L’inchiesta che il pubblico ministero Paolo Storari del Tribunale di Milano sta conducendo sulle multinazionali della logistica sta facendo emergere uno scenario che conferma il carattere delinquenziale che si cela dietro gli appalti utilizzati dai grandi provider multinazionali della logistica per fare profitto sulle spalle dell’erario e ancor più su quelle delle lavoratrici e dei lavoratori.
Quanto imputato oggi a BRT e GEODIS rappresenta un “secondo tempo” delle indagini che portarono, nel 2021, altre multinazionali (tra queste anche DHL e GLS) sul banco degli imputati per un “eccesso di esternalizzazioni”.
Anche oggi, ancora una volta, il meccanismo truffaldino è quello che porta i committenti ad usare fornitori di servizi che non versano l’IVA, che emettono fatture per operazioni inesistenti, che praticano una intermediazione illecita di mano d’opera, che spezzano corpi di lavoratori con ritmi e carichi di lavoro insostenibili.
Ovviamente il ladrocinio avviene “ad insaputa” dei vari c.d.a. e a pagarne le spese è qualche manager di rango sacrificabile; resta il fatto che il sistema e la legislazione degli appalti mostrano una vulnerabilità al malaffare – almeno nella logistica – che data dal 2011, dalle prime inchieste della Boccassini sulle infiltrazioni n’dranghetiste (clan dei Flachi e delle n’drine reggine) nelle filiali milanesi dell’allora TNT.
Gli appalti rappresentano lo schermo dietro il quale i committenti, cioè i padroni, perseguono il profitto senza tanti scrupoli e cercano di eliminare il coinvolgimento diretto nelle controversie sindacali.
Sintomatico il caso di BRT, uno dei giganti italiani (ex Bartolini ora di proprietà delle Poste francesi) della distribuzione “ultimo miglio” che conta su 4.000 dipendenti diretti (in gran parte amministrativi) e ben 18.000 in appalto (soprattutto driver e, molto meno, magazzinieri) alle dipendenze di una moltitudine (oltre 2.000) di coop, società e padroncini.
Una vera e propria giungla di datori di lavoro caratterizzata da un turn over bestiale, da un ritmo di cambi appalti che ha una cadenza mediamente biennale.
E ad ogni cambio appalto i lavoratori rischiano di perdere per strada i versamenti contributivi, il TFR, i ratei di 13^, 14^, il pagamento delle ferie, della malattia, degli infortuni, l’anzianità convenzionale e con essa gli scatti e magari pure l’ultimo stipendio.
In questo vortice di cambi, di contenitori che mutano denominazione sociale, ma non presidenti, capi e capetti capita anche di “dimenticarsi” di pagare l’IVA, di infilare nei bilanci qualche fattura farlocca...
Ma non finisce qui il malaffare.
In BRT, ma anche negli altri provider, è molto gettonato il sistema della disintermediazione del rapporto di lavoro, ossia il trasformare il Corriere in un imprenditore con una propria partita IVA e con gli strumenti di lavoro a sue spese e responsabilità.
Si tratta dei cosiddetti padroncini, alcuni a “loro insaputa” che si trovano intestato il pagamento del leasing del furgone, le spese per i carburanti, la manutenzione dei mezzi.
Provate a fare stare a casa questi corrieri quando non stanno bene dal momento che non usufruiscono del pagamento della malattia. Provate a convincerli che è un rischio per la loro incolumità e per quella degli altri utenti della strada...
Una non assunzione di responsabilità, quella di BRT (e dei suoi simili), che si abbatte rovinosamente anche sui lavoratori con un rapporto di lavoro subordinato per i quali è previsto il pagamento di franchigie in caso di incidenti o danni al mezzo di lavoro, neanche fosse di loro proprietà.
Insomma in questo sistema di appalti la cui legislazione si fonda su una netta divisione di ruoli tra committenza – dedita alle attività di core business – e fornitori di servizi prevedendo per questi ultimi autonomia organizzativa, gestione della strumentazione di lavoro, conoscenza delle procedure e rischio di impresa, il potere datoriale rimane fermamente nelle mani del padrone e tutti i rischi e i danni sono scaricati sui lavoratori.
Non occorre dire che quando USB si cimenta nelle trattative sindacali non parla con 2.000 Coop, srl, padroncini, ma con un manager BRT che dispone di tutto.
L’indagine del PM Storari denuda il re e cambia quello che fu il paradigma adottato la scorsa estate dalla procura piacentina che definiva vittime gli imprenditori ed estorsori i sindacati che con gli scioperi chiedevano salario, sicurezza, legalità e rispetto della dignità umana.
Ora emergono le cause di quegli scioperi, emerge il caporalato, l’evasione fiscale e contributiva, la cialtronaggine della nostra classe imprenditoriale.
Auguriamo successo al PM, ci auguriamo che i 126 milioni di euro ora sequestrati a BRT e GEODIS finiscano nelle casse dello stato per pagare la sanità pubblica, il trasporto pubblico, la scuola pubblica. Noi sappiamo però che per garantire diritto e civiltà duraturi a questo paese e al lavoro che ispira la nostra Carta Costituzionale, bisogna chiudere col sistema degli appalti, bisogna INTERNALIZZARE TUTTI i lavoratori con stipendi dignitosi e ritmi umanamente sostenibili.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/03/2023
30/01/2019
Logistica. 32 licenziamenti alla GLS, una rappresaglia padronale
Nella mattinata del 29 gennaio sono state consegnate a 38 lavoratori dell’hub piacentino di GLS 32 lettere di licenziamento e 6 lettere di sospensione.
Tale inedito provvedimento si configura come un licenziamento disciplinare collettivo.
Il contesto nel quale tali atti avvengono è quello in cui 3 militanti di USB vengono aggrediti con tirapugni e pistola al peperoncino.
La “colpa” degli iscritti alla nostra sigla sindacale è quella di essersi mobilitati contro il clima di violenza e di aver scioperato per rivendicare sicurezza e serenità nel posto di lavoro.
La risposta venuta dal loro datore di lavoro è stata l’invio di circa 200 lettere di contestazione disciplinare in circa 15 giorni (una media di 5/6 per ogni lavoratore) e alla fine senza nemmeno rispettare l’iter procedurale, con l’obbiettivo di forzarlo, è arrivato il licenziamento.
Occorre specificare che il datore di lavoro in questione, SEAM srl, ha comunicato l’intenzione di cessare l’appalto presso GLS di Piacenza alla data del 31/01/2019 con il conseguente rischio del non assorbimento di tutto il personale in oggetto da parte del subentrante come previsto dall’art. 42 comma 9 del contratto nazionale di categoria.
Quello che ci sembra palese è il tentativo concentrico da parte dei padroni della logistica di colpire il sindacato conflittuale e le lotte dei facchini che in questi anni hanno avuto il merito di far emergere le illegalità e lo sfruttamento che si celano nel mondo della logistica e parimenti hanno portato diritti e dignità al lavoro.
Sono i fatti a dimostrare che la campagna di criminalizzazione dei facchini ha come unico obbiettivo quello di riportare indietro le lancette della storia, li vogliono ancora schiavi e sottomessi.
USB ha avviato un percorso di mobilitazioni (oggi ci sarà un presidio alle ore 10.30 davanti alla Prefettura) per proseguire con gli attivi dei delegati (venerdì a Milano) e lo sciopero nazionale della logistica.
Fonte
Tale inedito provvedimento si configura come un licenziamento disciplinare collettivo.
Il contesto nel quale tali atti avvengono è quello in cui 3 militanti di USB vengono aggrediti con tirapugni e pistola al peperoncino.
La “colpa” degli iscritti alla nostra sigla sindacale è quella di essersi mobilitati contro il clima di violenza e di aver scioperato per rivendicare sicurezza e serenità nel posto di lavoro.
La risposta venuta dal loro datore di lavoro è stata l’invio di circa 200 lettere di contestazione disciplinare in circa 15 giorni (una media di 5/6 per ogni lavoratore) e alla fine senza nemmeno rispettare l’iter procedurale, con l’obbiettivo di forzarlo, è arrivato il licenziamento.
Occorre specificare che il datore di lavoro in questione, SEAM srl, ha comunicato l’intenzione di cessare l’appalto presso GLS di Piacenza alla data del 31/01/2019 con il conseguente rischio del non assorbimento di tutto il personale in oggetto da parte del subentrante come previsto dall’art. 42 comma 9 del contratto nazionale di categoria.
Quello che ci sembra palese è il tentativo concentrico da parte dei padroni della logistica di colpire il sindacato conflittuale e le lotte dei facchini che in questi anni hanno avuto il merito di far emergere le illegalità e lo sfruttamento che si celano nel mondo della logistica e parimenti hanno portato diritti e dignità al lavoro.
Sono i fatti a dimostrare che la campagna di criminalizzazione dei facchini ha come unico obbiettivo quello di riportare indietro le lancette della storia, li vogliono ancora schiavi e sottomessi.
USB ha avviato un percorso di mobilitazioni (oggi ci sarà un presidio alle ore 10.30 davanti alla Prefettura) per proseguire con gli attivi dei delegati (venerdì a Milano) e lo sciopero nazionale della logistica.
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19/12/2018
Gls. Il caporale chiama la camorra per “mazzuolare” i facchini Usb
Ecco le prove dell’uso violento dei caporali contro i facchini di Usb in lotta.
Intercettato il presidente della società che lavora nella Gls di Piacenza mentre richiede ad un camorrista l’invio di due pullman: uno di crumiri, l’altro di persone che devono “mazzuolare” gli scioperanti.
Il presidente è finito in galera, chi sarà il prossimo? noi ne abbiamo un’idea.
#schiavimai.
E ci sembra importante la precisazione, “a futura memoria”, del compagno dell’Usb Roberto Montanari, che lavora con i facchini della logistica a Piacenza. Per la cronaca, è già stato minacciato più volte...
Così, tanto perché si sappia
Siamo 4 amici, 4 fratelli, 4 compagni Riadh, Issa, Fisal ed io, la maggior parte delle 24 ore le passiamo assieme, ci guardiamo l’un l’altro, abbiamo imparato a conoscerci bene e quindi possiamo dire senza tema di smentita che:
1) non soffriamo di crisi depressive,
2) non facciamo uso di sostanze psicotrope né abuso di quelle alcoliche,
3) i nostri automezzi sono ben manutenuti, i freni funzionano e i pneumatici non sono lisci,
4) abbiamo uno stile di vita sobrio senza eccessi di alcun tipo,
5) godiamo di buona salute (qualche acciacco documentato, nulla di più),
6) ieri hanno arrestato per concorso esterno in associazione criminale (camorra) un presidente di una delle solite società o cooperative farlocche che operano nella logistica. È il terzo in sei mesi che finisce dentro. È il terzo che gestisce magazzini in cui il sindacato ha sviluppato lotte contro il caporalato.
Così, tanto perché si sappia che ci guardiamo da incidenti e accidenti e che vorremmo continuare a lottare contro le mafie, il caporalato i servi e gli idioti di cui si servono.
P. S. non siamo in realtà 4 fratelli, siamo decine e decine di migliaia, siamo una comunità che si chiama USB.
Fonte
Intercettato il presidente della società che lavora nella Gls di Piacenza mentre richiede ad un camorrista l’invio di due pullman: uno di crumiri, l’altro di persone che devono “mazzuolare” gli scioperanti.
Il presidente è finito in galera, chi sarà il prossimo? noi ne abbiamo un’idea.
#schiavimai.
E ci sembra importante la precisazione, “a futura memoria”, del compagno dell’Usb Roberto Montanari, che lavora con i facchini della logistica a Piacenza. Per la cronaca, è già stato minacciato più volte...
Così, tanto perché si sappia
Siamo 4 amici, 4 fratelli, 4 compagni Riadh, Issa, Fisal ed io, la maggior parte delle 24 ore le passiamo assieme, ci guardiamo l’un l’altro, abbiamo imparato a conoscerci bene e quindi possiamo dire senza tema di smentita che:
1) non soffriamo di crisi depressive,
2) non facciamo uso di sostanze psicotrope né abuso di quelle alcoliche,
3) i nostri automezzi sono ben manutenuti, i freni funzionano e i pneumatici non sono lisci,
4) abbiamo uno stile di vita sobrio senza eccessi di alcun tipo,
5) godiamo di buona salute (qualche acciacco documentato, nulla di più),
6) ieri hanno arrestato per concorso esterno in associazione criminale (camorra) un presidente di una delle solite società o cooperative farlocche che operano nella logistica. È il terzo in sei mesi che finisce dentro. È il terzo che gestisce magazzini in cui il sindacato ha sviluppato lotte contro il caporalato.
Così, tanto perché si sappia che ci guardiamo da incidenti e accidenti e che vorremmo continuare a lottare contro le mafie, il caporalato i servi e gli idioti di cui si servono.
P. S. non siamo in realtà 4 fratelli, siamo decine e decine di migliaia, siamo una comunità che si chiama USB.
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17/05/2018
La morte di Abdel Salam fu omicidio: rinviato a giudizio l’autista del Tir
Il giudice per l’udienza preliminare di Piacenza ha disposto il rinvio a giudizio per l’autista del tir che il 14 settembre 2016 travolse e uccise il nostro compagno Abdel Salam durante una manifestazione indetta dall’Unione Sindacale di Base, mentre con altri militanti effettuava un picchetto davanti al magazzino della GLS per rivendicare l’applicazione degli accordi sottoscritti per l’assunzione dei facchini precari.
L’accusa per l’autista, un 44enne di Cremona, è di omicidio colposo, e questo fa giustizia delle bizzarre tesi negazioniste secondo le quali si trattò di un banale caso di lesioni accidentali derivanti da un investimento casuale. Come numerosi testimoni hanno chiarito nel corso delle indagini svolte dalla difesa dei familiari, la decisione del camionista di far partire il suo mezzo, travolgendo Abdel Salam, era stata determinata dalla manifesta volontà dei responsabili della ditta di forzare il blocco.
Il gup ha anche accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell’Unione Sindacale di Base, fatto anche questo che taglia la testa al toro delle polemiche sulla legittimità della lotta del sindacato all’esterno di GLS.
La prima udienza si terrà il 17 ottobre al Tribunale di Piacenza.
Fonte
L’accusa per l’autista, un 44enne di Cremona, è di omicidio colposo, e questo fa giustizia delle bizzarre tesi negazioniste secondo le quali si trattò di un banale caso di lesioni accidentali derivanti da un investimento casuale. Come numerosi testimoni hanno chiarito nel corso delle indagini svolte dalla difesa dei familiari, la decisione del camionista di far partire il suo mezzo, travolgendo Abdel Salam, era stata determinata dalla manifesta volontà dei responsabili della ditta di forzare il blocco.
Il gup ha anche accolto la richiesta di costituzione di parte civile dell’Unione Sindacale di Base, fatto anche questo che taglia la testa al toro delle polemiche sulla legittimità della lotta del sindacato all’esterno di GLS.
La prima udienza si terrà il 17 ottobre al Tribunale di Piacenza.
Fonte
16/03/2018
Non bastava la morte di Abd El Salam: avvisi di garanzia ai dirigenti USB per le proteste contro quell’assassinio
Piacenza pare concorrere per il triste primato delle denunce e degli avvisi di garanzia contro chi ha protestato per il barbaro assassinio di Abd El Salam avvenuto il 14 Settembre 2016 durante il picchetto alla GLS contro i licenziamenti e per i diritti contrattuali dei lavoratori della logistica.
Sergio Bellavita e Maria Teresa Chiarello, due nostri dirigenti sindacali, hanno ricevuto due avvisi di garanzia in ordine a gravi reati quali interruzione di pubblico servizio, manifestazione non autorizzata e altri in relazione alle manifestazioni che il giorno seguente all’assassinio del nostro delegato hanno attraversato Piacenza.
Ma la solerzia della questura piacentina non si ferma qui: gli stessi due compagni sono indagati anche per un altro episodio legato alle proteste contro il licenziamento arbitrario di tre lavoratori, deciso dalla RG Servizi, un’azienda di verniciature industriali che lavora anche in appalti per la Difesa, sulla base di accuse pretestuose, tanto che uno dei tre lavoratori ha già ottenuto dalla magistratura il reintegro.
Anche in questo caso accuse pesanti di violenza privata e di concorso, per aver difeso le ragioni dei lavoratori ingiustamente accusati.
Ormai da tempo assistiamo al fatto che sempre più spesso si tenta di rimuovere il conflitto, di annullarlo, colpendo chi ancora non si sottomette alla logica dei ricatti, alle prepotenze e all’arroganza di chi, forte del suo potere, pensa di poter disporre della vita di lavoratori e delle lavoratrici a suo piacimento.
A@ compagn@ colpiti dalla denunce la solidarietà e il pieno sostegno di tutta la nostra organizzazione.
USB sarà sempre al fianco di chi lotta per i diritti dei lavoratori e per la vera giustizia sociale.
Fonte
Sergio Bellavita e Maria Teresa Chiarello, due nostri dirigenti sindacali, hanno ricevuto due avvisi di garanzia in ordine a gravi reati quali interruzione di pubblico servizio, manifestazione non autorizzata e altri in relazione alle manifestazioni che il giorno seguente all’assassinio del nostro delegato hanno attraversato Piacenza.
Ma la solerzia della questura piacentina non si ferma qui: gli stessi due compagni sono indagati anche per un altro episodio legato alle proteste contro il licenziamento arbitrario di tre lavoratori, deciso dalla RG Servizi, un’azienda di verniciature industriali che lavora anche in appalti per la Difesa, sulla base di accuse pretestuose, tanto che uno dei tre lavoratori ha già ottenuto dalla magistratura il reintegro.
Anche in questo caso accuse pesanti di violenza privata e di concorso, per aver difeso le ragioni dei lavoratori ingiustamente accusati.
Ormai da tempo assistiamo al fatto che sempre più spesso si tenta di rimuovere il conflitto, di annullarlo, colpendo chi ancora non si sottomette alla logica dei ricatti, alle prepotenze e all’arroganza di chi, forte del suo potere, pensa di poter disporre della vita di lavoratori e delle lavoratrici a suo piacimento.
A@ compagn@ colpiti dalla denunce la solidarietà e il pieno sostegno di tutta la nostra organizzazione.
USB sarà sempre al fianco di chi lotta per i diritti dei lavoratori e per la vera giustizia sociale.
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15/02/2018
Potere al Popolo tra i lavoratori in nero della Gls di Piacenza
Ieri a Piacenza siamo andati a trovare i facchini Gls, cacciati per aver aver avuto il coraggio di denunciare il caporale – una donna italiana – che per mesi li ha pagati a nero, 6 euro l’ora, 10 ore al giorno, chiamati a giornata con la promessa che il contratto sarebbe arrivato e con il contratto la possibilità per loro di rinnovare il permesso di soggiorno.
Sono i compagni di Abd El Salam, ucciso durante un picchetto mentre tentavano di bloccare le merci in uscita dal magazzino per protestare per il mancato riconoscimento dei loro diritti. Ucciso perché, in questa realtà ribaltata dove ci hanno catapultato, le merci valgono più delle persone, gli acquisti più dei diritti, i consumatori più dei lavoratori.
«Anche se ci hanno cacciati continueremo a fermare i camion con i nostri corpi fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni ma non picchiamo i crumuri perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone».
Hanno tra i 20 e i 25 anni, sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini.
Racconterò la loro battaglia facendo quel che vorrei fare ogni volta che racconto dei lavoratori in lotta: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane 26 anni e Coulibaly Assamado, 23, dalla Costa D’Avorio. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.
Grazie a Usb che li affianca nella lotta, grazie a Potere al Popolo che mi ha accompagnato da loro. Che mi ha dato la possibilità di rispondere ai giornalisti che volevano sapere cosa ne pensassi della violenza, che la violenza è quella degli sfruttatori e quella sanguinaria di chi ha legalizzato lo sfruttamento e di questa violenza i giornalisti dovrebbero occuparsi e preoccuparsi invece che cercare i violenti tra gli antifascisti. Che i peggiori violenti, quelli che fanno più vittime anche se sembrano pacifici quando li vedi seduti in un salotto tv, sono quelli che fanno macelleria sociale e non si sentono responsabili della malattia, della miseria, della morte che seminano. Quelli che manipolano l’informazione per ribaltare la realtà e farci credere che i violenti siano quelli che si ribellano, quelli che fanno resistenza.
Niente di nuovo: per i fascisti i partigiani erano banditi e i grandi giornali – no: i giornali grandi – erano complici dei fascisti.
Fonte
Sono i compagni di Abd El Salam, ucciso durante un picchetto mentre tentavano di bloccare le merci in uscita dal magazzino per protestare per il mancato riconoscimento dei loro diritti. Ucciso perché, in questa realtà ribaltata dove ci hanno catapultato, le merci valgono più delle persone, gli acquisti più dei diritti, i consumatori più dei lavoratori.
«Anche se ci hanno cacciati continueremo a fermare i camion con i nostri corpi fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni ma non picchiamo i crumuri perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone».
Hanno tra i 20 e i 25 anni, sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini.
Racconterò la loro battaglia facendo quel che vorrei fare ogni volta che racconto dei lavoratori in lotta: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane 26 anni e Coulibaly Assamado, 23, dalla Costa D’Avorio. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.
Grazie a Usb che li affianca nella lotta, grazie a Potere al Popolo che mi ha accompagnato da loro. Che mi ha dato la possibilità di rispondere ai giornalisti che volevano sapere cosa ne pensassi della violenza, che la violenza è quella degli sfruttatori e quella sanguinaria di chi ha legalizzato lo sfruttamento e di questa violenza i giornalisti dovrebbero occuparsi e preoccuparsi invece che cercare i violenti tra gli antifascisti. Che i peggiori violenti, quelli che fanno più vittime anche se sembrano pacifici quando li vedi seduti in un salotto tv, sono quelli che fanno macelleria sociale e non si sentono responsabili della malattia, della miseria, della morte che seminano. Quelli che manipolano l’informazione per ribaltare la realtà e farci credere che i violenti siano quelli che si ribellano, quelli che fanno resistenza.
Niente di nuovo: per i fascisti i partigiani erano banditi e i grandi giornali – no: i giornali grandi – erano complici dei fascisti.
Fonte
07/12/2017
Come una vertenza sindacale può rendere sostenibile lo shopping on line
Si chiama logistica, è un sistema industriale che permette di ordinare merci e riceverle a domicilio. Quando acquistiamo via internet un prodotto, questo viene portato in un grande centro di raccolta, che si chiama piattaforma logistica.
Da lì, nottetempo, viene smistato su un camion che porta quel prodotto in un magazzino vicino alla città di consegna. E’ poi proprio da lì che la mattina presto il prodotto viene caricato su un furgone, quello che vedete quando suonano alla porta per consegnarvelo.
Bel sistema, eh? Tutto parte da un click sulla tastiera del vostro pc. Ma tra il click sulla tastiera e il driiin sul vostro citofono ci sono persone che lavorano sodo: devono fare di tutto per rispettare l’orario di consegna che avete selezionato sul sito dell’azienda che vi ha venduto on line il prodotto.
A questo punto vi starete chiedendo: dov’è la novità che ti spinge a scrivere queste righe?
La novità è una notizia: a Riano Flaminio, vicino Roma, l’azienda che movimenta le merci per conto della multinazionale GLS ha raggiunto un accordo sindacale con i dipendenti: gli si riconoscono i diritti del contratto nazionale collettivo, l’aumento del monte ferie annuo, la stabilizzazione dei precari, il diritto a una lista di precedenza di assunzione tra gli attuali organici a tempo determinato.
Altra domanda: che c’entra tutto questo con il fatto che posso acquistare via internet?
Molto semplicemente è successo che una vertenza sindacale ha reso “sostenibile” l’e-commerce. Vale a dire che chi acquista un prodotto che viene distribuito da quella azienda logistica non viola i diritti sindacali; che chi compra non lo fa a spese della dignità delle persone che lavorano per rendere possibile la soddisfazione di vedersi recapitare puntualmente ciò che si è acquistato con tanto desiderio di possederlo il prima possibile.
Questa è una bella notizia.
La si deve a un sindacato di base che si chiama Usb, Unione sindacale di base. Fu proprio durante una vertenza guidata dall’Usb che perse la vita, schiacciato da un Tir, Abdel Salam, lavoratore egiziano che partecipava a un picchetto davanti ai cancelli della GLS, a Piacenza.
Ho conosciuto la moglie di Abdel Salam in occasione del 22° MedFilm Festival: consegnò un premio intitolato al marito da Ginella Vocca, direttrice di quel prezioso festival di cinema del Mediterraneo, che si svolge a Roma con gran successo di pubblico. L’accompagnava uno dei suoi figli, un adolescente dallo sguardo attento. Questo ragazzo cui è stato strappato il padre, oggi potrebbe essere fiero di lui: il sindacato a cui era iscritto il padre ha ottenuto una importante vittoria per i lavoratori di un’appaltatrice dell’azienda per cui lavorava.
Ho raccontato questa piccola storia perché ha dentro di sé un grande significato.
E’ un buon segno per gli acquirenti, perché sanno che lo sconto per chi compra on line non è un prezzo che paga chi lavora per consegnarglielo; è buono per chi vende, perché fa guadagni senza togliere nulla a nessuno; è buono per l’azienda della logistica perché preferisce accordi intelligenti allo sfruttamento bestiale; è buono per chi ci lavora: per la quasi totalità sono stranieri, che hanno la prova che la loro dignità sta nel rispetto dei loro diritti, per i quali è giusto e possibile lottare e vincere, offrendo in cambio i propri doveri. È la democrazia: cambiando le regole s’impara a rispettarle. Un buon sindacato vale più di mille appelli alla civile convivenza.
Aver reso sostenibile lo shopping on line è un bel colpo.
Se abitate a Roma, non vi resta che sperare che la prossima volta che suonano alla porta a consegnarvi un pacco sia un addetto GLS. Mentre firmate il ritiro, fategli un sorriso. Magari lui non sa perché. Ma di certo voi adesso sì.
Fonte
Da lì, nottetempo, viene smistato su un camion che porta quel prodotto in un magazzino vicino alla città di consegna. E’ poi proprio da lì che la mattina presto il prodotto viene caricato su un furgone, quello che vedete quando suonano alla porta per consegnarvelo.
Bel sistema, eh? Tutto parte da un click sulla tastiera del vostro pc. Ma tra il click sulla tastiera e il driiin sul vostro citofono ci sono persone che lavorano sodo: devono fare di tutto per rispettare l’orario di consegna che avete selezionato sul sito dell’azienda che vi ha venduto on line il prodotto.
A questo punto vi starete chiedendo: dov’è la novità che ti spinge a scrivere queste righe?
La novità è una notizia: a Riano Flaminio, vicino Roma, l’azienda che movimenta le merci per conto della multinazionale GLS ha raggiunto un accordo sindacale con i dipendenti: gli si riconoscono i diritti del contratto nazionale collettivo, l’aumento del monte ferie annuo, la stabilizzazione dei precari, il diritto a una lista di precedenza di assunzione tra gli attuali organici a tempo determinato.
Altra domanda: che c’entra tutto questo con il fatto che posso acquistare via internet?
Molto semplicemente è successo che una vertenza sindacale ha reso “sostenibile” l’e-commerce. Vale a dire che chi acquista un prodotto che viene distribuito da quella azienda logistica non viola i diritti sindacali; che chi compra non lo fa a spese della dignità delle persone che lavorano per rendere possibile la soddisfazione di vedersi recapitare puntualmente ciò che si è acquistato con tanto desiderio di possederlo il prima possibile.
Questa è una bella notizia.
La si deve a un sindacato di base che si chiama Usb, Unione sindacale di base. Fu proprio durante una vertenza guidata dall’Usb che perse la vita, schiacciato da un Tir, Abdel Salam, lavoratore egiziano che partecipava a un picchetto davanti ai cancelli della GLS, a Piacenza.
Ho conosciuto la moglie di Abdel Salam in occasione del 22° MedFilm Festival: consegnò un premio intitolato al marito da Ginella Vocca, direttrice di quel prezioso festival di cinema del Mediterraneo, che si svolge a Roma con gran successo di pubblico. L’accompagnava uno dei suoi figli, un adolescente dallo sguardo attento. Questo ragazzo cui è stato strappato il padre, oggi potrebbe essere fiero di lui: il sindacato a cui era iscritto il padre ha ottenuto una importante vittoria per i lavoratori di un’appaltatrice dell’azienda per cui lavorava.
Ho raccontato questa piccola storia perché ha dentro di sé un grande significato.
E’ un buon segno per gli acquirenti, perché sanno che lo sconto per chi compra on line non è un prezzo che paga chi lavora per consegnarglielo; è buono per chi vende, perché fa guadagni senza togliere nulla a nessuno; è buono per l’azienda della logistica perché preferisce accordi intelligenti allo sfruttamento bestiale; è buono per chi ci lavora: per la quasi totalità sono stranieri, che hanno la prova che la loro dignità sta nel rispetto dei loro diritti, per i quali è giusto e possibile lottare e vincere, offrendo in cambio i propri doveri. È la democrazia: cambiando le regole s’impara a rispettarle. Un buon sindacato vale più di mille appelli alla civile convivenza.
Aver reso sostenibile lo shopping on line è un bel colpo.
Se abitate a Roma, non vi resta che sperare che la prossima volta che suonano alla porta a consegnarvi un pacco sia un addetto GLS. Mentre firmate il ritiro, fategli un sorriso. Magari lui non sa perché. Ma di certo voi adesso sì.
Fonte
08/11/2017
La criminalizzazione dei sindacalisti. Il conflitto sociale diventa estorsione
Scenari ottocenteschi e da lotta di classe “selvaggia”. La ruota della storia nelle relazioni sindacali e nel conflitto sociale di questo paese continua a essere girata all’indietro.
In questi giorni a Piacenza sono arrivate alcune denunce con l’accusa di “estorsione” a tre sindacalisti della Usb impegnati nelle lotte della logistica. La tesi della magistratura è che i blocchi dei cancelli e i picchetti durante una trattativa sindacale, siano una forma di coercizione verso l’azienda tesa a ottenere un risultato. “Noi ci opponiamo con fermezza a questo rovesciamento della realtà, ed è anche per questo che parteciperemo con determinazione allo sciopero generale e alla manifestazione nazionale che ha come tema “riportiamo in piazza la verità”, che nel nostro caso risulta un richiamo anche alla nostra specifica questione” afferma l’Usb in un comunicato.
E’ bene rammentare che l’accusa di estorsione è stata già utilizzata dalla magistratura contro i disoccupati organizzati di Napoli o gli occupanti di case a Roma. La incredibile tesi è che le azioni di lotta sull’obiettivo – il lavoro o un'abitazione per chi non ce l’ha – siano una coercizione contro chi le nega ossia istituzioni, aziende, proprietà immobiliare nel tentativo di “estorcere” il lavoro o la casa. Una visione tutta padronale dei rapporti sociali e di proprietà che però viene fatta propria dai magistrati e assai spesso anche dalla “politica”.
Quello è inaccettabile è un capo di accusa grave e assurdo: la tesi della Procura è che nelle lotte si voglia “conseguire un ingiusto profitto patrimoniale” mentre dovrebbe essere chiaro a tutti che sono le aziende che ricavano un “ingiusto profitto” sulla pelle dei lavoratori, cercando continuamente di eludere norme di legge e di contratto, dai salari alla sicurezza. “Questo non ci meraviglia perché sappiamo che nel nostro paese gli spazi di democrazia e di conflitto vengono sempre più ristretti” sostiene l’Usb “A Piacenza come nel resto dell’Italia il Governo, a partire dal Ministro Minniti, vuole eliminare il conflitto come stanno già eliminando da tempo i diritti dei lavoratori”. Nei mesi scorsi alla GLS, l’azienda in cui è stato ucciso Abd El Salam, i facchini si sono mobilitati perché senza alcun avviso, in modo assolutamente opaco, si procedeva ad un cambio di appalto della cooperativa che avrebbe dovuto gestire il magazzino della distribuzione.
La verità è che nei magazzini della logistica il lavoro sia completamente deregolamentato, sia per la alta percentuale di lavoratori immigrati, sia perché – come nel Meridione – anche se sono lavoratori “italiani” il settore è in mano a società e cooperative legate alla malavita. Accade così che molti lavoratori siano senza regolare contratto o con buste paga false; abbiano straordinari non pagati e inquadramenti professionali non a norma; siano privati della necessaria sicurezza, sino ad arrivare ad infiltrazioni malavitose.
In tale contesto, puntuali sono arrivate le denunce di GLS a tre sindacalisti della USB: Issa Abu Abed e Riadh Zaghdane dirigenti nazionali di USB Lavoro Privato e Roberto Montanari dell’esecutivo confederale provinciale USB di Piacenza, accusati di voler “conseguire un ingiusto profitto patrimoniale” e ancora “mettendo in atto azioni di sciopero” per “l’assunzione di personale precedentemente dipendente della cooperativa...” e “attraverso condotte di presidio e picchettaggio degli ingressi”.
A Piacenza, in particolare, ma ormai un po’ ovunque, i facchini sono soliti alzare testa e voce per gridare il proprio diritto ad un lavoro dignitoso, rivendicazione che avanzano scandendo lo slogan SCHIAVI MAI.
Nel 2017 c’è chi si sente legittimato a mettere in discussione il diritto di sciopero grazie ad uno scenario di raffreddamento delle lotte ad opera dei sindacati confederali e allo smantellamento della legislazione sul lavoro ad opera anche dei governi sostenuti e guidati dal PD.
Dovranno però fare i conti con la volontà di difendere la democrazia manifestata dal popolo italiano col referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, con la determinazione dei lavoratori a non chinare la testa nei confronti di chi li vorrebbe nuovamente schiavi e con la fermezza di U.S.B. ad avanzare in una pratica di sindacato di classe, coerentemente e radicalmente dalla parte di chi è sfruttato.
Su questo aspetto della criminalizzazione del conflitto politico e sociale nel paese, venerdì pomeriggio a Roma la Piattaforma Eurostop ha organizzato una assemblea pubblica (ore 16.00 sala di via Galilei 53) a cavallo tra la giornata di sciopero generale del 10 e la manifestazione nazionale di sabato.
Fonte
In questi giorni a Piacenza sono arrivate alcune denunce con l’accusa di “estorsione” a tre sindacalisti della Usb impegnati nelle lotte della logistica. La tesi della magistratura è che i blocchi dei cancelli e i picchetti durante una trattativa sindacale, siano una forma di coercizione verso l’azienda tesa a ottenere un risultato. “Noi ci opponiamo con fermezza a questo rovesciamento della realtà, ed è anche per questo che parteciperemo con determinazione allo sciopero generale e alla manifestazione nazionale che ha come tema “riportiamo in piazza la verità”, che nel nostro caso risulta un richiamo anche alla nostra specifica questione” afferma l’Usb in un comunicato.
E’ bene rammentare che l’accusa di estorsione è stata già utilizzata dalla magistratura contro i disoccupati organizzati di Napoli o gli occupanti di case a Roma. La incredibile tesi è che le azioni di lotta sull’obiettivo – il lavoro o un'abitazione per chi non ce l’ha – siano una coercizione contro chi le nega ossia istituzioni, aziende, proprietà immobiliare nel tentativo di “estorcere” il lavoro o la casa. Una visione tutta padronale dei rapporti sociali e di proprietà che però viene fatta propria dai magistrati e assai spesso anche dalla “politica”.
Quello è inaccettabile è un capo di accusa grave e assurdo: la tesi della Procura è che nelle lotte si voglia “conseguire un ingiusto profitto patrimoniale” mentre dovrebbe essere chiaro a tutti che sono le aziende che ricavano un “ingiusto profitto” sulla pelle dei lavoratori, cercando continuamente di eludere norme di legge e di contratto, dai salari alla sicurezza. “Questo non ci meraviglia perché sappiamo che nel nostro paese gli spazi di democrazia e di conflitto vengono sempre più ristretti” sostiene l’Usb “A Piacenza come nel resto dell’Italia il Governo, a partire dal Ministro Minniti, vuole eliminare il conflitto come stanno già eliminando da tempo i diritti dei lavoratori”. Nei mesi scorsi alla GLS, l’azienda in cui è stato ucciso Abd El Salam, i facchini si sono mobilitati perché senza alcun avviso, in modo assolutamente opaco, si procedeva ad un cambio di appalto della cooperativa che avrebbe dovuto gestire il magazzino della distribuzione.
La verità è che nei magazzini della logistica il lavoro sia completamente deregolamentato, sia per la alta percentuale di lavoratori immigrati, sia perché – come nel Meridione – anche se sono lavoratori “italiani” il settore è in mano a società e cooperative legate alla malavita. Accade così che molti lavoratori siano senza regolare contratto o con buste paga false; abbiano straordinari non pagati e inquadramenti professionali non a norma; siano privati della necessaria sicurezza, sino ad arrivare ad infiltrazioni malavitose.
In tale contesto, puntuali sono arrivate le denunce di GLS a tre sindacalisti della USB: Issa Abu Abed e Riadh Zaghdane dirigenti nazionali di USB Lavoro Privato e Roberto Montanari dell’esecutivo confederale provinciale USB di Piacenza, accusati di voler “conseguire un ingiusto profitto patrimoniale” e ancora “mettendo in atto azioni di sciopero” per “l’assunzione di personale precedentemente dipendente della cooperativa...” e “attraverso condotte di presidio e picchettaggio degli ingressi”.
A Piacenza, in particolare, ma ormai un po’ ovunque, i facchini sono soliti alzare testa e voce per gridare il proprio diritto ad un lavoro dignitoso, rivendicazione che avanzano scandendo lo slogan SCHIAVI MAI.
Nel 2017 c’è chi si sente legittimato a mettere in discussione il diritto di sciopero grazie ad uno scenario di raffreddamento delle lotte ad opera dei sindacati confederali e allo smantellamento della legislazione sul lavoro ad opera anche dei governi sostenuti e guidati dal PD.
Dovranno però fare i conti con la volontà di difendere la democrazia manifestata dal popolo italiano col referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, con la determinazione dei lavoratori a non chinare la testa nei confronti di chi li vorrebbe nuovamente schiavi e con la fermezza di U.S.B. ad avanzare in una pratica di sindacato di classe, coerentemente e radicalmente dalla parte di chi è sfruttato.
Su questo aspetto della criminalizzazione del conflitto politico e sociale nel paese, venerdì pomeriggio a Roma la Piattaforma Eurostop ha organizzato una assemblea pubblica (ore 16.00 sala di via Galilei 53) a cavallo tra la giornata di sciopero generale del 10 e la manifestazione nazionale di sabato.
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15/09/2017
Un anno fa Abd Elsalam. Usb dice no alla carità pelosa di GLS
Come risponde GLS alle manifestazioni in memoria di Abd Elsalam? Chiudendo il magazzino davanti al quale il nostro compagno è stato ucciso da un tir incitato a forzare il presidio al quale Abd Elsalam partecipava. Pare incredibile ma così è: GLS annuncia la chiusura notturna dell’hub di Piacenza proprio in coincidenza dell’anniversario.
Dicono nel loro comunicato che lo fanno in memoria del lavoratore. Se così fosse, il modo migliore per ricordare Abd Elsalam sarebbe invece aprire il centro di smistamento ai lavoratori, per ricordare il nostro compagno proprio nella ricorrenza della sua scomparsa. La morte di Abd Elsalam è la morte di un lavoratore che si è sempre battuto in difesa dei diritti che proprio GLS vuole negare. La carità pelosa non ci interessa. Ed è per questo che USB conferma tutte le iniziative in programma.
Il 14 settembre rimangono le 2 ore di sciopero proclamate in tutte le aziende della logistica, dalle ore 23.00 alle 01.00 del 15, fascia oraria in cui si è consumato quel tragico omicidio, con invito a tutti i lavoratori del settore ad aderire; davanti al magazzino della GLS a Piacenza ci sarà un fiaccolata.
Questo sciopero non ha solo un carattere commemorativo, che pure ha la sua valenza, ma vuole rappresentare un altro momento di denuncia rispetto alle condizioni di sfruttamento e di precarietà che vivono gli addetti nei magazzini della logistica: dalla mancata applicazione dei contratti, alla non osservanza delle norme di sicurezza.
La campagna Schiavi Mai non solo non è mai finita, ma diventa sempre più attuale.
La mobilitazione continuerà il 20 Settembre davanti al Tribunale di Piacenza in occasione dell’udienza preliminare relativa all’assassinio di Abd El Salam; domenica 24 inaugurazione della nuova sede USB di Piacenza (intitolata a Abd El Salam), seguita da un’assemblea pubblica sulle condizioni di lavoro nella logistica e sulla repressione delle lotte di chi ha scelto di alzare la testa.
TOCCA UNO TOCCA TUTTI
#SCHIAVIMAI
Unione Sindacale di Base
USB Lavoro Privato
Roma, 13 settembre 2017
Fonte
02/08/2017
Piacenza. Il 14 settembre processo per l’omicidio di Abd El Salam. La Procura marca male
“Abdel Salam non è morto in un incidente stradale, è stato assassinato mentre lottava alla Gls per i suoi diritti”. Lo scrive in una nota il sindacato USB che per ricordare la morte dell’operaio durante un sit in alla Gls ha indetto dieci giorni di mobilitazione.
“Il 14 settembre prossimo sarà un anno dall’assassinio di Abdel Salam, ucciso a Piacenza nel corso di una manifestazione indetta dall’Unione Sindacale di Base, mentre stava effettuando un picchetto davanti al magazzino della GLS per rivendicare l’applicazione degli accordi sottoscritti per l’assunzione dei facchini precari. Come numerosi testimoni hanno chiarito nel corso delle indagini svolte dalla difesa dei familiari è emerso che la decisione del camionista di far partire il suo mezzo, con ciò provocando la morte del nostro compagno, era stata determinata dalla manifesta volontà dei responsabili della ditta di forzare il blocco”.
“Il pm Emilio Pisante ha ora chiesto il rinvio a giudizio del camionista derubricando l’ipotesi di reato da omicidio volontario a omicidio stradale, in pratica accusando l’indagato di mancanza di prudenza e di attenzione! Abdel Salam non stava passeggiando! Era davanti all’ingresso della GLS fermo e l’autista del camion, un 44enne di Cremona, ha ingranato la marcia uccidendolo!” continua la nota.
“Addirittura la procura parla di comportamento scorretto da parte di Abdel Salam a causa della sua volontà di bloccare il mezzo. I nostri legali peraltro chiederanno la prosecuzione delle indagini per accertare la condotta delle persone che hanno spinto l’attuale indagato a forzare il blocco, al fine di formulare nei loro confronti l’accusa di concorso nell’omicidio di Abdel Salam”.
“L’Unione Sindacale di Base, quando si terrà l’udienza preliminare davanti al Gip il 20 settembre, si costituirà parte civile poiché questo omicidio ha colpito nel suo insieme la nostra organizzazione quale rappresentante dei diritti dei lavoratori in lotta. Per ricordare la determinazione, la coerenza e il coraggio di Abdel Salam, che ha lasciato nella disperazione moglie e cinque figli, e continuare nella lotta per i diritti e la dignità dei lavoratori della logistica, USB ha indetto dieci giorni di mobilitazione a partire dal 14 Settembre 2017”.
Fonte
“Il 14 settembre prossimo sarà un anno dall’assassinio di Abdel Salam, ucciso a Piacenza nel corso di una manifestazione indetta dall’Unione Sindacale di Base, mentre stava effettuando un picchetto davanti al magazzino della GLS per rivendicare l’applicazione degli accordi sottoscritti per l’assunzione dei facchini precari. Come numerosi testimoni hanno chiarito nel corso delle indagini svolte dalla difesa dei familiari è emerso che la decisione del camionista di far partire il suo mezzo, con ciò provocando la morte del nostro compagno, era stata determinata dalla manifesta volontà dei responsabili della ditta di forzare il blocco”.
“Il pm Emilio Pisante ha ora chiesto il rinvio a giudizio del camionista derubricando l’ipotesi di reato da omicidio volontario a omicidio stradale, in pratica accusando l’indagato di mancanza di prudenza e di attenzione! Abdel Salam non stava passeggiando! Era davanti all’ingresso della GLS fermo e l’autista del camion, un 44enne di Cremona, ha ingranato la marcia uccidendolo!” continua la nota.
“Addirittura la procura parla di comportamento scorretto da parte di Abdel Salam a causa della sua volontà di bloccare il mezzo. I nostri legali peraltro chiederanno la prosecuzione delle indagini per accertare la condotta delle persone che hanno spinto l’attuale indagato a forzare il blocco, al fine di formulare nei loro confronti l’accusa di concorso nell’omicidio di Abdel Salam”.
“L’Unione Sindacale di Base, quando si terrà l’udienza preliminare davanti al Gip il 20 settembre, si costituirà parte civile poiché questo omicidio ha colpito nel suo insieme la nostra organizzazione quale rappresentante dei diritti dei lavoratori in lotta. Per ricordare la determinazione, la coerenza e il coraggio di Abdel Salam, che ha lasciato nella disperazione moglie e cinque figli, e continuare nella lotta per i diritti e la dignità dei lavoratori della logistica, USB ha indetto dieci giorni di mobilitazione a partire dal 14 Settembre 2017”.
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24/10/2016
Jiahan: «Chiedo giustizia per mio marito, Abd Elsalam lottava per i diritti di tutti»
Intervista. Jiahan, la moglie di Abd Elsalam, l'operaio e sindacalista Usb ucciso nella manifestazione sindacale a Piacenza: "Dopo la sua morte, con i miei figli ci siamo trasferiti a Piacenza. Spero in un aiuto, che i miei figli trovino un lavoro... di poter ricominciare qui".
Foto di Patrizia Cortellessa
«Mio marito era venuto in Italia perché da noi, in Egitto, la situazione è molto difficile. Voleva dare una vita migliore ai nostri figli. Invece è stato vittima di quello che hanno definito, secondo noi ingiustamente, un incidente, mentre lottava per i diritti suoi e degli altri lavoratori. Non pensavamo che in Italia potesse accadere».
Jiahan è la moglie di Abd Elsalam, 53 anni, l’operaio egiziano e sindacalista Usb investito e ucciso da un Tir durante un presidio sindacale, il 14 settembre scorso, a Piacenza. Le indagini sono aperte, ma la Procura di Piacenza sostiene la tesi dell’incidente e dell’omicidio stradale. Per l’Usb invece si è trattato di un omicidio, tragico punto d’arrivo di un sistema di sfruttamento. Jahan è arrivata dall’Egitto per chiedere giustizia per il marito, nel giorno in cui gli è stata intitolata simbolicamente piazza San Giovanni. Usb ha invitato a partecipare alla sottoscrizione per sostenere la famiglia. L’Iban è IT 17 W031 2703 2010 0000 000 1801. Abbiamo incontrato Jiahan, in compagnia del figlio diciottenne, nella piazza dedicata a Abd Elsalam.
Perché suo marito è venuto in Italia?
Per dare un futuro dignitoso ai nostri figli. In Egitto era professore di agraria, ma lo stipendio non bastava a mantenere la famiglia. Così nel 2002 ha deciso di partire.
Che lavoro aveva trovato?
Per alcuni anni lavori precari, realtà di sfruttamento. Solo negli ultimi 6 anni alla Gls aveva avuto un contratto a tempo indeterminato.
Come si trovava nell’azienda?
Il suo lavoro era molto faticoso. A volte lavorava tutta la notte, dalle 8 della sera fino alle 8 del mattino. Però non poteva rifiutare, aveva bisogno di quell’impiego. Non voleva rischiare e cercarne un altro, perché alla Gls aveva un contratto indeterminato, indispensabile per rinnovare il permesso di soggiorno.
Nel giorno della tragedia stava lottando per i diritti degli altri operai, tra cui suo fratello...
Sì. Aveva un contratto indeterminato, ma era lì per stare accanto ai lavoratori precari. Scioperavano dal 2011, per chiedere la stabilità dei precari e il reintegro degli altri. Noi ringraziamo i colleghi e il sindacato che hanno appoggiato le sue lotte per la giustizia e i diritti. E ora io sono qui per chiedere giustizia per lui.
Lei non crede sia stato un incidente?
Colpisce che la Procura abbia parlato da subito di incidente. Non è così, come risulta dai racconti dei colleghi e da un video. Gli ordini dei dirigenti della Gls erano di intimidire i lavoratori e rompere il picchetto. Forse l’autista del camion non voleva arrivare a quel punto e uccidere Abd Elsalam, ma è stato pressato anche lui dall’azienda.
Quindi secondo lei l’autista, pur colpevole, è in parte anche lui vittima della ditta?
Sì, noi familiari non vogliamo dare tutta la colpa all’autista. È anche lui un lavoratore, è stato pressato, se non eseguiva gli ordini rischiava di perdere il lavoro.
Ha fiducia nella magistratura italiana?
Sì, sono qui per questo. Ho fiducia nel popolo e nella Magistratura italiana, anche se finora sul caso di mio marito ho avuto solo notizie negative. Non voglio perdere la fiducia nell’Italia, un Paese democratico, diverso dal nostro, l’Egitto, dove non ci sono diritti, e avvengono delitti come quello di Giulio Regeni. Proprio per chiedere verità e giustizia per Giulio, mio marito aveva manifestato a Piacenza.
Da chi avete ricevuto aiuto?
Dai colleghi di mio marito e dall’Usb. Non dalla Gls. Ci hanno fatto le condoglianze dopo una settimana.
Cosa vorrebbe ora dall’Italia?
Dopo la morte di mio marito, con i miei figli ci siamo trasferiti a Piacenza. Spero in un aiuto, che i miei figli trovino un lavoro... di poter ricominciare qui.
Fonte
Foto di Patrizia Cortellessa
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«Mio marito era venuto in Italia perché da noi, in Egitto, la situazione è molto difficile. Voleva dare una vita migliore ai nostri figli. Invece è stato vittima di quello che hanno definito, secondo noi ingiustamente, un incidente, mentre lottava per i diritti suoi e degli altri lavoratori. Non pensavamo che in Italia potesse accadere».
Jiahan è la moglie di Abd Elsalam, 53 anni, l’operaio egiziano e sindacalista Usb investito e ucciso da un Tir durante un presidio sindacale, il 14 settembre scorso, a Piacenza. Le indagini sono aperte, ma la Procura di Piacenza sostiene la tesi dell’incidente e dell’omicidio stradale. Per l’Usb invece si è trattato di un omicidio, tragico punto d’arrivo di un sistema di sfruttamento. Jahan è arrivata dall’Egitto per chiedere giustizia per il marito, nel giorno in cui gli è stata intitolata simbolicamente piazza San Giovanni. Usb ha invitato a partecipare alla sottoscrizione per sostenere la famiglia. L’Iban è IT 17 W031 2703 2010 0000 000 1801. Abbiamo incontrato Jiahan, in compagnia del figlio diciottenne, nella piazza dedicata a Abd Elsalam.
Perché suo marito è venuto in Italia?
Per dare un futuro dignitoso ai nostri figli. In Egitto era professore di agraria, ma lo stipendio non bastava a mantenere la famiglia. Così nel 2002 ha deciso di partire.
Che lavoro aveva trovato?
Per alcuni anni lavori precari, realtà di sfruttamento. Solo negli ultimi 6 anni alla Gls aveva avuto un contratto a tempo indeterminato.
Come si trovava nell’azienda?
Il suo lavoro era molto faticoso. A volte lavorava tutta la notte, dalle 8 della sera fino alle 8 del mattino. Però non poteva rifiutare, aveva bisogno di quell’impiego. Non voleva rischiare e cercarne un altro, perché alla Gls aveva un contratto indeterminato, indispensabile per rinnovare il permesso di soggiorno.
Nel giorno della tragedia stava lottando per i diritti degli altri operai, tra cui suo fratello...
Sì. Aveva un contratto indeterminato, ma era lì per stare accanto ai lavoratori precari. Scioperavano dal 2011, per chiedere la stabilità dei precari e il reintegro degli altri. Noi ringraziamo i colleghi e il sindacato che hanno appoggiato le sue lotte per la giustizia e i diritti. E ora io sono qui per chiedere giustizia per lui.
Lei non crede sia stato un incidente?
Colpisce che la Procura abbia parlato da subito di incidente. Non è così, come risulta dai racconti dei colleghi e da un video. Gli ordini dei dirigenti della Gls erano di intimidire i lavoratori e rompere il picchetto. Forse l’autista del camion non voleva arrivare a quel punto e uccidere Abd Elsalam, ma è stato pressato anche lui dall’azienda.
Quindi secondo lei l’autista, pur colpevole, è in parte anche lui vittima della ditta?
Sì, noi familiari non vogliamo dare tutta la colpa all’autista. È anche lui un lavoratore, è stato pressato, se non eseguiva gli ordini rischiava di perdere il lavoro.
Ha fiducia nella magistratura italiana?
Sì, sono qui per questo. Ho fiducia nel popolo e nella Magistratura italiana, anche se finora sul caso di mio marito ho avuto solo notizie negative. Non voglio perdere la fiducia nell’Italia, un Paese democratico, diverso dal nostro, l’Egitto, dove non ci sono diritti, e avvengono delitti come quello di Giulio Regeni. Proprio per chiedere verità e giustizia per Giulio, mio marito aveva manifestato a Piacenza.
Da chi avete ricevuto aiuto?
Dai colleghi di mio marito e dall’Usb. Non dalla Gls. Ci hanno fatto le condoglianze dopo una settimana.
Cosa vorrebbe ora dall’Italia?
Dopo la morte di mio marito, con i miei figli ci siamo trasferiti a Piacenza. Spero in un aiuto, che i miei figli trovino un lavoro... di poter ricominciare qui.
Fonte
22/09/2016
Classe operaia
La classe operaia: questa definizione economica di Karl Marx ha avuto conseguenze politiche. Un lavoratore salariato apprendeva due cose: di essere sottopagato per produrre plusvalore e di appartenere a una schiera di uguali. La classe operaia è stata prima di tutto una potente definizione politica. Ha procurato coscienza della propria forza di massa, rompendo l’isolamento dei singoli.
Ho fatto lavori manuali tra il ’76 e il ’97, ho conosciuto la grande fabbrica e la piccola azienda. Ovunque ho potuto riconoscere il grado di consapevolezza e dignità conquistato e trasmesso dalle lotte delle generazioni precedenti. Lo chiamavo e lo chiamo ancora: misura del progresso.
Il 1900 è stato il secolo degli operai. La loro forza lavoro ha mosso il macchinario assordante delle produzioni dal fondo di miniere al piano ultimo dei grattacieli. Il loro numero e la loro coscienza li rendeva una classe, nome che proviene da una compatta formazione di battaglia.
Nell’autunno dell’80 ho bivaccato davanti a uno dei molti cancelli della fabbrica Fiat Mirafiori a Torino. La mia vita è basata e ripassata spesso tra i suoi fiumi. Per 37 giorni e notti la classe operaia torinese ha sigillato il più grande stabilimento industriale d’Europa per non far passare oltre ventimila espulsioni. Dopo 37 giorni di blocco totale togliemmo l’assedio. Le espulsioni passarono. Conto da quel momento preciso la diminuzione fisica e politica del termine classe operaia.
Alleggerita di addetti, meccanizzata da nuove lavorazioni automatiche, la grande produzione ha potuto fare a meno della massa critica operaia. Avevo una tuta blu intrisa di lubrificanti, oggi vedo camici bianchi. Ho assistito all’estinzione del termine classe operaia.
Questo comporta minore tutela sul lavoro e aumento micidiale di pericolosità, gentilmente definita infortunistica. Non c’entra l’infortunio, neanche la sfortuna. C’entra l’aumento dei ritmi di lavorazione, la tensione di nervi tesi in faccia, l’allarme continuo e incorporato nei gesti, e a fine turno un assurdo sollievo di illesi. È posto di lavoro: o di trincea?
Ai miei tempi sfondare un picchietto di operai in sciopero era caldamente sconsigliato anche agli agenti in divisa. Oggi un autista investe e uccide col suo camion un operaio che blocca un ingresso insieme ai suoi compagni. Lo investe e lo uccide istigato dall’ordine di un qualche kapò di lager.
La modernità regredisce volentieri e la vita umana messa di traverso le ingombra la sua marcia indietro.
Fonte
Ho fatto lavori manuali tra il ’76 e il ’97, ho conosciuto la grande fabbrica e la piccola azienda. Ovunque ho potuto riconoscere il grado di consapevolezza e dignità conquistato e trasmesso dalle lotte delle generazioni precedenti. Lo chiamavo e lo chiamo ancora: misura del progresso.
Il 1900 è stato il secolo degli operai. La loro forza lavoro ha mosso il macchinario assordante delle produzioni dal fondo di miniere al piano ultimo dei grattacieli. Il loro numero e la loro coscienza li rendeva una classe, nome che proviene da una compatta formazione di battaglia.
Nell’autunno dell’80 ho bivaccato davanti a uno dei molti cancelli della fabbrica Fiat Mirafiori a Torino. La mia vita è basata e ripassata spesso tra i suoi fiumi. Per 37 giorni e notti la classe operaia torinese ha sigillato il più grande stabilimento industriale d’Europa per non far passare oltre ventimila espulsioni. Dopo 37 giorni di blocco totale togliemmo l’assedio. Le espulsioni passarono. Conto da quel momento preciso la diminuzione fisica e politica del termine classe operaia.
Alleggerita di addetti, meccanizzata da nuove lavorazioni automatiche, la grande produzione ha potuto fare a meno della massa critica operaia. Avevo una tuta blu intrisa di lubrificanti, oggi vedo camici bianchi. Ho assistito all’estinzione del termine classe operaia.
Questo comporta minore tutela sul lavoro e aumento micidiale di pericolosità, gentilmente definita infortunistica. Non c’entra l’infortunio, neanche la sfortuna. C’entra l’aumento dei ritmi di lavorazione, la tensione di nervi tesi in faccia, l’allarme continuo e incorporato nei gesti, e a fine turno un assurdo sollievo di illesi. È posto di lavoro: o di trincea?
Ai miei tempi sfondare un picchietto di operai in sciopero era caldamente sconsigliato anche agli agenti in divisa. Oggi un autista investe e uccide col suo camion un operaio che blocca un ingresso insieme ai suoi compagni. Lo investe e lo uccide istigato dall’ordine di un qualche kapò di lager.
La modernità regredisce volentieri e la vita umana messa di traverso le ingombra la sua marcia indietro.
Fonte
21/09/2016
Bloccati i magazzini GLS in tutta Italia, prende forma il NO sociale a Renzi e alla Ue
Ieri notte insieme a circa 150 lavoratori e compagni di tutta Roma abbiamo bloccato l’Hub romano della GLS. Contemporaneamente, nel resto d’Italia tutti gli altri centri di smistamento legati all’azienda assassina venivano picchettati e di fatto chiusi da uno sciopero raramente così efficace. La lotta sindacale, insomma, prosegue (ricordiamo che lo snodo di Piacenza, quello centrale della logistica italiana, è di fatto bloccato da settimane). Proprio le lotte nella logistica potrebbero diventare uno dei tasselli del NO sociale contro Renzi e la Ue al prossimo referendum. E’ una sfida che riuscirà solo se la questione verrà sottratta dal recinto sindacale in cui è ancora confinata. La morte di un lavoratore durante la lotta non è un “tragico incidente sul lavoro”, come incredibilmente anche a sinistra qualcuno vorrebbe ridurre la questione, ma è l’assassinio di un manifestante nell’esercizio dei suoi diritti sociali e politici. Un fatto che riguarda tutti e in primo luogo i militanti politici.
Ieri notte la vicenda è stata finalmente raccolta anche da pezzi di sinistra non pervenuti a Piacenza. E’ un primo importante passo verso la costruzione delle manifestazioni dell’autunno contro il governo Renzi. La battaglia del NO avrà, in questo senso, molti protagonisti, da sinistra a destra, passando per il M5S che probabilmente monopolizzerà la vicenda referendaria e costituirà il principale aggregatore di voti contro Renzi e la Ue. Ma se come sinistra vogliamo avere delle possibilità di incidere nella lotta contro il governo e nel NO al referendum, se vorremo avere margini di agibilità sociale e politica dopo l’eventuale (e per nulla scontata) vittoria dei NO, queste possibilità passeranno solo e unicamente dalle nostre capacità di marciare uniti nella battaglia del NO. Ieri notte, in questo senso, è stato un bel momento di condivisione e di unitarietà come mancava da molto tempo. Nelle nostre sacrosante differenze, dovremmo cogliere il dato della nostra impossibile autosufficienza nelle mobilitazioni del prossimo autunno. Da momenti di lotta come quello di ieri si può allora ripartire, se l’intelligenza sorreggerà il nostro percorso.
Fonte
Ieri notte la vicenda è stata finalmente raccolta anche da pezzi di sinistra non pervenuti a Piacenza. E’ un primo importante passo verso la costruzione delle manifestazioni dell’autunno contro il governo Renzi. La battaglia del NO avrà, in questo senso, molti protagonisti, da sinistra a destra, passando per il M5S che probabilmente monopolizzerà la vicenda referendaria e costituirà il principale aggregatore di voti contro Renzi e la Ue. Ma se come sinistra vogliamo avere delle possibilità di incidere nella lotta contro il governo e nel NO al referendum, se vorremo avere margini di agibilità sociale e politica dopo l’eventuale (e per nulla scontata) vittoria dei NO, queste possibilità passeranno solo e unicamente dalle nostre capacità di marciare uniti nella battaglia del NO. Ieri notte, in questo senso, è stato un bel momento di condivisione e di unitarietà come mancava da molto tempo. Nelle nostre sacrosante differenze, dovremmo cogliere il dato della nostra impossibile autosufficienza nelle mobilitazioni del prossimo autunno. Da momenti di lotta come quello di ieri si può allora ripartire, se l’intelligenza sorreggerà il nostro percorso.
Fonte
20/09/2016
La morte di Abd Elsalam: un oltraggio
La brutale morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, operaio della logistica
investito e ucciso da un camion – guidato da un “padroncino” istigato
da un “manager” – ha suscitato un’ondata di indignazione in tutto il
paese e nel mondo del lavoro. Sia le modalità della sua uccisione che le
dichiarazioni rilasciate immediatamente dal capo della Procura di
Piacenza, dott. Cappelleri, hanno incendiato i sentimenti e le reazioni
di migliaia di persone.
Abd Elsalam è stato ucciso da uno di quegli “imprenditori di se stessi che non hanno tempo da perdere”, padroncini “italiani” prosperati nei servizi alle imprese (come i trasporti e la logistica), spesso stritolati a loro volta da quel sistema, ma refrattari o ostili ad ogni reciproco riconoscimento con gli altri lavoratori. Quanto accaduto configura le caratteristiche del conflitto sociale in uno dei settori strategici e per questo ancora in relativa crescita: la circolazione delle merci. Si tratta di un settore sempre al limite, stressato dai ritmi e dai tempi della distribuzione, determinati dal dominio del just in time. Il tempo diventa il parametro determinante di ogni algoritmo aziendale e termometro della “competitività” dell'azienda; ogni ostacolo o ritardo diventa inaccettabile e pertanto va rimosso.
Se questo ostacolo sono uomini in carne ed ossa, che picchettano i cancelli delle aziende della logistica per rivendicare i loro diritti, la logica aziendalista vi si rapporta esattamente come abbiamo visto nella notte tra mercoledì e giovedì alla Gls di Novate (Piacenza). Quel “vai!, vai!” con cui un dirigente aziendale ha incitato il padroncino del camion a partire comunque e nonostante il picchetto, ha portato alla morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf. Padre di cinque figli, professore in Egitto e operaio per necessità in Italia, Abd Elsalam ha cercato di fermare quel camion per rendere efficace il picchetto cui partecipava insieme ai suoi compagni di lavoro.
Da anni ormai in questo settore le vertenze sindacali somigliano terribilmente a quelle dei primi del Novecento. Chi ha seguito le lotte della logistica in questi anni, sa bene che lo scenario di morte di mercoledì notte è stato sfiorato molte altre volte, quando camion o crumiri hanno cercato di forzare i picchetti, molto spesso coadiuvati dalla polizia. Si tratta di un segmento importante del mercato del lavoro (quasi 400.000 addetti), fortemente deregolamentato, con l’intermediazione di manodopera spesso gestita da banditi dai metodi sbrigativi, in cui la gran parte dei lavoratori addetti ai magazzini sono immigrati. L’idea padronale, fin dall'inizio, è stata proprio quella di sfruttare la ricattabilità dei lavoratori immigrati e le “nuove leggi” prodotte negli ultimi venti anni (il “pacchetto Treu” è del 1997) per abbattere costi e limitare i conflitti.
La realtà, esattamente come nei primi del Novecento, ha prodotto l’opposto, spinta da forze incontrollabili che muovono contemporaneamente manager del capitale, “padroncini” senza margini e lavoratori generici, intercambiabili, selezionati per la pura energia meccanica.
I lavoratori immigrati, proprio perché vedono e vivono concretamente il bisogno di emancipazione – per se stessi e i propri figli – sono estremamente motivati e determinati nella rivendicazione dei diritti, per la loro estensione e consolidamento. Quando questa determinazione incontra organizzazioni sindacali vere, non compiacenti con le aziende – e l’Usb è la principale tra queste organizzazioni – la condizione oggettiva e la spinta soggettiva trovano una sintesi importante. Che produce spesso risultati vincenti.
Questa dimensione della composizione sociale del conflitto sindacale deve essere stata ampiamente sottovalutata anche dal capo della procura di Piacenza, Salvatore Cappelleri, che ha rilasciato a caldo – a pochissime ore dall’uccisione di Abd Elsalam – delle dichiarazioni quantomeno improvvide e affrettate che hanno fatto indignare tutti. Le riportiamo in calce perché è bene che nessuno le dimentichi, soprattutto a fronte delle prove video e fotografiche che lo smentiscono clamorosamente. Il dott. Cappelleri ha detto testualmente (servilmente ripreso da agenzie come Ansa e alcuni telegiornali):
Abbiamo respirato una sensazione da tribunale nella Ankara di Erdogan, da corte egiziana (a proposito dell'uccisione di Regeni, per esempio) o italo-ottocentesca. Un oltraggio alla vita e alla dignità di Abd Elsalam e di tutti gli altri lavoratori che sono costretti a mettersi di traverso – ad un camion, ad una legge ingiusta, ad un governo ostile – per vedere riconosciuti i propri diritti e seriamente rappresentati i propri interessi.
Fonte
Abd Elsalam è stato ucciso da uno di quegli “imprenditori di se stessi che non hanno tempo da perdere”, padroncini “italiani” prosperati nei servizi alle imprese (come i trasporti e la logistica), spesso stritolati a loro volta da quel sistema, ma refrattari o ostili ad ogni reciproco riconoscimento con gli altri lavoratori. Quanto accaduto configura le caratteristiche del conflitto sociale in uno dei settori strategici e per questo ancora in relativa crescita: la circolazione delle merci. Si tratta di un settore sempre al limite, stressato dai ritmi e dai tempi della distribuzione, determinati dal dominio del just in time. Il tempo diventa il parametro determinante di ogni algoritmo aziendale e termometro della “competitività” dell'azienda; ogni ostacolo o ritardo diventa inaccettabile e pertanto va rimosso.
Se questo ostacolo sono uomini in carne ed ossa, che picchettano i cancelli delle aziende della logistica per rivendicare i loro diritti, la logica aziendalista vi si rapporta esattamente come abbiamo visto nella notte tra mercoledì e giovedì alla Gls di Novate (Piacenza). Quel “vai!, vai!” con cui un dirigente aziendale ha incitato il padroncino del camion a partire comunque e nonostante il picchetto, ha portato alla morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf. Padre di cinque figli, professore in Egitto e operaio per necessità in Italia, Abd Elsalam ha cercato di fermare quel camion per rendere efficace il picchetto cui partecipava insieme ai suoi compagni di lavoro.
Da anni ormai in questo settore le vertenze sindacali somigliano terribilmente a quelle dei primi del Novecento. Chi ha seguito le lotte della logistica in questi anni, sa bene che lo scenario di morte di mercoledì notte è stato sfiorato molte altre volte, quando camion o crumiri hanno cercato di forzare i picchetti, molto spesso coadiuvati dalla polizia. Si tratta di un segmento importante del mercato del lavoro (quasi 400.000 addetti), fortemente deregolamentato, con l’intermediazione di manodopera spesso gestita da banditi dai metodi sbrigativi, in cui la gran parte dei lavoratori addetti ai magazzini sono immigrati. L’idea padronale, fin dall'inizio, è stata proprio quella di sfruttare la ricattabilità dei lavoratori immigrati e le “nuove leggi” prodotte negli ultimi venti anni (il “pacchetto Treu” è del 1997) per abbattere costi e limitare i conflitti.
La realtà, esattamente come nei primi del Novecento, ha prodotto l’opposto, spinta da forze incontrollabili che muovono contemporaneamente manager del capitale, “padroncini” senza margini e lavoratori generici, intercambiabili, selezionati per la pura energia meccanica.
I lavoratori immigrati, proprio perché vedono e vivono concretamente il bisogno di emancipazione – per se stessi e i propri figli – sono estremamente motivati e determinati nella rivendicazione dei diritti, per la loro estensione e consolidamento. Quando questa determinazione incontra organizzazioni sindacali vere, non compiacenti con le aziende – e l’Usb è la principale tra queste organizzazioni – la condizione oggettiva e la spinta soggettiva trovano una sintesi importante. Che produce spesso risultati vincenti.
Questa dimensione della composizione sociale del conflitto sindacale deve essere stata ampiamente sottovalutata anche dal capo della procura di Piacenza, Salvatore Cappelleri, che ha rilasciato a caldo – a pochissime ore dall’uccisione di Abd Elsalam – delle dichiarazioni quantomeno improvvide e affrettate che hanno fatto indignare tutti. Le riportiamo in calce perché è bene che nessuno le dimentichi, soprattutto a fronte delle prove video e fotografiche che lo smentiscono clamorosamente. Il dott. Cappelleri ha detto testualmente (servilmente ripreso da agenzie come Ansa e alcuni telegiornali):
"Quando è avvenuto l'incidente non era in atto alcuna manifestazione all'ingresso della Gls. Quando il Tir è uscito dalla ditta, dopo le regolari operazioni di carico, ha effettuato una manovra di svolta a destra. Inoltre escludiamo categoricamente che qualche preposto della Gls abbia incitato l'autista a partire. Davanti ai cancelli in quel momento non vi era alcuna manifestazione di protesta o alcun blocco da parte degli operai, che erano ancora in attesa di conoscere l'esito dell'incontro tra la rappresentanza sindacale e l'azienda. Allo stato attuale delle indagini riteniamo che l'autista non si sia accorto di aver investito l'uomo che è stato visto correre da solo incontro al camion che stava facendo manovra. Per questo si è deciso di rilasciare l'autista che, tra l'altro, è anche risultato negativo ai test di accertamento per le sostanze stupefacenti e l'alcol".Leggendo queste parole sembra quasi che Abd Elsalam si sia suicidato da solo correndo contro il camion in movimento (qualcosa di simile al “malore attivo” che un altro magistrato escogitò per scagionare il commissario Calabresi dall'uccisione di Giuseppe Pinelli). Una “convinzione” maturata sulla base del solo rapporto dei poliziotti presenti e senza ulteriori riscontri, senza alcun ulteriore esame o prudenza, e che hanno portato all’immediato rilascio del padroncino del camion. Una frettolosità superficiale che sembra emendabile in un solo modo: le dimissioni del dott. Cappelleri.
Abbiamo respirato una sensazione da tribunale nella Ankara di Erdogan, da corte egiziana (a proposito dell'uccisione di Regeni, per esempio) o italo-ottocentesca. Un oltraggio alla vita e alla dignità di Abd Elsalam e di tutti gli altri lavoratori che sono costretti a mettersi di traverso – ad un camion, ad una legge ingiusta, ad un governo ostile – per vedere riconosciuti i propri diritti e seriamente rappresentati i propri interessi.
Fonte
19/09/2016
Ahmed non deve diventare il primo di una lunga lista
Un uomo solo, o pochi uomini, in piedi, davanti a un mostro d'acciaio. L'immagine di Tien An Men è solo una delle tante icone che segnano il confine tra l'ammissibile e l'inumano, tra il conflitto che riconosce nell'altro un appartenente alla stessa specie e l'ansia di sterminio che tratta chi si frappone ai propri obiettivi come Untermensch. Sottouomini, come animali o cose.
Entro i confini dell'umano c'è tutto lo spazio conflittuale tipico delle democrazie borghesi, che non hanno mai evitato che si spargesse morte, ma hanno sempre ammesso variegate forme della “non violenza” e persino tollerato – a causa dei rapporti di forza politici e sociali, non certo per magnanimità – addirittura un qualche grado di violenza di massa (gli anni '60 e '70 stanno ancora nell'immaginario globale).
Decenni di picchetti e blocchi stradali, lungo tutto il Novecento e questi primi anni del nuovo millennio, si sono avvalsi di questo spazio nemmeno codificato, per cui degli esseri umani che protestano, arrabbiati ma disarmati, non possono essere schiacciati da un'auto, da un camion, da un blindato. Decine di crumiri e di padroni hanno spesso cercato di forzare i blocchi, qualcuno ha anche ferito dei manifestanti. Ma è stato sanzionato prima dai manifestanti stessi, poi anche dalla magistratura, incaricata – se non altro – di proteggere il monopolio della forza attribuito alle Stato. Che non ha del resto lesinato morte e distruzione, da Portella delle Ginestre a Reggio Emilia, da Piazza Fontana a Carlo Giuliani.
Il carro armato cinese a Tien An Men – va ricordato – si fermò, cercò di scartare quell'omino ostinato che si spostava per impedirgli di passare. Alla fine desistette e restò immobile, marcando uno stallo e la fine delle ostilità. Un attimo sospeso prima dell'abisso, un passo che non fu fatto.
Il tir del padroncino di Piacenza, incitato dal manager Antonio Romano, è andato avanti e ha schiacciato Ahmed Abd Elsalam. È un fatto.
Peggio. Il procuratore locale, in poche ore, ha saltato tutta la fase delle indagini, accettando senza obiezioni la versione dell'azienda e dell'autista. Versione avallata dalla polizia, per coprire una propria defaillance nel doppio ruolo svolto davanti alla Gls (gestire la piazza e accompagnare la trattativa). È un altro fatto.
Un episodio del genere fa precedente, cambia la costituzione materiale e l'orientamento di tutta la legislazione ammessa in giudizio.
La velocità con cui il governo e il sistema dei media mainstream ha immediatamente accolto la versione dell'”incidente stradale” parla da sola. Nell'ansia di impedire che un omicidio possa sedimentare una consapevolezza dell'orrore legislativo e regolamentare costruito negli ultimi venti anni – la storia della precarizzazione legalizzata, dal “pacchetto Treu” alla “legge 30” al Jobs Act – la classe dirigente ha preso una decisione decisamente vile, ma che di fatto rende possibile il moltiplicarsi di “omicidi stradali” nelle piazze italiane.
Un precedente storico e giudiziario ha un peso impossibile da sottovalutare. Determina gli orientamenti e le decisioni successive. Rafforza negli assassini la certezza dell'impunità davanti al giudice e alle varie polizie. E indebolisce nelle vittime la certezza di poter lottare e veder riconosciute ovunque – persino in sede giudiziaria – le proprie ragioni. La “certezza del diritto” si trasforma in pochi attimi in certezza dell'ingiustizia e dell'impossibilità di vedersela riconosciuta. Prima ancora del processo.
Con in più il sottaciuto razzismo che mette la nazionalità e/o la religione della vittima davanti a ogni altra considerazione, appunto. Proprio come – simmetricamente – Giulio Regeni in Egitto. “Che cazzo pretendeva?”
I video hanno mostrato molto, anche se non tutto. Persino quello prodotto dalla difesa del manager (non “padrone”, solo un dipendente di una multinazionale tedsca…), Antonio Romano, certifica il contrario di quanto incautamente affermato dal procuratore di Piacenza. C'era una protesta in corso, e numerosi uomini corrono infatti dietro il tir che ha appena travolto Ahmed, costringendolo a fermarsi definitivamente. Un altro camion, a pochi metri di distanza, innesta la marcia indietro davanti a tanto orrore e all'umanissimo terrore di essere scambiato per un complice dell'assassino. Numerosi funzionari dell'azeinda Gls si alternano nel parlare all'autista del tir killer prima dell'accelerata omicida. Cos'abbiano detto non possiamo saperlo dal video aziendale – stranamente privo di audio – ma soltanto dai testimoni diretti. Tanti, ma inascoltati dalla magistratura locale.
Una constatazione che dovrà spingere d'ora in poi ogni manifestante – specie se impegnato nell'antica arte di frapporre il proprio corpo all'ingiustizia – a strutturare collettivamente una mini-troupe audiovideo che registri ogni secondo e ogni movimento in qualsiasi faccia a faccia, di piazza o “in trattativa”. Con Chiunque. Così come del resto fanno polizia e imprenditori.
Guardando il video girato in occasione di un altro blocco, a Milano, si vede un manager della Gls spintonare e picchiare i lavoratori stesi a terra, invitando i tir a "passarci sopra". La tragedia era insomma stava evitata più volte per un pelo. E' bastato poco – un autista forse troppo sicuro di sè, forse un varco mal calcolato nel muro dei corpi sulla strada – perché si verificasse.
Le immagini da sole non parlano, ma sono più difficili da confutare delle testimonianze oculari ed orali. Il procuratore di Piacenza, nell'emettere la sua pre-sentenza, nemmeno ha ritenuto di dover ascoltare i compagni e colleghi di lavoro di Ahmed. Figli della stessa classe ed interesse, il loro punto di vista è stato preventivamente espulso dal futuro processo. Lasciando intravedere persino un rifiuto alla richiesta di costituzione di parte civile del sindacato Usb e degli stessi colleghi di lavoro.
Cosa si può fare davanti a tanta protervia?
Va fatto molto di più di quel che siamo abituati a fare, questo è il minimo. L'omicidio di Ahmed è un salto di qualità e di livello nel conflitto di classe. E' qualcosa che non avveniva da decenni – neanche noi siamo sicuri se dover tornare, nella ricerca, agli anni '60 o '50 – è un bivio della Storia in questo paese.
Da come si chiuderà questa vicenda dipenderà molto del materiale conflitto sociale dei prossimi anni, della sua agibilità, delle sue forme.
Se dovesse affermarsi davvero come “verità giudiziaria” – l'unica che conti, nel conflitto – quell'osceno addossare ad Ahmed una “corsa suicida contro il Tir”, ogni altro picchetto o blocco stradale correrà l'identico rischio. Ogni “manager”, crumiro, poliziotto, carabiniere, si sentirà legittimato a fare altrettanto, pronto ad invocare il destino cinico e baro che presiede agli incidenti stradali. Una condannuccia pro forma, un fastidio burocratico come la sospensione della patente, nulla di più...
C'è un problema, ovviamente. E va risolto subito, prima che le carte giudiziarie vengano scritte e composte consolidando una lapide stesa sulla verità.
In anni recenti, le battaglie giudiziarie sono state tutte di basso livello. Scontri, manganellate, insulti, resistenza a pubblico ufficiale, infrazione dei sigilli, occupazioni, manifestazioni non autorizzate, ecc, hanno selezionato un'abitudine e un personale corrispondenti.
Su un altro versante si sono giocate partite ignobili contro singoli compagni di fatto abbandonati a se stessi e ad accuse fuori dalla grazia di dio. Dalla Val Susa al 15 ottobre, per capirci.
Qui c'è un morto in terra e un processo – tutto da fare – per omicidio. E' un altro mondo, un'altra sapienza giuridica e giudiziaria, un mondo in cui improvvisare è suicida.
In altri tempi l'omicidio di Ahmed avrebbe mosso, senza bisogno di chiamata, intellettuali e avvocati, giuristi e costituzionalisti ai massimi livelli. Questa convocazione va oggi promossa, organizzata, chiamata a gran voce.
C'è in gioco la “prassi materiale” del conflitto sociale dei prossimi anni. Una posta in gioco del tutto coerente con la battaglia per il NO alla controriforma costituzionale Renzi-Boschi, contro il Jobs Act o la Buona Scuola. È la stessa battaglia.
I migliori avvocati, intellettuali, costituzionalisti e “periti settori” vanno coinvolti a difesa di quell'oscuro ex professore egiziano costretto a fare il facchino in Italia per sfamare i suoi cinque figli.
Non devono – non dobbiamo – farlo solo per tutelare la vedova e i figli. Devono farlo per se stessi, per qualsiasi cittadino si possa trovare di fronte alla prepotenza materiale dell'azienda o delle “forze dell'ordine”, in un giorno e in un incrocio qualsiasi.
Devono/dobbiamo farlo. Dobbiamo richiamarli alle loro responsabilità.
Dobbiamo bloccare quel tir o quel blindato che, in qualche oscuro garage, sta scaldando i motori in cerca di altra carne umana da travolgere.
Fonte
Entro i confini dell'umano c'è tutto lo spazio conflittuale tipico delle democrazie borghesi, che non hanno mai evitato che si spargesse morte, ma hanno sempre ammesso variegate forme della “non violenza” e persino tollerato – a causa dei rapporti di forza politici e sociali, non certo per magnanimità – addirittura un qualche grado di violenza di massa (gli anni '60 e '70 stanno ancora nell'immaginario globale).
Decenni di picchetti e blocchi stradali, lungo tutto il Novecento e questi primi anni del nuovo millennio, si sono avvalsi di questo spazio nemmeno codificato, per cui degli esseri umani che protestano, arrabbiati ma disarmati, non possono essere schiacciati da un'auto, da un camion, da un blindato. Decine di crumiri e di padroni hanno spesso cercato di forzare i blocchi, qualcuno ha anche ferito dei manifestanti. Ma è stato sanzionato prima dai manifestanti stessi, poi anche dalla magistratura, incaricata – se non altro – di proteggere il monopolio della forza attribuito alle Stato. Che non ha del resto lesinato morte e distruzione, da Portella delle Ginestre a Reggio Emilia, da Piazza Fontana a Carlo Giuliani.
Il carro armato cinese a Tien An Men – va ricordato – si fermò, cercò di scartare quell'omino ostinato che si spostava per impedirgli di passare. Alla fine desistette e restò immobile, marcando uno stallo e la fine delle ostilità. Un attimo sospeso prima dell'abisso, un passo che non fu fatto.
Il tir del padroncino di Piacenza, incitato dal manager Antonio Romano, è andato avanti e ha schiacciato Ahmed Abd Elsalam. È un fatto.
Peggio. Il procuratore locale, in poche ore, ha saltato tutta la fase delle indagini, accettando senza obiezioni la versione dell'azienda e dell'autista. Versione avallata dalla polizia, per coprire una propria defaillance nel doppio ruolo svolto davanti alla Gls (gestire la piazza e accompagnare la trattativa). È un altro fatto.
Un episodio del genere fa precedente, cambia la costituzione materiale e l'orientamento di tutta la legislazione ammessa in giudizio.
La velocità con cui il governo e il sistema dei media mainstream ha immediatamente accolto la versione dell'”incidente stradale” parla da sola. Nell'ansia di impedire che un omicidio possa sedimentare una consapevolezza dell'orrore legislativo e regolamentare costruito negli ultimi venti anni – la storia della precarizzazione legalizzata, dal “pacchetto Treu” alla “legge 30” al Jobs Act – la classe dirigente ha preso una decisione decisamente vile, ma che di fatto rende possibile il moltiplicarsi di “omicidi stradali” nelle piazze italiane.
Un precedente storico e giudiziario ha un peso impossibile da sottovalutare. Determina gli orientamenti e le decisioni successive. Rafforza negli assassini la certezza dell'impunità davanti al giudice e alle varie polizie. E indebolisce nelle vittime la certezza di poter lottare e veder riconosciute ovunque – persino in sede giudiziaria – le proprie ragioni. La “certezza del diritto” si trasforma in pochi attimi in certezza dell'ingiustizia e dell'impossibilità di vedersela riconosciuta. Prima ancora del processo.
Con in più il sottaciuto razzismo che mette la nazionalità e/o la religione della vittima davanti a ogni altra considerazione, appunto. Proprio come – simmetricamente – Giulio Regeni in Egitto. “Che cazzo pretendeva?”
I video hanno mostrato molto, anche se non tutto. Persino quello prodotto dalla difesa del manager (non “padrone”, solo un dipendente di una multinazionale tedsca…), Antonio Romano, certifica il contrario di quanto incautamente affermato dal procuratore di Piacenza. C'era una protesta in corso, e numerosi uomini corrono infatti dietro il tir che ha appena travolto Ahmed, costringendolo a fermarsi definitivamente. Un altro camion, a pochi metri di distanza, innesta la marcia indietro davanti a tanto orrore e all'umanissimo terrore di essere scambiato per un complice dell'assassino. Numerosi funzionari dell'azeinda Gls si alternano nel parlare all'autista del tir killer prima dell'accelerata omicida. Cos'abbiano detto non possiamo saperlo dal video aziendale – stranamente privo di audio – ma soltanto dai testimoni diretti. Tanti, ma inascoltati dalla magistratura locale.
Una constatazione che dovrà spingere d'ora in poi ogni manifestante – specie se impegnato nell'antica arte di frapporre il proprio corpo all'ingiustizia – a strutturare collettivamente una mini-troupe audiovideo che registri ogni secondo e ogni movimento in qualsiasi faccia a faccia, di piazza o “in trattativa”. Con Chiunque. Così come del resto fanno polizia e imprenditori.
Guardando il video girato in occasione di un altro blocco, a Milano, si vede un manager della Gls spintonare e picchiare i lavoratori stesi a terra, invitando i tir a "passarci sopra". La tragedia era insomma stava evitata più volte per un pelo. E' bastato poco – un autista forse troppo sicuro di sè, forse un varco mal calcolato nel muro dei corpi sulla strada – perché si verificasse.
Le immagini da sole non parlano, ma sono più difficili da confutare delle testimonianze oculari ed orali. Il procuratore di Piacenza, nell'emettere la sua pre-sentenza, nemmeno ha ritenuto di dover ascoltare i compagni e colleghi di lavoro di Ahmed. Figli della stessa classe ed interesse, il loro punto di vista è stato preventivamente espulso dal futuro processo. Lasciando intravedere persino un rifiuto alla richiesta di costituzione di parte civile del sindacato Usb e degli stessi colleghi di lavoro.
Cosa si può fare davanti a tanta protervia?
Va fatto molto di più di quel che siamo abituati a fare, questo è il minimo. L'omicidio di Ahmed è un salto di qualità e di livello nel conflitto di classe. E' qualcosa che non avveniva da decenni – neanche noi siamo sicuri se dover tornare, nella ricerca, agli anni '60 o '50 – è un bivio della Storia in questo paese.
Da come si chiuderà questa vicenda dipenderà molto del materiale conflitto sociale dei prossimi anni, della sua agibilità, delle sue forme.
Se dovesse affermarsi davvero come “verità giudiziaria” – l'unica che conti, nel conflitto – quell'osceno addossare ad Ahmed una “corsa suicida contro il Tir”, ogni altro picchetto o blocco stradale correrà l'identico rischio. Ogni “manager”, crumiro, poliziotto, carabiniere, si sentirà legittimato a fare altrettanto, pronto ad invocare il destino cinico e baro che presiede agli incidenti stradali. Una condannuccia pro forma, un fastidio burocratico come la sospensione della patente, nulla di più...
C'è un problema, ovviamente. E va risolto subito, prima che le carte giudiziarie vengano scritte e composte consolidando una lapide stesa sulla verità.
In anni recenti, le battaglie giudiziarie sono state tutte di basso livello. Scontri, manganellate, insulti, resistenza a pubblico ufficiale, infrazione dei sigilli, occupazioni, manifestazioni non autorizzate, ecc, hanno selezionato un'abitudine e un personale corrispondenti.
Su un altro versante si sono giocate partite ignobili contro singoli compagni di fatto abbandonati a se stessi e ad accuse fuori dalla grazia di dio. Dalla Val Susa al 15 ottobre, per capirci.
Qui c'è un morto in terra e un processo – tutto da fare – per omicidio. E' un altro mondo, un'altra sapienza giuridica e giudiziaria, un mondo in cui improvvisare è suicida.
In altri tempi l'omicidio di Ahmed avrebbe mosso, senza bisogno di chiamata, intellettuali e avvocati, giuristi e costituzionalisti ai massimi livelli. Questa convocazione va oggi promossa, organizzata, chiamata a gran voce.
C'è in gioco la “prassi materiale” del conflitto sociale dei prossimi anni. Una posta in gioco del tutto coerente con la battaglia per il NO alla controriforma costituzionale Renzi-Boschi, contro il Jobs Act o la Buona Scuola. È la stessa battaglia.
I migliori avvocati, intellettuali, costituzionalisti e “periti settori” vanno coinvolti a difesa di quell'oscuro ex professore egiziano costretto a fare il facchino in Italia per sfamare i suoi cinque figli.
Non devono – non dobbiamo – farlo solo per tutelare la vedova e i figli. Devono farlo per se stessi, per qualsiasi cittadino si possa trovare di fronte alla prepotenza materiale dell'azienda o delle “forze dell'ordine”, in un giorno e in un incrocio qualsiasi.
Devono/dobbiamo farlo. Dobbiamo richiamarli alle loro responsabilità.
Dobbiamo bloccare quel tir o quel blindato che, in qualche oscuro garage, sta scaldando i motori in cerca di altra carne umana da travolgere.
Fonte
19/03/2016
Blocco al cuore delle Gls Italia
Continuano i blocchi degli stabilimenti GLS da parte dell’USB. Dopo settimane di mobilitazione a Piacenza, Riano e Bologna, ieri notte è stata bloccata per la prima volta la GLS centrale di Milano, nel cui stabilimento si trovano, oltre ad un enorme magazzino, anche gli uffici della sede amministrativa.
Circa 200 tra lavoratori e attivisti sono arrivati ai cancelli del polo logistico con la ferma intenzione di proseguire la mobilitazione contro gli 8 licenziamenti discriminatori dei lavoratori di Piacenza, cacciati in quanto attivisti sindacali, e per ottenere la stabilizzazione dei lavoratori precari, che da ormai 3 anni vengono assunti con contratti rinnovabili di 2 mesi in 2 mesi senza che ci sia mai stato un calo dell’attività lavorativa. Una buona prassi padronale per tenere sotto scacco le vite dei lavoratori, precarizzando e destabilizzando quei pochi diritti che ancora vengono concessi.
Sembrava una notte di sciopero come tante, ma la tensione è salita non appena è arrivato un pugno di dirigenti aziendali della GLS, che hanno minacciato gli scioperanti e i lavoratori con essi solidali, intanto erano usciti a decine dallo stabilimento. I facchini però non si sono fatti intimorire dai caporali e dai dirigenti, che hanno cercato in tutti i modi di sbloccare violentemente la protesta. Ci sono stati vari collusi e un ferito, con il necessario intervento di un’ambulanza: il referto del lavoratore ricoverato in Pronto Soccorso, e dimesso stamattina, recita “trauma toracico per schiacciamento da pneumatico”, una prognosi che dà il senso di ciò che è accaduto stanotte ai cancelli dell’azienda. L’USB ha già dichiarato di voler denunciare la GLS per l’accaduto.
Una notte di lotta intensa quindi, che si è conclusa con un’assemblea fuori dai cancelli del magazzino milanese, in cui attivisti e lavoratori hanno ribadito con forza che continueranno la mobilitazione contro il tentativo padronale di scatenare una guerra tra poveri. Convinti della necessità e della forza che l’unione tra lavoratori può dare, si continuerà ancora e insieme per essere #SCHIAVIMAI.
Fonte
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