A circa un mese dalle elezioni politiche europee, la fase politica in Francia è ad un suo snodo fondamentale.
L’ennesimo tentativo di strumentalizzazione politica per chiamare all’Unione Sacrée – in questo caso l’Incendio del tetto di Notre-Dame e la priorità della sua ricostruzione – non ha sortito alcun effetto di smobilitazione, né aumentato la popolarità di Macron.
“Non sarà un incendio a fermarci”, ha dichiarato J. Rodriguez, una delle figure di spicco del movimento.
“Non si ascolta il popolo, e all’improvviso, si tirano fuori milioni per delle pietre”, ha dichiarato un manifestante ai giornalisti di “Mediapart”, sintetizzando il sentimento di una buona parte dei cittadini francesi o, come recitava lo striscione del DAL – che si occupa del diritto all’abitare – “Notre-Dame è senza tetto, anche noi”. Espressioni dure e apparentemente ciniche, ma che colgono il senso politico del tentativo macroniano di coprire con una “emergenza” il conflitto sociale che si è aperto.
L’appeal per l’azione politica di Macron, secondo un sondaggio Opinionway diffuso lo scorso sabato, si attesterebbe a circa un quarto degli intervistati – il 27% per l’esattezza – addirittura un 5% in meno rispetto a marzo.
Un dato significativo, per quanto possa valere un sondaggio, è il fatto che mentre un 30% si è detto scontento del Presidente, ben un 40% si è detto molto scontento!
La marea gialla giunta al suo XXIII Atto di mobilitazione consecutiva dal 17 novembre, non sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva.
Dopo il riuscito appuntamento nazionale del XXII Atto a Tolosa, il XXIII a Parigi è stata una mobilitazione riuscita, nonostante il dispositivo usuale messo in piedi per impedire la partecipazione: fermate della metrò chiuse, perquisizioni a tappeto, fermi “preventivi” e la solita repressione che coinvolge sempre più anche gli operatori dell’informazione. Il tutto preceduto da una campagna di terrorismo psicologico che prefigurava il ripetersi di uno scenario di scontro simile a quello svoltosi il 16 marzo scorso ai Campi Elisi, e l’impiego in tutto l’Esagono di ben 60.000 agenti.
Più di 14.000 controlli preventivi e 137 fermi preventivi con interrogatorio solo a Parigi danno il senso della restrizione del diritto di manifestare in Francia, così come l’impossibilità di dar vita a due concentramenti previsti nella capitale, come a Châtelet e Madeleine.
A Tolosa il sabato precedente, era stata di fatto impedita la formazione di un corteo unitario ed il concentramento nella piazza abituale della “marea gialla” della città occitana.
Anche questa volta, come hanno denunciato alcune associazioni di giornalisti – tra cui l’Associazione Nazionale dei Giornalisti (SNJ) e Reporters Senza Frontiere (RSF) – il diritto di cronaca è stato leso, tra l’altro con l’arresto del noto giornalista indipendente Gaspard Glanz (di “Tanaris News”) e Alexis Kraland e l’intimidazione di numerosi giornalisti, come hanno loro stessi testimoniato.
Un tentativo palese di fornire una informazione corretta, in particolare mediante la circolazione di foto e filmati che “smentiscono” la narrazione governativa, per cui non ci sarebbero state violenze poliziesche indiscriminate e si dovrebbe invece parlare di ipotetici cali della protesta.
La capitale sarà teatro anche il prossimo sabato di una iniziativa assolutamente rilevante, promossa da CGT, France Insoumise ed alcune figure di spicco dei GJ come Priscilla Ludosky, ossia la convergenza in un “Fronte Popolare” dei vari settori che in questi mesi – ma anche in precedenza – si sono mobilitati contro la Macronie.
Una idea-forza, quella di un “Fronte Popolare”, che affonda le sue radici nella storia francese, in uno dei suoi momenti più alti di protagonismo delle classi subalterne e della convergenza delle varie rappresentanze sindacali e politiche negli anni '30 del secolo scorso.
L’appello all’unità d’azione esplicita che il 27 aprile non sia “un fine in sé, ma la costruzione di un processo di mobilitazione che deve essere in crescendo”.
Questa azione ha il sostegno anche del PCF e del NPA, tra gli altri.
Come ha dichiarato Olivier Mateu (dell’Unione Dipartimentale della CGT delle Bouches-du-Rhône) “è l’essere tutti insieme per ingaggiare la battaglia contro il governo”.
Un altro importante appuntamento nell’agenda delle mobilitazioni sarà il Primo Maggio – come già era percepibili dalla discussione della seconda Assemblea delle Assemblee di Saint Nazaire – in cui le “giacche rosse” del sindacato e quelle gialle si ritroveranno insieme nei cortei che si svolgeranno nell’Esagono.
François Ruffin – giornalista “d’assalto” e deputato della FI, nonché co-autore del documentario J’veux du Soleil, che sta avendo un enorme successo di pubblico – ha chiamato per l’anniversario dell’entrata in carica del governo Macron il 4 maggio a “riappropriarsi delle rotatorie”.
Come mostra il video montato dalla pagina FB “Cerveaux non disponibles”, con i filmati girati dalle varie mobilitazioni, ci sono state partecipate manifestazioni a Avesnes, Becançon, Bordeaux, Caen, Cahors, Dijon, Gramat, Grenoble, Lille, Lyon, Marseille, Montpellier, Nantes, Narbonne, Nizza, Pau, Rouen, Saint-Étienne, Tolone, Tolosa, Tous...
La pagine FB “Le Nombre Jaune”, che si occupa di dare stime attendibili delle mobilitazioni, fornisce la cifra di 98.182 manifestanti “come minimo” su 115 località recensite – rivedendo leggermente al ribasso di qualche migliaio quelle fornite nel tardo pomeriggio, ma molto lontano dalle cifre ridicole fornite dal ministero dell’interno: 28.000.
Christophe Castaner, primo ministro dell’esecutivo, colpito da tempo da una strana coazione a ripetersi, ha parlato nel suo discorso di sabato di “sgonfiamento” del movimento, nonostante l’Atto XXII – sempre per la pagina FB NJ – avesse visto la partecipazione di 91.276 persone, in 261 azioni.
Così, ad un mese dalle elezioni europee, al centro dell’attenzione pubblica rimangono le questioni inerenti a precise rivendicazioni sociali e politiche poste da cinque mesi dalla “marea gialla”, cui si sono aggiunte nel corso delle settimane quelle di un ampio spettro di soggetti: dal sindacato al mondo degli studenti, passando per gli insegnanti, fino ai movimenti per la transizione ecologica e sociale che – venerdì – hanno realizzato alla Defense, a Parigi, un’azione di disobbedienza civile di massa tra le più riuscite.
Si annuncia un periodaccio per le oligarchie che hanno scommesso su Macron.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/03/2019
Francia: verso l’assalto al cielo!
Sono giornate decisive in Francia.
Solo “la congiura del silenzio” imposta nella redazioni dei media mainstream italiani ha fatto sì che il più longevo e radicale movimento della storia repubblicana contemporanea d’oltralpe sia scomparso dai radar di quello che potremmo definire, con un piccolo margine di approssimazione, “informazione di regime”.
La censura sulle mobilitazioni in questi mesi è cessata solo per travolgerci con vere e proprie ondate di fake news – i presunti insulti antisemiti al un noto filo-sionista Finkielkraut, per esempio, costituiscono la pietra miliare di questo “giornalismo creativo” – fatti e “personaggi” marginali sono stati eletti agli onori alla cronaca (non un ultimo un mitomane mentecatto che si è prestato ad incontrare Di Maio, al secolo Christophe Calencon).
Il regime discorsivo sulla Francia sembra essere stato colpito dalla sindrome che un noto personaggio del comico Antonio Albanese augura a chi gli ha rubato il motorino: quella di diventare muto, ma non totalmente, ed aprire bocca solo per dire “stronzate pazzesche”.
Sarebbe bastato che le redazioni si limitassero a tradurre le inchieste particolareggiate riportate dai maggiori media francesi (Le Monde, Libération, L’Humanité) sulla composizione sociale, l’orientamento politico e le richieste dei Gilets Jaunes; ma nelle redazioni italiane sembra sappiano solo fare copia-incolla di ciò che battono le agenzie stampa, senza nemmeno utilizzare uno strumento base dei mancati “cronisti d’assalto”, chessò, come il traduttore di Google.
Di inviare uno straccio di reporter in quattro mesi non se ne parla, eppure la Francia è ben collegata, esistono alloggi dignitosi a buon prezzo, e il francese dovrebbe essere una delle lingue basilari per chi fa il mestiere più antico del mondo.
Certo la cucina non è un granché, ma esistono ottimi vini. Saranno tutti giornalisti astemi, mah?
Guardarsi le foto, due filmati, qualche video-clip della colonna sonora della protesta? Troppo impegnativo!
Bastava poco e si potevano leggere le principali rivendicazioni di questa presunta Vandea 2.0: reintroduzione della patrimoniale (l’ISF, abolita da Macron), l’introduzione del Referendum di Iniziativa Cittadina (il RIC, proposto anche alla discussione all’Assemblea Nazionale da France Insoumise), l’innalzamento del potere d’acquisto attraverso diverse misure, tra cui l’estensione e l’aumento dell’indennità di disoccupazione e l’aumento del salario minimo intercategoriale (lo Smic), oltre ad una serie di rivendicazioni sociali specifiche che hanno arricchito l’agenda di un movimento che ha conosciuto intrecci, contaminazioni, convergenze (usiamo il concetto di “ibridazione”, che è cool!) come non mai nella storia recente del Continente: dalla transizione ecologica alla parità di genere, dalla denuncia della violenza poliziesca alla solidarietà internazionalista, fino alla questione dell’insegnamento...
Soprattutto, mentre in Francia da una buona parte della popolazione il nome di Macron è stato associato tutti questi mesi alla parola “Vattene” – esistono espressioni più vernacolari piuttosto ricorrenti, non proprio tenere con il “Presidente dei Ricchi” – con i sondaggi che davano la sua popolarità ai minimi storici mentre il sostegno degli intervistati ai GJ non è mai stato inferiore al 50%, i media italiani ne hanno dato una immagine di “grande statista di indole progressista”!
Mai una figura politica ha catalizzato tanto odio popolare in Francia quanto il leader di En Marche!, anche per le sue continue uscite che avrebbero imbarazzato per stupidità persino Maria Antonietta. Autentiche gaffes tutte riprese dai manifestanti in senso negativo: dal “che mi vengano a cercare”, detto durante lo scoppio del primo scandalo Benalla questa estate, al “basta attraversare la strada” per trovare lavoro, detto ad un disoccupato che esponeva la sua condizione.
Le citazioni di Macron, ne siamo certi, faranno la storia e potrebbero essere citate da un ipotetico “stupidiario” dell’umanità – così come “l’odio di classe” che ha scatenato – come un giocatore di calcio che sbaglia tre rigori di seguito nella stessa partita.
Non che la totalità dei media francesi abbia dato una informazione corretta – anzi, molti si sono allineati alla propaganda macroniana in maniera spudorata. Soprattutto quelli televisivi sono stati funzionali alle narrazioni dell’esecutivo: il migliore lavoro di decostruzione dei media mainstream è stato fatto da Acrimed, un esempio altissimo di critica della comunicazione da cui abbiamo solo da imparare e che ha smontato “pezzo per pezzo” le narrazioni mediatiche.
Ma quanti canali, dai più professionali ai più “artigianali”, hanno dato una informazione, a cominciare dai protagonisti stessi, basta un “mobile”...
Vorremmo citare due testate di informazione a loro modo geniali: Secret News e Le Figari, due versioni stile Lercio transalpine, che tra le altre cose hanno iperbolizzato la caricatura mediatica fornita dai media su GJ mostrando in questo modo l’assurdità della rappresentazione, così come ha messo a nudo il vero volto della classe dirigente d’oltralpe.
Quella dei consiglieri di Macron, che gli suggeriscono di “decedere” per guadagnare più punti nei sondaggi è forse la migliore.
Niente, per avere notizie “attendibili” su ciò che è successo nell’Esagono l’opera più recente sembra essere il De Bello Gallico.
Nel corso di questi mesi ci siamo stupiti che i giornalisti non avessero letto I Miserabili di Victor Hugo – o almeno visto l’opera musicale – perchè ignoravano (o fingevano di ignorare) la storia delle rivolte popolari che si sono succedute da un paio abbondante di secoli in Francia; in realtà forse non hanno nemmeno guardato Lady Oscar, probabilmente.
Non una parola sugli arresti di massa, sulle mutilazioni dovute a armi micidiali, sulle condanne “esemplari” e una legge liberticida che ha ricevuto la condanna unanime di tutte le forze di sinistra, numerosi sindacati e conosciute associazioni come Amnesty France o la Lega dei Diritti dell’Uomo, tra gli altri.
La questione dei “diritti umani”, ormai, è agitata proporzionalmente alla distanza da casa, anche nella costellazione di valori del “popolo di sinistra”: più i diritti umani negati sono in un contesto distante, più è importante metterli in luce. Ma quando questa violazione avviene sotto il proprio naso, si finge di non vedere...
Una degli aspetti principali che ha riguardato la censura mediatica, in specie “a sinistra”, è il sindacato: nessuno spiega come l’azione sindacale si è declinata in questa fase, lo sbocco che ha avuto nella relazione sempre più stretta tra le casacche gialle – CGT e SOLIDAIRES in primis – in sintesi cosa sia oggi il movimento dei lavoratori e come un corpo intermedio marginalizzato, che sembrava avesse perso ogni funzione propulsiva, sia riuscito a diventare uno degli elementi avanzati della marea gialla, tanto che ad una iniziale diffidenza reciproca si è passati ad una convergenza di fatto, e che lo sciopero abbia ritrovato la sua valenza di espressione di forza.
Eppure il “sindacato di Landini” è nella stessa centrale sindacale europea della CGT!
Alla vigilia del secondo sciopero generale nel giro di poco più di un mese, il 19 marzo (quello precedente era stato il 5 febbraio), dopo il ripetersi dei “martedì dell’emergenza sociale” promossi dalla CGT (iniziativa ricorrente decisa dopo il primo arresto dal lavoro e a poca distanza dal successo delle mobilitazioni del 8 marzo) – caratterizzate in Francia anche dalla lotta delle “gilets roses”, cioè le assistenti materne che lottano contro una penalizzante riforma della disoccupazione – non si trova un rigo su come il mondo sindacale sia stato profondamente scosso nell’Esagono dall’irrompere dei GJ.
Nei fatti, neanche un accenno su come abbia mutato in parte pelle, da una parte, lasciandosi alle spalle una ventennale storia di conflitti generosamente ingaggiati quanto purtroppo persi (eccezion fatta per il vittorioso No al referendum che ha bocciato la proposta di costituzione della UE nel 2005), ma, dall’altra, realizzando quella convergenza delle lotte auspicata – ma non attuata – durante il movimento contro la Lois Travaille con Hollande al lavoro e la prima fase del governo Macron.
Il punto è questo: bisogna propinare del sindacato, al pari del mondo delle élite liberali, una visione compatibile coi dettami del “TINA” – cioè, che non c’è alternativa (There Is No Alternative) – per favorire l’operazione ideologica di Landini e soci, tanto battaglieri nei salotti televisivi quanto pronti ad un patto neo-corporativo con padroni e sindacati complici, visione che si assuma il compito di seppellire tra l’altro la più longeva lotta del Belpaese (quella No Tav) ed accattare ogni forma d’azione indipendente dalla regia allargata della Ditta (la sinistra targata Zingaretti e Landini).
Guai a dire che nella quinta potenza mondiale e secondo paese della UE c’è ancora un sindacato che fa il suo sporco mestiere, quello di difendere i lavoratori e di interessarsi di questioni più ampie che attraversano il corpo sociale, capace in grado di interloquire coi movimenti sociali e farli crescere, rompendo barriere fittizie con quello che un tempo si sarebbe chiamato “grigio lavoro quotidiano”.
Così come la questione sindacale è stata “rimossa”, allo stesso modo non sono apparse le lotte studentesche dell’università e dei Lycées: giovani bramosi di futuro che vivono sulla propria pelle l’inferno di una società sempre più selettiva, e che se alzano la testa incontrano una repressione senza pari. Repressione che, nell’immagine da dittatura sud-americana di ragazzi posti in stato di fermo in massa “ginocchia a terra, faccia contro il muro e braccia dietro la testa”, ha mostrato come il mantenimento dell’ordine alla francese parla il linguaggio esplicito del punire per educare.
I media italiani, potremmo dire, parlano di tutto tranne che dell’essenziale...
Sono giorni decisivi per la Francia, dicevamo all’inizio, anche per il montare del sostegno da parte della comunità algerina alle proteste nel paese africano: il “dégagismo” forse ha conquistato l’altra sponda del Mediterraneo...
Venerdì ci saranno le mobilitazioni degli studenti per il clima, che hanno ben chiara l’urgenza della transizione ecologica come perno della propria azione politica, mentre sabato ci sarà uno degli Atti di protesta più attesi: “l’ultimatum a Macron” (una specie di eterogenesi dei fini del “Gran Debat” voluto dal Presidente dei ricchi) fino a giungere allo sciopero generale intercategoriale di 24 ore di martedì 19 marzo, a cui questa volta partecipa anche FO, e a cui hanno aderito le due maggiori organizzazioni studentesche dei medi e degli universitari.
Sabato la capitale sarà probabilmente accerchiata – gli organizzatori usano proprio questo termine – da differenti cortei che convergeranno di comune accordo, ognuno caratterizzato da una tematica specifica. Il tutto rientrata in questa inedita unione delle collere in cui la questione ambientale, quella della violenza poliziesca e della condizione dei migranti – sì ci saranno i collettivi di sans-papier – faranno tutt’uno e chiederanno il conto all’Eliseo.
Naturalmente numerose altre iniziative sono previste in tutto l’Esagono.
È l’Assalto al cielo, o almeno il suo più generoso tentativo. Peccato non accorgersene...
Fonte
03/03/2019
Francia - L’Atto XVI e l’agenda politica di marzo
Per il sedicesimo sabato consecutivo “la marea gialla” ha dato vita a numerose manifestazioni in tutto l’Esagono.
L’agenda politica del movimento, per il mese a venire, prevede due momenti particolarmente significativi; uno il 16 marzo, giorno in cui scade “l’ultimatum” dato dalle giacche gialle al presidente Macron e che coincide con la fine del “Grand Debat” voluto dal leader di En Marche!, oltre a segnare il quarto mese di mobilitazione permanente.
L’altro appuntamento significativo è il secondo sciopero generale intercategoriale di 24 ore, il 19 marzo, lanciato da differenti sigle tra cui CGT e Solidaires, a cui hanno aderito due delle maggiori organizzazioni degli studenti delle medie superiori, tra cui l’UNL.
Questa giornata sarà il coronamento di varie iniziative congiunte che vedono Gilets Jaunes e “giacche rosse” del sindacato fianco a fianco in numerose azioni di lotta, come è stato per il primo sciopero generale del 5 febbraio, come è tutte le settimane da allora per i “martedì dell’emergenza sociale” e nelle varie vertenze in cui le giacche flou danno manforte ai lavoratori di un’azienda, come è avvenuto nel settore della logistica, del commercio ed in altri comparti.
Si stanno concretizzando numerose convergenze con percorsi che in parte si erano già intrecciati in precedenza tra GJ e il movimento “femminista”, che l’8 marzo ha promosso lo sciopero globale delle donne e tra le gilets jaunes e la marcia per il clima che le varie iniziative studentesche in Francia ed in Belgio stanno facendo emergere.
Rispetto all’8 marzo, potrebbe essere un significativo momento di confluenza tra la componente femminile dei GJ, protagonista della mobilitazione dal 17 novembre e promotrice delle manifestazioni domenicali che si sono fin qui ripetute su tematiche di genere, ma non solo, ed il movimento femminista che, dopo le importanti marce contro le violenze sulle donne di fine novembre, svoltesi in tutto l’esagono, potrebbe trovare un nuovo slancio, anche per il ruolo di “connettore” svolto dai gruppi specificatamente femminili di GJ.
È stato tradotto in francese e fatto circolare dal nuovo sito di informazione di movimento (“Acta”) l’appello di “Non Una Di Meno” per lo sciopero femminista globale.
Così come per l’8 marzo anche la mobilitazione per il clima assume un profilo che travalica i perimetri francesi, e le due mobilitazioni hanno un carattere internazionale, ponendo come centrali due aspetti imprescindibili per qualsiasi agenda politica minimamente dignitosa, quali la questione di genere declinata in una ottica di classe e la necessità della transizione ecologica.
La transizione ecologica in Francia assume un significato di lotta preciso per l’uscita dal nucleare e il passaggio alle energie rinnovabili, la messa al bando del glifosato – il pesticida cancerogeno commercializzato come Round-up dalla Bayer-Monsanto – la transizione ad una agricoltura biologica a filiera corta, che rompa il monopolio della grande distribuzione e dell’agro-business che non strangoli gli agricoltori; la fine del “consumo di suolo” con le colate di cemento che hanno caratterizzato tra l’altro le aree peri-urbane; e l’abbandono dello sfruttamento neo-coloniale delle risorse di paesi in cui la Francia ha interessi strategici, come in Africa o che fanno parte dei Territori Francesi d’Oltre Mare (come è il caso del progetto d’estrazione aurifera della Guyana francese).
*****
C’è un clima da “resa dei conti” tra l’attuale esecutivo e il movimento, una volontà pervicace – a cominciare da Macron stesso e del suo entourage – a delegittimare la protesta con ogni mezzo a disposizione, considerando che l’unico strumento che non è stato ancora usato è la promulgazione dell’“etat d’urgence”. Persino le critiche giunte da più parti, anche da differenti istituzioni della UE nella gestione dell’ordine pubblico e dei mezzi a disposizione delle forze dell’ordine, non hanno fatto fare marcia indietro a Macron e al suo governo, che sembra trattare la “marea gialla” come il nemico interno, in una logica di guerra civile a bassa intensità.
Anche ieri a Parigi e a Bordeaux sembrano esserci stati due feriti gravi.
Bisogna ricordare che le richieste più importanti dei GJ sono state cassate anche quando alcune forze politiche se ne sono fatte portatrici all’interno degli ambiti istituzionali, come l’ipotesi dell’introduzione nella legislazione francese di differenti tipologie di RIC – il referendum di iniziativa cittadina – come è avvenuto recentemente con le proposte formulate da FI, o il ripristino della patrimoniale (ISF), o un qualche miglioramento del potere d’acquisto...
L’Esecutivo rimane sordo ed prosegue con le riforme ipotizzate, come quella sull’indennità di disoccupazione e probabilmente – in un futuro prossimo – quella delle pensioni.
Ormai c’è un vuoto incolmabile tra il governo, arroccato sulle sue posizioni e la gran parte popolazione.
*****
Anche ieri i GJ hanno sfilato a Parigi, a Lione – dove per la manifestazione a carattere regionale gli organizzatori avevano suggerito di vestirsi in nero ed indossare maschere raffiguranti i politici – a Lille dove è stata organizzata una manifestazione internazionale in cui far convergere Gilets gialli dal Belgio, dalla Germania e dalla Gran Bretagna, oltre a quelli di tutto il nord della Francia, e ovviamente anche in quegli che sono ormai autentici epicentri della protesta, come Tolosa, Bordeaux e Marsiglia.
A Rouen, i GJ hanno bloccato un centro commerciale a Tourville, dando fuoco alle barricate che sono servite come ostacolo, e presidiando le rotatorie e gli incroci. Sempre in Normandia, a Caen, si è svolto un corteo assolutamente tranquillo.
A Rennes, la prefettura ha vietato di manifestare nel centro cittadino e nei dintorni della stazione.
A Nantes ci sono stati scontri con la polizia, in una situazione molto tesa sin dall’inizio della protesta. Ad Angers i GJ hanno bloccato un centro commerciale, l’“Espace Anjou”.
A Bordeaux è stata bloccata la stazione SNCF, invasa da un migliaio di giacche gialle, mentre a Marsiglia un corteo “selvaggio” ha deciso di volta in volta dove dirigersi.
A Montpellier circa 2.000 persone hanno deciso di festeggiare il carnevale “alla prorpia maniera”, sfilando per le vie cittadine e scontrandosi in alcuni casi con le forze dell’ordine, mentre per domenica è prevista una altra mobilitazione cittadina per interfacciarsi con la popolazione e poi l’assemblea generale pomeridiana.
Nell’Ariège dopo i blocchi alle amministrazioni la mattina, tra cui Foix e Pamiers, nel pomeriggio ci sono state operazioni di filtraggio del traffico alle rotatorie per un “ritorno alle origini”.
Ad Alès ci sono stati scontri durante il passaggio di fronte alla sotto-prefettura.
A Perpignan, i GJ hanno “inscenato” il funerale della democrazia; a Annemasse la volontà dei GJ è stata quella di condurre un movimento “pacifico e rispettoso” sfilando di sabato mattina.
Questo non è che un parziale report a caldo su ciò che è successo ieri.
Il mese di marzo probabilmente entrerà a tutti gli effetti nella Storia francese con la S maiuscola...
Fonte
17/02/2019
Atto XIV: On Lâche Rien!
Con l’atto XIV la mobilitazione permanente iniziata il 17 novembre del 2018 giunge al suo terzo mese senza che si intravedano segnali di riflusso.
Questo “anniversario” è caratterizzato oltre che dalle manifestazioni di sabato a Parigi e in numerose altre città, anche da iniziative domenicali e da un ritorno della “marea gialla” sulle rotatorie, i luoghi che sono stati il centro gravitazionale della protesta e propulsori di iniziative “altre” a cui ha dato ben presto vita il movimento partendo da questi presidi.
Questo martedì, ma in realtà durante tutta la settimana, si sono svolte azioni congiunte di CGT e GJ all'insegna di una giornata dell’“emergenza sociale” che vuole essere un appuntamento settimanale fisso di mobilitazione e convergenza tra le giacche rosse del sindacato e quelle gialle.
Anche se sono solitamente ignorate dal cono di luce dei media, vi è un fiorire di vertenze sindacali specifiche che si affiancano ad iniziative sindacali più generali.
Ne vogliamo mettere in mostra in particolare due, perché danno conto del dinamismo sindacale nei confronti dei settori più vulnerabili della classe come i disoccupati e i lavoratori interinali.
I disoccupati sono interessati insieme ai lavoratori del corrispettivo francese dei “centri per l’impiego” dalle riforme in senso regressivo volute dalla maggioranza governativa tese ad sostituire il modello di sicurezza sociale transalpino con le forme del workfare anglosassone e a trasformare le figure che lavorano nei centri in controllori dei disoccupati più che elemento di cerniera tra l’offerta e la domanda di lavoro.
Questa prassi punitiva vuole trasformare l’indennità di disoccupazione – comunque recepita solo dalla metà dei disoccupati – in una sorta di premio garantito unicamente a chi ha una prassi di ricerca attiva del lavoro, stabilita da canoni sempre più restrittivi e la sua mancata elargizione una pena a chi si rifiuta di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi condizione.
I vari distaccamenti territoriali del Comité national CGT Chômeurs précaires hanno compiuto differenti azioni in particolare nei vari Pôle Emplois e non solo.
Durante una occupazione del 30 gennaio del centre régional de côntrole de la recherche d’emplois della Loira è stato sventolato uno striscione che sintetizza il senso della loro lotta: “Guerra alla disoccupazione! Non ai disoccupati!”.
Le riforma sull’indennità di disoccupazione voluta da Macron ha dato vita in piena marea gialla alle mobilitazioni delle “gilets roses” cioè delle assistenti materne (sono più di 100.00) – sostenute dal Comité – particolarmente colpite da questo provvedimento.
Un’altra importante iniziativa è stata quella in direzione dei lavoratori interinali, con l’“Atto II” delle “journées rouges des intérimaires”, una campagna di informazione – riporta NVO nell’articolo a questa dedicato – e di sensibilizzazione allo sfruttamento e alla precarizzazione dei lavoratori salariati interinali. È nelle grandi imprese che deve avvenire il Grand Dèbat. È la che si gioca tutto.
Si tratta di una campagna congiunta di lavoratori “fissi” del sindacato e interinali sindacalizzati tesa a chiedere miglioramenti per quest’ultimi: con lo svilupparsi del movimento dei GJ – riporta l’articolo – alcuni lavoratori interinali (2,5 milioni in Francia), anche se assunti settimanalmente, non hanno più paura di coinvolgersi per difendere i propri interessi.
La CGT intérim chiede tra l’altro l’assunzione immediata dei lavoratori interinali che lo richiedono, l’uguaglianza integrale di trattamento e l’aumento immediato dei salari.
Come abbiamo già avuto modo di scrivere, lo sciopero generale del 5 febbraio ha fatto entrare il movimento in una nuova fase.
Un comunicato congiunto emesso il 13 febbraio da tre sigle sindacali, di cui due già promotrici dello sciopero generale di febbraio (la CGT e Solidaires) insieme a FO e alle organizzazioni studentesche UNEF, UNEL e UNL SD si impegnano alla costruzione congiunta di una nuova giornata di sciopero generale il 19 marzo prossimo impegnandosi a perseguire un lavoro comune che dia delle prospettive alla mobilitazione sociale. Le organizzazioni coinvolte chiamano ad una possente giornata di azione, di mobilitazioni e di sciopero il 19 marzo.
Il comunicato non tocca solo i temi legati all’incremento del potere d’acquisto e della giustizia fiscale, ma della situazione delle fasce giovanili che incontrano le riforme altamente restrittive del diritto di studio, la minaccia dovuta alle leggi liberticide e la necessità della transizione ecologica, configurandosi come una piattaforma ampia, in grado di ricevere le istanze emerse dai vari movimenti che si sono espressi in questi mesi, che non hanno trovato ascolto nel governo e con una grossa responsabilità da parte del padronato.
“In parallelo, il padronato, particolarmente quello dei grandi gruppi, porta lui stesso una grande responsabilità nell’esasperazione sociale – afferma l’appello – è nelle grandi imprese e nei servizi pubblici che i lavoratori salariati sono considerati come un costo e non per ciò che sono: una ricchezza. È lì che le condizioni di lavoro regrediscono. Ovunque si aggrava la precarietà”
*****
Se Tolosa, Marsiglia e Bordeaux sono stati tra i trampolini di lancio per la convergenza tra GJ e sindacati, una dinamica assolutamente interessante si sta producendo ne L’île-de-France (la regione parigina dove vive un quarto della popolazione francese), anche per il tentativo di far confluire con proprie rivendicazioni specifiche i quartieri popolari periferici nella mobilitazione. È in atto infatti un tentativo sistematico di coordinamento di una Assemblea Generale della Regione (la prima tenutasi il 24 gennaio la seconda il 14 febbraio) che ha faticato ad entrare nella marea gialla, se non per la confluenza nelle manifestazioni nella capitale.
Il Comité Adama e i GJ di Rungis hanno organizzato per domenica 17 febbraio un incontro alla Bourse de Travail di Saint-Denis nella periferia parigina dal titolo: Alliance Gilets Jaunes et Quartiers Populaires.
Un interessante articolo di “Mediapart” fa il punto su quelle che sono state le mobilitazioni a Rungis (ma non solo) importante polo logistico della regione dove si trova il più grande hub agro-alimentare continentale, bloccato da una massiccia azione notturna di GJ e militanti sindacali il giorno dello sciopero generale.
L’articolo firmato da Lucie Delaporte e Mathilde Goanec, Gilets jaunes d’Ile-de-France: “les quartiers populaires sont là”, dà voce a Moulud Sarahoui, delegato sindacale della CGT al magazzino di Gennevilliers di Geodis, una filiale privatizzata della SNCF e GJ e da uno spaccato delle lotte della logistica nella periferia parigina.
Per questo attivissimo delegato il movimento è stata una “grossa, grossa, boccata d’ossigeno”.
Questo posto di lavoro è paradigmatico di una condizione trasversale dei lavoratori della logistica anche nell’esagono: condizioni di lavoro molto dure, salari bassi e uso massiccio di lavoratori interinali.
Lo sciopero di un mese del 2015 non aveva permesso d’ottenere alcuna concessione da parte della direzione e ha lasciato un gusto amaro. «Allora che Geodis appartiene ad un gruppo che fa 8 miliardi di utili».
Con la marea gialla e le dichiarazioni di E. Macron sulla defiscalizzazione per le imprese del premio natalizio – comunque facoltativo – i lavoratori del magazzino si sono messi in sciopero il 26,27,28 dicembre e poi di nuovo il 2 e 3 gennaio. allo sciopero – dichiara il delegato – ha aderito il 90% del personale. È la prima volta che i quadri ci hanno sostenuto e si sono messi in sciopero. Subito dei gilets jaunes dell’Ile-de-France sono venuti a sostenerci. Abbiamo coalizzato le nostre forze.
L’azienda ha deciso di smistare “i colli” verso altri depositi a Bonneuel-en-France e a Bercy, dove i lavoratori si sono recati insieme ai GJ e ad un composito gruppo di sostenitori della lotta.
Quando Amazon ha deciso di licenziare dei lavoratori per il loro sostegno alla lotta dei GJ, i lavoratori della Geodis con degli altri GJ hanno deciso di invadere il sito di Bonneuil-sur-Marne del gigante mondiale della vendita on line per chiedere spiegazioni alla direzione:
“Abbiamo così bloccato 250 semi-rimorchi. Hanno mandato i CRS e la gendarmerie, ma quando abbiamo spiegato che ci battevamo per i salari, è filato tutto liscio. Anche gli autotrasportatori si sono schierati con noi. Anche loro hanno difficoltà a raggiungere la fine del mese”.
Dopo un primo tentativo di blocco di Rungis il 17 dicembre, insieme all’associazione dei VTC da cui si sono presto separati per l’atteggiamento razzista e l’orientamento di estrema destra della direzione di Jean-Claude Resnier, un secondo tentativo riuscito è stato fatto la giornata dello sciopero generale.
Nota David Gaborieau, sociologo che studia da vicino i conflitti nella logistica intervistato dagli autori dell’articolo: c’era una grande proporzione di persone racisées: dei coordinamenti di sans-papiers, degli operai della logistica, dei salariati della grande distribuzione.
Questa dinamica intrapresa dell’azione collettiva dimostra come la “marea gialla” abbia stimolato la conflittualità sindacale anche dove stentava ad ottenere risultati e smentisce le interpretazioni tendenti a negare una partecipazione diretta degli abitanti dei quartieri popolari nel movimento.
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Il 10 febbraio la maison du peuple di Saint-Nazaire con un video-appello – esattamente come era stato fatto dall’Assemblea Generale di Commercy per la proposta della prima “assemblea delle assemblee” dei gilets jaunes – ha annunciato il proseguimento di questo tentativo di confronto e di coordinamento lanciando un appuntamento di tre giorni per il 5, 6 e 7 aprile per la Seconda Assemblee delle Assemblee dei GJ.
“Vogliamo farne un momento forte di incontro e di coesione tra gilets jaunes, un momento esemplare per la democrazia e un momento storico per il movimento, dichiara il terzo intervento di presentazione video.
Invitano tutte le realtà intervenute al primo appuntamento a fare conoscere questa seconda tappa, terminando l’appello cantando in coro il ritornello della famosa canzone degli HK e dei Saltimbanks, On lâche rien, che ancora oggi ritma le principali mobilitazioni in Francia.
Un particolare non da poco, erano uno dei gruppi che hanno suonato all’ultimo festival dell’Alta Felicità in Val Susa questa estate, tanto per capire...
Basterebbe leggersi il report del primo incontro di Commercy e il video-appello finale che ne è scaturito – a cui hanno partecipato circa 200 GJ con delegazioni da 75 realtà di GJ – per rendersi conto di come sia surreale l’avere accreditato come leader dei GJ una mentecatto mitomane come Chalençon, marginale e marginalizzato in patria, incontrato da Di Maio nei giorni scorsi. Questa supposto “capo”, insieme a tanti altri personaggi creati dalle emittenti televisive senza alcun seguito, sono solo utili idioti di Macron e di coloro che vogliono screditare il movimento facendolo passare come eterodiretto da pseudo-golpisti che ricordano in versione ancora più caricaturale i protagonisti del film di Mario Monicelli: “Vogliamo i colonnelli”.
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Anche questo sabato Parigi, Marsiglia, Lione, Tolosa, Bordeaux sono stati epicentri della mobilitazione insieme a Montpellier, Rouen, Le Mans, Valence, Lille, Bourg-en-Bresse, Nantes...
Come sempre il Ministero dell’Interno fornisce cifre al ribasso, parlando di 41.000 persone che avrebbero manifestato in tutta la Francia, smentite dalle cifre fornite dalla stampa locale e dai media indipendenti, oltre alle fonti di informazioni dirette che mostrano la marea gialla sfilare per i centri cittadini delle varie città, dove non sono mancati, soprattutto a fine manifestazioni, sgomberi violenti da parte delle forze dell’ordine e scontri con i manifestanti.
Questa settimana sono stati condannati Christophe Dettinger, “il pugile del popolo” colpevole di avere fatto arretrare la polizia a mani nude sulla passarella di Solferino, il 5 gennaio, per difendere i manifestanti, ad una pena di un anno di prigione da scontare in carcere e 18 “avec surcis”, ed Eric Drouet, figura di spicco del movimento, con pene di un mese di carcere “avec surcis” e 500 Euro di multa per due manifestazioni “non dichiarate”.
Per il ministero dell’Interno si contano 8.000 arresti, 1.800 condanne e 1.500 casi che devono essere ancora giudicati dall’inizio del movimento, mentre secondo una scrupolosa inchiesta giornalistica “in progress” di David Dufresnes la polizia ha provocato un decesso, le mani di 5 manifestanti – tra cui una la settimana scorsa a Parigi – sono state disintegrate, 20 persone sono state amputate e 189 ferite alla testa, senza che nessun membro delle forze dell’ordine sia stato ancora messo sotto processo!
Tre membri dell’ONU incaricati di monitorare la situazione francese si sono preoccupati della violenza poliziesca e giudiziaria contro il movimento dei gilets jaunes ed invitano esplicitamente la Francia a ripensare le sue politiche in materia di mantenimento dell’ordine, mentre il 14 febbraio gli Eurodeputati hanno adottato una risoluzione di condanna al ricorso a interventi violenti e sproporzionati da parte dell’autorità pubblica.
L’Esecutivo continua ad essere sordo alle richieste sociali e politiche dei Gilets Jaunes che alcune forze politiche hanno tentato di portare anche all’interno degli ambiti della rappresentanza politica istituzionale, e agita lo spettro di una giustizia esemplare contro i manifestanti e di una sostanziale impunità per le violenze delle forze dell’ordine che sono pervicacemente negate dall’entourage macroniano.
Per riprendere un vecchio slogan adatto al clima temperato e alla giornata soleggiata del sabato francese di mobilitazione: vogliono fermare le stagioni, ma è già primavera!
Fonte
11/02/2019
Francia - Atto XIII
Per il 13simo sabato consecutivo la “marea gialla” ha di nuovo invaso Parigi e numerose città dell’Esagono.
Un sondaggio recente abbondantemente circolato nei vari canali di informazione – il barometro mensile YouGov realizzato a fine gennaio – rivela che il 65% degli intervistati sostiene la mobilitazione dei Gilets Jaunes, mentre il 77% (cioè più di ¾) la giustifica, e più della meta è convinta che tale mouvement debba continuare anche durante i due mesi del “Grand Débat” macroniano.
La sfiducia in questa iniziativa presidenziale nel tardivo tentativo d'ascolto delle istanze provenienti dai corpi intermedi e degli eletti locali supera abbondantemente la metà degli intervistati.
Nel dettaglio – riporta “Huffingtonpost.fr” – “sono il 58% a pensare che queste discussioni non contribuiranno a rendere più flessibile la politica del governo e il 54% dubita di un ritorno delle proposte [scaturite dal dibattitto, NdA] in totale trasparenza e imparzialità”.
L’Atto 13 è stato preceduto dallo sciopero generale di 24 ore di martedì 5 febbraio, che ha proiettato il movimento sviluppatosi il 17 novembre in una fase nuova.
La giornata di fermata del lavoro di questa settimana ha visto la partecipazione alle manifestazioni in 200 città di oltre 300.000 persone (secondo le stime attendibili degli organizzatori), con – per la prima volta – una presenza massiccia dei gilets jaunes, che insieme agli studenti delle medie superiori e dell’università hanno ingrossato i vari cortei.
Lo sciopero generale ha avuto il sostegno di differenti forze politiche, che grazie a questo movimento hanno trovato un terreno comune di convergenza e, tra l’altro, hanno denunciato il carattere liberticida degli ultimi provvedimenti legislativi in termini di diritto a manifestare, condivisi da Amnesty International e dalla Lega dei Diritti dell’Uomo.
L’ultima tranche di questa discussione si è svolta proprio martedì, con un voto nell’Assemblea Nazionale in cui i deputati della maggioranza di LREM critici riguardo a questo pacchetto legislativo, anche se non hanno votato contro il governo, si sono però astenuti.
Se il tentativo di penetrazione dell’estrema destra nelle mobilitazioni si è fatto più aggressivo e la risposta messa in campo per impedirlo più determinata – come testimoniano tra l’altro gli scontri oggi a Lione tra i GJ antifa e gli “identitari” – la destra parlamentare si è sfilata da tempo dalle mobilitazioni, appoggiando tra l’altro le leggi “anti-casseurs” e osteggiando (come nel loro DNA) lo sciopero generale.
Vi è una oggettiva convergenza tra la piega liberista autoritaria presa dal governo e le forze della destra transalpina, che costituiscono ormai un “partito dell’ordine” trasversale che si contende, per le europee, quell’elettorato che vede nella sintesi tra liberalismo economico e autoritarismo politico la ricetta prioritaria da inscrivere nella propria agenda politica.
Proprio questa settimana è stata confermata la notizia che i servizi segreti francesi stanno intercettando ufficialmente 150 GJ. “Ufficiosamente” questo elevato grado di attenzione potrebbe ovviamente essere anche ben maggiore, mentre la sede del giornale di inchiesta indipendente “Mediapart” ha ricevuto un tentativo di perquisizione per aver rivelato il contenuto di alcune intercettazioni da fonti anonime riguardanti lo scambio tra Benalla e Creuse; il primo è al centro dello scandalo più significativo dell’”Era Macron”, che non sembra avere mai termine da questa estate, dopo le rivelazioni di “Le Monde”.
In questo clima di uso disinvolto degli apparati polizieschi e giudiziari contro i propri oppositori, si è svolta anche la perquisizione a Manuel Bompard, numero 2 alle elezioni europee per la France Insoumise (in piazza dal primo giorno con i GJ e ancora oggi presente al grande corteo di Tolosa), all’interno dell’inchiesta che già aveva portato l’ottobre scorso a perquisizioni a tappeto.
La torsione autoritaria che sta conoscendo la V Repubblica fa riemergere gli episodi che costituiscono il “lato oscuro” della democrazia transalpina nel trattare l’opposizione sociale, proprio a ridosso dell’anniversario della strage di 9 manifestanti scesi in piazza per “La Pace in Algeria”, l’8 febbraio 1962, convocata dalla CGT, durante la lotta di liberazione del popolo algerino, a cui parteciparono 20.000 persone.
Il bilancio provvisorio, dopo due mesi di mobilitazione, parla di 7.000 arresti, 1.900 feriti, 1.000 persone condannate: un inedito allucinante nella recente storia sociale metropolitana francese.
La CGT, che insieme a Solidaires ha proclamato lo sciopero, diventa di fatto parte rilevante dell’ossatura del movimento, rilanciando una serie di iniziative che, insieme ad un fiorire di vertenze aziendali locali, possono contribuire alla costruzione di un rapporto di forza migliore nei confronti dell’esecutivo e del padronato.
Le mobilitazioni del martedì della CGT per “l’emergenza sociale” diventeranno probabilmente, insieme agli Atti del sabato e alle marce femminili domenicali, l’espressione pubblica di un movimento iniziato con i blocchi stradali generalizzati, le operazioni di pedaggio gratuito delle autostrade ed i presìdi alle rotatorie.
Un altre importante tassello organizzativo sono le assemblee generali, divenute sempre più un ambito di confronto diffuso, che ha avuto nella prima “assemblea delle assemblee” nei pressi di Commercy, a fine gennaio, un primo importante momento di confronto. Un secondo appuntamento è previsto tra due mesi nella città portuale di Saint-Nazaire, dove i protagonisti di questa mobilitazione hanno occupato un edificio “sfitto” per farne una Maison du Peuple, in modo da avere un centro propulsore permanente del movimento.
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Anche questo sabato si è caratterizzato per le violenze poliziesche: un gilet giallo a Parigi ha perso una mano, “distrutta” da una granata “disperdente” in prossimità dell’Assemblea Nazionale; una figura conosciuta di GJ, membro del servizio d’ordine, è stata manganellata alla testa, all’interno di manifestazioni che hanno visto la partecipazione di più di 10.000 persone. Mentre cariche, lancio di lacrimogeni e lancio di acqua ad alta pressione dagli idranti hanno caratterizzato molte manifestazioni.
Tolosa è stata anche questa volta uno degli epicentri della mobilitazione, dopo la riuscita mobilitazione per lo sciopero generale, anche per il suo ruolo di antesignana – insieme a Marsiglia e Bordeaux – della convergenza ampia di differenti soggetti, tra cui i militanti sindacali e gli attivisti studenteschi.
La città ha visto negli ultimi anni lo sviluppo della sua zona “periurbana”, in cui chi abita lungo la fascia che dista dai 10 ai 30 chilometri, è costretto a ricorrere all’automobile per ogni suo spostamento, mentre quattro lavoratori su dieci sono distanti ben più di mezz’ora dal loro lavoro, secondo i dati forniti dall’Insee.
Il centro cittadino ha conosciuto le stesse trasformazioni di altre città che sono epicentri della protesta (come Bordeaux), diventando uno spazio occupato dai simboli del capitalismo finanziario e speculativo.
Una lunga tradizione di lotte politiche e sociali, così come una consolidata pratica antifascista, sono il retroterra di questo territorio che proprio in questi giorni ricorda uno degli esodi più massicci della storia europea contemporanea: la retirada del gennaio 1939, quando gli esuli antifascisti spagnoli attraversarono il confine francese per sfuggire alla feroce repressione franchista alla fine della guerra civile, che vide numerose famiglie installarsi proprio nella regione.
In queste settimane la città è divenuta il luogo di confluenza da tutta la regione dei GJ durante il fine settimana.
Una bella inchiesta di Mediapart, a firma Emmanuel Riondé, “Pourquoi Toulouse est l’un des bastions des giltes jaunes”, cerca di spiegare le ragioni che stanno alla base di questa stagione di protagonismo sociale che vive la Ville Rose, in cui sembra si sia creato un solco profondo tra i propri rappresentanti locali – il sindaco Jean-Luc Moudenc è di LR, ma molto macroniano, riporta il giornalista – e la popolazione locale (tra cui i quartieri popolari).
La profonda sfiducia sta riguardando anche l’operato delle forze dell’ordine, i numeri parlano chiaro: il giorno dopo dell’Atto XI del 26 gennaio, il Collettif Automèdia Étudiante (Camé) ha recensito 441 interrogatori, 291 “guarde à vue”, 115 comparse di fronte alla giustizia, 196 mesi di prigione comminata “avec sourci” e 121 mesi di galera effettiva comminata.
L’Osservatorio delle pratiche poliziesche (OPP) di Tolosa ha denunciato la pratica abituale per cui dalle quattro e mezzo del pomeriggio, apparentemente senza ragione alcuna, le manifestazioni vengono disperse con la forza.
Lo scorso sabato un membro dell’OPP, registrati in prefettura e perfettamente identificabili, “ha ricevuto un proiettile che l’ha gravemente ferito alla fronte: dieci punti di sutura e una cicatrice ben visibile che gli rimarrà tutta la vita”, denuncia l’articolo.
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Diamo ora una panoramica parziale delle mobilitazioni adoperando le fonti di informazione diretta, i media locali e quelli nazionali.
Le cifre ufficiali del governo parlano di 51.400 manifestanti, contro i 60.000 del sabato precedente. Naturalmente, numeri notevolmente al ribasso rispetto al confronto con altre fonti di informazioni, mentre le prime stime di “Nombre Jaune” – sito di informazione nato per dare numeri attendibili delle mobilitazioni – riporta almeno 110.000 partecipanti complessivi.
Partiamo da “Le Monde” che riporta dai 4.000 ai 5.000 manifestanti a Bordeaux, citando l’AFP; qualche migliaio (senza specificare ulteriormente) a Tolosa, 1.500 a Marsiglia nel picco della partecipazione per la polizia (ma le immagini smentiscono clamorosamente queste stime); a Nizza sono partiti per raggiungere il confine italo-francese a Ventimiglia, ma sono stati fermati a Mentone; a Montpellier hanno partecipato circa 1.500 manifestanti, che si sono poi scontrati con la polizia a piazza della Comédie.
Secondo “La Dauphine” un migliaio di manifestanti ha sfilato a Valence, più di un migliaio a Montbéliard (secondo “Estrepublicain”), ben più di mille a Tarbes per “La Depeche”. All’Isola della Reunion, a Saint-Denis, una manifestazione pacifica ha visto sfilare un migliaio di persone (GJ e militanti sindacali) per “fare fronte comune perché l’unione fa la forza” per “ipreunion.secondom”.
A Lione “Le Progress” parla di circa 4.000 manifestanti, mentre per l’Atto 13 Mulhouse, in Alsazia, per la manifestazione regionale “a rotazione” che si svolge ogni sabato in un centro cittadino diverso, sono confluiti più di un migliaio di persone Mentre a Strasburgo, secondo “France Bleu”, è stata invasa la stazione ferroviaria, che ha dovuto chiudere, ed è stato preso di mira il centro commerciale Les Halles.
Sempre FB riporta dai 1.500 ai 2.000 manifestanti a Lille, e circa altri 400 in tutta la regione. A Rennes, come riporta “Libération”, le “Stylos Rouges” – che si battono contro le riforme scolastiche previste dall’esecutivo – hanno raggiunto i gilets gialli, che hanno aperto la mobilitazione con un cartello che chiedeva le dimissioni del ministro dell’Istruzione.
Ad Arras c’è stata una mobilitazione notturna ripresa in diretta da “Licorne News”.
Nei prossimi giorni si potrà dare un quadro più particolareggiato.
P.S.
Un manifestante ha vergato a mano un pannello in prossimità dell’entrata dell’Assemblea Nazionale con un rendering che la raffigurava con le seguenti parole: “Dov’è l’entrata?”
Siamo così sicuri che la questione della “presa del potere”, nell’immaginario delle classi popolari, sia poi così lontana, Oltralpe?
Fonte
06/02/2019
L’inverno caldo degli studenti francesi in lotta
Nonostante il freddo polare e la neve che hanno investito Parigi e molte zone della Francia in questi giorni di gennaio, le mobilitazioni studentesche non si sono raffreddate né tantomeno congelate dopo la sosta natalizia e le proteste del dicembre scorso. Un fronte, quello studentesco, che oggi sembra più che mai pronto a dar battaglia e a mantenere un livello elevato e partecipativo della protesta dentro e fuori università e licei.
Se negli ultimi mesi del 2018 molti studenti, sia universitari che medi, erano già scesi in piazza per partecipare alle mobilitazioni convocate dal movimento dei Gilets Jaunes, portando avanti la propria lotta contro le riforme dell’istruzione pubblica superiore del governo Macron, in queste ultime settimane si è assistito a un crescendo propositivo e organizzativo da parte dei settori giovanili studenteschi.
Come se non bastassero i numerosi provvedimenti regressivi ed elitari del governo Macron nel mondo della scuola e dell’università – dall’entrata in vigore della Loi Orientation et Réussite des Étudiants, all’operatività della riforma del Baccalauréat, all’implementazione del ParcourSup e al recente annuncio (novembre 2018) di voler aumentare vertiginosamente le tasse di iscrizione universitarie per gli studenti extra-comunitari – si sono aggiunti numerosi episodi di repressione da parte delle forze dell’ordine e di intimidazione disciplinare da parte delle stesse università.
Sono ancora vivide le immagini scioccanti di quanto accaduto all’inizio dello scorso dicembre a Mantes-la-Jolie, dove più di 150 studenti liceali (tutti minorenni) furono costretti a mettersi in ginocchio con le mani sulla testa sotto la “fiera” sorveglianza degli agenti di polizia che commentavano su quella “classe modello”. Nelle settimane successive, quel gesto è stato più volte ripreso durante le manifestazioni degli studenti, in solidarietà a quelle che non possono che essere considerate vittime di una tortura fisica e psicologica di portata unica nella “democratica Francia”, dai caratteri e dalle modalità molto più simili invece alle peggiori dittature sudamericane del secolo scorso.
Durante la manifestazione dell’11 dicembre scorso, “Macron t’es foutu, la jeunesse est dans la rue”, un intero corteo di almeno 5mila studenti si mise in ginocchio con le mani sulla testa di fronte al cordone di CRS (celere anti-sommossa) schierati per impedire al corteo di arrivare fino al Ministero dell’Istruzione.
Ma nelle settimane successive l’apparato repressivo non si è fermato, anzi si è inasprito ulteriormente, andando a colpire direttamente gli esponenti e i militanti di spicco all’interno delle organizzazioni e dei collettivi studenteschi. È il caso dei provvedimenti disciplinari contro Mickael e Victor, militanti dell’UNEF (Union Nationale des Etudiants de France) di Paris-Nanterre, ai quali un’ordinanza emanata dal Preside dell’università ha impedito l’accesso al campus e ai locali dell’università per circa un mese (dal 7 gennaio al 5 febbraio 2019).
Nel provvedimento veniva contestato loro di aver reso operative, insieme ad altri studenti, le decisioni prese durante un’Assemblea Generale di facoltà (tenutasi il 13 dicembre, con 2.000 persone partecipanti) la quale aveva a larga maggioranza votato per lo sciopero e il rinvio degli esami di metà anno al fine di permettere agli studenti di mobilitarsi senza essere penalizzati a causa della loro assenza agli esami. Si è trattato di un tentativo, parecchio evidente, di intimidire il resto degli studenti in mobilitazione, colpendo direttamente quelli più attivi nell’organizzazione.
In particolare, a Nanterre, dove si era fatta già sentire pesantemente la repressione nei confronti di alcuni studenti-militanti, questo provvedimento si è aggiunto agli altri procedimenti disciplinari e giudiziari già in corso. Dopo la notifica di questo ulteriore provvedimento nei confronti dei loro compagni, gli studenti di Nanterre hanno organizzato una partecipata Assemblea Generale il 10 gennaio per ribadire il loro dissenso con le riforme di Macron e con la sua idea di università. Specialmente contro il decreto, annunciato a novembre, dal nome propagandistico “Bienvenue en France” che comporta un aumento fino a 2.770 euro per la laurea di primo livello e 3.770 euro per master e dottorato per gli studenti extra-comunitari, a fronte dei 170 euro per un anno di formazione di primo livello, 243 euro per il master e 380 euro per il dottorato per i giovani europei.
Questa misura profondamente razzista ed elitaria è solo l’ennesimo passo verso la distruzione definitiva delle università pubbliche in favore di “poli di eccellenza”, in un sistema come quello francese già profondamente segnato dalla divisione netta tra “universités” e “grandes écoles”.
Inoltre questa riforma, in linea con il quadro già delineato dalla Loi ORE e dal progetto ParcorSup, accentuerà ulteriormente quel processo di selezione reale e sociale all’università contro il quale migliaia di studenti delle scuole superiori hanno protestato nella scorsa primavera e che continuano a combattere anche durante quest’anno scolastico, con centinaia di licei bloccati tra novembre e dicembre.
Come ribadito in numerosi comunicati di diversi collettivi studenteschi, questa serie di riforme segna la fine dell’università pubblica per imporre al suo posto un modello sempre più incentrato sulla competizione tra studenti e piegato alle logiche del mercato del lavoro.
Per questo in numerose facoltà, nel mese di gennaio, sono state indette assemblee generali, per continuare le proteste iniziate a novembre e dicembre, estendendo la partecipazione e la mobilitazione anche agli ormai consueti appuntamenti degli atti dei Gilets Jaunes.
Alla sede di Tolbiac dell’Université Panthéon-Sorbonne, il collettivo Paris 1 mobilisée contre Macron et la sélection ha organizzato un’Assemblea Generale il giorno 31 gennaio, in vista dell’Acte XII dei Gilets Jaunes e anche dello sciopero generale proclamato dai sindacati CGT, Sud e Solidaires previsto per il 5 febbraio.
Gli studenti, consapevoli del livello di mobilitazione raggiunto dai Gilets Jaunes contro Macron dopo ben due mesi di proteste di piazza, hanno sottolineato che il presidente della Repubblica si trova al punto più basso, in termini di gradimento e di fiducia, dall’inizio dal suo mandato: “è il momento di dargli uno scossone forte per farlo crollare definitivamente”, viene ribadito durante l’assemblea.
In questo senso, la mobilitazione studentesca per “università più libera e aperta a tutte e tutti” si va ad aggiungere alle rivendicazioni delle organizzazioni sindacali di categoria, che hanno già aderito allo sciopero il 5 febbraio per protestare contro i bassi salari e la politica antisociale del governo. Queste ultime domandano chiaramente l’aumento immediato del salario minimo (SMIC) a 1800 euro al mese, l’aumento della spesa e dell’investimento pubblico nel settore dell’istruzione, lo sviluppo generalizzato dei servizi pubblici su tutto il territorio, la democratizzazione dell’accesso all’insegnamento superiore e il ritorno alla pensione a 60 anni di età.
Di fronte a un governo odiato, ormai divenuto in tutto e per tutto un regime politico-autoritario profondamente indebolito e alla caccia di consenso tramite il falso “grand débat national” proposto ai Gilets Jaunes, il movimento mira a riappropriarsi concretamente del proprio futuro, lottando per l’istruzione, la formazione e la società che desiderano.
Per ottenere ciò che vogliono, molti studenti non si sono fatti ammaliare dalle promesse delle università che hanno dichiarato di non voler applicare, qualora dovesse essere approvato, l’aumento delle tasse di iscrizione per gli studenti extra-comunitari. In numerose assemblee, gli studenti hanno denunciato questa presa di posizione come meramente illusoria, essendo convinti che alla fine le presidenze si arrenderanno alle decisioni del governo.
L’obiettivo primario che il movimento studentesco si è prefissato è il ritiro immediato e incondizionato della Loi ORE, e non una soluzione specifica caso per caso a seconda degli istituti e delle università. Infine, l’Assemblea Generale di Tolbiac si è conclusa con un invito alla partecipazione allo sciopero generale, accogliendo l’appello fatto da alcuni esponenti Gilets Jaunes di uno sciopero illimitato e determinato, insieme ai lavoratori, ai precari e ai disoccupati.
Lo stesso giorno si è tenuta all’Université Paris 8 di Saint-Denis un’altra Assemblea Generale, che in questo caso ha visto la partecipazione congiunta di numerose facoltà parigine e di licei della capitale francese. Un vero e proprio momento di convergenza e di compattezza del fronte studentesco (il primo dall’inizio delle proteste) che lascia ben presagire per il proseguo della mobilitazione per la primavera.
L’obiettivo dichiarato di questa Assemblea Generale, infatti, era quello di creare un momento di discussione e di decisione collettiva per coordinare le azioni dei vari gruppi mobilitati nelle università e nelle scuole superiori, definendo azioni e slogan comuni. E su questo le lotte sono le stesse: si tratta di difendere un’istruzione pubblica di qualità, aperta a tutti, emancipatrice, in una fase in cui i vari progetti di riforma vanno nella direzione opposta.
Durante l’assemblea, si è evidenziato a più riprese “il rifiuto di un’istruzione a buon mercato, la cui unica funzione sarebbe quella di creare un esercito di lavoratori precari e disposti a lavorare al minimo salariale e alle peggiori condizioni di lavoro, oppure costretti a proseguire i loro studi indebitandosi per provare a costruire una vita diversa da quella delineata dal liceo o dalla classe di appartenenza”.
A tal proposito l’UNL (Union National Lycéenne, ovvero il sindacato degli studenti medi) ha recentemente pubblicato un appello per promuovere la partecipazione allo sciopero generale del 5 febbraio. Tra i punti ribaditi nel comunicato, risaltano la denuncia dell’avvio della seconda fase del ParcourSup, che ha già lasciato fuori dall’università pubblica 170.000 studenti delle scuole superiori per questo anno scolastico, e la decisione presa dal ministro dell’istruzione di razionalizzare i corsi formativi in 7 specializzazioni per le scuole superiori, che mira a creare istituti di serie A e di serie B.
Infine, un passaggio significato del comunicato è dedicato alla crescente e sempre più dura repressione delle commissioni disciplinari nei licei e alle violenze della polizia durante le manifestazioni di piazza e le occupazioni dei licei.
Proprio per l’Acte XII dei Gilets Jaunes, in omaggio ai feriti e contro le violenze della polizia, gli studenti hanno partecipato con uno spezzone compatto e unitario insieme alle realtà dei quartieri popolari, ai collettivi antifascisti, ai ferrovieri dell’Intergare e ai gruppi della France Insoumise. Durante la manifestazione, Louis Boyard, segretario dell’UNL, è rimasto ferito da un colpo di flashball sul piede.
In un video-messaggio il giorno seguente Louis Boyard ha denunciato la deriva autoritaria del governo Macron e l’approvazione da parte dell’Assemblée Nationale della cosiddetta “loi anti-casseurs” che costituisce un duro attacco alla libertà di manifestare oggi in Francia.
Di fronte alla regressione sociale e all’aumento delle disuguaglianze economiche, la prospettiva di un futuro precario sta crescendo in tutte le fasce giovanili, non solo tra gli studenti universitari o liceali. Seguendo la determinazione del movimento dei Gilets Jaunes, i giovani francesi (studenti, lavoratori precari e disoccupati) hanno deciso di attaccare il governo Macron come massima espressione e culmine di tutte le politiche anti-sociali portate avanti negli ultimi anni, da Sarkozy a Hollande.
Il processo di mercificazione ed elitarizzazione dell’istruzione in Francia si è intensificato a partire dalla riforma del 2007 del governo Sarkozy che, con il falso pretesto di concedere autonomia alle università, ha sistematizzato il loro sotto-finanziamento, riducendo drasticamente la spesa pubblica per studente di quasi il 10% in dieci anni.
Le politiche del governo Hollande, con la riduzione dei finanziamenti all’istruzione pubblica e l’approvazione della Loi Travail, hanno proseguito in questo solco, aprendo la strada al governo Macron.
Le riforme dell’istruzione non sono altro che una sintesi della politica generale di crescente disuguaglianza economica e sociale, che favorisce i ricchi e impoverisce i settori popolari, colpendo duramente le fasce giovanili soprattutto delle banlieues e dei quartieri popolari. Ed è proprio tramite l’estensione di queste politiche neoliberali e classiste al mondo della scuola e dell’università che si prosegue con la mercificazione dell’istruzione e l’incremento di forme di sfruttamento.
Per questo motivo gli studenti, gli insegnati e i ricercatori universitari si stanno coordinando unitariamente, rilanciando il cosiddetto movimento dei “carrés rouges”, simbolo politico di opposizione all’aumento delle tariffe del servizio pubblico e di sostegno allo sciopero del movimento studentesco del 2012 in Québec.
La lotta degli studenti e dei docenti non rimane isolata dal resto del movimento sociale e per questo motivo la giornata di sciopero generale del 5 febbraio rappresenta sicuramente un passo importante che potrebbe sostanziare una convergenza tra sindacati, Gilets Jaunes e studenti medi e universitari per contrastare lo smantellamento del welfare state, la distruzione dei diritti e delle condizioni di lavoro e la regressione sociale volute dalle politiche neoliberiste di Macron, costretto a ricorrere alla repressione della polizia e giudiziaria per provare a difendere il suo potere autoritario, che si sta sgretolando sotto la spinta e la determinazione delle proteste sociali generalizzate di queste mesi.
Fonte
Se negli ultimi mesi del 2018 molti studenti, sia universitari che medi, erano già scesi in piazza per partecipare alle mobilitazioni convocate dal movimento dei Gilets Jaunes, portando avanti la propria lotta contro le riforme dell’istruzione pubblica superiore del governo Macron, in queste ultime settimane si è assistito a un crescendo propositivo e organizzativo da parte dei settori giovanili studenteschi.
Come se non bastassero i numerosi provvedimenti regressivi ed elitari del governo Macron nel mondo della scuola e dell’università – dall’entrata in vigore della Loi Orientation et Réussite des Étudiants, all’operatività della riforma del Baccalauréat, all’implementazione del ParcourSup e al recente annuncio (novembre 2018) di voler aumentare vertiginosamente le tasse di iscrizione universitarie per gli studenti extra-comunitari – si sono aggiunti numerosi episodi di repressione da parte delle forze dell’ordine e di intimidazione disciplinare da parte delle stesse università.
Sono ancora vivide le immagini scioccanti di quanto accaduto all’inizio dello scorso dicembre a Mantes-la-Jolie, dove più di 150 studenti liceali (tutti minorenni) furono costretti a mettersi in ginocchio con le mani sulla testa sotto la “fiera” sorveglianza degli agenti di polizia che commentavano su quella “classe modello”. Nelle settimane successive, quel gesto è stato più volte ripreso durante le manifestazioni degli studenti, in solidarietà a quelle che non possono che essere considerate vittime di una tortura fisica e psicologica di portata unica nella “democratica Francia”, dai caratteri e dalle modalità molto più simili invece alle peggiori dittature sudamericane del secolo scorso.
Durante la manifestazione dell’11 dicembre scorso, “Macron t’es foutu, la jeunesse est dans la rue”, un intero corteo di almeno 5mila studenti si mise in ginocchio con le mani sulla testa di fronte al cordone di CRS (celere anti-sommossa) schierati per impedire al corteo di arrivare fino al Ministero dell’Istruzione.
Ma nelle settimane successive l’apparato repressivo non si è fermato, anzi si è inasprito ulteriormente, andando a colpire direttamente gli esponenti e i militanti di spicco all’interno delle organizzazioni e dei collettivi studenteschi. È il caso dei provvedimenti disciplinari contro Mickael e Victor, militanti dell’UNEF (Union Nationale des Etudiants de France) di Paris-Nanterre, ai quali un’ordinanza emanata dal Preside dell’università ha impedito l’accesso al campus e ai locali dell’università per circa un mese (dal 7 gennaio al 5 febbraio 2019).
Nel provvedimento veniva contestato loro di aver reso operative, insieme ad altri studenti, le decisioni prese durante un’Assemblea Generale di facoltà (tenutasi il 13 dicembre, con 2.000 persone partecipanti) la quale aveva a larga maggioranza votato per lo sciopero e il rinvio degli esami di metà anno al fine di permettere agli studenti di mobilitarsi senza essere penalizzati a causa della loro assenza agli esami. Si è trattato di un tentativo, parecchio evidente, di intimidire il resto degli studenti in mobilitazione, colpendo direttamente quelli più attivi nell’organizzazione.
In particolare, a Nanterre, dove si era fatta già sentire pesantemente la repressione nei confronti di alcuni studenti-militanti, questo provvedimento si è aggiunto agli altri procedimenti disciplinari e giudiziari già in corso. Dopo la notifica di questo ulteriore provvedimento nei confronti dei loro compagni, gli studenti di Nanterre hanno organizzato una partecipata Assemblea Generale il 10 gennaio per ribadire il loro dissenso con le riforme di Macron e con la sua idea di università. Specialmente contro il decreto, annunciato a novembre, dal nome propagandistico “Bienvenue en France” che comporta un aumento fino a 2.770 euro per la laurea di primo livello e 3.770 euro per master e dottorato per gli studenti extra-comunitari, a fronte dei 170 euro per un anno di formazione di primo livello, 243 euro per il master e 380 euro per il dottorato per i giovani europei.
Questa misura profondamente razzista ed elitaria è solo l’ennesimo passo verso la distruzione definitiva delle università pubbliche in favore di “poli di eccellenza”, in un sistema come quello francese già profondamente segnato dalla divisione netta tra “universités” e “grandes écoles”.
Inoltre questa riforma, in linea con il quadro già delineato dalla Loi ORE e dal progetto ParcorSup, accentuerà ulteriormente quel processo di selezione reale e sociale all’università contro il quale migliaia di studenti delle scuole superiori hanno protestato nella scorsa primavera e che continuano a combattere anche durante quest’anno scolastico, con centinaia di licei bloccati tra novembre e dicembre.
Come ribadito in numerosi comunicati di diversi collettivi studenteschi, questa serie di riforme segna la fine dell’università pubblica per imporre al suo posto un modello sempre più incentrato sulla competizione tra studenti e piegato alle logiche del mercato del lavoro.
Per questo in numerose facoltà, nel mese di gennaio, sono state indette assemblee generali, per continuare le proteste iniziate a novembre e dicembre, estendendo la partecipazione e la mobilitazione anche agli ormai consueti appuntamenti degli atti dei Gilets Jaunes.
Alla sede di Tolbiac dell’Université Panthéon-Sorbonne, il collettivo Paris 1 mobilisée contre Macron et la sélection ha organizzato un’Assemblea Generale il giorno 31 gennaio, in vista dell’Acte XII dei Gilets Jaunes e anche dello sciopero generale proclamato dai sindacati CGT, Sud e Solidaires previsto per il 5 febbraio.
Gli studenti, consapevoli del livello di mobilitazione raggiunto dai Gilets Jaunes contro Macron dopo ben due mesi di proteste di piazza, hanno sottolineato che il presidente della Repubblica si trova al punto più basso, in termini di gradimento e di fiducia, dall’inizio dal suo mandato: “è il momento di dargli uno scossone forte per farlo crollare definitivamente”, viene ribadito durante l’assemblea.
In questo senso, la mobilitazione studentesca per “università più libera e aperta a tutte e tutti” si va ad aggiungere alle rivendicazioni delle organizzazioni sindacali di categoria, che hanno già aderito allo sciopero il 5 febbraio per protestare contro i bassi salari e la politica antisociale del governo. Queste ultime domandano chiaramente l’aumento immediato del salario minimo (SMIC) a 1800 euro al mese, l’aumento della spesa e dell’investimento pubblico nel settore dell’istruzione, lo sviluppo generalizzato dei servizi pubblici su tutto il territorio, la democratizzazione dell’accesso all’insegnamento superiore e il ritorno alla pensione a 60 anni di età.
Di fronte a un governo odiato, ormai divenuto in tutto e per tutto un regime politico-autoritario profondamente indebolito e alla caccia di consenso tramite il falso “grand débat national” proposto ai Gilets Jaunes, il movimento mira a riappropriarsi concretamente del proprio futuro, lottando per l’istruzione, la formazione e la società che desiderano.
Per ottenere ciò che vogliono, molti studenti non si sono fatti ammaliare dalle promesse delle università che hanno dichiarato di non voler applicare, qualora dovesse essere approvato, l’aumento delle tasse di iscrizione per gli studenti extra-comunitari. In numerose assemblee, gli studenti hanno denunciato questa presa di posizione come meramente illusoria, essendo convinti che alla fine le presidenze si arrenderanno alle decisioni del governo.
L’obiettivo primario che il movimento studentesco si è prefissato è il ritiro immediato e incondizionato della Loi ORE, e non una soluzione specifica caso per caso a seconda degli istituti e delle università. Infine, l’Assemblea Generale di Tolbiac si è conclusa con un invito alla partecipazione allo sciopero generale, accogliendo l’appello fatto da alcuni esponenti Gilets Jaunes di uno sciopero illimitato e determinato, insieme ai lavoratori, ai precari e ai disoccupati.
Lo stesso giorno si è tenuta all’Université Paris 8 di Saint-Denis un’altra Assemblea Generale, che in questo caso ha visto la partecipazione congiunta di numerose facoltà parigine e di licei della capitale francese. Un vero e proprio momento di convergenza e di compattezza del fronte studentesco (il primo dall’inizio delle proteste) che lascia ben presagire per il proseguo della mobilitazione per la primavera.
L’obiettivo dichiarato di questa Assemblea Generale, infatti, era quello di creare un momento di discussione e di decisione collettiva per coordinare le azioni dei vari gruppi mobilitati nelle università e nelle scuole superiori, definendo azioni e slogan comuni. E su questo le lotte sono le stesse: si tratta di difendere un’istruzione pubblica di qualità, aperta a tutti, emancipatrice, in una fase in cui i vari progetti di riforma vanno nella direzione opposta.
Durante l’assemblea, si è evidenziato a più riprese “il rifiuto di un’istruzione a buon mercato, la cui unica funzione sarebbe quella di creare un esercito di lavoratori precari e disposti a lavorare al minimo salariale e alle peggiori condizioni di lavoro, oppure costretti a proseguire i loro studi indebitandosi per provare a costruire una vita diversa da quella delineata dal liceo o dalla classe di appartenenza”.
A tal proposito l’UNL (Union National Lycéenne, ovvero il sindacato degli studenti medi) ha recentemente pubblicato un appello per promuovere la partecipazione allo sciopero generale del 5 febbraio. Tra i punti ribaditi nel comunicato, risaltano la denuncia dell’avvio della seconda fase del ParcourSup, che ha già lasciato fuori dall’università pubblica 170.000 studenti delle scuole superiori per questo anno scolastico, e la decisione presa dal ministro dell’istruzione di razionalizzare i corsi formativi in 7 specializzazioni per le scuole superiori, che mira a creare istituti di serie A e di serie B.
Infine, un passaggio significato del comunicato è dedicato alla crescente e sempre più dura repressione delle commissioni disciplinari nei licei e alle violenze della polizia durante le manifestazioni di piazza e le occupazioni dei licei.
Proprio per l’Acte XII dei Gilets Jaunes, in omaggio ai feriti e contro le violenze della polizia, gli studenti hanno partecipato con uno spezzone compatto e unitario insieme alle realtà dei quartieri popolari, ai collettivi antifascisti, ai ferrovieri dell’Intergare e ai gruppi della France Insoumise. Durante la manifestazione, Louis Boyard, segretario dell’UNL, è rimasto ferito da un colpo di flashball sul piede.
In un video-messaggio il giorno seguente Louis Boyard ha denunciato la deriva autoritaria del governo Macron e l’approvazione da parte dell’Assemblée Nationale della cosiddetta “loi anti-casseurs” che costituisce un duro attacco alla libertà di manifestare oggi in Francia.
Di fronte alla regressione sociale e all’aumento delle disuguaglianze economiche, la prospettiva di un futuro precario sta crescendo in tutte le fasce giovanili, non solo tra gli studenti universitari o liceali. Seguendo la determinazione del movimento dei Gilets Jaunes, i giovani francesi (studenti, lavoratori precari e disoccupati) hanno deciso di attaccare il governo Macron come massima espressione e culmine di tutte le politiche anti-sociali portate avanti negli ultimi anni, da Sarkozy a Hollande.
Il processo di mercificazione ed elitarizzazione dell’istruzione in Francia si è intensificato a partire dalla riforma del 2007 del governo Sarkozy che, con il falso pretesto di concedere autonomia alle università, ha sistematizzato il loro sotto-finanziamento, riducendo drasticamente la spesa pubblica per studente di quasi il 10% in dieci anni.
Le politiche del governo Hollande, con la riduzione dei finanziamenti all’istruzione pubblica e l’approvazione della Loi Travail, hanno proseguito in questo solco, aprendo la strada al governo Macron.
Le riforme dell’istruzione non sono altro che una sintesi della politica generale di crescente disuguaglianza economica e sociale, che favorisce i ricchi e impoverisce i settori popolari, colpendo duramente le fasce giovanili soprattutto delle banlieues e dei quartieri popolari. Ed è proprio tramite l’estensione di queste politiche neoliberali e classiste al mondo della scuola e dell’università che si prosegue con la mercificazione dell’istruzione e l’incremento di forme di sfruttamento.
Per questo motivo gli studenti, gli insegnati e i ricercatori universitari si stanno coordinando unitariamente, rilanciando il cosiddetto movimento dei “carrés rouges”, simbolo politico di opposizione all’aumento delle tariffe del servizio pubblico e di sostegno allo sciopero del movimento studentesco del 2012 in Québec.
La lotta degli studenti e dei docenti non rimane isolata dal resto del movimento sociale e per questo motivo la giornata di sciopero generale del 5 febbraio rappresenta sicuramente un passo importante che potrebbe sostanziare una convergenza tra sindacati, Gilets Jaunes e studenti medi e universitari per contrastare lo smantellamento del welfare state, la distruzione dei diritti e delle condizioni di lavoro e la regressione sociale volute dalle politiche neoliberiste di Macron, costretto a ricorrere alla repressione della polizia e giudiziaria per provare a difendere il suo potere autoritario, che si sta sgretolando sotto la spinta e la determinazione delle proteste sociali generalizzate di queste mesi.
Fonte
5 febbraio: sciopero Generale in Francia
Lo sciopero generale di 24ore proclamato da CGT e Solidaires è stato un primo passo importante di convergenza su tutto il territorio dell’Esagono tra “la marea gialla” ed il mondo sindacale, dopo che vi erano stati importanti segnali unitari nei mesi precedenti a Marsiglia, Tolosa e Bordeaux.
Nel soddisfatto comunicato di bilancio della giornata – “5 Febbraio. Convergenza delle lotte riuscita” – la CGT afferma che hanno partecipato alle mobilitazioni, svoltesi in circa 200 città, 300.000 persone.
A Parigi sarebbero state 30.000 le persone che hanno partecipato secondo gli organizzatori, 18.000 per le forze dell’ordine.
La centrale sindacale francese afferma:
“Questa giornata ha permesso, attraverso gli scioperi nel pubblico e nel privato, di rinforzare e di rendere comuni le lotte sociali. In diversi dipartimenti; la CGT è attiva nella preparazione di riunioni intersindacali con il fine di prolungare la mobilitazione. Già da ora, la CGT è il vettore propositivo attraverso l’organizzazione dei martedì di “emergenza sociale”, i quaderni di espressione popolare, i dibattiti pubblici e l’8 marzo”.
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Le manifestazioni svoltesi sul territorio nazionale organizzate da CGT e Solidaires, a cui si sono aggregati alcuni settori di FO – senza che ci fosse una adesione a livello confederale di questa sigla – e della FSU (il maggior sindacato degli insegnanti), hanno visto sfilare insieme “giacche gialle” e “giacche rosse”, di fatto rompendo quel muro di diffidenza reciproca che aveva caratterizzato precedentemente, almeno in parte, i rapporti tra i Gilets Jaunes e militanti sindacali.
In questo caso, così come era in parte prevedibile dalle dichiarazioni di alcune figure di spicco dei Gilets Jaunes, dall’appello finale (conforme a numerosi interventi) della prima Assemblea delle Assemblee svoltasi nei pressi Commercy una decina di giorni fa, e prima ancora dalla richiesta esplicita di proclamazione dello sciopero generale da parte delle assemblee generali svoltesi in diverse città, è stata la “marea gialla” ad ingrossare i cortei delle giacche rosse del sindacato; spesso insieme a studenti delle medie superiori, che hanno bloccato i loro istituti, ed universitari che hanno fatto altrettanto nelle proprie facoltà.
La dichiarazione più lucida su ciò che sarebbe stata la giornata l’ha probabilmente fornita una delle figure di spicco emergenti dei gilet gialli a Rouen, F. Boulo, che aveva propugnato lo sciopero generale a tempo indeterminato – come Eric Drouet – : “Sarà le giacche gialle e le giacche rosse. In verità, non ci importa del colore della giacca, bisogna superare il passato [...] c’è un interesse superiore verso cui convergere, quello di riprendere il potere in questo paese che serva l’interesse generale”.
Le relazioni complesse tra questi due universi in parte sovrapponibili sono state tracciate in maniera esaustiva in “Grève générale: occasion manqueée?” da Arthur Brault Moreau, sulla rivista on line Regards.fr, che conclude il suo articolo affermando:
“Quale che sia il proseguo del movimento giallo flou – ripresa delle mobilitazioni, partecipazione alle elezioni, ecc. – quest’ultimo ha ricomposto in parte il campo delle lotte. Inoltre, ha messo in luce le difficoltà di lunga data delle organizzazioni sindacali. Per i sindacati, il compito è definire il loro ruolo di fronte a movimenti sociali di genere nuovo, ma anche e soprattutto di riuscire ad entrare in contatto, cioè ad organizzare, quelle categorie di lavoratori che hanno preso d’assalto le rotatorie, uscendo così dal silenzio e, momentaneamente almeno, dall’isolamento”
Una parte del sindacato, come alcune federazioni della CGT e Solidaires, hanno ben presto visto nel movimento del 17 novembre un occasione di riscatto su cui prendere posizione e spendere energie con una presenza fattiva, mentre la dirigenza della CGT prima diffidente, ha senz’altro errato nel pensare di potere intraprendere ad un certo punto un percorso inter-sindacale, che di fatto ha rischiato di essere cooptato – come la CFDT di Laurent Berger che ha “boicottato” lo sciopero generale – dentro la strategia di co-gestione della regressione sociale propedeutica al “Grand Dèbat” macroniano.
Questa diffidenza nelle proprie forze da parte del sindacato è in parte dovuta ad una situazione non certo facile: il tasso degli iscritti al sindacato è dell’11%, pesano le sconfitte subite nel corso degli anni, e la mancanza di vittorie significative di una certa ampiezza, e bisogna ricordare che il 2018 non ha visto la proclamazione di alcuno sciopero generale.
La “marea gialla” è stata la verifica di una rinnovata efficacia dell’azione collettiva e della capacità di riportare “la questione sociale” al centro del dibattito, polarizzando il campo sindacale e rendendo nuovamente dinamico un corpo intermedio in via di marginalizzazione.
Un altro elemento importante della giornata è stata la dichiarazione congiunta di vari soggetti politici – con l’adesione della CGT “dipartimentale” di Parigi – sul sostegno allo sciopero del 5 febbraio, che riattualizza in un contesto decisamente più vivace l’esperimento della “Marea Popolare” contro Macron sperimentata l’anno scorso.
Un interessante intervento di P. Graulle e M. Goanec su “Mediapart” “la grève qui tente d’unir syndicats, gilets jaunes et la gauche politique”, analizza il tentativo fatto con un appello sottoscritto da NPA, Attac, Fondation Copernico, Comité pou Adama, France Insoumise, e tra gli altri dal regista Robert Guédiguian, la scrittrice Annie Ernaux e l’economista Thomas Coutrot, ecc. (tranne il PCF e il PS).
L’appello afferma il carattere inedito della mobilitazione dei GJ dopo il Maggio ’68 e la chiarezza, oltre alla correttezza, delle rivendicazioni espresse in un paese fortemente polarizzato. Ricorda l’assemblea svoltasi a Commercy e le rivendicazioni emerse in essa.
“Per la prima volta dall’inizio della mobilitazione, i gilets gialli hanno deciso di unirsi ad uno sciopero annunciato dai sindacati il 5 febbraio 2019.
Noi vediamo in questa convergenza una possibilità di vittoria sociale maggiore, permettendo un movimento d’insieme duraturo e prolungato che includa l’insieme dei salariati, la popolazione dei quartieri popolari e la gioventù. Noi sosteniamo che lo sciopero e le manifestazioni siano il più possibile partecipate con il fine di conquistare le rivendicazioni legittime. È per questo che noi portiamo tutto il nostro sostegno a questa giornata.”
Il comunicato prosegue con la condanna dell’estrema destra ed i suoi tentativi di recupero e la netta denuncia della criminalizzazione e della violenza poliziesca, nonché del carattere aleatorio del “Grand Débat” portato avanti da Macron.
“Il vero dibattito popolare” – conclude l’appello – “si esprime nei quartieri, sulle rotatorie, nelle assemblee comuni e nelle aziende. Emmanuel Macron ha perso la battaglia delle idee. Deve cedere il passo alle rivendicazioni sociali e popolari.”
“Lo sciopero generale” – ricorda B. Martin esponente della CGT parigina che ha firmato l’appello, intervistato da “Medipart” – “può avvenire, nei momenti di folgorazione, come nel Maggio ’68, perché le condizioni erano date. Ma non è mai tale perché i sindacati lo proclamano, non si realizza da solo, anche se siamo numerosi a sostenerlo.”
A giudicare dalle immagini dei picchetti e dai numeri delle mobilitazioni si può senz’altro affermare che questo sforzo di costruzione è stato senz’altro efficace.
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Diamo una breve e parziale panoramica della giornata basandoci sugli organi di informazione locali e le fonti di informazioni dirette.
Lo sciopero è partito alla mezzanotte con un’azione congiunta di militanti della CGT e dei GJ che hanno bloccato le quattro entrate ed uscite del più grande hub logistico agro-alimentare del continente a Rungis, a sud-est di Parigi. Questa iniziativa, insieme al blocco dell’aereo-porto a Nantes, al pedaggio autostradale a Tolosa e al sottopasso all’altezza della Joliette a Marsiglia, sono state alcune delle azioni più impattanti – a parte ovviamente i picchetti di sciopero di fronte alle aziende bloccate. Numerose università sono state bloccate all’alba (scienze politiche a Tolosa, Bordeaux 3 Montaigne, Paris 8, Saint-Charles a Marsiglia, il campus di Grenoble...),
Dai 1.500 ai 2.000 manifestanti a Limoges – ha stimato “France 3 Regions” – e per la prima volta hanno sfilato insieme CGT e GJ; c’è stata una manifestazione anche a La Souterraine (simbolo dell’abbandono dei servizi pubblici, con 6 uffici postali su 12 che dovrebbero chiudere il marzo di quest’anno), mentre erano in 600 a Corrèze, dove Sylvain Roch ha dichiarato a F3 “si ha timore da entrambi i lati, e allo stesso tempo siamo nella stessa merda, sia che uno sia del sindacato o un gilet giallo; e se si vuole fare indietreggiare la merda, l’unità è il l’unico mezzo”.
A la Pallice CGT, FO e GJ hanno compiuto un “operazione lumaca” al porto e poi hanno bloccato il deposito di carburante vicino alla Rochelle. Patrick Coulay, segretario di FO all’Alstom Aytré, ha dichiarato a F3: “personalmente sono con i Gilets gialli dal 17 novembre. Ma sindacalmente, non potevamo non unirci ai GJ in un dato momento, quindi siamo qua”.
A Nizza, in Costa Azzurra, un partecipato corteo ha visto sfilare CGT, GJ e studenti (2.000 secondo la Prefettura, 3.000-4.000 per gli organizzatori). A Marsiglia i GJ hanno raggiunto il corteo della CGT e di FO. A Bastia, in Corsica, CGT e GJ hanno manifestato insieme dietro lo striscione “uniti contro il carovita”. A Pau, il giornale Sudouest stima in 2.000 le persone che hanno sfilato sotto la pioggia alla manifestazione intersindacale mattutina, cui hanno partecipato i GJ cantando vari slogan. A Saint Nazaire, Ouest-France stima in 1.000 i partecipanti alla manifestazione indetta da CGT, FO, Solidaires e FSU, che ha visto sfilare il corteo lungo le imprese della zona portuale, entrando prima all’Arcelor Mittal, poi a Idea.
Le interviste alla testata locale sottolineano l’importanza della giornata. Come ha dichiarato Yann Le Foll, rappresentante di FO, “C’è una convergenza delle lotte. I gilet gialli sono più sulle rivendicazioni legati al potere d'acquisto, noi su quelle legate alla qualità della vita e del lavoro”. Si è svolta una manifestazione unitaria a Guingamp, sempre per Ouest-France, ed una a Lisieux, cui avrebbero partecipato 230 persone per la testata locale. A Gap hanno sfilato circa 400 manifestanti, secondo Le Dauphine, ed il corteo è terminato sotto la Prefettura dopo avere di fatto bloccato il traffico cittadino.
Ad Alès, Objectifgard stima in 1.500 persone la partecipazione al corteo nel centro cittadino indetto da CGT, FO, Solidaires e FSU, che si è recato alla rotatoria su input di un esponente dei GJ che ha preso parola nella serie di interventi, perché la polizia avrebbe usato i lacrimogeni. A Le Mans, secondo Lemainelibre, i GJ avrebbero partecipato al corteo che, dopo avere sfilato per il centro cittadino, si è diretto al polo ospedaliero locale.
A Reims, per F3, erano circa un migliaio a sfilare insieme, come ha spiegato alla rete informativa il segretario dipartimentale della CGT della Marne, Thomas Rose: “i gilets jaunes hanno espresso una collera e delle rivendicazioni che condividiamo come l’aumento dei salari, delle indennità, delle pensioni. Oggi non riusciamo più a tirare avanti ed è quello che vogliamo esprimere in strada”.
Mentre a Troyes, secondo quanto riportato da F3 – che cita però le stime della polizia – c’erano 550 manifestanti che hanno sfilato circa un ora in un corteo alla cui testa c’erano i GJ. A Roanne, nella Loira, secondo quanto riporta la sezione locale della CGT, in 1.200 hanno sfilato per “l’aumento dei salari, delle pensioni, delle prestazioni sociali e dell’indennità di disoccupazione. Il rafforzamento della nostro welfare, la tutela del nostro sistema, il nostro diritto di manifestare e la nostra libertà”.
Un video-montaggio composto dalle riprese dei partecipanti, opera di Cerveaux non disponibles, molto attento a dare una immagine realistica dei vari Atti, sbugiardando i numeri ufficiali dati dal governo sulle manifestazioni, mostra i riusciti cortei di Nizza, Clermont-Ferrand (dai 2.100 secondo la polizia a 4.000 per gli organizzatori, secondo ciò che riporta Radioscoop, tra cui gli operai della Luxfer a rischio chiusura) Perpignan, Bordeaux.
Secondo La Depeche, a Tolosa, uno degli epicentri della mobilitazioni, hanno partecipato dalle 8.500 (secondo la polizia) alle 12.000 persone secondo la CGT, in un corteo cui hanno preso parte anche insegnanti, studenti delle medie-superiori ed universitari; mentre 1.500 avrebbero sfilato ad Albi, e 400 a Tarn-et-Garonne, dai 1.800 ai 2.000 a Tarbes, 1.500 a Pamiers, 300-400 ad Agen, sempre secondo la testata locale.
Per Tendence Ouest ci sarebbero stati a Caen dai 2.300 secondo la Prefettura ai 5.000 manifestanti, secondo gli organizzatori, con alla testa del corteo gli studenti delle medie superiori.
A Fort-De-France, in Martinica, per Rci, ci sarebbero state un migliaio le persone mobilitate a 10 anni di distanza dalla storica mobilitazione sociale contro il caro-vita durata ben 38 giorni.
Secondo quanto abbiamo potuto appurare dalle differenti fonti di informazione diretta, ci sono stati cortei partecipati anche a Digione, Lille, Montpellier (5000 per “Montpellier Poing Info”), Nimes (5.000 per “Le Mouvement.info”).
Probabilmente, il 5 febbraio segna una nuova tappa di un movimento che non si arresta.
Fonte
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