Due autori molto diversi, ma accomunati dal sionismo acritico e dalla negazione dei crimini di guerra del governo israeliano. Il primo romanziere napoletano, operaio, alpinista e traduttore di ebraico antico; il secondo autore di fumetti, illustratore, romanziere, attore e regista originario di Nizza e figlio di ebrei algerini.
Erri De Luca e Joann Sfar sono invitati festival letterario «Oh les beaux jours!» in programma dal 26 al 31 maggio a Marsiglia e saranno oggetto di un boicottaggio per le loro posizioni sulla Palestina.
L’autore del famoso «Il gatto del rabbino» è in programma per un «concerto illustrato», venerdì alle 20:30, al teatro La Criée, mentre il romanziere napoletano sabato alle 11, nell’ambito di una lunga intervista, nello stesso teatro.
In risposta, il collettivo «Cultures en lutte 13» ha lanciato un appello al boicottaggio con lo slogan «Sionisti fuori dalle nostre città», ricevendo il sostegno dell’eurodeputata di LFI Rima Hassan.
Su un manifesto dai colori della bandiera palestinese che mostra un ritratto di Joann Sfar un altro con quello di Erri De Luca, contrassegnati dal logo «Boicottaggio», il collettivo Cultures en lutte 13, emanazione del sindacato Sud che si presenta come un’«assemblea dei lavoratori e delle lavoratrici dell’arte e della cultura a Marsiglia», «antifascista, anticapitalista, intersezionale e intersettoriale», ha indetto una manifestazione contro la presenza degli artisti, con lo slogan «Sionisti fuori dalla nostra città».
«Con il pretesto dell’umanesimo, della pace o del dialogo, Joann Sfar sviluppa in realtà una retorica che contribuisce a rendere accettabile il proseguimento della politica coloniale e genocida israeliana», sostiene Cultures en lutte 13. Per quanto riguarda Erri De Luca, sono le sue ultime dichiarazioni al quotidiano Israel Hayom, «sono un sionista e non collaborerò ad alcun evento in cui si parli di genocidio a Gaza», che hanno provocato il boicottaggio.
Diversi lavoratrici e lavoratori del festival hanno riferito che aderiranno al boicottaggio, per le motivazioni citate nel comunicato del collettivo.
Di fronte a queste critiche, l’associazione «Des livres comme des idées», organizzatrice del festival, difende la propria programmazione. In un comunicato inviato mercoledì al «Figaro», ricorda che Erri De Luca e Joann Sfar sono stati stato invitati «in qualità di autore e l’altro come artista per presentare un’opera a fumetti e un concerto illustrato».
Il festival sottolinea che questa creazione, già in programma in particolare «all’Institut du monde arabe o alla Maison de la poésie a Parigi», «mette in dialogo disegno e musica».
La prefettura delle Bouches-du-Rhône ha dichiarato che «il raduno pubblicato su Instagram contro la presenza di Joann Sfar non è stato segnalato come manifestazione presso i nostri uffici». Precisa tuttavia che è «noto alle forze di sicurezza interna e viene tenuto in debita considerazione». Anche il collettivo di estrema destra «Nous Vivrons» prevede di essere presente, in sostegno all’autore, davanti al teatro La Criée venerdì sera.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/05/2026
A Marsiglia il boicottaggio di Erri De Luca e Joann Sfar
27/05/2026
Erri De Luca si schianta sul genocidio palestinese
La recente sortita di Erri De Luca, in Israele, ha fatto giustamente indignare molti. Come sempre le semplificazioni, o i ripensamenti tardivi, abbassano il livello della doverosa critica a canovaccio da osteria.
Ci sembra giusto proporre invece interventi ragionati, differenti per taglio e impostazione, perché il fenomeno o il nemico che ci troviamo ad affrontare – il sionismo suprematista e razzista – deve essere compreso nella sua realtà effettiva, non ridotto a facile bersaglio di insulti che danno soddisfazione a pochi neuroni e lasciano impotenti sul piano politico. Abbiamo davanti una vera e propria teologia dello sterminio, non dei decerebrati fascistelli di quartiere.
Buona lettura.
In aggiornamento
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Erri: sionista da sempre tra le addormentate braccia della sinistra radicale
Siete meravigliosi. Devo riconoscerlo. Dopo le parole di Erri De Luca sul sionismo e sul genocidio state tutti qui tra Facebook, Instagram e non so quali altri marchingegni infernali ad insultare l’illustre scrittore. Da sempre icona di una sinistra radicale e autoproclamatasi rivoluzionaria.
E già perché Erri, il muratore fattosi letterato, ha sempre sbandierato ai quattro venti la sua militanza nelle file di Lotta Continua, addirittura parlando di sé come “rivoluzionario di professione”. E in effetti negli anni ’70 e poi da quando è diventato scrittore cult non è che non abbia fatto battaglie assolutamente condivisibili. Si pensi a quella al fianco dei No Tav, per cui ha subito anche un processo per istigazione a delinquere.
Ora però c’è chi ci tiene a sottolineare di non aver mai letto un libro di De Luca. Non dubito che per alcuni sia un’affermazione veritiera. Tuttavia non credo a chiunque ci tenga ad evidenziarlo. Qualcuno ne sminuisce addirittura, con toni sprezzanti, il valore letterario.
Non voglio fare il critico ad ogni costo o il magister del gusto, va detto però che sebbene non tutti gli scritti del romanziere, poeta e drammaturgo napoletano siano dei capolavori ce ne sono di bellissimi. Come “Tre cavalli”, “Tufo” , “Non ora non qui”.
Ad ogni buon conto, Erri la sua ambiguità nei confronti di Israele la mantiene da decenni. Nel 2011 partecipò per esempio a quella bieca manifestazione promossa a Roma dai coloni sionisti, alla quale presero parte anche Saviano, Raiz e tanti altri; manifestazione che provocò un’indignata risposta da parte del mai troppo compianto Vittorio Arrigoni.
Ancor prima, nel 2008 o giù di lì, De Luca allestì uno spettacolo teatrale smaccatamente filo sionista – “Provando in nome della madre”, tratto dall’omonimo suo libro – sebbene sotto la parvenza del testo biblico che narra la vicenda di Maria, madre di Cristo. Una rappresentazione tutta declinata secondo i canoni, i segni e i riti della cultura ebraica e dei suoi miti. Una genuflessione molto controversa per un uomo di sinistra radicale quale lui si definiva e definisce, in anni in cui in Israele a farla da padrona erano già il Likud e il suo leader Netanyahu.
Una delle pagine più vergognose tuttavia Erri la scrive a Napoli, durante un’iniziativa promossa da Mezzocannone Occupato. Siamo nel 2015, undici anni or sono. Dopo aver celebrato la lotta No Tav, pressato dalle domande di alcuni attivisti sulla Palestina e i suoi rapporti con l’entità sionista, prima dice di non poter interessarsi e risolvere tutti i problemi e le brutture del mondo, poi in evidente difficoltà si alza e se ne va.
Il giorno dopo, il sottoscritto lo attaccò dalle pagine di Contropiano con parole che andavano a riprendere anche il testo di un articolo, uscito per il manifesto, in cui l’icona extraparlamentare affermava in sintesi che i palestinesi non solo non soffrivano la fame a causa dell’apartheid israeliano, ma ne arrivava a negare persino l’assedio: Gaza «non è Sarajevo», scriveva l’ex Lotta Continua.
Quanto dissi in quell’articolo lo riporto di seguito qui: «Come può dire, Erri De Luca, che quella che subiscono i palestinesi non è fame? E perché, a distanza di anni, non chiarisce il suo pensiero su quel conflitto, origine di tante guerre in Medio Oriente? I diritti, la resistenza all’oppressione e all’ingiustizia, la violenza di un sistema, variano, forse, a seconda delle latitudini e delle condizioni geopolitiche?»
La risposta di Itzhak Laor, scrittore israeliano, a quell’articolo vergato da Erri De Luca, fu, all’epoca, piuttosto esemplificativa: «Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud. “Siate sempre capaci di sentire, nel più profondo, qualsiasi ingiustizia commessa, contro chiunque, in qualunque parte del mondo” , diceva Che Guevara. Non a seconda dei casi».
Orbene, a questo punto una domanda mi sembra però legittima. Dov’eravate voi allora, nel 2015? Perché all’uscita di quell’articolo non poche furono le critiche, anche durissime, rivolte contro di me e contro quanto scritto. Soprattutto in tanti si strappavano i capelli elogiando il sedicente rivoluzionario di professione. Oggi invece insorgete e inveite perché Erri ha detto, ohibò, di essere sionista.
La Storia signori miei bisogna viverla momento per momento. Non accorgersi del suo cammino solo quando si è fatta convenzione e pensiero comune. Ve lo dice uno stronzo che questo lavoro, giornalistico e di scrittura, ha provato a farlo con la schiena dritta, senza mai dover dire grazie o genuflettersi al divo di turno e soprattutto nel rispetto della propria dignità. E infatti oggi è tristemente disoccupato.
Vincenzo Morvillo
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Se si traducesse l’articolo uscito martedì scorso sul manifesto di Erri De Luca in ebraico e lo si facesse leggere a qualunque israeliano, questi lo identificherebbe senza dubbio come un testo tipico di un membro del Likud.
Al di là della discussione ipocrita sulla parola «fame», bisognerebbe ricordare che Israele cerca di affamare i palestinesi nel tipico modo che Giorgio Agamben ha descritto nel suo «Homo Sacer», facendo appello all’«aiuto umanitario» subito dopo aver distrutto tutto.
In Palestina, la gente vive sotto una crescente paura, povertà e fame, e in condizioni che condannano le prossime generazioni a un futuro di sottosviluppo. Gaza è un enorme ghetto, che ogni giorno viene bombardato da centinaia di razzi. I villaggi in Cisgiordania sono isolati l’uno dall’altro, le città sono sigillate e le autostrade chiuse agli arabi.
La stampa italiana si comporta come se fosse sotto la censura di Mussolini quando non parla delle sofferenze dei palestinesi. Mi dispiace per Erri De Luca: così giovane e già censore (e in favore di chi? di una delle peggiori occupazioni militari dalla seconda guerra mondiale).
Dal 1991 – prima che cominciasse la campagna terroristica della metà degli anni ’90 – i palestinesi hanno vissuto sotto la politica israeliana di chiusure e separazioni (apartheid in olandese). Sono strangolati e separati dalle loro comunità, dai loro centri, dalla loro economia. Il luogo dove vivono e dove si muovono diventa sistematicamente più piccolo.
Nessun palestinese minore di 16 anni sa cosa vuol dire andare in vacanza dall’altra parte del suo paese. Nessuno si muove per più di 10 chilometri. La disoccupazione è in crescita. Durante gli anni dell’occupazione, Israele non ha permesso ai palestinesi di avere una propria economia, per non parlare di costruire una propria industria. Oggi possono solo comprare merci in Israele. Non hanno altra scelta. Non possono vendere nulla in Israele, nemmeno le verdure.
La distruzione della Palestina è una realtà quotidiana. E devo aggiungere: il silenzio sulla lenta morte della nazione palestinese è parte di una lunga tradizione europea di lasciare morire l’Altro.
Ma l’articolo di Erri De Luca è l’esempio di qualcosa di peggio che sta accadendo in Europa. Il passato ebraico in Europa è un tipo di comoda rappresentazione di un passato europeo omogeneo, in cui una metafora – l’Olocausto – copre qualsiasi altra cosa. Non l’Olocausto come parte della storia europea, ma quasi il contrario.
La storia si perde. Il fascismo? Troppo controverso. Il ruolo della Chiesa cattolica? Non se ne può parlare. Pio XII? Insomma, è quasi un santo. Questo atteggiamento filo-sionista della sinistra europea non è una peculiarità italiana (e in questo caso si può persino dire che non è colpa di Israele).
Questa collaborazione della sinistra europea con la destra israeliana colma un enorme vuoto in Europa, dalla caduta del comunismo, e serve alla costruzione di una nuova identità europea. I bambini iracheni e palestinesi sono i nuovi «etiopi». A chi importa? Noi europei siamo gli umanisti. Abbiamo la licenza di rimanere in silenzio sull’affamamento della Palestina. La nostra licenza si chiama Olocausto o Auschwitz. Non ci importa di collocarli nella storia. Abbiamo bisogno di mitologia, non di storia.
Itzhak Laor è un poeta, romanziere, saggista e critico letterario israeliano. Noto per le sue posizioni politiche radicali, le sue opere esplorano il militarismo, l’occupazione e le contraddizioni della società israeliana. Collabora con il quotidiano Haaretz ed è una figura di spicco della sinistra radicale.
Durante il servizio militare, si è rifiutato di prestare servizio nei territori occupati. Questa scelta gli è costata il carcere nel 1972. È stato tra i fondatori del movimento di sinistra radicale SIAH.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie (come Only the Body Remembers) e romanzi (tra cui The People, Food for Kings), oltre a saggi e opere teatrali. La sua drammaturgia Ephraim Returns to the Army è stata inizialmente censurata in Israele. Ha fondato e diretto la rivista Mita’am, dedicata alla letteratura e al pensiero radicale. È attivo anche come critico e opinionista, con contributi su testate internazionali come la London Review of Books.
Questo è quello che ha scritto sul quotidiano “il manifesto” vent’anni fa, il 19 maggio 2006, in risposta ad un articolo di Erri De Luca.
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Ci siamo incrociati più di una volta, Erri. In sale pubbliche, biblioteche, dibattiti dove la letteratura sembrava ogni volta voler sconfinare nella politica, e la politica tornare a vestirsi da morale.
Ricordo soprattutto un incontro alla Biblioteca Sormani, a Milano, durante un convegno dedicato alla lingua spagnola.
Ti ascoltavo parlare con quella tua voce da reduce civile, da uomo che ha fatto della testimonianza una postura permanente. Eppure, già allora, mi colpiva una distanza difficile da colmare: da una parte la figura pubblica, quasi sacrale, del militante; dall’altra la tua scrittura, che a me pareva esile, incapace di reggere il peso dell’aura costruita attorno al tuo nome.
Non ho mai pensato che tu fossi uno scrittore.
L’ho sempre vissuto come un piccolo enigma editoriale: quei libri sottili, rarefatti, poche pagine dilatate da caratteri enormi e da molto bianco tipografico, elevati ogni volta a evento morale prima ancora che letterario. Sembrava che il libro dovesse essere protetto dalla possibilità di essere giudicato soltanto per ciò che conteneva. E forse il punto era proprio quello: non vendevi soltanto pagine, ma un’immagine.
Eri “un compagno”.
Un’espressione che un tempo possedeva un peso specifico storico, umano, perfino tragico, mentre oggi sopravvive spesso come un’etichetta sentimentale, una reliquia lessicale buona a legittimare appartenenze e indulgenze reciproche.
Parlasti allora della tua militanza in Lotta Continua, delle simpatie rivoluzionarie che avevano attraversato la tua giovinezza, della fascinazione per certe esperienze latinoamericane nate all’ombra della lotta armata. Ne parlavi con la naturalezza di chi considera il conflitto una forma superiore di autenticità. E poi il Movimento No TAV, il processo, l’esposizione mediatica trasformata ancora una volta in prova pubblica di coerenza.
Col tempo ho avuto l’impressione che la tua opera vera non fossero i libri, ma il personaggio.
Una figura costruita con ostinazione: l’uomo schivo ma giusto, l’intellettuale resistente, il montanaro etico, il testimone irriducibile. Una biografia continuamente messa in scena affinché la scrittura non dovesse mai camminare da sola.
Perché la letteratura, quando è grande, sopravvive anche senza la santità dell’autore.
La tua, invece, mi è sempre sembrata aver bisogno di un contorno morale, di una cornice ideologica, di una continua assoluzione preventiva. Come se il lettore dovesse ammirare prima l’uomo per poter concedere qualcosa allo scrittore.
Ora, però, la maschera è caduta. E con essa l’intera impalcatura.
Non perché tu vada a Gerusalemme (non solo), ospite dell’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation.
Il problema è ciò che scegli di non vedere. O peggio: ciò che decidi di nominare in altro modo per non incrinare la tua nuova rispettabilità internazionale.
Perché dopo una vita trascorsa a incarnare l’intellettuale della disobbedienza, il testimone degli ultimi, il militante delle cause perdute, oggi ti ritrovi a negare l’evidenza più atroce del nostro tempo con il linguaggio freddo della cautela terminologica.
“Genocidio” – dici – sarebbe una “distorsione storica e verbale”.
Eppure a Gaza non assistiamo a una semplice guerra. Assistiamo alla distruzione sistematica di un popolo intrappolato, alla cancellazione metodica di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, alla normalizzazione quotidiana della morte di migliaia di bambini, alla fame usata come pressione militare, alla devastazione elevata a strategia. E davanti a tutto questo tu scegli il rifugio più sterile: la disputa semantica.
È qui che il personaggio mostra tutta la sua miseria morale.
Per decenni hai parlato il linguaggio dell’insubordinazione etica, hai costruito la tua immagine pubblica sull’idea di stare sempre dalla parte dei corpi esposti alla violenza del potere. Ma quando il potere assume la forma di uno stato militarmente dominante, sostenuto dall’Occidente, tecnologicamente invincibile contro una popolazione senza scampo, improvvisamente diventi prudente, misurato, legalista.
E ancora più impressionante è osservare come tu sembri ignorare il peso storico delle parole che pronunci sul sionismo. Definirlo semplicemente “il diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale” significa rimuovere deliberatamente ciò che quel progetto politico ha comportato per il popolo palestinese: espulsione, occupazione, segregazione, espropriazione continua della terra, umiliazione trasformata in amministrazione quotidiana.
Non è complessità, questa.
È amputazione della memoria.
È il fallimento morale di un individuo che, dopo aver trascorso una vita a rappresentarsi come coscienza critica del potere, davanti alla più documentata devastazione contemporanea sceglie di proteggere la legittimità dello stato che colpisce invece della popolazione che viene cancellata.
Forse è questo, alla fine, il vero volto del personaggio che per anni hai deciso di interpretare: non il ribelle, non il dissidente, non il testimone degli ultimi, ma un uomo che ha saputo riconoscere l’ingiustizia solo finché non diventava scomodo nominarla davvero.
Milton Fernández
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Le ultime dichiarazioni di Erri De Luca non sono una novità.
Lo scrittore napoletano è sempre stato, nel migliore dei casi, estremamente evasivo sulla questione palestinese e sui crimini israeliani sfuggendo alle contestazioni con scuse ridicole del tipo: “Non parlo di cose che non riguardano il mio paese”, oppure “Non parlo di Palestina prima di parlare degli altri conflitti in Medioriente”.
Ieri, dopo più di due anni e mezzo di Genocidio e di complicità dei governi occidentali, è uscito allo scoperto con una intervista all’Israel Hayom da Gerusalemme in preparazione al International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, affermando non solo che in Palestina non c’è nessun genocidio ma che invece l’IDF “spostasse i civili”.
Prima dell’evento degli scrittori sionisti ha inoltre affermato che non parteciperà mai ad eventi che affermino che esista un genocidio in Palestina.
Naturalmente la notizia è stata ripresa dalle grancasse del sionismo nostrano quali Il Riformista e Il Foglio (ultimamente molto impegnati ad attaccare Cuba in appoggio agli USA).
Erri De Luca è un classico esempio di quella “mutazione antropologica” subita da molti giornalisti ed intellettuali cresciuti nei gruppi extra-parlamentari degli anni ’60 e’ 70 e oggi completamente asserviti al modello ideologico e culturale dominante: da De Luca a Liguori (oggi berlusconiano doc) entrambi ex Lotta Continua, a Paolo Mieli e Michele Boldrin, un tempo considerati vicini a Potere Operaio.
In sostanza, De Luca è l’arma perfetta in mano ai media più allineati alle politiche israeliane. Non è il volto più spietato e crudele del sionismo, ma la sua maschera progressista e intellettuale che nasconde in realtà le stesse posizioni e gli stessi contenuti.
Per fortuna, il sionismo e tutto il suo portato culturale regressivo e guerrafondaio è stato messo continuamente in discussione negli ultimi anni delle piazze e dagli scioperi a sostegno della Palestina oltre che dai Boicottaggi culturali e commerciali che acquisiscono sempre più seguito, contestando ogni luogo culturale o di aggregazione sociale che promuove i messaggi di odio e suprematismo di cui oggi si fanno portavoce politici e intellettuali come De Luca.
Su questa strada bisogna continuare.
Circolo GAP Roma
Fonte
17/05/2019
Le parole sbagliate di Erri De Luca
Ora sento al salone del libro di Torino che Erri De Luca vorrebbe togliere il voto a Nicoletta, a me, a chi ha un po’ di anni, per lasciarlo solo ai giovani che hanno più futuro davanti. Perché questi giovani sarebbero innamorati dell’Europa a differenza degli anziani, più attaccati ai vecchi confini.
Non mi offendo, ci vuole altro, solo provo sincero dispiacere per un intellettuale che, se su una lotta come quella della Valle ha saputo andare coraggiosamente contro la corrente di pensiero dominante, e ora invece afferma tesi che riceverebbero l’applauso delle madamin.
Dunque, secondo De Luca, da un lato ci sarebbe la gioventù che felice e libera esplora l’Europa senza dover subire la gabbia dei confini, dall’altro la massa rancorosa degli anziani che, invidiosa e nazionalista, quei confini tra stato e stato vorrebbe restaurare. A costoro bisognerebbe togliere il diritto di voto.
Immagino che con queste parole paradossali lo scrittore abbia voluto schierarsi contro il cosiddetto “fronte sovranista”, cioè contro quelle forze reazionarie e fasciste delle quali fa parte anche Salvini.
Ma ha completamente mancato il bersaglio. Perché Vox, Afd, Orban, Salvini stesso non vogliono affatto ristabilire le frontiere tra i loro paesi, ma vogliono costruire un muro attorno a tutto il confine europeo. Essi non vogliono impedire ai giovani europei, che se lo possano permettere, di viaggiare e fare esperienze nella Unione Europea. Essi vogliono che qui non arrivino più gli altri giovani, soprattutto se hanno la pelle di un altro colore. I fascisti spagnoli di Vox sono ultrà europeisti, solo che vogliono un’Europa dove girino liberamente soltanto i bianchi cristiani.
In secondo luogo, Erri De Luca fa confusione tra i giovani, perché mette assieme condizioni molto diverse tra loro. Da un lato ci sono coloro che fanno esperienze come l’Erasmus, che studiano, che trovano lavoro in Europa per scelta e anche per reddito. Dall’altro le centinaia di migliaia di giovani che semplicemente emigrano perché nel loro paese non trovano un lavoro dignitoso, minimamente corrispondente alle loro capacità e preparazione, anzi non trovano proprio nessun lavoro.
Questa non è una libera scelta, molti di questi giovani resterebbero nel loro paese se questo gli offrisse di che vivere dignitosamente, invece intere regioni italiane ed europee si stanno spopolando per sottosviluppo, lì davvero restano solo gli anziani. Ma non è un merito questo, bensì una vergogna dell’Italia e dell’Europa.
Accanto alla generazione Erasmus cresce sempre più numerosa la generazione Flixbus, che usa i pullman low cost per andare e tornare da lavori sempre più sfruttati e sempre più lontani da casa.
Tra i giovani stanno dilagando le differenze di classe. Differenze di classe che sono alla base di un voto come quello sulla Brexit, dove i giovani proletari delle periferie e delle scuole professionali hanno votato per la rottura e gli anziani professionisti del centro per restare nella UE.
È la questione sociale che decide, non quella “generazionale”. Produrre fratture apparenti, tra giovani e anziani, tra disoccupati e occupati, tra lavoratori e pensionati, tra nativi e migranti è il modo fondamentale che ha oggi il potere per negare la questione sociale e per consolidare le più brutali distinzioni di classe, in Italia ed in Europa.
Ma anche se credo centrale la questione sociale, non per questo negherei il diritto di voto ai ricchi. Vorrei togliere loro un bel po’ di potere, ma non il diritto di voto comune a tutti i cittadini. Questo va solo esteso, ai migranti come ai giovani sedicenni.
Quando, anche solo per gusto del paradosso, come fa Erri De Luca, si comincia a parlare di escludere qualcuno dal voto, si entra in un campo minato, nel quale neppure per scherzo si dovrebbe metter piede, come ci insegna proprio la storia dell’Europa.
No, non si combatte il messaggio reazionario e discriminatorio di Salvini facendo snobismo elitario verso gli anziani, verso chi vive nelle periferie, verso chi non ha potuto studiare. Così non si contrasta Salvini, ma si lavora per lui.
Quelle di Erri De Luca sono semplicemente parole sbagliate e dannose e spero proprio che lo riconosca.
Fonte
22/09/2016
Classe operaia
Ho fatto lavori manuali tra il ’76 e il ’97, ho conosciuto la grande fabbrica e la piccola azienda. Ovunque ho potuto riconoscere il grado di consapevolezza e dignità conquistato e trasmesso dalle lotte delle generazioni precedenti. Lo chiamavo e lo chiamo ancora: misura del progresso.
Il 1900 è stato il secolo degli operai. La loro forza lavoro ha mosso il macchinario assordante delle produzioni dal fondo di miniere al piano ultimo dei grattacieli. Il loro numero e la loro coscienza li rendeva una classe, nome che proviene da una compatta formazione di battaglia.
Nell’autunno dell’80 ho bivaccato davanti a uno dei molti cancelli della fabbrica Fiat Mirafiori a Torino. La mia vita è basata e ripassata spesso tra i suoi fiumi. Per 37 giorni e notti la classe operaia torinese ha sigillato il più grande stabilimento industriale d’Europa per non far passare oltre ventimila espulsioni. Dopo 37 giorni di blocco totale togliemmo l’assedio. Le espulsioni passarono. Conto da quel momento preciso la diminuzione fisica e politica del termine classe operaia.
Alleggerita di addetti, meccanizzata da nuove lavorazioni automatiche, la grande produzione ha potuto fare a meno della massa critica operaia. Avevo una tuta blu intrisa di lubrificanti, oggi vedo camici bianchi. Ho assistito all’estinzione del termine classe operaia.
Questo comporta minore tutela sul lavoro e aumento micidiale di pericolosità, gentilmente definita infortunistica. Non c’entra l’infortunio, neanche la sfortuna. C’entra l’aumento dei ritmi di lavorazione, la tensione di nervi tesi in faccia, l’allarme continuo e incorporato nei gesti, e a fine turno un assurdo sollievo di illesi. È posto di lavoro: o di trincea?
Ai miei tempi sfondare un picchietto di operai in sciopero era caldamente sconsigliato anche agli agenti in divisa. Oggi un autista investe e uccide col suo camion un operaio che blocca un ingresso insieme ai suoi compagni. Lo investe e lo uccide istigato dall’ordine di un qualche kapò di lager.
La modernità regredisce volentieri e la vita umana messa di traverso le ingombra la sua marcia indietro.
Fonte
12/11/2015
Storie di ordinaria repressione
L’assurdo dibattito repressivo è proseguito con la richiesta del carcere cautelare per i tre compagni fermati nella manifestazione bloccata dalla polizia sul ponte di via Stalingrado. Evidentemente non bastava l’arresto in (presunta) flagranza, le denunce per lesioni e resistenza aggravata nonché il processo che porterà, visti i chiari di luna, ad una sicura condanna (e speriamo davvero di sbagliarci). Per non dire dell’opportunità di bloccare un corteo di massa, indetto da settimane, su di un ponte mentre questo voleva sfilare nel centro cittadino ma distante da piazza Maggiore, impedendo qualsiasi “dialettica democratica” (locuzione davvero ormai svuotata di ogni senso sostanziale). Secondo i megafoni della polizia Alfano e Salvini, i tre compagni dovevano passare in carcere il loro tempo in attesa del suddetto processo. E in effetti l’immediata narrazione mediatica ha ribaltato la vicenda trasmettendo un senso di impunità che in realtà non ha avuto luogo. I tre compagni infatti non se la sono cavata “senza nessuna conseguenza”, come viene fatto passare da quotidiani e telegiornali, ma hanno subito il normale iter per reati minori compiuti da persone (peraltro giovanissime) incensurate. Eppure da ieri l’opinione pubblica pensa che i tre compagni, dopo aver quasi assassinato una guardia (il poverino ha una contusione al ginocchio, che come sappiamo in genere porta al decesso entro le 48 ore) se la siano cavata con qualche bonario ammonimento in Questura o, peggio ancora, protetti da giudici compiacenti. Il tutto ovviamente finalizzato all’ennesima stretta legalitaria, capace di regalare agibilità politica al partito leghista che dovunque va trova degni comitati d’accoglienza, puntualmente impossibilitati ad esprimersi e dunque costretti proprio dalle forze dell’ordine alla solita ribalta mediatica dovuta a tentativi di forzatura e conseguenti cariche.
Inutile continuare con gli esempi. Per fortuna a riassumere lo spirito dei tempi ci ha pensato il Prefetto di Roma Gabrielli. Di fronte al derby più assurdo della storia, giocato in uno stadio vuoto di tifosi e stracolmo di guardie, il suddetto dichiarava: “sono molto soddisfatto di come stanno andando le cose e, in particolare, della gestione dell’ordine pubblico prima, durante e dopo il derby”. Non fa una piega, e risulta superfluo ogni altro commento.
*E’ un’antifrasi
Fonte
11/11/2015
Erri De Luca, addio
Erri De Luca, anche lui e non solo lui, non è riuscito a sottrarsi a una “maledizione” da cui sembrava immune, quella che ha colpito i dirigenti di Lotta Continua e li ha visti uno dopo l'altro arruolarsi dentro gli apparati ideologici di Stato, dal rampante Psi degli anni Ottanta fino ai giorni nostri.
E' un addio a Erri De Luca, perché tre indecenze in quattro mesi sono troppe per chiunque, anche per chi come noi aveva sempre provato a tenere sul piatto della bilancia le cose positive e le cose negative accumulatesi nel tempo.
Già ad agosto di quest'anno, nell'articolo “Erri perché lo hai fatto?”, segnalavamo l'inopportunità di concedere una intervista ad una pubblicazione online dei servizi segreti e le inaccettabili conclusioni della stessa quando affermava che: “In Italia in passato si è parlato di Servizi segreti deviati che intralciavano indagini. Ne eravamo diventati diffidenti. Ora non è più così: i Servizi sono percepiti come un sistema di sicurezza che serve a difendere tutti, come dimostra la lotta al terrorismo internazionale. La raccolta di informazioni è vitale per un Paese”.
Ma Erri era ancora atteso al varco da un processo istituito sulle sue parole, relative alla legittimità del sabotaggio contro la Tav in Val di Susa. Prevalse dunque lo spirito di solidarietà con chi deve andare a misurarsi in un luogo e una posizione scomoda come l'aula di un Tribunale. Siamo stati contenti della sua assoluzione, perché una sentenza di condanna non avrebbe colpito e tacitato soltanto lui.
Ma il tradimento della comunità intellettuale italiana, che ha lasciato Erri De Luca molto solo in quell'aula, deve aver pesato non poco. Non appena si è liberato del fardello è tornato a scrivere indecenze inascoltabili a gran parte di noi e probabilmente dei nostri lettori. Per esempio è tornato sulla questione che già aveva reso ruvide molte valutazioni su di lui: l'occupazione della Palestina. Le sue parole su Gaza e contro una vignetta di Apicella, su Liberazione, gli avevano regalato la simpatia degli apparati ideologici di stato israeliani e l'inimicizia – spesso incredula – di tanti suoi estimatori, che mantengono il “difetto” di saper distinguere oppressi e oppressori, in Israele e Palestina, e di essere dunque solidali con gli oppressi di oggi – i palestinesi – vittime di quella che giustamente Tano D'Amico definisce la “cicatrice impresentabile a cavallo degli ultimi due secoli”.
L'empatia con i perseguitati di ieri, mal rappresentati oggi da uno Stato oppressore come è Israele, non assolve De Luca né i pensatori tuttora disposti a perdonare tutto agli israeliani in quanto figli o nipoti degli ebrei europei del secolo scorso.
La poesia che Erri De Luca ha scritto in ebraico come omaggio a una Gerusalemme alle prese con la rivolta disperata, ma pienamente legittima dei giovani palestinesi contro la pulizia etnica israeliana, è stata pubblicata con enfasi dal giornale israeliano Yedioth Aharonot. Parole destinate a criminalizzare i giovani palestinesi e ad assolvere chi li ha costretti a gesti disperati e suicidi, che continuano però a insanguinare la “cicatrice impresentabile” senza che le democrazie occidentali muovano un dito. O pronuncino una parola.
Infine, ma non per importanza, il processo per cui De Luca è stato assolto è diventato un macigno dentro la sua contraddizione. Richiesto di commentare la giornata bolognese di lotta contro la manifestazione di Salvini e dei trogloleghisti, Erri ha voluto dire la sua sul sabotaggio che nella notte tra sabato e domenica aveva danneggiato la Tav nei pressi di Bologna. Riferendosi a quanto già detto da Salvini, ha affermato: “Certo che ha ragione (Salvini, ndr), quelli di sabato che hanno danneggiato la linea Milano-Bologna non hanno niente a che vedere con il movimento di resistenza più che ventennale in Valsusa. Quello era un danneggiamento che non andava da nessuna parte, tranne che danneggiare il trasporto di persone che ne avevano bisogno. Se ti metti a scassare delle cose poi le paghi”.
Eppure Erri De Luca pochi mesi fa aveva affermato: “Il verbo sabotare è nobile ha un significato molto più ampio dello scassamento di qualcosa. Lo usava anche Gandhi. Io sostengo che la Tav vada sabotata”. E ancora prima, con le parole che gli erano costate la denuncia e poi il processo, aveva detto: “Ho partecipato ai blocchi dell’autostrada insieme a maestri elementari, vigili urbani, madri di famiglia. Il blocco stradale è certamente un atto di ostruzionismo. Diciamo che è una forma di sabotaggio alla libera circolazione. Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa. Resto convinto che il Tav sia un’opera inutile e continuo a pensare che sia giusto sabotare quest’opera”.
Ora, anche secondo il vocabolario dell'enciclopedia Treccani, sabotaggio significa testualmente:
1. Compiere atti di sabotaggio; distruggere o deteriorare gravemente edifici e impianti, opere e servizî militari, intralciare gli spostamenti e i rifornimenti di truppe nemiche, impedire o limitare il funzionamento di servizî pubblici, come azione di lotta o di rappresaglia economica, politica o militareNon è un mistero per nessuno che il passare del tempo e degli eventi possano portare ogni essere umano a cambiamenti di pensiero e opinione, magari a scapito della coerenza; è nell'ordine delle persone in carne ed ossa. Cambiamenti così repentini difficilmente possono però essere ascritti a forti ripensamenti interiori, a quel fare i conti con se stessi che può mutare la visione delle cose.
2. fig. Intralciare la realizzazione di qualche cosa, o fare in modo che un disegno, un progetto altrui non abbia successo.
Ma in questi quattro mesi, dall'intervista di agosto alla rivista Intelligonews, alle parole indicibili contro la rivolta dei giovani palestinesi e infine alle parole contro chi ha “sabotato” la Tav – non in Val di Susa ma in Val Padana – Erri De Luca ha inanellato tre espressioni del suo pensiero che meritano un addio senza alcuna presunzione: il nostro.
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20/10/2015
Assolto Erri, ma il regime avanza lo stesso
Ma siamo sicuri che sia anche una sentenza che dimostra come in Italia la libertà di espressione – dunque l'ultima frontiera oltre la quale non c'è più alcuna libertà – non sia in pericolo?
Sinceramente, non ci sembra. Per capire la profondità dei guasti alla cultura politica del tempo, quindi anche a quella giuridica, bisogna uscire un attimo dalla sentenza in quanto tale (in attesa, oltretutto, delle motivazioni che arriveranno tra tre mesi) e guardare sia alle reazioni degli opinionisti che al tran tran quotidiano delle attività repressive.
L'assoluzione è stata salutata da tutti come doverosa, nel quadro delle disposizioni costituzionali (ancora) in vigore e delle leggi (ancora) vigenti. La libertà di espressione, in questo quadro, è garantita a prescindere dal fatto che l'opinione espressa sia controversa o opposta al regime politico dominante, e anche dal fatto che possa suonare a giustificazione di pratiche considerate dal potere stesso un reato. Per essere più espliciti, nessun pubblico ministero, neanche nel momento più aspro degli anni '70, si sognò mai di ipotizzare un'incriminazione per Eugenio Montale che si smarcò decisamente dall'obbligo di obbedienza dichiarandosi “né con lo Stato, né con le Br”. E nessun pubblico ministero si mosse per sanzionare un Leonardo Sciascia che ironizzava sui “professionisti dell'antimafia” (alcuni arresti recenti continuano a dargli ragione, peraltro).
Ma non c'è commentatore “autorevole” – in realtà soltanto “autorizzato” – che non continui a stigmatizzare le frasi pronunciate, ribadite e rivendicate da Erri sulla legittimità della resistenza, dunque anche del sabotaggio contro la Tav. Una cartina tornasole è stato il comportamento viscido di Roberto Saviano, che prima della sentenza aveva definito il processo una "barbarie", ma sottolineando di non condividere affatto le dichiarazioni di Erri su “cesoia” e “sabotaggio”. Che erano poi le uniche parole incriminate, su cui i pm Rinaudo e Padalino – smentiti mesi fa dai giudici di primo grado anche sulla contestazione dell'aggravante di “terrorismo” per quattro ragazzi No Tav – hanno imbastito il loro inconsistente capo d'accusa. Come dire: non dovevi parlare e dire quelle cose, ma è stato eccessivo mandarti sotto processo.
Il risultato, o l'obiettivo, sono identici: silenziare la parola contraria. Con la “pressione ambientale” o con il processo penale, è solo questione di strumenti differenti.
Ecco, noi invitiamo a guardare quel che avviene per ora soprattutto fuori dalle aule di Tribunale, pur senza dimenticare che la Procura di Torino prova a instaurare una nuova formulazione del concetto di legalità, che esclude ogni possibilità di opposizione che oltrepassi la soglia del pensiero, traducendosi in parola o azione.
Invitiamo a guardare gli studenti caricati e pestati dalla polizia perché protestavano contro l'essere stati esclusi dall'accesso all'università cui sono iscritti – a meno di non pagare il biglietto d'ingresso – perché concessa “eccezionalmente” alla mostra Maker Faire, con relativo blocco della didattica per tre giorni (a proposito di servizi pubblici garantiti...). Oppure allo stillicidio di sgomberi effettuati in questi mesi, senza nessuna differenza tra occupazioni abitative, spazi sociali, centri culturali, ecc. Alla marea di denunce e fogli di via, di obblighi di firma e divieti di residenza che tempestano da mesi centinaia di attivisti in tutto il paese. E persino alla dialettica parlamentare, sempre più limitata alla ratifica delle decisioni del governo, tra un finto “dibattito” in mezzo agli insulti che si conclude nell'immancabile “voto di fiducia” a maggioranza flessibile, o addirittura senza neanche la maggioranza degli aventi diritto (persino alcuni articoli della “riforma costituzionale” sono stati approvati da una minoranza numerica di questo tipo).
Tutto si tiene, immancabilmente. La costruzione di un regime autoritario marcia a tappe forzate e con quasi nessuna resistenza, derivato inevitabile dell'assoluta incapacità diffusa di cogliere l'unità di intenti del potere nel colpire opposizioni che vivono – più che “marciare” – ognuna per conto suo (basta guardare al microcosmo degli “sgomberati”, incapaci di imbastire una vertenza comune).
Al posto di Erri, vogliamo dire, probabilmente quasi tutti sarebbero stati condannati. È un suo merito indiscutibile aver tenuto il punto – nessuna marcia indietro, rinuncia preventiva all'appello in caso di condanna – costringendo così il giudice a dover scegliere tra una condanna extralegale che avrebbe sollevato scandalo (quasi esclusivamente) nell'intellettualità europea, riportando questo paese ai tempi del fascismo, o l'assoluzione che salva le apparenze della “democrazia” mentre la sostanza viene quotidianamente cancellata.
Il quadro costituzionale e legale che impediva la condanna di Erri, insomma, è in via di smantellamento. Nel silenzio.
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Assolto Erri: "Confermo che la Tav va sabotata"
Si arrendono invece, ma non ammettono d'aver fatto un'idiozia, i vertici di Ltf, la società italo-francese che si è occupata del progetto e delle opere preparatorie della Torino-Lione che nel settembre 2013 aveva denunciato Erri De Luca. "Rispettiamo la decisione del giudice, non ne faremo una battaglia campale, ma nei momenti di tensione sociale ci sono dei limiti che soprattutto gli intellettuali dovrebbero rispettare". Lo afferma l'avvocato Alberto Mittone, legale di Ltf, prima di scomparire.
Molto misurata, come sempre, la reazione dello stesso Erri: "E' stata impedita una ingiustizia, quest'aula è un avamposto sul presente prossimo". "Ora mi sento un cittadino qualunque, ma la Val di Susa resta una questione che mi riguarda. Di questo processo mi rimane la grande solidarietà delle persone che mi hanno sostenuto, in Italia e in Francia. La sentenza ribadisce il valore dell’articolo 21 della Costituzione. Ho letto sui giornali della telefonata di Hollande a Renzi, ma non credo che abbia influito sulla sentenza. Adesso andrò a Bussoleno in val Susa, a un appuntamento che avevo già preso tempo fa con gli amici che attendevano la decisione del giudice".
Felice ma determinato anche il suo avvocato, Gianluca Vitale: “Questa sentenza riporta le cose al posto giusto e dimostra che non avremmo dovuto essere qui. Mi auguro che la Procura e la Digos di Torino capiscano che c’è un limite anche all’attività di repressione. La libertà di pensiero deve essere tale in Valle di Susa come nel resto del Paese”.
La dichiarazione resa da Erri prima della sentenza:
Sarei presente in quest’aula anche se non fossi io lo scrittore incriminato per istigazione. Aldilà del mio trascurabile caso personale, considero l’imputazione contestata un esperimento, il tentativo di mettere a tacere le parole contrarie. Perciò considero quest’aula un avamposto affacciato sul presente immediato del nostro paese. Svolgo l’attività di scrittore e mi ritengo parte lesa di ogni volontà di censura. Sono incriminato per un articolo del codice penale che risale al 1930 e a quel periodo della storia d’Italia. Considero quell’articolo superato dalla successiva stesura della Costituzione della Repubblica. Sono in quest’aula per sapere se quel testo è in vigore e prevalente o se il capo di accusa avrà potere di sospendere e invalidare l’articolo 21 della Costituzione.
Ho impedito ai miei difensori di presentare istanza di incostituzionalità del capo di accusa. Se accolta, avrebbe fermato questo processo, trasferito gli atti nelle stanze di una Corte Costituzionale sovraccarica di lavoro, che si sarebbe pronunciata nell’arco di anni. Se accolta, l’istanza avrebbe scavalcato quest’aula e questo tempo prezioso. Ciò che è costituzionale credo che si decida e si difenda in posti pubblici come questo, come anche in un commissariato, in un’aula scolastica, in una prigione, in un ospedale, su un posto di lavoro, alle frontiere attraversate dai richiedenti asilo. Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società.
Inapplicabile al mio caso le attenuanti generiche, se quello che ho detto è reato, l’ho ripetuto e continuerò a ripeterlo.
Sono incriminato per avere usato il verbo sabotare. Lo considero nobile e democratico. Nobile perché pronunciato e praticato da valorose figure come Gandhi e Mandela, con enormi risultati politici. Democratico perché appartiene fin dall’origine al movimento operaio e alle sue lotte. Per esempio uno sciopero sabota la produzione. Difendo l’uso legittimo del verbo sabotare nel suo significato più efficace e ampio. Sono disposto a subire condanna penale per il suo impiego, ma non a farmi censurare o ridurre la lingua italiana. ”A questo servivano le cesoie” : a cosa? A sabotare un’opera colossale quanto nociva con delle cesoie? Non risultano altri insidiosi articoli di ferramenta agli atti della mia conversazione telefonica. Allora si incrimina il sostegno verbale a un’azione simbolica? Non voglio sconfinare nel campo di competenza dei miei difensori. Concludo confermando la mia convinzione che la linea di sedicente alta velocità in Val di Susa va ostacolata, impedita, intralciata, dunque sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo, dell’aria, dell’acqua di una comunità minacciata. La mia parola contraria sussiste e aspetto di sapere se costituisce reato.
Erri De Luca
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19/10/2015
Processo a Erri: "Confermo che la Tav va sabotata"
E non si tratta di frasi concesse alla stampa (soprattutto internazionale) che affolla l'ingresso del Tribunale. Sono parole soppesate e spese davanti alla corte, in quelle che vengono chiamate "dichiarazioni spontanee", alla fine di un dibattimento, in cui "l'imputato" ha il diritto di parola in prima persona per chiarire ulteriormente la propria posizione prima che il giudice monocratico, Imacolata Iadeluca, si ritiri in camera di consiglio per decidere la sentenza.
L'imputazione immaginata dalla Procura è ormai nota: istigazione a delinquere, per quelle stesse frasi ribadite stamattina.
Il pm Antonio Rinaudo, che insieme ad Andrea Padalino ha condotto le indagini, ha chiesto una condanna a otto mesi di reclusione con le attenuanti generiche perché "con la forza delle sue parole ha sicuramente incitato a commettere reati". La coppia di magistrati è diventata famosa, in questi anni, per la pervicacia e la fantasia giuridica con cui ha perseguitato il movimento No Tav. Tanto da far pensare a molti che non si trattasse tanto di ansia di giustizia quanto di repressione politica ad hoc.
L'imputazione tocca infatti un punto politico discriminante tra democrazia e regime di polizia. Secondo i due magistrati Erri ha usato il suo potere di persuasione, come scrittore famoso, per incitare al sabotaggio. E non sono sembrati sconvolti dalla testimonianza sotto giuramento degli stessi dirigenti della Digos, che hanno riferito come - dopo che Erri aveva rilasciato l'intervista incriminata - non ci sia stato alcun aumento dei "sabotaggi" al cantiere della Tav.
Nella logica dei pm, insomma, c'è un rovesciamento classico del rapporto tra processi di contestazione sociale e opinioni, per cui se tutti tacessero non ci sarebbe alcuna contestazione. E maggiore è la notorietà della persona, più stringente dovrebbe essere questo silenzio; a meno di non mostrarsi come "supporto autorevole" delle autorità. Una logica di guerra, non giuridica, indifferente persino alla successione dei fatti: la resistenza della popolazione della Val Susa è di molti anni precedente qualsiasi dichiarazione di Erri o altri intellettuali in suo favore, come da sempre avviene nella storia.
"Sono un testimone della volontà di censura della parola, questa sentenza sarà un messaggio sulla libertà di espressione", "questo non è un processo al sottoscritto, ma alla libertà di pensiero nel nostro Paese", ha ha infatti più volte spiegato Erri.
Il quale ha confermato che in caso di condanna non ricorrerà in appello e dunque dovrebbe a quel punto essere "tradotto in carcere" (trattandosi di uno scrittore, il doppio senso è evidente).
"I miei colleghi stranieri continuano a non capire il perché di questo processo, io sono tranquillo", ha ripetuto ancora una volta stamattina, entrando in tribunale. La sentenza dovrebbe arrivare intorno alle 13.
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22/09/2015
No Tav. Chiesti otto mesi di carcere per Erri De Luca
Al processo, stamattina, il pm Antonio Rinaudo ha chiesto addirittura otto mesi di reclusione per "istigazione al sabotaggio". "Nelle interviste rilasciate pubblicamente - ha detto il pm - lo scrittore ha commesso incitazione a commettere il sabotaggio. È indiscutibile che si debba concludere arrivando alla penale responsabilità dell'imputato riconoscendo comunque le attenuanti generiche per il comportamento processuale e perché non si è mai tirato indietro rispetto alle domande dell'accusa e del giudice".
Erri, presente, in aula, non si scomposto e ha rilanciato con qualche ironia: "Non sono un martire, non sono una vittima, sono un testimone della volontà di censura della parola. Sono stupito della differenza tra gli argomenti prodotti e l'entità della pena richiesta. Mi sarei aspettato il massimo. Questa sentenza sarà un messaggio sulla libertà di espressione".
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25/08/2015
Caro Erri De Luca, sull'euro dovresti documentarti prima di parlare
21/08/2015
Erri, perché lo hai fatto?
E questa domanda vogliamo girarla nuovamente allo scrittore Erri De Luca che pure ha condiviso e condivide molti passi di cammini comuni. Anche il nostro giornale ne ha ospitato diversi articoli e ne segue le vicissitudini giudiziarie all’insegna della massima solidarietà.
Scorrendo l’e-book “LeggIntelligence”, realizzato dal Dis (Dipartimento Informazioni sulla Sicurezza), ovvero i nuovi servizi segreti dello Stato Italiano, vi abbiamo trovato una intervista con Erri De Luca. L’iniziativa editoriale difficilmente può essere catalogata semplicemente come tale. Infatti fa parte dell’operazione di immagine (e di reclutamento) che i servizi segreti dello Stato stanno realizzando nelle università italiane. E’ una immagine sofisticata, con una “mission” che appare assai diversa da quella che la storia del nostro paese ha conosciuto con la stagione delle stragi, i depistaggi, la complicità con i gruppi neofascisti. Anzi, è una operazione che intende cancellare l’immagine precedente, assegnando ai servizi segreti di oggi – sia sul fronte interno che internazionale – un ruolo di difesa collettiva e progressiva degli interessi e della sicurezza di “tutti”. Il terrorismo di matrice islamista complica le operazioni sul campo facilita l’operazione psicologica nella società; l’instabilità economica e finanziaria dovuta alla globalizzazione rende vulnerabile l’economia del “sistema Italia” e ne richiede la difesa; l’intelligence viene sempre più presentata come una sorta di scienza sociale ben diversa dal ruolo mefitico degli spioni.
A questa operazione, che il Dis sta conducendo negli ultimi anni, soprattutto negli atenei dove, ci fa sapere il sottosegretario Minniti, trenta laureati sono già stati assunti nei servizi segreti, è funzionale anche il lavoro di "fascinazione" intorno all’antico mestiere dello spione.
L’intervista rilasciata da Erri De Luca al libro pubblicato dal Dis, è l’unica in cui l’autore è anonimo, nel senso che non è dichiarato chi è che pone le domande allo scrittore. Un dettaglio? Si forse è un dettaglio, che però ci colpisce, perché negli anni abbiamo visto ex esponenti della sinistra rivoluzionaria collaborare con non chalance a pubblicazioni con lo stesso editore di riferimento.
Il senso e il contenuto dell’intervista non hanno nulla di scandaloso se non la conclusione. Si parla del ruolo delle spie e dello spionaggio nei testi antichi, il Vecchio e il Nuovo Testamento, di cui Erri De Luca è profondo conoscitore avendo voluto imparare e leggere lo yiddish, l’antica lingua ebraica. La conversazione con l’anonimo intervistatore fluisce così tra citazioni di parole antiche e vicende che investono Giosuè, Giuda e Isacco. Insomma una trattazione dotta e un po’ noiosa su come nelle Bibbia e nei Vangeli lo spionaggio fosse in qualche modo legittimato dai testi sacri. Ma, forse per ignoranza ce ne sfugge il senso, come dicevamo è la conclusione a lasciare l’amaro in bocca, soprattutto quando Erri De Luca così risponde alle ultime due domande: “In Italia in passato si è parlato di Servizi segreti deviati che intralciavano indagini. Ne eravamo diventati diffidenti. Ora non è più così: i Servizi sono percepiti come un sistema di sicurezza che serve a difendere tutti, come dimostra la lotta al terrorismo internazionale. La raccolta di informazioni è vitale per un Paese.
In un suo libro, Mestieri all’aria aperta, lei descrive pastori e pescatori. Come definisce gli uomini e le donne dell’Intelligence?
"Sono una via di mezzo tra sentinelle ed esploratori. La loro opera migliore è la prevenzione. Perciò i migliori risultati restano invisibili, i successi sconosciuti”.
Che gli agenti dei servizi segreti italiani del XXI Secolo (non più dunque Sifar, non più Sid, non più Sismi e Sisde, ma adesso Aise e Aisi) siano una via di mezzo tra sentinelle ed esploratori, è un modo di edulcorare una funzione. Che è funzione dello Stato e dunque anche in uno Stato diverso sarebbe comunque necessario avere il miglior sistema di informazione e sicurezza. Ma lo Stato di cui stiamo parlando ed in cui stiamo vivendo è questo, non quello che vorremmo. La differenza in questo si fa sostanza. Erri perché lo hai fatto?
Una preghiera a chi leggerà questo articolo, se possibile, nei commenti evitate quelle strozzature e sintesi da curva che li rendono risibili e inservibili, ai lettori ed anche a se stessi.
Note:
(1) Qui di seguito lo scritto di Erri De Luca “Euridice” che venne usato come prefazione all’agenda 2014 di Magistratura Democratica, cosa che fece infuriare l’allora procuratore capo di Torino dott. Caselli e lo portò alla rottura con MD. Troviamo francamente difficile, anzi contraddittorio, dopo aver scritto un brano così, accettare di rilasciare una intervista ad una pubblicazione ufficiale dei servizi segreti:
Euridice
Erri De Luca
"Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione è scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro".
C'è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un'alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice. Innamorati di lei, accettammo l'urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali.
Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo è stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d'Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste. Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all'aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio. Cos'altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell'esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L'Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio Settanta.
Chi lo nomina sotto la voce 'sessantotto' vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell'isolamento, lei non c'era. Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all'aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s'innamora di Euridice e non la va a cercare anche all'inferno".
(2) Qui invece c’è il brano del 2006 con cui Erri De Luca è riuscito a far incazzare tutti gli attivisti solidali con la lotta del popolo palestinese, beccandosi, tra l’altro, la dura replica dello scrittore israeliano Itzack Lahor che ha accusato Erri De Luca per l'assordante silenzio sulla situazione dei palestinesi. De Luca si scaglia contro una vignetta di Enzo Apicella comparsa su Liberazione che suscitò le proteste dei sionisti e dei filosionisti di sinistra perché riproduceva l’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz accostandolo all’assedio contro Gaza.
Le parole impronunciabili
Erri De Luca
Non cuocerai l’agnello nel latte di sua madre, è scritto nel libro sacro. Non trasformerai la madre della vittima in complice del macellaio di suo figlio. Accusare Israele di affamare la Palestina usando la scritta nazista del campo di sterminio di Auschwitz è cuocere l’agnello nel latte della madre. Non si può prendere la sigla del peggior crimine dell’umanità e rivoltarlo contro i discendenti delle vittime. Ma è stato fatto, per leggerezza o per insulto. Fame è una parola gigantesca, la riduzione al gradino più basso della dignità umana. La chiusura intermittente dei varchi di Eretz Israel non è fame. Dopo l’attentato di Tel Aviv sono rimasti serrati per ventiquattr’ore. Le migliaia di operai palestinesi che non lavorano più in Israele non è fame. Un muro che separa, fa male ma non è fame. Le serre degli insediamenti ebraici smantellati a Gaza sono state distrutte dalla proprietà palestinese reintegrata nei suoi territori. Non è mossa di fame. La legittima elezione di Hamas al governo della Palestina ha delle conseguenze internazionali come il taglio dei fondi di paesi esteri ma non è assedio, non è Sarajevo. La fame annunciata dalla vignetta su «Liberazione» di qualche giorno fa niente ha a che vedere con «Arbeit macht frei» all’ingresso di Auschwitz. Da lì passarono i condannati allo sterminio. Il copyright su quella scritta appartiene ai nazisti. Nessuno può staccarlo dal luogo capitale dell’infamia e appiccicarlo per polemica sull’uscio di qualcuno, tanto meno l’uscio di Israele. E’ triste quando l’intelligenza e la compassione di persone vicine si inceppano e procurano un torto anziché un sollievo. Quel luogo è un nervo scoperto della storia da migliaia di anni. Tre monoteismi, tre fedi esclusive hanno i loro santuari gomito a gomito. E’ un punto della geografia da trattare con la cautela dell’artificiere che manovra per disinnescare la carica, non per accenderla.
Fonte
23/03/2015
La Francia che scrive con Erri De Luca. Firma pure Hollande
Gli scrittori, francesi e non, hanno steso un breve testo, che riportiamo alla fine dell'articolo, per stigmatizzare la messa in stato di accusa di Erri De Luca per aver detto - in un'intervista - che è giusto "sabotare" i lavori per il Tav il Val Susa. Un testo che ribadisce concetti che dovrebbero essere quasi banali, come la libertà di opinione, di parola, di critica.
La firma del presidente francese, Francois Hollande, non è a nostro giudizio la più prestigiosa, ma certo è quella che fa più male alla reputazione internazionale dell'Italia, capace di costruire un processo degno di una dittatura sperduta finanche nei ricordi.
Il presidente francese, che oggi affronta il duro giudizio dei suoi cittadini, ha speso parole semplici e "normali" in una democrazia liberal-borghese: «Non voglio intervenire nelle questioni giudiziarie, ma quel che posso fare in nome della Francia è sostenere sempre la libertà di espressione e di creazione e questo vale anche per gli autori, che possono essere francesi o italiani o di qualsiasi nazionalità e che non devono essere perseguiti per i loro testi».
La lettera-appello gira ormai dal primo marzo, pubblicata su Liberation, e chiede esplicitamente alla società franco-italiana Lyon Turin Ferroviaire (ora ribattezzata TELT, Tunnel Euralpin Lyon Turin), di ritirare la denuncia contro lo scrittore italiano. Era il settembre del 2013 e all'Huffington Post rispose, ripetendolo poi in altre occasioni: «La Tav va sabotata. Si può sabotare un’opera inutile e nociva, che in previsione distruggerà acqua, aria, suolo di quella valle. Si tratta di un necessario sabotaggio e di una necessaria ostruzione».
Come è noto, la procura torinese - con i pm Andrea Parodi e Antonio Rinaudo - vi rintracciò l'ipotesi di reato chiamata "istigazione a delinquere". Arrivando incautamente a sostenere che gli atti di contrasto ai lavori per il Tav siano aumentati dopo l'intervista. Tesi disastrosamente smentita addiritura dal responsabile della questura di Torino che, alla domanda del giudice di primo grado, ha dovuto rispondere: “No”.
Imbarazzante, per la magistratura e il governo italiani, la statura degli oltre 300 nomi che hanno apposto la la propria firma sotto l'appello. Si va da Salman Rushdie a Paul Auster, da Fred Vargas e Muriel Barbery, da Aurélie Filippetti (scrittrice ed ex ministro della cultura nei governo Ayrault e Valls), da Marc Lévy a Antonio Muñoz Molina. E poi Rosa Montero, Guillermo Saccomano, Boualem Sansal, Ariel Dorfman, gli editori Carlo Feltrinelli e Antoine Gallimard. E poi giornalisti, attori, autori, ecc.
Tutti "oggettivamente filo-terroristi", sentenzierebbe qualche ex magistrato in pensione...
E dire che neanche la parte più autoritaria della tradizione repubblicana francese, vale a dire quel Charles De Gaulle che cambiava La Republique a colpi di sciabola (senza "tintinnio"), a chi gli chiedeva di incriminare Jean Paul Sartre e altri intellettuali che esortavano i giovani francesi a disertare nella guerra all’Algeria - altro che "sabotaggio"... - rispondeva impeccabilmente: “Non si processa Voltaire”.
Questione di storia. Ci sono governi alla guida popoli che hanno tagliato la testa al re da oltre due secoli e ancora se ne ricordano. Ed altri che - agli eredi, ancorché decaduti - leccano ancora oggi parti innominabili.
L’appel : Liberté pour Erri de Luca
La Lyon-Turin Ferroviaire, une filiale de l’entreprise publique SNCF Réseau et de son homologue italien, veut construire pour près d’une dizaine de milliards d’euros, un tunnel TGV au travers des Alpes pour nous entraîner encore plus dans une vie à grande vitesse. Elle a déposé plainte à Turin contre Erri De Luca. Elle entend le faire condamner pour des propos sur le sabotage du projet dans une interview accordée au Huffington Post italien. Il risque une peine de prison pouvant aller de un à cinq ans de prison ferme.
Nous avons lu La Parole Contraire qu’il vient de publier aux éditions Gallimard où il défend sa liberté de parole. Alors que la France vient de se mobiliser pour défendre la liberté d’expression, comment pourrait-elle laisser un écrivain risquer la prison pour ses déclarations publiques ?
En lecteurs, nous exprimons notre solidarité avec Erri De Luca.
En citoyens, nous demandons à l’État français de donner l’ordre à SNCF Réseau de faire retirer cette plainte.
En européens, nous demandons au Parlement Européen de se prononcer sur la liberté de critique d’un projet financé par la Commission européenne sur nos deniers.
En défenseurs de la liberté d’expression, nous n’acceptons pas qu’un écrivain soit poursuivi pour ses mots.
Parmi les signataires : Lotfi Achour, cinéaste, metteur en scène, Christophe Alévêque, humoriste, Marc Amfreville, professeur de littérature, traducteur, essayiste, Hubert Artus, journaliste, Salim Bachi, romancier, Astrid Bas, actrice, Etienne Balibar, philosophe, Muriel Barbery, romancière, Edmond Baudoin, dessinateur, Frédéric Bélier Garcia, metteur en scène, Jean Benguigui, acteur, Daniel Benoin, acteur, metteur en scène, Olivier Bétourné, président des éditions du Seuil, Alexandre Bilous, journaliste, Laurent Binet, écrivain, Thierry Bosc, acteur, Jean-Marcel Bouguereau, journaliste, Sylvain Bourmeau, journaliste, professeur associé à l’EHESS, Geneviève Brisac, écrivaine, éditrice, Olivier Cadiot, écrivain, Philippe Caubère, comédien, auteur, metteur en scène, Roger Celestin, universitaire, Sophie Charnavel, éditrice, Yves Cochet, ancien ministre de l’Environnement, Olivier Cohen, éditeur, Anissa Daoud, comédienne, Anne De Amézaga, productrice de spectacles vivants, Emmanuel Demarcy-Motta, directeur de théâtre, metteur en scène, Chloé Delaume, écrivaine, Cécile Duflot, députée, ancienne ministre du Logement, Marie Desplechin, journaliste, écrivaine Lionel Duroy, romancier, Annie Ernaux, écrivaine, Aurélie Filippetti, romancière, députée, ancienne ministre de la culture, Antoine Gallimard, éditeur, Isabelle Gallimard, éditrice, Christian Garcin, écrivain, Armand Gatti, auteur, dramaturge, François Gèze, éditeur, Nedim Gürsel, écrivain, chercheur, Fréderic Hocquard, conseiller de Paris, directeur d’Arcadi, Jean-Marie Laclavetine, écrivain, éditeur, Arlette Lauterbach, traductrice, Pierre Lescure, journaliste, Joëlle Losfeld, éditrice, Marie-José Malis, metteur en scène, directrice de théâtre Dominique Manotti, romancière, Carole Martinez , romancière, Nicolas Mathieu, écrivain, Anne Messager, artiste et plasticienne, Arnaud Meunier, metteur en scène, directeur de théâtre, Betty Mialet, éditrice, Gérard Mordillat, romancier, cinéaste, François Morel, comédien, Marie-Aude Murail, écrivaine, Susie Morgenstern, romancière, Paul Otchakovsky-Laurens, éditeur, Pierre Péju, écrivain, romancier, Emmanuel Pierrat, avocat, écrivain, Olivier Poivre d’Arvor, écrivain, Jean-Claude Polack, psychiatre et psychanalyste, Jean-Bernard Pouy, écrivain, Serge Quadrupani, romancier, Michel Quint, écrivain, Christophe Rauck, directeur de théâtre, metteur en scène, Patrick Raynal, romancier, éditeur, Serena Reinaldi, actrice, Juliano Ribeiro-Salgado, cinéaste, Jean-Michel Ribes, metteur en scène, acteur, dramaturge, Philippe Robinet, éditeur, Pierre-Louis Rozynès, journaliste, Christian Salmon, écrivain et chercheur, Jean-Marc Salmon, chercheur en sciences sociales, Siné, dessinateur et caricaturiste, Catherine Sinet, rédactrice en chef de «Siné mensuel», Stéphane Sitbon-Gomez, écologiste, Romain Slocombe, écrivain, dessinateur, Danièle Valin, traductrice, Christiane Veschambre, poète, Dominique Voynet, ancienne ministre de l’Environnement, Edouard Waintrop, délégué général de la quinzaine des Réalisateurs, Emmanuel Wallon, professeur de sociologie politique, mais aussi Pierre-Antoine Chardel, professeur de sociologie, Paola De Luca, traductrice, Bernard Faivre d’Arcier, Jérôme Garcin, journaliste, écrivain, Jean-Benoît Gillig, producteur, Laurent Herbiet, réalisateur, scénariste, Jean Kehayan, journaliste, essayiste, Nathalie Kuperman, écrivaine, Emmanuel Lemieux, éditeur, Olivier Nora, éditeur, Stanislas Nordey, comédien, metteur en scène, directeur de théâtre, Frédéric Pierrot, acteur, Manuel Pradal, cinéaste, Élisabeth Roudinesco, historienne, Charlotte Silvera, réalisatrice, scénariste, Fred Vargas, écrivain, Jo Vargas, artiste peintre, Iris Wong, scénariste...
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29/01/2015
Je suis Erri
È diventato un “reato foglia di fico”, da usare – in rarissimi casi, per disperazione o protervia – al posto dei reati d'opinione, che in effetti fanno un po' troppo fascismo del ventennio. Mentre ora siamo moderni e liberali, quindi si deve reprimere il libero pensiero critico senza darne l'impressione.
In ogni caso, imputare un universalmente stimato scrittore per «istigazione a delinquere» è uno di quei passi audaci che o si rivelano presto un boomerang oppure instaurano di fatto un'altra costituzione materiale. Imponendo il silenzio pubblico.
Le premesse per il boomerang ci sono tutte. La fama internazionale dell'imputato, lo sconcerto scandalizzato dei giornalisti stranieri, lo stesso scarto temporale tra fatti – la resistenza attiva in Val Susa è di molto precedente l'intervista solidale di Erri – e proferimento della parola incriminata: sabotaggio.
Le premesse per il regime change anche. L'inesistenza di anticorpi culturali, una magistratura quasi completamente incapace di affrontare cum grano salis i problemi che arrivano al suo esame, una classe politica fatta di servi nominati, un giornalismo mainstream attento solo al rinnovo del contratto individuale e disposto a tutto per accontentare la proprietà. Chi ha dato una sbirciata a La Stampa o al Corriere, su questa vicenda, può farsene un'idea per proprio conto.
Nessuno sembra sapere che la Tav è un'opera inutile, che la Francia ha rinviato ogni decisione sulla sua realizzazione al 2030, che l'unico motivo per cui “bisogna farla” sono gli appetiti di alcune imprese costruttrici, con il solito codazzo di mazzette e di subappalti per “movimentazione terra” in odor di criminalità organizzata. Le uniche cose che devono “far notizia” sono gli sporadici scontri tra popolazione della valle e le forze militari inviate in loco per reprimere la Resistenza (addirittura reparti ritirati dall'Afghanistan! vedi), oppure le voci di intellettuali che classificano la Resistenza stessa come legittima.
In parole povere: nessuno deve opporsi, neanche parlando. Tanto meno animando strumenti di comunicazioni non subalterni. Non è un caso che anche Contropiano potrebbe essere trascinato in tribunale dal dott. Caselli per due articoli pubblicati sul giornale.
E qui cadono i tanti asini della propaganda di regime. Non è neanche passato un mese da quando tutti, anche i più forcaioli nemici della libertà di parola, alzavano i cartelli con su scritto “je suis Charlie”, teorizzando che “non ci devono essere limiti alla satira”. Ora gli stessi tutti trovano normale che invece i limiti debbano esistere. E anche molto stretti.
Ne deriva, quasi come un'equazione matematica, che il limite non esiste solo quando la parola lavora per gli interessi del potere – sfottere le credenze religiose altrui è un aiuto, anche se magari involontario, ai teorici dello “scontro di civiltà” –. Quando invece la parola difende interessi opposti diventa reato. Je ne suis plus Charlie?
L'assolutismo è questa roba qui.
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11/06/2014
Intimidazioni contro intellettuali No Tav. Anche Gianni Vattimo in tribunale
Solo tre giorni fa anche lo scrittore Erri De Luca è stato rinviato a giudizio per istigazione a delinquere. Lo scrittore è accusato di avere incitato in alcune interviste al sabotaggio del cantiere della Tav in Valle di Susa. Il processo si aprirà il prossimo 28 gennaio.
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10/06/2014
Samba e martello: Girone libero, Latorre stopper
L’idea di fare dell’Italia un gigantesco sponsor per i due marò: il paese che sembra una scarpa va in trasferta.
L’Italia è quel gigantesco bar sport in cui, quando si potrebbe pure parlare di sport, si preferisce parlare d’altro. Di politica internazionale, ad esempio: l'importante è farlo con la stessa leggerezza. Così, gli ambienti più reazionari del Belpaese hanno avuto la folgorazione. Sarà il caldo, sarà lo stress, ma l’idea è quella di far diventare la nazionale italiana uno sponsor per la liberazione dei due marò. Avete presente Tommie Smith e John Carlos che alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 si fecero immortalare con il pugno alzato sul podio come «alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi» (cit. Matteo Patrono)? Ecco, in mancanza di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, ancora bloccati nelle residenze italiane in India in attesa di giudizio, si vorrebbe delegare a Buffon e agli altri un qualche gesto più o meno clamoroso per far presente al mondo che in Italia c’è questo problema. Magari con una coccardina gialla da mettere sul braccio. Eccolo il colpo di genio. Il paese che sembra una scarpa va in trasferta.
Il potenziale trash di un’operazione del genere è effettivamente notevole, come d’altra parte il sottovalutare – anzi, il non considerare proprio – che l’Italia con il Brasile ha ancora in sospeso la vicenda di Cesare Battisti. Al di là delle due questioni – Battisti e i marò – a nessuno è ancora venuto in mente di chiedersi perché nessuno al mondo vuole mandare la gente a farsi processare in Italia. E, in fondo, le notizie degli ultimi giorni non sono affatto edificanti, in questo senso. A scorrere le cronache giudiziarie viene fuori che si vorrebbe processare Erri De Luca per un’intervista in cui ha criticato la Tav, mentre a Varese si fa di tutto per non punire chi ha ucciso Giuseppe Uva (gli uomini in divisa? No, loro hanno solo abusato della propria autorità, che non vuol dire aver ammazzato qualcuno, dice la procura. Resta un fatto: prima di essere arrestato, Uva era ancora vivo). È vero che nei tribunali non si scrive la storia, e tutto quello che esce da un’aula può, al massimo, definirsi parziale e contraddittoria come versione dei fatti, ma lo stato di diritto in Italia ha qualche evidente problemino.
Quando i due marò tornarono in Italia ai tempi del famoso ‘permesso premio’ furono addirittura ricevuti al Quirinale, mentre Fratelli d’Italia aveva già in mente di metterli in lista per le politiche. Ai margini, il ministro degli Esteri il cui cognome è un genitivo, Giulio Terzi di Sant’Agata, illustrava ai giornali il suo memorabile piano, evidentemente frutto di tutti gli anni passati a fare l’ambasciatore: abbiamo chiesto in ginocchio agli indiani di ridarci ‘sti due ragazzi per le vacanze di Natale e ora, tié, col cazzo che li rispediamo indietro. Per quanto assurdo possa sembrare, questo era il piano del governo Monti.
Casapound, in un tripudio di bandiere sotto Montecitorio, dichiarò addirittura guerra all’India, tra ipotesi di complotto – memorabile il finto perito che dimostrava l’innocenza dei due grazie a delle immagini riprese dai telegiornali e da qualche rivista scandalistica –, patrio orgoglio ferito e immancabili magliette giallo canarino, tipo la Fermana. Ma nel frattempo deve esserci stato qualche problema con i traghetti per Mumbai...
Quale paese avrebbe potuto pensare che i due marò avrebbero dovuto affrontare un «equo processo» in Italia? Su Cesare Battisti pure sono stati usati litri d’inchiostro per far presente che il processo a suo carico non era esattamente un esempio di giurisprudenza e che le prove a discarico superavano per massa ed entità quelle a carico: per tutta risposta fu proposto di bruciare i libri degli scrittori che sostenevano questa tesi. Ripetiamo: chi è che dice che in Italia si fanno processi equi?
A questo punto vi chiederete: ma tutto questo che c’entra con i mondiali di calcio? Niente, come i marò. Non c’entrano proprio niente.
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07/11/2013
Caselli lascia Magistratura Democratica "per colpa" di Erri?
L'equivoco è quello che vede Giancarlo Caselli come un "campione della sinistra", distaccato per ragioni politiche - è la tesi che Berlusconi condivide, rovesciando ovviamente il giudizio in negativo - nella magistratura e quindi, "naturalmente", esponente di una corrente che ha annoverato nelle sue fila molte figure assolutamente di rilievo. Basti citare Palombarini, per comprendere quanto sia stata importante persino in anni di oscuramento totale della democrazia giuridica - gli anni '70 e '80 - quando Caselli militava sul fronte "emergenziale", spaccando come una mela la stessa Magistratura democratica.
Il capolavoro è opera di Erri De Luca, scrittore e montanaro, che non ama il "politically correct" d'ordinanza nei salotti "dem" così come in quelli "democristian".
E grande merito va anche al presidente di MD, Luigi Marini, che ha deciso che questo articolo andava pubblicato "per la sua bellezza" sull'agenda 2014 edita dalla corrente (Agemda), nonostante fosse davvero urticante per la "sensibilità diffusa" all'interno di questo gruppo di magistrati.
Caselli non ha ancora confermato le voci sulle sue dimissioni da MD. Ma non le ha nemmeno smentite. Quindi sono un'opzione apertamente in campo. Visto quel che è riuscito a "partorire" contro il movimento No Tav, in effetti, sarebbe più logico vederlo in compagnia di Montebove. Un equivoco in meno...
Qui di seguito l'articolo di Erri, preceduto da una breve premessa della redazione dell'agenda 2014 di MD.
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Questa è la nota completa di Magistratura Democratica:
Dopo aver ricevuto e letto questo contributo, è stata forte la tentazione di non pubblicarlo, perché alcuni passaggi si prestano a interpretazioni ambigue, che non vogliamo in alcun modo avallare. Ma, per imitarne la conclusione, povero è il gruppo che censura uno scritto così bello, anche se altrettanto controverso, e così eccolo qua. Dei tanti temi che esso lambisce si è molto discusso, e si discuterà ancora. Noi non ci sottraiamo a questa discussione, ma partendo da una incrollabile certezza: la condanna e il rifiuto deciso, unanime, incondizionato, di ogni forma di violenza, qualunque ne sia la motivazione.
Con tale premessa, in questo pezzo leggiamo un potente richiamo all’impegno civile. Solo con l’impegno di tanti è possibile la compiuta realizzazione di quei nuovi diritti di cui Agemda si occupa. Speriamo che la passione per la giustizia si diffonda inarrestabile, come un virus allegro e pacifico, immune dalle degenerazioni e dalle aberrazioni del passato.
Questo è l’articolo integrale di Erri De Luca, uscito con il titolo: «Notizie su Euridice»:
Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione è scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.
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Questo di De Luca è uno degli scritti più intensi che abbia mai letto.