Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/10/2015

Libertà sindacali addio?

Diritto di sciopero e di assemblea nei servizi pubblici, e non solo. La contrattazione nazionale e la questione salariale. A che punto siamo...

Il mese di luglio 2015 (dopo l’assemblea sindacale dei lavoratori del sito archeologico di Pompei, con file di turisti in attesa che finisse, e dopo le iniziative di lotta dei lavoratori del trasporto pubblico di Roma, le une e le altre canagliescamente diffamate dall’informazione di regime) ha scatenato la libera uscita di avvoltoi governativi.

A settembre, poi, è toccato ai lavoratori del Colosseo di essere messi alla gogna come nemici dell’Italia, perché, dopo regolare preavviso, hanno fatto un’assemblea di 2 ore, su prospettive occupazionali, adeguamento dell’organico, pagamento di straordinari abbondantemente arretrati, salario accessorio.

“L’assemblea non doveva essere tenuta”, ha sbraitato in televisione Dario Franceschini, ministrucolo della cultura.

“I turisti sono stati in coda, come a luglio a Pompei, in attesa che l’assemblea finisse”, ha continuato a sbraitare, “e questo dà un’immagine negativa dell’Italia”.

Come se lui e il suo governo l’immagine dell’Italia all’estero, la dessero positiva.

E, con sacro furore totalitario, ha preso carta e penna e s’è messo a scrivere un decreto-legge per abbattere libertà sindacali, quali il diritto di sciopero e di assemblea, nei vari settori dei beni culturali (musei, siti archeologici, ecc.), da considerare, secondo lui, quali servizi pubblici essenziali.

Da trattare, cioè, come se fossero servizi ospedalieri.

I segretari di categoria della Cisl e della Uil hanno preso le distanze dai lavoratori in assemblea, aiutando così il governo Renzi nella approvazione di nuove norme antisindacali, delegittimando la RSU che l’aveva indetta, offrendo al governo la loro disponibilità a costruire insieme regole più restrittive di quelle vigenti per il diritto di sciopero e di assemblea, nonché riduttive del potere di contrattazione delle stesse RSU. E brave Cisl e Uil!

Di che meravigliarsi?

L’iniziativa di Franceschini è stata salutata da applausi scroscianti da parte dei nemici di lungo corso dei lavoratori, come i senatori Ichino e Sacconi (tutt’e due di area governativa: il primo in quota PD, il secondo, già socialista, poi forzista, oggi in quota NCD), i quali, tra l’altro, avevano già depositato in parlamento disegni di legge finalizzati a cancellare quel poco che esiste come diritto di sciopero e di assemblea in alcuni servizi pubblici, come quello dei trasporti.

Anzi, rispetto alla libertà di tenere assemblee, essi vanno più in là, perché vogliono colpire con norme liberticide tutto il mondo del lavoro, senza distinzione tra settori pubblici e settori privati.

Di che meravigliarsi?

Questo è il governo del decreto Poletti, che ha ingigantito la precarietà del lavoro rendendo infinito il calvario del lavoro a termine.

Questo è il governo del jobs act, che ha concesso ai padroni pieno arbitrio di licenziare i nuovi assunti, di demansionare chi lavora, di spiarlo con telecamere e strumenti di lavoro, quali cellulari e tablet; che ha precarizzato gli ammortizzatori sociali, quali la cassa integrazione e i contratti di solidarietà.

Questo è il governo che sta facendo riforme istituzionali che intendono sopprimere ogni libertà.

A luglio come a settembre, per rendere niente più che simbolico l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici, in particolare nel settore dei trasporti, si sono rispolverati disegni di legge (ddl), già presentati negli ultimi anni: quello del senatore Pietro Ichino nel 2009 e quello del compare Maurizio Sacconi nel 2014.

Anzi, Ichino, in buona compagnia di colleghe e colleghi del PD, ne ha presentato un altro (il ddl n. 2006) il 14 luglio di quest’anno.

L’accoppiata

Sacconi e Ichino - vi pare strano? - hanno avuto nella loro carriera esperienze sindacali nella Cgil.

Sacconi era entrato nella Fiom in gioventù, come dichiarò in una intervista del 2008 (quando divenne ministro del lavoro con l’ultimo governo Berlusconi per restarci fino al 2011, anno in cui in pieno agosto emanò il decreto legge n. 138 tuttora in vigore, che all’art. 8 prevede la deroga a livello di contrattazione aziendale di norme presenti nei contratti nazionali e nelle leggi), soprattutto perché voleva opporsi a quegli “estremisti dalla pancia piena” che, a suo dire, erano i giovani e meno giovani che nel “sessantotto” lottavano nelle fabbriche e nelle scuole, nei quartieri e nelle piazze.

Ichino dal 1969 al 1972 se l’era fatta con la Fiom come dirigente, per passare dal 1973 al 1979 a dirigere l’Ufficio legale della Camera del lavoro di Milano, facendosi lì le ossa per diventare un accademico, con tanto di docenza universitaria, in diritto sindacale e del lavoro. Chapeau, professore, anche per la sua abilità a non perdere occasione per sputare veleno sui lavoratori, come ha fatto nell’intervista rilasciata alla “Repubblica” dell’11 ottobre sul cosiddetto “salario minimo” e sulla fine della contrattazione nazionale: un esempio di politica sindacale di alta ispirazione democratica!!!

I due esimi moschettieri sono impegnati a combattere il diritto di sciopero, perché - nientemeno - hanno a cuore, come dichiarano senza vergognarsi, i diritti degli utenti dei servizi pubblici, terreno, come tutti gli altri settori lavorativi, di possibili scioperi.

Quando gli utenti sono oggetto di tasse a sovrattasse; di ticket sanitari più che esosi; di liste d’attesa di mesi e mesi per una visita specialistica o per un esame; di code e code nelle ore di punta alle fermate degli autobus; di mezzi di trasporto, compresi quelli ferroviari, che più sgangherati non si può (tant’è vero che viaggiano con ritardi spesso clamorosi o saltano corse su corse); di scuole e aule fatiscenti, in cui i lavori di restauro e manutenzione vengono rinviati all’infinito; quando gli utenti, che molto spesso non sono dei nababbi ma dei lavoratori dipendenti o dei disoccupati, si ritrovano di anno in anno sempre più senza diritti, alla mercé di gerarchie aziendali sempre più prepotenti nell’imporre condizioni di lavoro massacranti, senza una retribuzione sufficiente a vivere, senza lavoro e senza presente e nemmeno futuro - che dicono allora, questi signori, del sistema dei padroni e dei governi, i quali fanno di tutto per devastare socialmente, economicamente, giuridicamente l’esistenza di milioni e milioni di persone, utenti o non utenti che siano?

Tacciono, perché il sistema dei padroni è il loro sistema e perché i governi sono i loro governi e tanto più possono infierire sui lavoratori e sugli utenti, quanto più il diritto di sciopero diventa impraticabile, sottraendo ai lavoratori uno dei pochissimi strumenti che hanno per difendersi, per tutelarsi, per non diventare irrimediabilmente degli schiavi.

E a questa sottrazione pensano giorno e notte, maniacalmente, loro, i vari Ichino, i vari Sacconi, sorta di mercenari al servizio dell’oppressione dei lavoratori e dello sfruttamento del lavoro.

Ichino, il ri-costituente

Così, si arriva ai ddl per regolare il conflitto sindacale nei trasporti pubblici, perché, non Cgil, Cisl e Uil, che fanno “ricorso molto cauto e sorvegliato allo sciopero” (afferma la presentazione del disegno di legge Ichino), ma “i sindacati autonomi” o i “comitati spontanei” fanno “un uso molto aggressivo e spregiudicato” dello sciopero, esercitando così “un forte potere d’interdizione”.

Allora, non è più adeguata a disciplinare l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici la legge n. 146 del 1990, modificata e integrata con la legge n. 83 del 2000.

Ci vuole ben altro, ce lo chiedono i “padri costituenti” (ha il coraggio di affermare l’équipe Ichino), i quali hanno pensato lo sciopero “come strumento di lotta cui fare ricorso con grande misura e parsimonia”!!! E così l’art. 40 della Costituzione è servito: parola di Ichino.

Ne prendano atto i lavoratori del trasporto, quelli dei servizi di assistenza al volo, quelli dei servizi portuali e aeroportuali di terra, quelli di assistenza ai viaggiatori.

Così (prendiamo il ddl Ichino), nel settore dei trasporti lo sciopero aziendale può essere proclamato o da un sindacato o da una coalizione sindacale che abbia la maggioranza in azienda (qui si richiama la normativa prevista dal famigerato Testo Unico sulla rappresentanza sindacale stipulato da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil il 10/01/2014).

Altrimenti, si deve dare luogo a un referendum partecipato da almeno la metà dei lavoratori interessati, dal quale la proclamazione dello sciopero ottenga un numero di voti favorevoli superiore alla metà dei voti espressi.

Per la proclamazione dello sciopero in una pluralità di imprese, valgono norme analoghe a quelle stabilite per lo sciopero aziendale.

Se sia rimasto qualcosa del diritto di sciopero come diritto soggettivo in capo a ogni singolo lavoratore è di certo arduo affermarlo, con la conseguenza che il diritto di sciopero non appartiene più al lavoratore, ma è prerogativa esclusiva delle organizzazioni sindacali.

Ce n’è anche per l’assemblea, e per tutti

Sempre il ddl Ichino (intervenendo sull’art. 20 dello Statuto dei lavoratori) si occupa anche del diritto di assemblea sindacale in orario di lavoro, la cui richiesta dev’essere presentata (“salvi i casi di motivata urgenza”, ma chi lo stabilisce?), con almeno cinque giorni di anticipo rispetto al suo eventuale svolgimento, la cui collocazione temporale sarà comunque stabilita dal datore di lavoro tra il sesto e il decimo giorno dalla domanda.

Questa parte del ddl ha il sapore di rivolgersi a tutto il mondo del lavoro subordinato, ridimensionando gravemente il significato dell’assemblea, quale iniziativa improntata molto spesso alla necessità di affrontare collettivamente questioni, dibattere delle quali è cosa che non è possibile differire. Un po’ come dire che il ferro va battuto quando è caldo.

Già, ma nella logica aziendalistica per cui tutto va posto nell’ottica del raffreddamento e della conciliazione, l’assemblea deve essere depurata della funzione che potrebbe esserle assegnata di momento anche di protesta e quindi va collocata a distanza dalle problematiche che ne hanno fatto sorgere l’esigenza!

Quanto all’assemblea nel settore dei servizi pubblici (anche qui intervenendo sull’art. 20 dello Statuto dei lavoratori), il ddl stabilisce in generale che essa non può provocare l’interruzione del servizio pubblico (come è già per il trasporto pubblico locale), nel qual caso essa potrà svolgersi “in orario aggiuntivo”, con la “retribuzione ordinaria aggiuntiva corrispondente”. Che bravo, però, il professore!

Sapendo che la voglia di attaccare il diritto di sciopero in tutti i settori lavorativi è struggente negli ambienti del ministero del signor Poletti e nella Confindustria, non sarà il caso di cercare di mettere i piedi del movimento dei lavoratori su questa smania liberticida, che vede governo e padroni gareggiare a chi è più arrogante e forcaiolo?

Stavolta non possiamo restare a guardare, dobbiamo contrastare di brutto questo ulteriore passaggio di oppressione dei lavoratori e delle lavoratrici. Dobbiamo essere consapevoli che le sparate di Franceschini, già gravissime in sé, sono solo un tassello nel percorso governativo che mira a cancellare ogni diritto sindacale in tutto il mondo del lavoro subordinato.

Basta col ccnl, viva il “salario minimo”, viva Squinzi, viva Renzi!

Non possiamo restare a guardare, anche perché la “Banda Bassotti” confindustrial-governativa, inebriata dai successi finora riportati sul fronte del lavoro, in aggiunta alla cancellazione delle libertà sindacali è intenzionata ad espellere dal sistema delle relazioni sindacali quel poco che residua del contratto nazionale, dopo che Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e governo Ciampi l’avevano significativamente ridimensionato con l’accordo interconfederale del luglio 1993; e dopo che Cisl, Uil e Confindustria gli avevano assestato una ulteriore mazzata con l’accordo interconfederale del gennaio 2009, mentre la Cgil (prima con Epifani e poi con Camusso) se ne lamentò assai, ma l’accettò, salve poche eccezioni (per esempio, quella della Fiom), nella stipula della stragrande maggioranza dei rinnovi dei contratti nazionali di categoria.

Col “salario minimo” deciso dal governo (che, ci sarà da stare certi, “più minimo” non si potrà), il sistema delle imprese di ogni ordine e grado sarà messo al riparo dagli scioperi eventualmente necessari per rinnovare i contratti, perché l’aumento salariale sarà deciso fuori dalle relazioni sindacali, con metodi da regimi totalitari.

Così, saranno accolte in pieno le pretese di Confindustria, tutta protesa a liberarsi dall’impiccio di dovere rinnovare periodicamente i contratti nazionali, come sta avvenendo da tempo in diverse categorie e come Squinzi, il suo presidente, sta chiedendo da mesi a Cgil, Cisl e Uil, le quali cincischiano, sapendo che la cancellazione di fatto del contratto nazionale significa l’atto di morte formale della loro funzione, anche la più addomesticata.

Tanto meglio, quindi, che faccia tutto il governo, liberando i segretari generali dei tre sindacati dalla fastidiosa apposizione della loro firma in un accordo interconfederale sindacalmente liberticida. E poi c’è un copione a disposizione da sempre, quello che prevede qualche dichiarazione di protesta a mezzo stampa e TV e uno “sciopero generale” di qualche ora per far vedere (a chi?) che “ci siamo”.

L’obiettivo, dicono i “teorici” e i propugnatori del “salario minimo” per editto governativo, consiste nel rilanciare la contrattazione aziendale e quella territoriale, che oggi sarebbe ferma per la pesantezza dei salari conquistati con la contrattazione nazionale di categoria!!! E consiste nel rilanciare quella contrattazione integrativa, subordinandola a incrementi di produttività, perché qui l’Italia è col culo per terra rispetto alla concorrenza internazionale.

Non si dice, invece, che i salari del Belpaese sono tra i più bassi dei paesi “sviluppati” e che la capacità di essere competitive delle imprese italiane è tutta legata non solo ai vantaggi a loro garantiti da una dinamica salariale pressoché ferma, ma anche a quelli che i governi hanno loro assicurato/assicurano con la decontribuzione e la defiscalizzazione.

La legge di stabilità 2015 è chiara da questo punto di vista: miliardi alle imprese attraverso il “bonus” contributivo di euro 8.060 all’anno per 3 anni per ogni nuova assunzione a tempo indeterminato, più quelli relativi alla riduzione dell’IRAP, con tanto di massacro della spesa sociale, in termini di salassi al sistema sanitario, all’istruzione, al trasporto pubblico, ai servizi sociali.

E non si dice neppure che, in un sistema produttivo che ormai conosce livelli di sfruttamento del lavoro sempre più intensi e problematicamente intensificabili, la produttività non potrà che dipendere dall’innovazione tecnologica, cioè dagli investimenti, che ogni padrone non ha bisogno di effettuare finché gli dura la manna di sindacati confederali complici di una politica salariale al massimo ribasso e di governi che più confindustriali non si può quanto a elargizioni di tipo fiscale e contributivo. Manna confermata, stando alle anticipazioni, anche dalla legge di stabilità 2016.

Un trinomio da far saltare

Allora, il “salario minimo”, a meno di lotte diffuse e determinate per farlo sballare, resterà minimo, non solo per i dipendenti delle aziende (l’80% del totale), che la contrattazione decentrata non la conoscono da sempre, ma anche per quelli delle aziende dove esiste/è esistita, visto che da anni in moltissime di esse non solo non è più rinnovata, ma anche si sono azzerati, o quasi, i premi di risultato in cui consisteva/consiste.

Il “salario minimo” ha un vero obiettivo, quello di far precipitare il mondo del lavoro subordinato sempre più nella povertà, caposaldo, questo, del “nuovo modello di sviluppo” che nei decenni si è andato sempre più imponendo all’interno dell’economia globale e che ha ricevuto un impulso formidabile durante la crisi economica in corso da 7-8 anni, in modo spietato gestita dai governi e dalle imprese e co-gestita dai sindacati, compresi quelli confederali di casa nostra.

Povertà e schiavitù, insieme alla cancellazione dei diritti sindacali, in particolare quelli relativi allo sciopero e all’assemblea, sono il trinomio con cui il sistema economico intende governare il lavoro e la vita, oggi e nel futuro, di masse sterminate di lavoratori, non solo nel pubblico impiego, ma anche nel lavoro privato, compresi quelli dell’industria, i quali, se gli si lasciasse l’esercizio delle libertà sindacali, potrebbero fare il pensierino di usarle, anche massicciamente. Non sia mai!

Un trinomio che va fatto saltare, insieme agli strumenti repressivi di cui si avvale, quelli aziendali e quelli statuali, lavorando per una mobilitazione sul diritto di sciopero e di assemblea, sul ”salario minimo”, con cui stracciare l’agenda governativa/confindustriale e affermare la totale libertà di organizzazione e di azione sindacale, per andare a una stagione di lotte finalizzate all’uscita dalla miseria salariale e alla conquista generale di un salario dimensionato sui bisogni di chi lavora.

COBAS PISA

(14 ottobre 2015)


Fonte

05/10/2015

Sciopero e conflitto, al punto di svolta

Il limite del conflitto sindacale

Un tempo bisognava sforzarsi per capire cosa covasse nella testa dei padroni e dei loro attaché, altrimenti detta “la classe politica”. C'era una stampa differenziata, insomma pluralista per necessità di coprire un mercato delle opinioni abbastanza vasto. Superiore a uno, se non altro.

Oggi è tutto molto più semplice. Il programma delle iniziative legislative che devono prender corpo nel cosiddetto parlamento (la minuscola diventerà d'obbligo per tutti...) lo si può leggere con un certo anticipo negli editoriali della stampa padronale. Specie sotto la testata Corriere della Sera.

Enrico Marro ci presenta dunque la “riforma” del diritto di sciopero, proprio a ridosso di un riuscitissimo sciopero dei trasporti a Roma, confermato dalla sola Usb e revocato da Cgil-Cisl-Uil. Un giornalista serio, o almeno affezionato al proprio mestiere, si sarebbe posto una semplice domanda: “cavolo, se tutti i grossi lo hanno revocato e i dipendenti hanno scioperato lo stesso, sta succedendo qualcosa”. Per il redattore sindacale di un giornale che un giorno sì e l'altro pure tuona contro la “casta sindacale”, spiegando al colto e all'inclita come queste confederazioni non siano più in grado di rappresentare il mondo del lavoro, neanche quello considerato “garantito” (il trasporto pubblico, ancora in buone percentuali, può rientrare nella definizione), questa sarebbe stata l'occasione regina per dimostrare il teorema diffuso quotidianamente dal suo quotidiano.

E invece niente. Attacca il pezzo con la solita giaculatoria populista-qualunquista: “Ancora una volta uno sciopero proclamato da un sindacato minoritario riesce a fermare la metropolitana nella capitale. Ancora una volta di venerdì. Ancora una volta lasciando un profondo senso di rabbia e impotenza nei cittadini vittime di questi disagi”. Se avesse ancora timore dei lettori, non avrebbe scritto neanche la prima riga: come può esser definito “minoritario” un sindacato che riesce ad ottenere un consenso dei lavoratori tale da bloccare la capitale?

Se guardiamo al numero degli iscritti dell'Usb in Atac e Tpl (frutto di una “privatizzazione” dei trasporti destinati alle periferie, di cui al Comune e al Corriere non frega assolutamente nulla), certamente non è il più numeroso.

Ma se la sua iniziativa ha raccolto così tante adesioni (che ci auguriamo si trasformino presto in iscrizioni, a questo punto), vuol dire che i dipendenti delle due società hanno problemi serissimi – a ogni sciopero ci si rimette una giornata di lavoro lorda, ossia una cifra superiore allo stipendio netto giornaliero – e che i sindacati “ufficiali” non riescono a risolvere. E Marro lo sa benissimo, perché scrive “Alla base delle proteste il mancato rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da ben otto anni. Nella capitale, con l’aggravante che a circa un migliaio di lavoratori di Roma Tpl, consorzio di aziende private che gestisce parte del trasporto, non veniva più pagato lo stipendio da luglio. Motivi seri, dunque. E responsabilità pesanti dei datori di lavoro e dell’amministrazione capitolina”.

Solo che questi motivi seri non sono sufficienti per Marro e il blocco di potere proprietario del Corriere. Anzi, non contano assolutamente nulla davanti al “diritto alla mobilità”. È un vecchio gioco retorico, così vecchio che ci si stupisce funzioni ancora. Se però hai il monopolio dell'informazione pubblica, a parte qualche rivolo di contestazione confinato al web, puoi ripeterlo all'infinito. Come consigliava il giornalista Goebbels, “mentite, mentite, qualcosa resterà” nella testa dei bombardati.

Diritti contro diritti


Diritti dei lavoratori contro diritti dei cittadini, dunque. Questo è lo schema retorico che prepara il prossimo assalto al diritto di sciopero. Che essendo tutelato dalla Costituzione – finora – non può essere cancellato, ma solo regolato in modo così stringente da renderlo quasi impossibile. Quasi, naturalmente, perché i lavoratori e chi sa rappresentarli sa essere paziente e attraversare tutti i reticolati.

Anche questa “severità legislativa” è ben nota a Marro, come a tutti i redattori sindacali di tutti i giornali. “L’Italia, fin dal 1990, si è dotata di una legge, la 146 sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, per molti versi avanzata e severa, se confrontata a livello internazionale. Nel nostro Paese non sono possibili scioperi ad oltranza, improvvisi, totali. Serve un preavviso, devono essere garantiti dei servizi minimi, vanno rispettati intervalli di tempo tra un’astensione del lavoro e la successiva, non sono possibili sovrapposizioni che paralizzino funzioni fondamentali della vita collettiva (nei trasporti, per esempio, non possono scioperare insieme treni e aerei). La legge ha cioè cercato di «contemperare», come dissero allora gli autori della normativa tra i quali Gino Giugni, il diritto allo sciopero tutelato dalla Costituzione e i diritti dei cittadini e degli utenti di vedersi assicurati servizi fondamentali (dai trasporti alla salute all’istruzione) anch’essi tutelati dalla Carta fondamentale. Del resto, lo stesso articolo 40 della Costituzione dice che «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».

Ricapitoliamo: da 25 anni, passo dopo passo, si è modificata la legislazione sul diritto di sciopero, ponendo paletti così numerosi che in altri paesi europei ci guardano addirittura con preoccupazione (lo sciopero a oltranza è normale in Germania, Francia, Gran Bretagna, ecc, e nessuno lì chiede neanche il rispetto dei “servizi minimi” o delle “fasce di garanzia”). Ma la gestione delle aziende di servizio pubblico è talmente disastrata, affidata com'è a portaborse e clientes, che la conflittualità si è mantenuta comunque alta. E si somma, nella percezione dei cittadini, alle molte disfunzioni (autobus e treni rotti, soffitti che crollano, voragini che si aprono, persino aggressioni agli autisti, ecc.) che rendono i servizi pubblici complessivamente un disastro.

È un vecchio gioco anche questo. Talmente vecchio da essere stato formulato addirittura in forma di legge teorica: prima riduci gli investimenti, poi riduci gli stipendi, così distruggi la funzionalità del servizio e, quando gli utenti si esasperano, puoi privatizzarlo. Ossia regalarlo a qualche cordata di amici degli amici, o persino a qualcuno del “mondo di mezzo”.

Questo, stavolta, a Marro non interessa. Si concentra solo sul diritto di sciopero che – “purtroppo” deve esser rimasto nella penna – non si può vietare.

Il sequestro della rappresentanza

Ma in parlamento è già depositata la soluzione, anzi due: “quella dell’ex ministro Maurizio Sacconi (Area popolare) e quella del giuslavorista Pietro Ichino (Pd), affrontano il problema, prevedendo, limitatamente al settore dei trasporti pubblici, che lo sciopero possa essere proclamato da sindacati che rappresentino la maggioranza dei lavoratori (o comunque una soglia minima), altrimenti sarebbe necessario sottoporre la proposta al referendum tra tutti i lavoratori interessati; una regola presente, sottolinea lo stesso Ichino, in Germania, nel Regno Unito, in Spagna”.

Vi diciamo già ora che sceglieranno di affidare il “diritto di proclamazione” degli scioperi ai soli sindacati “complici” (Cgil, Cisl e Uil). Che infatti non ne fanno più (anche quando li proclamano, li revocano al primo incontro, pure se completamente privo di risultati, come avvenuto proprio a Roma sulle vertenze Atac e Tpl, mercoledì scorso).

Perché sceglieranno questa soluzione? Perché “altrimenti sarebbe necessario sottoporre la proposta al referendum tra tutti i lavoratori interessati”. E c'è sempre il rischio che questi ultimi – i veri e unici titolari del diritto a contrattare e scioperare in difesa delle proprie condizioni di lavoro e salariali – siano meno “disponibili” di Camusso-Furlan-Barbagallo o imitazioni categoriali.

Popolo contro tecnocrati padronali

Le intenzioni del nemico sono insomma chiare. Come si combatte questa battaglia? A noi sembra evidente che sia molto difficile riuscire a vincere organizzando “soltanto” la grande maggioranza dei lavoratori di una o più categorie (che già sarebbe un risultato eccezionale). Anche la categoria più numerosa e vitale, infatti, si troverebbe comunque davanti a un muro di cemento che, al tempo stesso, prova a rovesciarle “la cittadinanza” contro. Media e tv, giornalisti come Marro o peggio, aizzeranno “il popolo” contro una sua parte.

La via da seguire, difficile ma non impossibile, è quella indicata dalla giornata di venerdì a Roma. Dove si è costruito un primo abbozzo di mobilitazione unitaria tra categorie di lavoratori dei servizi e rappresentanze sociali della “cittadinanza”. Bisogna fare di più e meglio, ovviamente. Ma da qui bisogna partire per costruire ex novo quell'unità del blocco sociale “nostro”, senza cui non si va più da nessuna parte.

Gli autisti e i tranvieri, i macchinisti e i capitreno, ed anche le maestre, le infermiere e i portantini, dovranno smettere per sempre di considerare la difesa dei propri diritti come un fatto di categoria, quasi “personale”.

E i comitati di quartiere, i centri sociali, le aggregazioni locali d'ogni genere, le associazioni di “consumatori” in senso largo dovranno smettere di pensare ai propri diritti specifici come un fatto acquisito che tocca a qualcun altro soddisfare, magari a scapito o nell'indifferenza per i diritti altrui.

Perché è senz'altro vero che mettere i diritti dei lavoratori contro i diritti dei cittadini è una bastardata da infami. Ma bisogna ritrovarsi gli uni davanti agli altri, lavoratori e “cittadini”, per scoprire ex novo che nella metropoli delle identità labili siamo tutti un momento una cosa e il momento dopo l'altra; lavoratori dipendenti, clienti, malati, studenti, pensionati, passeggeri...

E che abbiamo contro, ben nascosti in uffici irraggiungibili – persino per il “commissario anticorruzione”, a quanto pare – tagliatori di spese e di teste, di servizi e di diritti, che guadagnano in proporzione diretta alla quantità di cose che ci tolgono, obbedendo all'imperativo dell'austerità, in nome e per conto del governo e della Troika.

Tutte cose già scritte nei libri, è vero. Ma bisogna dirsele in faccia, scoprirle nella nostra vita quotidiana di oggi, per vedere nell'altro – di volta in volta l'autista, lo spazzino, lo studente, il degente, l'infermiere, l'occupante di casa, il passeggero, il sindacalista conflittuale e chiunque altro stia nel mondo di sotto – noi stessi. E in quelli di sopra, con l'aiuto criminale del mondo di mezzo e quello soporifero del sindacato complice, il nostro comune nemico. Quello che ci sfrutta, ci toglie i servizi di trasporto, le cure e le prestazioni diagnostiche, la casa e la scuola, il salario, le pensioni e la dignità sul lavoro.

Un passo non è ancora un cammino. È urgente che lo schieramento sociale che era in piazza venerdì lo capisca subito. E agisca di conseguenza.

Fonte

27/07/2015

Il governo si prepara a cancellare il diritto di sciopero


Il fascismo aveva vietato gli scioperi. La Costituzione repubblicana ne ha fatto un diritto individuale (non delle organizzazioni sindacali), riconoscendo che i rapporti di forza sul luogo di lavoro sono troppo sproporzionati e che il lavoratore, in qualche modo, si deve poter difendere.

Il governo Renzi punta a ripristinare la situazione fascista, con lo sciopero vietato nei fatti ma formalmente – solo formalmente – ancora possibile.

La quadratura del cerchio – cancellare un diritto individuale facendo finta di mantenerlo – è affidata a due esperti del contro-diritto del lavoro. Due che hanno fatto dello smantellamento delle tutele una missione – ben retribuita, bisogna dire – e possono vantare una comune militanza giovanile nelle fila della Cgil: Maurizio Sacconi, ex socialista craxiano ed ex ministro del lavoro berlusconiano, e Pietro Ichino, giuslavorista per vent'anni punta di lancia dell'abolizione dell'art. 18.

Coordinatore dell'offensiva per conto del governo è Graziano Delrio, peraltro ministro delle infrastrutture e quindi senza delega specifica. Ma chi se ne frega delle forme, l'importante è arrivare al punto.

E il punto è che di scioperi non se ne devono più fare.

Un obiettivo del genere, bisogna ricordare, diventa raggiungibile quando di scioperi se ne fanno pochi, il movimento dei lavoratori è debole e frammentato, i sindacati principali sono “complici” e autodisciplinati, i conflitti che comunque si verificano mancano sia di prospettiva sia di capacità di collegamento.

Naturalmente l'impressione che il governo e la stampa padronale vogliono dare è l'opposto: un'assemblea sindacale decisa dalla Cisl a Pompei (e qui la complicità sembra davvero “da complotto” anti-sciopero) e un più serio e normale sciopero dei piloti Alitalia. Ma ci sono le vacanze, i turisti che portano soldi... e così si scopre che c'è un diritto contrastante quello di sciopero: il diritto di circolazione.

Ragionamoci su: gli stessi che stanno da anni smantellando il diritto di circolazione di cittadini e turisti, prima con i tagli al trasporto pubblico, poi con quelli al trasporto ferroviario per i pendolari (si investe solo sui Frecciarossa, si tagliano i collegamenti locali), poi con il consegnare volontariamente allo sfacelo la mobilità cittadina (vedi il video dell'autista Atac di Roma)... “scoprono” che esiste il diritto di circolazione solo per frenare quello di sciopero.

In pratica stanno dicendo che solo i consumatori hanno diritti, mentre chi lavora non ne ha. A qualche fesso potrebbe anche sembrare che le due cose si compensino (in fondo siamo tutti consumatori, anche se non tutti lavoratori), ma non è affatto così. Quando lavori sotto comando se non hai diritti sei uno schiavo, salariato poco e in alcuni casi per niente.

Vediamo le prime mosse dell'attacco. Il ministro Delrio, seguendo Renzi che aveva strepitato su Pompei e l'Alitalia, ha deciso che: "Una cosa è chiedere un contratto collettivo che non venga rinnovato ogni dieci anni senza dover aspettare la Corte costituzionale, un'altra è timbrare il cartellino e poi non lavorare come il contratto impone. Chi non rispetta le regole non sta protestando ma sta facendo un atto di sabotaggio, di spregio verso il bene pubblico. Con loro si deve essere molto duri, nessuna timidezza". Licenziarli, insomma, per aver seguito il regolamento di lavoro.

Non solo. Sta meditando di rendere obbligatorio il referendum tra i dipendenti per poter indire uno sciopero nei “servizi pubblici essenziali”. Naturalmente occorrerà anche una definizione molto larga di quali servizi siano essenziali, in modo da allargare al massimo la platea dei settori in cui – di fatto – lo sciopero diventerà una eventualità alquanto improbabile.

Per delineare una normativa ad hoc sono stati fatti i nomi dei due “super esperti” di cui sopra.

E Sacconi esordisce subito con una vera e propria capriola “culturale”, arrivando a definire beni comuni una serie potenzialmente infinita di “servizi”, compresi quelli museali, archeologici, ecc. Del resto, andando di questo passo, il turismo culturale sarà una delle poche “industrie” ancora attive in questo paese; dunque va tutelato rendendo schiavetti obbedienti tutti quelli che ci lavorano, come anche quelli debbono trasportare i “clienti” sui siti.

I due campioni del padronato hanno presentato in parlamento due proposte leggermente diverse ma ampiamente sintetizzabili. Una parte dall'idea secca di referendum tra i dipendenti: si può indire uno sciopero solo se dà il proprio consenso il 50% più uno dei lavoratori.

L'altra è un tantinello più corporativo-fascista: può indire uno sciopero solo l'insieme dei sindacati che superi il 50% in azienda. In pratica, il diritto di sciopero – individuale, per Costituzione – verrebbe sequestrato e affidato a Cgil-Cisl-Uil. Che ne farebbero certamente un utilizzo intensivo...

Come con l'accordo del 10 gennaio 2014, insomma, si punta a ripristinare il patto di Palazzo Vidoni, con cui il fascismo eliminò in un colpo solo il sindacato, il diritto di sciopero e la contrattazione.

Per chi ne ignora il contenuto, eccone qui il testo risalente al 2 ottobre 1925:
La Confederazione generale dell'industria riconosce nella Confederazione delle corporazioni fasciste e nelle Organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici. La Confederazione delle corporazioni fasciste riconosce nella Confederazione generale dell'industria e nelle Organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva degli industriali.
Tutti i rapporti contrattuali tra industriali e maestranze dovranno intercorrere tra le Organizzazioni dipendenti della Confederazione dell'industria e quelle dipendenti della confederazione delle corporazioni.
In conseguenza le commissioni interne di fabbrica sono abolite e loro funzioni sono demandate al sindacato locale, che le eserciterà solo nei confronti della corrispondente Organizzazione industriale.
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