ai vostri bambini che la scuola deve restare chiusa. Venite con le vostre famiglie, fate portare ai vostri bambini i libri di scuola e [fate in modo] che ci accompagnino nelle proteste”, grida alla folla. Poco dopo passa il microfono a una donna. Dice: “Abbiamo chiesto anche che le nostre sorelle si organizzino e abbiamo sentito che alcuni dei nostri fratelli non permettono alle donne di partecipare. Se tra noi ci sono persone del genere, vi prego di aprire le porte alle vostre donne”. Con questo le lotte intorno alla Haft-Tapeh si radicalizzano non solo rispetto agli interessi di classe dei lavoratori uomini. Sempre più spesso le donne prendono la parola e pronunciano da sé le loro richieste.

Da oltre un anno in Iran c’è un vero e proprio movimento di scioperi. Le astensioni [dal lavoro] delle e degli insegnanti in tutto il Paese – oltre un milione di scioperanti – si sono svolte in due ondate, quelle dei camionisti in tre ondate. Inoltre in numerose piccole fabbriche ci sono state agitazioni. Da alcune settimane c’è anche una pubblica solidarietà reciproca delle diverse parti del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori. La Haft-Tapeh solidarizza con il sindacato degli autisti di autobus e viceversa. Le e gli insegnanti vengono sostenuti dalla Haft-Tapeh, i metalmeccanici della Fulad a loro volta si dichiarano solidali con la Haft-Tapeh – e così via. La parola d’ordine: “Pane, lavoro, libertà, consigli!” si diffonde sempre di più.

All’offensiva delle lavoratrici e dei lavoratori, lo Stato ha risposto con la repressione, ieri centinaia di appartenenti alle unità antisommossa della guardia speciale sono stati mandati in città e tutti i delegati eletti della Haft-Tapeh insieme a una giornalista, Sepideh Gholian, sono stati arrestati. I nomi degli altri arrestati sono: Saeed Mansouri, Jalil Ahmadi, Azim Sorkhe, Mehdi Davoudi, Saeed Alkasir Alizadeh, Omid Azadi, Hassan Fazeli, Samir Ahmadi, Salamt Nia, Emad Kasir, Mahmood Saadi, Moslem Armand, Khaled Tamimi.

Ma la repressione non è rimasta senza risposta: questa mattina le lavoratrici e i lavoratori si sono raccolti davanti all’edificio del tribunale competente e hanno chiesto la liberazione degli arrestati. Non si è riunito solo il personale della Haft-Tapeh, anche dalla Fulad, dal movimento delle e degli insegnanti e sono arrivati compagni e compagne.“Ci arresteranno tutti, proprio come hanno arrestato le lavoratrici e i lavoratori della Haft-Tapeh”, ha sottolineato un lavoratore della Fulad. “Non dobbiamo permetterlo. La Fulad e altre lavoratrici e lavoratori sono solidali con Haft-Tapeh. Le lavoratrici e i lavoratori della Haft-Tapeh devono essere rilasciati!”

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04/04/2018

La Francia si ferma per sette settimane contro la privatizzazione delle ferrovie

In Italia hanno privatizzato le Ferrovie dello Stato 18 anni fa con un metodo che nel nostro paese funziona benissimo e che ha consentito di privatizzare tutti i settori strategici e tutti i servizi pubblici principali: la cooptazione mediante promozione di tutti i sindacalisti che così hanno così svenduto i servizi essenziali del paese e centinaia di migliaia di posti di lavoro alla velocità della luce.

In Francia, contro la privatizzazione delle ferrovie voluta da Macròn i sindacati hanno indetto sette settimane di scioperi ad intermittenza, lo sciopero interessa il servizio dei treni ma sciopereranno anche gli impiegati di Air France, i dipendenti della società dei rifiuti e della società elettrica ed anche gli altri lavoratori dei settori pubblici colpiti dalle politiche neo liberali di Macron.

In totale si prevedono 36 giorni di scioperi fino al 28 giugno, con un ritmo di due scioperi la settimana.

La riforma del sistema ferroviario del governo Macròn prevede l’abolizione dello statuto dei lavoratori della ferrovia per tutti i nuovi dipendenti, l’introduzione di piani di licenziamento volontario, l’introduzione di una remunerazione legata al “merito”, l’aumento dei dipendenti con contratto a termine e la concorrenza nel settore delle ferrovie.

Sette settimane di scioperi e paese bloccato. Mica passeggiate al sabato con i pensionati.

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29/03/2018

Il Ministro del Lavoro francese convalida il licenziamento di un sindacalista


Martedì 20 marzo, il Ministro del Lavoro del governo Macron, Muriel Pénicaud, ha dato ragione a La Poste, autorizzando il licenziamento di Gaël Quirante, segretario sindacale di SUD-Poste nel dipartimento Hauts-de-Seine e militante del Front Social. SUD Poste 92 è la prima organizzazione sindacale a La Poste di Hauts-de-Seine, con il 52,02% dei voti ricevuti alle ultime elezioni delle rappresentanze di settore nel dicembre 2015.

Da marzo 2007, La Poste ha chiesto ufficialmente per ben quattro volte il licenziamento di Gaël, ma l’Ispettorato del Lavoro, impegnato nel verificare le motivazioni dei licenziamenti dei rappresentanti sindacali, ha sistematicamente rifiutato questa richiesta. Al contrario, l’attuale Ministro del Lavoro ha deciso di passare all’attacco e ha convalidato il licenziamento di Gaël.

La Poste ha cercato di licenziare Gaël a partire dal 2010 per il suo coinvolgimento negli scioperi e nell’attivismo sindacale. Dopo due rinvii dell’udienza, Gaël Quirante adesso passerà di fronte alla Corte d’Appello Amministrativa di Versailles, martedì 28 marzo. Questo è il risultato di una procedura di licenziamento avviata nel 2010: La Poste aveva infatti cercato di licenziarlo, accusandolo di “sequestro di persona”, in quanto coinvolto in un’occupazione della direzione dipartimentale insieme a una delegazione di lavoratori di Asnières, Châtillon e Clamart in sciopero.

Nel 2010 La Poste presentò una prima richiesta di licenziamento all’Ispettorato del lavoro, al quale è susseguito un primo rifiuto. Poi fece appello anche all’allora Ministro del Lavoro (2011), ottenendo un altro rifiuto. Quindi, un ulteriore appello al Tribunale Amministrativo (2014) e nuovo rifiuto di licenziamento. Ma La Poste ha sempre continuato il suo attacco e ha avviato una nuova procedura di licenziamento contro Gaël, presentando la questione direttamente all’attuale Ministro del Lavoro (ed ex direttore delle risorse umane di Danone) Muriel Pénicaud.

Per dare una misura dell’aggressione diretta e inesorabile di La Poste contro Gaël, basta ricordare che è stato messo in cassa integrazione forzata per più di un anno e mezzo, cumulato in 13 anni di servizio presso La Poste.

Gaël è stato preso di mira per la sua partecipazione attiva al sindacalismo di base e alla lotta politica, per gli scioperi determinati e vittoriosi, per l’opposizione risoluta alla politica di bilancio del servizio pubblico postale, fatta di tagli dell’impiego (100mila lavoratori in meno in dieci anni) e di riorganizzazioni permanenti (come a Asnières, Neuilly e in altri uffici). Gaël Quirante ha subito una vera e propria persecuzione politica disciplinare, mai interrotta e che è ripresa a ritmi serrati dallo scorso maggio.

Per quel che riguarda la situazione in Francia, i rappresentanti sindacali beneficiano di alcune tutele, per evitare ripercussione e ritorsioni da parte dei padroni. Pertanto, per licenziare un rappresentante sindacale, il datore di lavoro deve presentare una richiesta all’Ispettorato del Lavoro, che decide se il licenziamento è appropriato o meno. In caso di rifiuto da parte dell’Ispettorato del Lavoro (che, nel caso di Gaël, ha dichiarato che i fatti a lui contestati non sono abbastanza gravi per giustificare il licenziamento e che rientrano nella sua attività sindacale), il datore di lavoro può deferire la questione al Ministero. Di conseguenza spetta al Ministro decidere.

Approvando questa richiesta, Muriel Pénicaud ha deciso non solo di schierarsi dalla parte dei dirigenti di La Poste e contribuire al licenziamento di un sindacalista, ma di perpetrare il duro attacco sociale e politico ai diritti di tutti i lavoratori e, in particolare, di coloro che si organizzano e si attivano tramite il sindacalismo di base.

L’autorizzazione del Ministro Pénicaud a La Poste, per licenziare Gaël, viola una decisione di rifiuto di licenziamento pronunciata dall’Ispettorato del Lavoro e il rapporto della contro-inchiesta condotta da DIRECCTE (Direzione regionale per affari, concorrenza, consumo, lavoro e occupazione), la quale ha riconosciuto la discriminazione sindacale nei suoi confronti. Quindi, si tratta di una vera e propria decisione di carattere politico e di stampo repressivo, in chiaro contrasto con quanto stabilito dalle autorità competenti di diritto del lavoro.

Il caso di Gael è particolarmente rappresentativo e significativo, ma non è di certo l’unico: La Poste ha deciso di colpire durante i militanti e gli attivisti più combattivi. L’intervento del GIPN (Groupes d’Intervention de la Police Nationale) contro i lavoratori del centro di smistamento Bègles-Bordeaux durante uno sciopero nel 2005 è stato il calcio d’inizio di questa offensiva. Da allora, procedimenti disciplinari e penali, licenziamenti, sanzioni si sono moltiplicati contro i sindacalisti e, più in generale, contro tutti quelli che si rifiutano di piegare la testa: 10 anni di cassa integrazione accumulati dagli attivisti SUD e CGT nell’Ile-de-France dal 2012, 14 anni dal 2010! 4 attivisti sindacali del 92esimo dipartimento sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari durante uno sciopero nel 2014.

Olivier Rosay da solo ha subito 69 mesi di sospensione dalla sua funzione. Sempre nel 92esimo dipartimento, Yann Le Merrer è stato licenziato ed è ancora in attesa di ricollocamento in seguito all’obbligo per il suo datore di lavoro di reintegrarlo. Questa logica repressiva oggi colpisce l’intero mondo del lavoro: oltre 4000 procedimenti disciplinari e/o penali sono stati avviati contro scioperanti o manifestanti dal movimento del 2016 contro la Loi Travail.

Dopo la decisione presa nell’Assemblea Generale, i lavoratori di Sud Poste 92 hanno chiamato e rinnovato lo sciopero, con l’estensione a tutti gli uffici postali e i centri di smistamento nel dipartimento, a partire da lunedì 27 marzo. Il sindacato, così come il Front Social, ha organizzato anche un presidio davanti al Ministero del Lavoro.

La solidarietà non è tardata ad arrivare: nonostante il tempo estremamente breve per organizzare uno sciopero, oltre 150 lavoratori delle poste hanno scioperato e si sono riuniti lunedì mattina davanti alla direzione de La Poste a Hauts-de-Seine Post per chiedere che Gaël Quirante non venga licenziato. Nei centri postali di Levallois, Gennevilliers, Asnières, Malakoff, Fontenay aux Roses e Neuilly, la maggior parte dei lavoratori sono entrati in sciopero, ma anche in altri centri come Boulogne Billancourt, Colombes, Courbevoie, Clamart e Rueil la partecipazione è ugualmente elevata.

I lavoratori delle poste del 92esimo dipartimento sono ben consapevoli del fatto che, attraverso il licenziamento di Gaël Quirante, sono i loro stessi diritti e i loro stessi mezzi di difesa contro gli incessanti attacchi dei dirigenti e del padronato di La Poste che vengono totalmente messi a rischio. Per questo motivo, la mobilitazione è e deve restare alta. Perché di fronte a questi attacchi politici e alle misure di repressione sindacale non bisogna fare alcun passo indietro, ma resistere, organizzarsi e lottare.

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18/02/2018

Il sindacato che serve ai lavoratori. Questione assente dalle elezioni

Si è tenuta stamane a Napoli, nella Domus Ars, l’iniziativa “Sindacato complice, sindacato di lotta”, organizzata dall’Unione Sindacale di Base, attraverso la quale il sindacato conflittuale ha cercato di dire la sua nell’ambito della campagna elettorale in corso, ponendo il tema del “sindacato che serve” ai lavoratori, in contrapposizione a quelli padronali.

Mai come in questa campagna elettorale, infatti, il tema del sindacato è completamente sparito dalle agende politiche dei principali partiti, il che già la dice lunga sul loro posizionamento politico riguardo i massacri sociali prossimi venturi che verranno imposti dall’UE e riguardo il ruolo che attribuiscono ai sindacati nell’ambito di essi: ovvero nessuno.

L’intervento di Giorgio Cremaschi si è focalizzato sulla mutazione genetica che ha investito i sindacati confederali a partire dal 1993, anno in cui venne istituita la concertazione; a partire da allora, si è passati dalla rappresentanza strutturale e strutturata dei lavoratori (qualsiasi sia l’opinione che si abbia della maniera in cui veniva gestita) alla cogestione delle politiche di austerità imposte dall’Unione Europea assieme, appunto, alla grande borghesia che le propugnava. Siamo, ora, giunti, al punto in cui tali sindacati non scrivono più nemmeno le piattaforme rivendicative, ma si limitano a riportare i desiderata dei padroni, spacciando gli spiccioli che di tanto in tanto vengono concessi come una propria conquista.

In questo quadro, l’unico modo per restare all’interno dei giochi dei permessi sindacali e dei simulacri di forme democratiche come le assemblee sindacali, ecc. tendenzialmente è inserirsi in questo schema di complicità. Per i sindacati che non piegano la testa e non firmano gli accordi-capestro, come l’USB i dispositivi normativi tendono ad impedirne l’esistenza stessa sui luoghi di lavoro, negando, così, qualsiasi forma di democrazia sindacale e qualsiasi possibilità di rappresentanza strutturata e di parte degli interessi dei lavoratori. Crescere, sopravvivere ed operare in questa situazione, come benissimo sta facendo l’USB, resta una sfida che continuamente si rinnoverà nel prossimo futuro.

In seguito si sono susseguiti alcuni interventi politici: ex-Opg/Potere al Popolo, Movimento 5 Stelle, Rete dei comunisti, Liberi e Uguali e Pci.

Importanti spunti di riflessione sono stati offerti da Giampiero Laurenzano dell’ex-Opg, candidato nelle liste di Potere al Popolo; nel tracciare un parallelismo fra l’esperienza di Potere al Popolo e quella dell’USB, ha rimarcato che, così come la neonata esperienza elettorale ad un certo punto si è trovata nel vuoto politico a doversi costituire come unica vera “sinistra politica” nel quadro politico (mentre in precedenza i militanti che la animano erano abituati a riflettere e ad agire in un quadro in cui vi erano consolidate organizzazioni di “sinistra radicale storica”), così l’USB ora si trova ad essere l’unico vero sindacato “utile” che si comporta come tale. Pertanto è naturale che alcuni dei candidati di Potere al Popolo provengano dal sindacato.

Più evasivi e di circostanza sono stati gli interventi dei candidati di Liberi e Uguali e del Movimento a 5 Stelle, che si sono limitati ad enumerare le circostanze in cui più o meno incidentalmente si sono trovati a contatto con le lotte dell’USB e, sostanzialmente, ad esprimere vaghe promesse da campagna elettorale, senza mai entrare nel concreto del ruolo che attribuiscono ai sindacati e men che meno sul tema della democrazia sindacale.

Gli interventi della Rete dei Comunisti (Michele Franco) e del PCI (Antonio Frattasi) hanno espresso apprezzamento per l’iniziativa e hanno richiamato l’attenzione rispettivamente sulle prossime imposizioni di politiche di austerità e sui giochi di politica politicante che si apriranno subito con il voto, quando non vi sarà una maggioranza appannaggio di nessuno dei raggruppamenti maggiori che si presentano. In entrambe le circostanze sarà fondamentale l’agire del sindacalismo conflittuale come organizzatore del dissenso sociale che cova fra i lavoratori rispetto a tale quadro desolante.

Infine ci sono state le conclusioni di Pierpaolo Leonardi, dell’esecutivo nazionale dell’USB, il quale ha innanzitutto stigmatizzato l’assenza della tematica sindacale nella campagna elettorale.

In seguito ha richiamato parte della storia del sindacato e le premesse sulle quali esso è nato, ovvero l’insufficienza del sindacalismo di base inteso come insieme di rappresentanze di base che liberamente si associavano in maniera non centralizzata.

Se quello schema era stato importante ed utile fino ad un certo punto, poiché in un’epoca di relativa forza e stabilità dei confederali, teneva comunque aperta una contraddizione, in seguito, con l’avanzare della crisi della funzione di questi ultimi, è stato necessario procedere ad una centralizzazione.

Su questa strada conflittuale continuerà ad operare l’USB, nel tentativo di radicarsi sempre di più fra i lavoratori e affrontare le future sfide che, dato il crescente venire meno delle tradizionali istituzioni di agibilità sindacale (permessi, assemblee, diritto di sciopero), si presentano sempre più complicate e spingeranno a doversi costantemente mettere in discussione per costruire davvero il “sindacato che serve”.

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08/12/2017

Francia. Il Consiglio di Stato azzoppa il “jobs act” di Macron

Contestare le modalità d’organizzazione dei referendum aziendali non sarà limitato ai soli rappresentanti del personale: anche i sindacati non firmatari possono fare causa.

La sentenza del Consiglio di Stato francese non annulla l’intero decreto sul diritto del lavoro, ma certo limita il suo campo d’applicazione in uno dei punti più sensibili.

Giovedì 7 dicembre, il Consiglio di Stato ha annullato una modalità della legge El Khomri che limitava solo ai rappresentanti del personale l’opportunità di contestare in tribunale l’organizzazione di un referendum all’interno dell’azienda, riscontrando una ingiustificata “differenza di trattamento”.

La legge approvata ad agosto 2016, dopo un lungo conflitto sociale, consente di organizzare una consultazione con i dipendenti per convalidare un accordo aziendale firmato da sindacati che rappresentano anche soltanto una parte dei lavoratori, raccogliendo percentuali comprese tra il 30% e il 50%. Un modo di aggirare la volontà della maggioranza, affidando a sindacati “complici” il monopolio della rappresentanza (un po’ quello che si cerca di fare in Italia, senza mai dirlo apertamente).

Riservando la possibilità di ricorrere soltanto ad alcuni soggetti, la legge “ha stabilito una differenza di trattamento che non poggia su una differenza di situazione o su un motivo di interesse generale direttamente correlato all’oggetto delle disposizioni del decreto”, ha deciso il Consiglio di Stato.

Il relatore pubblico ha anche sottolineato, all’udienza di lunedì, che in questo decreto c’è una “inosservanza del principio di uguaglianza” che “limita l’accesso al giudice” solo ai rappresentanti aziendali del personale.

I sindacati di FO e CGT (Goodyear Amiens, Energie-Paris, CHRU Lille...) si erano indignati per il fatto che questi accordi – cosiddetti “offensivi” – fossero imposti ai dipendenti, portando a una modifica del contratto di lavoro valida solo per coloro che lo accettano, mentre prevedeva il licenziamento per coloro che lo rifiutano.

Poiché l’accordo si basa su una “diagnosi condivisa” da parte del datore di lavoro e dei sindacati firmatari su “gli sforzi richiesti ai dipendenti per migliorare il funzionamento della società”, il licenziamento può “essere considerato basato sulle necessità” di far funzionare questo accordo, scrive il Consiglio di Stato.

Il Consiglio costituzionale, interrogato dalla FO, aveva già censurato in ottobre le modalità di organizzazione dei referendum aziendali, fissati congiuntamente dal datore di lavoro e dai sindacati firmatari del progetto di accordo, considerando che escludere i sindacati non firmatari costituiva una “differenza di trattamento”.


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13/11/2017

Uno sciopero e un sindacato: tutto ciò che abbiamo in questo momento


Le due mobilitazioni nazionali del 10 e 11 novembre rappresentano al tempo stesso poco e molto delle lotte di classe del paese. Nessun’altra forza sociale, men che meno politica, ha oggi la forza di organizzare una mobilitazione nazionale nei principali settori di classe, caricandosi anche il peso di una sua rappresentazione pubblica politico-sociale. E’ un dato oggettivo che descrive la nostra debolezza, non la nostra forza, ma è perlomeno un fatto concreto, che ci permette di ragionare su dati di fatto reali e non immaginari. Tutti noi vorremmo altro, ma quest’altro non c’è. La piazza romana di sabato ci racconta di questa potenzialità e della sua impossibile autosufficienza. La potenzialità sta nella sua caratura di classe: fuori dal perimetro della composizione operaia scesa in piazza sabato (lavoratori della logistica, facchini, migranti, disoccupati) rimane ben poco di veramente generalizzabile. Ma da sabato si riparte unicamente se consapevoli dei limiti evidenti. La dimostrazione sindacale è necessaria ma non sufficiente. Manca una politica all’altezza della (piccola) potenza sociale scesa in piazza. Questa non si ricostruirà seguendo rituali, schemi e comodità organizzative dei tempi che furono. La storia si è incaricata di espellerli dal novero degli strumenti disponibili. Possiamo rammaricarcene, ma dobbiamo prenderne atto. La politica richiede una sua autonomia che procede oltre il suo necessario ancoraggio di classe. Anche questa è una schematizzazione brutale ma non ci interessa fare filosofia adesso. Ci interessa individuare il problema che emerge da giornate di lotta come quelle appena trascorse. L’oscuramento mediatico, ad esempio, va letto nella sua interezza. Da una parte c’è l’ovvio boicottaggio padronale, è un dato di fatto. Ma non esaurisce lo spettro della spiegazioni. Il disinteresse dei media è la conseguenza di una sotto-rappresentazione politica che anche sabato è risultata evidente. Manca disperatamente una politica capace di vivere dentro queste mobilitazioni e oltre queste mobilitazioni. Hic rhodus, hic salta. 

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21/06/2017

Il “compagno” Damiano si unisce alla canea contro il diritto di sciopero

Leggiamo con molta rabbia ma senza più stupore l’intervista di Cesare Damiano, PD, ex Ministro del Lavoro e dirigente Cgil sino al 2001, attuale Presidente della Commissione Lavoro della Camera, sul diritto di sciopero. In Damiano traspare in modo plateale la voglia di comprimere e reprimere l’esercizio del diritto di sciopero, ma solo se proclamato da sindacati che non siano Cgil, Cisl e Uil, dimenticando che l’esercizio dello sciopero è un diritto, costituzionalmente previsto, del singolo lavoratore.

Le origini Cgil dell’esponente PD emergono in modo esasperato in una fase nella quale i “sindacati collaborazionisti”, così come l’altro ex Ministro del lavoro, Sacconi, aveva definito Cgil, Cisl e Uil, non se la passano molto bene e sarebbero danneggiati dai piccoli sindacati il cui obiettivo, a suo dire, sarebbe quello della “...pratica del dumping sociale ai danni degli accordi di Cgil, Cisl e Uil, e Confindustria. Giocano al ribasso sui compensi e le tutele dei lavoratori...”. Quindi sarebbero proprio insensati quei lavoratori che scioperano con questi piccoli soggetti sindacali, poco rappresentativi e che firmano accordi peggiori di Cgil, Cisl e Uil. Veramente singolare come tesi.

Se poi è da attribuire realmente a Damiano l’affermazione riportata dall’articolo de la Repubblica per la quale “Nessuno vuole toccare i diritti ma ora i Cobas vanno fermati”, dove evidentemente per Cobas si intende tutto ciò che non è “sindacato collaborazionista”, allora il cerchio si chiude ed è evidente che la mano tesa di Damiano e del PD nei confronti di Cgil, Cisl e Uil serve a puntellare un sistema sindacale che fa ormai acqua da tutte le parti e che viene abbandonato ogni giorno da centinaia e centinaia di iscritti.

Onorevole Cesare Damiano, crediamo che la prioritaria funzione di un Presidente della Commissione Lavoro della Camera sia quello di tutelare il lavoro e non quello di decidere quali siano i sindacati da “fermare” e quelli da tutelare.

C’è aria di regime in questo paese e lo si vede da come si reprime continuamente il dissenso sociale, da come i lavoratori che scioperano sono trattati come un problema di ordine pubblico, da come si perdono pezzi di industria e migliaia di posti di lavoro mentre si discute di quanti miliardi si devono elargire alle banche.

Onorevole Cesare Damiano, Usb non è un Cobas, è un sindacato confederale, di massa e indipendente, un sindacato con una forte rappresentatività in tutti i settori produttivi del paese. Per questo motivo è al centro di molteplici “attenzioni” da parte delle istituzioni e delle aziende che colpiscono senza sosta i nostri delegati. Ma il diritto di sciopero, se lo ficchi bene in testa, è un diritto dei lavoratori e non certo suo o dei sindacati.

La misura è colma e tirare troppo la corda non fa bene a chi lavora. Chi è preposto alla tutela del lavoro, soprattutto se riveste una carica istituzionale così importante come la sua, dovrebbe scendere dal piedistallo e confrontarsi seriamente e senza minacciare il sindacato e chi lo rappresenta, oppure dovrebbe avere la decenza di tacere su certi argomenti.

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19/06/2017

Se lo sciopero fa paura

Dedicando due pagine piene – la due e la tre – allo sciopero dei trasporti del giorno precedente, il Corriere della Sera di sabato 17 giugno lancia l’ennesima crociata contro il diritto di sciopero e di associazione sindacale. Decodificare il messaggio di fondo – cosa aspettiamo a metterli fuorilegge? – è facile, ma vale la pena di leggere fra le righe per approfondirne alcuni aspetti. Partiamo dai titoli. Il pezzo di sinistra, quello che fa la cronaca degli effetti dello sciopero, inalbera sopra il titolo a effetto “Città in coda aerei a terra”, un occhiello che apre così: “Lo sciopero delle sigle minori blocca i mezzi pubblici”, frase che contiene un evidente paradosso: se le sigle sono “minori”, come mai riescono a bloccare i mezzi pubblici e a raccogliere elevate percentuali di adesione da parte dei lavoratori (che a Palermo, rivela lo stesso articolo, hanno toccato il 78%)? Identica considerazione vale per il titolo della pagina di destra, che ospita una lunga intervista al presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi, Giuseppe Santoro Passarelli: “Bisogna impedire che un sindacatino fermi tutta l’Italia” (sindacatino? Ma allora come fa a fermare tutta l’Italia?).

Il vero problema, sul quale il Corriere glissa, è che “sigle minori” e “sindacatini”, a mano a mano che i lavoratori prendono atto dell’incapacità delle centrali confederali di difenderne gli interessi, tendono a rivolgersi a Cobas, Cub e Unione Sindacale di Base, tanto per citare le sigle più conosciute. Tutto ciò non si traduce direttamente in una massiccia trasmigrazione di iscritti dalle confederazioni storiche ai sindacati di base, ma fa sì che una percentuale significativa di iscritti alle prime – ma anche di lavoratori non iscritti ad alcuna sigla – rispondano agli appelli di lotta dei secondi. Un processo che, se da un lato autorizza Giorgio Cremaschi (ex dirigente nazionale Fiom passato alla Usb) a sperare nella rinascita di un vero sindacato di classe, dall’altro lato terrorizza i sacerdoti del pensiero unico liberista che monopolizzano le pagine del Corriere (e degli altri media di regime).

Costoro avevano sperato, grazie alla “domesticazione” di CGIL CISL e UIL e al loro allineamento agli interessi aziendali e alle politiche economiche dei governi liberisti, di poter ottenere con mezzi pacifici quell’annientamento totale della resistenza sindacale che la Tatcher ha realizzato attraverso un feroce scontro frontale. Ma ora che il discorso rischia di riaprirsi, non esitano a chiamare alle armi, e il presidente dell’Autorità “garante” (garante di chi?!) per gli scioperi risponde subito all’appello. Lo sciopero di ieri era legittimo, dichiara, perché rispettava le regole. E quindi? Quindi bisogna cambiare le regole in modo che non sia più tale! Il giornalista gli chiede se uno strumento per evitare gli scioperi “indisciplinati” potrebbe essere un referendum preventivo fra i lavoratori, ma Santoro Passarelli replica che così si rischia di “complicare le cose” (già: dopo il referendum Alitalia, per tacere di quello sulle riforme costituzionali, l’establishment non nutre più alcuna simpatia per questo strumento!). La soluzione? “Va stabilito il principio che non tutte le sigle sindacali possono proclamare lo sciopero, ma soltanto quelle che hanno una certa consistenza”.

Ma quale consistenza? Numero di iscritti o seguito reale? Vedrete che una formula per rendere gli scioperi di fatto (anche se non formalmente) illegali si troverà. Auspicabilmente con l’appoggio delle sigle confederali, a partire da quella CISL la cui segretaria, come ricorda compiaciuto Dario Di Vico nel commento a fianco dell’intervista, ha sprezzantemente liquidato come “populismo sindacale” il voto dei lavoratori Alitalia. CGIL e UIL prendano esempio dalla Furlan e, abbandonata ogni “pigrizia”, si facciano parte attiva per stroncare le iniziative dei “sindacatini”. Un vero grido di guerra, condito da un appello demagogico agli “interessi dei più deboli” vale a dire di precari e partite Iva che sono i più danneggiati da questi scioperi. Di Vico ci ammannisce questa litania un giorno sì e l’altro pure, come se i precari non fossero il prodotto – e le prime vittime – delle politiche economiche di cui proprio lui è uno dei più solerti piazzisti. Infatti, nello stesso articolo, gli scioperi contro le privatizzazioni vengono bollati come “ideologici”, dimenticando che l’ideologia delle privatizzazioni a ogni costo è quella che ci ha regalato i disastri di Ilva e Alitalia, servizi sempre più cari e inefficienti, disoccupazione, povertà e precarietà di massa. Ecco perché si vuole ridurre all’impotenza chi denuncia queste verità e incita alla ribellione.

Ps. All’atto di consegnare il pezzo leggo (“Diritto di sciopero, serve una norma contro la dittatura delle minoranze”, Corriere del 19 giugno) che l’ineffabile Pietro Ichino – assiduo promotore di una versione italiana del New Labour, nonché acerrimo nemico dei diritti dei lavoratori – difende, a differenza del garante, la soluzione del referendum preventivo che, assieme alla limitazione del diritto di assemblea sindacale, è un punto qualificante della sua “riforma degli scioperi” datata 2015 e finita su un binario morto. Cambiano le proposte tecnico giuridiche, ma l’obiettivo resta lo stesso: imitare l’Inghilterra del duo Tatcher-Blair (se possibile prima che Corbyn riesca a liquidare la loro eredità forcaiola).

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18/06/2017

Schizofrenia liberista sul diritto di sciopero

Il padronato è andato completamente in tilt sullo sciopero di venerdì scorso proclamato dai sindacati conflittuali. Con una compattezza senza precedenti – segno inequivocabile della riuscita dell’iniziativa – tutta la borghesia centrosinistra e centrodestra ha lanciato la sua vandea anti-sindacale. Andando completamente nel pallone, nella stessa pagina, negli stessi servizi al telegiornale, negli stessi commenti politici, si dichiarava prima l’esigua minoranza delle sigle promotrici (che, a detta loro, non rappresentavano alcunché nel mondo del lavoro), subito dopo dichiarando il blocco generale delle metropoli. Delle due l’una: o quei sindacati non rappresentano nulla, o i lavoratori hanno aderito in blocco.

Ma la schizofrenia padronale ha raggiunto il livello massimo nel tentativo di delegittimare le ragioni stesse dello sciopero: non c’erano motivi comprensibili, dichiaravano all’unisono destra e sinistra, Repubblica e Corriere, Ichino e Camusso. In effetti lo sciopero verteva su due grandi questioni. La prima, la vertenza Alitalia, che vedrà il licenziamento di 2037 dipendenti su circa 11.000 (senza contare il peggioramento delle condizioni per chi rimarrà al lavoro). Undicimila dipendenti che sono il risultato di un quindicennio di tagli, visto che nel 2000 i dipendenti erano 20.000. Effettivamente, uno sciopero senza alcuna ragione. La seconda questione dirimente è la privatizzazione del trasporto pubblico cittadino, in particolare a Roma. Da mesi i radicali stanno raccogliendo le firme per indire il referendum sulla privatizzazione dell’Atac. Anche in questo caso, tutta la politica liberale, senza distinzione di sorta, sta appoggiando la linea liberista senza dare spazio alle ragioni di chi indica proprio nella privatizzazione il problema dei servizi pubblici (romani in particolare). Conviene infatti ricordare che una parte fondamentale del trasporto pubblico romano è già privatizzata (la gestione delle linee periferiche è affidata alla società Roma Tpl), ed è proprio il settore che vede i disagi più rilevanti dell’intero trasporto pubblico romano. Anche qui, in effetti, trattasi di “motivi incomprensibili”, secondo la lettura liberale.

A chiarire le posizioni sono intervenuti i sindacati confederali, sempre in prima linea nel delegittimare la concorrenza sindacale di base. Non tanto il sindacato giallo della Cisl, che per bocca di Annamaria Furlan dichiarava che non è più possibile “abusare” del diritto di sciopero. Quanto della Cgil, gongolante di fronte alla canea mediatica contro i sindacati concorrenti e che in maniera sibillina chiede a gran voce una legge sulla rappresentanza sindacale, strumento con cui stroncare la rappresentanza per tutti quei sindacati che decidono di non firmare gli accordi aziendali (in sintomatico accordo col bolscevico Ichino). Una forma contorta per arrivare allo stesso risultato, quello di espellere dai posti di lavoro il sindacalismo concorrente (e di classe), proponendosi come partner aziendale con cui concertare la produttività, ricalcando in questo il modello a-conflittuale tedesco.

Il problema, in tutta questa vicenda, sono come sempre le adesioni. Nonostante le crociate liberali contro il diritto di sciopero i lavoratori continuano a togliersi volontariamente una giornata di paga pur di lottare contro il processo di privatizzazione dell’economia pubblica. Finché le adesioni saranno di questo livello sarà molto complicato pacificare in senso liberista la rappresentanza sindacale. Certo, senza sponde politiche questo livello di conflittualità continuerà a rimanere afono rispetto alla forza politico-mediatica padronale in grado di costruire e organizzare consenso contro il mondo del lavoro. Ma una forma di resistenza persiste, in attesa di essere valorizzata e divenire problema politico.

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08/05/2017

Parigi. Prima manifestazione “No Macron”, la polizia carica

Neanche è entrato all'Eliseo e già viene contestato da lavoratori e studenti. In queste ore a Parigi – siamo intorno alle 16 – una manifestazione indetta dalla "Coalizione sociale" (o Front sociale, sezioni dei sindacati Cgt, Force Ouvriere, Solidaire oltre che degli studenti, associazioni, disoccupati, ecc.) ha cercato di dirigersi verso la Bastiglia. La manifestazione era stata regolarmente autorizzata.

"Emmanuel Macron è stato eletto presidente della Repubblica. Mobilitiamoci sin d'ora per dimostrargli che la piazza vuole farsi sentire e vuole combattere i suoi progetti di regressione sociale", si legge nell'appello del collettivo rivolto allo schieramento del 'né Macron, né Le Pen'. Alcune migliaia di persone si sono radunate nella piazza parigina rispondendo all'appello del collettivo Front Social per manifestare contro le politiche "ultra-liberali" del presidente eletto. Nella piazza un massiccio dispositivo di sicurezza, con decine di furgoni della polizia e agenti in tenuta antisommossa che hanno perquisito borse e zaini agli accessi e nelle strade adiacenti. Due fermate della metropolitana sono state chiuse. Sventolano diverse bandiere e striscioni, da quella del sindacato Cgt, ai Sans Papiers, dal movimento Nuit Debout presente con un suo coro che intona Bella Ciao e Bandiera rossa, ai sostenitori di Jean-Luc Mélenchon che mettono Macron "sotto tutela" in vista delle legislative di giugno.

La polizia ha attaccato quasi immediatamente, all'altezza di Place de la Republique, coprendosi come al solito dietro la presunta presenza di black bloc nel corteo. Almeno un ragazzo è stato fermato dopo essere stato violentemente picchiato dai poliziotti in assetto antisommossa. Tutte le strade vengono bloccate e anche i giornalisti vengono trattati malissimo, alcuni di loro lamentano di essere stati manganellati nonostante portassero i contrassegni "press".

La sinistra francese che ha dato da tempo addio al cosiddetto Partito Socialista era già scesa in piazza durante la scorsa presidenza, quando al governo c'era lo stesso Macron come ministro dell'economia, e tutti riconoscono benissimo in lui l'autore della famigerata loi travail, l'equivalente francese del Jobs Act renziano, che ha eliminato molti diritti dei lavoratori e incentivato la precarietà.

Ore 16.30: i media italiani (tranne La7) stanno ancora elevando ditirambi al banchiere-presidente, e non menzionano nemmeno le cariche poliziesche di Parigi.

Ore 16.45. L'Ansa si è accorta che a Parigi "abbiamo un problema". Ora, pensiamo, ne parleranno anche gli altri media, come pecore del gregge...

Un primo video:


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02/05/2017

Francia - Scontri in piazza a Parigi nella domenica elettorale

Scontri a Parigi tra polizia e manifestanti, sul percorso della manifestazione sindacale per il Primo Maggio.

I primi scontri sono avvenuti in testa al corteo tra Place de la République e la Bastiglia. Secondo i quotidiani parigini online ci sarebbero almeno quattro poliziotti feriti, ma il ministro degli Interni parla di sei agenti feriti. Ci sono stati numerosi lanci di bottiglie incendiarie e moltissimi lacrimogeni lanciati dalla polizia. Gli scontri sono ripresi più tardi nei pressi di Place de la Nation, dove si sta concludendo la manifestazione sindacale. Ci sarebbero quattro arrestati tra i manifestanti.

I sindacati più conflittuali come CGT, FSU, Solidaires e Force Ouvriere hanno manifestato in corteo da Place de la Repubblique a quella Place de la Naciòn chiedendo di farla finita "con i diktat anti-sociali che diventano terreno fertile per l'estrema destra. Le prima tre organizzazioni sindacali hanno fatto appello a "bloccare" Marine Le Pen, ma non hanno invitato apertamente a votare per Macron. Force Ouvrière si è astenuta dal dare indicazione di voto, fedele alla sua tradizione di indipendenza dai partiti politici. Alla manifestazione hanno partecipato 30.000 persone secondo la polizia, 80.000 secondo la CGT.

Secondo Le Monde, gli scontri sono iniziati a metà pomeriggio in testa al corteo dove i gruppi antagonisti si erano collocati con una sorta di manifestazione che precedeva quella ufficiale. La polizia è intervenuta per separarli dal resto del corteo. Sui poliziotti sono piovuti sassi e molotov, mentre la polizia ha sparato abbondantemente gas lacrimogeni.

In tarda mattinata, gli altri sindacati, quelli più governativi come Cfdt e Unsa, avevano manifestato nel 19° arrondissement di Parigi, chiamando a votare per Emmanuel Macron.

In Francia incombe la campagna elettorale con il ballottaggio di domenica prossima. La leader della destra nazionalista Marine Le Pen ha tenuto un comizio a Villepinte, alle porte di Parigi, davanti a 20mila militanti del Front National. Poche ore dopo il candidato della destra liberista Macron ha tenuto il suo comizio alla Villette, a Parigi.

Gli ultimi sondaggi danno Macron in vantaggio: secondo un'inchiesta pubblicata da Le Figaro, il candidato della destra liberista otterrebbe domenica il 61% dei voti (+1%), mentre quella della destra nazionalista il 39% (-1%).

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30/04/2017

Torna a salire l’inflazione. E l’adeguamento di salari e pensioni?

Questa la notizia:
“Tornano a salire i prezzi in Europa. In Italia inflazione al top dal 2013

Nella zona euro ad aprile l'inflazione annuale riprende a salire: la stima flash di Eurostat indica 1,9%, dopo 1,5% a marzo, 2% a febbraio, 1,8% a gennaio, 1,1 a dicembre, 0,6 a novembre. Nell'aprile 2016 era a -0,2%. Per quanto riguarda i component principali, i prezzi dell'energia dovrebbero aumentare del 7,5% dopo 7,4% a marzo, servizi +1,8% dopo +1%, alimentari, alcol e tabacco +1,5% dopo 1,8%, beni industriali non energetici +0,3%, stabili rispetto a marzo. Per quanto riguarda l'Italia, c'è stato l'effetto Pasqua e ponte del 25 aprile sui prezzi, con un aumento da record ad aprile. Secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,3% su mese e dell’1,8% su anno (+1,4% a marzo): la variazione massima da febbraio 2013 e la sesta consecutiva positiva. L’inflazione di fondo, al netto di energetici e alimentari freschi, sale di tre decimi di punto percentuale (+1% da +0,7% di marzo), quella al netto dei soli Beni energetici si mantiene stabile a +1,2% come nel mese precedente. Il dato acquisito per il 2017 è pari a +1,3%
Il dato dell’inflazione in crescita viene salutato come un segnale di uscita dall’indice deflattivo fatto registrare per un lungo periodo e quindi, dal punto di vista capitalistico, di “rimessa in moto dell’economia”.
Dal nostro punto di vista si pone però una questione immediata riguardante l’adeguamento di salari e pensioni.

Il risultato delle politiche economiche di questi ultimi anni è stato sicuramente quello di un impoverimento generale e di abbassamento complessivo del livello di vita e del potere d’acquisto (basta andarsi a rileggere i dati sull’indice di povertà).

Ne consegue la necessità di rimettere all’ordine del giorno di una agenda di vera mobilitazione del mondo del lavoro, accanto agli indici di sfruttamento e a quelli di precarietà (valori sicuramente in crescita) la questione dell’adeguamento di salari e pensioni al costo della vita.

E’ il tema della scala mobile o di come vogliamo chiamare un meccanismo che indicizzi il potere d’acquisto al costo della vita: un tema decisivo che deve essere sollevato con grande forza accanto a quello dei contratti nazionali di lavoro, della stabilizzazione del precariato in tutti i settori, della rappresentanza diretta dei lavoratori nelle aziende, della sicurezza sul lavoro e – complessivamente – della democrazia, della libertà di sciopero e di manifestazione, della giustizia nei rapporti di lavoro (articolo 18, vedasi andamento dei licenziamenti dopo il job act).

Questioni decisive e fondamentali che pongono la questione irrisolta di una presenza sindacale confederale di classe posta in grado di contrastare sul piano generale l’obiettivo politico della disintermediazione che, in Italia, vede uniti tutti i soggetti politici padronali, quelli europeisti e quelli presuntamente populisti (ma padronali nell’animo, tutti quanti, nell’omogeneizzazione ideologica della gran parte del sistema politico italiano ed europeo).

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23/03/2017

Scuola. Lo sciopero del 17 marzo si è fatto sentire

Quasi ad una settimana dallo sciopero del 17 marzo, la Funzione Pubblica ha finalmente diffuso i dati della mobilitazione con cui i sindacati di base della scuola (Usb, Unicobas, Cobas, Amief, Federata) si sono fermati contro le deleghe contenute nella contrastatissima e micidiale legge della "Buona Scuola" varata dal governo Renzi.

In un nota diffusa dall'Usb si legge che:

"A marzo quasi cinquantamila lavoratori della scuola hanno scioperato contro le deleghe alla legge 107; in tanti abbiamo incrociato le braccia per fermare l'ultimo attacco alla scuola statale, ai diritti dei lavoratori, degli studenti e delle famiglie. Un risultato importante che dovrebbe spingere il governo ad arrestare la corsa delle deleghe e aprire un serio confronto col mondo della scuola, per la sua riorganizzazione a partire dal ritiro della legge 107. Sono numeri importanti che ci dicono come il lavoratori della scuola non abbiano ancora digerito la controriforma renziana della scuola.

Certamente sarebbero stati molti di più i lavoratori in sciopero, se solo la categoria non avvertisse ormai da anni un profondo senso di inutilità nei confronti dello sciopero come strumento di lotta sia a causa delle strettoie imposte dalla legge 146, non a caso detta antisciopero, sia per la lunga serie di scioperi convocati negli anni dalla Flc insieme con gli altri sindacati gialli, col solo obiettivo di intercettare il malessere dei lavoratori e neutralizzarlo, come con lo sciopero del 5 maggio 2015.

Ancora una volta, anche in questo mese di marzo, la Flc ha indetto uno sciopero del solo comparto scuola l'8 marzo, giornata dello sciopero generale internazionale contro la violenza sulle donne, con l'unico obiettivo di indebolire le proteste dei lavoratori in vista dello sciopero dei sindacati di base del 17 marzo. Alla Flc non importava nulla dei temi specifici dell'8 marzo, come dimostra il fatto che il resto della Cgil non ha scioperato. L'operazione è riuscita solo in parte: l'8 hanno scioperato meno di 18.000 lavoratori, il 17 quasi 30.000. È di tutta evidenza che senza lo sciopero della Flc la protesta dei lavoratori sarebbe confluita tutta nel 17, rafforzando il fronte dei lavoratori contro la 107. Ma nessuno si faccia illusioni: nonostante i tatticismi filo-governativi dei sindacati gialli, i lavoratori della scuola sanno bene a chi indirizzare le proprie proteste, come ampiamente dimostrato il 4 dicembre.

Infine, bisogna evidenziare l'ambiguità della Funzione Pubblica nella rilevazione dei dati dello sciopero: lo sciopero dell'8 è dato al 2,57%, quello del 17 al 2,86. Ci chiediamo come sia possibile che più di 12.000 lavoratori determinino una differenza percentuale solo dello 0,30%. La funzione pubblica calcola il dato dello sciopero del 17 marzo sui lavoratori "tenuti" al servizio, il dato dell'8 Marzo sul dato del personale rilevato che risulta di più di 300.000 unità in meno rispetto al 17 Marzo, una differenza nella rilevazione che fatichiamo a comprendere. La verità è unica: lo sciopero del 17 marzo ha visto 30.000 persone in lotta, un numero altissimo per il sindacalismo conflittuale e che non si vedeva dal 5 maggio 2015, solo che stavolta lo sciopero non era indetto dai sindacati complici, ma dall'USB e dagli altri sindacati che si sono realmente opposti alla "Buona scuola". La scuola non vuole le deleghe e non si è rassegnata alla legge 107".

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19/03/2017

E' morto a 79 anni il sindacalista Piergiorgio Tiboni, dirigente Fim-Cisl e tra i fondatori di Radio Popolare.

Tiboni guidò la Fim-Cisl, la categoria dei metalmeccanici del sindacato cattolico, all'inizio degli anni '70, con 50 mila iscritti. In quell'epoca la Fim-Cisl era spesso su posizioni più oltranziste rispetto alla Fiom, i metalmeccanici della Cgil, al punto di diventare un'alternativa sindacale reale per molti militanti della sinistra extraparmaentare di quegli anni.

Con la "normalizzazione" della Fim-Cisl, Tiboni uscì dal sindacato insieme ad altri militanti e fondò la Cub, Confederazione unitaria di base, di cui fu anche coordinatore nazionale.

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Il ricordo di Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale Usb

Apprendo ora della scomparsa di Piergiorgio Tiboni. Con Giorgio, così lo abbiamo sempre chiamato, abbiamo costruito la CUB negli anni '90 dopo la sua fuoriuscita dalla Cisl, o meglio dalla FIM milanese per tanti anni punto di riferimento della sinistra operaia lombarda.

La rivista a cui aveva dato vita, Azimut, è stata per molto tempo un importante riferimento per la comprensione e la lettura dei fenomeni e delle trasformazioni che negli scorsi dei decenni hanno attraversato il corpo sociale. Il nostro sodalizio è durato a lungo, poi le nostre strade politiche si sono separate e, come spesso avviene nelle rotture politiche, ci si è persi di vista sia politicamente che personalmente.

Comunque sia a Giorgio va il merito, nel grigio panorama sindacale italiano, di aver sempre tenuto la barra a dritta nella critica al modo di produzione capitalista e di aver voluto provare a percorrere la difficile strada del sindacalismo alternativo.

Che la terra gli sia lieve.

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Il ricordo della componente Cgil "Il sindacato è un'altra cosa"

Questa mattina ci ha lasciato Piergiorgio Tiboni, coordinatore nazionale della Confederazione Unitaria di Base. Per 50 anni Tiboni è stato al fianco e alla testa dei/lle lavoratori/trici e della loro avanguardia.

Prima come dirigente (fino a segretario generale) della FIM-Cisl di Milano, una esperienza anomala nel panorama del sindacato di origine democristiana, anche nei tempi in cui questo, sfruttando la moderazione della CGIL, si presentava, sotto la segreteria di Carniti come di “sinistra”.

Una esperienza che non poteva che venire repressa con lo sviluppo in senso reazionario della situazione politica italiana, dalla fine degli anni ’70 in poi. Benché lenta, la normalizzazione della FIM non poteva non giungere a conclusione. Alla fine degli anni ’80 Tiboni fu quindi espulso da essa e con una parte importante dei delegati e dei dirigenti sindacali diede vita alla CUB.

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09/03/2017

Tutto, ma lo sciopero nooo!


Si sentiva nell’aria che questo 8 marzo sarebbe stato una novità. Nei movimenti delle donne di tutti i paesi, infatti, le tematiche relative ai diritti di libertà e di genere si vanno progressivamente saldando a quelle dei diritti sociali, nel e sul lavoro. Qualsiasi libertà individuale, del resto, è effettivamente esigibile solo se c’è indipendenza economica. La regressione sociale che si è abbattuta in molti paesi in questi dieci/quindici anni, sta invece lasciando ferite profonde a tutti i livelli.

Questa novità è stata colta in tutta la sua importanza, almeno in Italia, dai sindacati di base, che hanno proclamato lo sciopero generale dando così copertura a tutte le donne – e gli uomini – che intendevano fare di questa giornata una scadenza di lotta reale, non solo una festa.

La novità era invece completamente sfuggita alla classe dirigente di questo paese, e ai media di regime, confermatisi “fabbricanti di opinioni padronali”, impenetrabili e indifferenti – se non apertamente ostili – a quel che si muove nella società.

Per giorni, fino alla mattina dell’8 marzo, avevano riempito pagine e ore di video con tutta una serie di temi sicuramente giusti, ma singolarmente inoffensivi per il sistema di vita in cui siamo immersi.

Stamattina, invece, nessun quotidiano di prima fascia portava traccia – nelle prime pagine, quelle più importanti – della straordinaria mobilitazione di ieri. Soltanto uno, il Corriere della Sera, ne ha parlato. Ma l’ha fatto con un editoriale del vicedirettore, Dario Di Vico, dal titolo inequivocabile: Perché lo sciopero è stato un errore.

Non sembra perciò una forzatura considerare il suo punto di vista rappresentativo del mainstream italico, sorpreso e impaurito dalla riuscita dello sciopero più ancora che dalle manifestazioni. O meglio, impaurito dalla inedita composizione sociale emersa dalla giornata. Non più solo femministe storiche e qualche ragazza incuriosita, ma donne che lavorano, migliaia e migliaia di ragazze che stanno scoprendo la disparità femminile sui luoghi del lavoro precario, nel ricatto – spesso anche sessuale – che scatta sulla porta d’ingresso di qualsiasi azienda. Ben che ti vada, infatti, verrai pagata di meno, dovrai dilazionare la maternità fin quasi al limite della menopausa, farai una progressione di carriera più lenta; dovrai comunque diventare un’acrobata che balla tra impegni di lavoro, faccende domestiche, cure parentali, impegni personali. E in più c'erano uomini, tanti uomini, a dare forza numerica e migliori rapporti di forza aziendali allo sciopero.

Se ne duole apertamente, Di Vico: lo sciopero delle donne proclamato ieri si è rivelato un disastro... Hanno scioperato più uomini che donne. Forse perché sono di più al lavoro? Per rabbia pura mette in campo i soliti luoghi comuni usati contro tutti gli scioperi (alla fine il settore più colpito è stato quello del trasporto pubblico), giocati come sempre in chiave di guerra tra poveri (con tutte le ricadute che ben sappiamo sugli strati meno abbienti della società).

Non si risparmia neppure un tocco specificamente “femminile” e classista (l’astensione dal lavoro nei trasporti e nelle scuole ha finito per pesare su altre donne che sono dovute rimanere a casa perché magari la baby sitter non poteva raggiungerle).

Perché il cuore di tutto il ragionamento è il classico “comprendo le ragioni” (La piattaforma elaborata dall’associazione Nonunadimeno era corretta... tutte issue più che condivisibili), MA LO SCIOPERO NO.

Cosa significa? Che il movimento delle donne questa volta ha colpito davvero nel segno, superando per la prima volta l’invisibile confine che deve separare – a insindacabile giudizio dell’establishment – le proteste ammissibili (per i diritti civili) da quelle inammissibili (per i diritti sociali: lavoro, welfare, istruzione, salute).

I primi sono infatti gratuiti in molti sensi: non richiedono particolari strutture istituzionali, non comportano maggiori costi per le imprese, richiedono semplicemente un disinteresse dello Stato verso certi comportamenti. I secondi, invece, “costano”; aumentano la spesa pubblica e riducono i profitti privati. Un esempio? Proprio nelle stesse ore il ministro Enrico Costa spiegava alla Camera che sono stati tagliati i fondi per le politiche sociali (da 311 a 99 milioni) e quelli per i non autosufficienti (da 500 a 450 milioni). Questo significherà meno soldi per le famiglie, gli asili nido, i centri antiviolenza femminile, e più cure parentali sulle spalle delle donne.

La giornata di ieri, superando quel confine, ha messo tutto il movimento delle donne su un sentiero diverso da quello – rassicurante e inoffensivo – del mazzetto di mimosa una volta l’anno. Le soluzioni concrete per questa nuova piattaforma richiedono un cambiamento sociale radicale, una inversione drastica delle priorità su cui si base questo modo di vivere, produrre e riprodursi. Questo movimento promette di stare in piazza tutti i giorni dell’anno, in qualsiasi ambito, in qualsiasi città o anfratto sociale.

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