Il 21 con lo Sciopero Generale ed il 22 Ottobre con il NORENZIDAY sono state giornate entusiasmanti. La due giorni ha visto mobilitarsi decine di migliaia di lavoratori, settori proletari e giovani che si sono presi la responsabilità, con il "Coordinamento No sociale", di dar vita alla vera apertura della campagna referendaria di massa in alternativa alla mobilitazione del PD per il SI della prossima settimana ed a supplenza della latitanza dei “Comitati per il NO”, che finora non hanno avuto il coraggio politico di chiamare alla mobilitazione quel popolo della sinistra evocato solo nelle trasmissioni televisive.
Ma la lettura di queste due giornate “toste” di lotta va fatta non solo alla luce dell’evento politico legato al Referendum del 4 Dicembre ma anche come parte di un percorso più ampio che si sta costruendo nel paese, seppure siamo ancora alle prime battute. Le due giornate hanno visto il protagonismo del lavoro dipendente stabile ma anche la mobilitazione di ampi settori di lavoratori precari ed immigrati, dei servizi, dell'agricoltura e dell’industria, cioè quel mondo del lavoro “moderno” e neoschiavistico che le continue ristrutturazioni industriali ed economiche hanno prodotto in questi anni. Ma sono scesi in piazza anche settori diffusi della sinistra per il NO, partiti ed organizzazioni politiche, settori giovanili in lotta nelle scuole e nelle università, insomma si è visto un blocco sociale che a nostro modo di vedere è alla ricerca di rappresentanza politica.
D’altra parte questo era l’obiettivo a cui mirava la “Piattaforma Sociale Eurostop”, di cui fa parte anche la Rete dei Comunisti, che da Maggio ha iniziato a lavorare pazientemente per costruire questo passaggio che si è ora trasformato in verifica pratica e politica. Ma l’esito positivo non è stato solo il prodotto dell’attenzione politica prestata al percorso di costruzione delle iniziative di lotta, ma anche il risultato di un processo profondo che a volte viene ignorato per scelta politica ma che sta modificando le condizioni dell’agire delle forze di classe nel nostro paese.
Questo processo nasce direttamente dalla devastante costruzione dell’Unione Europea che, con le proprie politiche sociali e con la competizione globale sostenuta anche nei confronti degli Stati Uniti, deve spostare sempre più risorse produttive e finanziare su questo versante, eliminando ogni mediazione sociale e possibilità di contrattazione con la forza lavoro. Questo logoramento di ogni margine di mediazione sta conducendo in modo confuso, ma sempre più evidente, ad un processo di politicizzazione delle classi sociali subalterne che oggi si esprime ancora tramite l’astensione o il voto al M5S. Questo stesso processo può divenire il terreno a partire dal quale ridare ruolo e funzione generale al movimento di classe, e dal nostro punto di vista anche ai comunisti, ed alle ipotesi politiche antagoniste, per contrastare quelle forze di destra che possono costruire le loro fortune su una rabbia indistinta che si alimenta nella società come accade in Francia con il Fronte Nazionale ed in altri paesi europei e non solo.
La reazione sia del presidente del consiglio, che si è scomodato a sminuire lo sciopero generale, sia dei suoi scendiletto come Fabrizio Rondolino sull’Unità (povero Antonio Gramsci!) o Aldo Grasso critico televisivo del Corriere della Sera (e per ultimo affaritaliani.it), sono per noi un'inaspettata e gradita conferma della funzione che queste due giornate stanno avendo dentro la vicenda referendaria, ma con la coscienza che possono incidere in uno scontro che ha carattere strategico per i rapporti di forza tra le classi in questo paese.
Se questa è la direzione su cui lavorare è bene impegnarsi per una stabilizzazione di questa prospettiva che veda il consolidamento di un nuovo sindacalismo indipendente, radicato nel presente mondo del lavoro ma anche nell’identità del movimento operaio del nostro paese, nel coinvolgimento di settori sociali sempre più ampi e, in sintesi, nella costruzione di un moderno blocco sociale antagonista.
In questo contesto la Rete dei Comunisti ritiene necessario far emergere una rappresentanza politica delle classi subalterne che oggi non trova spazio dentro il quadro politico istituzionale del paese ed ancora meno in quello dell’Unione Europea, corpo sempre più estraneo e nemico dei settori di classe e dei popoli europei.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/10/2016
Chi ha avuto paura del No Renzi Day?
“Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, e alla fine vinci”. Prendiamo in prestito le parole di un personaggio che, diverso dalle nostre coordinate, ha fatto però la storia come Gandhi, per sottolineare come le due giornate di lotta sfociate nel No Renzi Day, abbiano colpito sui nervi giusti il nostro nemico.
Venerdì era stato lo stesso Renzi a replicare piccato allo sciopero generale convocato da Usb, Unicobas, Usi, Sicobas, Adl. Renzi ha involontariamente dimostrato di aver ben compreso il carattere “politico” di uno sciopero sindacale che ha fatto registrare risultati insperati (solo per dirne una, quando alla Piaggio scioperano il 73% degli operai vuol dire qualcosa).
Questa volta i sindacati “reali”, e non i passacarte di Cgil Cisl Uil, avevano affiancato alle vertenze contro il jobs act, i tagli alla sanità, la destrutturazione del sistema previdenziale, una questione tutta politica come la difesa della democrazia e della Costituzione dagli attacchi del governo Renzi e dell’Unione Europea. L’indicazione del NO nel referendum costituzionale del 4 dicembre ha campeggiato nei volantini, nelle assemblee, nei cortei locali e in quello nazionale di Roma, insieme ai temi più propri del conflitto nei luoghi di lavoro. Con grande coraggio l’Usb e gli altri sindacati conflittuali, hanno portato le lavoratrici e i lavoratori allo sciopero su una piattaforma avanzata che teneva insieme tutte le emergenze sociali e democratiche del paese.
Prima di Renzi era stato uno dei suoi cani da guardia mediatici come Rondolino, a scrivere un articolo bilioso su l’Unità contro Giorgio Cremaschi, uno degli esponenti più in vista della coalizione sociale, sindacale e politica che ha messo in campo le due giornate del No Renzi Day.
Domenica mattina è toccato invece al Corriere della Sera – la nave ammiraglia degli apparati ideologici della borghesia – andare all’assalto ancora di Cremaschi e di quello che si è materializzato in questi due giorni a Roma e nelle piazze di decine di città italiane.
Siamo dunque passati dalla fase in cui le istanze che hanno riempito fisicamente con migliaia di persone le strade di Roma venivano ignorate, a quella in cui vengono derise. Ma è evidente come questi commenti preparino il terreno alla fase in cui queste istanze e i suoi protagonisti verranno attaccati, magari con torsioni ancora più autoritarie contro il diritto di sciopero e la democrazia nei luoghi di lavoro. Il nodo infatti è proprio questo, ed è stato ben individuato nelle discussioni e nelle mobilitazioni di questi giorni.
Il governo Renzi, le banche, la Confindustria, i tecnocrati dell’Unione Europea oggi vogliono smantellare la Costituzione proprio perché hanno prima destrutturato i diritti del lavoro su cui quella Costituzione si regge. Sono stati questi ventiquattro anni di attuazione delle direttive del Trattato di Maastricht e di quelli successivi a spianare conquiste e diritti sociali fondamentali anche ai fini dell’attuazione costituzionale. Una volta spianata la “rigidità” del lavoro all’insegna della competitività e della competizione globale, smantellare l’assetto costituzionale viene ritenuto dalle classi dominanti (non più classi dirigenti) un passaggio dovuto e quasi naturale.
Le due giornate di lotta del 21 e 22 ottobre – e malissimo ha fatto chi per settarismo o paura le ha ignorate o si è chiamato fuori – hanno palesato tre dati importanti:
1) La forza e il valore aggiunto decisivo che il No Sociale può portare dentro la battaglia referendaria del 4 dicembre. Di fronte alla demagogia di Renzi, la realtà della questione sociale è quella che ha la capacità e l’efficacia per “asfaltarlo”;
2) L’efficacia di una alleanza politica, sindacale e sociale che tenga la barra dritta sugli obiettivi condivisi e dispieghi una capacità inclusiva. Il primo tentativo realizzato il 18 e 19 ottobre 2013 si è inceppato per "fuoco amico" e incapacità politiche interne ai movimenti. Tre anni dopo la forza di questa ricomposizione possibile è diventata evidente a tutti.
3) Infine, l’inevitabilità che, una volta battuto Renzi con il referendum, non solo questi debba togliersi di torno, ma si debba e si possa rilanciare in avanti l’iniziativa facendo saltare le altre gabbie che impoveriscono e opprimono la società: l’Unione Europea, l’eurozona e la Nato. Le prime due si sono rivelate – come prevedibile – nemiche dichiarate dei diritti sociali e della democrazia, la terza si conferma come un vincolo automatico che trascina il paese dentro escalation e guerre.
La Piattaforma sociale Eurostop, che è stata un po’ il motore di avviamento delle due giornate di lotta del 21 e 22 ottobre, ha colto la questione centrale e posto con chiarezza questo percorso. Ed è proprio perché sente il polso di quel che passa dentro i settori popolari di questa società, questo può essere un percorso che può rimuovere il senso della sconfitta e rimettere in pista ipotesi vincenti. Che le classi dominanti dopo averla ignorata e derisa si apprestino a combatterla, questa volta è un segno di forza, non di debolezza.
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Jiahan: «Chiedo giustizia per mio marito, Abd Elsalam lottava per i diritti di tutti»
Intervista. Jiahan, la moglie di Abd Elsalam, l'operaio e sindacalista Usb ucciso nella manifestazione sindacale a Piacenza: "Dopo la sua morte, con i miei figli ci siamo trasferiti a Piacenza. Spero in un aiuto, che i miei figli trovino un lavoro... di poter ricominciare qui".
Foto di Patrizia Cortellessa
«Mio marito era venuto in Italia perché da noi, in Egitto, la situazione è molto difficile. Voleva dare una vita migliore ai nostri figli. Invece è stato vittima di quello che hanno definito, secondo noi ingiustamente, un incidente, mentre lottava per i diritti suoi e degli altri lavoratori. Non pensavamo che in Italia potesse accadere».
Jiahan è la moglie di Abd Elsalam, 53 anni, l’operaio egiziano e sindacalista Usb investito e ucciso da un Tir durante un presidio sindacale, il 14 settembre scorso, a Piacenza. Le indagini sono aperte, ma la Procura di Piacenza sostiene la tesi dell’incidente e dell’omicidio stradale. Per l’Usb invece si è trattato di un omicidio, tragico punto d’arrivo di un sistema di sfruttamento. Jahan è arrivata dall’Egitto per chiedere giustizia per il marito, nel giorno in cui gli è stata intitolata simbolicamente piazza San Giovanni. Usb ha invitato a partecipare alla sottoscrizione per sostenere la famiglia. L’Iban è IT 17 W031 2703 2010 0000 000 1801. Abbiamo incontrato Jiahan, in compagnia del figlio diciottenne, nella piazza dedicata a Abd Elsalam.
Perché suo marito è venuto in Italia?
Per dare un futuro dignitoso ai nostri figli. In Egitto era professore di agraria, ma lo stipendio non bastava a mantenere la famiglia. Così nel 2002 ha deciso di partire.
Che lavoro aveva trovato?
Per alcuni anni lavori precari, realtà di sfruttamento. Solo negli ultimi 6 anni alla Gls aveva avuto un contratto a tempo indeterminato.
Come si trovava nell’azienda?
Il suo lavoro era molto faticoso. A volte lavorava tutta la notte, dalle 8 della sera fino alle 8 del mattino. Però non poteva rifiutare, aveva bisogno di quell’impiego. Non voleva rischiare e cercarne un altro, perché alla Gls aveva un contratto indeterminato, indispensabile per rinnovare il permesso di soggiorno.
Nel giorno della tragedia stava lottando per i diritti degli altri operai, tra cui suo fratello...
Sì. Aveva un contratto indeterminato, ma era lì per stare accanto ai lavoratori precari. Scioperavano dal 2011, per chiedere la stabilità dei precari e il reintegro degli altri. Noi ringraziamo i colleghi e il sindacato che hanno appoggiato le sue lotte per la giustizia e i diritti. E ora io sono qui per chiedere giustizia per lui.
Lei non crede sia stato un incidente?
Colpisce che la Procura abbia parlato da subito di incidente. Non è così, come risulta dai racconti dei colleghi e da un video. Gli ordini dei dirigenti della Gls erano di intimidire i lavoratori e rompere il picchetto. Forse l’autista del camion non voleva arrivare a quel punto e uccidere Abd Elsalam, ma è stato pressato anche lui dall’azienda.
Quindi secondo lei l’autista, pur colpevole, è in parte anche lui vittima della ditta?
Sì, noi familiari non vogliamo dare tutta la colpa all’autista. È anche lui un lavoratore, è stato pressato, se non eseguiva gli ordini rischiava di perdere il lavoro.
Ha fiducia nella magistratura italiana?
Sì, sono qui per questo. Ho fiducia nel popolo e nella Magistratura italiana, anche se finora sul caso di mio marito ho avuto solo notizie negative. Non voglio perdere la fiducia nell’Italia, un Paese democratico, diverso dal nostro, l’Egitto, dove non ci sono diritti, e avvengono delitti come quello di Giulio Regeni. Proprio per chiedere verità e giustizia per Giulio, mio marito aveva manifestato a Piacenza.
Da chi avete ricevuto aiuto?
Dai colleghi di mio marito e dall’Usb. Non dalla Gls. Ci hanno fatto le condoglianze dopo una settimana.
Cosa vorrebbe ora dall’Italia?
Dopo la morte di mio marito, con i miei figli ci siamo trasferiti a Piacenza. Spero in un aiuto, che i miei figli trovino un lavoro... di poter ricominciare qui.
Fonte
Foto di Patrizia Cortellessa
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«Mio marito era venuto in Italia perché da noi, in Egitto, la situazione è molto difficile. Voleva dare una vita migliore ai nostri figli. Invece è stato vittima di quello che hanno definito, secondo noi ingiustamente, un incidente, mentre lottava per i diritti suoi e degli altri lavoratori. Non pensavamo che in Italia potesse accadere».
Jiahan è la moglie di Abd Elsalam, 53 anni, l’operaio egiziano e sindacalista Usb investito e ucciso da un Tir durante un presidio sindacale, il 14 settembre scorso, a Piacenza. Le indagini sono aperte, ma la Procura di Piacenza sostiene la tesi dell’incidente e dell’omicidio stradale. Per l’Usb invece si è trattato di un omicidio, tragico punto d’arrivo di un sistema di sfruttamento. Jahan è arrivata dall’Egitto per chiedere giustizia per il marito, nel giorno in cui gli è stata intitolata simbolicamente piazza San Giovanni. Usb ha invitato a partecipare alla sottoscrizione per sostenere la famiglia. L’Iban è IT 17 W031 2703 2010 0000 000 1801. Abbiamo incontrato Jiahan, in compagnia del figlio diciottenne, nella piazza dedicata a Abd Elsalam.
Perché suo marito è venuto in Italia?
Per dare un futuro dignitoso ai nostri figli. In Egitto era professore di agraria, ma lo stipendio non bastava a mantenere la famiglia. Così nel 2002 ha deciso di partire.
Che lavoro aveva trovato?
Per alcuni anni lavori precari, realtà di sfruttamento. Solo negli ultimi 6 anni alla Gls aveva avuto un contratto a tempo indeterminato.
Come si trovava nell’azienda?
Il suo lavoro era molto faticoso. A volte lavorava tutta la notte, dalle 8 della sera fino alle 8 del mattino. Però non poteva rifiutare, aveva bisogno di quell’impiego. Non voleva rischiare e cercarne un altro, perché alla Gls aveva un contratto indeterminato, indispensabile per rinnovare il permesso di soggiorno.
Nel giorno della tragedia stava lottando per i diritti degli altri operai, tra cui suo fratello...
Sì. Aveva un contratto indeterminato, ma era lì per stare accanto ai lavoratori precari. Scioperavano dal 2011, per chiedere la stabilità dei precari e il reintegro degli altri. Noi ringraziamo i colleghi e il sindacato che hanno appoggiato le sue lotte per la giustizia e i diritti. E ora io sono qui per chiedere giustizia per lui.
Lei non crede sia stato un incidente?
Colpisce che la Procura abbia parlato da subito di incidente. Non è così, come risulta dai racconti dei colleghi e da un video. Gli ordini dei dirigenti della Gls erano di intimidire i lavoratori e rompere il picchetto. Forse l’autista del camion non voleva arrivare a quel punto e uccidere Abd Elsalam, ma è stato pressato anche lui dall’azienda.
Quindi secondo lei l’autista, pur colpevole, è in parte anche lui vittima della ditta?
Sì, noi familiari non vogliamo dare tutta la colpa all’autista. È anche lui un lavoratore, è stato pressato, se non eseguiva gli ordini rischiava di perdere il lavoro.
Ha fiducia nella magistratura italiana?
Sì, sono qui per questo. Ho fiducia nel popolo e nella Magistratura italiana, anche se finora sul caso di mio marito ho avuto solo notizie negative. Non voglio perdere la fiducia nell’Italia, un Paese democratico, diverso dal nostro, l’Egitto, dove non ci sono diritti, e avvengono delitti come quello di Giulio Regeni. Proprio per chiedere verità e giustizia per Giulio, mio marito aveva manifestato a Piacenza.
Da chi avete ricevuto aiuto?
Dai colleghi di mio marito e dall’Usb. Non dalla Gls. Ci hanno fatto le condoglianze dopo una settimana.
Cosa vorrebbe ora dall’Italia?
Dopo la morte di mio marito, con i miei figli ci siamo trasferiti a Piacenza. Spero in un aiuto, che i miei figli trovino un lavoro... di poter ricominciare qui.
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23/10/2016
Un piccolo passo in avanti
La credibilità, anzitutto. Ieri ha sfilato per la città non la sinistra “dei partiti”; men che meno quella “dei movimenti”: ha manifestato quella “sinistra sociale”, espressione del mondo del lavoro più o meno sindacalizzato, precario e impoverito, da tempo in rotta con la sinistra “ufficiale”, intesa nel senso più largo possibile. Una piccola opera di ricomposizione, quanto mai necessaria, ineludibile, è stata prodotta. E’ solo un piccolo passo in avanti, ma che avviene dopo anni di passi indietro. In primo luogo, perché lo sciopero di venerdì era principalmente uno sciopero “politico”, costruito attorno al rifiuto della riforma costituzionale e al rifiuto della Ue come emblema del liberismo europeista. Costruire di questi tempi uno sciopero generale sarebbe stato opera improba anche al sindacalismo giallo confederale; chiamarlo non su una singola vertenza o trattativa col governo, ma su un’idea di mondo, di opposizione conflittuale al governo in carica e ad un certo “spirito del tempo”, significava giocare col fuoco rischiando seriamente di bruciarsi. Eppure il blocco della produzione, della mobilità, della logistica, dei “flussi”, è riuscito ben al di sopra della attese. Una prova di forza conflittuale come non accadeva da molti anni, sintomo di un’internità sociale nei posti di lavoro su cui si è lavorato, per una volta, bene. E che ha colpito il padronato nazionale, tanto economico quanto politico e mediatico, rimasto stupefatto dalla mobilitazione generalizzata: “città paralizzate”, “traffico impazzito”, “caos generale”, solo alcuni dei titoli ieri presenti nei peggiori giornali del regno renziano.
Ancor più dello sciopero, però, è riuscito il corteo nazionale. Perché ancor più “complicato” il messaggio lanciato: attraverso la mobilitazione si possono fermare le controriforme sociali europeiste, si può combattere il governo Renzi, si può stoppare lo smantellamento della Costituzione. Un messaggio forse (forse) ovvio tra i militanti politici, ma che così ovvio non è nella “società reale”, quella ormai completamente disillusa, rassegnata, polverizzata, addomesticata. Se lo sciopero in qualche modo “obbliga” alla partecipazione quantomeno gli iscritti ai diversi sindacati di base che lo hanno indetto, la manifestazione come momento di rappresentazione politica non obbliga proprio nessuno, e i numeri, come non mai in questa fase, segnano il reale convincimento dei lavoratori mobilitati. Difficile quantificare materialmente le persone in piazza ieri. Quando il corteo girava per via Labicana, la coda doveva ancora lasciare piazza san Giovanni – Abd Elsalam; quando la manifestazione giungeva a Campo de Fiori, la coda rincorreva nella prossimità di piazza Venezia.
Questa due giorni non cambia però lo stato di cose presenti. Ci rafforza, ma non ci facilita il compito politico di qui al giorno dopo il 4 dicembre. Senza una mobilitazione pressante, l’eventuale vittoria dei No verrà intestata unicamente alla destra e al Movimento 5 stelle. Si indebolirà Renzi senza spostare a sinistra il quadro di instabilità che potrebbe aprirsi dal 5 dicembre. Detto che la battaglia sarà difficilissima e per nulla scontata (nonostante i No continuino ad aumentare il proprio margine – ieri il Corriere li dava al 54%), potremo avere voce in capitolo solamente se la battaglia assumerà le forme progressive e conflittuali del No sociale contro Renzi e la Ue. Altrimenti, rimarremo solo dei bravi portatori d’acqua per le fortune politiche altrui. Non ci interessa.
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Roma. Il NO sociale diventa una manifestazione di massa
Quarantamila persone in piazza per il No Renzi Day scrivono le agenzie. Il No al referendum del 4 dicembre – se diventa No Sociale – può vincere, ma se vince, la sera stessa Renzi deve fare le valigie e andarsene a casa. Migliaia e migliaia di persone nella manifestazione di Roma, dopo una importante e riuscita giornata di sciopero generale delle lavoratrici e dei lavoratori di tutti i settori e di nuove figure sociali del mondo del lavoro, ne sono la dimostrazione visibile. Ma la composizione sociale e la convergenza politica vista oggi in piazza a Roma dicono molto di più di una manifestazione. Palesano una possibilità da cogliere per invertire in positivo la tendenza e cominciare a espellere il senso della sconfitta dalla nostra gente. Battere il governo Renzi al referendum apre la strada per rompere la gabbia dell'Unione Europea, dei vincoli e dei diktat delle classi dominanti sui diritti sociali e sulla democrazia. I commenti e le valutazioni nei prossimi giorni. Ieri e oggi abbiamo contribuito a realizzare due giornate di lotta da ricordare.
Fonte e foto della manifestazione
22/10/2016
Sciopero generale. Usb: “hanno aderito in 1 milione e 300mila
Oltre un milione e trecentomila lavoratori e lavoratrici hanno aderito allo sciopero generale proclamato oggi dall'USB assieme ad altre sigle del sindacalismo di base.
Alta partecipazione nelle fabbriche e negli uffici pubblici, scuole chiuse, sia per l'adesione degli insegnanti che del personale Ata ed ex Lsu; ben 5.300 (il 21,5% del personale) hanno scioperato all’INPS.
Altissime, come sempre accade quando è l’USB a convocare la lotta, le adesioni nel settore trasporti. Molti aeroporti hanno subito cancellazioni e forti ritardi; in molte città il blocco degli autobus e delle metropolitane è stato rilevantissimo: una media del 60% che si preannuncia ancora più elevata nelle fasce serali.
Tante le piazze che oggi in Italia si sono riempite delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici e privati, dei precari, dei disoccupati, dei senza casa, dei migranti, dei pensionati, per le manifestazioni dello sciopero: dai lavoratori della scuola, insegnanti ed ex LSU delle pulizie in presidio a Roma sotto il MIUR, a quelli della Piaggio di Pontedera, in corteo a Pisa; dai lavoratori del trasporto aereo, in presidio all’aeroporto di Fiumicino, a quelli della logistica campana, all’interporto di Nola, e tutte le altre numerose vertenze che sono confluite nelle iniziative territoriali. (video e foto delle piazze su www.usb.it ).
Grande soddisfazione da parte dell’USB, che ha convocato lo sciopero sulla propria piattaforma e che ritiene stia finalmente cambiando la percezione del mondo del lavoro sulla possibilità di cacciare il Governo Renzi con le sue politiche di aggressione ai diritti, difendendo così anche la Costituzione italiana nata dalla Resistenza.
Il ritorno dello sciopero politico, da tempo scomparso nel nostro Paese, dimostra che c'è un largo fronte del mondo del lavoro disponibile a scendere in campo anche su parole d'ordine che vanno oltre le rivendicazioni sociali e sindacali.
Secondo gli organizzatori, la riuscita dello sciopero generale di oggi e l'annuncio dell'arrivo di circa un centinaio di pullman da tutta Italia fa prevedere una grande adesione anche alla manifestazione nazionale “No Renzi Day”, che domani sfilerà per le vie della capitale.
Il corteo di domani avrà il seguente percorso: San Giovanni, via Emanuele Filiberto, via Manzoni, Via Labicana, Colosseo, Circo Massimo, via dei Cerchi, Piazza Bocca Della Verità, via Petroselli, Piazza Venezia, Via Botteghe Oscure, piazza di Torre Argentina, Corso Vittorio Emanuele. Piazza Campo de’ Fiori.
Dalle ore 16.00 di oggi a Roma, in piazza San Giovanni, partirà l’acampada di lotta – con assemblee pubbliche, dibattiti, speakers’ corner, musica e teatro – che proseguirà fino alle 14.00 di domani, 22 ottobre, quando è prevista la partenza del corteo per la manifestazione nazionale indetta dal Comitato per il NO sociale al Referendum.
Fonte
Alta partecipazione nelle fabbriche e negli uffici pubblici, scuole chiuse, sia per l'adesione degli insegnanti che del personale Ata ed ex Lsu; ben 5.300 (il 21,5% del personale) hanno scioperato all’INPS.
Altissime, come sempre accade quando è l’USB a convocare la lotta, le adesioni nel settore trasporti. Molti aeroporti hanno subito cancellazioni e forti ritardi; in molte città il blocco degli autobus e delle metropolitane è stato rilevantissimo: una media del 60% che si preannuncia ancora più elevata nelle fasce serali.
Tante le piazze che oggi in Italia si sono riempite delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici e privati, dei precari, dei disoccupati, dei senza casa, dei migranti, dei pensionati, per le manifestazioni dello sciopero: dai lavoratori della scuola, insegnanti ed ex LSU delle pulizie in presidio a Roma sotto il MIUR, a quelli della Piaggio di Pontedera, in corteo a Pisa; dai lavoratori del trasporto aereo, in presidio all’aeroporto di Fiumicino, a quelli della logistica campana, all’interporto di Nola, e tutte le altre numerose vertenze che sono confluite nelle iniziative territoriali. (video e foto delle piazze su www.usb.it ).
Grande soddisfazione da parte dell’USB, che ha convocato lo sciopero sulla propria piattaforma e che ritiene stia finalmente cambiando la percezione del mondo del lavoro sulla possibilità di cacciare il Governo Renzi con le sue politiche di aggressione ai diritti, difendendo così anche la Costituzione italiana nata dalla Resistenza.
Il ritorno dello sciopero politico, da tempo scomparso nel nostro Paese, dimostra che c'è un largo fronte del mondo del lavoro disponibile a scendere in campo anche su parole d'ordine che vanno oltre le rivendicazioni sociali e sindacali.
Secondo gli organizzatori, la riuscita dello sciopero generale di oggi e l'annuncio dell'arrivo di circa un centinaio di pullman da tutta Italia fa prevedere una grande adesione anche alla manifestazione nazionale “No Renzi Day”, che domani sfilerà per le vie della capitale.
Il corteo di domani avrà il seguente percorso: San Giovanni, via Emanuele Filiberto, via Manzoni, Via Labicana, Colosseo, Circo Massimo, via dei Cerchi, Piazza Bocca Della Verità, via Petroselli, Piazza Venezia, Via Botteghe Oscure, piazza di Torre Argentina, Corso Vittorio Emanuele. Piazza Campo de’ Fiori.
Dalle ore 16.00 di oggi a Roma, in piazza San Giovanni, partirà l’acampada di lotta – con assemblee pubbliche, dibattiti, speakers’ corner, musica e teatro – che proseguirà fino alle 14.00 di domani, 22 ottobre, quando è prevista la partenza del corteo per la manifestazione nazionale indetta dal Comitato per il NO sociale al Referendum.
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30/09/2016
Il 21 e 22 ottobre a Roma sarà “No Renzi Day”
Il coordinamento intende unire la campagna per il NO nel referendum costituzionale a quella sui temi del lavoro, sociali e ambientali, per contrastare le politiche e le leggi che in questi anni hanno messo in discussione i principi della prima parte della Costituzione.
Il 21 ottobre il COORDINAMENTO sostiene lo SCIOPERO GENERALE proclamato sinora da USB, UNICOBAS, USI per la difesa dei diritti del lavoro e dello stato sociale, per difendere ed applicare la Costituzione del 1948, per dire basta al governo Renzi e al massacro sociale. Lo sciopero si svolgerà con iniziative diffuse in tutto il paese.
Nel pomeriggio del 21 dalle ore 16.00 in poi a Piazza S.Giovanni si svolgeranno dibattiti ed una grande assemblea popolare con uno spettacolo in serata promosso da artisti solidali e per il NO alla riforma di Renzi. Simbolicamente per quella sera la piazza sarà dedicata ad Abd Elsalam, il lavoratore ucciso a Piacenza durante un picchetto di lotta alla GLS.
Alle 14 del 22 Ottobre da quella piazza partirà il corteo, il COORDINAMENTO indice il NORENZIDAY manifestazione nazionale a Roma per dire NO alla Controriforma Costituzionale ed a tutti i suoi autori nel nome del popolo sfruttato, precario, senza lavoro, impoverito, avvelenato.
Sono pervenute già le prime adesioni di organizzazioni e di esponenti dell'antifascismo, del diritto, dei movimenti, della cultura e della politica.
Coordinamento per il NO sociale alla controriforma costituzionale
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