Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/05/2021

Borsa a rendere: quando l’istruzione è questione di classe

La mitologia ci offre diversi esempi di fratelli tra loro in conflitto, dilaniati da tensioni che spesso sfociano in tragedie. Romolo e Remo, e Caino e Abele, sono forse i due esempi più celebri. In tempi molto più recenti, e quasi sottotraccia, Andrea e Pietro Ichino sono invece coinvolti in una sfida all’ultimo colpo a chi la dice più grossa, più reazionaria, più antipopolare. Con un contributo dato sul suo blog in occasione dell’ultimo 25 aprile, Pietro pensava verosimilmente di avere definitivamente vinto la partita. Una riflessione di Andrea Ichino (insieme a Daniele Terlizzese), uscita su ‘Il Foglio’ lo scorso sabato, rimescola invece le carte.

L’occasione è fornita dalle iniziative per l’Università introdotte dal Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) messo a punto dal Governo Draghi, il quale prevede di destinare 500 milioni di euro per borse di studio. 500 milioni di euro sono lo 0,03% del PIL italiano, una cifra al contempo assolutamente insufficiente e del tutto insignificante rispetto alle dimensioni del bilancio pubblico italiano. Questo fatto, però, non sembra scoraggiare Andrea Ichino, il quale ha un’idea: trasformare le borse di studio in un prestito, da restituire quando il borsista si sarà laureato, avrà trovato un lavoro e percepirà un reddito superiore ad una soglia minima. In questa maniera, proseguono i fautori della proposta, il bilancio dello Stato sarebbe sgravato dell’onere di dover provvedere, anno dopo anno, al finanziamento delle borse, per le quali si potrebbe invece attingere alle risorse che vengono gradualmente restituite da chi in passato ne è stato beneficiario. Un distillato puro di due miti, quello della scarsità delle risorse e quello del conflitto tra generazioni, cioè due dei capisaldi della teoria economica dominante: le risorse a disposizione, in un dato Paese, in una data economia, sarebbero date, limitate, non possono aumentare oltre un certo livello e quindi ogni euro in più alle borse di studio oggi sarebbe un euro sottratto, oggi o domani, ad altri impieghi altrettanto meritevoli, come ad esempio la sanità, la scuola, le pensioni. Da qui la necessità di contenere la spesa pubblica e tagliare tutto quello che si può tagliare. Tuttavia, si tratta di costrutti tutti ideologici, buoni esclusivamente a presentare l’austerità sotto una luce più accettabile. Se in un Paese aumenta la domanda aggregata, cioè se aumenta la spesa, come ad esempio la spesa pubblica, le risorse aumentano a loro volta, poiché aumenta il reddito generato dal Paese, senza alcuna necessità di togliere un euro da una parte per metterlo a disposizione di un’altra spesa, né oggi né domani. Ma ovviamente, sotto la patina di un argomento teorico, c’è molto di più.

Le borse di studio sono concepite per evitare che chi è privo di mezzi sia escluso a priori dalla possibilità di frequentare l’università. In altre parole, sono uno strumento che cerca di favorire la mobilità sociale e di prevenire che anche la formazione e l’istruzione siano un privilegio ereditario. Nella disgraziata situazione italiana, in virtù di precise scelte politiche, il sistema di diritto allo studio è drammaticamente sottofinanziato e contribuisce alla natura classista di tutto il percorso che conduce all’ingresso nel mondo del lavoro. Questo è il problema e si risolve aumentando in maniera sensibile il finanziamento pubblico, per poter avere sia un numero maggiore di borse di studio, sia un aumento dell’importo di ciascuna borsa. La ricetta di Ichino, invece, va esattamente nella direzione opposta. Lo studente o la studentessa che, pur provenendo da una famiglia con pochi mezzi economici e grazie anche a una borsa di studio, riesce a laurearsi e trovare un lavoro che garantisca un salario dignitoso, deve pagare per il ‘privilegio’ che le è stato accordato quando le è stato permesso di iscriversi all’università a spese dello Stato. Dietro al dichiarato tentativo di garantire alle casse pubbliche un risparmio meno che infinitesimale, si nasconde il desiderio di impartire una lezione, che denota nient’altro che odio di classe e avversione per ogni, pur minimo, tentativo di praticare una redistribuzione del reddito da chi ha molto a chi ha poco, dalle tasse del primo alla borsa di studio del secondo.

La proposta di Ichino e Terlizzese prevede anche che siano le Università stesse a farsi carico dei prestiti in questione, secondo la logica folle per cui, in questa maniera, gli Atenei avrebbero un incentivo in più a garantire percorsi di qualità e con maggiori probabilità di garantire ai propri studenti un lavoro ben remunerato. Lo sprone al miglioramento della didattica, quindi, dovrebbe passare per il timore dell’Università di non vedere mai la restituzione del prestito, cosa che si verificherebbe nel caso in cui lo studente non trovasse un lavoro o ne trovasse uno a basso salario. Allo stesso tempo, la disponibilità o meno di misure di (pseudo) supporto allo studio sarebbe subordinata in maniera cruciale alla disponibilità del singolo Ateneo ad assumersi il rischio di concedere un prestito e di affrontare il conseguente rischio di insolvenza dello studente. Il rischio, inoltre, sarebbe quello di borse concentrate in determinati percorsi universitari, verosimilmente quelli più tecnici e maggiormente cuciti addosso alle esigenze della classe padronale. Attraverso questo meccanismo l’istruzione diventerebbe pertanto ancor più legata a filo doppio alla professionalità: anziché un diritto, diverrebbe un mezzo necessario e vincolato all’attività lavorativa.

A corollario di questo progetto di attacco all’Università pubblica, gli autori invocano anche la rimozione dei vincoli che, ad oggi, impediscono agli Atenei di fissare rette inordinatamente alte e l’introduzione di una competizione tra Università per i migliori docenti, da attrarre tramite stipendi contrattati privatamente, al di fuori di vetuste – secondo gli autori – tabelle ministeriali. Non si tratta di misure particolarmente originali, ma semplicemente della riproposizione dei soliti echi di autonomia differenziata, con pochi  e ricchi poli di eccellenza, preferibilmente nelle aree avvantaggiate e più ricche del Paese, e il resto dell’Università pubblica abbandonata a se stessa.

Per giunta, con queste parole i due autori ci propinano, ancora una volta, un’idea del sistema economico stando alla quale migliori percorsi universitari sarebbero addirittura capaci di creare occupazione, aumentando le competenze e il grado di preparazione tecnica degli studenti (o, come piace dire a molti, accrescendo il capitale umano del Paese). Una visione del mondo che tuttavia fa a cazzotti con la realtà dei fatti. Gli ultimi dati Eurostat ci raccontano che 4 laureati su 10 in Italia fanno fatica a trovare un lavoro congruo al loro percorso a tre anni dal conseguimento del titolo. E non si tratta di una questione di scelte di piani di studio troppo naif, come la propaganda padronale vorrebbe farci credere: i dati OCSE ci mostrano come in Italia il 41% di coloro che possiedono un diploma di scuola superiore e/o un diploma di laurea triennale, abbia una formazione nell’area scientifica-tecnica, più di quanto accade in Germania (37%) e in Francia (35%).

Non ci voleva molto a capire, fin dall’intuizione di fondo, quanto la proposta Ichino-Terlizzese puzzasse di marcio. Ad un’attenta analisi, questa proposta, chiaramente ispirata al modello anglo-americano di finanziamento dello studio da restituire nei successivi 40 anni di lavoro, trasuda avversione di classe. Le borse di studio sono e devono restare uno strumento che permette di ridurre le difficoltà di accesso allo studio per chi non può permetterselo: sono, in altre parole, uno strumento pensato per non lasciar cristallizzare le differenze economiche e sociali tra ricchi e poveri, tra chi una laurea può comprarsela e chi, invece, non potrebbe nemmeno iscriversi al primo anno di Università.

Scuola e Università devono essere innanzitutto una possibilità per gli studenti di crescere dal punto di vista personale e sociale, nonché di sfamare la propria curiosità intellettuale. Questa proposta è uno dei tanti tentativi di declinare l’istruzione in formazione lavorativa, mettendola in questo modo al servizio del profitto. Istruzione e formazione, invece, dovrebbero restare ben separate, con la seconda che dovrebbe ricadere sulle spalle delle imprese. La battaglia contro lo sfruttamento si combatte anche nella scuola, e passa per il rifiuto di proposte classiste, come quella di Ichino, che vanno contro l’idea di un’Università libera, pubblica e accessibile a tutti.

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30/12/2020

Per Ichino ogni motivo è buono per licenziare i lavoratori

Il vaccino che non c’è, è la nuova arma di Ichino & Co. contro i dipendenti pubblici

Stiamo assistendo a una discussione assolutamente priva di senso sull’ipotesi di obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici. È una discussione priva di senso semplicemente perché affronta quello che, a oggi, è un problema inesistente.

Non essendo infatti ancora partita la campagna vaccinale, non esistono dati sui quali ragionare a proposito della necessità di imporre o meno la vaccinazione.

Al di là delle caratteristiche dei vaccini (immunità sterilizzante o meno) che ancora non conosciamo nel dettaglio, seppure l’Aifa si sia pronunciata in tal senso, il vaccino è un fondamentale strumento di prevenzione e sanità pubblica, e vaccinarsi è un atto di responsabilità, prima che verso se stessi, verso la collettività e i soggetti più fragili che non possono farlo. Il numero dei decessi e le limitazioni della libertà individuale e collettiva che stiamo soffrendo in questi giorni sono sufficientemente esplicativi del concetto.

Dopo tale necessaria premessa, va detto che in molti contesti si sono ottenuti ottimi risultati di adesione volontaria ai vaccini grazie a campagne di sensibilizzazione di cui da noi non c’è ancora traccia. Così come non è dato sapere quale sarà il piano di vaccinazione italiano, mentre in altri Paesi è già noto un calendario vaccinale nel quale i cittadini possono riconoscersi.

Ritardi davvero poco comprensibili e, questi sì, che rappresentano un elemento di preoccupazione rispetto alla realizzazione di una campagna di vaccinazione efficace e condotta in tempi adeguati.

Di questo si dovrebbe discutere e non di una ipotesi assolutamente priva di fondamento e dal carattere larvatamente strumentale assunto in virtù di alcuni volti noti che la stanno animando.

Per esempio il professor Ichino, le cui affermazioni hanno la caratteristica comune di essere prive di base scientifica. Facendo nostro il suo stesso metro di generalizzazione, ci sarebbe da aprire una seria discussione sulla qualità dei nostri docenti universitari.

Detto ciò, vogliamo invece ribaltare il piano della discussione e porre un quesito diverso all’attenzione del dibattito politico. Se i dipendenti pubblici sono finalmente riconosciuti come fondamentali, tanto da dover valutare la possibilità di sottoporli a vaccinazione obbligatoria, tale centralità dovrebbe essere per conseguenza riconosciuta contrattualmente, dal punto di vista salariale, delle condizioni di lavoro e in tema di diritti.

Parliamo di questo. Parliamo della funzione e del ruolo dei lavoratori pubblici nel nostro modello sociale. Parliamo del peso del settore pubblico e della centralità dello Stato emersi in modo così drammatico con la pandemia.

Altrimenti, cari professor Ichino & Co, è meglio tacere.

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22/06/2020

Il capitalismo alla rovescia di Pietro Ichino

Raramente la stampa quotidiana offre spunti di respiro così ampio da riuscire a rappresentare una visione complessiva del mondo in poche righe. L’intervista rilasciata da Pietro Ichino al quotidiano Libero pochi giorni fa ha questo grande merito. Tuttavia il vero e impareggiabile merito di Ichino in questa e altre esternazioni è quello di fornire una versione pura e senza fronzoli dell’ideologia liberista, aiutando così il lettore a comprendere quale sia il modello ultimo di società immaginato dai protagonisti, della lotta martellante condotta contro i lavoratori da parte di chi ne vuole l’eterno sfruttamento e da parte di chi, consapevolmente o meno, di questo eterno sfruttamento costruisce le impalcature, attraverso presunte giustificazioni teoriche.

L’intervista è un botta e risposta veloce su temi ampi, tutti incentrati sulla crisi economica attuale e sulle misure adottate dal Governo italiano per farvi fronte.

Al margine di aspetti di minore importanza, sono almeno cinque i temi economici cruciali affrontati da Ichino (e altrettante le relative soluzioni prospettate, che costituiscono l’armamentario classico del liberismo oltranzista):
1) la libertà di licenziamento vista come volano per l’occupazione;
2) la causa della disoccupazione rintracciata nella formazione inadeguata dei lavoratori;
3) la convinzione che lo Stato debba ritrarsi dall’economia e non sia capace di “fare l’imprenditore”;
4) l’idea che il sindacato debba integrarsi nell’impresa condividendone i destini;
5) il mito del lavoro agile a distanza come elemento di trasformazione della natura dei rapporti di lavoro dipendenti.
Per non citare altre postille qua e là gettate al vento nell’intervista senza nemmeno la fatica di un’argomentazione minima: inevitabilità di una nuova riforma pensionistica restrittiva; reddito di cittadinanza come disincentivo al lavoro; le tasse come nemico dell’economia; i pubblici dipendenti visti pregiudizialmente come scansafatiche.

La postilla che apre l’intervista è proprio quest’ultima. Senza nessuno sforzo argomentativo né la premura di citare evidenze o stime, Ichino lancia un attacco frontale allo smart working dei dipendenti pubblici intrapreso da questi ultimi nel periodo di chiusura legato all’epidemia: “nella maggior parte dei casi è stata solo una lunga vacanza pressoché totale, retribuita al cento per cento. Si sarebbe potuto almeno estendere a questi settori il trattamento di integrazione salariale, destinando il risparmio a premiare i medici e gli infermieri in prima linea, o a fornire i pc agli insegnanti, costretti a fare la didattica a distanza coi mezzi propri”. Parole che sprizzano livore gratuito verso milioni di persone costrette a lavorare in condizioni non semplici con mezzi improvvisati, difficoltà di gestione dei carichi familiari e ritmi talvolta più impegnativi di quelli ordinari. Per non parlare del mito delle risorse scarse per cui i risparmi conseguiti con un pagamento ridotto dei dipendenti pubblici tramite CIG avrebbero dovuto essere usati per altri fini superiori. Ma fin qui siamo solo al dileggio gratuito. Più in là emergono molto più chiaramente i pilastri della visione liberista del mondo.

Concentriamoci sui punti più importanti, che emergono con sorprendente chiarezza. Interrogato dall’intervistatore sul fatto che le imprese, in questa fase di crisi, non stanno sostanzialmente assumendo, Ichino risponde così: “Prima del lockdown, Anpal e Unioncamere censivano in Italia più di un milione di posti di lavoro qualificato o specializzato permanentemente scoperti per mancanza di persone adatte a ricoprirli. Ammettiamo pure che questa domanda insoddisfatta si sia ridotta del dieci per cento: basterebbe comunque a dimezzare la disoccupazione, o quasi, se fossimo in grado di attivare i percorsi necessari”. Siamo alla solita tiritera della disoccupazione spiegata dalle scarse qualità e capacità dei disoccupati. Milioni di laureati senza lavoro o con lavori precari pagati miseramente, insomma, non verrebbero assunti perché privi delle adeguate qualifiche. Come se il percorso formativo specifico, poi, non fosse parte integrante di un rapporto di lavoro. Un’impostura ideologica che nasconde le vere cause della disoccupazione di massa, ovvero la cronica carenza di domanda di merci e servizi.

Si passa poi all’elogio del licenziamento libero: “in tempi normali, il divieto (di licenziamento) è utile solo contro i licenziamenti discriminatori, di rappresaglia, o comunque dettati da motivi illeciti. Al di fuori di questo, può fare solo danni: non deve essere un giudice a sostituirsi all’imprenditore nelle scelte gestionali”.

Ricordiamo che in Italia sono previste tre tipologie di licenziamento legittime: giusta causa, giustificato motivo soggettivo e giustificato motivo oggettivo. Il primo è legato al verificarsi di comportamenti gravi di violazione dei propri doveri da parte del lavoratore (e non prevede preavviso), il secondo al verificarsi di comportamenti di manifesta inadempienza da parte del lavoratore, ma non così gravi da rientrare nella giusta causa, e il terzo alla presenza di crisi aziendale che rende impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro per l’azienda. Nel caso in cui il licenziamento sia ritenuto illegittimo (ovvero laddove non ricorra nessuno dei tre motivi previsti dalla legge) vi è l’obbligo da parte del datore di lavoro di reintegro sul posto del lavoro e indennizzo (dal Jobs Act in poi l’obbligo di reintegro è stato limitato al solo licenziamento illegittimo discriminatorio, stravolgendo la precedente disciplina). Il sogno dei liberisti è da sempre la totale liberalizzazione del licenziamento. In base a questo modo di pensare, i datori di lavoro dovrebbero poter licenziare senza alcuna giustificazione tranne l’onere di dimostrare che non ti stanno licenziando per il colore della pelle o perché incinta. Licenziamento libero e discrezionale, dunque, e indennizzo per il lavoratore senza alcun obbligo di reintegro. Questa la proposta di Ichino, che sogna il modello anglosassone dove il rapporto di lavoro è integralmente flessibile e i contratti a tempo indeterminato possono essere sciolti senza alcuna forma di tutela, fatti salvi irrisori indennizzi.

Sorvolando sullo “Stato che non sa fare il mestiere di imprenditore” e che dovrebbe quindi starsene fuori da qualsivoglia ruolo nell’attività economica, andiamo ad analizzare i due punti forse più cruciali e inquietanti dell’intervista.

Il sindacato, secondo Ichino, dovrebbe smettere di creare contrapposizioni e conflitti integrandosi nella missione dell’impresa e condividendone i destini nella buona e nella cattiva sorte. Qui siamo al corporativismo esplicito. Il linguaggio usato può sembrare criptico, ma il messaggio è chiaro: “io propongo la distinzione tra il sindacato alfa, quello tradizionale, che si considera “tutt’altro rispetto all’impresa”, e il sindacato omega, che invece ha come proprio obiettivo, dove possibile, quello di guidare i lavoratori nella negoziazione della scommessa comune con l’imprenditore sul piano industriale innovativo”.

Che un sindacato nasca come altro rispetto all’impresa è una semplice evidenza oggettiva che ne connota il ruolo storico e, sperabilmente, attuale. Il sindacato nasce per tutelare i lavoratori in posizione di subordinazione dall’esercizio dell’arbitrio assoluto da parte dei padroni. Ichino vorrebbe che “il sindacato guidasse i lavoratori nella scommessa comune con l’imprenditore sul piano industriale innovativo”. Sono parole che lasciano intendere un solo messaggio: i sindacati non devono intralciare l’impresa nei propri progetti mettendole i bastoni tra le ruote con le loro rigidità (rigidità = tutela dei posti di lavoro), ma devono assecondare i processi di trasformazione innovativa (innovazione = ristrutturazioni aziendali che spesso implicano stravolgimenti di organico, di ruoli, di orari, etc.). Insomma siamo di nuovo all’elogio della discrezionalità assoluta da parte dell’impresa, la quale, per giunta, dovrebbe essere assecondata da sindacati accondiscendenti che mirano a obiettivi comuni. Corporativismo!

Infine, veniamo alla parte in assoluto più inquietante del pensiero di Ichino. Quella che spaventa di più perché descrive un processo in atto che, durante la crisi da Covid-19 ha in qualche misura costituito una sorta di prova generale temporanea, ma che potrebbe tornare assai utile ai padroni nel tentativo di stravolgere i rapporti di lavoro nella direzione auspicata dal giuslavorista.

Riportiamo i passaggi dell’intervista per intero, incluse le domande dell’intervistatore:
Ancora in tema di intelligenza del lavoro: secondo lei si va verso la sparizione del lavoro dipendente?

Direi, piuttosto, che si va verso una forte dilatazione dell’area nella quale la struttura della prestazione di lavoro subordinato non è più distinguibile da quella del lavoro autonomo.

Può spiegare meglio?

Pensi al cosiddetto “lavoro agile” o smart working, nella sua versione più diffusa: cioè quella in cui la prestazione non è soggetta ad alcun vincolo temporale e la persona è responsabile soltanto del compimento di un determinato lavoro, cioè del risultato. Non c’è più lavoro misurato dallo scorrere del tempo, né eterodirezione.

Ma se il dipendente da remoto non lavora in maniera smart, come può difendersi l’imprenditore?

È necessario inventare una struttura e un sistema di protezione del lavoro dipendente compatibile con l’obbligo di risultato. È corretto vietare il licenziamento discriminatorio, ma negli altri casi la valutazione delle ragioni del licenziamento non può essere affidata al giudice. Bisogna partire dal presupposto che un imprenditore non si libera di un dipendente utile e operoso. Giusto subordinare il recesso a un indennizzo, ma non di 36 mensilità.
In dieci righe si condensa l’apoteosi del progetto liberista. Questa la narrazione: il lavoro oggi diviene agile, slegato dal posto fisico, e le mansioni possono essere svolte da casa tramite la rivoluzione telematica, senza vincoli di orario specifici. Si può persino parlare di fine della cosiddetta “eterodirezione” ovvero di quella caratteristica cruciale che definisce un lavoro subordinato e lo distingue dal lavoro autonomo imprenditoriale in senso stretto. Nello smart working nessuno ti segue con il bastone per verificare cosa tu stia facendo. Conta il risultato, non quanto tempo ci si impiega! Se sei smart, intelligente, capace, se sei così bravo magari da riuscire a lavorare mentre giochi con i figli il pomeriggio o mentre prepari la cena avrai tutto da guadagnare! Fin qui il mito.

La realtà, invece, è il ritorno strisciante di un lavoro a cottimo coperto dall’aura di libertà del “lavoro a distanza”, pagato sulla base del risultato voluto dai padroni. Un risultato raggiunto, come molte esperienze di smart working da tempo dimostrano, con orari di lavoro massacranti che rubano tempo alla vita portandosi il lavoro dentro le mura domestiche, fino ad orari improbabili, anche nelle ore notturne, e in condizioni di totale promiscuità tra vita personale e vita lavorativa. Apparente libertà che nasconde la peggiore delle schiavitù.

E affinché la schiavitù del lavoro smart a cottimo sia davvero compiuta, Ichino, come se non bastasse, batte ancora il martello sul suo chiodo fisso: la libertà di licenziamento. Se qualche impresa dovesse preoccuparsi della capacità effettiva di controllo sul lavoratore a distanza, niente paura: se non si portano i risultati richiesti si viene licenziati senza bisogno di tante dimostrazioni.

Il progetto così è compiuto. Nella favola di Ichino il lavoro dipendente diventa lavoro autoimprenditoriale, ciascuno è imprenditore di sé stesso e scompare il vincolo della subordinazione. Quella subordinazione che il lavoro smart-cottimo, invece, rafforza ed esaspera viene così nascosta dietro le apparenze della finta libertà di lavorare nel proprio salotto senza orari. La visione di Ichino, che rappresenta perfettamente l’immagine ultraliberista dell’economia di mercato, in cui ogni individuo è un atomo libero e sovrano e non esistono classi sociali e rapporti di subordinazione, rovescia in modo perfetto il mondo reale.

Nel mondo reale si assiste da molti anni, proprio al contrario, ad un allargamento delle maglie dei rapporti di subordinazione: sia attraverso la precarizzazione diretta del lavoro subordinato riconosciuto come tale, sia attraverso la proliferazione di figure fittiziamente autonome, sia attraverso l’impoverimento di parti di microimprenditoria individuale e familiare proletarizzata e sempre più subordinata alla spietata legge del mercato dominato dai grandi capitali. Nel mondo di Ichino e dei fanatici del libero mercato si starebbe, invece, producendo un allentamento del vincolo di subordinazione tradizionale in vista di una società di esseri umani liberi e flessibili. Ciò che nella realtà si manifesta come esasperazione del grado di dipendenza e semi-schiavitù viene plasticamente rappresentato come liberazione dalla dipendenza. Una orwelliana rappresentazione rovesciata che ha la chiara funzione di alimentare la divisione e l’individualizzazione dei bisogni in seno al vasto mondo dei subalterni, un mondo oggi parcellizzato e frammentato, ma sempre più ampio.

Per capire la realtà contemporanea e poter rilanciare un percorso di unità tra tutti coloro che sotto diverse modalità formali di rapporti di dipendenza subiscono impietosamente le conseguenze dell’economia capitalistica, è sufficiente rovesciare il rovesciamento di Ichino. Almeno per questo dovremmo ringraziarlo. La sua intervista, letta all’inverso, rappresenta un raro esempio di eccellente lezione di economia sui rapporti di produzione nel capitalismo!

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17/06/2020

Salasso del 20% per Professori e Impiegati pubblici, dice Ichino

Ieri mattina, dopo aver realizzato di essere in uno dei suoi incubi e non sul pianeta Terra, il Professore Pietro Ichino ha spedito un fax al giornale Libero (quello di carta) e ha chiesto un’intervista. I giornalisti lo hanno accontentato – un’intervista non si nega a nessuno, soprattutto a un professore universitario di una università occidentale (anche se con piazzamento da Stato delle Banane).

Dopo un’introduzione sulle solite ricette svedesi o danesi (ricette tradotte con google translate), e prima di sparare la notiziona, il Professore ha speso due parole sui lavoratori, argomento peraltro trattato accademicamente per una trentina di ore all’anno (paga al 100%) in Via Festa del Perdono 7, a Milano.

In autunno, dice (pietroichino.it), ci sarà un’ondata di licenziamenti. È invalutabile. Prorogare il blocco sarebbe un errore.

Apro una piccola parentesi. Il Prof, come nelle previsioni meteo radiofoniche, usa la terza persona per segnalare l’ineluttabilità dell’evento, evento naturale contro il quale non si può opporre resistenza umana. Il licenziamento – come la grandine – è inevitabile.

L’integrazione salariale (traduco: la cassa integrazione), dice, genera perversione e inerzia (traduco: i lavoratori intascano i soldi e se la spassano, e magari svolgono un altro lavoro aumm aumm). Insomma, dice Ichino, in questa Emergenza sono stati fatti alcuni errori, ma mai così tanti come nel Pubblico. Nelle Scuole, nei Comuni e nelle Regioni, nelle Agenzie fiscali, persino nelle Motorizzazioni civili, è trionfato l’opportunismo e l’irresponsabilità. Nella maggior parte dei casi, dice, per i dipendenti pubblici è stata una vacanza pressoché totale. Vacanza, pensate un po’, retribuita al 100%.

E invece, invece, dice Ichino, si sarebbe potuto estendere a questi lavoratori il trattamento di integrazione salariale (traduco: si sarebbero potuti mettere i lavoratori pubblici in cassa integrazione e dargli l’80% dello stipendio).

Ciò che stupisce in questa trovata è proprio il linguaggio parascientifico (anzi, paraculo). Il Prof, prigioniero del ruolo, dalle vette scientifiche e neutrali, sarà caduto nella «Verfallenheit.» Sarà sprofondato nella deiezione del «si», del «si dice», abbandonandosi a quel modo d’essere inautentico che, negli anni Trenta del Novecentesco, il filosofo esistenzialista identificava con il mondo banale della quotidianità e della pubblicità, ossia con quella dimensione di rapporti che è ancorata al «si» come a una sorta di soggetto neutro, impersonale («si» dice, «si» pensa, ci «si» diverte ecc.). Che è caratteristica di chi si muove nell’orizzonte della chiacchiera, della curiosità, dell’equivoco; equivoco e chiacchiera che sfociano (copincollo da wikipedia) in una sorta di estraneazione per cui il Prof. Ichino crede di realizzare la propria apertura al mondo, quando invece sta sguazzando nelle proprie deiezioni.

Mi sono fatto prendere la mano, e forse ho un po’ divagato. Se avessimo cassintegrato i dipendenti della Motorizzazione civile e delle Agenzie fiscali (e ovviamente i prof delle scuole) con il 20% di stipendi risparmiati, dice Ichino, avremmo potuto (virgolette) fornire i pc agli insegnanti, costretti a fare la didattica a distanza coi mezzi propri.

Se questa non è scienza, perlomeno è ragioneria.

E non venite a dire che il lavoro non c’è! Il lavoro c’è – non si fa trovare. La gente non è formata. Il lavoro si nasconde, bisogna saperlo cercare. Bisogna costringere i disoccupati – come hanno costretto il sottoscritto per due anni di fila – alla Flexicurity danese (anzi, lappone).

Bisogna mettere l’imbecille disoccupato italico nella mani di un vero job advisor, e fargli frequentare il corso di scrittura creativa «Curriculum europeo 1», e «Curriculum europeo 1 (corso avanzato)», e poi gettarlo per strada. A questo punto sarà il lavoro a uscire dal nascondiglio e a cercare l’istruito malcapitato. Parola di Pietro Ichino.

Se questo è il livello, preferisco fare il bidello – ma in telelavoro, magari per un’università telematica. E pensare che c’è gente che soffre ancora di disturbi del sonno per non avere superato il concorso per professore associato.

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26/01/2020

Ichino, Boeri e il paese della cuccagna

Da ormai un decennio viviamo i postumi di una massacrante crisi economica e finanziaria che ha lasciato strascichi incommensurabili. Il nostro paese, come l’intera periferia europea (e ormai anche le aree più ricche del continente), è investito da una crisi di portata storica: disoccupazione a due cifre, salari da fame, precarietà del lavoro, carenza di servizi pubblici e di adeguati ammortizzatori sociali. In questo scenario drammatico, tuttavia, emergono delle disparità territoriali che mostrano tutte le contraddizioni del sistema economico in cui viviamo. Nel caso dell’Italia, ad esempio, la disoccupazione al Sud si attesta al 18%, coinvolgendo circa 1 milione e mezzo di persone. Niente di comparabile a ciò che accade al Centro e al Nord dove, sebbene sostenuta, la disoccupazione si ‘ferma’ rispettivamente al 9 e al 7 percento. Stesso discorso qualora facessimo riferimento al reddito pro-capite: è infatti rilevante la forbice che esiste tra i circa 18mila euro medi della Calabria (la regione più povera) e i 38mila della Lombardia. Questo lo spaccato di un paese in cui la crisi e le successive politiche di austerità in ossequio ai vincoli europei hanno ampliato i differenziali tra individui residenti in diverse regioni, e, da Siracusa a Bolzano, fatto impennare disuguaglianza e disoccupazione.

Un paese diviso in due, quindi, che a qualcuno ha ricordato la storica divisione tra Germania Est e Ovest. Stiamo parlando di Pietro Ichino e Tito Boeri, due personaggi che hanno spesso fatto capolino tra le pagine del nostro blog, mai per prendersi complimenti. Ci raccontano, i due economisti, che Italia e Germania presentano simili caratteristiche in termini di divisione territoriale: in Italia, la produttività del lavoro è più alta al Nord che al Sud, così come accade in Germania, con l’Ovest più produttivo dell’Est. Tuttavia, nella ‘moderna’ Germania opererebbe un meccanismo di contrattazione decentralizzata – l’esatto contrario della contrattazione collettiva, che Ichino bollina come perversa – che permetterebbe di ‘allineare’ i salari alla produttività del lavoro, così da rendere più efficiente il processo di allocazione delle risorse e, magicamente, favorire la crescita economica. Detta così sembra una questione maledettamente tecnica (e potenzialmente di buone speranze), ma ricostruiamo l’Ichino-Boeri pensiero per capire che, purtroppo, le cose stanno peggio di quello che sembrano.

Ichino & Boeri partono da due constatazioni. In prima battuta, dal loro punto di vista ad oggi in Italia esiste un’uguaglianza nominale dei salari tra Nord e Sud potenzialmente dannosa: lo stipendio di un insegnante, quantificato come euro in busta paga, è lo stesso tra Nord e Sud, ma l’insegnante del Sud ha un potere di acquisto maggiore rispetto al suo omologo del Nord perché al Sud la vita costa meno (dice Ichino che un insegnante di scuola elementare guadagna in termini reali il 32% in meno a Milano rispetto a Ragusa...). In secondo luogo, al Sud i salari sarebbero, sempre stando all’Ichino-Boeri pensiero, troppo alti rispetto alla produttività: in proporzione ai loro colleghi del Nord, i lavoratori del Sud si approprierebbero di una fetta più grande di quella che gli spetterebbe, contribuendo così a determinare l’alta disoccupazione in quanto tutto ciò incentiverebbe i padroni a cercare lavoratori in nero. L’occupazione non sarebbe, stando a questa impostazione, determinata dalla domanda di beni e servizi (e dunque, specialmente in tempi di vacche magre, dall’orientamento delle politiche fiscali e degli investimenti pubblici): piuttosto, la presenza di disoccupazione dipenderebbe da un livello del salario reale troppo elevato che scoraggerebbe le imprese ad assumere. Pertanto, ridurre i salari consentirebbe di ridurre anche la disoccupazione. È questa la logica che ha animato tutte le riforme liberiste del mercato del lavoro dell’ultimo trentennio: contenere i salari per aumentare l’occupazione, una strategia ampiamente smentita sia dal punto di vista teorico che empirico. Ma torniamo a noi, e vediamo dove vogliono andare a parere Boeri e Ichino.

La principale implicazione di policy del lavoro dei due economisti, afferma Ichino, sarebbe la seguente: “Se consentissimo che i salari si possano determinare (…) a livello di ciascuna azienda e senza restrizioni su base nazionale, il risultato sarebbe un aumento dell’occupazione al Sud”. Si stima, nello studio in questione, che la decentralizzazione della contrattazione avrebbe un effetto positivo sull’occupazione del Sud del 13%, e, udite udite, un effetto positivo anche sulle retribuzioni (di circa 100 euro). Ma non dovevano scendere queste retribuzioni al Sud...? Sembrerebbe, tutto sommato, la panacea di tutti i mali, e a riprova di ciò, i due alfieri del liberismo portano l’esempio della moderna Germania, in cui alla contrattazione collettiva è stata sostituita quella decentralizzata. All’indomani dell’unificazione, infatti, vennero uguagliate le retribuzioni nominali su tutto il territorio. Tuttavia, secondo Ichino, i tedeschi si accorsero che “questa soluzione aveva difetti gravi” (sic!). Fu allora che venne adottato un sistema di contrattazione salariale più flessibile con l’introduzione delle ‘clausole di apertura’: di fatto, con questa riforma si permetteva alle imprese e ai sindacati di trovare accordi a livello aziendale che potevano uscire dai binari dei contratti nazionali. Il risultato? Beh, per quanto i divari retributivi in Germania si siano allargati in termini nominali (vale a dire che un operaio della Germania dell’Est percepisce in busta paga meno euro del suo omologo bavarese), nella prospettiva di Ichino & Boeri ciò avrebbe portato benefici ad entrambe le aree tedesche in quanto si sarebbero allineati quelli in termini reali, e questo avrebbe avuto effetti anche sugli stipendi pubblici (dice sempre Ichino che un insegnante tedesco guadagna in termini reali solo il 5% in più in Baviera rispetto alla Sassonia).

Ad Ichino fa eco proprio Boeri, il quale afferma, senza troppe giri di parole, che il profondo divario tra le regioni italiane ha una semplice spiegazione: rapportati ai prezzi e alla produttività, i salari sono troppo bassi al Nord e troppo alti al Sud, e ciò dipenderebbe dall’esistenza di una contrattazione collettiva su base nazionale. In sostanza, le stesse conclusioni a cui arriva il suo collega e coautore.

Un’Italia, dunque, dipinta come divisa in due sul piano territoriale con il solito obiettivo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri: giovani contro vecchi, precari contro ‘tutelati’, lavoratori del Nord contro lavoratori del Sud. Tutto, in barba alla realtà dei fatti, che ci racconta di una cronica emigrazione dal Sud al Nord del paese, dove gli standard di vita, le produzioni industriali e l’occupazione invece sono da sempre più alti.

Nessuna soluzione ‘progressista’ per uscire da questa situazione, quindi. Tutt’altro: l’esaltazione della contrattazione decentralizzata, delle logiche di mercato più spicciole al livello più basso possibile della partita distributiva. Ed ecco che, tanto per cambiare, la ricetta tedesca diventa buona anche per l’Italia: il Sud dovrebbe permetterebbe ai propri salari nominali di scendere, riallineandosi alla produttività e a livello dei prezzi. Così facendo, al Sud i salari in termini reali si ridurrebbero (in altri termini, ogni lavoratore vedrebbe diminuire il proprio potere d’acquisto) e le imprese delle aree più disagiate del paese sarebbero incentivate ad assumere lavoratori, contribuendo così a rilanciare occupazione e crescita economica. Come sarebbe possibile tutto ciò? Abolendo la contrattazione collettiva e lasciando che le retribuzioni siano determinate a livello aziendale, senza nessun ‘pavimento’ normativo o riferimento su base nazionale, frutto di anni di faticose lotte sindacali e operaie in cui si facevano le barricate per la difesa del lavoro e del salario. Così facendo dunque, i due economisti ci aiutano anche a gettare il velo che copre l’ipocrisia padronale e le proposte di politica economica che siamo abituati a sentire sbandierate su giornali e televisioni: diffondere la contrattazione aziendale, proposta spesso ammantata di tanti buoni propositi, non serve ad altro che ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori e favorire la riduzione dei salari. Ma, pur ammettendo che ciò avvenga, non è certo questo il viatico per aumentare l’occupazione.

Da un lato, recenti studi hanno dimostrato che i livelli salariali sono già inferiori al Sud di circa il 15-20% rispetto al Nord: reintrodurre le gabbie salariali pagando i lavoratori in base alla loro produttività su scala territoriale o aziendale non farebbe altro che aumentare questo differenziale, in quanto la produttività è già più bassa al Sud che al Nord, differenziale che riflette le diverse strutture produttive delle due aree del paese. Occorre inoltre precisare che, spostandoci appena al di fuori dallo schema più ortodosso di analisi economica, nessun economista si spinge a considerare la produttività del lavoro come esclusivamente dipendente dallo ‘sforzo’ del lavoratore, bensì una variabile connessa alle strategie di investimento delle imprese (se un’impresa investe in macchinari ad alto contenuto tecnologico, il lavoratore che li usa aumenterà il proprio prodotto per unità di tempo), del contesto in cui operano (presenza di strade, reti di comunicazione reali e informatiche, etc.) e da altri fattori di natura istituzionale. Questi elementi fanno sorgere un ulteriore problema di equità delle gabbie salariali: al Sud, tutti questi fattori (tecnologia, infrastrutture, etc.) latitano, contribuendo di fatto a frenare la crescita della produttività del lavoro.

Dall’altro, i servizi pubblici di cui un lavoratore del Sud dispone sono lungi dall’essere comparabili con quelli del Nord Italia. Se davvero vogliamo credere che le retribuzioni in termini reali siano più alte al Sud, la cronica mancanza di scuole, ospedali, strade e servizi di pubblica utilità non fa altro che peggiorare le condizioni materiali di un lavoratore del Mezzogiorno. In questa prospettiva, l’ultimo rapporto SVIMEZ, oltre a presentare un quadro esaustivo dei differenziali economici e sociali tra Nord e Sud, insiste sul fatto che lo Stato sta sistematicamente investendo meno nel meridione rispetto alle altre aree del paese (per il 2018 si calcolano 3,5 miliardi di investimenti in meno rispetto alle aree più ricche), contribuendo in questo modo ad aprire il divario con il Nord. Infine, in barba alla storiella dei ‘salari troppo alti’ al Sud, proprio nel rapporto SVIMEZ si indica che nel 2018 i consumi, sebbene stagnanti in tutto il Paese, sono cresciuti meno al Sud che al Nord (+0,2 contro il +0,7 nel resto del Paese), con il Mezzogiorno ancora al di sotto di 9 punti percentuali rispetto al livello di consumi del 2008, ad ulteriore conferma dell’anemica dinamica salariale. Del resto, viene da chiedersi perché se al Sud si sta così meglio e si percepiscono salari tanto più alti rispetto al Nord, i lavoratori del nord, ivi compresi Ichino e Boeri, non decidano di trasferirsi a Caltanissetta...

Ecco che allora la proposta dei due economisti, se spogliata dai tecnicismi di un’economia fintamente neutrale e dalla retorica dell’ammodernamento del Sud Italia, si presenta in tutta la sua veste demagogica e classista verso gli ultimi: siete meno produttivi, dovete pretendere di meno. È la frusta del padrone, il cui effetto sarebbe esacerbato, nella prospettiva di Ichino e Boeri, su scala aziendale.

Ma se ridurre i salari è il vero scopo dei due economisti, questo certo non servirebbe a risolvere la questione economica del Sud e in genere di tutto il paese. Quello che invece servirebbe per combattere disoccupazione e povertà (specialmente al Sud) è un intervento dello Stato in termini di sostegno diretto agli investimenti e all’occupazione, e una decisa politica di sostegno ai salari, invece che ridurli, che aiuterebbe a modificare la distribuzione iniqua del reddito e a dare sostegno alla domanda aggregata. Politiche incompatibili, quando non espressamente vietate, con l’assetto istituzionale dell’Unione Europea.

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20/06/2017

Ichino, il dittatore che odia gli scioperi

Uno che distrugge le istituzioni o la Costituzione dall’interno, conoscendone i meccanismi e gli equilibri, si chiama tecnicamente eversore. Ossia il contrario del sovversivo, del rivoluzionario che rovescia – o prova a farlo – l’ordine esistente per instaurarne uno diverso e più giusto. Dunque gli eversori sono intimamente reazionari, qualsiasi frasario adottino per meglio mascherare le proprie intenzioni. Manifestano insomma una mentalità golpista, in senso tecnico, perché vivono le istituzioni (di cui fanno parte integrante) come un impaccio per il dispiegamento della volontà propria. O, più di frequente, dei propri committenti. L’esempio classico è quello del golpe militare, con i generali e i colonnelli (parte integrante delle istituzioni, in funzione della loro difesa) che sostituiscono violentemente l’ordine costituzionale – sempre – per liberare le imprese dagli impacci del conflitto politico e sindacale, decurtando il profitto. Può avvenire su input interno o esterno (gli yankees sono storicamente maestri nell’ordinare golpe in casa d’altri), ma la radice classista è sempre la stessa: viva il libero mercato, abbasso la dittatura dei sindacati e della sinistra!

Con un linguaggio solo di pochissimo differente, Pietro Ichino si dedica da oltre 30 anni allo smantellamento sistematico delle tutele dei lavoratori, conquistate a prezzi durissimi in oltre venti anni di conflitto spesso anche sanguinoso (le varie polizie entrano in gioco, sparando, prima dei militari veri e propri). Lo fa con competenza tecnica notevole (è stato un giuslavorista della Cgil), accanimento eccezionale, falsificazionismo grossolano.

La sua ultima sortita, con un’intervista al Corriere della Sera, organo per eccellenza di quel che resta de “salotto buono” della grande imprenditoria nazionale, preannuncia un golpe contro il diritto di sciopero. A cominciare dai servizi pubblici. Sarebbe da stupidi credere all’argomentazione esibita (tutelare gli utenti dei servizi stessi), e quindi accettare una menomazione in un settore che salvaguardi tutti gli altri. Queste operazioni di revisione costituzionale – anche quando non presentate come tali – hanno effetto erga omnes, verso tutti i comparti del lavoro dipendente.

Chiaro anche l’obiettivo: impedire che gli scioperi siano addirittura proclamati, restringendo la titolarità ad indirlo alle sole organizzazioni “maggioritarie”. O, in seconda battuta, vincolandone la proclamazione ad un referendum preventivo tra tutti i lavoratori.

Questa seconda misura può sembrare tutto sommato “democratica”, ma solo se si accetta la finzione per cui siamo tutti formalmente uguali davanti a un voto. Nella realtà del lavoro quotidiano, anche e forse soprattutto nei servizi pubblici, le differenti mansioni e le corrispondenti differenze salariali creano livelli di conflittualità ovviamente disomogenee. Nella scuola, per esempio, può accadere che il personale tecnico-amministrativo abbia problemi differenti da quelli dei docenti e a maggior ragione dei presidi. Uno sciopero di questo personale può insomma avere motivazioni concretissime cui gli altri lavoratori della scuola sono tutto sommato estranei. Imporre che venga raggiunta una maggioranza tra tutti i lavoratori della scuola su uno sciopero riguardante soltanto gli Ata sarebbe di fatto un impedire la proclamazione dell’agitazione. Idem per il trasporto pubblico locale, dove autisti, operai della manutenzione e impiegati possono essere più o meno coinvolti a seconda del problema specifico.

Pericolosamente “di regime” la prima intenzione, quella di limitare il potere di indizioni ai soli sindacati “maggioritari” – in pratica a CgilCislUil – perché è evidente che una simile esclusiva tende a trasformare queste sigle in “sindacati di regime” riconosciuti come tali, proprio come il sindacato fascista dopo il “patto di Palazzo Vidoni” del 1925 («La Confederazione generale dell’industria riconosce nella Confederazione delle corporazioni fasciste e nelle Organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici”).

Una somiglianza che chiarisce di per sé il contenuto reazionario dell’operazione.

Tanto più che su tutto domina l’ostacolo posto dalla Costituzione repubblicana. La quale attribuisce al singolo lavoratore – e a nessuna organizzazione sindacale – l’esercizio del diritto di sciopero. La ragione di questa attribuzione è ovvia per chiunque abbia lavorato “sotto padrone”: ti devi poter difendere da pretese ingiuste dell’azienda anche se lì non è presente alcune sindacato (e ovviamente dovresti disporre, come prima che arrivasse Renzi, di una norma che impedisca al datore di lavoro di licenziarti perché scioperi; insomma, l’art. 18)...

Naturalmente, è sempre stato molto difficile per un singolo lavoratore decidere un’agitazione sindacale. Per questo sono nati i sindacati e, quando quelli storici si sono fatti “strumenti di concertazione”, ne sono nati altri, “di base”. Ma il diritto di sciopero resta in capo al singolo. Dunque, chi vuole “limitarlo” punta a una revisione costituzionale di fatto, magari senza toccare la Carta. Tanto, a impedire che sia un singolo a ribellarsi, bastano i banali rapporti di forza in azienda e la cancellazione dell’art. 18, no?

Tutto già noto e ampiamente scritto. Ma l’aspetto più infimo della retorica di Ichino sta nell’uso spudorato di parole ad effetto, tipo “contro la dittatura delle minoranze”. In effetti siamo tutti sottoposti da decenni a una dittatura delle minoranze. Alla dittatura di aziende guidate da pochissimi manager, di burocrazie europee e ministeriali politicamente non responsabili delle proprie azioni, di partiti politici che chiedono insistentemente di restringere l’area del consenso ai soli “pochi che sanno”. Li abbiamo sconfitti il 4 dicembre, ma stanno ancora lì. E ci proveranno finché campano...

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SCIOPERO NEI TRASPORTI: UNA NORMA CONTRO LA DITTATURA DELLE MINORANZE

In un settore nel quale anche l’astensione di una piccola frazione dei lavoratori può bloccare un’intera azienda o categoria, ostacolando anche il lavoro di tutte le altre, ha senso introdurre una regola di democrazia sindacale che vincoli la proclamazione a un requisito maggioritario.

Intervista a cura di Andrea Ducci, pubblicata sul Corriere della Sera del 18 giugno 2017 – In argomento v. anche il disegno di legge 14 luglio 2017 n. 2006 mio e di altri 25 senatori Pd e del Gruppo delle Autonomie; inoltre Contro gli scioperi che mortificano la capitale agli occhi del mondo, proposta avanzata dai sostenitori di Giachetti nel corso della campagna elettorale per il Comune di Roma, 1° giugno 2016, e il mio editoriale telegrafico Per la difesa del diritto di sciopero, contro lo sciopero del 7,5 per cento, del 10 agosto 2015

Senatore da più parti viene evidenziata l’urgenza di regolamentare il diritto di sciopero. Serve davvero un giro di vite?

Non si tratta di un “giro di vite”, ma di introdurre un principio di democrazia sindacale, come proposto anche dalla Commissione di Garanzia.

Democrazia sindacale in che senso?

Il mio disegno di legge – n. 2006/2015 – limita l’intervento al settore dei trasporti, perché in questo settore, assai più che in altri, l’astensione dal lavoro di una frazione relativamente piccola di lavoratori può bloccare l’intera azienda o l’intera categoria, e ostacola anche il lavoro di tutti i terzi: logica vuole dunque che la decisione grave dello sciopero sia presa a maggioranza, o quanto meno con il consenso di una minoranza qualificata.

Il referendum preventivo tra i lavoratori non è una soluzione troppo macchinosa?

È previsto dalle leggi tedesca, britannica, spagnola, e persino da quella greca: non sarebbe dunque certo una anomalia nel panorama europeo. La mia proposta, però, è che il referendum debba essere attivato solo quando a proclamare lo sciopero sia una coalizione sindacale che non possa considerarsi maggioritaria nell’azienda, o nel settore, secondo i criteri fissati nell’accordo interconfederale del 2014.

Oltre a questa, quali altre misure prevedono il suo disegno di legge e gli altri in discussione in Senato?

Il mio propone anche una disciplina dell’assemblea sindacale per tutto il settore dei servizi pubblici: il principio deve essere lo stesso che si applica per le ferie, cioè quello del contemperamento dell’interesse dei lavoratori o del sindacato con quello alla regolarità del servizio, che di regola non deve essere interrotto dall’assemblea. Il disegno di legge Sacconi prevede anche che nei servizi pubblici il lavoratore sia tenuto a dichiarare la propria adesione o no allo sciopero con almeno cinque giorni di anticipo.

Questa proposta di Sacconi in concreto è praticabile?

Certo che sì. Anzi, in un libro del 2005 sostenni che questo obbligo potesse già dedursi dalla regola vigente dal 1990, che impone l’informazione preventiva degli utenti. Se a questo obbligo sono vincolati il sindacato e l’impresa, perché mai non dovrebbero esservi assoggettati anche i singoli lavoratori? D’altra parte non c’è alcuna questione di segreto o di privacy, perché comunque la loro adesione o no allo sciopero alla fine è conoscibile da chiunque.

La riforma avviata nel 2015 è poi finita su un binario morto per ragioni politiche. Chi ha maggiore responsabilità all’interno della maggioranza?

In realtà, in questa legislatura qualche cosa si è fatto: mi riferisco all’assoggettamento del settore dei beni culturali alla disciplina generale dello sciopero nei servizi pubblici, a seguito di un episodio di chiusura improvvisa e indebita del Colosseo. Però, è vero, si sarebbe dovuto e potuto provvedere a un intervento più organico di completamento della disciplina della materia, soprattutto nel settore dei trasporti; invece ci si è limitati a proclamare la necessità di farlo in occasione delle emergenze più gravi. Su questo piano, tutta la nostra politica è responsabile della tendenza a muoversi, o a dire di volerlo fare, solo sotto la pressione delle emergenze.

Realisticamente quanto tempo occorre per ottenere una nuova regolamentazione degli scioperi?

Se il Governo e la maggioranza fanno propria le dichiarazioni dei giorni scorsi del segretario del Pd e del ministro dei trasporti Del Rio, le Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro del Senato possono sfornare il testo per l’Aula in quindici giorni. Un testo semplice, di quattro o cinque articoli in tutto, che potrebbe essere approvato in Aula anche prima della pausa estiva, poi dalla Camera prima della sessione di bilancio.

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19/06/2017

Se lo sciopero fa paura

Dedicando due pagine piene – la due e la tre – allo sciopero dei trasporti del giorno precedente, il Corriere della Sera di sabato 17 giugno lancia l’ennesima crociata contro il diritto di sciopero e di associazione sindacale. Decodificare il messaggio di fondo – cosa aspettiamo a metterli fuorilegge? – è facile, ma vale la pena di leggere fra le righe per approfondirne alcuni aspetti. Partiamo dai titoli. Il pezzo di sinistra, quello che fa la cronaca degli effetti dello sciopero, inalbera sopra il titolo a effetto “Città in coda aerei a terra”, un occhiello che apre così: “Lo sciopero delle sigle minori blocca i mezzi pubblici”, frase che contiene un evidente paradosso: se le sigle sono “minori”, come mai riescono a bloccare i mezzi pubblici e a raccogliere elevate percentuali di adesione da parte dei lavoratori (che a Palermo, rivela lo stesso articolo, hanno toccato il 78%)? Identica considerazione vale per il titolo della pagina di destra, che ospita una lunga intervista al presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi, Giuseppe Santoro Passarelli: “Bisogna impedire che un sindacatino fermi tutta l’Italia” (sindacatino? Ma allora come fa a fermare tutta l’Italia?).

Il vero problema, sul quale il Corriere glissa, è che “sigle minori” e “sindacatini”, a mano a mano che i lavoratori prendono atto dell’incapacità delle centrali confederali di difenderne gli interessi, tendono a rivolgersi a Cobas, Cub e Unione Sindacale di Base, tanto per citare le sigle più conosciute. Tutto ciò non si traduce direttamente in una massiccia trasmigrazione di iscritti dalle confederazioni storiche ai sindacati di base, ma fa sì che una percentuale significativa di iscritti alle prime – ma anche di lavoratori non iscritti ad alcuna sigla – rispondano agli appelli di lotta dei secondi. Un processo che, se da un lato autorizza Giorgio Cremaschi (ex dirigente nazionale Fiom passato alla Usb) a sperare nella rinascita di un vero sindacato di classe, dall’altro lato terrorizza i sacerdoti del pensiero unico liberista che monopolizzano le pagine del Corriere (e degli altri media di regime).

Costoro avevano sperato, grazie alla “domesticazione” di CGIL CISL e UIL e al loro allineamento agli interessi aziendali e alle politiche economiche dei governi liberisti, di poter ottenere con mezzi pacifici quell’annientamento totale della resistenza sindacale che la Tatcher ha realizzato attraverso un feroce scontro frontale. Ma ora che il discorso rischia di riaprirsi, non esitano a chiamare alle armi, e il presidente dell’Autorità “garante” (garante di chi?!) per gli scioperi risponde subito all’appello. Lo sciopero di ieri era legittimo, dichiara, perché rispettava le regole. E quindi? Quindi bisogna cambiare le regole in modo che non sia più tale! Il giornalista gli chiede se uno strumento per evitare gli scioperi “indisciplinati” potrebbe essere un referendum preventivo fra i lavoratori, ma Santoro Passarelli replica che così si rischia di “complicare le cose” (già: dopo il referendum Alitalia, per tacere di quello sulle riforme costituzionali, l’establishment non nutre più alcuna simpatia per questo strumento!). La soluzione? “Va stabilito il principio che non tutte le sigle sindacali possono proclamare lo sciopero, ma soltanto quelle che hanno una certa consistenza”.

Ma quale consistenza? Numero di iscritti o seguito reale? Vedrete che una formula per rendere gli scioperi di fatto (anche se non formalmente) illegali si troverà. Auspicabilmente con l’appoggio delle sigle confederali, a partire da quella CISL la cui segretaria, come ricorda compiaciuto Dario Di Vico nel commento a fianco dell’intervista, ha sprezzantemente liquidato come “populismo sindacale” il voto dei lavoratori Alitalia. CGIL e UIL prendano esempio dalla Furlan e, abbandonata ogni “pigrizia”, si facciano parte attiva per stroncare le iniziative dei “sindacatini”. Un vero grido di guerra, condito da un appello demagogico agli “interessi dei più deboli” vale a dire di precari e partite Iva che sono i più danneggiati da questi scioperi. Di Vico ci ammannisce questa litania un giorno sì e l’altro pure, come se i precari non fossero il prodotto – e le prime vittime – delle politiche economiche di cui proprio lui è uno dei più solerti piazzisti. Infatti, nello stesso articolo, gli scioperi contro le privatizzazioni vengono bollati come “ideologici”, dimenticando che l’ideologia delle privatizzazioni a ogni costo è quella che ci ha regalato i disastri di Ilva e Alitalia, servizi sempre più cari e inefficienti, disoccupazione, povertà e precarietà di massa. Ecco perché si vuole ridurre all’impotenza chi denuncia queste verità e incita alla ribellione.

Ps. All’atto di consegnare il pezzo leggo (“Diritto di sciopero, serve una norma contro la dittatura delle minoranze”, Corriere del 19 giugno) che l’ineffabile Pietro Ichino – assiduo promotore di una versione italiana del New Labour, nonché acerrimo nemico dei diritti dei lavoratori – difende, a differenza del garante, la soluzione del referendum preventivo che, assieme alla limitazione del diritto di assemblea sindacale, è un punto qualificante della sua “riforma degli scioperi” datata 2015 e finita su un binario morto. Cambiano le proposte tecnico giuridiche, ma l’obiettivo resta lo stesso: imitare l’Inghilterra del duo Tatcher-Blair (se possibile prima che Corbyn riesca a liquidare la loro eredità forcaiola).

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30/05/2017

A chi servono i giovani disoccupati

E’ noto che la disoccupazione giovanile in Italia si assesta intorno al 40% e in alcune regioni, soprattutto del Mezzogiorno, supera il 60%. E’ anche noto che, nonostante le politiche di sottofinanziamento delle Università, gran parte di questa popolazione ha un livello di istruzione molto alto, ed è anche noto che la disoccupazione giovanile in Italia dipende in larghissima misura dal fatto che la gran parte delle nostre imprese – di piccole dimensioni, poco innovative – non necessita di manodopera altamente qualificata.

I Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno impostato le loro politiche formative finalizzandole al depotenziamento della qualità dell’offerta di lavoro. E le hanno legittimate con la retorica dei giovani bamboccioni, choosy, non ‘occupabili’, quasi collocati in un limbo idilliaco di ozio a spese dalle loro famiglie: più tecnicamente è il welfare familiare – troppo generoso – a frenare la ricerca di lavoro.

Fra le tante dichiarazioni in tal senso, merita di essere ripresa quella rilasciata dal prof. Andrea Ichino – uno dei più accreditati economisti italiani, rilasciata al Resto del Carlino. Traendo spunto da un episodio di cronaca – i pochi candidati a un’offerta di posto di lavoro di RyanAir – il docente non esita a proporre la sua diagnosi, con le seguenti parole: “eppure se prima della notizia di oggi avrei detto che i giovani bolognesi, grazie alle tutele familiari, non sono disposti a muoversi per cercare lavoro lontano da casa come normalmente accade in altri Paesi, il caso di Ryanair mi segnala un problema ancor più profondo: il welfare familiare addirittura frena la ricerca di un lavoro, perfino quando viene offerto sulla soglia di casa”.

Si sorvoli pure sull’uso disinvolto del congiuntivo e ci si chieda: perché, dunque, tanta acrimonia nei confronti delle giovani generazioni?

Una ragionevole risposta risiede nella considerazione del fatto che, essendo mediamente molto istruiti, i giovani italiani tendono a rifiutare offerte di posti di lavoro in condizioni di sottoccupazione intellettuale, ovvero tendono a rifiutare di svolgere mansioni di livello inferiore rispetto a quelle acquisite a scuola o in Università. Il che confligge con l’obiettivo degli economisti che a vario titolo sono consulenti del Miur, dal momento che il loro obiettivo è fondamentalmente quello di depotenziare la qualità dell’offerta di lavoro per generare moderazione salariale: o meglio, per accentuarla, al fine di rendere “occupabile”, a qualunque condizione, la forza-lavoro giovanile.

In tal senso, la dichiarazione del prof. Ichino è rilevante e significativa per interpretare le apparenti follie delle politiche formative italiane. Sono apparenti follie dal momento che, in modo del tutto controintuitivo, riducono fondi alla ricerca scientifica, laddove la gran parte della ricerca economica stabilisce che la ricerca scientifica – e i flussi di innovazione che fanno seguito – costituisce il principale motore della crescita economica.

Ma sono appunto follie apparenti, perché – nel modello implicito di Ichino et alii – la crescita economica è trainata da bassi salari. I bassi salari accrescerebbero la competitività di prezzo delle nostre imprese, aumentando le esportazioni e attrarrebbero investimenti.

Vi sono due MA.

Innanzitutto le esportazioni italiane non aumentano via competitività di prezzo, o almeno non solo per quello. In altri termini, sono poche le imprese italiane che esportano e quelle che esportano lo fanno per l’elevata qualità del prodotto, non perché il prezzo è basso (si pensi ai beni di lusso). La qualità del prodotto è una variabile altrettanto rilevante, se non più rilevante del prezzo.

In secondo luogo, la compressione dei salari – oltre a comprimere la domanda interna, generando fallimenti e riduzione dell’occupazione soprattutto al Sud e soprattutto riferita ai giovani – non attrae investimenti. Su fonte Banca d’Italia, gli investimenti diretti esteri in Italia hanno un saldo netto negativo e sono molto differenziati fra Regioni: sono cioè maggiori i flussi di capitale in uscita rispetto a quelli in entrata. Cosa che può essere spiegata adducendo numerosi fattori, fra i quali la diffusa presenza della criminalità organizzata.

E c’è poi un problema, anzi IL problema. Anche se il modello non funziona, occorre reiterarlo forse perché un giorno funzionerà (e in quel giorno i disoccupati saranno di lungo periodo e, per effetti di isteresi, non più occupabili) e per farlo funzionare – o per sperare che funzioni – bisogna convincere i nostri giovani nullafacenti a lavorare. L’Italia del prof. Ichino non può permettersi tanta disoccupazione volontaria!

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19/10/2015

Libertà sindacali addio?

Diritto di sciopero e di assemblea nei servizi pubblici, e non solo. La contrattazione nazionale e la questione salariale. A che punto siamo...

Il mese di luglio 2015 (dopo l’assemblea sindacale dei lavoratori del sito archeologico di Pompei, con file di turisti in attesa che finisse, e dopo le iniziative di lotta dei lavoratori del trasporto pubblico di Roma, le une e le altre canagliescamente diffamate dall’informazione di regime) ha scatenato la libera uscita di avvoltoi governativi.

A settembre, poi, è toccato ai lavoratori del Colosseo di essere messi alla gogna come nemici dell’Italia, perché, dopo regolare preavviso, hanno fatto un’assemblea di 2 ore, su prospettive occupazionali, adeguamento dell’organico, pagamento di straordinari abbondantemente arretrati, salario accessorio.

“L’assemblea non doveva essere tenuta”, ha sbraitato in televisione Dario Franceschini, ministrucolo della cultura.

“I turisti sono stati in coda, come a luglio a Pompei, in attesa che l’assemblea finisse”, ha continuato a sbraitare, “e questo dà un’immagine negativa dell’Italia”.

Come se lui e il suo governo l’immagine dell’Italia all’estero, la dessero positiva.

E, con sacro furore totalitario, ha preso carta e penna e s’è messo a scrivere un decreto-legge per abbattere libertà sindacali, quali il diritto di sciopero e di assemblea, nei vari settori dei beni culturali (musei, siti archeologici, ecc.), da considerare, secondo lui, quali servizi pubblici essenziali.

Da trattare, cioè, come se fossero servizi ospedalieri.

I segretari di categoria della Cisl e della Uil hanno preso le distanze dai lavoratori in assemblea, aiutando così il governo Renzi nella approvazione di nuove norme antisindacali, delegittimando la RSU che l’aveva indetta, offrendo al governo la loro disponibilità a costruire insieme regole più restrittive di quelle vigenti per il diritto di sciopero e di assemblea, nonché riduttive del potere di contrattazione delle stesse RSU. E brave Cisl e Uil!

Di che meravigliarsi?

L’iniziativa di Franceschini è stata salutata da applausi scroscianti da parte dei nemici di lungo corso dei lavoratori, come i senatori Ichino e Sacconi (tutt’e due di area governativa: il primo in quota PD, il secondo, già socialista, poi forzista, oggi in quota NCD), i quali, tra l’altro, avevano già depositato in parlamento disegni di legge finalizzati a cancellare quel poco che esiste come diritto di sciopero e di assemblea in alcuni servizi pubblici, come quello dei trasporti.

Anzi, rispetto alla libertà di tenere assemblee, essi vanno più in là, perché vogliono colpire con norme liberticide tutto il mondo del lavoro, senza distinzione tra settori pubblici e settori privati.

Di che meravigliarsi?

Questo è il governo del decreto Poletti, che ha ingigantito la precarietà del lavoro rendendo infinito il calvario del lavoro a termine.

Questo è il governo del jobs act, che ha concesso ai padroni pieno arbitrio di licenziare i nuovi assunti, di demansionare chi lavora, di spiarlo con telecamere e strumenti di lavoro, quali cellulari e tablet; che ha precarizzato gli ammortizzatori sociali, quali la cassa integrazione e i contratti di solidarietà.

Questo è il governo che sta facendo riforme istituzionali che intendono sopprimere ogni libertà.

A luglio come a settembre, per rendere niente più che simbolico l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici, in particolare nel settore dei trasporti, si sono rispolverati disegni di legge (ddl), già presentati negli ultimi anni: quello del senatore Pietro Ichino nel 2009 e quello del compare Maurizio Sacconi nel 2014.

Anzi, Ichino, in buona compagnia di colleghe e colleghi del PD, ne ha presentato un altro (il ddl n. 2006) il 14 luglio di quest’anno.

L’accoppiata

Sacconi e Ichino - vi pare strano? - hanno avuto nella loro carriera esperienze sindacali nella Cgil.

Sacconi era entrato nella Fiom in gioventù, come dichiarò in una intervista del 2008 (quando divenne ministro del lavoro con l’ultimo governo Berlusconi per restarci fino al 2011, anno in cui in pieno agosto emanò il decreto legge n. 138 tuttora in vigore, che all’art. 8 prevede la deroga a livello di contrattazione aziendale di norme presenti nei contratti nazionali e nelle leggi), soprattutto perché voleva opporsi a quegli “estremisti dalla pancia piena” che, a suo dire, erano i giovani e meno giovani che nel “sessantotto” lottavano nelle fabbriche e nelle scuole, nei quartieri e nelle piazze.

Ichino dal 1969 al 1972 se l’era fatta con la Fiom come dirigente, per passare dal 1973 al 1979 a dirigere l’Ufficio legale della Camera del lavoro di Milano, facendosi lì le ossa per diventare un accademico, con tanto di docenza universitaria, in diritto sindacale e del lavoro. Chapeau, professore, anche per la sua abilità a non perdere occasione per sputare veleno sui lavoratori, come ha fatto nell’intervista rilasciata alla “Repubblica” dell’11 ottobre sul cosiddetto “salario minimo” e sulla fine della contrattazione nazionale: un esempio di politica sindacale di alta ispirazione democratica!!!

I due esimi moschettieri sono impegnati a combattere il diritto di sciopero, perché - nientemeno - hanno a cuore, come dichiarano senza vergognarsi, i diritti degli utenti dei servizi pubblici, terreno, come tutti gli altri settori lavorativi, di possibili scioperi.

Quando gli utenti sono oggetto di tasse a sovrattasse; di ticket sanitari più che esosi; di liste d’attesa di mesi e mesi per una visita specialistica o per un esame; di code e code nelle ore di punta alle fermate degli autobus; di mezzi di trasporto, compresi quelli ferroviari, che più sgangherati non si può (tant’è vero che viaggiano con ritardi spesso clamorosi o saltano corse su corse); di scuole e aule fatiscenti, in cui i lavori di restauro e manutenzione vengono rinviati all’infinito; quando gli utenti, che molto spesso non sono dei nababbi ma dei lavoratori dipendenti o dei disoccupati, si ritrovano di anno in anno sempre più senza diritti, alla mercé di gerarchie aziendali sempre più prepotenti nell’imporre condizioni di lavoro massacranti, senza una retribuzione sufficiente a vivere, senza lavoro e senza presente e nemmeno futuro - che dicono allora, questi signori, del sistema dei padroni e dei governi, i quali fanno di tutto per devastare socialmente, economicamente, giuridicamente l’esistenza di milioni e milioni di persone, utenti o non utenti che siano?

Tacciono, perché il sistema dei padroni è il loro sistema e perché i governi sono i loro governi e tanto più possono infierire sui lavoratori e sugli utenti, quanto più il diritto di sciopero diventa impraticabile, sottraendo ai lavoratori uno dei pochissimi strumenti che hanno per difendersi, per tutelarsi, per non diventare irrimediabilmente degli schiavi.

E a questa sottrazione pensano giorno e notte, maniacalmente, loro, i vari Ichino, i vari Sacconi, sorta di mercenari al servizio dell’oppressione dei lavoratori e dello sfruttamento del lavoro.

Ichino, il ri-costituente

Così, si arriva ai ddl per regolare il conflitto sindacale nei trasporti pubblici, perché, non Cgil, Cisl e Uil, che fanno “ricorso molto cauto e sorvegliato allo sciopero” (afferma la presentazione del disegno di legge Ichino), ma “i sindacati autonomi” o i “comitati spontanei” fanno “un uso molto aggressivo e spregiudicato” dello sciopero, esercitando così “un forte potere d’interdizione”.

Allora, non è più adeguata a disciplinare l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici la legge n. 146 del 1990, modificata e integrata con la legge n. 83 del 2000.

Ci vuole ben altro, ce lo chiedono i “padri costituenti” (ha il coraggio di affermare l’équipe Ichino), i quali hanno pensato lo sciopero “come strumento di lotta cui fare ricorso con grande misura e parsimonia”!!! E così l’art. 40 della Costituzione è servito: parola di Ichino.

Ne prendano atto i lavoratori del trasporto, quelli dei servizi di assistenza al volo, quelli dei servizi portuali e aeroportuali di terra, quelli di assistenza ai viaggiatori.

Così (prendiamo il ddl Ichino), nel settore dei trasporti lo sciopero aziendale può essere proclamato o da un sindacato o da una coalizione sindacale che abbia la maggioranza in azienda (qui si richiama la normativa prevista dal famigerato Testo Unico sulla rappresentanza sindacale stipulato da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil il 10/01/2014).

Altrimenti, si deve dare luogo a un referendum partecipato da almeno la metà dei lavoratori interessati, dal quale la proclamazione dello sciopero ottenga un numero di voti favorevoli superiore alla metà dei voti espressi.

Per la proclamazione dello sciopero in una pluralità di imprese, valgono norme analoghe a quelle stabilite per lo sciopero aziendale.

Se sia rimasto qualcosa del diritto di sciopero come diritto soggettivo in capo a ogni singolo lavoratore è di certo arduo affermarlo, con la conseguenza che il diritto di sciopero non appartiene più al lavoratore, ma è prerogativa esclusiva delle organizzazioni sindacali.

Ce n’è anche per l’assemblea, e per tutti

Sempre il ddl Ichino (intervenendo sull’art. 20 dello Statuto dei lavoratori) si occupa anche del diritto di assemblea sindacale in orario di lavoro, la cui richiesta dev’essere presentata (“salvi i casi di motivata urgenza”, ma chi lo stabilisce?), con almeno cinque giorni di anticipo rispetto al suo eventuale svolgimento, la cui collocazione temporale sarà comunque stabilita dal datore di lavoro tra il sesto e il decimo giorno dalla domanda.

Questa parte del ddl ha il sapore di rivolgersi a tutto il mondo del lavoro subordinato, ridimensionando gravemente il significato dell’assemblea, quale iniziativa improntata molto spesso alla necessità di affrontare collettivamente questioni, dibattere delle quali è cosa che non è possibile differire. Un po’ come dire che il ferro va battuto quando è caldo.

Già, ma nella logica aziendalistica per cui tutto va posto nell’ottica del raffreddamento e della conciliazione, l’assemblea deve essere depurata della funzione che potrebbe esserle assegnata di momento anche di protesta e quindi va collocata a distanza dalle problematiche che ne hanno fatto sorgere l’esigenza!

Quanto all’assemblea nel settore dei servizi pubblici (anche qui intervenendo sull’art. 20 dello Statuto dei lavoratori), il ddl stabilisce in generale che essa non può provocare l’interruzione del servizio pubblico (come è già per il trasporto pubblico locale), nel qual caso essa potrà svolgersi “in orario aggiuntivo”, con la “retribuzione ordinaria aggiuntiva corrispondente”. Che bravo, però, il professore!

Sapendo che la voglia di attaccare il diritto di sciopero in tutti i settori lavorativi è struggente negli ambienti del ministero del signor Poletti e nella Confindustria, non sarà il caso di cercare di mettere i piedi del movimento dei lavoratori su questa smania liberticida, che vede governo e padroni gareggiare a chi è più arrogante e forcaiolo?

Stavolta non possiamo restare a guardare, dobbiamo contrastare di brutto questo ulteriore passaggio di oppressione dei lavoratori e delle lavoratrici. Dobbiamo essere consapevoli che le sparate di Franceschini, già gravissime in sé, sono solo un tassello nel percorso governativo che mira a cancellare ogni diritto sindacale in tutto il mondo del lavoro subordinato.

Basta col ccnl, viva il “salario minimo”, viva Squinzi, viva Renzi!

Non possiamo restare a guardare, anche perché la “Banda Bassotti” confindustrial-governativa, inebriata dai successi finora riportati sul fronte del lavoro, in aggiunta alla cancellazione delle libertà sindacali è intenzionata ad espellere dal sistema delle relazioni sindacali quel poco che residua del contratto nazionale, dopo che Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e governo Ciampi l’avevano significativamente ridimensionato con l’accordo interconfederale del luglio 1993; e dopo che Cisl, Uil e Confindustria gli avevano assestato una ulteriore mazzata con l’accordo interconfederale del gennaio 2009, mentre la Cgil (prima con Epifani e poi con Camusso) se ne lamentò assai, ma l’accettò, salve poche eccezioni (per esempio, quella della Fiom), nella stipula della stragrande maggioranza dei rinnovi dei contratti nazionali di categoria.

Col “salario minimo” deciso dal governo (che, ci sarà da stare certi, “più minimo” non si potrà), il sistema delle imprese di ogni ordine e grado sarà messo al riparo dagli scioperi eventualmente necessari per rinnovare i contratti, perché l’aumento salariale sarà deciso fuori dalle relazioni sindacali, con metodi da regimi totalitari.

Così, saranno accolte in pieno le pretese di Confindustria, tutta protesa a liberarsi dall’impiccio di dovere rinnovare periodicamente i contratti nazionali, come sta avvenendo da tempo in diverse categorie e come Squinzi, il suo presidente, sta chiedendo da mesi a Cgil, Cisl e Uil, le quali cincischiano, sapendo che la cancellazione di fatto del contratto nazionale significa l’atto di morte formale della loro funzione, anche la più addomesticata.

Tanto meglio, quindi, che faccia tutto il governo, liberando i segretari generali dei tre sindacati dalla fastidiosa apposizione della loro firma in un accordo interconfederale sindacalmente liberticida. E poi c’è un copione a disposizione da sempre, quello che prevede qualche dichiarazione di protesta a mezzo stampa e TV e uno “sciopero generale” di qualche ora per far vedere (a chi?) che “ci siamo”.

L’obiettivo, dicono i “teorici” e i propugnatori del “salario minimo” per editto governativo, consiste nel rilanciare la contrattazione aziendale e quella territoriale, che oggi sarebbe ferma per la pesantezza dei salari conquistati con la contrattazione nazionale di categoria!!! E consiste nel rilanciare quella contrattazione integrativa, subordinandola a incrementi di produttività, perché qui l’Italia è col culo per terra rispetto alla concorrenza internazionale.

Non si dice, invece, che i salari del Belpaese sono tra i più bassi dei paesi “sviluppati” e che la capacità di essere competitive delle imprese italiane è tutta legata non solo ai vantaggi a loro garantiti da una dinamica salariale pressoché ferma, ma anche a quelli che i governi hanno loro assicurato/assicurano con la decontribuzione e la defiscalizzazione.

La legge di stabilità 2015 è chiara da questo punto di vista: miliardi alle imprese attraverso il “bonus” contributivo di euro 8.060 all’anno per 3 anni per ogni nuova assunzione a tempo indeterminato, più quelli relativi alla riduzione dell’IRAP, con tanto di massacro della spesa sociale, in termini di salassi al sistema sanitario, all’istruzione, al trasporto pubblico, ai servizi sociali.

E non si dice neppure che, in un sistema produttivo che ormai conosce livelli di sfruttamento del lavoro sempre più intensi e problematicamente intensificabili, la produttività non potrà che dipendere dall’innovazione tecnologica, cioè dagli investimenti, che ogni padrone non ha bisogno di effettuare finché gli dura la manna di sindacati confederali complici di una politica salariale al massimo ribasso e di governi che più confindustriali non si può quanto a elargizioni di tipo fiscale e contributivo. Manna confermata, stando alle anticipazioni, anche dalla legge di stabilità 2016.

Un trinomio da far saltare

Allora, il “salario minimo”, a meno di lotte diffuse e determinate per farlo sballare, resterà minimo, non solo per i dipendenti delle aziende (l’80% del totale), che la contrattazione decentrata non la conoscono da sempre, ma anche per quelli delle aziende dove esiste/è esistita, visto che da anni in moltissime di esse non solo non è più rinnovata, ma anche si sono azzerati, o quasi, i premi di risultato in cui consisteva/consiste.

Il “salario minimo” ha un vero obiettivo, quello di far precipitare il mondo del lavoro subordinato sempre più nella povertà, caposaldo, questo, del “nuovo modello di sviluppo” che nei decenni si è andato sempre più imponendo all’interno dell’economia globale e che ha ricevuto un impulso formidabile durante la crisi economica in corso da 7-8 anni, in modo spietato gestita dai governi e dalle imprese e co-gestita dai sindacati, compresi quelli confederali di casa nostra.

Povertà e schiavitù, insieme alla cancellazione dei diritti sindacali, in particolare quelli relativi allo sciopero e all’assemblea, sono il trinomio con cui il sistema economico intende governare il lavoro e la vita, oggi e nel futuro, di masse sterminate di lavoratori, non solo nel pubblico impiego, ma anche nel lavoro privato, compresi quelli dell’industria, i quali, se gli si lasciasse l’esercizio delle libertà sindacali, potrebbero fare il pensierino di usarle, anche massicciamente. Non sia mai!

Un trinomio che va fatto saltare, insieme agli strumenti repressivi di cui si avvale, quelli aziendali e quelli statuali, lavorando per una mobilitazione sul diritto di sciopero e di assemblea, sul ”salario minimo”, con cui stracciare l’agenda governativa/confindustriale e affermare la totale libertà di organizzazione e di azione sindacale, per andare a una stagione di lotte finalizzate all’uscita dalla miseria salariale e alla conquista generale di un salario dimensionato sui bisogni di chi lavora.

COBAS PISA

(14 ottobre 2015)


Fonte

05/10/2015

Sciopero e conflitto, al punto di svolta

Il limite del conflitto sindacale

Un tempo bisognava sforzarsi per capire cosa covasse nella testa dei padroni e dei loro attaché, altrimenti detta “la classe politica”. C'era una stampa differenziata, insomma pluralista per necessità di coprire un mercato delle opinioni abbastanza vasto. Superiore a uno, se non altro.

Oggi è tutto molto più semplice. Il programma delle iniziative legislative che devono prender corpo nel cosiddetto parlamento (la minuscola diventerà d'obbligo per tutti...) lo si può leggere con un certo anticipo negli editoriali della stampa padronale. Specie sotto la testata Corriere della Sera.

Enrico Marro ci presenta dunque la “riforma” del diritto di sciopero, proprio a ridosso di un riuscitissimo sciopero dei trasporti a Roma, confermato dalla sola Usb e revocato da Cgil-Cisl-Uil. Un giornalista serio, o almeno affezionato al proprio mestiere, si sarebbe posto una semplice domanda: “cavolo, se tutti i grossi lo hanno revocato e i dipendenti hanno scioperato lo stesso, sta succedendo qualcosa”. Per il redattore sindacale di un giornale che un giorno sì e l'altro pure tuona contro la “casta sindacale”, spiegando al colto e all'inclita come queste confederazioni non siano più in grado di rappresentare il mondo del lavoro, neanche quello considerato “garantito” (il trasporto pubblico, ancora in buone percentuali, può rientrare nella definizione), questa sarebbe stata l'occasione regina per dimostrare il teorema diffuso quotidianamente dal suo quotidiano.

E invece niente. Attacca il pezzo con la solita giaculatoria populista-qualunquista: “Ancora una volta uno sciopero proclamato da un sindacato minoritario riesce a fermare la metropolitana nella capitale. Ancora una volta di venerdì. Ancora una volta lasciando un profondo senso di rabbia e impotenza nei cittadini vittime di questi disagi”. Se avesse ancora timore dei lettori, non avrebbe scritto neanche la prima riga: come può esser definito “minoritario” un sindacato che riesce ad ottenere un consenso dei lavoratori tale da bloccare la capitale?

Se guardiamo al numero degli iscritti dell'Usb in Atac e Tpl (frutto di una “privatizzazione” dei trasporti destinati alle periferie, di cui al Comune e al Corriere non frega assolutamente nulla), certamente non è il più numeroso.

Ma se la sua iniziativa ha raccolto così tante adesioni (che ci auguriamo si trasformino presto in iscrizioni, a questo punto), vuol dire che i dipendenti delle due società hanno problemi serissimi – a ogni sciopero ci si rimette una giornata di lavoro lorda, ossia una cifra superiore allo stipendio netto giornaliero – e che i sindacati “ufficiali” non riescono a risolvere. E Marro lo sa benissimo, perché scrive “Alla base delle proteste il mancato rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da ben otto anni. Nella capitale, con l’aggravante che a circa un migliaio di lavoratori di Roma Tpl, consorzio di aziende private che gestisce parte del trasporto, non veniva più pagato lo stipendio da luglio. Motivi seri, dunque. E responsabilità pesanti dei datori di lavoro e dell’amministrazione capitolina”.

Solo che questi motivi seri non sono sufficienti per Marro e il blocco di potere proprietario del Corriere. Anzi, non contano assolutamente nulla davanti al “diritto alla mobilità”. È un vecchio gioco retorico, così vecchio che ci si stupisce funzioni ancora. Se però hai il monopolio dell'informazione pubblica, a parte qualche rivolo di contestazione confinato al web, puoi ripeterlo all'infinito. Come consigliava il giornalista Goebbels, “mentite, mentite, qualcosa resterà” nella testa dei bombardati.

Diritti contro diritti


Diritti dei lavoratori contro diritti dei cittadini, dunque. Questo è lo schema retorico che prepara il prossimo assalto al diritto di sciopero. Che essendo tutelato dalla Costituzione – finora – non può essere cancellato, ma solo regolato in modo così stringente da renderlo quasi impossibile. Quasi, naturalmente, perché i lavoratori e chi sa rappresentarli sa essere paziente e attraversare tutti i reticolati.

Anche questa “severità legislativa” è ben nota a Marro, come a tutti i redattori sindacali di tutti i giornali. “L’Italia, fin dal 1990, si è dotata di una legge, la 146 sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, per molti versi avanzata e severa, se confrontata a livello internazionale. Nel nostro Paese non sono possibili scioperi ad oltranza, improvvisi, totali. Serve un preavviso, devono essere garantiti dei servizi minimi, vanno rispettati intervalli di tempo tra un’astensione del lavoro e la successiva, non sono possibili sovrapposizioni che paralizzino funzioni fondamentali della vita collettiva (nei trasporti, per esempio, non possono scioperare insieme treni e aerei). La legge ha cioè cercato di «contemperare», come dissero allora gli autori della normativa tra i quali Gino Giugni, il diritto allo sciopero tutelato dalla Costituzione e i diritti dei cittadini e degli utenti di vedersi assicurati servizi fondamentali (dai trasporti alla salute all’istruzione) anch’essi tutelati dalla Carta fondamentale. Del resto, lo stesso articolo 40 della Costituzione dice che «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».

Ricapitoliamo: da 25 anni, passo dopo passo, si è modificata la legislazione sul diritto di sciopero, ponendo paletti così numerosi che in altri paesi europei ci guardano addirittura con preoccupazione (lo sciopero a oltranza è normale in Germania, Francia, Gran Bretagna, ecc, e nessuno lì chiede neanche il rispetto dei “servizi minimi” o delle “fasce di garanzia”). Ma la gestione delle aziende di servizio pubblico è talmente disastrata, affidata com'è a portaborse e clientes, che la conflittualità si è mantenuta comunque alta. E si somma, nella percezione dei cittadini, alle molte disfunzioni (autobus e treni rotti, soffitti che crollano, voragini che si aprono, persino aggressioni agli autisti, ecc.) che rendono i servizi pubblici complessivamente un disastro.

È un vecchio gioco anche questo. Talmente vecchio da essere stato formulato addirittura in forma di legge teorica: prima riduci gli investimenti, poi riduci gli stipendi, così distruggi la funzionalità del servizio e, quando gli utenti si esasperano, puoi privatizzarlo. Ossia regalarlo a qualche cordata di amici degli amici, o persino a qualcuno del “mondo di mezzo”.

Questo, stavolta, a Marro non interessa. Si concentra solo sul diritto di sciopero che – “purtroppo” deve esser rimasto nella penna – non si può vietare.

Il sequestro della rappresentanza

Ma in parlamento è già depositata la soluzione, anzi due: “quella dell’ex ministro Maurizio Sacconi (Area popolare) e quella del giuslavorista Pietro Ichino (Pd), affrontano il problema, prevedendo, limitatamente al settore dei trasporti pubblici, che lo sciopero possa essere proclamato da sindacati che rappresentino la maggioranza dei lavoratori (o comunque una soglia minima), altrimenti sarebbe necessario sottoporre la proposta al referendum tra tutti i lavoratori interessati; una regola presente, sottolinea lo stesso Ichino, in Germania, nel Regno Unito, in Spagna”.

Vi diciamo già ora che sceglieranno di affidare il “diritto di proclamazione” degli scioperi ai soli sindacati “complici” (Cgil, Cisl e Uil). Che infatti non ne fanno più (anche quando li proclamano, li revocano al primo incontro, pure se completamente privo di risultati, come avvenuto proprio a Roma sulle vertenze Atac e Tpl, mercoledì scorso).

Perché sceglieranno questa soluzione? Perché “altrimenti sarebbe necessario sottoporre la proposta al referendum tra tutti i lavoratori interessati”. E c'è sempre il rischio che questi ultimi – i veri e unici titolari del diritto a contrattare e scioperare in difesa delle proprie condizioni di lavoro e salariali – siano meno “disponibili” di Camusso-Furlan-Barbagallo o imitazioni categoriali.

Popolo contro tecnocrati padronali

Le intenzioni del nemico sono insomma chiare. Come si combatte questa battaglia? A noi sembra evidente che sia molto difficile riuscire a vincere organizzando “soltanto” la grande maggioranza dei lavoratori di una o più categorie (che già sarebbe un risultato eccezionale). Anche la categoria più numerosa e vitale, infatti, si troverebbe comunque davanti a un muro di cemento che, al tempo stesso, prova a rovesciarle “la cittadinanza” contro. Media e tv, giornalisti come Marro o peggio, aizzeranno “il popolo” contro una sua parte.

La via da seguire, difficile ma non impossibile, è quella indicata dalla giornata di venerdì a Roma. Dove si è costruito un primo abbozzo di mobilitazione unitaria tra categorie di lavoratori dei servizi e rappresentanze sociali della “cittadinanza”. Bisogna fare di più e meglio, ovviamente. Ma da qui bisogna partire per costruire ex novo quell'unità del blocco sociale “nostro”, senza cui non si va più da nessuna parte.

Gli autisti e i tranvieri, i macchinisti e i capitreno, ed anche le maestre, le infermiere e i portantini, dovranno smettere per sempre di considerare la difesa dei propri diritti come un fatto di categoria, quasi “personale”.

E i comitati di quartiere, i centri sociali, le aggregazioni locali d'ogni genere, le associazioni di “consumatori” in senso largo dovranno smettere di pensare ai propri diritti specifici come un fatto acquisito che tocca a qualcun altro soddisfare, magari a scapito o nell'indifferenza per i diritti altrui.

Perché è senz'altro vero che mettere i diritti dei lavoratori contro i diritti dei cittadini è una bastardata da infami. Ma bisogna ritrovarsi gli uni davanti agli altri, lavoratori e “cittadini”, per scoprire ex novo che nella metropoli delle identità labili siamo tutti un momento una cosa e il momento dopo l'altra; lavoratori dipendenti, clienti, malati, studenti, pensionati, passeggeri...

E che abbiamo contro, ben nascosti in uffici irraggiungibili – persino per il “commissario anticorruzione”, a quanto pare – tagliatori di spese e di teste, di servizi e di diritti, che guadagnano in proporzione diretta alla quantità di cose che ci tolgono, obbedendo all'imperativo dell'austerità, in nome e per conto del governo e della Troika.

Tutte cose già scritte nei libri, è vero. Ma bisogna dirsele in faccia, scoprirle nella nostra vita quotidiana di oggi, per vedere nell'altro – di volta in volta l'autista, lo spazzino, lo studente, il degente, l'infermiere, l'occupante di casa, il passeggero, il sindacalista conflittuale e chiunque altro stia nel mondo di sotto – noi stessi. E in quelli di sopra, con l'aiuto criminale del mondo di mezzo e quello soporifero del sindacato complice, il nostro comune nemico. Quello che ci sfrutta, ci toglie i servizi di trasporto, le cure e le prestazioni diagnostiche, la casa e la scuola, il salario, le pensioni e la dignità sul lavoro.

Un passo non è ancora un cammino. È urgente che lo schieramento sociale che era in piazza venerdì lo capisca subito. E agisca di conseguenza.

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21/09/2015

Tomaselli (Usb): "proclamiamo uno sciopero in difesa del diritto di sciopero"

Il sole 24 ore stamattina annunciava la presentazione da parte da Ichino e soci di un disegno di legge di definitivo affossamento del diritto di sciopero. Per tutto il giorno i media hanno utilizzato in maniera assolutamente strumentale ed inaccettabile l'indizione di un'assemblea unitaria dei lavoratori del Ministero Beni Culturali che ha chiuso per due ore i principali siti museali romani per lanciare l'intenzione di Renzi d'introdurre ulteriori restrizioni già da oggi pomeriggio in consiglio dei ministri.

Che piovesse si sapeva, che grandinasse si poteva prevedere.

Lo scontro tra capitale e lavoro non ha mai visto, dalla liberazione, il lavoro in una condizione di sconfitta come quella attuale. La mancanza di conflitto generale sulle trasformazioni, sulle scelte economiche, sull'etero direzione dell'Unione Europea, della BCE, del Fondo Monetario Internazionale, l'abbandono di fatto di ogni forma di resistenza alle continue aggressioni ai diritti del mondo del lavoro hanno spianato la strada ad un incessante e continuo affondo per destrutturare definitivamente ogni forma di resistenza collettiva. Non parliamo di emancipazione, di crescita dei diritti, di lotte, parliamo dell'incapacità di resistere!

Siamo nella necessità di riflettere, e rapidamente, su come affrontare questa valanga di ulteriori restrizioni al diritto di sciopero e al conflitto che si preannuncia. Non possiamo permettere che ci tolgano gli strumenti democratici del confronto tra capitale e lavoro senza lottare, senza opporci, senza praticare lo sciopero.

Ci permettiamo di avanzare una proposta a tutti coloro che come noi ritengono indispensabile organizzare la risposta: proclamiamo uno sciopero in difesa del diritto di sciopero, pratichiamo al più presto lo strumento che ci vogliono togliere altrimenti il conflitto entrerà in clandestinità e con esso la tutela collettiva dei lavoratori.
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