Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Finanza islamica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Finanza islamica. Mostra tutti i post

05/06/2026

Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo

di Alessandro Volpi

L’Ucraina spara droni contro San Pietroburgo nel giorno in cui proprio nell’ex città imperiale si apre il St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), giunto alla ventinovesima edizione.

Si tratta di un incontro, che durerà fino al 6 giugno, a cui partecipano i rappresentanti di governi e aziende di 130 paesi del mondo, con una chiara predominanza della rete dei Brics, a cominciare da Cina, rappresentata dal vice presidente Han Zheng, India e Brasile.

Un ruolo centrale avranno i paesi africani e quelli del Golfo, con la presenza degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, ospite speciale, a cui si affiancano colossi come l’Indonesia e il Vietnam. Naturalmente ci saranno quasi tutte le grandi aziende di questi paesi, sia le grandi corporation pubbliche, dall’energia, all’acciaio, all’automotive, all’IA fino alle commodities, sia quelle private.

Solo per fornire tre dati di riferimento è possibile ricordare che questi paesi muovono un terzo delle merci globali, il loro interscambio è superiore ad un quinto del commercio internazionale e, soprattutto, controllano quasi per intero le risorse energetiche e minerarie critiche, necessarie al resto del Mondo.

In particolare nei prossimi tre giorni, saranno oggetto di discussione, tra le altre, la questione delle rotte commerciali, della dedollarizzazione e dell’interazione finanziaria.

A proposito di uscita dalla dipendenza dal dollaro, uno dei temi cruciali è il passaggio definitivo ai pagamenti in Rubli, Yuan cinesi, Rupie indiane e Dirham degli Emirati Arabi per quanto riguarda il settore degli idrocarburi a cui si abbina la definizione di come diversificare le riserve della Banca Centrale russa verso l’oro e le valute dei paesi BRICS, per evitare nuovi congelamenti di asset da parte di Washington o Bruxelles.

Interessante, in tale prospettiva, è anche il riferimento all’eventualità di creazione di “sandbox” (ambienti di prova) legali per permettere alle grandi aziende russe e dei paesi Brics di usare criptovalute o stablecoin ancorate all’oro per pagare le forniture internazionali, mentre per quel che concerne il sistema dei pagamenti è oggetto di discussione il potenziamento di Infrastrutture indipendenti dallo SWIFT, con sviluppo di canali di messaggistica finanziaria alternativi gestiti dalle banche centrali dei paesi non occidentali, e di valute digitali di banche centrali, a partire dallo Yuan digitale, per regolare i pagamenti transfrontalieri saltando l’intermediazione bancaria tradizionale.

Peraltro, con il crescente isolamento dall’Occidente, la Russia ha approvato leggi per testare la finanza islamica in alcune regioni (come il Tatarstan e la Cecenia).

Al forum si discute come standardizzare questi strumenti per facilitare l’ingresso di capitali dai paesi del Golfo e dalla Malesia, che seguono i principi della Sharia (niente interessi, condivisione del rischio).

Nella stessa ottica, il Forum tenderà ad incoraggiare l’emissione di debito pubblico dei vari paesi in Yuan, anche per fronteggiare la profonda crisi dei mercati obbligazionari “occidentali”, minacciati dal super debito Usa.

In estrema sintesi, larga parte del mondo si riunisce a San Pietroburgo per definire le strategie del futuro mentre il Segretario della Nato, Rutte, vola a Kiev e Zelensky lancia droni proprio contro San Pietroburgo.

Fonte

25/01/2016

La finanza islamica conquista l’Asia

Ta Kung Pao, Cina, traduzione a cura di Internazionale
 
I prodotti finanziari conformi alla sharia si stanno diffondendo nei paesi asiatici. Soprattutto in Malesia, Indonesia e Cina

Negli ultimi anni l’espansione della finanza islamica ha riscosso un interesse crescente. In Cina i musulmani rappresentano solo una piccola percentuale della popolazione, ma ci sono già diverse imprese che usano prodotti finanziari islamici. Gli esperti fanno notare che la “nuova via della seta” (il progetto infrastrutturale lanciato da Pechino per collegare l’Asia, l’Africa e l’Europa) attraversa molti paesi a maggioranza musulmana e quindi la finanza che segue i precetti del Corano potrebbe avere un ruolo importante nella sua realizzazione.

Come sottolinea Viviam Jamal, direttrice esecutiva della commissione per lo sviluppo economico del Bahrein, nel Medio Oriente e nel sudest asiatico gli investimenti nella finanza islamica rappresentano un quarto della disponibilità bancaria. In questo contesto “la Cina potrebbe fare molto”, aggiunge Jamal. “Un’azione fondamentale sarebbe quella di garantire, con leggi e regolamenti, che le istituzioni finanziarie islamiche possano competere in un ambiente imparziale”.

Abdulhakeem Y. Al Khayyat, amministratore delegato della Kuwait Finance House nel Bahrein, spiega che la conformità della finanza islamica alla sharia, la legge coranica, permette di accedere più rapidamente ad alcune realtà finanziarie uniche al mondo: per esempio mercati emergenti islamici densamente popolati, come quello dell’Indonesia, e aree molto ricche, come quella del golfo Persico. “Le cause della crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2008 sono riconducibili alla mancanza di etica e alle speculazioni irresponsabili degli investitori”, aggiunge Al Khayyat. “La finanza islamica, invece, si basa su strumenti che rispettano degli standard morali. Questa tipologia di prodotti attira sia i musulmani sia i non musulmani. E dal momento che non provocano crisi finanziarie, la loro domanda aumenta costantemente”.

Condivisione dei rischi

Nella finanza islamica gli interessi sono proibiti, così come gli investimenti in settori condannati dalla religione: per esempio la produzione di alcol e il gioco d’azzardo. Invece sono favorite la condivisione dei rischi e la partecipazione agli utili. In ogni caso è possibile ricavare profitti. Per esempio gli investitori che comprano o vendono obbligazioni islamiche (sukuk) non possono riscuotere interessi, ma ottengono un ritorno partecipando alla proprietà del progetto finanziato.

Jamal fornisce alcuni esempi. Quando sottoscrive un mutuo per comprare una casa, l’acquirente che ha ottenuto il prestito dalla banca islamica troverà sul certificato di proprietà immobiliare due nomi: il suo e quello della banca. Sul documento sarà chiaramente indicata la percentuale posseduta da ciascuna delle parti. Durante il periodo in cui l’acquirente restituisce il prestito, le quote in possesso delle parti cambiano. Quando il prestito sarà estinto, sul certificato resterà solo il nome dell’acquirente. Questa pratica riflette i princìpi di equità e condivisione dei rischi che caratterizzano la finanza islamica. Jamal, inoltre, chiarisce un possibile malinteso: non occorre essere musulmani per accedere a questo sistema. In diversi paesi, infatti, ci sono già molte persone non musulmane che usano prodotti e servizi finanziari islamici.

Jamal ricorda che il Bahrein ha una lunga storia come centro finanziario islamico. Qui si concentrano banche e compagnie di assicurazione islamiche, istituti di formazione e ricerca, gestori di fondi e organismi internazionali che regolano e controllano il settore. Nel paese ci sono molte persone con la formazione adatta alla finanza islamica e un ambiente in grado di capire il funzionamento del settore.

Ma diversi stati, ormai, sono in competizione per diventare centri finanziari islamici. “Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo sistema ed espanderlo a livello globale”, dice Jamal. “E quindi non possiamo che accogliere con favore l’affermarsi di centri di finanza islamica a Londra o in Lussemburgo, inoltre ci auguriamo che centri finanziari già sviluppati, come quello malese, continuino a dare il loro contributo. Il Bahrein spesso sostiene altri paesi con lo scopo di promuovere il settore. Crediamo che questa sia una cosa positiva e che possa produrre vantaggi per il paese”.

Secondo una ricerca recente, oggi il giro d’affari della finanza islamica è di 1.810 miliardi di dollari: 1.340 miliardi sono gestiti dalle banche commerciali islamiche, 33,4 miliardi dalle assicurazioni e 29,5 miliardi sono costituiti da obbligazioni. Nel 2020 il giro d’affari passerà a 3.250 miliardi. Quest’enorme mercato ha attirato l’interesse di molti paesi, che stanno provando a diventare “centri finanziari islamici internazionali”.

Centri di primo piano

Secondo uno studio citato da Gulf Times, un quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, oggi la finanza islamica ha solo due centri di primo piano: la Malesia e gli Emirati Arabi Uniti. Dubai, in particolare, rappresenta uno dei mercati più importanti per le transazioni basate sui prodotti finanziari islamici ed è il terzo centro al mondo per lo scambio dei sukuk. Alla metà del 2014 il valore di queste obbligazioni quotate alla borsa di Dubai aveva raggiunto i 22 miliardi di dollari, di cui più di 18 miliardi erano scambiati al Nasdaq Dubai (un indice aperto agli investitori e alle aziende internazionali). La Banca islamica per lo sviluppo, inoltre, ha già avviato un piano per l’emissione di sukuk attraverso il Nasdaq Dubai pari a dieci miliardi di dollari. Questa operazione darà un ulteriore impulso allo sviluppo dell’emirato come centro finanziario islamico.

Nel maggio del 2015, invece, la Malesia ha emesso 150 milioni di dollari in obbligazioni islamiche. Il premier e ministro delle finanze malese Najib Razak ha dichiarato che “il piano permetterà di consolidare la posizione del paese come centro finanziario islamico internazionale”. Le obbligazioni lanciate dalla Malesia includono sukuk con scadenza decennale e un valore pari a un miliardo di dollari e altri titoli con scadenza trentennale per un valore di 500 milioni. Questi ultimi sono i primi titoli obbligazionari islamici al mondo ad avere una scadenza così lunga e hanno già raggiunto un valore sei volte superiore a quello iniziale: una conferma dell’alto gradimento che questi prodotti finanziari riscuotono sul mercato, e della fiducia verso il sistema malese da parte dei capitali stranieri.

Anche il presidente indonesiano Joko Vidodo ha più volte espresso la speranza che in futuro il suo paese diventi un centro finanziario islamico mondiale. Vidodo si dice ottimista, perché l’Indonesia è il paese con il maggior numero di musulmani al mondo ed è il più grande mercato mondiale per l’acquisto dei sukuk da parte degli investitori privati. Gradualmente diventerà il principale stato a emettere obbligazioni islamiche. Se il paese continuerà a sfruttare il suo potenziale, la speranza del presidente indonesiano è destinata a diventare realtà.

La nuova via della seta

In questa corsa alla finanza islamica si è ritagliato un piccolo spazio anche Hong Kong. Nel settembre del 2014 l’ex colonia britannica ha emesso obbligazioni islamiche per un miliardo di dollari, e nell’aprile del 2015 l’autorità monetaria di Hong Kong ha annunciato l’emissione di una seconda tranche di obbligazioni dello stesso valore entro la fine dell’anno. Il piano ha una durata complessiva di cinque anni. Hong Kong ritiene che con questa seconda tranche potrà consolidare la sua posizione di centro finanziario islamico emergente. In Cina non ci sono ancora istituzioni finanziare islamiche specializzate, ma molte aziende pensano di aprirsi al settore.

Il responsabile per l’area Asia-Pacifico dello Shariah Advisory Group di Ginevra, una società di consulenza specializzata nella finanza islamica, ha dichiarato all’agenzia Reuters che “sulla spinta del progetto della nuova via della seta oggi le imprese statali e private cinesi sono sempre più disposte a sviluppare iniziative di finanza islamica”. Lo Shariah Advisory Group, per esempio, sta aiutando il gruppo Hna a finanziare l’acquisto di una flotta di navi, per una cifra pari a 150 milioni di dollari: l’operazione potrebbe essere il primo prestito ottenuto da un’azienda cinese attraverso un istituto finanziario islamico. Il responsabile del progetto ha aggiunto che l’Hna ha anche intenzione di emettere obbligazioni islamiche offshore.

Lo scorso ottobre l’azienda immobiliare cinese Country Garden ha annunciato un programma per l’emissione di obbligazioni islamiche a medio termine attraverso una società controllata con sede in Malesia: il valore nominale dell’emissione è pari a 1,5 miliardi di ringgit (circa 350 milioni di dollari). È il primo esempio di titoli immobiliari islamici emessi su scala nazionale. Zhang Yansheng, direttore dell’istituto per la ricerca economica internazionale, ha dichiarato che il Ningxia, regione autonoma nel nord della Cina, potrebbe diventare la base della cooperazione finanziaria tra Pechino e i paesi del golfo Persico. La speranza è che nel giro di cinque, massimo dieci anni il Ningxia diventi un centro finanziario islamico cinese di respiro internazionale. Abdulhakeem Y. Al Khayyat, invece, ritiene che Shanghai abbia più possibilità. Secondo il manager, un centro finanziario islamico può fiorire più facilmente in una borsa tradizionale. Anche il Bahrein, infatti, prima di diventare un centro finanziario islamico era una piazza finanziaria già avviata.

La finanza islamica, infine, richiede la disponibilità di professionisti qualificati. Secondo Jamal, se la Cina vuole sviluppare il settore è molto importante che la formazione del personale avvenga anche all’estero. “Anche se i professionisti cinesi della finanza raggiungono già un livello molto alto, hanno ancora bisogno di imparare dalle migliori realtà internazionali. La Cina potrebbe per esempio inviare personale in Malesia o negli istituti di formazione del Bahrein. Oppure collaborare con questi istituti di formazione”.

09/07/2015

La finanza islamica nel mercato mondiale: teoria, prassi e ambiguità

In attesa di recensire un vecchio testo di Maxime Rodinson “Islam e capitalismo”, pubblichiamo questo articolo di Aspenia (rivista dell’Aspen Institute) su un tema piuttosto sottaciuto: la finanza islamica. Sono mesi che si parla di ISIS, guerra, terrorismo e speculazione economica,  e i governi hanno come interesse quello di scaricare sui subalterni i costi della propria esistenza e degli interessi che coprono con diligenza. 

Una delle ultime “giustificazioni” ideologiche è quella del cosiddetto “scontro di civiltà”, qualcosa che secondo alcuni dimostrerebbe l’inesistenza delle classi: invece bisogna ribadirlo, lo scontro è NELLA civiltà globale del capitalismo. E speriamo di poter mostrare, con questo come attraverso i contributi segnalati in fondo, che anche nella galassia islamica, come in Medio Oriente,  esistono i padroni, i subalterni e lo scontro tra interessi contrapposti. In altre parole, il capitalismo!

*****

Da più di trent’anni si sta diffondendo nei paesi islamici un sistema finanziario alternativo a quello convenzionale (e di origine soprattutto occidentale), perché improntato su alcuni precetti religiosi. Si tratta, in particolare, del divieto d’interesse (ribā) nelle transazioni finanziarie e il divieto d’investimento in attività soggette a eccesso di incertezza ed ambiguità (gharār) ed in quelle che implichino il ricorso alla speculazione e all’azzardo (maysir). Ciò non significa che il capitale prestato non debba percepire alcuna remunerazione; solo che essa è condizionata.
Secondo una specifica interpretazione dei precetti del Corano e la sunna del Profeta Muhammad, il denaro non può generare altro denaro. Per crescere deve essere investito in attività concrete e produttive. Uno dei pilastri fondamentali della finanza islamica è dunque il divieto di ottenere il pagamento di interessi fissi o predeterminati sui fondi prestati.
Il Corano condanna tanto l’usura quanto l’alea, ma anche i guadagni smisurati, e naturalmente le frodi. Considera invece l’elemosina, sia quella spontanea (sadaqa) che istituzionalizzata (zakāt), una pratica fondamentale di ogni buon credente. Nella tradizione islamica, infatti, il profitto e l’accumulo della ricchezza trovano legittimazione, di fronte a Dio, soltanto attraverso l’attività operosa dell’uomo: il lavoro legittima il profitto e l’accrescimento del capitale.
Con riferimento alle obbligazioni pecuniarie il termine ribā, cioè “usura”, comprende nella sua accezione più ampia sia il lucro prettamente usurario e qualsiasi aumento pattuito del capitale dato in mutuo, sia ogni sorta di “ingiustificato” arricchimento.
Lo scopo dei suddetti precetti islamici è quello di rendere il fedele musulmano, membro di una società islamica, una sorta di homo oeconomicus islamicus, socialmente giusto e altruista – dunque in contrapposizione con la teoria e la prassi economica moderna.
È importante la distinzione tra le due diverse forme di carità: la prima è volontaria (sadaqa) e nasce dalla generosità del credente; la seconda è istituzionalizzata (zakāt), e grazie all’elaborazione giurisprudenziale è divenuta una vera e propria tassazione. La zakāt costituisce uno dei cinque pilastri dell’Islam: la shari’a impone a ogni musulmano con capacità contributiva di pagare un’imposta a titolo di assistenza pubblica. In altre parole si tratta dunque di una specie d’imposta prelevata dal reddito dei musulmani benestanti e destinata alla realizzazione di opere pubbliche a favore delle comunità meno abbienti (poveri e diseredati).
In seno alla comunità dei teorici della finanza islamica, vi è però un vasto consenso sul fatto che la tradizione islamica non contesti il principio della remunerazione del denaro dato in prestito (senza il quale il sistema bancario non sopravvivrebbe) ma rifiuti soltanto l’aspetto predeterminato dell’interesse. È cioè accettato il fatto che non ci può essere guadagno senza un margine di rischio, e chiunque non voglia assumere rischi ha diritto solo alla restituzione del capitale prestato, nulla di più. Si è dunque verificata la necessità per i giuristi e gli economisti musulmani di definire un approccio alternativo all’interesse per garantire un rapporto rischio-rendimento più equo ma anche efficiente. Questo principio, che risale ai primi tempi dell’Islam, è un sistema equity-based nel quale l’unica forma di remunerazione possibile sono i profitti derivanti dagli investimenti (ex post), e non un ammontare prefissato (ex ante). Il principio di partecipazione ai profitti e alle perdite implica un vero e proprio rapporto di cooperazione tra il finanziatore e l’investitore, in opposizione al principio di massimizzazione dei profitti e di minimizzazione delle perdite che caratterizza il sistema finanziario convenzionale – nel quale si opera una differenziazione del rischio piuttosto che una condivisione.
Questi principi/divieti, adottati dalle banche e dagli istituti finanziari islamici, che realizzano prodotti bancari-finanziari conformi ai precetti del Corano, consentono al sistema finanziario islamico di non allontanarsi dall’economia reale e di tutelare soprattutto i piccoli investitori e i risparmiatori.

Nei paesi islamici, un vero e proprio sistema bancario finanziario nacque alla fine del XIX secolo, in seguito al processo di decolonizzazione avvenuto nel secondo dopoguerra, quando le principali banche dei paesi occidentali cominciarono ad aprire filiali nei paesi colonizzati. La scoperta d’importanti giacimenti di petrolio, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, incoraggiò la crescita dei rapporti commerciali internazionali e rese disponibili ingenti quantità di denaro.
Parte della ricchezza prodotta dal petrolio venne usata proprio per gettare le basi di un nuovo tipo di istituti che rispettassero la shari’a. Attorno al 1975 nacquero così le prime banche private islamiche, la Dubai Islamic Bank, e la Banca di sviluppo islamico (Islamic Development Bank – IDB). La IDB, la cui creazione fu concordata nel dicembre del 1973 nell’ambito della prima Conferenza dei ministri delle finanze dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC), ha come scopo fondamentale sostenere e promuovere lo sviluppo socio-economico degli Stati membri dell’Organizzazione, ma anche dei paesi dove vivono minoranze musulmane. La Banca non può applicare tassi di interesse o commissioni. Inoltre i prestiti concessi non possono finanziare beni e servizi contrari ai precetti islamici e facenti parte di settori considerati illeciti – come il commercio di alcolici, di carne non macellata ritualmente o ancora di prodotti contrari alla morale islamica. L’IDB ha la sua sede principale a Gedda, in Arabia Saudita, e conta ad oggi cinquanta paesi membri.
Le cosiddette primavere arabe, con l’emergere dei partiti islamisti legati, più o meno direttamente, alla Fratellanza Musulmana, sembrava aver aperto un nuovo scenario per gli istituti bancari islamici. In Tunisia, ad esempio, paese considerato tra i più “laici” dell’area MENA, il partito Al-Nahda ha lanciato una campagna per integrare il sistema bancario nazionale con quello islamico. Ciò avrebbe portato, secondo la leadership islamista, all’aumento del volume degli IDE (Investimenti Diretti Esteri) stimolati dai fondi sovrani di paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita. Un processo analogo era in corso in Egitto, prima della deposizione del presidente Morsi nell’estate del 2013.
L’attuale battuta d’arresto del cosiddetto Islam politico – quantomeno come movimento rappresentato da partiti che si affermano per via elettorale – ha però ridotto la portata del fenomeno, che al momento rimane di grande rilievo nell’area del Golfo e in Turchia.