di Alessandro Volpi
L’Ucraina spara droni contro San Pietroburgo nel giorno in cui proprio nell’ex città imperiale si apre il St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), giunto alla ventinovesima edizione.
Si tratta di un incontro, che durerà fino al 6 giugno, a cui partecipano i rappresentanti di governi e aziende di 130 paesi del mondo, con una chiara predominanza della rete dei Brics, a cominciare da Cina, rappresentata dal vice presidente Han Zheng, India e Brasile.
Un ruolo centrale avranno i paesi africani e quelli del Golfo, con la presenza degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, ospite speciale, a cui si affiancano colossi come l’Indonesia e il Vietnam. Naturalmente ci saranno quasi tutte le grandi aziende di questi paesi, sia le grandi corporation pubbliche, dall’energia, all’acciaio, all’automotive, all’IA fino alle commodities, sia quelle private.
Solo per fornire tre dati di riferimento è possibile ricordare che questi paesi muovono un terzo delle merci globali, il loro interscambio è superiore ad un quinto del commercio internazionale e, soprattutto, controllano quasi per intero le risorse energetiche e minerarie critiche, necessarie al resto del Mondo.
In particolare nei prossimi tre giorni, saranno oggetto di discussione, tra le altre, la questione delle rotte commerciali, della dedollarizzazione e dell’interazione finanziaria.
A proposito di uscita dalla dipendenza dal dollaro, uno dei temi cruciali è il passaggio definitivo ai pagamenti in Rubli, Yuan cinesi, Rupie indiane e Dirham degli Emirati Arabi per quanto riguarda il settore degli idrocarburi a cui si abbina la definizione di come diversificare le riserve della Banca Centrale russa verso l’oro e le valute dei paesi BRICS, per evitare nuovi congelamenti di asset da parte di Washington o Bruxelles.
Interessante, in tale prospettiva, è anche il riferimento all’eventualità di creazione di “sandbox” (ambienti di prova) legali per permettere alle grandi aziende russe e dei paesi Brics di usare criptovalute o stablecoin ancorate all’oro per pagare le forniture internazionali, mentre per quel che concerne il sistema dei pagamenti è oggetto di discussione il potenziamento di Infrastrutture indipendenti dallo SWIFT, con sviluppo di canali di messaggistica finanziaria alternativi gestiti dalle banche centrali dei paesi non occidentali, e di valute digitali di banche centrali, a partire dallo Yuan digitale, per regolare i pagamenti transfrontalieri saltando l’intermediazione bancaria tradizionale.
Peraltro, con il crescente isolamento dall’Occidente, la Russia ha approvato leggi per testare la finanza islamica in alcune regioni (come il Tatarstan e la Cecenia).
Al forum si discute come standardizzare questi strumenti per facilitare l’ingresso di capitali dai paesi del Golfo e dalla Malesia, che seguono i principi della Sharia (niente interessi, condivisione del rischio).
Nella stessa ottica, il Forum tenderà ad incoraggiare l’emissione di debito pubblico dei vari paesi in Yuan, anche per fronteggiare la profonda crisi dei mercati obbligazionari “occidentali”, minacciati dal super debito Usa.
In estrema sintesi, larga parte del mondo si riunisce a San Pietroburgo per definire le strategie del futuro mentre il Segretario della Nato, Rutte, vola a Kiev e Zelensky lancia droni proprio contro San Pietroburgo.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/04/2017
Je suis…?
Non è una notizia l’assenza di solidarietà alla Russia seguita all’attentato di San Pietroburgo dell’altro ieri. Sarebbe stato sospetto il contrario. Questo silenzio smaschera semmai la doppia morale vigente riguardo al “terrorismo”, fenomeno tutt’altro che “unificante” nella sua violenza. Già oggi (due giorni dopo!) la notizia è scomparsa dalle principali testate, sostituita casualmente dal puntuale ritorno delle “armi chimiche” in Siria utilizzate da Assad quindi da Putin. La Russia è tornata sul banco degli imputati, posto che occupa d’altronde senza rivali. Il tono medio del racconto giornalistico consigliava in ogni caso la pronta archiviazione del caso, onde evitare torsioni cabarettistiche che stavano prendendo piede sui giornali. Nel regime mediatico unificato le motivazioni suggerite erano: Putin se l’è cercata, così impara a bombardare in giro per il mondo; Putin non ha il controllo del territorio e delle sue principali città, segno di debolezza; Putin è l’artefice diretto dell’attentato per sviare l’attenzione dalle proteste liberali della scorsa settimana. Poco da piangere le vittime di San Pietroburgo, il problema è Putin, quindi affari suoi. Con buona pace della “sacralità della vita” e dei “valori universali dell’Occidente”, retoriche che ci travolgono a ogni attentato dalle nostre parti, ma – evidentemente – non così universali da comprendere anche le parti del mondo fuori dai confini euro-atlantici.
Il problema, in questo caso, non sta tanto nel rimestare la peggiore dietrologia sovietologica, ma l’assenza della stessa dietrologia nel caso di vittime occidentali. Se l’attentato fosse stato commesso in qualche città europea, la narrazione a senso unico avrebbe ostruito ogni racconto dei fatti non convenzionale. Parigi, Londra o Berlino partecipano agli stessi bombardamenti di territori altrui, eppure nelle precedenti circostanze nessuna voce ha trovato spazio nel mainstream rispetto alle politiche imperialiste europee in Medioriente. La polemica sul mancato controllo del territorio, nei precedenti attentati, subito silenziata dalla versione del “non possiamo controllare tutto” e del “dobbiamo convivere col terrore”. Per non dire degli attentati pro domo propria, versione complottistica impensabile in Occidente ma perfettamente calzante nel caso russo, anzi: la versione implicitamente preferita nelle grandi interpretazioni lette sui giornali in questi due giorni.
Questa doppia morale non ci impressiona, ma dovrebbe contribuire a smentire le fondamenta del racconto sull’Occidente in guerra contro il terrorismo: in primo luogo, i terroristi non colpiscono alcun “modo di vita occidentale”. Come evidente, i “terroristi” colpiscono un po’ ovunque, a prescindere dall’Occidente e dai suoi “valori”, e lo fanno per una strategia politica, non perché religiosamente avversi alla secolarizzazione europea. Secondo poi, non vale alcuna “sacralità della vita”: le vittime europee (e nord-americane) hanno un peso diverso, e questo non è determinato dalla vicinanza geografica con gli attentati (visto che un attentato negli Usa ha più risalto di uno in Russia – che pure fa parte integrante dello spazio europeo), quanto dal valore politico dei morti. I morti occidentali servono alla costruzione di una narrazione legittimante (e pacificante) volta ad aggregare consensi trasversali attorno alle politiche imperialiste e neocoloniali nei territori mediorientali. I morti russi (asiatici, africani, latinoamericani, eccetera) non servono a tale discorso. E allora ecco tornare il complottismo delle classi dominanti, quello per cui tra la verità ufficiale e la verità materiale c’è sempre uno scarto determinato dagli interessi del potere. Non una grande novità, ma per chi fa dell’anticomplottismo la maschera per legittimare il potere costituito, l’ennesima contraddizione con cui fare i conti.
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Il problema, in questo caso, non sta tanto nel rimestare la peggiore dietrologia sovietologica, ma l’assenza della stessa dietrologia nel caso di vittime occidentali. Se l’attentato fosse stato commesso in qualche città europea, la narrazione a senso unico avrebbe ostruito ogni racconto dei fatti non convenzionale. Parigi, Londra o Berlino partecipano agli stessi bombardamenti di territori altrui, eppure nelle precedenti circostanze nessuna voce ha trovato spazio nel mainstream rispetto alle politiche imperialiste europee in Medioriente. La polemica sul mancato controllo del territorio, nei precedenti attentati, subito silenziata dalla versione del “non possiamo controllare tutto” e del “dobbiamo convivere col terrore”. Per non dire degli attentati pro domo propria, versione complottistica impensabile in Occidente ma perfettamente calzante nel caso russo, anzi: la versione implicitamente preferita nelle grandi interpretazioni lette sui giornali in questi due giorni.
Questa doppia morale non ci impressiona, ma dovrebbe contribuire a smentire le fondamenta del racconto sull’Occidente in guerra contro il terrorismo: in primo luogo, i terroristi non colpiscono alcun “modo di vita occidentale”. Come evidente, i “terroristi” colpiscono un po’ ovunque, a prescindere dall’Occidente e dai suoi “valori”, e lo fanno per una strategia politica, non perché religiosamente avversi alla secolarizzazione europea. Secondo poi, non vale alcuna “sacralità della vita”: le vittime europee (e nord-americane) hanno un peso diverso, e questo non è determinato dalla vicinanza geografica con gli attentati (visto che un attentato negli Usa ha più risalto di uno in Russia – che pure fa parte integrante dello spazio europeo), quanto dal valore politico dei morti. I morti occidentali servono alla costruzione di una narrazione legittimante (e pacificante) volta ad aggregare consensi trasversali attorno alle politiche imperialiste e neocoloniali nei territori mediorientali. I morti russi (asiatici, africani, latinoamericani, eccetera) non servono a tale discorso. E allora ecco tornare il complottismo delle classi dominanti, quello per cui tra la verità ufficiale e la verità materiale c’è sempre uno scarto determinato dagli interessi del potere. Non una grande novità, ma per chi fa dell’anticomplottismo la maschera per legittimare il potere costituito, l’ennesima contraddizione con cui fare i conti.
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04/04/2017
La strage di Pietroburgo e il contrasto politico al terrorismo
La strage di San Pietroburgo non aggiunge nulla di nuovo a quel che sapevamo
del modus operandi del terrorismo Jihadista: tutto come da copione dei
casi di Madrid, Londra eccetera. Il che rende ancora più strana la
strage londinese che ha “sprecato” (consentitemi l’espressione) uno
scenario come Westminster per un attentato a così basso potenziale
terroristico, mentre da altra parte il terrorismo jihadista esprime una
aggressività ben maggiore. Tutto può essere, ma l’attentato londinese
sembra più opera di un personaggio isolato (o, al massimo, collegato a
pochi complici) e non in contatto con l’Isis o simili, mentre qui, nel
caso russo, siamo perfettamente nell’ambito della strage jihadista.
Comunque sia, questa strage segna il ritorno del terrorismo radicale
islamico in grande stile, dopo circa un anno di relativo calo del
fenomeno.
Come è fisiologico, anche in questo caso non tutto è chiaro:
la polizia parla di ordigno rudimentale, ma questo non pare, dato che è
stato fatto esplodere a distanza, ha avuto un potenziale non proprio
basso e per di più è stato compiuto in un paese dove entrare non è
semplicissimo, dove i controlli di polizia sono stringenti ed i servizi
segreti hanno un notevole livello di efficienza.
Anzi proprio questo qualche dubbio lo fa nascere: in rete c’è la foto
del presunto attentatore, chiaramente di origine centro asiatica, con
il suo bravo berretto che lo identifica come tale, barba folta senza
baffi (che fa pensare ad un salafita) e pastrano lungo chiuso. Manca
solo che porti un cartello: “Porto bombe”. Come abbia fatto a passare
inosservato un personaggio così in una città della Russia settentrionale
(altra cosa sarebbe stata se fosse accaduta a Saratov oppure Orenburg
dove il tipo è assai più comune) e senza un controllo di polizia?
Per di più in una giornata resa particolare dalla presenza in città
del Presidente per l’incontro con un altro Capo di Stato. Altra
stranezza è la rivendicazione dell’Isis che tarda a venire.
Certo: cose che possono accadere (il che, peraltro, dimostra che
frontiere chiuse, rete di controlli di polizia, servizi segreti occhiuti
possono rendere più difficile un’azione terroristica ma non impedirla
in assoluto e, se uno vuol fare una strage, la fa) ed un certo tasso di
stranezze e cose non spiegate è fisiologico nei casi di terrorismo.
Tuttavia, siamo sicuri al 100% che si tratti di un attentato jihadista?
Certo, quella del radicalismo islamico resta la pista più seria e
probabile, ma non è detto che sia l’unica da prendere in considerazione:
a trarre giovamento dall’episodio saranno in diversi, da quei settori
di intelligence americana che non sono in linea con il Presidente
fautore della distensione con Mosca, agli stessi servizi russi che
traggono giovamento nella repressione del dissenso interno ed in un
momento non proprio tranquillo. O forse oppositori di Putin nella
nomenklatura. Ormai siamo in un mondo in cui, più che della ricerca
degli stragisti, conta occuparsi delle conseguenze politiche di un gesto
di questo tipo, che possono coinvolgere anche soggetti molto distanti
dall’area di probabile provenienza del colpo. Per il resto, qualunque
attentato ha già un colpevole bello pronto: lo jihadista della porta
accanto e questo invoglia anche altri a mettersi sulla scia.
Quello che balza agli occhi è quanto sia pericoloso il perdurare di
questa situazione. Ormai ci stiamo abituando (da un quindicennio) alla
strage periodica degli jihadista: un po’ di indignazione, lutto, solite
storie di vita delle vittime, deprecazione dei maledetti islamici e poi
tutto torna come prima, in attesa della prossima strage, in quella che
ormai sembra una nuova “normalità”.
Non è così: questa cronicizzazione del terrorismo porta con sé ulteriori degenerazioni e pericoli molto peggiori.
E mi pare che sia il caso di interrogarci sulla reale efficacia del
contrasto allo jihadismo operato in questi anni: se dopo 16 anni dalle
due Torri siamo ancora a questo punto, anche se non sono mancati colpi
molto duri al nemico, come la morte di Bin Ladin, qualcosa non ha
funzionato.
La verità, insisto sino alla noia su questo punto, è che è
mancato il contrasto politico al radicalismo islamico. La guerra con il
terrorismo non si vince solo sul piano del contrasto militare e di
polizia, anche se entrambe le cose sono necessarie.
Ad esempio, qualcuno vuole spiegarci come fa l’Isis, dopo tre anni, a
fornirsi di armi e munizioni che non si capisce per quali strade
passino? E cosa sappiamo delle reti europee della jihad? Mai si sono
spese tante risorse di intelligence (sia di uomini che di denaro,
apparecchiature ecc.) per combattere un fenomeno terroristico e mai i
risultati sono stati così deludenti, Qualcosa vorrà dire.
03/04/2017
Una bomba nella metro a San Pietroburgo
Continua a salire il numero di morti per l'attentato terroristico di oggi, intorno alle 13:30 ora italiana, nella metropolitana di Pietroburgo. I dieci morti comunicati inizialmente, sono passati a 9 un paio d'ore dopo; poi però sono deceduti alcuni dei feriti più gravi. Al momento, il numero di morti sarebbe almeno di 12 persone, oltre a una cinquantina di feriti.
L'ordigno sarebbe esploso all'interno del terzo vagone del convoglio della metropolitana, quando il treno era appena partito dalla stazione “Piazza Sennaja” in direzione della fermata “Istituto tecnologico”, lungo la linea azzurra della rete metropolitana e la prima parte del convoglio aveva già imboccato il tunnel. Notizie contraddittorie, su una seconda esplosione nello stesso convoglio erano state all'inizio diffuse da alcuni media, ma in seguito smentite da Interfax, mentre il Comitato nazionale per l'antiterrorismo avrebbe confermato il ritrovamento di un altro ordigno inesploso alla stazione “Piazza dell'insurrezione”.
Alle 16 ora italiana, il Comitato nazionale per l'antiterrorismo aveva notificato il numero delle vittime: 9 morti e oltre 20 feriti, di cui alcuni in modo grave, tanto che per due dei feriti gravi era stata diagnosticata la morte clinica e in seguito ne è stata annunciata la morte.
Interfax scrive che alcune telecamere di controllo avrebbero ripreso il probabile attentatore; ma pare non ci siano conferme.
Secondo il racconto di un testimone, nel vagone in cui si è verificata l'esplosione, i passeggeri sembravano preparati al peggio: “tutti pensavano che sarebbero morti. Dopo lo scoppio, tutti aspettavano altre conseguenze; poi ci hanno visti e hanno iniziato loro stessi ad aiutarsi reciprocamente a uscire (dal vagone); la maggior parte erano coperti di sangue”. Un altro testimone ha detto che sono passati alcuni minuti prima dell'evacuazione: “Ho visto almeno 3 o 4 morti; i servizi d'emergenza sono arrivati in 5-7 minuti”.
Pravda.ru scrive che sette ore prima dell'esplosione, una cittadina di Kiev, tale Ekateriana Rubanova aveva messo su Instagram la propria foto aggiungendo che lunedì ci sarebbe stato un attentato: “Da molto tempo non ci sono stati atti terroristici... Oggi ce ne sarà uno. Aspettate”. Alcuni commenti di apprezzamento per l'esplosione, pubblicati inizialmente sui social media da cittadini ucraini, sono stati in seguito rimossi.
Ai margini dell'incontro con il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, proprio a Pietroburgo, in occasione della ricorrenza della proclamazione dello Stato unitario Russia-Bielorussia nel 1996 (all'ordine del giorno: prospettive di ulteriore integrazione eurasiatica, problemi internazionali e regionali, oltre alle dispute sorte ultimamente tra Minsk e Mosca, in particolare a proposito del prezzo di gas e petrolio) Vladimir Putin ha detto che vengono seguite tutte le possibili piste, a partire da quelle della criminalità, ma soprattutto ovviamente quelle di carattere terroristico.
Il portavoce della procura generale Aleksandr Kurennoj ha dichiarato trattarsi di un attentato terroristico e che comunque si vagliano “tutti gli aspetti legati alla sicurezza all'interno della metropolitana, per evitare che azioni simili possano ripetersi”.
In un'intervista all'agenzia NSN, il deputato Oleg Nilov ha dichiarato: “Non credo sia una coincidenza! A mio avviso, si tratta di un attacco terroristico calcolato, con l'obiettivo di provocare il massimo danno e raggiungere il massimo effetto. Evidentemente, c'era la volontà di colpire per fare più male possibile, nel momento in cui in città ci sono non solo presidente della Russia, rappresentanti del governo, deputati, ma anche un gran numero di giornalisti. E' una palese cinica azione dei nostri nemici".
Proprio oggi Putin aveva presieduto un incontro in città con i partecipanti al Fronte popolare panrusso, il movimento sorto nel 2011 su iniziativa dell'allora primo ministro Vladimir Putin, per raccogliere il maggior numero di alleati “indipendenti” attorno al partito presidenziale Russia Unita.
Tra le reazioni esterne, The Washington Times aveva in un primo momento corredato la notizia dell'attentato con immagini della manifestazione “contro la corruzione” dello scorso 26 marzo, svoltasi anche a Pietroburgo, contemporaneamente a quelle di Mosca e di altre città della Russia. In seguito a richieste di chiarimenti da parte del Ministero degli esteri russo, l'immagine è stata rimossa; ma il gesto iniziale si commenta da sé.
La Tass pubblica anche alcuni video dell'accaduto.
https://youtu.be/XBgx99MVudI
https://youtu.be/-aF1ig6Pr8g
https://youtu.be/xWOd1EQUOVU
Fonte e foto
L'ordigno sarebbe esploso all'interno del terzo vagone del convoglio della metropolitana, quando il treno era appena partito dalla stazione “Piazza Sennaja” in direzione della fermata “Istituto tecnologico”, lungo la linea azzurra della rete metropolitana e la prima parte del convoglio aveva già imboccato il tunnel. Notizie contraddittorie, su una seconda esplosione nello stesso convoglio erano state all'inizio diffuse da alcuni media, ma in seguito smentite da Interfax, mentre il Comitato nazionale per l'antiterrorismo avrebbe confermato il ritrovamento di un altro ordigno inesploso alla stazione “Piazza dell'insurrezione”.
Alle 16 ora italiana, il Comitato nazionale per l'antiterrorismo aveva notificato il numero delle vittime: 9 morti e oltre 20 feriti, di cui alcuni in modo grave, tanto che per due dei feriti gravi era stata diagnosticata la morte clinica e in seguito ne è stata annunciata la morte.
Interfax scrive che alcune telecamere di controllo avrebbero ripreso il probabile attentatore; ma pare non ci siano conferme.
Secondo il racconto di un testimone, nel vagone in cui si è verificata l'esplosione, i passeggeri sembravano preparati al peggio: “tutti pensavano che sarebbero morti. Dopo lo scoppio, tutti aspettavano altre conseguenze; poi ci hanno visti e hanno iniziato loro stessi ad aiutarsi reciprocamente a uscire (dal vagone); la maggior parte erano coperti di sangue”. Un altro testimone ha detto che sono passati alcuni minuti prima dell'evacuazione: “Ho visto almeno 3 o 4 morti; i servizi d'emergenza sono arrivati in 5-7 minuti”.
Pravda.ru scrive che sette ore prima dell'esplosione, una cittadina di Kiev, tale Ekateriana Rubanova aveva messo su Instagram la propria foto aggiungendo che lunedì ci sarebbe stato un attentato: “Da molto tempo non ci sono stati atti terroristici... Oggi ce ne sarà uno. Aspettate”. Alcuni commenti di apprezzamento per l'esplosione, pubblicati inizialmente sui social media da cittadini ucraini, sono stati in seguito rimossi.
Ai margini dell'incontro con il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko, proprio a Pietroburgo, in occasione della ricorrenza della proclamazione dello Stato unitario Russia-Bielorussia nel 1996 (all'ordine del giorno: prospettive di ulteriore integrazione eurasiatica, problemi internazionali e regionali, oltre alle dispute sorte ultimamente tra Minsk e Mosca, in particolare a proposito del prezzo di gas e petrolio) Vladimir Putin ha detto che vengono seguite tutte le possibili piste, a partire da quelle della criminalità, ma soprattutto ovviamente quelle di carattere terroristico.
Il portavoce della procura generale Aleksandr Kurennoj ha dichiarato trattarsi di un attentato terroristico e che comunque si vagliano “tutti gli aspetti legati alla sicurezza all'interno della metropolitana, per evitare che azioni simili possano ripetersi”.
In un'intervista all'agenzia NSN, il deputato Oleg Nilov ha dichiarato: “Non credo sia una coincidenza! A mio avviso, si tratta di un attacco terroristico calcolato, con l'obiettivo di provocare il massimo danno e raggiungere il massimo effetto. Evidentemente, c'era la volontà di colpire per fare più male possibile, nel momento in cui in città ci sono non solo presidente della Russia, rappresentanti del governo, deputati, ma anche un gran numero di giornalisti. E' una palese cinica azione dei nostri nemici".
Proprio oggi Putin aveva presieduto un incontro in città con i partecipanti al Fronte popolare panrusso, il movimento sorto nel 2011 su iniziativa dell'allora primo ministro Vladimir Putin, per raccogliere il maggior numero di alleati “indipendenti” attorno al partito presidenziale Russia Unita.
Tra le reazioni esterne, The Washington Times aveva in un primo momento corredato la notizia dell'attentato con immagini della manifestazione “contro la corruzione” dello scorso 26 marzo, svoltasi anche a Pietroburgo, contemporaneamente a quelle di Mosca e di altre città della Russia. In seguito a richieste di chiarimenti da parte del Ministero degli esteri russo, l'immagine è stata rimossa; ma il gesto iniziale si commenta da sé.
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La Tass pubblica anche alcuni video dell'accaduto.
https://youtu.be/XBgx99MVudI
https://youtu.be/-aF1ig6Pr8g
https://youtu.be/xWOd1EQUOVU
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