di Silvano Cacciari
È ormai consolidato il fatto che la IA è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione IA della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. Come è avvenuto tutto questo? Ci sono diversi livelli di cui tenere conto.
La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’IA e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni.
Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati, mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani.
Il sistema combinato ha permesso di comprimere l’intera kill chain, la procedura di distruzione del nemico – dall’intelligence al targeting – in tempi che l’analisi umana non avrebbe mai potuto garantire. Shield AI e Anduril hanno fornito i sottosistemi operativi: Hive Mind per la navigazione autonoma dei droni in assenza di GPS, Lattice per l’identificazione dei bersagli e la consapevolezza situazionale.
Sul piano strategico, la cassetta degli attrezzi concettuale era invece già stata preparata nel 2009 dalla Brookings Institution con il rapporto “Verso la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran”. Il documento, firmato da un team che includeva l’ex ambasciatore USA in Israele, analisti della CIA e consiglieri della sicurezza nazionale di quattro presidenti, delineava uno scenario sistemico articolato in capitoli che oggi sembrano una profezia: “rivoluzione di velluto” attraverso il sostegno alle proteste interne, “fomentazione della rivolta” tramite minoranze etniche, “colpo di stato” con supporto a settori militari dissidenti, isolamento strategico dell’Iran attraverso il distacco della Siria, e infine “incoraggiare o permettere a Israele di colpire”.
A questo si aggiungevano le analisi di scenario prodotte dal Middle East Forum a ridosso dell’attacco, che il 27 febbraio – letteralmente alla vigilia – pubblicavano un’analisi dettagliata delle opzioni di risposta iraniane, dalla chiusura di Hormuz all’attivazione dei proxy in Libano e Yemen. Il documento, firmato da analisti con accesso a fonti militari, prevedeva con precisione la sequenza: attacco aereo con obiettivo di decapitazione, rappresaglia missilistica iraniana contro basi USA nel Golfo, coinvolgimento di Hezbollah, e la variabile critica dello Stretto di Hormuz come “variabile che le forze armate non hanno ancora pienamente testato”.
Nonostante la potenza di calcolo e la profondità di analisi strategica, il sistema ha mostrato almeno tre grandi zone d’ombra che i modelli non avevano catturato e che gli Usa stanno fortemente pagando sul campo e in termini di guerra finanziaria: la resilienza del sistema di potere iraniano alla decapitazione; la sottovalutazione sistematica della chiusura di Hormuz; la rapidità della reazione a catena assicurativo-logistica – si veda proprio Codice Rosso – che ha segnato un punto a favore dell’Iran nella guerra finanziaria in corso che è parallela e intrecciata alla guerra che si sta svolgendo sul campo. Inoltre, la minaccia di occupare l’isola di Kharg, per frenare le grandi difficoltà Usa dovute alla blocco di Hormuz, non rischia di risolvere la situazione ma di provocare una crisi molto grave con Pechino, visto che oltre l’80% del petrolio esportato via Kharg è destinato alla Cina.
Ma perché sia sul piano tecnologico che su quello strategico gli USA sembrano non aver tenuto conto proprio dello scenario che si è realizzato, una guerra asimmetrica nel quale il soggetto militarmente più debole mette in difficoltà strategica quello più forte?
Le fonti disponibili suggeriscono che le simulazioni non hanno previsto la chiusura di Hormuz per una combinazione di bias cognitivo umano, limiti strutturali dei modelli predittivi e – probabilmente – un’indicazione implicita dai vertici di privilegiare scenari che mantenessero aperta quella opzione.
La spiegazione più documentata emerge da fonti dell’amministrazione citate da CNN e The New Republic: i funzionari hanno tacitamente ammesso al Congresso di non aver pianificato lo scenario peggiore della chiusura dello Stretto. La motivazione addotta è sorprendente nella sua ingenuità strategica: ritenevano che l’Iran avrebbe considerato questa mossa più dannosa per sé che per gli Stati Uniti, e che quindi non l’avrebbe compiuta.
Questo rivela un primo livello di fallimento: il bias della “razionalità condivisa”. I modelli IA, addestrati su dati storici, avevano incorporato questa stessa convinzione dei funzionari. Nel giugno 2025, durante l’operazione “Midnight Hammer”, l’Iran aveva risposto con missili su basi USA in Qatar, ma non aveva chiuso Hormuz. I dati di training dicevano: “attacco USA → rappresaglia missilistica limitata → continuità del traffico attraverso Hormuz”. L’IA ha proiettato nel futuro la stessa risposta, senza cogliere il salto di qualità strategico: l’Iran invece ha capito che la vera leva non sono i missili, ma la paralisi economica.
Un ex funzionario USA, che ha servito amministrazioni sia democratiche che repubblicane, è stato invece categorico: “Pianificare per prevenire questo scenario – per quanto a lungo sia sembrato impossibile – è stato un principio cardine della politica di sicurezza nazionale USA per decenni. Sono sbalordito”. La IA, e i funzionari attuali hanno dato come risolto, o impossibile da verificarsi, proprio lo scenario ritenuto più probabile e rischioso dagli analisti USA per decenni: il blocco di Hormuz.
Il piano della selezione dei modelli. Nelle settimane precedenti l’attacco, il Pentagono stava utilizzando Claude di Anthropic per simulazioni strategiche e analisi di intelligence. Ma il 27 febbraio, poche ore prima dell’attacco, Trump ha firmato un ordine esecutivo che imponeva a tutte le agenzie federali di cessare l’uso di Claude, definendo Anthropic una “azienda di sinistra radicale” e dichiarandola “rischio per la catena di fornitura”. Il motivo? Anthropic si rifiutava di rimuovere le salvaguardie etiche che impedivano l’uso del proprio modello per operazioni letali e chiedeva garanzie contro l’impiego in sistemi d’arma autonomi.
Questo significa che il modello più sofisticato, quello che aveva processato decine di migliaia di documenti persiani e simulato fino a centomila scenari, è stato messo da parte proprio nel momento cruciale. Al suo posto, il Pentagono si è rivolto a OpenAI, il cui CEO Sam Altman aveva accettato di fornire servizi per l’analisi di documenti classificati.
La domanda sorge spontanea: perché silurare proprio il modello che aveva la maggiore capacità predittiva? Una possibile risposta è che Claude, con le sue simulazioni, stesse producendo scenari sgraditi – magari proprio quelli che includevano la chiusura di Hormuz e le sue conseguenze catastrofiche. Sostituirlo con modelli più “accomodanti” (o semplicemente meno sofisticati) potrebbe essere stata una scelta politica, non tecnica.
Il piano delle fonti di intelligence utilizzate. Le simulazioni non lavorano nel vuoto: si nutrono dei dati che gli analisti umani forniscono. Se i vertici hanno chiesto agli analisti di “focalizzarsi” su certi scenari e “depriorizzarne” altri, l’IA ha semplicemente riflesso quel bias a monte. L’ammissione dei funzionari al Congresso – “non abbiamo pianificato lo scenario peggiore” – suggerisce che il bias era culturale e politico prima che algoritmico.
Il piano delle opzioni presentate al presidente. Un alto funzionario del Tesoro è stato letteralmente “strappato” da un’intervista televisiva per essere portato alla Situation Room. Al suo ritorno, appariva visibilmente scosso e ha offerto rassicurazioni poco plausibili sulle sorti della guerra. Questo episodio suggerisce che qualcosa, nei piani, non stava funzionando come previsto – e che le simulazioni non avevano preparato nessuno alla reale concatenazione degli eventi.
Al di là delle ipotesi sul bias deliberato, esiste un problema strutturale che nessuna regolazione degli input può risolvere. Come emerge da un’analisi approfondita pubblicata su una piattaforma cinese, l’IA militare americana ha un tallone di Achille: la “data boundary” (confine dei dati).
I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati in guerra – dai droni autonomi ai modelli predittivi – funzionano sulla base di dati storici e parametri predefiniti. Le loro capacità operative (tempi di reazione, raggio di rilevamento, logiche di riconoscimento) sono “bloccate” in fabbrica e non possono essere aggiornate in tempo reale durante il combattimento.
Questo crea un paradosso: più l’IA è sofisticata, più è vulnerabile una volta che i suoi parametri vengono esposti. Facciamo un esempio: se un drone americano con tempi di reazione di 0,32 secondi viene catturato o analizzato, il nemico può sviluppare contromisure con tempi di reazione di 0,27 secondi, rendendolo obsoleto. Per questo motivo gli Stati Uniti hanno “congelato” l’uso di gran parte della loro robotica avanzata in Iran: non possono rischiare che Cina e Russia acquisiscano i dati operativi.
Applicato alle simulazioni strategiche, questo significa che, usciti dalla “fabbrica”, i modelli predittivi lavorano su scenari “noti” e comportamenti “già visti”. L’Iran non aveva mai chiuso completamente Hormuz in risposta a un attacco USA. Non c’erano dati su cui addestrare la previsione. L’IA non poteva “immaginare” una mossa che non era nei suoi archivi.
L’ironia è che l’IA statunitense aveva gli strumenti per immaginare scenari non lineari. Claude, in particolare, è stato progettato con architetture di “reasoning” avanzato che permettono di esplorare possibilità anche in assenza di dati storici. Ma è stato proprio quel modello a essere messo da parte per motivi politici e commerciali. Il fallimento tecnologico e politico degli scenari di simulazione USA non è, quindi, un errore tecnico, ma un errore politico ed epistemologico accelerato da una tecnologia, la IA, che ha velocemente gettato l’Iran nella distruzione e gli Usa in un pantano.
I modelli di simulazione algoritmica, gli scenari dei think-tank, le decisioni politiche hanno trattato la guerra come un problema lineare di ottimizzazione dei bersagli, quando era invece un ecosistema complesso fatto di retroazioni, emergenze e tipping points. Attraverso la IA passa anche tutto questo, bisogna esserne consapevoli.
Naturalmente, c’è un’altra IA che ha capito benissimo cosa stava accadendo: quella legata alla guerra finanziaria intesa come estrazione di profitto nei mercati legati alle crisi. E questo avviene nella più classica divisione del lavoro capitalistico. La lezione più profonda è che l’IA addestrata a distruggere valore (quella militare) ha fallito la previsione, mentre l’IA addestrata a catturare valore (quella finanziaria) ha anticipato correttamente la crisi. La differenza non sta nella potenza di calcolo, ma nell’architettura cognitiva: la prima cerca conferme dei propri piani, la seconda cerca anomalie che possano generare profitto. In un sistema complesso, entro la divisione capitalistica del lavoro, la seconda si rivela più efficace.
Come nota un commentatore USA, “ogni incidente militare locale è ora visto come un marker di rischio sistemico, capace di cambiare il comportamento degli investitori”. L’IA finanziaria aveva capito che Hormuz non era un problema militare, ma un nodo di una rete globale di dipendenze. Colpire quel nodo avrebbe innescato reazioni a catena che nessun modello lineare poteva catturare. E su quelle reazioni a catena, ha costruito le sue strategie di profitto.
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17/03/2026
05/03/2026
“Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese
La relazione annuale dei servizi di intelligence di quest’’anno doveva essere presentata pubblicamente il 28 febbraio, ma lo scatenamento dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran lo stesso giorno, ha costretto gli estensori ad aggiornarne le “premesse”.
Si legge infatti nella relazione che “Le dinamiche di confronto tra Teheran e Washington hanno infatti assunto, sin dall’avvio del nuovo anno, una rinnovata centralità nell’equazione di sicurezza del quadrante, suscettibile di sfociare in un ampio novero di esiti possibili”. Un linguaggio felpato per spiegare l’escalation in corso in tutto il Medio Oriente.
I servizi di intelligence italiani segnalano inoltre “l’espressa volontà degli Stati Uniti di arrivare a un’ulteriore riduzione delle capacità nucleari, missilistiche e di proiezione regionale dell’Iran” ma sottolineano anche come tale questione, destinata a rimanere alla prioritaria attenzione informativa dell’intelligence, “è emblematica del profondo cambio di paradigma delle crisi internazionali, in un contesto segnato da una continua evoluzione dell’ordine mondiale”.
Il fronte interno
Fatta questa dovuta premessa al quadro internazionale nella annuale relazione dei servizi segreti italiani, andiamo a vedere come questi ultimi percepiscono le minacce sul “fronte interno”, ossia quali ritengono che siano i movimenti dentro la società reale che possono rappresentare un problema per l’ordine costituito e, più realisticamente, per un governo che ha fatto di tutto per trascinarci dentro la recessione, l’economia di guerra e l’avventurismo bellicista che si respira nel mondo.
I servizi di intelligence colgono con chiarezza e preoccupazione due aspetti.
Il primo è relativo “allo scenario contestativo ed eversivo interno”, in cui “resta centrale il tema dell’opposizione alla guerra, agli investimenti bellici e all’“imperialismo”, anche in funzione degli sviluppi delle crisi internazionali”.
Il secondo sono i giovani, anzi i giovanissimi, che si sono affacciati alla politica. I servizi appaiono preoccupati da quella che definiscono “radicalizzazione giovanile, dove si continua a registrare un progressivo abbassamento dell’età di inizio dei processi di radicalizzazione e un’ulteriore compressione delle tempistiche”.
Le mobilitazioni sulla Palestina e contro la guerra
I servizi segreti hanno colto le potenzialità mobilitative innescate dalla vastissima solidarietà popolare con la Palestina. Scrivono infatti che:
Per quanto attiene la cosiddetta “radicalizzazione giovanile”, i servizi di intelligence sviluppano un ragionamento un po’ astruso, ascrivendola alla destra accellerazionista e ai messaggi jihadisti facilitati dal massiccio utilizzo di social network e piattaforme da parte dei giovanissimi. Ma questa chiave di lettura, piuttosto parziale, serve a indicare una maggiore impermeabilizzazione dei giovani verso le ideologie.
Scrive la relazione:
Idee piuttosto confuse su tecnologie e proteste sugli snodi strategici
I servizi confondono la lotta sulla conoscenza etica con l’anti-tecnologia. C’è infatti un capitolo della relazione dei servizi di intelligence che lascia parecchio perplessi proprio su questo aggettivo. I servizi presentano le proteste universitarie e nell’ambito della ricerca contro le tecnologie di guerra o i sistemi dual use come forma di ostilità alle tecnologie in quanto tale.
Delle due l’una. O gli agenti incaricati di seguire le centinaia di assemblee, webinar, incontri tra ricercatori, studenti, docenti contro l’uso delle tecnologie a fini bellici e il ripudio verso ogni collaborazione delle università con esse, hanno preso male gli appunti da riferire ai loro superiori, oppure non ci hanno capito nulla.
Nella relazione i servizi segreti parlano infatti di postura antitecnologica confondendo completamente le cose:
La arzigogolata analisi dei servizi di intelligence sul rapporto tra tecnologie, etica e guerra, arriva poi alla conclusione pratica che li ha messi più in allarme.
Il movimento reale che abbiamo visto riempire le piazze, bloccare porti, stazioni, aeroporti nei mesi scorsi, non è stato infatti un movimento antitecnologico ma un movimento di lotta che ha ben compreso come oggi la circolazione dei capitali e delle merci abbia assunto maggiore centralità nel sistema capitalista.
Scrive la relazione dei servizi di intelligence:
Se il monitoraggio dello scorso anno appariva più attento alle minacce “esterne”, la relazione di quest’anno dedica maggiore attenzione a quelle che vengono definite minacce “ibride”. Minacce che in qualche modo cercano di connettere quelle esterne con quelle interne, ricavandone magari materiale per una criminalizzazione del dissenso funzionale alla repressione sul fronte interno, soprattutto in presenza di un fronte esterno caratterizzato da guerre e conflitti in aree strategiche per l’Italia e l’Europa (dall’Ucraina al Medio Oriente).
Il 2025 è stato indubbiamente più movimentato e ricco di conflitti sociali e politici che ha avuto nella solidarietà con il popolo palestinese il suo meccanismo detonante.
Gli agenti degli apparati di sicurezza hanno avuto il loro da fare nel cercare di seguire il tutto per poterne ricavare le informazioni poi elaborate e finite nella relazione. Magari hanno avuto anche il loro da fare, tramite gli “agenti di influenza” per cercare di infiltrarsi nelle strutture dei movimenti giovanili – come abbiamo visto oggetto di particolari attenzioni – cercando non solo di ricavarne informazioni ma anche, dove ci sono situazioni più “porose”, di seminare zizzania, divisioni, conflitti interni, deviazioni di priorità. Appaiono molto preoccupati dalle incognite sul futuro e pertanto hanno bisogno di indicare un nemico interno potenziale anche se non ancora reale.
Il nemico ci osserva con molta attenzione. Impariamo a fare altrettanto per smontare le sue azioni di “depotenziamento” dei movimenti di lotta.
Fonte
Si legge infatti nella relazione che “Le dinamiche di confronto tra Teheran e Washington hanno infatti assunto, sin dall’avvio del nuovo anno, una rinnovata centralità nell’equazione di sicurezza del quadrante, suscettibile di sfociare in un ampio novero di esiti possibili”. Un linguaggio felpato per spiegare l’escalation in corso in tutto il Medio Oriente.
I servizi di intelligence italiani segnalano inoltre “l’espressa volontà degli Stati Uniti di arrivare a un’ulteriore riduzione delle capacità nucleari, missilistiche e di proiezione regionale dell’Iran” ma sottolineano anche come tale questione, destinata a rimanere alla prioritaria attenzione informativa dell’intelligence, “è emblematica del profondo cambio di paradigma delle crisi internazionali, in un contesto segnato da una continua evoluzione dell’ordine mondiale”.
Il fronte interno
Fatta questa dovuta premessa al quadro internazionale nella annuale relazione dei servizi segreti italiani, andiamo a vedere come questi ultimi percepiscono le minacce sul “fronte interno”, ossia quali ritengono che siano i movimenti dentro la società reale che possono rappresentare un problema per l’ordine costituito e, più realisticamente, per un governo che ha fatto di tutto per trascinarci dentro la recessione, l’economia di guerra e l’avventurismo bellicista che si respira nel mondo.
I servizi di intelligence colgono con chiarezza e preoccupazione due aspetti.
Il primo è relativo “allo scenario contestativo ed eversivo interno”, in cui “resta centrale il tema dell’opposizione alla guerra, agli investimenti bellici e all’“imperialismo”, anche in funzione degli sviluppi delle crisi internazionali”.
Il secondo sono i giovani, anzi i giovanissimi, che si sono affacciati alla politica. I servizi appaiono preoccupati da quella che definiscono “radicalizzazione giovanile, dove si continua a registrare un progressivo abbassamento dell’età di inizio dei processi di radicalizzazione e un’ulteriore compressione delle tempistiche”.
Le mobilitazioni sulla Palestina e contro la guerra
I servizi segreti hanno colto le potenzialità mobilitative innescate dalla vastissima solidarietà popolare con la Palestina. Scrivono infatti che:
“Gli ambienti dell’oltranzismo marxista-leninista hanno anch’essi riservato un’attenzione strumentale agli sviluppi delle crisi internazionali in corso, con l’obiettivo di dare maggiore risonanza a iniziative antimilitariste e anti-atlantiste, nonché di collocare il sostegno alla causa palestinese in una cornice anticapitalista.I giovani nel mirino della repressione preventiva
Analogamente, l’eterogeneo movimento antagonista ha cavalcato l’onda mobilitativa contro il conflitto a Gaza per favorire la convergenza tra tematiche e istanze diverse, nonché per ricompattare il fronte del dissenso facendo leva sull’antisionismo, sulla denuncia della c.d. “economia di guerra” e sulle sue ricadute in ambito socio-economico.
Tale mobilitazione, nel corso del 2025, si è progressivamente sovrapposta al percorso di lotta contro il c.d. “decreto sicurezza”. In questa cornice, la campagna anti-repressiva ha stigmatizzato l’asserita criminalizzazione del dissenso ProPal, anche in seguito ad alcune operazioni di polizia giudiziaria condotte contro militanti coinvolti nelle violenze occorse durante iniziative di piazza.
Per quanto attiene la cosiddetta “radicalizzazione giovanile”, i servizi di intelligence sviluppano un ragionamento un po’ astruso, ascrivendola alla destra accellerazionista e ai messaggi jihadisti facilitati dal massiccio utilizzo di social network e piattaforme da parte dei giovanissimi. Ma questa chiave di lettura, piuttosto parziale, serve a indicare una maggiore impermeabilizzazione dei giovani verso le ideologie.
Scrive la relazione:
“quanto alla radicalizzazione giovanile, è probabile che proseguirà la tendenziale perdita di centralità dell’ideologia come elemento cardine dei processi di radicalizzazione.Insomma una chiave di lettura quasi psicopolitica che esclude ogni nesso con la percezione di una realtà caratterizzata da crisi economica, conseguente crisi di e sulle prospettive dei giovani, e linguaggi di guerra diffusi ampiamente non dai social ma dai capi di stato e leader di governo. Ma in fondo, come direbbe Gian Maria Volontè, gli apparati repressivi ritengono che “ad altri spetta il compito di educare, a noi spetta il compito di reprimere”.
A tal proposito, anche in considerazione dell’impatto che le piattaforme social possono avere sulla psicologia degli utenti più giovani, è plausibile attendersi una maggior rilevanza di quei processi di radicalizzazione in cui la ricerca di un senso di appartenenza, nonché di gratificazione e di riconoscimento da parte del gruppo, giocano un ruolo determinante.
In questo quadro, è plausibile un rafforzamento della prospettiva nichilista, capace di conferire al compimento di atti violenti un’elevata intensità emotiva”.
Idee piuttosto confuse su tecnologie e proteste sugli snodi strategici
I servizi confondono la lotta sulla conoscenza etica con l’anti-tecnologia. C’è infatti un capitolo della relazione dei servizi di intelligence che lascia parecchio perplessi proprio su questo aggettivo. I servizi presentano le proteste universitarie e nell’ambito della ricerca contro le tecnologie di guerra o i sistemi dual use come forma di ostilità alle tecnologie in quanto tale.
Delle due l’una. O gli agenti incaricati di seguire le centinaia di assemblee, webinar, incontri tra ricercatori, studenti, docenti contro l’uso delle tecnologie a fini bellici e il ripudio verso ogni collaborazione delle università con esse, hanno preso male gli appunti da riferire ai loro superiori, oppure non ci hanno capito nulla.
Nella relazione i servizi segreti parlano infatti di postura antitecnologica confondendo completamente le cose:
“Tramite la critica alla tecnologia e alla sua natura “dual-use”, varie componenti del dissenso hanno infatti collegato il conflitto nella Striscia di Gaza alle tradizionali tematiche d’area, quali la critica alla “repressione” e al sistema carcerario, l’antimilitarismo, l’antifascismo, l’anticapitalismo e la lotta contro le nocività. La prospettiva anti-tecnologica è, in effetti, trasversale al composito panorama dell’estremismo endogeno, benché si declini con sfumature diverse tra i sodalizi anarco-insurrezionalisti, gli ambienti marxisti-leninisti e l’eterogeneo fronte antagonista. Un tratto comune è la convinzione che la tecnologia sia innanzitutto uno strumento sviluppato e impiegato dallo Stato in funzione repressiva. In quest’ottica, l’opposizione alla guerra nei diversi teatri internazionali e la denuncia di pratiche come facce della stessa medaglia. L’impiego delle tecnologie in ambito bellico – nei sistemi d’arma, di sorveglianza e di raccolta informativa – è infatti presentato come una fase sperimentale, che preluderebbe all’adozione delle stesse tecnologie anche in ambito interno. Analoga critica si estende anche ai processi di automazione e digitalizzazione, usati sia in ambito industriale che civile, come emerge dalle contestazioni contro le Smart cities”.Preoccupati dal “Blocchiamo tutto”
La arzigogolata analisi dei servizi di intelligence sul rapporto tra tecnologie, etica e guerra, arriva poi alla conclusione pratica che li ha messi più in allarme.
Il movimento reale che abbiamo visto riempire le piazze, bloccare porti, stazioni, aeroporti nei mesi scorsi, non è stato infatti un movimento antitecnologico ma un movimento di lotta che ha ben compreso come oggi la circolazione dei capitali e delle merci abbia assunto maggiore centralità nel sistema capitalista.
Scrive la relazione dei servizi di intelligence:
“Su tale sfondo, gli ambienti estremisti hanno visto nella mobilitazione pro Palestina un’opportunità per veicolare una propaganda che ha assunto toni sempre più radicali, nella quale istanze antisioniste sono state innestate su una lettura della tecnologia come strumento che favorirebbe la progressiva militarizzazione della società. In quest’ottica rileva in particolare la chiamata al blocco e al sabotaggio della c.d. “logistica di guerra””.La relazione dei servizi di intelligence sul “fronte interno” di quest’anno appare comunque più articolata di quella dello scorso anno, nella quale dipingevano un paese quasi pacificato e movimenti sociali quasi in letargia.
Se il monitoraggio dello scorso anno appariva più attento alle minacce “esterne”, la relazione di quest’anno dedica maggiore attenzione a quelle che vengono definite minacce “ibride”. Minacce che in qualche modo cercano di connettere quelle esterne con quelle interne, ricavandone magari materiale per una criminalizzazione del dissenso funzionale alla repressione sul fronte interno, soprattutto in presenza di un fronte esterno caratterizzato da guerre e conflitti in aree strategiche per l’Italia e l’Europa (dall’Ucraina al Medio Oriente).
Il 2025 è stato indubbiamente più movimentato e ricco di conflitti sociali e politici che ha avuto nella solidarietà con il popolo palestinese il suo meccanismo detonante.
Gli agenti degli apparati di sicurezza hanno avuto il loro da fare nel cercare di seguire il tutto per poterne ricavare le informazioni poi elaborate e finite nella relazione. Magari hanno avuto anche il loro da fare, tramite gli “agenti di influenza” per cercare di infiltrarsi nelle strutture dei movimenti giovanili – come abbiamo visto oggetto di particolari attenzioni – cercando non solo di ricavarne informazioni ma anche, dove ci sono situazioni più “porose”, di seminare zizzania, divisioni, conflitti interni, deviazioni di priorità. Appaiono molto preoccupati dalle incognite sul futuro e pertanto hanno bisogno di indicare un nemico interno potenziale anche se non ancora reale.
Il nemico ci osserva con molta attenzione. Impariamo a fare altrettanto per smontare le sue azioni di “depotenziamento” dei movimenti di lotta.
Fonte
19/11/2025
"007 UE" nelle ambizioni Von der Leyen
Von der Leyen straripante
«Un’unità di intelligence espressamente dedicata alle esigenze della presidenza della Commissione Europea? Ursula von der Leyen ci pensa», avverte Andrea Muratore. Secondo quanto ‘spiato’ da diversi alti funzionari comunitari al Financial Times, «la presidente della Commissione Europea vorrebbe instaurare un sistema d’intelligence al servizio del Segretariato Generale, l’organo tecnico che guida l’azione della Commissione stessa, rispondente direttamente al suo presidente». Precisa Inside Over.
«Non un’agenzia vera e propria, ma una ‘cellula operativa’ capace di affiancare i vertici della Commissione Europea. I quali, con questa struttura al loro fianco, vedrebbero assumere sempre più le fisionomie di un vero e proprio apparato di governo, e non il vertice di un organo formalmente collegiale».
Comando sull’intelligence europea?
Dettagli su aspirazioni da brivido. «Interessante notare come Von der Leyen intenda istituire questa struttura sotto il cappello del Segretariato Generale della Commissione Europea, apparato che è di fatto la cinghia di trasmissione per il controllo da parte del presidente dei lavori della Commissione stessa, ne detta l’agenda, decide i tempi e i modi dei meeting e ne tiene verbali e tracce». Che macchina di potere ci sarebbe dietro?
Ancora Andrea Muratore: «Di fatto, il Segretario Generale è il capo di gabinetto della Commissione e la sua attuale fisionomia è quella costituita ad uso e consumo della commissione di Jean Claude Juncker da Martin Selmayr, il superfunzionario tedesco che in un anno, dal marzo 2018 all’agosto 2019, espanse e ramificò il sistema consegnando alla neo-eletta e connazionale Von der Leyen una macchina operativa funzionante e governabile da parte del presidente della Commissione».
Ma una intelligence UE c’è già...
Il vertice UE che cambia fisionomia e spazi, per assomigliare sempre più ad un vero governo, ma senza farlo decidere dai 27 ‘soci’. Un leader di esecutivo piuttosto che l’espressione di un potere ‘primum inter pares’. Chiedere e avocare poteri d’intelligence, per quanto solo a livello informativo, rientra in tale cambio di fisionomia. «E per von der Leyen significa entrare, una volta di più, nel merito operativo di altre amministrazioni. La notizia da non sottovalutare, infatti, è che l’Europa una funzione d’intelligence interna la ha già a sua disposizione».
Per la precisione parliamo di un Direttorato del Servizio d’Azione Esterno Europeo rispondente direttamente all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, oggi l’estone Kaja Kallas. E qui sono brividi per tutti.
Come funziona Eu-Intcen
Questo organo è l’European Union Intelligence and Situation Centre (Eu-Intcen), base a Bruxelles, che fa ciò che la ‘cellula di Von der Leyen’ mira a replicare: «raccogliere informazione dalle agenzie nazionali e sviluppare report di sicurezza e scenari operativi a disposizione dell’azione della Commissione, principalmente con funzioni di ‘early warning’, avvertimento preventivo ufficiale sulle minacce comuni, analisi di scenario e profilo dei rischi». Rischio di doppiare e di strafare della Commissione.
‘Mini Cia’ e contestazioni
In nome dell’accentramento del potere c’è il rischio che Von der Leyen finisca per costruire un doppione di ciò che già esiste. «Ursula von der Leyen sta ora rasentando la follia totale, creando la sua CIA a Bruxelles», ha scritto ironicamente Yannis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco, su X. «Se di follia si tratta, è follia lucida e dettata da ciò che ‘Frau Ursula’ pensa sia il potere. Salvo poi spesso dimenticarsi del modo migliore per amministrarlo».
Fonte
«Un’unità di intelligence espressamente dedicata alle esigenze della presidenza della Commissione Europea? Ursula von der Leyen ci pensa», avverte Andrea Muratore. Secondo quanto ‘spiato’ da diversi alti funzionari comunitari al Financial Times, «la presidente della Commissione Europea vorrebbe instaurare un sistema d’intelligence al servizio del Segretariato Generale, l’organo tecnico che guida l’azione della Commissione stessa, rispondente direttamente al suo presidente». Precisa Inside Over.
«Non un’agenzia vera e propria, ma una ‘cellula operativa’ capace di affiancare i vertici della Commissione Europea. I quali, con questa struttura al loro fianco, vedrebbero assumere sempre più le fisionomie di un vero e proprio apparato di governo, e non il vertice di un organo formalmente collegiale».
Comando sull’intelligence europea?
Dettagli su aspirazioni da brivido. «Interessante notare come Von der Leyen intenda istituire questa struttura sotto il cappello del Segretariato Generale della Commissione Europea, apparato che è di fatto la cinghia di trasmissione per il controllo da parte del presidente dei lavori della Commissione stessa, ne detta l’agenda, decide i tempi e i modi dei meeting e ne tiene verbali e tracce». Che macchina di potere ci sarebbe dietro?
Ancora Andrea Muratore: «Di fatto, il Segretario Generale è il capo di gabinetto della Commissione e la sua attuale fisionomia è quella costituita ad uso e consumo della commissione di Jean Claude Juncker da Martin Selmayr, il superfunzionario tedesco che in un anno, dal marzo 2018 all’agosto 2019, espanse e ramificò il sistema consegnando alla neo-eletta e connazionale Von der Leyen una macchina operativa funzionante e governabile da parte del presidente della Commissione».
Ma una intelligence UE c’è già...
Il vertice UE che cambia fisionomia e spazi, per assomigliare sempre più ad un vero governo, ma senza farlo decidere dai 27 ‘soci’. Un leader di esecutivo piuttosto che l’espressione di un potere ‘primum inter pares’. Chiedere e avocare poteri d’intelligence, per quanto solo a livello informativo, rientra in tale cambio di fisionomia. «E per von der Leyen significa entrare, una volta di più, nel merito operativo di altre amministrazioni. La notizia da non sottovalutare, infatti, è che l’Europa una funzione d’intelligence interna la ha già a sua disposizione».
Per la precisione parliamo di un Direttorato del Servizio d’Azione Esterno Europeo rispondente direttamente all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, oggi l’estone Kaja Kallas. E qui sono brividi per tutti.
Come funziona Eu-Intcen
Questo organo è l’European Union Intelligence and Situation Centre (Eu-Intcen), base a Bruxelles, che fa ciò che la ‘cellula di Von der Leyen’ mira a replicare: «raccogliere informazione dalle agenzie nazionali e sviluppare report di sicurezza e scenari operativi a disposizione dell’azione della Commissione, principalmente con funzioni di ‘early warning’, avvertimento preventivo ufficiale sulle minacce comuni, analisi di scenario e profilo dei rischi». Rischio di doppiare e di strafare della Commissione.
‘Mini Cia’ e contestazioni
In nome dell’accentramento del potere c’è il rischio che Von der Leyen finisca per costruire un doppione di ciò che già esiste. «Ursula von der Leyen sta ora rasentando la follia totale, creando la sua CIA a Bruxelles», ha scritto ironicamente Yannis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco, su X. «Se di follia si tratta, è follia lucida e dettata da ciò che ‘Frau Ursula’ pensa sia il potere. Salvo poi spesso dimenticarsi del modo migliore per amministrarlo».
Fonte
16/09/2025
Gli Stati Generali della difesa hanno discusso di una UE guerrafondaia, dall’intelligence all’accademia
Il 12 settembre, un po’ in sordina rispetto all’attenzione che in genere viene oggi dedicata ai rigurgiti bellicisti della UE, si sono svolti a Frascati gli Stati Generali della difesa. Il Centro Europeo per l’Osservazione della Terra dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA-ESRIN) ha ospitato una pletora di alti vertici politici, accademici, industriali, per discutere degli orizzonti militari di Bruxelles.
L’iniziativa è stata organizzata dal Parlamento Europeo e dalla Commissione Europea in collaborazione con l’ESA, con al centro il nodo di garantire meglio una sicurezza autonoma per la UE e, allo stesso tempo, rendere il suo complesso militare-industriale competitivo. E, difatti, la platea dei presenti rappresentava il tentativo di trovare una sinergia bellica tra pubblico e privato, tra civile e militare.
Presente ovviamente, Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, e Adolfo Urso, ministro per le Imprese. Ma anche l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, e vari amministratori delegati di imprese belliche: Pierroberto Folgiero di Fincantieri e Giampiero Di Paolo di Thales Alenia Space Italia, giusto per fare due esempi.
Pilastro della discussione è stata la questione disinformazione e propaganda. Quella che viene attribuita ai nemici del modello occidentale, in primis la Russia, non quella che viene distribuita a piene mani dai media di regime nostrani. C’è chi ha ricordato che, a Londra, si sta parlando di istituire un’Agenzia nazionale contro la disinformazione, ovvero una sorta di ministero della Verità.
In sostanza, è il filone delle minacce ibride che è stato posto sotto i riflettori, con tutto lo spettro che questo termine designa. E allora, la cybersicurezza deve essere uno dei primi settori su cui l’intero sistema-paese è chiamato a dare una mano, mentre la UE si vuole dotare di comuni strumenti regolatori e sanzionatori. Ma anche capacità proprie.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato che “la cooperazione tra istituzioni, industria e mondo scientifico è centrale e la difesa cyber è ormai una priorità politica e sociale”. A rispondere a questa chiamata c’era la rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, per la quale ricerca e innovazione devono essere sempre più integrate in questa prospettiva bellica.
Il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, ha detto: “per troppo tempo l’Europa ha fatto affidamento sull’ombrello americano, senza costruire una propria autonomia. Oggi siamo già alle prese con un conflitto ibrido e invisibile, fatto di attacchi cyber e disinformazione, che si estende ai nuovi domini, come lo spazio, la dimensione under-water, e che colpisce anche l’opinione pubblica”.
Ha poi affermato anche la litania che sentiamo ripetere da tempo: “difesa e sicurezza sono prerequisiti dello sviluppo economico e sociale dell’intero Continente, della libertà e della democrazia. Senza questi presupposti, non può esistere nient’altro”. Ancora una volta, la spesa in difesa viene vista come soluzione alla crisi industriale, e la sua importanza viene ammantata da uno ‘scontro di civiltà’.
Sempre Perego di Cremnago ha sottolineato come l’Italia sia pronta a fare la propria parte: “l’Italia è tra i pochi Paesi al mondo a disporre di una filiera spaziale completa, dai lanciatori ai satelliti, fino ai moduli orbitanti” e “è in prima linea nella protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, oltre che nello sviluppo di normative e tecnologie abilitanti per operarvi con efficacia”.
“L’Italia – ha concluso – è una potenza regionale con responsabilità crescenti nei confronti del Mediterraneo Allargato, del Nord Africa, del Sahel, dei Balcani e del cosiddetto Fianco Sud della NATO”, alla quale la UE non si vuole sostituire, ma nella quale vuole assumere un ruolo maggiormente autonomo.
A Frascati si è sentita la solita dichiarazione d’intenti che fa capo a Bruxelles, rispetto alla trasformazione della UE in una potenza globale e geopolitico a tutto tondo. Rimane il fatto che tale obiettivo viene perseguito da anni e anni, fallimento dopo fallimento. Il problema è se la UE abbia davvero questa capacità... ma intanto, senza dubbio, intende trasformare il Vecchio Continente in una polveriera piena di poveri prima di abbandonare le sue velleità.
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L’iniziativa è stata organizzata dal Parlamento Europeo e dalla Commissione Europea in collaborazione con l’ESA, con al centro il nodo di garantire meglio una sicurezza autonoma per la UE e, allo stesso tempo, rendere il suo complesso militare-industriale competitivo. E, difatti, la platea dei presenti rappresentava il tentativo di trovare una sinergia bellica tra pubblico e privato, tra civile e militare.
Presente ovviamente, Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, e Adolfo Urso, ministro per le Imprese. Ma anche l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, e vari amministratori delegati di imprese belliche: Pierroberto Folgiero di Fincantieri e Giampiero Di Paolo di Thales Alenia Space Italia, giusto per fare due esempi.
Pilastro della discussione è stata la questione disinformazione e propaganda. Quella che viene attribuita ai nemici del modello occidentale, in primis la Russia, non quella che viene distribuita a piene mani dai media di regime nostrani. C’è chi ha ricordato che, a Londra, si sta parlando di istituire un’Agenzia nazionale contro la disinformazione, ovvero una sorta di ministero della Verità.
In sostanza, è il filone delle minacce ibride che è stato posto sotto i riflettori, con tutto lo spettro che questo termine designa. E allora, la cybersicurezza deve essere uno dei primi settori su cui l’intero sistema-paese è chiamato a dare una mano, mentre la UE si vuole dotare di comuni strumenti regolatori e sanzionatori. Ma anche capacità proprie.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha affermato che “la cooperazione tra istituzioni, industria e mondo scientifico è centrale e la difesa cyber è ormai una priorità politica e sociale”. A rispondere a questa chiamata c’era la rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, per la quale ricerca e innovazione devono essere sempre più integrate in questa prospettiva bellica.
Il Sottosegretario di Stato alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, ha detto: “per troppo tempo l’Europa ha fatto affidamento sull’ombrello americano, senza costruire una propria autonomia. Oggi siamo già alle prese con un conflitto ibrido e invisibile, fatto di attacchi cyber e disinformazione, che si estende ai nuovi domini, come lo spazio, la dimensione under-water, e che colpisce anche l’opinione pubblica”.
Ha poi affermato anche la litania che sentiamo ripetere da tempo: “difesa e sicurezza sono prerequisiti dello sviluppo economico e sociale dell’intero Continente, della libertà e della democrazia. Senza questi presupposti, non può esistere nient’altro”. Ancora una volta, la spesa in difesa viene vista come soluzione alla crisi industriale, e la sua importanza viene ammantata da uno ‘scontro di civiltà’.
Sempre Perego di Cremnago ha sottolineato come l’Italia sia pronta a fare la propria parte: “l’Italia è tra i pochi Paesi al mondo a disporre di una filiera spaziale completa, dai lanciatori ai satelliti, fino ai moduli orbitanti” e “è in prima linea nella protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, oltre che nello sviluppo di normative e tecnologie abilitanti per operarvi con efficacia”.
“L’Italia – ha concluso – è una potenza regionale con responsabilità crescenti nei confronti del Mediterraneo Allargato, del Nord Africa, del Sahel, dei Balcani e del cosiddetto Fianco Sud della NATO”, alla quale la UE non si vuole sostituire, ma nella quale vuole assumere un ruolo maggiormente autonomo.
A Frascati si è sentita la solita dichiarazione d’intenti che fa capo a Bruxelles, rispetto alla trasformazione della UE in una potenza globale e geopolitico a tutto tondo. Rimane il fatto che tale obiettivo viene perseguito da anni e anni, fallimento dopo fallimento. Il problema è se la UE abbia davvero questa capacità... ma intanto, senza dubbio, intende trasformare il Vecchio Continente in una polveriera piena di poveri prima di abbandonare le sue velleità.
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21/03/2024
[Contributo al dibattito] - La propaganda degli 007 per la guerra mondiale
La relazione dell’intelligence italiana al Parlamento illustrata dalla direttrice del Dis Elisabetta Belloni e dal sottosegretario Alfredo Mantovano è purtroppo un riepilogo di luoghi comuni della propaganda Nato senza alcun approfondimento o dato di rilievo. Il ministro Antonio Tajani se ne renderà forse conto.
È preoccupante che le competenze dell’intelligence siano, volutamente o meno, incapaci di una visione strategica fondata sulla conoscenza reale degli scacchieri internazionali nei quali si opera.
Ci uniamo a Emmanuel Todd che nel suo bellissimo libro La defaite de l’Occident si domanda come sia possibile che l’intelligence occidentale abbia preso un abbaglio così grande con la Russia, assecondando una politica di sanzioni economiche e una graduale discesa in guerra militare della Nato al fianco dell’Ucraina, nel presupposto che in pochi mesi Putin sarebbe caduto e gli occidentali avrebbero avuto a Mosca un governo più debole e malleabile per le loro mire espansionistiche.
Bastava guardare ai dati economici per capire che dal 2000 al 2017 la Russia si era trasformata e aveva aumentato la sua forza economica e politico-militare.
Bastava, secondo Todd, guardare agli indici come le morti da alcolismo per comprendere il progresso reale della società russa.
Bastava essere consapevoli che la mortalità infantile in Russia è inferiore a quella statunitense o che la percentuale di ingegneri russi (proporzionalmente alla popolazione) è superiore a quella americana, per modulare la nostra strategia verso Mosca e non prendere una simile batosta in pieno viso.
Purtroppo le relazioni dell’intelligence sono una parodia di quello che studi e statistiche attente dovrebbero essere.
Il duo Mantovano-Belloni attribuisce, senza naturalmente fornire alcuna prova, al distacco dalla Via della Seta cinese la possibilità per l’Italia di proteggere i propri interessi economici e strategici. Ma di fatto, con una politica poco dignitosa e incapace di seguire i veri interessi europei e italiani, stiamo obbedendo al diktat degli Usa, basato sui loro interessi concreti.
Appoggiamo la visione patologica che ha portato alla disintermediazione tra capitale e politica. La globalizzazione termina e saranno gli interessi politici americani a indicare se possiamo collaborare con Mosca e Pechino, anche se commerci e investimenti con gli emergenti e il Sud globale sono un’opportunità di sviluppo economico e di pace.
L’intelligence ci dice inoltre che dobbiamo difenderci dalla disinformazione russa, una guerra ibrida che influenza le prossime elezioni in ben 76 Paesi. Ci sarebbe da ridere se questa propaganda di guerra non fosse foriera dei mostri che si avvicinano.
I turisti della storia ci stanno portando alla terza guerra mondiale mentre noi riempiamo ignari i ristoranti e consumiamo contenti, sicuri che il nostro benessere non possa finire grazie alle azioni scellerate di incompetenti al potere.
L’intelligence ovviamente non ha posizioni autonome, ma fa copia-e-incolla dei rapporti dell’intelligence Nato e Ue. Il Parlamento europeo che vota compatto che la Russia è uno “Stato terrorista”.
Josep Borrell, l’alto rappresentante Ue per gli affari esteri che su Gaza sembra folgorato sulla via di Damasco, ha difeso la chiusura dei canali d’informazione russi in Europa e a chi gli chiedeva se la censura non fosse contraddittoria per le democrazie liberali non ha risposto nulla.
L’Europa è ormai in preda al maccartismo. Bolla unilateralmente la disinformazione russa senza accorgersi che l’Ucraina, gli Usa e la Nato sono altrettante fonti di propaganda.
Stiamo gradualmente abbandonando la democrazia liberale. I propositi terrificanti dell’intelligence di punire gli agenti di disinformazione e l’indecente passività della premier di fronte a Zelensky che parla di “troppi filoputiniani in Italia” ci fanno temere tempi cupi.
Caro Zelensky, l’Italia non è in guerra. La Costituzione ci protegge. Siamo una democrazia. In Ucraina lei ha abolito l’opposizione e manda in prigione i dissenzienti, come in Russia. A Roma possiamo ancora esprimere il nostro pensiero e giudicare liberamente le relazioni internazionali.
Secondo molti in Italia, lei ha svenduto il suo Paese agli interessi angloamericani. Dovrebbe invece pensare al suo popolo, scegliere la mediazione, la neutralità, le riforme democratiche e avvicinarsi all’Europa senza confliggere con gli interessi del suo grande vicino. Sfugga all’abbraccio mortale di BlackRock che ha il volto di Biden e delle altre marionette che portano il suo Paese e l’Europa alla distruzione.
Dopo le fughe in avanti di Macron, che ha rivelato come il tabù no boots on the ground (niente stivali, cioè truppe sul terreno) stia venendo meno, è chiaro che se continueremo a votare per queste classi dirigenti andremo inesorabilmente verso la terza guerra mondiale. Dobbiamo scegliere: o noi e la certezza di sopravvivenza del genere umano, oppure loro e il rischio nucleare.
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È preoccupante che le competenze dell’intelligence siano, volutamente o meno, incapaci di una visione strategica fondata sulla conoscenza reale degli scacchieri internazionali nei quali si opera.
Ci uniamo a Emmanuel Todd che nel suo bellissimo libro La defaite de l’Occident si domanda come sia possibile che l’intelligence occidentale abbia preso un abbaglio così grande con la Russia, assecondando una politica di sanzioni economiche e una graduale discesa in guerra militare della Nato al fianco dell’Ucraina, nel presupposto che in pochi mesi Putin sarebbe caduto e gli occidentali avrebbero avuto a Mosca un governo più debole e malleabile per le loro mire espansionistiche.
Bastava guardare ai dati economici per capire che dal 2000 al 2017 la Russia si era trasformata e aveva aumentato la sua forza economica e politico-militare.
Bastava, secondo Todd, guardare agli indici come le morti da alcolismo per comprendere il progresso reale della società russa.
Bastava essere consapevoli che la mortalità infantile in Russia è inferiore a quella statunitense o che la percentuale di ingegneri russi (proporzionalmente alla popolazione) è superiore a quella americana, per modulare la nostra strategia verso Mosca e non prendere una simile batosta in pieno viso.
Purtroppo le relazioni dell’intelligence sono una parodia di quello che studi e statistiche attente dovrebbero essere.
Il duo Mantovano-Belloni attribuisce, senza naturalmente fornire alcuna prova, al distacco dalla Via della Seta cinese la possibilità per l’Italia di proteggere i propri interessi economici e strategici. Ma di fatto, con una politica poco dignitosa e incapace di seguire i veri interessi europei e italiani, stiamo obbedendo al diktat degli Usa, basato sui loro interessi concreti.
Appoggiamo la visione patologica che ha portato alla disintermediazione tra capitale e politica. La globalizzazione termina e saranno gli interessi politici americani a indicare se possiamo collaborare con Mosca e Pechino, anche se commerci e investimenti con gli emergenti e il Sud globale sono un’opportunità di sviluppo economico e di pace.
L’intelligence ci dice inoltre che dobbiamo difenderci dalla disinformazione russa, una guerra ibrida che influenza le prossime elezioni in ben 76 Paesi. Ci sarebbe da ridere se questa propaganda di guerra non fosse foriera dei mostri che si avvicinano.
I turisti della storia ci stanno portando alla terza guerra mondiale mentre noi riempiamo ignari i ristoranti e consumiamo contenti, sicuri che il nostro benessere non possa finire grazie alle azioni scellerate di incompetenti al potere.
L’intelligence ovviamente non ha posizioni autonome, ma fa copia-e-incolla dei rapporti dell’intelligence Nato e Ue. Il Parlamento europeo che vota compatto che la Russia è uno “Stato terrorista”.
Josep Borrell, l’alto rappresentante Ue per gli affari esteri che su Gaza sembra folgorato sulla via di Damasco, ha difeso la chiusura dei canali d’informazione russi in Europa e a chi gli chiedeva se la censura non fosse contraddittoria per le democrazie liberali non ha risposto nulla.
L’Europa è ormai in preda al maccartismo. Bolla unilateralmente la disinformazione russa senza accorgersi che l’Ucraina, gli Usa e la Nato sono altrettante fonti di propaganda.
Stiamo gradualmente abbandonando la democrazia liberale. I propositi terrificanti dell’intelligence di punire gli agenti di disinformazione e l’indecente passività della premier di fronte a Zelensky che parla di “troppi filoputiniani in Italia” ci fanno temere tempi cupi.
Caro Zelensky, l’Italia non è in guerra. La Costituzione ci protegge. Siamo una democrazia. In Ucraina lei ha abolito l’opposizione e manda in prigione i dissenzienti, come in Russia. A Roma possiamo ancora esprimere il nostro pensiero e giudicare liberamente le relazioni internazionali.
Secondo molti in Italia, lei ha svenduto il suo Paese agli interessi angloamericani. Dovrebbe invece pensare al suo popolo, scegliere la mediazione, la neutralità, le riforme democratiche e avvicinarsi all’Europa senza confliggere con gli interessi del suo grande vicino. Sfugga all’abbraccio mortale di BlackRock che ha il volto di Biden e delle altre marionette che portano il suo Paese e l’Europa alla distruzione.
Dopo le fughe in avanti di Macron, che ha rivelato come il tabù no boots on the ground (niente stivali, cioè truppe sul terreno) stia venendo meno, è chiaro che se continueremo a votare per queste classi dirigenti andremo inesorabilmente verso la terza guerra mondiale. Dobbiamo scegliere: o noi e la certezza di sopravvivenza del genere umano, oppure loro e il rischio nucleare.
Fonte
16/04/2018
Hi tech, sempre più Asia e meno Usa
Capire quel che accade nel mondo dai giornali è quasi impossibile. La televisione – tutta e tutte, di Stato e private, dai Tg ai talk show – è anche peggio, perché riduce ogni argomentazione a una battuta secca, vuota, rovesciabile a piacere. Almeno in Italia e sui media mainstream.
Per sapere qualcosa – non tutto – dei movimenti profondi che preparano trasformazioni, rovesciamenti, cadute e ascese politico-economico-militari, bisogna guardare decisamente altrove.
Una articolata inchiesta del Wall Street Journal – non a caso uno dei principali quotidiani economici del pianeta, che ha come scopo principale quello di informare gli imprenditori per orientarne la capacità di investire (non quello d'imbonire un pubblico inconsapevole) – illustra con ricchezza di dettagli quale sia uno dei terreni strategici su cui si va combattendo da tempo una battaglia tra Usa e Cina, o meglio ancora tra Occidente e Asia.
Il terreno è ovviamente quello della tecnologia, dei nuovi brevetti, della ricerca applicabile alla produzione e dunque al business. Da sempre, qui, gli Stati Uniti e l’Occidente in genere hanno un vantaggio competitivo abissale. La Silicon Valley, per citare la concentrazione territoriale più famosa, è da 30 anni il simbolo di questa superiorità, il magnete che attrae investimenti colossali nella forma del venture capital. Che poi, volendola spiegare con parole semplici, sono quei capitali che vanno cercando nuove idee da finanziare, senza preoccuparsi di un ritorno immediato dalla realizzazione o meno di ogni singola idea. Sono insomma “capitali consapevolmente in cerca del rischio” perché hanno appreso, per esperienza diretta, che finanziando e realizzando 100 buone idee, magari 90 falliranno miseramente, ma quelle 10 che diventeranno realtà ricompenseranno svariate volte le perdite, garantendo alla fine profitti a volte inimmaginabili.
Quando gli Stati contavano ancora qualcosa tutto questo si chiamava ricerca, ed era finanziata dai fondi pubblici proprio perché per verificare se un’idea è buona o no tocca lavorare moltissimo. E la gente che lo fa va pagata, sostenuta, fornita dei mezzi strumentali per arrivare al risultato. Non sempre si ha successo, ma solo da quei fallimenti (e successi) nasce il progresso tecnologico.
Premessa un po’ lunga, ma necessaria per spiegare l’importanza – quasi epocale – dei movimenti dei venture capital sul pianeta, alla caccia delle idee buone.
Spiega il Wsj: fino a 10 anni fa il 75% dei finanziamenti privati alle “startup innovative” investiva il territorio statunitense (Silicon Valley, San Francisco, Seattle e altri luoghi ancora). Di conseguenza, tre scoperte mondiali su quattro si tramutavano velocemente in potenza industriale “basata” negli Usa, riversabile anche sul piano militare e dell’intelligence (le schedature di massa ormai sono subappaltate ai social network e ai motori di ricerca), con accordi obbligati tra società innovative e le varie branche dell’amministrazione a Washington.
Lo scorso anno, invece, il 40% dei 154 miliardi investiti globalmente a favore delle “startup innovative” ha premiato società cinesi o comunque asiatiche. Dieci anni fa la quota era intorno al 5%. Non che le varie Silicon Valley yankee siano ora neglette, ma la loro capacità attrattiva si è ridotta parecchio: solo il 44% (il 31% in meno). Per chi ragiona in termini di trend, il sorpasso è questione di settimane, al massimo qualche mese. E va sottolineata la quasi assenza dell’Europa in questa gara (il residuo 12% va infatti condiviso in parte anche con l’America Latina e l’Oceania).
L’elemento notevole è che la stragrande maggioranza dei venture capital rastrellano e investono capitali statunitensi, che però – come ogni capitale – ragionano in termini di profitto, non (troppo) su base “patriottica”. E quei capitali vengono infatti ricompensati con gli ampi margini di guadagno, mentre l’utilizzo e la proprietà (intellettuale e societaria) resta nelle mani di chi ha sviluppato la ricerca.
Ma aumenta velocemente anche la quota di capitali asiatici (non solo cinesi), che per molte diverse ragioni tendono a privilegiare l’investimento “domestico” o quantomeno continentale. Favorendo un veloce riequilibrio dei rapporti di forza economici e geopolitici.
Chi controlla meglio l’innovazione si garantisce infatti i vantaggi economici, industriali e militari della sua applicazione. Dunque scala rapidamente posizioni nei rapporti di forza mondiali, visto che questo mondo non ha affatto cessato di essere “competitivo”.
La novità sta unicamente nel fatto che chi pensava di controllare l’innovazione e quindi di controllare il mondo – e dunque spingeva sul tasto della “competizione” anziché su quello della cooperazione – non ha più quel monopolio, quella superiorità, quella capacità attrattiva che già da sola moltiplicava l’esibizione di potenza.
Merito anche del “metodo” cinese e asiatico, niente affatto “anarchico” o ultra-liberista come quello statunitense, che lascia completamente mano libera alle imprese e alla finanza, salvo correggere ex post eccessi di distorsione del mercato o vincolare contrattualmente le aziende considerate strategiche sul piano militar-spionistico.
Al contrario, dal Celeste Impero arrivano investimenti mirati, magari compartecipati tra pubblico e privato, ma tenendo bene al centro la “strategicità” di alcuni settori, a partire dai semiconduttori e la cosiddetta “intelligenza artificiale” (ieri IlSole24Ore ha pubblicato un preoccupato nonché ipocrita articolo sul vantaggio acquisito dai cinesi nelle tecnologie del riconoscimento facciale, criticando l‘eccesso di telecamere piazzate nelle strade e nei luoghi di grande concentrazione di massa, come se qui da noi – ormai da parecchi anni – la principale tecnica di investigazione poliziesca non fosse proprio l’analisi dei filmati delle telecamere).
Soprattutto, la strategia cinese punta su una forma moderna di cooperazione (“finanziare il partner locale per battere l’influenza Usa”), mentre quella di matrice anglosassone resta ferma a forme di imperialismo competitivo piuttosto datate (“costruiremo un prodotto migliore e conquisteremo tutti gli altri paesi”). Il che spiega anche la diversa accoglienza che le avances yankee incontrano ormai nel mondo (servitorelli stupidi a parte).
Il declino statunitense ha insomma profonde ragioni oggettive e il disagio politico che affligge la popolazione di quel paese – il neoliberismo sfrenato ha premiato pochi e condannato i più – è alla base del rovesciamento avvenuto contro l’establishment, reso manifesto dalla selezione di un “mule” inatteso come Trump. L’idea di poter recuperare centralità mondiale, o frenare il declino, per via politica ha però dei limiti fin troppo evidenti. La “guerra dei dazi”, chiunque la scateni, difficilmente produce vincitori. E in genere è chi l’apre a rimetterci di più e per primo.
Così dicasi della “supremazia militare”, che gli Usa indubbiamente ancora conservano. Ma non più tale da permetter loro di disporre a piacimento di ogni scacchiere. L’attacco “contrattato” contro la Siria, sabato 14, ne è una dimostrazione.
Fonte
Per sapere qualcosa – non tutto – dei movimenti profondi che preparano trasformazioni, rovesciamenti, cadute e ascese politico-economico-militari, bisogna guardare decisamente altrove.
Una articolata inchiesta del Wall Street Journal – non a caso uno dei principali quotidiani economici del pianeta, che ha come scopo principale quello di informare gli imprenditori per orientarne la capacità di investire (non quello d'imbonire un pubblico inconsapevole) – illustra con ricchezza di dettagli quale sia uno dei terreni strategici su cui si va combattendo da tempo una battaglia tra Usa e Cina, o meglio ancora tra Occidente e Asia.
Il terreno è ovviamente quello della tecnologia, dei nuovi brevetti, della ricerca applicabile alla produzione e dunque al business. Da sempre, qui, gli Stati Uniti e l’Occidente in genere hanno un vantaggio competitivo abissale. La Silicon Valley, per citare la concentrazione territoriale più famosa, è da 30 anni il simbolo di questa superiorità, il magnete che attrae investimenti colossali nella forma del venture capital. Che poi, volendola spiegare con parole semplici, sono quei capitali che vanno cercando nuove idee da finanziare, senza preoccuparsi di un ritorno immediato dalla realizzazione o meno di ogni singola idea. Sono insomma “capitali consapevolmente in cerca del rischio” perché hanno appreso, per esperienza diretta, che finanziando e realizzando 100 buone idee, magari 90 falliranno miseramente, ma quelle 10 che diventeranno realtà ricompenseranno svariate volte le perdite, garantendo alla fine profitti a volte inimmaginabili.
Quando gli Stati contavano ancora qualcosa tutto questo si chiamava ricerca, ed era finanziata dai fondi pubblici proprio perché per verificare se un’idea è buona o no tocca lavorare moltissimo. E la gente che lo fa va pagata, sostenuta, fornita dei mezzi strumentali per arrivare al risultato. Non sempre si ha successo, ma solo da quei fallimenti (e successi) nasce il progresso tecnologico.
Premessa un po’ lunga, ma necessaria per spiegare l’importanza – quasi epocale – dei movimenti dei venture capital sul pianeta, alla caccia delle idee buone.
Spiega il Wsj: fino a 10 anni fa il 75% dei finanziamenti privati alle “startup innovative” investiva il territorio statunitense (Silicon Valley, San Francisco, Seattle e altri luoghi ancora). Di conseguenza, tre scoperte mondiali su quattro si tramutavano velocemente in potenza industriale “basata” negli Usa, riversabile anche sul piano militare e dell’intelligence (le schedature di massa ormai sono subappaltate ai social network e ai motori di ricerca), con accordi obbligati tra società innovative e le varie branche dell’amministrazione a Washington.
Lo scorso anno, invece, il 40% dei 154 miliardi investiti globalmente a favore delle “startup innovative” ha premiato società cinesi o comunque asiatiche. Dieci anni fa la quota era intorno al 5%. Non che le varie Silicon Valley yankee siano ora neglette, ma la loro capacità attrattiva si è ridotta parecchio: solo il 44% (il 31% in meno). Per chi ragiona in termini di trend, il sorpasso è questione di settimane, al massimo qualche mese. E va sottolineata la quasi assenza dell’Europa in questa gara (il residuo 12% va infatti condiviso in parte anche con l’America Latina e l’Oceania).
L’elemento notevole è che la stragrande maggioranza dei venture capital rastrellano e investono capitali statunitensi, che però – come ogni capitale – ragionano in termini di profitto, non (troppo) su base “patriottica”. E quei capitali vengono infatti ricompensati con gli ampi margini di guadagno, mentre l’utilizzo e la proprietà (intellettuale e societaria) resta nelle mani di chi ha sviluppato la ricerca.
Ma aumenta velocemente anche la quota di capitali asiatici (non solo cinesi), che per molte diverse ragioni tendono a privilegiare l’investimento “domestico” o quantomeno continentale. Favorendo un veloce riequilibrio dei rapporti di forza economici e geopolitici.
Chi controlla meglio l’innovazione si garantisce infatti i vantaggi economici, industriali e militari della sua applicazione. Dunque scala rapidamente posizioni nei rapporti di forza mondiali, visto che questo mondo non ha affatto cessato di essere “competitivo”.
La novità sta unicamente nel fatto che chi pensava di controllare l’innovazione e quindi di controllare il mondo – e dunque spingeva sul tasto della “competizione” anziché su quello della cooperazione – non ha più quel monopolio, quella superiorità, quella capacità attrattiva che già da sola moltiplicava l’esibizione di potenza.
Merito anche del “metodo” cinese e asiatico, niente affatto “anarchico” o ultra-liberista come quello statunitense, che lascia completamente mano libera alle imprese e alla finanza, salvo correggere ex post eccessi di distorsione del mercato o vincolare contrattualmente le aziende considerate strategiche sul piano militar-spionistico.
Al contrario, dal Celeste Impero arrivano investimenti mirati, magari compartecipati tra pubblico e privato, ma tenendo bene al centro la “strategicità” di alcuni settori, a partire dai semiconduttori e la cosiddetta “intelligenza artificiale” (ieri IlSole24Ore ha pubblicato un preoccupato nonché ipocrita articolo sul vantaggio acquisito dai cinesi nelle tecnologie del riconoscimento facciale, criticando l‘eccesso di telecamere piazzate nelle strade e nei luoghi di grande concentrazione di massa, come se qui da noi – ormai da parecchi anni – la principale tecnica di investigazione poliziesca non fosse proprio l’analisi dei filmati delle telecamere).
Soprattutto, la strategia cinese punta su una forma moderna di cooperazione (“finanziare il partner locale per battere l’influenza Usa”), mentre quella di matrice anglosassone resta ferma a forme di imperialismo competitivo piuttosto datate (“costruiremo un prodotto migliore e conquisteremo tutti gli altri paesi”). Il che spiega anche la diversa accoglienza che le avances yankee incontrano ormai nel mondo (servitorelli stupidi a parte).
Il declino statunitense ha insomma profonde ragioni oggettive e il disagio politico che affligge la popolazione di quel paese – il neoliberismo sfrenato ha premiato pochi e condannato i più – è alla base del rovesciamento avvenuto contro l’establishment, reso manifesto dalla selezione di un “mule” inatteso come Trump. L’idea di poter recuperare centralità mondiale, o frenare il declino, per via politica ha però dei limiti fin troppo evidenti. La “guerra dei dazi”, chiunque la scateni, difficilmente produce vincitori. E in genere è chi l’apre a rimetterci di più e per primo.
Così dicasi della “supremazia militare”, che gli Usa indubbiamente ancora conservano. Ma non più tale da permetter loro di disporre a piacimento di ogni scacchiere. L’attacco “contrattato” contro la Siria, sabato 14, ne è una dimostrazione.
Fonte
21/08/2017
Terrorismo jihadista: una battaglia impossibile?
Eviteranno qualche vittima in più i cosiddetti jersey, le protezioni di cemento, che la sicurezza inizia a collocare nei centri storici di molte città, anche italiane. In alcuni luoghi simbolo si potranno fermare e deviare i furgoni della morte, ma la furia, e soprattutto la convinzione omicida, delle nuove leve del terrorismo islamista paiono travalicare quegli ostacoli. Perché cercheranno ulteriori strumenti, come fecero i qaedisti dell’11 settembre trasformando in proiettili gli aerei di linea.
Questo conflitto è anche battaglia d’informazioni dei soggetti preposti a indagare e prevenire, con tutti i successi del caso, quando s’intercettano potenziali piani d’attacco e le contraddizioni e i buchi neri evidenziati proprio dall’attentato “spettacolare” delle Torri Gemelle, che ha aperto una più grande frontiera di scontro. La conoscenza tecnico-organizzativa di questo che è diventato, a Parigi come a Lahore, lo spettro del vivere quotidiano, risulta utilissima. Come lo sono le considerazioni d’ordine politico compiute da studiosi del terrorismo jihadista.
Scorrendo un recente lavoro del trio di ricercatori Vidino, Marone, Entenmann, a cura dell’Istituto studi di politica internazionale, si hanno conferme di notizie già note e spunti interessanti di notizie utili per ulteriori riflessioni. Uno dei pilastri di quella che finora è stata la forza militare dell’Isis, che secondo qualche analista sarebbe in declino, è l’Emni. Si tratta dell’Intelligence del Daesh composta da parecchi esperti della sicurezza di Saddam Hussein, entrati, come tanti militari e poliziotti iracheni, nell’Isis. Da al-Khilafawi ad al-Adnani (il primo ucciso nel 2014, il secondo nel 2016, entrambi probabilmente dai droni della Cia in Siria), i vari agenti non solo dirigevano l’organo di sicurezza, sviluppavano anche una propaganda rivolta al proselitismo.
Con la gestione di al-Adnani il sistema di reclutamento è diventato sempre più sofisticato e mirato. La rete degli imam salafiti continua ad avvicinare soggetti nelle moschee o in luoghi di preghiera e incontro, definiti dai ricercatori ‘hub di radicalizzazione’. Lì si stabiliscono contatti diretti e personali. Come pure nelle realtà territoriali, siano esse quartieri ad alta concentrazione abitativa islamica, il pensiero va a Molenbeek presso Bruxelles, base degli attentatori parigini, oppure alla località di Ripoll, dove la ‘cellula di Barcellona’ pianificava i recenti attentati spagnoli. O ancora il caso studiato della cittadina di Hildeshein nella Bassa Sassonia, scelta da terroristi islamisti per la sua posizione centrale rispetto a grandi città tedesche, che da lì risultavano facilmente raggiungibili.
Il sistema s’è ulteriormente ramificato. I predicatori abili con la parola e le tecnologie del web (un nome su tutti è Abdulaziz Abdullah, alias Abu Walaa) e quelli che vengono definiti i ‘pianificatori virtuali’ ottengono nel cyberspazio risultati altrettanto vantaggiosi. Ciascuno lavora in contatto con l’Intelligence del Califfato. Inoltre contributi, pur segnati da scelte individuali, vengono da storie di rapper radicalizzati: caso noto quello del francese Kassim, che dopo anni di pezzi inneggianti allo scontro coi kafir, è partito per il fronte siriano. Dunque moschee e strade, bistrot, social network, web, app e tutti i ganci che rendono possibile e fruttuosa la propaganda virtuale vengono sfruttati per il medesimo scopo: uccidere e seminare paura. Finanche il tradizionale ‘gruppo dei pari’ porta adepti alla causa del terrore islamista, che negli ultimi tempi per ragioni di sicurezza (la propria) si basa sempre più su legami parentali.
Secondo le statistiche in Francia, Germania, Belgio hanno agito immigrati di seconda e terza generazione, dunque cittadini con passaporto francese, tedesco, belga. Che possono provenire da ambienti marginali e poveri, ma pure da ceti medi e di buona scolarizzazione, com’è accaduto nei Paesi scandinavi e in Danimarca dove cellule e ‘attori solitari’ indagati e fermati godevano di vantaggi sociali che altri migranti nel sud d’Europa (Spagna, Italia, Grecia) non conoscono. Vidino-Marone-Entenmann ci dicono che le sorprese non mancano.
Un caso in Belgio denominato Sharia4, che gli analisti hanno definito ‘jihadismo plebeo’, un’avanguardia combattente nel nome di Allah e della giustizia secondo chiuse logiche ispirate da Dio che rifiuta confronti con l’esterno, era noto al locale antiterrorismo. Ma non veniva ritenuta pericolosa, si pensava fosse un nucleo estremistico di parolai. Lo sviluppo della crisi siriana e i contatti di alcuni membri della struttura hanno dimostrato come essa avesse all’interno più livelli, compresi quelli che prevedevano una milizia di foreign fighters. Simili errori di valutazione possono costare molto caro alla sicurezza dei civili.
Un gran numero di islamici d’Occidente, presenti nei Paesi attaccati dalle cellule fondamentaliste, si dissociano, condannano, additano non solo i vari imam del terrore, ma le nazioni che li foraggiano e proteggono, come fa l’imam donna Ani Zonneveld, che intervistata ieri dal Corriere della sera afferma: “L’Occidente vincerà la battaglia contro il radicalismo islamico soltanto quando si dissocerà dall’Arabia Saudita che esporta questa ideologia violenta. Europa e Stati Uniti discutono di pace e sicurezza, dimenticando di essere complici dei sauditi da cui acquistano petrolio e a cui vendono armi”. La Zonneveld, che vive e predica a Los Angeles, ed è un personaggio sui generis nell’ambiente islamico per le sue posizioni progressiste e trasgressive (celebra matrimoni interreligiosi, etero e omosessuali), non aggiunge nulla di nuovo sul ruolo della monarchia saudita, dice semplicemente una verità risaputa da tutti noi. Però la ‘geopolitica del potere’ se ne infischia di quanto studiosi e teorici della convivenza denunciano e reclamano. I suoi interpreti, che sono i governanti delle nazioni in cui viviamo, piangono le vittime civili delle popolazioni che governano, condannano il jihadismo assassino poi continuano a tessere relazioni e affari coi sovrani che foraggiano i crimini fondamentalisti. Un circolo vizioso, che vede i potenti protetti e le genti usate come bersaglio. Perché le guerre asimmetriche volute e cercate dall’Isis fanno da contraltare alle invasioni e ai conflitti militari scatenati dalla Nato.
Su questo, le riflessioni pubblicate su La Repubblica del 19 agosto da parte di Tahar Ben Jelloun, propongono un richiamo a uno, non l’unico, argomento con cui il terrorismo fondamentalista rilancia la guerra all’Occidente. Scrive il saggista e poeta marocchino “... L’origine più vicina e più evidente risiede nell’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito americano. Da quel funesto mese di marzo del 2003, quando George W. Bush ha infranto le leggi internazionali e ha agito mentendo e sostenendo di portare la democrazia al popolo iracheno, si è spalancata una porta ai soldati di Al Qaeda che hanno commesso attentati in tutto il mondo... La maggioranza dell’attuale esercito di Daesh è composta da militari iracheni che hanno scelto di seguire un ex prigioniero di Bush, Al Baghdadi, fondatore dello Stato Islamico... Se le istanze del Tribunale penale internazionale avessero giudicato George Bush per i crimini contro l’umanità che ha commesso lì, dove le sue truppe hanno rovinato la vita alla popolazione, forse queste tensioni e questi attentati sarebbero meno numerosi. Giudicare Bush sarebbe sicuramente stato percepito come un gesto di giustizia e pacificazione. Ma l’arroganza dell’America disprezza il Tribunale penale internazionale, che peraltro non ha mai riconosciuto”.
Considerazioni che si possono sottoscrivere finanche nelle virgole, ma che si scontrano con una realtà politica che vede i premier occidentali succubi dei piani strategici ed economici di chi siede alla Casa Bianca. Più inquietanti risultano le ulteriori considerazioni dello scrittore: “... La religione, anche e soprattutto mal compresa, raggiunge il sacrificio supremo, ulteriormente aumentato dalla morte degli innocenti. E’ impossibile entrare nella testa di chi pianifica i massacri: è blindata... Perciò ogni tentativo di combattere questo radicalismo è votato al fallimento: perché il terrorista e l’educatore non parlano la stessa lingua, non sono sullo stesso pianeta e non hanno nessun punto d’incontro... Il jihadista è in un tunnel e procede senza guardare né indietro né di lato... La lotta si rivela inutile perché la democrazia non è attrezzata per combattere questo nuovo tipo di terrorismo che la storia non ha mai conosciuto”.
Non è la “Sottomissione” di Houellebecq, capace peraltro di scatenare orgogli e pruriti di guerra di cui si nutre la strategia per nulla vincente, che già aveva partorito l’Enduring Freedom e che medita di rendere eterne occupazioni come in Afghanistan. Il pensiero dell’intellettuale marocchino è tragicamente amaro, non s’illude e non vuole illudere. Forse prende spunto proprio dalla “convincente” follìa del proclama lanciato il 22 settembre 2014 da Abu Mohammed al-Adnani. “… Oh Americani ed Europei, lo Stato Islamico non ha iniziato una guerra contro di voi, diversamente da quanto i vostri governi e i vostri media vogliono farvi credere. Siete stati voi ad aver iniziato l’offensiva e pertanto la colpa è vostra e pagherete un caro prezzo. Pagherete un caro prezzo quando le vostre economie collasseranno… Dunque, oh muwahhid, ovunque tu ti trovi, non mancare alla battaglia. Devi colpire i soldati, i sostenitori e le truppe dei tawāg- hīt. Colpisci i membri delle loro forze di polizia, di sicurezza e di intelligence, così come i loro agenti traditori. Distruggi i loro letti. Avvelena le loro vite e tienili impegnati… Uccidi il miscredente, sia costui civile o militare, per entrambi vale lo stesso giudizio: sono miscredenti … Riempi le loro strade di esplosivi. Attacca le loro basi. Fai irruzione nelle loro case. Taglia le loro teste. Non lasciare che si sentano al sicuro. Inseguili ovunque siano. Trasforma la loro vita mondana in paura e fiamme. Allontana le famiglie dalle proprie case, e in seguito falle esplodere…”. Col suo cupo richiamo Ben Jelloun legge fra le righe, oltre la truce retorica di questa propaganda. L’ipotetica battaglia contro il fondamentalismo ha bisogno di armi concettuali che esplodano nelle menti e nei cuori. Armi impugnate da una coalizione trasversale, interna al mondo islamico ed esterna a esso, che possano sradicare certe fanatiche convinzioni di morte, evitando di portare morte e facendosi forte d’un diverso ordine mondiale. Un sistema che, ahinoi, non esiste.
Questa è la cappa sotto cui siamo costretti a vivere.
Fonte
Questo conflitto è anche battaglia d’informazioni dei soggetti preposti a indagare e prevenire, con tutti i successi del caso, quando s’intercettano potenziali piani d’attacco e le contraddizioni e i buchi neri evidenziati proprio dall’attentato “spettacolare” delle Torri Gemelle, che ha aperto una più grande frontiera di scontro. La conoscenza tecnico-organizzativa di questo che è diventato, a Parigi come a Lahore, lo spettro del vivere quotidiano, risulta utilissima. Come lo sono le considerazioni d’ordine politico compiute da studiosi del terrorismo jihadista.
Scorrendo un recente lavoro del trio di ricercatori Vidino, Marone, Entenmann, a cura dell’Istituto studi di politica internazionale, si hanno conferme di notizie già note e spunti interessanti di notizie utili per ulteriori riflessioni. Uno dei pilastri di quella che finora è stata la forza militare dell’Isis, che secondo qualche analista sarebbe in declino, è l’Emni. Si tratta dell’Intelligence del Daesh composta da parecchi esperti della sicurezza di Saddam Hussein, entrati, come tanti militari e poliziotti iracheni, nell’Isis. Da al-Khilafawi ad al-Adnani (il primo ucciso nel 2014, il secondo nel 2016, entrambi probabilmente dai droni della Cia in Siria), i vari agenti non solo dirigevano l’organo di sicurezza, sviluppavano anche una propaganda rivolta al proselitismo.
Con la gestione di al-Adnani il sistema di reclutamento è diventato sempre più sofisticato e mirato. La rete degli imam salafiti continua ad avvicinare soggetti nelle moschee o in luoghi di preghiera e incontro, definiti dai ricercatori ‘hub di radicalizzazione’. Lì si stabiliscono contatti diretti e personali. Come pure nelle realtà territoriali, siano esse quartieri ad alta concentrazione abitativa islamica, il pensiero va a Molenbeek presso Bruxelles, base degli attentatori parigini, oppure alla località di Ripoll, dove la ‘cellula di Barcellona’ pianificava i recenti attentati spagnoli. O ancora il caso studiato della cittadina di Hildeshein nella Bassa Sassonia, scelta da terroristi islamisti per la sua posizione centrale rispetto a grandi città tedesche, che da lì risultavano facilmente raggiungibili.
Il sistema s’è ulteriormente ramificato. I predicatori abili con la parola e le tecnologie del web (un nome su tutti è Abdulaziz Abdullah, alias Abu Walaa) e quelli che vengono definiti i ‘pianificatori virtuali’ ottengono nel cyberspazio risultati altrettanto vantaggiosi. Ciascuno lavora in contatto con l’Intelligence del Califfato. Inoltre contributi, pur segnati da scelte individuali, vengono da storie di rapper radicalizzati: caso noto quello del francese Kassim, che dopo anni di pezzi inneggianti allo scontro coi kafir, è partito per il fronte siriano. Dunque moschee e strade, bistrot, social network, web, app e tutti i ganci che rendono possibile e fruttuosa la propaganda virtuale vengono sfruttati per il medesimo scopo: uccidere e seminare paura. Finanche il tradizionale ‘gruppo dei pari’ porta adepti alla causa del terrore islamista, che negli ultimi tempi per ragioni di sicurezza (la propria) si basa sempre più su legami parentali.
Secondo le statistiche in Francia, Germania, Belgio hanno agito immigrati di seconda e terza generazione, dunque cittadini con passaporto francese, tedesco, belga. Che possono provenire da ambienti marginali e poveri, ma pure da ceti medi e di buona scolarizzazione, com’è accaduto nei Paesi scandinavi e in Danimarca dove cellule e ‘attori solitari’ indagati e fermati godevano di vantaggi sociali che altri migranti nel sud d’Europa (Spagna, Italia, Grecia) non conoscono. Vidino-Marone-Entenmann ci dicono che le sorprese non mancano.
Un caso in Belgio denominato Sharia4, che gli analisti hanno definito ‘jihadismo plebeo’, un’avanguardia combattente nel nome di Allah e della giustizia secondo chiuse logiche ispirate da Dio che rifiuta confronti con l’esterno, era noto al locale antiterrorismo. Ma non veniva ritenuta pericolosa, si pensava fosse un nucleo estremistico di parolai. Lo sviluppo della crisi siriana e i contatti di alcuni membri della struttura hanno dimostrato come essa avesse all’interno più livelli, compresi quelli che prevedevano una milizia di foreign fighters. Simili errori di valutazione possono costare molto caro alla sicurezza dei civili.
Un gran numero di islamici d’Occidente, presenti nei Paesi attaccati dalle cellule fondamentaliste, si dissociano, condannano, additano non solo i vari imam del terrore, ma le nazioni che li foraggiano e proteggono, come fa l’imam donna Ani Zonneveld, che intervistata ieri dal Corriere della sera afferma: “L’Occidente vincerà la battaglia contro il radicalismo islamico soltanto quando si dissocerà dall’Arabia Saudita che esporta questa ideologia violenta. Europa e Stati Uniti discutono di pace e sicurezza, dimenticando di essere complici dei sauditi da cui acquistano petrolio e a cui vendono armi”. La Zonneveld, che vive e predica a Los Angeles, ed è un personaggio sui generis nell’ambiente islamico per le sue posizioni progressiste e trasgressive (celebra matrimoni interreligiosi, etero e omosessuali), non aggiunge nulla di nuovo sul ruolo della monarchia saudita, dice semplicemente una verità risaputa da tutti noi. Però la ‘geopolitica del potere’ se ne infischia di quanto studiosi e teorici della convivenza denunciano e reclamano. I suoi interpreti, che sono i governanti delle nazioni in cui viviamo, piangono le vittime civili delle popolazioni che governano, condannano il jihadismo assassino poi continuano a tessere relazioni e affari coi sovrani che foraggiano i crimini fondamentalisti. Un circolo vizioso, che vede i potenti protetti e le genti usate come bersaglio. Perché le guerre asimmetriche volute e cercate dall’Isis fanno da contraltare alle invasioni e ai conflitti militari scatenati dalla Nato.
Su questo, le riflessioni pubblicate su La Repubblica del 19 agosto da parte di Tahar Ben Jelloun, propongono un richiamo a uno, non l’unico, argomento con cui il terrorismo fondamentalista rilancia la guerra all’Occidente. Scrive il saggista e poeta marocchino “... L’origine più vicina e più evidente risiede nell’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito americano. Da quel funesto mese di marzo del 2003, quando George W. Bush ha infranto le leggi internazionali e ha agito mentendo e sostenendo di portare la democrazia al popolo iracheno, si è spalancata una porta ai soldati di Al Qaeda che hanno commesso attentati in tutto il mondo... La maggioranza dell’attuale esercito di Daesh è composta da militari iracheni che hanno scelto di seguire un ex prigioniero di Bush, Al Baghdadi, fondatore dello Stato Islamico... Se le istanze del Tribunale penale internazionale avessero giudicato George Bush per i crimini contro l’umanità che ha commesso lì, dove le sue truppe hanno rovinato la vita alla popolazione, forse queste tensioni e questi attentati sarebbero meno numerosi. Giudicare Bush sarebbe sicuramente stato percepito come un gesto di giustizia e pacificazione. Ma l’arroganza dell’America disprezza il Tribunale penale internazionale, che peraltro non ha mai riconosciuto”.
Considerazioni che si possono sottoscrivere finanche nelle virgole, ma che si scontrano con una realtà politica che vede i premier occidentali succubi dei piani strategici ed economici di chi siede alla Casa Bianca. Più inquietanti risultano le ulteriori considerazioni dello scrittore: “... La religione, anche e soprattutto mal compresa, raggiunge il sacrificio supremo, ulteriormente aumentato dalla morte degli innocenti. E’ impossibile entrare nella testa di chi pianifica i massacri: è blindata... Perciò ogni tentativo di combattere questo radicalismo è votato al fallimento: perché il terrorista e l’educatore non parlano la stessa lingua, non sono sullo stesso pianeta e non hanno nessun punto d’incontro... Il jihadista è in un tunnel e procede senza guardare né indietro né di lato... La lotta si rivela inutile perché la democrazia non è attrezzata per combattere questo nuovo tipo di terrorismo che la storia non ha mai conosciuto”.
Non è la “Sottomissione” di Houellebecq, capace peraltro di scatenare orgogli e pruriti di guerra di cui si nutre la strategia per nulla vincente, che già aveva partorito l’Enduring Freedom e che medita di rendere eterne occupazioni come in Afghanistan. Il pensiero dell’intellettuale marocchino è tragicamente amaro, non s’illude e non vuole illudere. Forse prende spunto proprio dalla “convincente” follìa del proclama lanciato il 22 settembre 2014 da Abu Mohammed al-Adnani. “… Oh Americani ed Europei, lo Stato Islamico non ha iniziato una guerra contro di voi, diversamente da quanto i vostri governi e i vostri media vogliono farvi credere. Siete stati voi ad aver iniziato l’offensiva e pertanto la colpa è vostra e pagherete un caro prezzo. Pagherete un caro prezzo quando le vostre economie collasseranno… Dunque, oh muwahhid, ovunque tu ti trovi, non mancare alla battaglia. Devi colpire i soldati, i sostenitori e le truppe dei tawāg- hīt. Colpisci i membri delle loro forze di polizia, di sicurezza e di intelligence, così come i loro agenti traditori. Distruggi i loro letti. Avvelena le loro vite e tienili impegnati… Uccidi il miscredente, sia costui civile o militare, per entrambi vale lo stesso giudizio: sono miscredenti … Riempi le loro strade di esplosivi. Attacca le loro basi. Fai irruzione nelle loro case. Taglia le loro teste. Non lasciare che si sentano al sicuro. Inseguili ovunque siano. Trasforma la loro vita mondana in paura e fiamme. Allontana le famiglie dalle proprie case, e in seguito falle esplodere…”. Col suo cupo richiamo Ben Jelloun legge fra le righe, oltre la truce retorica di questa propaganda. L’ipotetica battaglia contro il fondamentalismo ha bisogno di armi concettuali che esplodano nelle menti e nei cuori. Armi impugnate da una coalizione trasversale, interna al mondo islamico ed esterna a esso, che possano sradicare certe fanatiche convinzioni di morte, evitando di portare morte e facendosi forte d’un diverso ordine mondiale. Un sistema che, ahinoi, non esiste.
Questa è la cappa sotto cui siamo costretti a vivere.
Fonte
04/04/2017
La strage di Pietroburgo e il contrasto politico al terrorismo
La strage di San Pietroburgo non aggiunge nulla di nuovo a quel che sapevamo
del modus operandi del terrorismo Jihadista: tutto come da copione dei
casi di Madrid, Londra eccetera. Il che rende ancora più strana la
strage londinese che ha “sprecato” (consentitemi l’espressione) uno
scenario come Westminster per un attentato a così basso potenziale
terroristico, mentre da altra parte il terrorismo jihadista esprime una
aggressività ben maggiore. Tutto può essere, ma l’attentato londinese
sembra più opera di un personaggio isolato (o, al massimo, collegato a
pochi complici) e non in contatto con l’Isis o simili, mentre qui, nel
caso russo, siamo perfettamente nell’ambito della strage jihadista.
Comunque sia, questa strage segna il ritorno del terrorismo radicale
islamico in grande stile, dopo circa un anno di relativo calo del
fenomeno.
Come è fisiologico, anche in questo caso non tutto è chiaro:
la polizia parla di ordigno rudimentale, ma questo non pare, dato che è
stato fatto esplodere a distanza, ha avuto un potenziale non proprio
basso e per di più è stato compiuto in un paese dove entrare non è
semplicissimo, dove i controlli di polizia sono stringenti ed i servizi
segreti hanno un notevole livello di efficienza.
Anzi proprio questo qualche dubbio lo fa nascere: in rete c’è la foto
del presunto attentatore, chiaramente di origine centro asiatica, con
il suo bravo berretto che lo identifica come tale, barba folta senza
baffi (che fa pensare ad un salafita) e pastrano lungo chiuso. Manca
solo che porti un cartello: “Porto bombe”. Come abbia fatto a passare
inosservato un personaggio così in una città della Russia settentrionale
(altra cosa sarebbe stata se fosse accaduta a Saratov oppure Orenburg
dove il tipo è assai più comune) e senza un controllo di polizia?
Per di più in una giornata resa particolare dalla presenza in città
del Presidente per l’incontro con un altro Capo di Stato. Altra
stranezza è la rivendicazione dell’Isis che tarda a venire.
Certo: cose che possono accadere (il che, peraltro, dimostra che
frontiere chiuse, rete di controlli di polizia, servizi segreti occhiuti
possono rendere più difficile un’azione terroristica ma non impedirla
in assoluto e, se uno vuol fare una strage, la fa) ed un certo tasso di
stranezze e cose non spiegate è fisiologico nei casi di terrorismo.
Tuttavia, siamo sicuri al 100% che si tratti di un attentato jihadista?
Certo, quella del radicalismo islamico resta la pista più seria e
probabile, ma non è detto che sia l’unica da prendere in considerazione:
a trarre giovamento dall’episodio saranno in diversi, da quei settori
di intelligence americana che non sono in linea con il Presidente
fautore della distensione con Mosca, agli stessi servizi russi che
traggono giovamento nella repressione del dissenso interno ed in un
momento non proprio tranquillo. O forse oppositori di Putin nella
nomenklatura. Ormai siamo in un mondo in cui, più che della ricerca
degli stragisti, conta occuparsi delle conseguenze politiche di un gesto
di questo tipo, che possono coinvolgere anche soggetti molto distanti
dall’area di probabile provenienza del colpo. Per il resto, qualunque
attentato ha già un colpevole bello pronto: lo jihadista della porta
accanto e questo invoglia anche altri a mettersi sulla scia.
Quello che balza agli occhi è quanto sia pericoloso il perdurare di
questa situazione. Ormai ci stiamo abituando (da un quindicennio) alla
strage periodica degli jihadista: un po’ di indignazione, lutto, solite
storie di vita delle vittime, deprecazione dei maledetti islamici e poi
tutto torna come prima, in attesa della prossima strage, in quella che
ormai sembra una nuova “normalità”.
Non è così: questa cronicizzazione del terrorismo porta con sé ulteriori degenerazioni e pericoli molto peggiori.
E mi pare che sia il caso di interrogarci sulla reale efficacia del
contrasto allo jihadismo operato in questi anni: se dopo 16 anni dalle
due Torri siamo ancora a questo punto, anche se non sono mancati colpi
molto duri al nemico, come la morte di Bin Ladin, qualcosa non ha
funzionato.
La verità, insisto sino alla noia su questo punto, è che è
mancato il contrasto politico al radicalismo islamico. La guerra con il
terrorismo non si vince solo sul piano del contrasto militare e di
polizia, anche se entrambe le cose sono necessarie.
Ad esempio, qualcuno vuole spiegarci come fa l’Isis, dopo tre anni, a
fornirsi di armi e munizioni che non si capisce per quali strade
passino? E cosa sappiamo delle reti europee della jihad? Mai si sono
spese tante risorse di intelligence (sia di uomini che di denaro,
apparecchiature ecc.) per combattere un fenomeno terroristico e mai i
risultati sono stati così deludenti, Qualcosa vorrà dire.
21/03/2017
Il lavoro dopo l’Università? Spionaggio e cyber security...
Il nostro mondo è veloce, rapidissimo. Talmente denso di informazioni e notizie che uno non può stare li, testa bassa sui giornali, a leggerle tutte e pensarci su. Notizie flash, notizie usa e getta, notizie non per ragionare ma per distrarsi quando sei alla fermata dell’autobus o in pausa sigaretta. Ogni tanto però bisogna sforzarsi di metterne in relazione alcune, e per questo ci vuole un po' di tempo. Proviamoci.
Un paio di settimane fa, per alcune ore, la prima notizia su tutti i media del pianeta è stata la rivelazione da parte di Wikileaks della scoperta di un cyber arsenale, messo in piedi dalla più nota agenzia di Intelligence al mondo, la CIA. L'obbiettivo dichiarato è quello di mettere sotto controllo tutto quello che può essere utile ai governi, anche attraverso metodologie non del tutto ortodosse. La notizia è rimbalzata su tutti i quotidiani e la retorica con la quale è stata presentata dai media mainstream è sempre la stessa: è necessario privarci della libertà per difendere la nostra società e il nostro stile di vita.
Sempre un paio di settimane fa, è uscita la relazione annuale dei servizi di sicurezza della Repubblica italiana. È da tempo che, nella nostra penisola come in gran parte del mondo, gli apparati d'intelligence fanno un'apparente sforzo di "comunicazione e trasparenza" nei confronti dei cittadini: lo fanno attraverso l'apertura alla società e in particolare verso il mondo accademico e verso i centri di ricerca.
Possiamo leggere nella relazione dei servizi segreti presentata al parlamento le testuali parole: “l’intelligence attraverso la relazione con l’Accademia si pone in condizione di offrire ai decisori pubblici e agli operatori privati un prodotto informativo arricchito dal patrimonio di conoscenze elaborate in sede scientifico-accademica; dall’altro, l’Università trova nel Sistema per la sicurezza della Repubblica – a tutto vantaggio dell’interesse nazionale – un importante terminale della propria attività di ricerca, concorrendo nell’interpretazione di dinamiche sociali, culturali e politiche in continua evoluzione, e nel predisporre modelli e strategie efficaci ai fini della protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia”.
Dal 2013 in poi abbiamo assistito ad un fiorire di accordi di collaborazione tra la maggior parte delle università del territorio italiano e il DIS, Dipartimento per le Informazioni della Sicurezza, ovvero l'ente che coordina l’intera attività di informazione per la sicurezza. Nelle principali università italiane – in primis la Sapienza di Roma e successivamente a Milano (Università Bocconi, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Milano e Politecnico), Politecnico di Torino, Pavia e Trento, Firenze e ancora Roma (Roma Tre, LUISS), Ancona e L’Aquila, e ancora Bari, Reggio Calabria e Lecce, Cagliari e Palermo – è partito un vero e proprio tour ideato nell'ambito dell'iniziativa intellingece live.
Un tour definito Roadshow in cui, tappa dopo tappa, i servizi segreti si presentavano al mondo universitario raccontando la nobile mission di difesa degli interessi politici, militari ed economici cui erano chiamati. Il tour era rivolto in particolare agli studenti e a quel pezzo accademico impegnato direttamente in ambito scientifico, economico e industriale. Gli obbiettivi di questa connessione erano stati definiti per "sensibilizzare le future classi dirigenti del Paese ai temi della sicurezza nazionale, raggiungere e coinvolgere le migliori intelligenze del Paese in grado di ottimizzare la capacità analitica e di proiezione strategica del comparto e sviluppare studi di intelligence relativi alla stessa funzione informativa".
Non ci si è fermati qui. Presso gli atenei italiani il DIS ha istituito premi e concorsi grazie ai quali – in maniera diversificata rispetto ad età e al percorso formativo in atto – giovani e giovanissimi possono dare un loro contributo alla riflessione e al dibattito sui temi della sicurezza nazionale e possono partecipare a interventi formativi e progetti di ricerca nel settore.
Quale modo migliore per contribuire quindi a rafforzare e difendere la nostra democrazia? Senza dubbio stiamo assistendo ad un vero e proprio reclutamento, tanto che l'alleanza tra università e intelligence è definita “di importanza strategica”. Al tradizionale reclutamento nelle forze armate e di polizia si affianca dunque l'ingaggio di giovani neo-laureati individuati nelle eccellenze degli atenei italiani. Ecco come lo Stato aiuta il mondo del lavoro, perché non bastavano il Jobs Act e lo smantellamento dei diritti, bisognava offrire anche dei posti di lavoro concreti: nei servizi segreti.
C’è dell’altro. In un’era dove le informazioni in formato digitale sono cresciute in maniera esponenziale, il patrimonio di capacità e conoscenze di cui dispone il mondo dell’università e della ricerca è orientato sempre di più verso le dottrine che, dopo terra, mare, aria e spazio, studiano il cyberspazio e ne sviluppano tecniche di cyber security. Nella relazione annuale dei servizi segreti si legge ancora che “l’alleanza intelligence-università è particolarmente feconda in tema di sicurezza cibernetica. Tra le numerose iniziative in corso, riveste rilievo la collaborazione strutturata con il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI) – cui partecipano centinaia di accademici e ricercatori appartenenti a decine di Università Italiane – che ha dato vita al Laboratorio Nazionale in tema di cybersecurity finalizzato allo sviluppo di progetti di ricerca e capace di erogare formazione di livello avanzato nel settore di riferimento”.
Il tema della sicurezza cibernetica è un processo in costante evoluzione, che necessita di personale qualificato e di tecnologie all’avanguardia, ed è per questo che diventa strategico il rapporto intelligence-accademia. Nel nostro paese ha già costituito una "rete di sicurezza partecipata" fatta da oltre 500 docenti di 34 facoltà italiane.
A livello mondiale, nel 2015 l’industria della cyber security ha sfiorato un giro di affari di oltre 75 miliardi di dollari e per il 2020 se ne prevede il raddoppio. Nessuno si vuol far trovare impreparato. Negli Stati Uniti la strategia di cyber security si propone di accelerare il processo di correlazione tra le attività di ricerca e sviluppo del Pentagono con quelle del Dipartimento della Difesa (DoD), per raggiungere una sorta di dottrina di riferimento. Ciò dovrà approdare alla creazione di una guida per costruire delle competenze e, di conseguenza, una forza lavoro capace di supportare il cyber command che, in tempi relativamente brevi, dovrà raggiungere un organico di 6.200 unità. Inoltre, dal 2017 è prevista l’attivazione di percorsi formativi, per una spesa di 150 milioni di dollari.
La Cina, che da alcuni decenni ha effettuato investimenti corposi nel settore, ha annunciato la creazione dell’Associazione Cyber Security del Paese, con sede a Pechino. Partecipano ai tavoli di ricerca e studio dell’Associazione eminenti esperti di istituti accademici, società specializzate in sicurezza informatica, esperti di comunicazione, personale degli apparati d’intelligence e di aziende che operano nel settore dei social media. Anche in Nuova Zelanda, attraverso il New Zealand National Cyber Security Centre, la nuova strategia di sicurezza cibernetica si basa su un processo di partnership tra le aziende, le industrie, gli enti governativi e il mondo accademico, che mira alla condivisione di idee, ricerche, competenze e innovazioni.
Nel 2015, in Israele, gli investimenti nel settore della sicurezza informatica sono aumentati del 20%, incrementando le commesse delle aziende operanti nel settore da 3,5 a 4 miliardi di dollari. In Israele operano attualmente 250 società d’informatica e le sue esportazioni di tecnologie digitali rappresentano il 5% del mercato mondiale, per un valore di oltre 75 miliardi di dollari. Sono numeri che confermano lo stato di Israele come capofila mondiale del settore, e non è un caso che Tel Aviv stia realizzando un centro di cyber security, noto come CyberSpark, dove saranno posizionate diverse società che lavoreranno in sinergia con la Ben-Gurion University e con l'unità dell’intelligence militare. Come se non bastasse sono stati inseriti anche programmi di introduzione al cyber nelle scuole primarie: "Vogliamo che i bambini inizino ad apprendere le basi di computer science sin dall’infanzia" ha affermato Eviatar Matania, capo dell’Israel National Cyber Bureau. Dunque l’Italia non può più stare con le mani in mano, urge prendere esempio e costruire una democrazia sicura e protetta. Proprio come Israele insomma.
Se a livello sociale l'università diventa l'interlocutore primario del comparto dell'intelligence nazionale, forse è tempo di analizzare la trasformazione che è in corso nel sistema universitario – e la funzione sociale che esso svolge. La relazione dei servizi segreti di quest’anno è uno degli strumenti che ci possono aiutare a rendere chiaro il processo di ristrutturazione attuato a livello accademico, una politica che punta alla costruzione di un modello universitario d'élite, orientato alla formazione delle future classi dirigenti, formate in poli di eccellenza accessibili in misura crescente solo a pochi privilegiati.
E se il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza, il prezzo che sta pagando la cosiddetta "generazione Erasmus" è l'aumento sempre maggiore del fenomeno dell'emigrazione verso immaginari lidi felici. Come dire: o speri in un futuro migliore in nord Europa, o ti lasci sfruttare qui nel sud Europa... o vieni ingaggiato dai servizi segreti. Per controllare se per caso qualcuno non tenti una strada diversa, quella di chi alza la testa e rifiuta lo stato di cose esistenti.
Fonte
Un paio di settimane fa, per alcune ore, la prima notizia su tutti i media del pianeta è stata la rivelazione da parte di Wikileaks della scoperta di un cyber arsenale, messo in piedi dalla più nota agenzia di Intelligence al mondo, la CIA. L'obbiettivo dichiarato è quello di mettere sotto controllo tutto quello che può essere utile ai governi, anche attraverso metodologie non del tutto ortodosse. La notizia è rimbalzata su tutti i quotidiani e la retorica con la quale è stata presentata dai media mainstream è sempre la stessa: è necessario privarci della libertà per difendere la nostra società e il nostro stile di vita.
Sempre un paio di settimane fa, è uscita la relazione annuale dei servizi di sicurezza della Repubblica italiana. È da tempo che, nella nostra penisola come in gran parte del mondo, gli apparati d'intelligence fanno un'apparente sforzo di "comunicazione e trasparenza" nei confronti dei cittadini: lo fanno attraverso l'apertura alla società e in particolare verso il mondo accademico e verso i centri di ricerca.
Possiamo leggere nella relazione dei servizi segreti presentata al parlamento le testuali parole: “l’intelligence attraverso la relazione con l’Accademia si pone in condizione di offrire ai decisori pubblici e agli operatori privati un prodotto informativo arricchito dal patrimonio di conoscenze elaborate in sede scientifico-accademica; dall’altro, l’Università trova nel Sistema per la sicurezza della Repubblica – a tutto vantaggio dell’interesse nazionale – un importante terminale della propria attività di ricerca, concorrendo nell’interpretazione di dinamiche sociali, culturali e politiche in continua evoluzione, e nel predisporre modelli e strategie efficaci ai fini della protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia”.
Dal 2013 in poi abbiamo assistito ad un fiorire di accordi di collaborazione tra la maggior parte delle università del territorio italiano e il DIS, Dipartimento per le Informazioni della Sicurezza, ovvero l'ente che coordina l’intera attività di informazione per la sicurezza. Nelle principali università italiane – in primis la Sapienza di Roma e successivamente a Milano (Università Bocconi, Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Milano e Politecnico), Politecnico di Torino, Pavia e Trento, Firenze e ancora Roma (Roma Tre, LUISS), Ancona e L’Aquila, e ancora Bari, Reggio Calabria e Lecce, Cagliari e Palermo – è partito un vero e proprio tour ideato nell'ambito dell'iniziativa intellingece live.
Un tour definito Roadshow in cui, tappa dopo tappa, i servizi segreti si presentavano al mondo universitario raccontando la nobile mission di difesa degli interessi politici, militari ed economici cui erano chiamati. Il tour era rivolto in particolare agli studenti e a quel pezzo accademico impegnato direttamente in ambito scientifico, economico e industriale. Gli obbiettivi di questa connessione erano stati definiti per "sensibilizzare le future classi dirigenti del Paese ai temi della sicurezza nazionale, raggiungere e coinvolgere le migliori intelligenze del Paese in grado di ottimizzare la capacità analitica e di proiezione strategica del comparto e sviluppare studi di intelligence relativi alla stessa funzione informativa".
Non ci si è fermati qui. Presso gli atenei italiani il DIS ha istituito premi e concorsi grazie ai quali – in maniera diversificata rispetto ad età e al percorso formativo in atto – giovani e giovanissimi possono dare un loro contributo alla riflessione e al dibattito sui temi della sicurezza nazionale e possono partecipare a interventi formativi e progetti di ricerca nel settore.
Quale modo migliore per contribuire quindi a rafforzare e difendere la nostra democrazia? Senza dubbio stiamo assistendo ad un vero e proprio reclutamento, tanto che l'alleanza tra università e intelligence è definita “di importanza strategica”. Al tradizionale reclutamento nelle forze armate e di polizia si affianca dunque l'ingaggio di giovani neo-laureati individuati nelle eccellenze degli atenei italiani. Ecco come lo Stato aiuta il mondo del lavoro, perché non bastavano il Jobs Act e lo smantellamento dei diritti, bisognava offrire anche dei posti di lavoro concreti: nei servizi segreti.
C’è dell’altro. In un’era dove le informazioni in formato digitale sono cresciute in maniera esponenziale, il patrimonio di capacità e conoscenze di cui dispone il mondo dell’università e della ricerca è orientato sempre di più verso le dottrine che, dopo terra, mare, aria e spazio, studiano il cyberspazio e ne sviluppano tecniche di cyber security. Nella relazione annuale dei servizi segreti si legge ancora che “l’alleanza intelligence-università è particolarmente feconda in tema di sicurezza cibernetica. Tra le numerose iniziative in corso, riveste rilievo la collaborazione strutturata con il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI) – cui partecipano centinaia di accademici e ricercatori appartenenti a decine di Università Italiane – che ha dato vita al Laboratorio Nazionale in tema di cybersecurity finalizzato allo sviluppo di progetti di ricerca e capace di erogare formazione di livello avanzato nel settore di riferimento”.
Il tema della sicurezza cibernetica è un processo in costante evoluzione, che necessita di personale qualificato e di tecnologie all’avanguardia, ed è per questo che diventa strategico il rapporto intelligence-accademia. Nel nostro paese ha già costituito una "rete di sicurezza partecipata" fatta da oltre 500 docenti di 34 facoltà italiane.
A livello mondiale, nel 2015 l’industria della cyber security ha sfiorato un giro di affari di oltre 75 miliardi di dollari e per il 2020 se ne prevede il raddoppio. Nessuno si vuol far trovare impreparato. Negli Stati Uniti la strategia di cyber security si propone di accelerare il processo di correlazione tra le attività di ricerca e sviluppo del Pentagono con quelle del Dipartimento della Difesa (DoD), per raggiungere una sorta di dottrina di riferimento. Ciò dovrà approdare alla creazione di una guida per costruire delle competenze e, di conseguenza, una forza lavoro capace di supportare il cyber command che, in tempi relativamente brevi, dovrà raggiungere un organico di 6.200 unità. Inoltre, dal 2017 è prevista l’attivazione di percorsi formativi, per una spesa di 150 milioni di dollari.
La Cina, che da alcuni decenni ha effettuato investimenti corposi nel settore, ha annunciato la creazione dell’Associazione Cyber Security del Paese, con sede a Pechino. Partecipano ai tavoli di ricerca e studio dell’Associazione eminenti esperti di istituti accademici, società specializzate in sicurezza informatica, esperti di comunicazione, personale degli apparati d’intelligence e di aziende che operano nel settore dei social media. Anche in Nuova Zelanda, attraverso il New Zealand National Cyber Security Centre, la nuova strategia di sicurezza cibernetica si basa su un processo di partnership tra le aziende, le industrie, gli enti governativi e il mondo accademico, che mira alla condivisione di idee, ricerche, competenze e innovazioni.
Nel 2015, in Israele, gli investimenti nel settore della sicurezza informatica sono aumentati del 20%, incrementando le commesse delle aziende operanti nel settore da 3,5 a 4 miliardi di dollari. In Israele operano attualmente 250 società d’informatica e le sue esportazioni di tecnologie digitali rappresentano il 5% del mercato mondiale, per un valore di oltre 75 miliardi di dollari. Sono numeri che confermano lo stato di Israele come capofila mondiale del settore, e non è un caso che Tel Aviv stia realizzando un centro di cyber security, noto come CyberSpark, dove saranno posizionate diverse società che lavoreranno in sinergia con la Ben-Gurion University e con l'unità dell’intelligence militare. Come se non bastasse sono stati inseriti anche programmi di introduzione al cyber nelle scuole primarie: "Vogliamo che i bambini inizino ad apprendere le basi di computer science sin dall’infanzia" ha affermato Eviatar Matania, capo dell’Israel National Cyber Bureau. Dunque l’Italia non può più stare con le mani in mano, urge prendere esempio e costruire una democrazia sicura e protetta. Proprio come Israele insomma.
Se a livello sociale l'università diventa l'interlocutore primario del comparto dell'intelligence nazionale, forse è tempo di analizzare la trasformazione che è in corso nel sistema universitario – e la funzione sociale che esso svolge. La relazione dei servizi segreti di quest’anno è uno degli strumenti che ci possono aiutare a rendere chiaro il processo di ristrutturazione attuato a livello accademico, una politica che punta alla costruzione di un modello universitario d'élite, orientato alla formazione delle future classi dirigenti, formate in poli di eccellenza accessibili in misura crescente solo a pochi privilegiati.
E se il prezzo della libertà è l'eterna vigilanza, il prezzo che sta pagando la cosiddetta "generazione Erasmus" è l'aumento sempre maggiore del fenomeno dell'emigrazione verso immaginari lidi felici. Come dire: o speri in un futuro migliore in nord Europa, o ti lasci sfruttare qui nel sud Europa... o vieni ingaggiato dai servizi segreti. Per controllare se per caso qualcuno non tenti una strada diversa, quella di chi alza la testa e rifiuta lo stato di cose esistenti.
Fonte
06/03/2017
Nell’America della paranoia security 16 agenzie di spionaggio
‘Intelligence’, parola che indica ormai universalmente lo spionaggio, è una delle tante rapine linguistiche anglosassoni a danno del nostro mondo latino. L’italianissima parola ‘intelligenza’, che ha indicato per secoli, non solo le capacità mentali, ma le prime strutture organizzate di spionaggio, dalla Firenze dei Medici alle Repubbliche marinare di Genova e Venezia, minuscole grandi potenze.
Intelligenze per intendere il comprendere assieme al conoscere, dalla ‘Intelligo’ latina.
La ‘Intelligence’ come spionaggio, non sempre si mostra adeguatamente intelligente. Ma andiamo a spiare le spie.
La comunità dell’intelligence statunitense è tra le più complesse e frazionate del mondo. Secondo gli elenchi ufficiali, vi fanno parte a pieno titolo ben sedici agenzie. Nel 2017, il budget Usa all’intero sistema di intelligence degli Stati Uniti sarà, secondo le richieste già ufficializzate, di 53 miliardi di dollari. Cifre da brivido.
17,7 miliardi sono per l’intelligence militare, bilancio difesa che dal prossimo anno ingrasserà dei 54 miliardi in più promessi da Trump.
Tra i settori che beneficeranno di nuovi investimenti, settori ritenuti strategici quindi, il controterrorismo, la sicurezza delle reti informative umane e tecnologiche, e la contro-proliferazione ABC, nucleare, batteriologica e chimica. Insomma, le armi di distruzione di massa.
Ecco l’elenco delle 16 agenzie di spionaggio, con le loro principali caratteristiche che distinguono le sedici agenzie d’intelligence del Paese.
Da notare subito, che ogni corpo armato o legato alla sicurezza nazionale ha una sua agenzia di spionaggio.
Noi modifichiamo l’ordine dell’elenco per proporvi in testa le tre strutture chiave dell’intelligence Usa, le più simili al nostro meccanismo di sicurezza nazionale e alla struttura spionistica più consueta: spionaggio, controspiogaggio e coordinamento tra i due.
Negli Stati Uniti, Cia, Fbi e Intelligence Community. In Italia, Aise, Aisi e Dis.
SPIONAGGIO, CONTROSPIONAGGIO, COORDINAMENTO
1) Central Intelligence Agency
La CIA (Central Intelligence Agency) produce dati e analisi per il governo raccogliendo informazioni ed elaborandone altre provenienti da altre agenzie per favorire il processo decisionale dell’Amministrazione. Il suo direttore (dal 23 gennaio 2017 è Mike Pompeo, nominato dal presidente Donald Trump) è il responsabile di tutta la rete di ‘human intelligence’.
La CIA è composta da direttorati: Analisi, Operazioni, Scienza e Tecnologia, Supporto, Innovazione Informatica, Centro Missioni all’estero (comprese quelle sotto copertura coordinate dal National Clandestine Service).
Dei 53 miliardi di budget destinati nel 2017 all’intera rete delle agenzie di intelligence statunitensi, 15 sono destinati alla CIA.
2) Federal Bureau of Investigation
L’FBI (Federal Bureau of Investigation) è l’agenzia primaria di controspionaggio. Come la CIA, è una struttura sia di intelligence sia di tutela e applicazione della legge. Detta in altra maniera, un po’ spie, un po’ sbirri. Una caratteristica quasi esclusiva della comunità d’intelligence americana. In gran parte dei Paesi d’Europa, Italia tra questi, i servizi di intelligence non sono uffici di polizia giudiziaria, ma strutture di raccolta dati e analisi.
3) Director of National Intelligence
DNI. Negli Stati Uniti, la struttura di collegamento tra le varie agenzie di intelligence nazionali – un organismo sostanzialmente burocratico con minore peso nei Paesi europei – risponde direttamente al presidente e all’ufficio di coordinamento tra tutti i Direttori delle agenzie, la ‘Intelligence Community’ che, con Obama, aveva a capo il generale James R. Clapper. Trump vorrebbe cancellare il DNI. Una idea che ha il sostegno scontato di tutti gli ‘operativi’, conflittualità trasversale nel mondo.
LA FRAMMENTAZIONE CON DIVERSE RILEVANZE
4) Air Force Intelligence
La US Air Force Intelligence si occupa di sorveglianza, analisi-elaborazione dei dati su tutto ciò che vola, aerei e mezzi spaziali e cyberspazio. I dettagli li prendiamo da LookOut: 50.000 unità, sia civili che militari, operative all’occorrenza in uno dei 63 Paesi in cui gli USA dispongono di una delle loro 763 basi militari all’estero.
Ripetiamo: 763 basi aeree Usa nel mondo dove prestano servizio circa 255mila persone. L’Air Force Intelligence serve soprattutto per controllare le reti di comunicazione, le aree di produzione di energie convenzionali e rinnovabili e le principali riserve idriche del pianeta.
5) Office of Naval Intelligence
L’Office of Naval Intelligence, il servizio interno della Marina, si occupa di informazioni geopolitiche, strategiche e militari. Ha un servizio tecnico e informatico di notevole rilievo. Anche i Marines dispongono di una struttura di intelligence autonoma denominata ‘Marine Corps Intelligence Activity‘. Si tratta di un servizio altamente operativo che fornisce supporto diretto alle missioni militari.
6) Coast Guard Intelligence
La Coast Guard Intelligence è responsabile della sicurezza delle popolazioni che risiedono nelle zone costiere e della protezione delle infrastrutture pubbliche lungo le coste.
7) Defense Intelligence Agency
La Defense Intelligence Agency, la Dia, risponde al ministero della Difesa e ha il compito di dare informazioni ai vertici militari. 16.500 elementi, tra civili e militari, operativi in tutto il mondo. La struttura è la maggior produttrice di dati riservati raccolti all’estero. Il suo direttore presiede il Military Intelligence Board, che coordina tutta la raccolta d’informazioni nel solo settore militare.
8) Army Intelligence
INSCOM (United States Army Intelligence e Security Command) opera con propri dipartimenti all’interno dell’esercito e dell’NSA, la National Security Agency. Raccoglie e fornisce informazioni di intelligence destinate ai comandi militari che coordinano operazioni sul campo (anche nel caso di operazioni congiunte con altri eserciti ONU e NATO), effettua operazioni di SIGINT (SIGnals INTelligence, spionaggio di segnali elettromagnetici) e di guerra cibernetica.
9) Department of Energy
La struttura d’intelligence del Dipartimento dell’Energia opera con 30 uffici autonomi su tutto il territorio degli Stati Uniti e si occupa di raccogliere informazioni su infrastrutture energetiche, tecnologie, dati finanziari sul sistema energetico nazionale e su quello dei suoi alleati o avversari.
10) Department of Homeland Security
Il Department of Homeland Security ha il compito di contrastare le minacce alla popolazione e alle infrastrutture del Paese. Il suo direttore risponde direttamente al presidente e al capo della CIA.
11) Bureau of Intelligence and Research
La rete di intelligence del Dipartimento di Stato, il loro ministero Esteri, è il Bureau of Intelligence and Research. Raccoglie dati soprattutto da fonti aperte, da reti confidenziali, dai report dei diplomatici, dal mondo accademico e da quello giornalistico. Si occupa di previsione strategica e di programmazione della sicurezza nazionale.
12) Office for Intelligence and Analysis
Dal 2004 il Dipartimento del Tesoro opera con una struttura di intelligence interna, l’Office for Intelligence and Analysis. Questa struttura si occupa di intelligence finanziaria, analisi delle operazioni di riciclaggio nell’economia terroristica, prevenzione di possibili minacce alla stabilità della moneta e agli investimenti interni ed esteri del Paese.
13) National Security Intelligence Office
La Drug Enforcement Administration, la DEA, dispone di una rete informativa specifica, il National Security Intelligence Office. Obiettivo della struttura è fornire informazioni per il contrastato dei traffici di droga all’interno del territorio nazionale e quelli che arrivano da Paesi esteri.
14) National Security Agency
L’NSA (National Security Agency/Central Security Service) si occupa dei sistemi informativi e delle reti informatiche, proteggendo quelli nazionali e cercando di penetrare quelli dei Paesi esteri. Con la Cia, è la più importante agenzia di spionaggio.
15) National Reconnaissance Office
L’NRO (National Reconnaissance Office) raccoglie e analizza i dati provenienti dalle rilevazioni satellitari. Segnala movimenti di truppe, infrastrutture militari attive o in costruzione, emergenze ambientali. Utilizza in gran parte personale della CIA e del Dipartimento di Stato.
16) National Geospatial-Intelligence Agency
La NGA, National Geospatial-Intelligence Agency, è struttura di supporto di intelligence sia per le missioni militari, rispondendo al Dipartimento della Difesa, sia all’Intelligence Community per cui si occupa di GEOINT (Geospatial Intelligence), vale a dire monitoraggio, raccolta e analisi di immagini e informazioni geospaziali. L’NGA fornisce anche assistenza per far fronte a calamità naturali o catastrofi provocate dall’uomo, o per per la pianificazione e la messa in sicurezza di grandi eventi come le Olimpiadi del 1996 ad Atlanta.
Fonte
Intelligenze per intendere il comprendere assieme al conoscere, dalla ‘Intelligo’ latina.
La ‘Intelligence’ come spionaggio, non sempre si mostra adeguatamente intelligente. Ma andiamo a spiare le spie.
La comunità dell’intelligence statunitense è tra le più complesse e frazionate del mondo. Secondo gli elenchi ufficiali, vi fanno parte a pieno titolo ben sedici agenzie. Nel 2017, il budget Usa all’intero sistema di intelligence degli Stati Uniti sarà, secondo le richieste già ufficializzate, di 53 miliardi di dollari. Cifre da brivido.
17,7 miliardi sono per l’intelligence militare, bilancio difesa che dal prossimo anno ingrasserà dei 54 miliardi in più promessi da Trump.
Tra i settori che beneficeranno di nuovi investimenti, settori ritenuti strategici quindi, il controterrorismo, la sicurezza delle reti informative umane e tecnologiche, e la contro-proliferazione ABC, nucleare, batteriologica e chimica. Insomma, le armi di distruzione di massa.
Ecco l’elenco delle 16 agenzie di spionaggio, con le loro principali caratteristiche che distinguono le sedici agenzie d’intelligence del Paese.
Da notare subito, che ogni corpo armato o legato alla sicurezza nazionale ha una sua agenzia di spionaggio.
Noi modifichiamo l’ordine dell’elenco per proporvi in testa le tre strutture chiave dell’intelligence Usa, le più simili al nostro meccanismo di sicurezza nazionale e alla struttura spionistica più consueta: spionaggio, controspiogaggio e coordinamento tra i due.
Negli Stati Uniti, Cia, Fbi e Intelligence Community. In Italia, Aise, Aisi e Dis.
SPIONAGGIO, CONTROSPIONAGGIO, COORDINAMENTO
1) Central Intelligence Agency
La CIA (Central Intelligence Agency) produce dati e analisi per il governo raccogliendo informazioni ed elaborandone altre provenienti da altre agenzie per favorire il processo decisionale dell’Amministrazione. Il suo direttore (dal 23 gennaio 2017 è Mike Pompeo, nominato dal presidente Donald Trump) è il responsabile di tutta la rete di ‘human intelligence’.
La CIA è composta da direttorati: Analisi, Operazioni, Scienza e Tecnologia, Supporto, Innovazione Informatica, Centro Missioni all’estero (comprese quelle sotto copertura coordinate dal National Clandestine Service).
Dei 53 miliardi di budget destinati nel 2017 all’intera rete delle agenzie di intelligence statunitensi, 15 sono destinati alla CIA.
2) Federal Bureau of Investigation
L’FBI (Federal Bureau of Investigation) è l’agenzia primaria di controspionaggio. Come la CIA, è una struttura sia di intelligence sia di tutela e applicazione della legge. Detta in altra maniera, un po’ spie, un po’ sbirri. Una caratteristica quasi esclusiva della comunità d’intelligence americana. In gran parte dei Paesi d’Europa, Italia tra questi, i servizi di intelligence non sono uffici di polizia giudiziaria, ma strutture di raccolta dati e analisi.
3) Director of National Intelligence
DNI. Negli Stati Uniti, la struttura di collegamento tra le varie agenzie di intelligence nazionali – un organismo sostanzialmente burocratico con minore peso nei Paesi europei – risponde direttamente al presidente e all’ufficio di coordinamento tra tutti i Direttori delle agenzie, la ‘Intelligence Community’ che, con Obama, aveva a capo il generale James R. Clapper. Trump vorrebbe cancellare il DNI. Una idea che ha il sostegno scontato di tutti gli ‘operativi’, conflittualità trasversale nel mondo.
LA FRAMMENTAZIONE CON DIVERSE RILEVANZE
4) Air Force Intelligence
La US Air Force Intelligence si occupa di sorveglianza, analisi-elaborazione dei dati su tutto ciò che vola, aerei e mezzi spaziali e cyberspazio. I dettagli li prendiamo da LookOut: 50.000 unità, sia civili che militari, operative all’occorrenza in uno dei 63 Paesi in cui gli USA dispongono di una delle loro 763 basi militari all’estero.
Ripetiamo: 763 basi aeree Usa nel mondo dove prestano servizio circa 255mila persone. L’Air Force Intelligence serve soprattutto per controllare le reti di comunicazione, le aree di produzione di energie convenzionali e rinnovabili e le principali riserve idriche del pianeta.
5) Office of Naval Intelligence
L’Office of Naval Intelligence, il servizio interno della Marina, si occupa di informazioni geopolitiche, strategiche e militari. Ha un servizio tecnico e informatico di notevole rilievo. Anche i Marines dispongono di una struttura di intelligence autonoma denominata ‘Marine Corps Intelligence Activity‘. Si tratta di un servizio altamente operativo che fornisce supporto diretto alle missioni militari.
6) Coast Guard Intelligence
La Coast Guard Intelligence è responsabile della sicurezza delle popolazioni che risiedono nelle zone costiere e della protezione delle infrastrutture pubbliche lungo le coste.
7) Defense Intelligence Agency
La Defense Intelligence Agency, la Dia, risponde al ministero della Difesa e ha il compito di dare informazioni ai vertici militari. 16.500 elementi, tra civili e militari, operativi in tutto il mondo. La struttura è la maggior produttrice di dati riservati raccolti all’estero. Il suo direttore presiede il Military Intelligence Board, che coordina tutta la raccolta d’informazioni nel solo settore militare.
8) Army Intelligence
INSCOM (United States Army Intelligence e Security Command) opera con propri dipartimenti all’interno dell’esercito e dell’NSA, la National Security Agency. Raccoglie e fornisce informazioni di intelligence destinate ai comandi militari che coordinano operazioni sul campo (anche nel caso di operazioni congiunte con altri eserciti ONU e NATO), effettua operazioni di SIGINT (SIGnals INTelligence, spionaggio di segnali elettromagnetici) e di guerra cibernetica.
9) Department of Energy
La struttura d’intelligence del Dipartimento dell’Energia opera con 30 uffici autonomi su tutto il territorio degli Stati Uniti e si occupa di raccogliere informazioni su infrastrutture energetiche, tecnologie, dati finanziari sul sistema energetico nazionale e su quello dei suoi alleati o avversari.
10) Department of Homeland Security
Il Department of Homeland Security ha il compito di contrastare le minacce alla popolazione e alle infrastrutture del Paese. Il suo direttore risponde direttamente al presidente e al capo della CIA.
11) Bureau of Intelligence and Research
La rete di intelligence del Dipartimento di Stato, il loro ministero Esteri, è il Bureau of Intelligence and Research. Raccoglie dati soprattutto da fonti aperte, da reti confidenziali, dai report dei diplomatici, dal mondo accademico e da quello giornalistico. Si occupa di previsione strategica e di programmazione della sicurezza nazionale.
12) Office for Intelligence and Analysis
Dal 2004 il Dipartimento del Tesoro opera con una struttura di intelligence interna, l’Office for Intelligence and Analysis. Questa struttura si occupa di intelligence finanziaria, analisi delle operazioni di riciclaggio nell’economia terroristica, prevenzione di possibili minacce alla stabilità della moneta e agli investimenti interni ed esteri del Paese.
13) National Security Intelligence Office
La Drug Enforcement Administration, la DEA, dispone di una rete informativa specifica, il National Security Intelligence Office. Obiettivo della struttura è fornire informazioni per il contrastato dei traffici di droga all’interno del territorio nazionale e quelli che arrivano da Paesi esteri.
14) National Security Agency
L’NSA (National Security Agency/Central Security Service) si occupa dei sistemi informativi e delle reti informatiche, proteggendo quelli nazionali e cercando di penetrare quelli dei Paesi esteri. Con la Cia, è la più importante agenzia di spionaggio.
15) National Reconnaissance Office
L’NRO (National Reconnaissance Office) raccoglie e analizza i dati provenienti dalle rilevazioni satellitari. Segnala movimenti di truppe, infrastrutture militari attive o in costruzione, emergenze ambientali. Utilizza in gran parte personale della CIA e del Dipartimento di Stato.
16) National Geospatial-Intelligence Agency
La NGA, National Geospatial-Intelligence Agency, è struttura di supporto di intelligence sia per le missioni militari, rispondendo al Dipartimento della Difesa, sia all’Intelligence Community per cui si occupa di GEOINT (Geospatial Intelligence), vale a dire monitoraggio, raccolta e analisi di immagini e informazioni geospaziali. L’NGA fornisce anche assistenza per far fronte a calamità naturali o catastrofi provocate dall’uomo, o per per la pianificazione e la messa in sicurezza di grandi eventi come le Olimpiadi del 1996 ad Atlanta.
Fonte
02/03/2017
Il nostro mondo visto con la lente dei servizi segreti
La relazione annuale che i servizi di sicurezza hanno consegnato al Parlamento analizzando il quadro delle “minacce” nel 2016, per molti aspetti appare quest’anno piuttosto “imperscrutabile” e strumentale per fini propri.
Analizzata nel suo complesso, appare largamente elaborata durante il governo Renzi, rimasto in carica fino al 5 dicembre dello scorso anno, e questo per almeno due motivi:
1) la parte dedicata all’analisi del disagio sociale come “humus” nel quale possono prosperare le spinte sovversive si è fortemente assottigliata. Del resto per il governo Renzi nel paese “andava tutto bene” e dunque gli apparati di sicurezza non potevano dare un’immagine diversa da quella ispirata dalla Presidenza del Consiglio;
2) proprio durante il governo Renzi, tra Palazzo Chigi e i vertici dei servizi c’è stata parecchia maretta sulla cabina di comando per la cybersicurezza alla quale viene dato amplissimo risalto nella relazione annuale. Un modo neanche troppo velato per dire che è su questo settore della sicurezza che vanno convogliati e aumentati i finanziamenti, anche a scapito delle attività investigative tradizionali che – con un paese con ridotte tensioni sociali o criminali – non hanno ragione di essere ampliate, semmai vanno sostituite con una maggiore organizzazione dei sistemi di controllo informatici.
Molte delle analisi sulla relazione annuale dei servizi circolate in questi giorni, si sono soffermate soprattutto sul capitolo titolato “Spinte eversive e antisistema”, dove però, tranne qualche passaggio, assistiamo sostanzialmente ad un copia e incolla della relazione dello scorso anno.
Quattro pagine dedicate agli anarchici-insurrezionalisti, una ai gruppi marxisti-leninisti, tre sui movimenti antagonisti e una paginetta e mezza sui gruppi fascisti.
Non può non essere sottolineata la perdurante “perversione” per cui, come al solito, si dedicano otto pagine alla “eversione” di sinistra e solo una paginetta ai fascisti. Ma soprattutto va sottolineato e respinto lo schema che in una relazione sulla sicurezza del paese, appiattisce sullo stesso livello di minaccia gli anarchici-insurrezionalisti (dei quali si continua a presentare la caricatura dei bombaroli e basta) con le lotte sociali sindacali e ambientali. Viene infatti confermato lo schema di lettura secondo cui c’è disagio sociale e c’è chi lo strumentalizza, come se l’organizzazione dei soggetti sociali del disagio per rimuoverne le cause debba essere ritenuta un problema di sicurezza e non di soluzione ai problemi.
Anche in questo l’analisi annuale dei servizi segreti non presenta grandi novità, anzi presenta una situazione piuttosto normalizzata del paese.
“Sul versante di piazza, l’area antagonista, probabilmente anche a causa della sua frammentazione, non è riuscita a coinvolgere nella mobilitazione il nuovo proletariato urbano” scrivono i servizi, “Nell’ultima parte dell’anno le varie componenti del movimento hanno recuperato una certa coesione intorno alla campagna per il NO al referendum costituzionale percepita come un obiettivo tattico e un’occasione propizia per coinvolgere nel processo conflittuale le varie istanze che si oppongono al governo”.
Relativamente alla categoria di nuovo proletariato metropolitano, nella relazione viene sottolineato come
Sul piano dell’analisi però i servizi colgono una novità relativa all’imperialismo europeo prima assente dalle loro osservazioni. In un riquadro dedicato proprio al fronte antagonista contro la guerra, scrivono che
Scrivono infatti che:
Nella relazione, e vale la pena di leggerlo con attenzione, è scritto che:
Fonte
Analizzata nel suo complesso, appare largamente elaborata durante il governo Renzi, rimasto in carica fino al 5 dicembre dello scorso anno, e questo per almeno due motivi:
1) la parte dedicata all’analisi del disagio sociale come “humus” nel quale possono prosperare le spinte sovversive si è fortemente assottigliata. Del resto per il governo Renzi nel paese “andava tutto bene” e dunque gli apparati di sicurezza non potevano dare un’immagine diversa da quella ispirata dalla Presidenza del Consiglio;
2) proprio durante il governo Renzi, tra Palazzo Chigi e i vertici dei servizi c’è stata parecchia maretta sulla cabina di comando per la cybersicurezza alla quale viene dato amplissimo risalto nella relazione annuale. Un modo neanche troppo velato per dire che è su questo settore della sicurezza che vanno convogliati e aumentati i finanziamenti, anche a scapito delle attività investigative tradizionali che – con un paese con ridotte tensioni sociali o criminali – non hanno ragione di essere ampliate, semmai vanno sostituite con una maggiore organizzazione dei sistemi di controllo informatici.
Molte delle analisi sulla relazione annuale dei servizi circolate in questi giorni, si sono soffermate soprattutto sul capitolo titolato “Spinte eversive e antisistema”, dove però, tranne qualche passaggio, assistiamo sostanzialmente ad un copia e incolla della relazione dello scorso anno.
Quattro pagine dedicate agli anarchici-insurrezionalisti, una ai gruppi marxisti-leninisti, tre sui movimenti antagonisti e una paginetta e mezza sui gruppi fascisti.
Non può non essere sottolineata la perdurante “perversione” per cui, come al solito, si dedicano otto pagine alla “eversione” di sinistra e solo una paginetta ai fascisti. Ma soprattutto va sottolineato e respinto lo schema che in una relazione sulla sicurezza del paese, appiattisce sullo stesso livello di minaccia gli anarchici-insurrezionalisti (dei quali si continua a presentare la caricatura dei bombaroli e basta) con le lotte sociali sindacali e ambientali. Viene infatti confermato lo schema di lettura secondo cui c’è disagio sociale e c’è chi lo strumentalizza, come se l’organizzazione dei soggetti sociali del disagio per rimuoverne le cause debba essere ritenuta un problema di sicurezza e non di soluzione ai problemi.
Anche in questo l’analisi annuale dei servizi segreti non presenta grandi novità, anzi presenta una situazione piuttosto normalizzata del paese.
“Sul versante di piazza, l’area antagonista, probabilmente anche a causa della sua frammentazione, non è riuscita a coinvolgere nella mobilitazione il nuovo proletariato urbano” scrivono i servizi, “Nell’ultima parte dell’anno le varie componenti del movimento hanno recuperato una certa coesione intorno alla campagna per il NO al referendum costituzionale percepita come un obiettivo tattico e un’occasione propizia per coinvolgere nel processo conflittuale le varie istanze che si oppongono al governo”.
Relativamente alla categoria di nuovo proletariato metropolitano, nella relazione viene sottolineato come
“Da più parti è stata evidenziata la necessità di elevare il livello della protesta interpretando adeguatamente e dando voce al diffuso disagio che si vive in particolare nelle periferie, reputate luogo simbolo della disuguaglianza sociale, nonché importante bacino da sfruttare per l’attivismo di piazza”.Interessante, ma già segnalata nella relazione dello scorso anno, la previsione del rischio che sul piano sociale vada ad aumentare lo scontro tra movimenti della sinistra antagonista con i gruppi neofascisti. Secondo i servizi:
“continueranno a verificarsi episodi di contrapposizione (provocazioni, aggressioni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramenti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione”.Sui conflitti nel mondo del lavoro, la relazione dei servizi si limita a registrare che
“Sul fronte occupazionale, le formazioni oltranziste, interessate a strumentalizzare vertenze e situazioni di tensione, hanno continuato ad incontrare difficoltà a proporsi come efficace alternativa ai sindacati tradizionali, fatta eccezione per gli ambiti lavorativi meno strutturati o connotati da una dimensione di estrema precarietà”.Dunque il sindacalismo conflittuale non ha trovato spazio nei settori lavorativi stabili ma è cresciuto in quelli più precari. Scrive ancora la relazione:
“Tra i settori più permeabili alle dinamiche contrappositive hanno continuato ad evidenziarsi quelli dei call center e delle cooperative operanti nel comparto della logistica, ove viene impiegata manodopera in prevalenza straniera. In tale ultimo settore il blocco delle merci e la conseguente paralisi dell’attività sono stati ciclicamente “agitati” come il migliore strumento di lotta, da adoperarsi in maniera sistematica per innescare il confitto”.Interessante la radiografia sul movimento No Tav, quello forse più attenzionato dai servizi e colpito dalla repressione giudiziaria/poliziesca.
“Sul versante delle lotte ambientaliste, la campagna contro l’Alta Velocità in Val di Susa, considerata emblema delle lotte di resistenza popolare contro le imposizioni dello Stato, ha attraversato una fase di minor vigore, anche a causa del persistere delle divergenze strategico-operative tra gli attivisti anarchici e le altre componenti valligiane che animano la protesta”.Una parte della relazione dei servizi di sicurezza è dedicata però anche al movimento contro la guerra e antimilitarista. Forte preoccupazione per la crescita delle proteste contro le basi militari in Sicilia e in Sardegna, vengono attenzionati i movimenti che sviluppano solidarietà con le lotte del popolo palestinese, con le repubbliche del Donbass e con i curdi del Rojava.
Sul piano dell’analisi però i servizi colgono una novità relativa all’imperialismo europeo prima assente dalle loro osservazioni. In un riquadro dedicato proprio al fronte antagonista contro la guerra, scrivono che
“L’attivismo in chiave antimilitarista si è tradotto in un’intensificazione della propaganda controinformativa, diffusa sia in rete che nei circuiti d’area, che ha stigmatizzato, tra gli altri aspetti, la percepita intensificazione delle politiche autoritarie e repressive in ambito nazionale e il protagonismo dell’Unione Europea, indicata come nuovo polo dell'imperialismo capitalista, potenzialmente alternativo e autonomo rispetto a quello statunitense”.Altre osservazioni interessanti sulla relazione annuale relative al “fronte interno”, leggibili nella sezione “Scenari e tendenze: una sintesi”. Qui c’è finalmente un tentativo di analisi delle contraddizioni crescenti nella situazione europea. Ne riportiamo integralmente uno stralcio:
“Il 2016 ha fatto registrare due sviluppi in grado di influire sugli equilibri geopolitici su scala mondiale e cioè il voto referendario, in Gran Bretagna, a sostegno della Brexit e l’affermazione, negli USA, di un’Amministrazione con un’agenda fortemente innovativa nel segno di un profondo cambiamento. Molti analisti, sullo sfondo di tali risultati, hanno evocato il tema di una graduale erosione del ruolo e dello stile di vita delle classi medie rispetto a un processo di globalizzazione percepito da segmenti delle società economicamente più avanzate come causa di disuguaglianze e, conseguentemente, di una dilatata base di disagio, disoccupazione e povertà.E’ in questo capitolo che viene finalmente analizzato il nesso tra crisi sociale e problemi della sicurezza.
La tendenza ad un progressivo ripiegamento sulla dimensione interna declinatasi, a livello europeo, anche in una strisciante disaffezione verso il progetto di integrazione politica, si è accompagnata, più in generale, a segnali di un accresciuto protagonismo degli Stati-nazione in termini di reciproca, intensificata competizione, di assertività sulla scena internazionale e di emancipazione rispetto all’influenza delle istituzioni sovranazionali.
È andata inoltre consolidandosi la percezione di una insufficiente incisività della Comunità internazionale a fronte delle perduranti situazioni di conflitto in numerose aree del mondo e soprattutto nella regione mediterranea.
Nell’incertezza e nella fluidità degli scenari, un dato certo è che le vicende che hanno attraversato il 2016 e, soprattutto, le interconnessioni dinamiche tra sviluppi politici, linee di tendenza e sfide securitarie trovano nel continente europeo un significativo catalizzatore sul piano strategico.
La presa d’atto di una realtà complessa e in rapido mutamento ha concorso ad animare il dibattito sull’Europa: ci attende una stagione di riflessione e confronto peraltro in concomitanza con tornate elettorali in Paesi fondatori della UE su correttivi, rimodulazioni e rinnovate architetture funzionali a imprimere reiterato impulso al percorso di integrazione europea.
L’appuntamento della celebrazione, a Roma, del 60° anniversario della firma dei Trattati europei fornirà l’occasione per verificare orientamenti, opportunità e linee di convergenza.
Il nostro Paese guarda alle evoluzioni in atto con una duplice consapevolezza: da un lato, la pronunciata esposizione dell’Italia alle sfide rappresentate dal terrorismo jihadista, dai massicci flussi migratori irregolari e da una non ancora piena ripresa economica e, dall’altro, la necessità di perseverare nelle tradizionali linee di politica estera, fondate sul solido rapporto transatlantico, sulla convinta adesione al progetto europeo e sulla tradizionale funzione di cerniera geostrategica tra Nord e Sud del Mediterraneo.
Il rafforzamento dell’Unione Europea con gli opportuni ribilanciamenti che tengano in debito conto le peculiarità degli Stati membri – rappresenta un obiettivo ineludibile, non solo perché nell’attuale contesto globalizzato la dimensione europea di un mercato unico di circa 500 milioni di consumatori assicura potere negoziale, massa critica, attrattiva per gli investimenti e capacità di resilienza, ma anche e soprattutto per i riflessi sul piano della sicurezza”.
“La crescita, in numerosi Paesi, di ampie fasce di disagio e bisogno ed il ridimensionamento di molti sistemi di welfare, renderanno peraltro la competizione economica sempre più vitale anche tra Stati tradizionalmente allineati e membri degli stessi consessi internazionali. Anche la tutela degli asset nazionali di pubblico interesse ha assunto ulteriore valenza negli ultimi anni e si consoliderà nel tempo, in quanto la crescente circolazione di flussi finanziari rende più difficile distinguere tra investimenti strettamente finanziari ed azioni ostili come acquisizioni di controllo con finalità strategiche. Di assoluto rilievo per l’anno a venire è anche l’azione informativa a tutela del sistema bancario e finanziario. Andranno inoltre seguite con immutata attenzione le tematiche attinenti ai mercati internazionali dell’energia, fondamentali per la stabilità stessa del nostro Paese”.Un preambolo questo che segnala anche la vulnerabilità del sistema economico italiano rispetto alle incursioni delle muiltinazionali e della finanza straniera, un dettaglio ormai chiaramente leggibile con il saccheggio di industrie, risorse e brevetti da parte di gruppi capitalistici di altri paesi, in particolare tedeschi e francesi. Ma è qui che i servizi segreti individuano le possibili minacce che possono derivare dalla connessione tra il perdurare della crisi e della recessione con i conflitti sociali.
Scrivono infatti che:
“Anche l’Italia, come molti Paesi, continuerà nel 2017, nonostante l’avviata ripresa, a risentire delle conseguenze della lunga crisi iniziata nel 2008. È un clima economico che molte famiglie vivono con difficoltà e disagio, che potrebbe favorire l’insorgere di una maggiore conflittualità sociale a sua volta alimentata e strumentalizzata da parte di componenti antagoniste per riportare attenzione e attualità alle loro istanze, di cui potrebbe essere corollario una accresciuta mobilitazione di frange estremiste di opposto orientamento. Sono fenomeni da monitorare anche a fini preventivi nelle loro varie espressioni e manifestazioni, tenuto anche conto del fatto che l’Italia ospiterà numerosi eventi internazionali di rilievo, tra cui quelli legati alla Presidenza di turno del G7. Parallelamente, ristretti circuiti che si richiamano all’esperienza degli "anni di piombo" continuano a ricercare spunti teorici per attualizzare il messaggio rivoluzionario”.Infine, ma non certo per importanza, c’è un capitoletto di estremo interesse sul reclutamento nei servizi segreti, con un rilievo particolare all'università che assume, secondo i nuovi criteri dell’intelligence, il valore di una alleanza strategica sul versante delle conoscenze e dell’expertise.
Nella relazione, e vale la pena di leggerlo con attenzione, è scritto che:
“Da un lato, l’intelligence – strumento non convenzionale, che opera sulla linea più avanzata per la difesa delle Istituzioni democratiche – attraverso la relazione con l’Accademia si pone in condizione di offrire ai decisori pubblici e agli operatori privati un prodotto informativo arricchito dal patrimonio di conoscenze elaborate in sede scientifico-accademica; dall’altro, l’Università trova nel Sistema per la sicurezza della Repubblica – a tutto vantaggio dell’interesse nazionale – un importante terminale della propria attività di ricerca, concorrendo nell’interpretazione di dinamiche sociali, culturali e politiche in continua evoluzione, e nel predisporre modelli e strategie efficaci ai fini della protezione degli interessi politici, militari, economici, scientifici ed industriali dell’Italia.Tutta la parte finale della relazione annuale è invece dedicata alla prevenzione del cybercrime, del cyberterrorismo e all’enfasi con cui viene chiesto al parlamento e al governo di dedicare a questo settore maggiori risorse (il via è stato dato nel 2013 e poi sancito con apposito provvedimento nel 2016), magari evitando sparate avventuristiche e sgradite come quella di Renzi che a capo di questo settore (in espansione e lucroso) voleva mettere il suo compagno di merende Carrai. E’ per questo motivo che la relazione annuale dei servizi segreti al Parlamento ci sembra molto ma molto funzionale ai propri interessi di bottega e meno “di spessore” rispetto agli anni scorsi.
L’alleanza intelligence-università è particolarmente feconda in tema di sicurezza cibernetica. Tra le numerose iniziative in corso, riveste rilievo la collaborazione strutturata con il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI) – cui partecipano centinaia di accademici e ricercatori appartenenti a decine di Università Italiane – che ha dato vita al Laboratorio Nazionale in tema di cybersecurity finalizzato allo sviluppo di progetti di ricerca e capace di erogare formazione di livello avanzato nel settore di riferimento”.
Fonte
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