Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/11/2026
Le ombre sioniste sui disastri ferroviari spagnoli
Il fatto che l’incidente – avvenuto sulla linea dell’alta velocità, teoricamente la più sicura e sorvegliata – sia stato definito “inspiegabile” dal ministro dei trasporti Puente aggrava la situazione, perché mette in discussione parecchie competenze e strutture tecnico-amministrative. Ma anche la struttura societaria delle diverse aziende che concorrono – o dovrebbero farlo – alla sicurezza del trasporto ferroviario ispanico.
Nelle prime ore successive al disastro, quando ancora le indagini non avevano preso corpo, è stato indicato come responsabile un “errore umano”, anzi più d’uno, ma come conseguenza di una guasto a tre computer ormai vecchiotti che avrebbero mandato in tilt su un tratto di 63 chilometri il sistema di sicurezza Lzb, quello che permette di far viaggiare più treni sullo stesso binario accertandosi di mantenere la distanza di sicurezza (circa una trentina di chilometri).
È grosso modo lo stesso sistema che governa l’alta velocità in Italia, per capirsi, e che non ha fin qui creato problemi seri (l’unico incidente con morti è stato dovuto ad uno scambio bloccato: il deragliamento di Livraga, il 6 febbraio 2020).
Per lo spegnimento del sistema Lzb, in Spagna, ben sette convogli si erano automaticamente fermati e la gestione era passata a persone fisiche, ossia al Centro di comando Adif a Madrid. Da qui era arrivato il via libera al macchinista: “Disconnetta e ricolleghi l’Lzb. Riprenda la marcia sotto la protezione del Bsl con marcia normale”. “Con marcia normale?”, ha chiesto il macchinista per sincerarsi di aver udito bene. “Sì, marcia normale”, ha ribadito l’Adif. Ossia a oltre 200 all’ora…
Il sistema Bsl però è quello “antico”, fondato sui semafori, che – proprio per essere “a vista” – richiede una velocità assai inferiore (50 km/h, più o meno), altrimenti diventa impossibile fermare in tempo il treno (tra le 400 e le 500 tonnellate) quando si incontra un “rosso”.
Fin qui tutto appare abbastanza coerente, anche se come errore appare decisamente colossale. Com’è possibile, infatti, che un responsabile del centro di comando non conosca la differenza tra un convoglio ad alta velocità che va “in automatico” e un vecchio treno locale che va “a vista” come un qualsiasi automobilista in città?
In questo spazio si infilano domande, sospetti e anche complottismo, come sempre. Il principale – sul piano politico e internazionale – riguarda, guarda un po’, Israele. Dal gennaio 2024, infatti, ben tre contratti diversi firmati con la Renfe (le ferrovie spagnole) hanno affidato ad una società israeliana, la I-Sec, la “sorveglianza di stazioni e officine di manutenzione, custodia dei treni, servizi di scorta e accompagnamento”.
In totale 700 “guardie altamente qualificate” attive a Madrid (da dove è partito il treno della strage), Barcellona, Catalogna centrale, Paesi Baschi, Cantabria, Asturie e Galizia.
Prima curiosità. L’I-Sec è una filiale della ICTS International N.V.*, colosso della cybersecurity fondata nel 1982 da ex dirigenti dello Shin Bet (il servizio segreto “interno” di Tel Aviv) e del reparto sicurezza di El Al (la compagnia di bandiera israeliana).
Diversi esperti di sicurezza, in queste ore, vanno spiegando che “Israele non c’entra nulla con l’incidente” – confutando le cosiddette “fake news” complottiste – perché i contratti di I-Sec riguardano solo la “sorveglianza fisica” di mezzi e infrastrutture, non la parte informatica del sistema di controllo.
Purtroppo questa “spiegazione” è lacunosa, visto che – secondo tutte le autopromozioni – “Il network che unisce I-SEC e ICTS rappresenta un polo globale nei settori della sorveglianza fisica, della sicurezza aeroportuale e delle soluzioni tecnologiche applicate alla cybersecurity”.
Tradotto: al di là delle specializzazioni dei vari comparti aziendali e dei singoli dipendenti, non è complicato immaginare – è un sospetto, ovvio – che diverse interazioni non ufficiali siano possibili senza neanche faticare troppo. Insomma, una volta che sei dentro “il sistema Renfe” non è impossibile interferire con la gestione anche di servizi differenti. Se hai il know how di una intelligence di quel calibro alle spalle...
Anche per queste ragioni, già nel 2025, la Cgt – il sindacato progressista spagnolo – chiedeva di sospendere “il servizio di sicurezza e vigilanza che la compagnia presta su treni, stazioni e officine, e di indire una nuova gara d’appalto per aggiudicarlo a un’altra azienda senza legami con Israele”. Sostenendo che un’azienda pubblica “non dovrebbe destinare denaro pubblico a compagnie legate, per la loro origine, ai servizi segreti israeliani, in un contesto di denunce per le azioni di Israele contro la popolazione palestinese”.
Qualcun altro a quel punto ha cominciato a ricollegare i puntini tra loro, ricordando ad esempio le parole con cui Netanyahu aveva accompagnato il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di Madrid, nel 2024, nel pieno del genocidio di Gaza: “è una ricompensa per il terrorismo”.
O quelle seguite all’esclusione dei rappresentanti spagnoli dal Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) che supervisiona l’attuazione dei cessate il fuoco e i flussi di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza: “La Spagna pagherà un prezzo altissimo per aver criticato Israele, la spezzeremo”.
Al di là delle parole, comunque, non è un segreto che la crisi di Ceuta – quest’estate – sia avvenuta per decisione del re del Marocco (lo stato arabo più obbediente a Usa e Israele), con conseguente crisi internazionale e infra-europea (con la Meloni che aveva sospeso gli accordi di Shengen nei confronti della Spagna).
E qualcuno si interroga anche sull’analogo incidente ferroviario del 18 gennaio di quest’anno, ad Adamuz, sulla stessa linea, a causa di una rotaia rotta, costato 46 morti e 123 feriti. La “sorveglianza”, evidentemente, non era stata proprio “altamente qualificata”.
Non che gli incidenti ferroviari siano una rarità, in Spagna, ma è difficile non notare che quest’anno si sono moltiplicati ben oltre la “normalità statistica”. Oltre alle due stragi maggiori (Adamuz e Toledo), infatti, ce ne sono stati almeno altri tre (Gelida, Cartagena, Talavera), in cui a perdere la vita sono stati due macchinisti mentre alcuni passeggeri sono rimasti feriti.
Nei quasi tre anni in cui l’I-Sec gestisce la “sicurezza”, insomma, per un treno andare a sbattere è diventato più probabile.
Coincidenze, certo. Non ci sono prove. Ma la sfiga pare vederci benissimo.
In settori simili le “relazioni pericolose” con le società (simil)private israeliane – Elbit System, Cynet, Paragon, la stessa ICTS (aeroporti di Milano, Fiumicino, Palermo, Olbia, Verona, ecc., nonché la profilazione dei passeggeri verso Usa e Israele) riguardano anche l’Italia.
Ecco, senza alcuna simpatia per i complottismi, ci rendiamo però conto che uno stato “sovrano” – come piace dire spesso all’attuale presidente del consiglio – dovrebbe avere qualche certezza sul fatto che la propria “sicurezza” (ferroviaria, aerea, nelle telecomunicazioni, sulle reti informatiche, ecc.) sia effettivamente nelle proprie mani e non in quelle di un “alleato” che dimostra ogni giorno, in ogni angolo del mondo, di essere guidato soltanto dai propri interessi – quelli pubblici e soprattutto quelli inconfessabili – con buona pace delle vite altrui. Fino al genocidio.
Facciamo un esempio semplice. L’Ucraina si è gettata dal 2014 in una guerra conto terzi contro la Russia confidando nel fatto che il committente – gli Stati Uniti – avrebbero fornito non solo gran parte dell’armamento necessario (in parte reperibile comunque anche tramite gli idioti dell’Unione Europea), ma soprattutto la copertura satellitare e di intelligence per gestire i sistemi antimissile e gli attacchi in profondità sul territorio nemico.
Tutto è andato passabilmente – siamo pur sempre in una guerra alquanto feroce – fino a che non sono sorti contrasti tra “il mandante” (Washington) e “l’esecutore” (Kiev) su tempi e finalità del conflitto. A quel punto si è visto che la copertura satellitare poteva essere tolta o rallentata fino a diventare temporaneamente inesistente.
Non è proprio il caso di venirsi a trovare in una situazione simile, magari solo perché un cambio sostanziale della guardia a Palazzo Chigi (non parliamo certo del Pd...) potrebbe risultare “inaffidabile” per il controllore della cybersecutrity nel nostro paese. Ossia il governo di Tel Aviv (chiunque sarà lì il prossimo premier).
Quindi, pur in assenza di “prove” (e, dopo che il capo del Mossad, Barnea, ha ammesso di aver fatto arrestare 21.000 iraniani pur di coprire i suoi veri agenti sul campo, è sicuro che certi “servizi” ne lasciano in giro poche), ci sembra di poter dire che la “sicurezza” di qualsiasi paese occidentale può esser difesa solo troncando definitivamente qualsiasi rapporto con imprese e governi israeliani. Soprattutto in materia cyber…
Se non si affida a certa gente nessun incarico, insomma, spariscono di incanto molti sospetti, altrettanti complottismi, miriadi di “fake news” vere o presunte, cattivi pensieri.
E magari diminuiscono anche i disastri ferroviari...
Note
* ICTS International N.V. è stata creata nel 1982 da un gruppo di professionisti dello Shin Bet – il servizio di sicurezza interno israeliano – e dell’unità di sicurezza della compagnia aerea El Al, con l’obiettivo dichiarato di esportare nel mercato privato i protocolli sviluppati da Israele per la protezione dell’aviazione commerciale. Il suo azionariato di controllo è rimasto per due decenni nelle mani di Menachem J. Atzmon, presidente del consiglio di sorveglianza dal 2004 e proprietario di più del 60% del capitale attraverso un trust familiare. La traiettoria pubblica di Atzmon in Israele non si limita alla gestione aziendale: nel 1996 è stato condannato per frode nel finanziamento delle campagne elettorali del Likud, reati commessi quando era tesoriere del partito che ancora oggi guida Benjamin Netanyahu.
Fonte
18/10/2026
Cyberspionaggio israeliano, nel mirino giornalisti ma anche vertici degli “alleati” occidentali
Il rapporto investigativo intitolato “Exposing AdFection”, pubblicato congiuntamente dal centro di ricerca Citizen Lab dell’Università di Toronto e dalla società statunitense di sicurezza digitale Confiant ha svelato come l’agenzia israeliana Discover-Tech abbia messo a disposizione di vari attori una complessa infrastruttura clandestina, trasformando le normali aste della pubblicità digitale in uno strumento di profilazione di massa e di penetrazione nella sicurezza di importanti sistemi informatici.
Fondata in Israele nel marzo del 2020 e guidata dall’amministratore delegato Dekel Boni, l’azienda operava ufficialmente come una comune agenzia di pubblicità. Dietro questa facciata commerciale, tuttavia, la compagnia gestiva Controlium, una piattaforma proprietaria concepita per monitorare, de-anonimizzare e colpire utenti selezionati su scala globale.
Con Controlium – nomen omen – in pratica non serviva nemmeno aprire un allegato o un link per permettere la violazione di smartphone e computer: bastava che sullo schermo venisse caricato un banale banner promozionale. Il meccanismo, battezzato dai ricercatori con il termine “AdFection”, sfrutta le dinamiche delle aste automatizzate che in millesimi di secondo stabiliscono quali inserzioni mostrare a ciascun visitatore.
Quando l’utente approda su una pagina web o apre un’applicazione, il sistema ne rileva i parametri tecnici: indirizzo IP, identificativi univoci e caratteristiche hardware del dispositivo. Se i dati corrispondono al profilo di un obiettivo designato, il circuito pubblicitario introduce istantaneamente uno spyware in grado di sfruttare vulnerabilità intrinseche del sistema operativo.
Tra le compagnie informatiche che fornivano gli spyware figurerebbe Candiru, azienda israeliana che nel 2021 è stata inserita persino dal Dipartimento del Commercio USA nella propria “lista nera”, con l’accusa di fornire strumenti utilizzati per colpire funzionari governativi, giornalisti, attivisti e accademici statunitensi.
Il programma malevole, una volta introdotto, garantisce il controllo pressoché totale dell’apparecchio: estrazione di e-mail, documenti e chat crittografate; localizzazione GPS costante; attivazione silenziosa di webcam e microfoni ambientali, registrazione di ogni digitazione sulla tastiera.
La società figurava come fornitore accreditato presso consorzi come IAB Europe, l’associazione che rappresenta il mondo del marketing e della pubblicità digitale a livello europeo, e acquistava spazi su piattaforme gestite da colossi quali Google e anche la russa Yandex. A seguito della pubblicazione dell’inchiesta, Google e IAB Europe hanno espulso l’azienda dai propri registri, disattivandone gli accessi.
Stando alle informazioni che sono riusciti a raccogliere gli autori di “Exposing AdFection”, senza dubbio, tra il 2024 e il 2025, almeno 45 dispositivi di giornalisti e dipendenti di Al Jazeera sono stati violati. L’emittente è da tempo sotto attacco da parte di Tel Aviv per la copertura che offre alla denuncia dei crimini israeliani.
Ma tracce della campagna di spionaggio e profilazione sono emerse anche nei circuiti editoriali di testate in Italia, Francia, Austria, Danimarca, Svezia, Norvegia, Messico e, ovviamente, nella stessa Israele, mentre banner traccianti sono apparsi anche su canali di colossi come BBC, The New York Times e CBC. Oltre ad Al Jazeera, anche il Committee to Protect Journalists (CPJ) ha condannato l’accaduto e l’attacco al giornalismo libero, avvertendo anche dei pericoli mortali che ricadono a cascata sulle fonti confidenziali dei cronisti.
Tuttavia, l’aspetto forse più critico evidenziato dall’indagine (se già non bastasse l’attacco alla libertà di stampa) è il fatto che sembra che la rete di Discover-Tech sia stata in grado di penetrare e mappare il lavoro anche delle infrastrutture informatiche più importanti della sicurezza occidentale e dell’ordine multilaterale globale.
Le impressioni pubblicitarie sono state tracciate all’interno di reti ad altissima riservatezza istituzionale come quelle del quartier generale del Pentagono e di installazioni della difesa degli Stati Uniti, dei comandi e collegamenti informatici della NATO, delle sedi operative delle Nazioni Unite e della Corte Penale Internazionale, nel sistema dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), e infine nelle reti istituzionali di Commissione e Parlamento Europei e di oltre una dozzina di altri apparati governativi nazionali.
Bisogna mettere in chiaro che la visualizzazione di un banner non si traduce automaticamente in un’infezione riuscita, ma la presenza registrata in maniera sistematica in reti nevralgiche mette in guardia da – se non dimostra – un chiaro intento di mappatura dei nodi decisionali di difesa, intelligence e diplomazia internazionale, e il relativo tentativo di una stabile attività di spionaggio.
Eppure, nessuna denuncia infuocata da parte di capi di stato e di governo alla guerra ibrida israeliana, e al pericolo che il sionismo internazionale pone alla sicurezza nazionale di tanti paesi. E nemmeno un’alzata di scudi da parte dei “sovranari”.
Israele e il sionismo sono un pericolo per il mondo, come conferma questo caso, anche se la classe dominante occidentale continua a mettere la testa sotto la sabbia.
Fonte
16/10/2026
Chi protegge i nostri pagamenti?
Frodi, truffe, ingegneria sociale: il menù delle minacce è ricco. E se una volta i cracker erano semplicemente un prodotto da forno, oggi il termine fa riferimento anche agli hacker malevoli, che si annidano ovunque. E di cui l’intelligenza artificiale ha moltiplicato i mezzi.
La sede di Mastercard in Europa si trova a Waterloo, periferia verde di Bruxelles. Quando chi scrive l’ha visitata, nel marzo scorso, è bastata una manciata di minuti per rendersi conto che una parola sola domina le menti e le giornate di chi ci lavora: cybersecurity. Un’ossessione così pervasiva che, quando ci avviciniamo al tavolo in cui lavorano, i dipendenti si affrettano ad applicare una pellicola di sicurezza sugli schermi dei propri computer, di quelle che consentono di leggere solo a chi si trova in asse col monitor. Non si sa mai.
Anche fare foto non è particolarmente apprezzato nella centrale di comando della sicurezza informatica della società americana, dove un grande schermo mostra il planisfero illuminato da LED che si accendono e spengono. Rossi, verdi, blu: il pericolo può arrivare da uno qualsiasi dei Paesi del globo.
“Alla fine, quello che cerchiamo di fare è rendere l’ecosistema in cui operiamo sicuro e degno di fiducia”, spiegava ai cronisti il vicepresidente per le soluzioni di cybersecurity della Mastercard Rigo van den Broek. E con 174 miliardi di transazioni gestite nel 2025, lo sguardo della società, il cui quartier generale è a Purchase (nomen omen) nello stato di New York, deve per forza di cose mantenersi su scala mondiale.
Per questo, aggiunge van den Broek, alcuni dei migliori crittografi del mondo lavorano nel quartier generale europeo, che si trova nella città dove fu sconfitto Napoleone.
Cosa accade quando si fa un acquisto con carta
Ma cosa accade quando si fa un acquisto con una carta di credito? Tutto accade nel giro di un paio di secondi. Ma lo scambio di informazioni collega tra di loro data center che si trovano a migliaia di chilometri di distanza.
Quando l’esercente ha finito di digitare l’importo sul terminale e il cliente avvicina la carta al lettore, in quel momento si avvia un processo di comunicazione che trova origine nella tecnologia bellica: come tante innovazioni, infatti, anche quella che sta alla base del contactless è nata in ambito militare.
Siamo negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale. Il radar era già stato sviluppato negli anni Trenta dallo scozzese R.A. Watson-Watt, ma il dispositivo risolveva il problema dell’avvistamento e non quello dell’identificazione. Gli operatori a terra avevano però la necessità di capire se i velivoli che apparivano sullo schermo erano nemici o colleghi di rientro da una missione, differenza che il radar non era in grado di cogliere.
Così, alla fine degli anni Trenta, i britannici svilupparono un dispositivo di identificazione automatica chiamato IFF (Identification friend or foe, identificazione amici o nemici). Fu uno degli antecedenti delle successive tecnologie di identificazione a radiofrequenza, che poi – una volta perfezionate – diedero vita a innumerevoli altre applicazioni, spesso molto distanti dall’ambito bellico. Tra queste, le linguette antitaccheggio dei grandi magazzini e, molto più tardi, l’NFC (Near-field communication, comunicazione a breve distanza), cioè la tecnologia che comunemente utilizziamo con le carte contactless, nata nei primi anni Duemila.
Semplificando, ecco quindi ciò che avviene ogni volta che facciamo un acquisto. Una volta arrivati alla cassa e inserita la cifra sul terminale, il dispositivo POS (Point of sale, punto vendita) dell’esercente emette un segnale a radiofrequenza, e il campo elettromagnetico attiva il chip presente sulla vostra carta una volta che questa entra nel suo raggio d’azione. È come se la tessera si svegliasse grazie a questa energia, e iniziasse a comunicare e scambiare i dati necessari a identificare la carta e autorizzare la transazione. Può essere pensato come un badge di ingresso nell’area protetta di un edificio. Le informazioni sono, ovviamente, protette da sistemi crittografici, per evitare che malintenzionati dotati di strumenti relativamente semplici possano intercettarle e riutilizzarle.
A questo punto, acquisiti i dati necessari, il POS comunica con la banca acquirente, cioè l’istituto che gestisce i pagamenti dell’esercente nel cui negozio vi trovate. La banca acquirente inoltra una richiesta al circuito di pagamento, per esempio Visa, Mastercard o American Express, che, a propria volta, la inoltra all’istituto che ha emesso la carta, cioè il vostro: sarà quest’ultimo a verificare, tra le altre cose, che ci siano fondi o credito disponibili e, alla fine del processo, ad addebitare l’acquisto.
È in questa fase che avvengono le verifiche: si controlla innanzitutto che la carta sia autentica, ma anche che ci siano fondi o credito disponibili e che non siano presenti blocchi o restrizioni. Tra queste ultime possono rientrare anche quelle dovute ai regimi sanzionatori internazionali. A questo proposito, è noto (e triste) il caso della relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, colpita dagli effetti delle sanzioni imposte dall’amministrazione statunitense di Donald Trump.
Albanese si è così trovata esclusa da numerosi servizi finanziari e digitali forniti da società statunitensi: la giurista è tornata giocoforza all’era del contante e non può semplicemente rivolgersi a un altro grande operatore americano per aggirare il problema. Sulla base delle sanzioni statunitensi, infatti, una società americana che le fornisse determinati servizi rischierebbe a propria volta conseguenze. Da qui il cortocircuito. Lo stesso meccanismo ha colpito, tra gli altri, Karim Khan, già procuratore capo della Corte penale internazionale, e numerosi giudici e funzionari della Corte.
Al di là di questi casi particolari, i controlli comprendono il riconoscimento di pattern noti, cioè delle abitudini personali del titolare della carta. I sistemi usano sofisticati modelli che studiano la storia del cliente e la confrontano con la transazione effettuata al momento, a partire dalla posizione geografica in cui l’acquisto avviene (ed è per questo che ancora oggi è a volte richiesto di comunicare alla banca quando ci si trova all’estero), ma il sistema può essere allertato anche da transazioni che avvengono in negozi fisici molto distanti fra loro in un lasso di tempo giudicato troppo breve. Per transazioni di una certa entità viene inoltre chiesto un codice PIN (personal identification number, ennesimo acronimo), mentre anche per acquisti di piccolo importo può essere periodicamente richiesta una nuova autenticazione del titolare.
Se i controlli vanno a buon fine, l’autorizzazione torna indietro risalendo lo stesso percorso, fino al POS del negozio in cui state effettuando l’acquisto. In realtà il denaro non è ancora stato trasferito, ma si è avviato un processo che condurrà, nei giorni successivi, al pagamento.
“La sicurezza del processo è garantita da uno standard chiamato PCI/DSS, creato dall’organizzazione omonima fondata nel 2006 dai principali circuiti internazionali: Mastercard, Visa, American Express, Discover Global Network, JCB”, spiega a Guerre di Rete Alessio Pennasilico, membro del comitato scientifico della Clusit, una delle principali associazioni italiane che si occupano di sicurezza informatica.
Questi circuiti internazionali impongono ai soggetti che elaborano, trasmettono e gestiscono dati relativi alle carte di pagamento l’aderenza a una serie di requisiti di sicurezza. “Esistono figure che si occupano periodicamente di controllare il rispetto dei requisiti”, prosegue Pennasilico. In questo modo viene rafforzata la sicurezza del sistema, da cui dipende direttamente il grado di fiducia, essenziale per mantenere legati i clienti.
Cosa succede se la transazione è rifiutata?
I sistemi di rilevamento delle frodi hanno l’obiettivo di bloccare la transazione prima che venga completata e diventi difficile – quasi impossibile, se finisce in certe giurisdizioni – recuperarla. Ma cosa succede se la transazione viene rifiutata? Va ricordata innanzitutto una cosa: declined è un semplice messaggio, e non costituisce una spiegazione.
Ci possono essere almeno quattro ordini di motivi per cui l’acquisto viene rifiutato: il primo riguarda il vostro conto corrente (per esempio, la mancanza di fondi, ma anche un conto non più attivo); il secondo ha a che fare con i fattori di rischio (il sistema pensa di riconoscere una frode in atto); il terzo riguarda le credenziali (un problema fisico con la carta, che non riesce a fornire le informazioni necessarie per l’identificazione); il quarto motivo potrebbe risiedere in un problema di rete.
Nell’ultimo caso, ripetendo l’operazione è possibile che il problema si risolva, e che la luce verde, finalmente, appaia. Negli altri, la questione è più complicata ed è peggiorata dal fatto che non c’è modo di sapere, seduta stante, quale sia il problema. Un’incognita motivata con la privacy: si vuole infatti evitare che il commerciante venga a conoscenza di informazioni personali. A questo punto è necessario mettersi in contatto con la società che ha emesso la carta di credito. E non è sempre agevole, soprattutto quando ci si trova all’estero o si ha fretta. Per questo è importantissimo ridurre il numero di “falsi positivi”.
Non tutto si può fare internamente. Mastercard, per esempio, si è assicurata una società specializzata, Recorded Future, nel dicembre 2024. Acquistata per la cifra considerevole di 2,65 miliardi di dollari, Recorded Future è specializzata in threat intelligence: cerca – cioè – segnali provenienti da fonti aperte, dark web e ambienti ad alta criticità (anche criminali) per anticipare le minacce. A Waterloo assicurano che le informazioni individuate sono condivise anche con la concorrenza, con l’obiettivo di mantenere alta la fiducia generale nel sistema.
“L’esposizione dei dati è il carburante che alimenta le frodi su larga scala”, scrive Recorded Future nel rapporto Annual payment fraud intelligence report uscito nel 2025. Solo in quell’anno, i dati di 142 milioni di carte di credito sono stati postati nel dark web (34 milioni meno che nel 2019, -19%). “Ma non tutti i dati esposti presentano lo stesso livello di rischio”.
Tra le frodi principali che gli esperti di cybersicurezza tengono d’occhio troviamo le cosiddette MageCart (crasi tra il nome del sistema di content management per negozi online Magento, e cart, la parola inglese che sta per “carrello”): si tratta di script difficili da rilevare che rubano i dati dei clienti mentre fanno acquisti online. Recorded Future si spinge a parlare di “malware as-a-service”, per spiegare quanto sia facile oggi per gli attori malevoli procurarsi a pagamento i ferri del mestiere.
Anche per questo gli investimenti in tecnologia e sicurezza sono molto alti, nell’ordine di miliardi di dollari. “D’altra parte, sono successe più cose negli ultimi cinque che nei precedenti cinquanta”, chiosava a marzo scorso Luca Gagliardi, a capo della sezione consulting & analytics per Visa in Italia. “L’innovazione nei pagamenti è stata velocissima, ma ancora di più lo è stata l’innovazione nelle frodi, che sono globali”.
Fonte
14/09/2026
L’IA deve tirare il freno, che non c'è
Improvvisamente anche gli amministratori delegati delle principali società di IA hanno concordato sulla necessità di rallentare lo sviluppo di nuove versioni. Sam Altman, guida di OpenAI, ha aperto le danze dicendo “Penso che un principio chiave su cui dovremmo tutti essere d’accordo sia che non possiamo intraprendere azioni che rischierebbero di farci perdere il controllo del futuro a favore dell’IA”. Amodei di Anthropic ed Elon Musk (Grok) gli hanno dato ragione immediatamente.
Prima constatazione: i “concorrenti” si accordano per rallentare lo sviluppo e quindi anche la concorrenza di fronte al rischio che i loro prodotti “prendano vita” su direttrici fuori controllo. Il che è un forte segnale, quanto meno, della necessità di una regolazione pubblica del settore.
Come già detto, però, chi dovrebbe scrivere le regole – il Congresso Usa, in questo caso – non è in grado di farlo, visti i 50 anni di liberismo precedenti, che hanno distrutto persino l’idea che “lo Stato” potesse impicciarsi delle dinamiche aziendali e quindi anche le competenze per fare questo lavoro.
Seconda constatazione. La frenata e la richiesta di “regole di sicurezza” efficaci e concordate viene giustificata soprattutto in termini di supremazia statunitense da difendere dall’assalto di “nemici pericolosi”. La richiesta specifica è quella di vietare l’IA basata sull’open source, che è alla base del “modello cinese” di intelligenza Artificiale, e blindare il “sistema chiuso” dell’IA statunitense.
Per giustificare la richiesta sono stati “rivelati” alcuni incidenti di percorso che ovviamente nessuno di noi può verificare. L’Iran avrebbe usato Claude (l’IA di Anthropic) per costruire manuali di targeting che tracciavano posizioni di navi, identificatori di personale, aerei e navi statunitensi, immagini satellitari e siti web che esponevano i movimenti navali.
Sempre Claude sarebbe stato utilizzato dagli yemeniti “cattivi” di AnsarAllah per sviluppare un software di guida per razzi e missili. E anche la Cina – che pure ha prodotti propri altrettanto performanti – avrebbe usato lo stesso mezzo per identificare uiguri in Siria che potessero riferire sui gruppi armati in Cina.
In Mali qualcuno se ne sarebbe servito per creare un sistema nazionale in grado di raccogliere registri di chiamate, messaggi e traffico vocale e generare dossier di intelligence su qualsiasi numero di telefono. Idem per uno Stato rimasto ignoto che cercava di modificare il virus del chikungunya per un istituto militare.
Sintetizzando il tutto, Amodei ha chiesto “un coordinamento tra i paesi democratici per stabilire standard di sicurezza, e uno sforzo affinché quei paesi si coordinino anche con i governi autoritari”. Affermando patriotticamente che “Il governo ha un ruolo critico da svolgere qui, incluso il blocco della vendita dei chip più avanzati a nazioni ostili come la Cina, l’emanazione di una legge nazionale che richieda il test dei modelli di frontiera, con il potere di bloccare i modelli più avanzati che si rivelino non sicuri”.
En passant, facciamo notare che una analoga decisione dell’amministrazione Usa – prima di Trump – aveva favorito l’inventiva della cinese Deepseek che, impossibilitata ad usare i chip più avanzati prodotti da Nvidia, aveva riscritto i propri algoritmi rendendoli più “snelli” in modo da poter essere processati anche da chip meno performanti (e costosi), ma con risultati equivalenti.
Ripetere la stessa mossa, insomma, non appare geniale... Anche perché proprio il successo di Deepseek ed altri prodotti cinesi dello stesso genere – con modello open source e open weight, molto più economici e con minori esigenze hardware, ma dalle prestazioni perfettamente in linea con quelle dei costosi programma made in Usa – ha “bucato” il primo strato della bolla speculativa gonfiatasi intorno all’IA.
Al momento, infatti, i prodotti IA di Pechino coprono il 50% del mercato globale “pagante”. Bloomberg ha riportato ad agosto che i modelli open-weight di Alibaba hanno accumulato oltre 3 miliardi di download globali negli ultimi sei mesi, superando Meta, Alphabet e altri concorrenti.
Ed è dei giorni scorsi la notizia che Humain, un’azienda tecnologica sostenuta dal Fondo di Investimento Pubblico saudita, ha annunciato il rilascio del suo modello in lingua araba humain-m3, basato sul modello open-source di punta dell’azienda cinese di IA MiniMax.
“I modelli open-source cinesi hanno raggiunto l’autonomia ecosistemica, fornendo ai paesi del Sud del mondo una base tecnologica controllabile. Questo sta spingendo il panorama globale della governance dell’IA da un paradigma unipolare a uno multipolare e coesistente”, rivendica Chen Jing, vicepresidente dell’Istituto di Ricerca su Tecnologia e Strategia.
I boss dell’IA statunitense si ritrovano così improvvisamente stretti tra concorrenza internazionale imprevista, problemi di sicurezza dei loro prodotti e incapacità del “pubblico” di fornire un quadro regolatorio adeguato.
Soprattutto l’incertezza sulla “sicurezza” ha però raggiunto livelli da catastrofe imminente. Sempre Amodei avverte che “Data la velocità accelerata dello sviluppo delle capacità dell’IA, temo che in 6-12 mesi uno sciame del genere [agenti IA fuori controllo, ndr] potrebbe essere in grado di impadronirsi dell’intera internet con una botnet persistente (potenzialmente causando centinaia di miliardi di dollari di danni), e che l’entità dei danni continuerebbe ad aumentare da lì se l’IA diventa più potente senza le necessarie salvaguardie”.
Ergo, è indispensabile rallentare, se non fermarsi, per costruire le “dighe” necessarie ad impedire l’esondazione incontrollata.
Proprio per questo, però, salta anche il programma finanziario che fin qui – piuttosto avventurosamente – aveva sostenuto la corsa dell’IA, la costruzione di data center un po’ dappertutto, le quotazioni azionarie di Nvidia, Meta, e chiunque potesse vantare di “lavorare nell’intelligenza artificiale”.
Sam Altman, in un’intervista a Fortune, ha spiegato che “In questo momento sarebbe poco saggio quotarsi in Borsa”. Ma quotarsi in borsa, con una IPO, è normalmente il modo di “rivolgersi al mercato” per rastrellare miliardi senza passare dai prestiti delle banche, grazie a quotazioni azionarie che si suppone(va) potessero volare rapidamente verso le stelle. Basti pensare che in questo momento i criminali di Palantir possono godere di un rapporto “prezzo azione/utile atteso” pari a 143,2 (invece del “normale” 16).
Se non puoi più finanziarti con questo sistema devi ricorrere al debito, e rinunciare agli investimenti più faraonici. Il che si riflette, inevitabilmente, anche sui produttori di chip (Nvidia, in primo luogo) e tutto il business dei data center.
Qualcosa si è incrinato nella navicella spaziale dei super-boss dell’IA Usa. Ma c’è incertezza sul pianeta su cui atterrare...
Fonte
09/09/2026
Il fragile patto di fiducia della cybersecurity
Il 3 aprile 2026, un utente registrato sotto il nome di Nightmare Eclipse pubblica sulla piattaforma GitHub – di proprietà di Microsoft – uno strumento chiamato BlueHammer: un archivio contenente il codice necessario a sfruttare una vulnerabilità di Defender, l’antivirus integrato in Microsoft Windows.
Il messaggio di accompagnamento alla pubblicazione di BlueHammer suona come un’accusa alla stessa azienda, che secondo l’autore “avrebbe saputo cosa sarebbe successo”. Nei giorni seguenti, sullo stesso account vengono pubblicate informazioni su due vulnerabilità zero-day che prendono ancora di mira lo stesso antivirus, battezzate RedSun e UnDefend.
Tra il 10 e il 16 aprile 2026, i ricercatori di Huntress hanno osservato l’impiego delle tre vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse nel corso di un’intrusione ai danni di un’azienda. RedSun e UnDefend erano inoltre ancora zero-day, perché Microsoft non aveva ancora distribuito la relativa patch. Nessuno dei tre exploit sembra aver avuto successo durante l’attacco: la vicenda ha però riacceso i riflettori sul sistema che regola la pubblicazione delle vulnerabilità nel mondo della cybersecurity.
L'incubo zero-day
Scoprire una falla di sicurezza ancora sconosciuta rappresenta il Santo Graal dei cyber criminali. Uno zero-day può infatti consentire di colpire anche sistemi ben protetti, sfruttando una vulnerabilità per la quale non esiste ancora una correzione.
Scovare uno zero-day non è però qualcosa alla portata di tutti. E i casi in cui i gruppi criminali sono riusciti a individuare indipendentemente vulnerabilità di questo tipo sono rarissimi. Nelle cronache, l’uso di strumenti di attacco che fanno leva su falle di sicurezza di questo tipo è stato storicamente associato a organizzazioni dotate di risorse notevoli – tra cui i cosiddetti gruppi APT (Advanced Persistent Threat) – e che spesso agiscono direttamente sotto il controllo statale.
Normalmente, le nuove vulnerabilità software vengono invece individuate da società di cybersecurity e ricercatori indipendenti, che passano al setaccio il codice dei software più diffusi secondo la logica di “trovare la falla prima che lo facciano i cattivi”. Le scoperte sono gestite in modo che la loro pubblicazione avvenga solo dopo che il problema è già stato segnalato allo sviluppatore, in modo che abbia il tempo di predisporre e distribuire l’aggiornamento che lo corregge e – possibilmente – che la maggior parte degli utenti abbia il tempo di installare l’update.
Il difficile concetto di “responsible disclosure”Definire le modalità con cui vengono pubblicati i dettagli delle vulnerabilità individuate dai ricercatori non è semplice come potrebbe sembrare a prima vista. La prassi di segnalare prima la vulnerabilità allo sviluppatore del software e di attendere il rilascio di un aggiornamento prima di renderne pubblici i dettagli – la cosiddetta “responsible disclosure” – si basa infatti su convenzioni, più che su regole vincolanti: norme di buon senso pensate per evitare che una falla di sicurezza venga esposta prima che sia disponibile una correzione, com’è accaduto nel caso delle vulnerabilità pubblicate da Nightmare Eclipse.
Se ci si fermasse a questo, però, si correrebbe il rischio che le segnalazioni vengano semplicemente ignorate. Nel corso degli anni, nel settore della cybersecurity si è spesso citata la frase – ormai quasi un clichè e attribuito prevalentemente a Microsoft – “it’s not a bug, it’s a feature” (non è una falla, è una funzionalità), che molti ricercatori avrebbero incassato come risposta per sminuire l’impatto delle vulnerabilità individuate.
A complicare ulteriormente le cose c’è l’aspetto economico legato al sistema di segnalazione delle falle di sicurezza. I programmi di bug bounty implementati da tutte le maggiori aziende software prevedono, infatti, ricompense economiche per i ricercatori che segnalano un problema di sicurezza. Insomma: nella gestione del processo pesa anche il rischio che qualcuno possa ignorare la segnalazione per non sborsare il compenso dovuto.
Segnalazioni con la scadenza
Per evitare che l’inerzia (o la malafede) dello sviluppatore possa lasciare esposti i sistemi dei suoi utenti a una vulnerabilità, è stata introdotta una consuetudine basata sul concetto di scadenza. Ogni team che lavora sulla ricerca di vulnerabilità impone un termine (solitamente 30, 60 o 90 giorni) entro il quale la società deve rilasciare l’aggiornamento che corregge la vulnerabilità. Trascorso il termine, è considerato lecito pubblicare i dettagli del bug per consentire agli utilizzatori di implementare le misure di mitigazione più opportune.
Tutto bene, quindi? Non proprio. Alcune vulnerabilità, infatti, non sono semplicissime da correggere e i casi in cui il mancato rispetto dei termini si è scontrato con una rigida intransigenza da parte di chi li ha segnalati non sono mancati. I più celebri attriti hanno interessato il team Google Project Zero, Microsoft e Apple. In almeno un paio di occasioni (i dettagli qui e qui), infatti, gli esperti di Google hanno rilasciato i dettagli su bug che non erano stati tempestivamente corretti.
Quando le regole saltano
Il caso di Nightmare Eclipse, che da qualche mese sta appassionando il ristretto settore dei commentatori della cybersecurity, si colloca al di fuori di quanto finora illustrato. Dopo le prime tre vulnerabilità, il fantomatico ricercatore di sicurezza ha infatti sparato a raffica una serie di ulteriori bug. Alla fine, l’elenco completo comprende: YellowKey, GreenPlasma, MiniPlasma, GreenPlanet, GreatXML, LegacyHive e ShieldBreak. In tutto, Nightmare Eclipse ha pubblicato i dettagli di ben dieci vulnerabilità che interessano diversi prodotti Microsoft.
Non solo: la scelta dei tempi di pubblicazione sembra essere stata accuratamente pianificata per rendere particolarmente difficile a Microsoft distribuire con puntualità gli aggiornamenti di sicurezza ai propri clienti. Per Windows, infatti, l’azienda di Satya Nadella concentra normalmente il rilascio degli aggiornamenti di sicurezza nel secondo martedì di ogni mese, il cosiddetto Patch Tuesday. Una modalità che consente di raggruppare le correzioni e che, soprattutto per le aziende, offre il vantaggio di poter pianificare gli aggiornamenti con un certo grado di prevedibilità.
Tra aprile e agosto, Nightmare Eclipse ha pubblicato le vulnerabilità con una tempistica apparentemente studiata per mettere Microsoft in difficoltà: almeno quattro sono state rese pubbliche il giorno stesso o immediatamente dopo il Patch Tuesday. In questo modo, se Microsoft avesse mantenuto la normale cadenza mensile degli aggiornamenti, i sistemi Windows sarebbero potuti rimanere esposti per quasi un mese. Un modus operandi diabolico, orientato a provocare il massimo disagio possibile e che, in alcuni casi, ha spinto Microsoft a distribuire correzioni al di fuori del normale ciclo mensile.
A contribuire a massimizzare il danno reputazionale subito dall’azienda, per la verità, ha contribuito anche la sorte. La pubblicazione di BlueHammer, la prima vulnerabilità di Windows Defender, è quasi coincisa con l’improvvida pubblicazione di un articolo sul sito ufficiale di Microsoft (poi apparentemente rimosso) che promuoveva il suo antivirus dicendo esplicitamente che per la maggior parte degli utenti “non serve un antivirus di terze parti”, pubblicizzandone quindi l’affidabilità proprio mentre finiva nel mirino di Nightmare Eclipse.
L’ingestibile vendetta dell’ex
Il vero problema nell’intera vicenda di Nigthmare Eclipse è che Microsoft si è scoperta estremamente vulnerabile nei confronti di quella che potrebbe essere stata soltanto la vendetta di un ex collaboratore che non ha gradito il trattamento che ha ricevuto da parte dell’azienda.
Una ricostruzione puntuale e verificabile di quanto sia accaduto precedentemente alle comunicazioni pubbliche è pressoché impossibile. Anche perché il protagonista della vicenda ha dimostrato più volte di essere piuttosto “ondivago”, inviando messaggi contraddittori sui suoi canali social. Le rivendicazioni più esplicite riguardano il fatto che Microsoft avrebbe cancellato il suo account sul Microsoft Security Response Center (MSRC), il portale che permette ai ricercatori di sottoporre le segnalazioni di nuove vulnerabilità e attiva i processi di bug bounty.
Nel corso di una conversazione su Discord riportata da uno dei partecipanti, Nightmare Eclipse avrebbe affermato di essere addirittura un ex dipendente della filiale tedesca di Microsoft. Un’ipotesi che era già circolata nel settore, ma che l’azienda non ha mai confermato.
Una certa familiarità con i processi di sicurezza adottati da Microsoft e l’evidente buona conoscenza dell’antivirus di Windows (la metà delle vulnerabilità pubblicate interessavano proprio Defender) sono indizi che confermerebbero questa pista. Tanto più che, in alcuni casi, Nightmare Eclipse ha dimostrato una discreta abilità nell’aggirare gli aggiornamenti messi a punto da Microsoft per mitigare le falle di sicurezza. Insomma, il ricercatore aderisce piuttosto bene al profilo di un “insider” che sta sfruttando tutte le sue conoscenze per massimizzare il danno.
Botta e risposta
Le reazioni di Microsoft non contribuiscono particolarmente a fare chiarezza sulla vicenda. Il 23 maggio ha sospeso l’account di Nightmare Eclipse su GitHub rimuovendo in seguito i contenuti. In un comunicato ufficiale del 27 maggio, l’azienda ha poi usato toni piuttosto duri, criticando senza mezzi termini il rilascio “non coordinato” delle vulnerabilità, pur senza minacciare direttamente azioni legali contro il ricercatore.
Le contromisure adottate da Microsoft non hanno portato a grandi risultati. Nightmare Eclipse ha infatti prima aperto un repository autogestito per continuare la sua opera di pubblicazione e poi – a metà giugno, quando ormai la vicenda stava facendo parecchio rumore nell’ambiente – ha abbandonato il suo blog ufficiale su Blogspot, sostenendo che Google, proprietaria della piattaforma, avrebbe censurato ingiustamente i suoi contenuti e creandone uno nuovo sulla sua piattaforma personale.
Al di là delle speculazioni su come si sia arrivati a questa sorta di “duello rusticano” e a quali siano i reali retroscena di tutta la vicenda Nightmare Eclipse, quello che emerge è il quadro terribilmente fragile di un sistema pieno di contraddizioni. Il comportamento dell’ormai famigerato ricercatore di sicurezza, infatti, non viola direttamente nessuna legge.
Il concetto di responsible disclosure è basato su consuetudini e le normative presenti negli Stati Uniti e in Europa, pur avendo progressivamente introdotto regole e procedure per la divulgazione coordinata delle vulnerabilità, non disciplinano in maniera puntuale tutti gli aspetti del rapporto tra ricercatori e aziende. Una parte importante del sistema continua quindi a fare riferimento alle “buone pratiche” sviluppatesi negli anni sulla base dei principi dell’hacking etico e a una visione un po’ romantica di una community che collabora per un bene comune superiore.
Insomma: tutto il sistema si basa sostanzialmente su un rapporto fondato su fiducia, etica e correttezza di tutte le parti coinvolte. In un settore in cui si intrecciano giganteschi interessi economici, crescenti tensioni geopolitiche e la variabile impazzita rappresentata dall’impatto dell’intelligenza artificiale, gli scricchiolii sono sempre più evidenti.
P.S: Nel corso della stesura di questo articolo, sul repository di Nightmare Eclipse sono state rilasciate nuove vulnerabilità zero-day. L’elenco delle “vittime” comprende anche Nvidia, Kaspersky, Crowdstrike e Avast.
23/07/2026
Un agente OpenAi diventa hacker e viola Hugging Face
È stato reso pubblico da OpenAI e da Hugging Face, una nota piattaforma che permette di scaricare modelli di IA e di utilizzarli per i propri progetti, un incidente a dir poco preoccupante, che fa comprendere a tutti quali siano le potenzialità – e i rischi – raggiunte oggi dagli agenti IA.
Durante dei test interni di OpenAI per analizzare la capacità dei modelli più recenti di scovare vulnerabilità informatiche, un agente basato su GPT 5.6 Sol e modelli non ancora resi pubblici è riuscito non solo ad “evadere” dalla sandbox – l’ambiente chiuso e isolato in cui si svolgeva il test di sicurezza – ma anche ad impegnarsi attivamente per violare l’infrastruttura del database di Hugging Face, in modo tale da avere le risposte del test ExploitGym che stava svolgendo.
Per fare ciò l’agente avrebbe sfruttato vulnerabilità zero-day – ovvero ancora scovate – dei sistemi con cui ha interagito e sarebbe riuscito a compiere una privilege escalation, fino ad avere accesso al database interno di Hugging Face. Tutto ciò senza che gli fosse stato chiesto esplicitamente di farlo.
Questo incidente fa comprendere a tutti che i nuovi modelli di IA riescono a raggiungere i livelli di abilità proprie degli esperti umani di sicurezza informatica, riuscendo però a scovare e a sfruttare vulnerabilità ad un ritmo ovviamente molto più veloce.
Già alcuni mesi fa Anthropic aveva reso note le impressionanti capacità di una versione di Claude, che poi aveva messo a disposizione delle altre grandi aziende dell’informatica nella cornice del progetto Glasswing.
L’incidente di OpenAI è di una gravità maggiore e palesa il fatto che ormai l’ambito della sicurezza informatica sia stato irrimediabilmente mutato dall’introduzione di questi nuovi strumenti.
Commentando questi fatti i vertici di Hugging Face e OpenAI hanno rilanciato l’idea di uno sforzo collettivo per uno sviluppo di “strumenti IA sicuri” da perseguire insieme agli altri attori internazionali del settore.
Non saremo ancora ai livelli di entità autonome in grado di violare qualunque sistema informatico, come il famoso “progetto 2501” del mondo di Ghost in the Shell, ma è evidente che i modelli avanzati di IA rischiano di diventare rapidamente un’arma strategica capace di imporre un salto di qualità agli attacchi informatici di attori statali e non, all’interno di una cornice internazionale in cui le strategie di guerra ibrida sono sempre più importanti.
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La tecnologia non è mai neutra. Questo caso ne è la dimostrazione empirica: l'agente IA in questione, infatti, si è comportato attenendosi scrupolosamente alla filosofia che sta alla base della sua creazione.
Il modo di produzione capitalista persegue il massimo profitto a prescindere da qualsiasi limite – etico, ambientale, la lista è infinita... –; allo stesso modo l'agente IA ha perseguito lo scopo assegnatogli – l'identificazione di vulnerabilità – senza curarsi di limiti che non gli sono stati posti.
L'IA si dimostra dunque un amplificatore straordinario della stupidità – o del realismo – capitalista.
12/04/2026
Anthropic mette Claude al servizio della sicurezza delle big tech
L’azienda quindi, preoccupata dell’impatto che tecnologie di questo tipo potranno avere nel futuro dei crimini informatici, ha messo su un consorzio – Project Glasswing – insieme ad altre grandi compagnie a stelle e strisce ed importanti attori del software libero: Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorganChase, la Linux Foundation, Microsoft, nVidia, e Palo Alto Networks.
Anthropic metterà a disposizione dei partner del consorzio la versione più recente del modello, che non verrà resa disponibile al pubblico, per rinforzare la sicurezza dei loro sistemi informatici e fornirà loro a titolo gratuito inizialmente un numero di accessi alla piattaforma per un totale di 100 milioni di dollari, offrendola poi ad un prezzo agevolato.
La compagnia si impegna inoltre a finanziare anche direttamente le fondazioni responsabili del mantenimento di alcuni progetti open source importantissimi per l’industria informatica, come Apache, affinché migliorino la sicurezza dei loro prodotti.
Nel comunicato di Anthropic che annuncia questa iniziativa sono stati pubblicate anche alcune vulnerabilità passate inosservate per decenni e scovate da Claude Mythos in alcuni dei software più utilizzati, come il kernel linux, il sistema operativo OpenBSD e la libreria per la gestione dei video ffmpeg.
È probabile che un’iniziativa del genere possa interessare anche gli apparati del dipartimento della difesa statunitense, che da anni attraverso la DARPA spinge per progetti che rafforzino la sicurezza dell’infrastruttura software della sicurezza nazionale, in linea anche con la strategia cyber pubblicata dall’amministrazione Trump.
Appare evidente da questa iniziativa come l’IA stia diventando sempre più rapidamente un asset starategico in questo momento di forti tensioni internazionali e che, nonostante siano in forte competizione, le aziende tech statunitensi siano disponibili a fare blocco comune contro eventuali minacce esterne, vere o presunte che siano.
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16/12/2024
Centro per l’IA a Bologna, la UE vuole rafforzare competitività e cybersicurezza
Si tratta di un partenariato tra pubblico e privato per creare un’infrastruttura comune europea per il supercalcolo, da mettere a disposizione per miglioramenti scientifici e tecnologici (è nato anche in relazione al programma Horizon 2020). Ma è evidente che di questi tempi i suoi risultati saranno usati anche nelle cosiddette “guerre ibride”, in cui l’aspetto informatico è dirimente.
IT4LIA AI Factory, che troverà casa al Tecnopolo Manifattura di Bologna, sarà il primo di sette grandi centri promossi dalla Commissione Europea, finanziato con 215 milioni di euro. La stessa cifra verrà messa anche dal governo italiano, in uno sforzo congiunto tra il Ministero dell’Università e della Ricerca e vari altri enti.
Tra questi c’è la Regione Emilia-Romagna, che da tempo si è connessa con le filiere europee anche in virtù dei servizi garantiti proprio in ambito informatico. Il Cineca, anch’esso parte del progetto e responsabile per l’implementazione del supercomputer e della gestione delle infrastrutture collegate, annovera già tra i suoi strumenti “Leonardo”.
Leonardo è un altro supercalcolatore capace di effettuare 250 miliardi di operazioni al secondo, ovvero un’ora del suo lavoro “equivale a 920 anni di lavoro di un computer portatile”, ha detto il presidente di Cineca Francesco Ubertini al Resto del Carlino. Ma la Data Valley bolognese saluterà Leonardo nel 2028, che verrà appunto sostituito da questo nuovo progetto.
Tra gli enti finanziatori c’è anche l’Agenzia per la Cybersecurezza Nazionale (ACN), nata nel 2021. Non è un caso dunque che uno dei primi commenti in merito alla vicenda è arrivato dal Sottosegretario alla Presidenza del consiglio Alfredo Mantovano, che ha la delega relativa ai servizi di intelligence: “L‘Agenzia per la cybersicurezza nazionale prosegue così la sua intensa attività di potenziamento delle capacità digitali del nostro ecosistema, che ha già un punto di riferimento nella realizzazione, presso il Polo Universitario di San Giovanni a Teduccio a Napoli, di una prima infrastruttura di supercalcolo per la cybersicurezza nazionale”.
“Il progetto IT4LIA AI Factory, in linea con tale iniziativa, rappresenta un rinnovato esempio di collaborazione tra Pubblica Amministrazione, Istituzioni, Università e mondo della ricerca e, riguardando anche PMI e startup, che potranno usufruire della potenza di calcolo sviluppata dalla Factory, andrà anche favore del settore produttivo italiano”.
L’obiettivo dichiarato è infatti quello di realizzare un sistema integrato tra ricercatori, start-up, imprese ed enti pubblici che porti a un maggior utilizzo di soluzioni IA nella pubblica amministrazione, nell’agroalimentare, nel manifatturiero in generale. Ma anche a un maggior controllo nei processi legati alla sicurezza informatica.
Processi che, come per il complesso militare-industriale, si legano sempre più alla vita civile e, in particolare, all’istruzione. È chiaro che questo progetto non può essere pensato separato da altra dichiarazioni, come quelle fatte proprio dalla ministra Bernini e da Mantovano, poco tempo fa, riguardo a un maggior controllo sui rapporti internazionali delle università.
IT4LIA AI Factory è perciò un altro tassello del salto competitivo che la UE vuole fare tra gli attori globali, in questa fase di crisi in cui i grandi conglomerati capitalistici o vincono sui “nemici” o soccombono. È, come già accennato, solo una delle sette AI Factory la cui realizzazione coinvolgerà 15 paesi membri della UE, Norvegia e Turchia.
Questa nuova rete di supercomputer, che dovrebbe cominciare a essere operativa dal 2026, rimane dentro le preoccupazioni di sicurezza dell’area euroatlantica, anche se, all’interno, è pensata per competere anche con l’alleato oltreoceano. Ma, ad ogni modo, sono gli attori del mondo multipolare che mettono in guardia la classe dirigente nostrana, e soprattutto la Cina.
Una recente intervista apparsa su RaiNews.it ad Alberto Pagani, docente di Bologna esperto di cybersicurezza e precedentemente deputato del PD e componente della delegazione parlamentare italiana presso la NATO, discute della nuova frontiera della “guerra cognitiva algoritmica”, che fa largo uso di big data e Intelligenza Artificiale generativa “per produrre contenuti in modo mirato e massivo”.
Se la preoccupazione è che il Dragone possa utilizzare questi strumenti per orientare l’opinione pubblica occidentale, nessuno sui media si domanda se la stessa cosa – a fini “interni” – non sia invece fatta con progetti come quello dei nuovi supercomputer europei. In un periodo di evidente scollamento tra la politica e gli interessi della maggioranza della popolazione, è questo il pericolo principale.
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19/11/2024
USA - Quali politiche tecnologiche attendersi dalla nuova amministrazione Trump?
Stiamo parlando di questioni come la governance dell’IA, il rapporto dei governi con le grandi piattaforme e i social media, la produzione di chip e le regole sull’export, la gestione di acquisizioni e le politiche antitrust.
Piattaforme e Unione Europea
Partiamo dalle piattaforme. Con Biden, le Big Tech si sono trovate con maggiori pressioni da parte degli organi di controllo di Washington. La Federal Trade Commission, l’agenzia federale a protezione dei consumatori e per la prevenzione di pratiche commerciali anticompetitive, ha bloccato alcune fusioni della Silicon Valley. Più in generale, il Dipartimento di Giustizia e la FTC hanno avviato vari procedimenti e indagini per pratiche anticompetitive, anche contro Microsoft, OpenAI e nVidia, cioè l’avamposto software e hardware americano nel campo dell’intelligenza artificiale. Nel mirino antitrust sono finite pure Amazon, Apple e Google.
Nel frattempo, al di qua dell’Atlantico, c’è tanta carne al fuoco. Già lo scorso marzo la Commissione europea apriva un’inchiesta su Google, Apple e Meta per sospetta violazione della legge sui mercati digitali (Digital Markets Act). Inoltre, sempre a marzo, l’Unione Europea sanzionava Apple con una multa da 1,84 miliardi di euro, in seguito alla denuncia della svedese Spotify. Secondo la Commissione, Apple avrebbe abusato della sua posizione dominante per impedire agli sviluppatori di app di streaming musicale di informare gli utenti iOS su servizi di abbonamento musicale alternativi e più economici disponibili al di fuori dell’app (e di includere link ai loro siti). Un comportamento illegale secondo le norme antitrust dell’UE.
Non solo. Proprio questa settimana la Commissione Ue, in virtù della già citata legge sui mercati digitali (DMA), ha intimato a Booking, altro colosso americano e nota app per organizzare e prenotare vacanze e viaggi, di ottemperare a una serie di richieste. D’ora in poi, ad esempio, gli hotel, i noleggi auto e altri fornitori di servizi che utilizzano Booking.com saranno liberi di offrire prezzi e condizioni diversi (anche migliori) sul proprio sito web o su altri canali rispetto a Booking.com.
E sul fronte antitrust, proprio questi giorni, Meta è stata multata da Bruxelles per quasi 800 milioni di euro. La società madre di Facebook è accusata di soffocare la concorrenza “legando” i suoi servizi gratuiti di Marketplace al social network.
A luglio, la Commissione Ue, in un parere preliminare, accusava invece X di aver violato un’altra legge europea, quella sui servizi digitali (Digital Services Act), e in particolare di non rispettare le regole sulla trasparenza e responsabilità, definendo ingannevoli le spunte blu.
“Poiché chiunque può abbonarsi per ottenere tale status “verificato”, ciò incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono”, scriveva la Commissione. Che potrebbe arrivare anche a comminare sanzioni pecuniarie fino al 6% del fatturato mondiale totale annuo della piattaforma. Una decisione di non conformità potrebbe anche far scattare un periodo di vigilanza rafforzato per garantire il rispetto delle misure. O far imporre versamenti di penalità periodiche per costringere la piattaforma a conformarsi.
Ora, secondo alcuni osservatori, se l’UE multasse X, il social di Musk, per aver violato, come dicevo sopra, le regole previste dal Digital Services Act, i rapporti tra Trump e la Commissione europea potrebbero inasprirsi molto rapidamente e rinvigorire la narrativa MAGA secondo cui l’UE starebbe solo cercando di affossare le Big Tech statunitensi.
I legislatori europei hanno già esortato l’esecutivo UE a non fare marcia indietro. Alexandra Geese, deputata tedesca dei Verdi al Parlamento europeo, ha dichiarato che “la Commissione europea deve ora farsi valere e difendere le regole Ue”, mentre per l’europarlamentare olandese dei Verdi Kim van Sparrentak, “soprattutto ora, è più importante che mai che l’Europa si alzi per difendere i nostri diritti e la democrazia, anche online”, riferisce POLITICO.
Con la nuova amministrazione Trump, insomma, quella sorta di implicito consenso transatlantico sulla regolamentazione delle grandi aziende tecnologiche statunitensi, come lo ha definito qualcuno, che si era intravisto con Biden, rischia di andare in frantumi.
Ora, è vero che, sul fronte interno Usa, la scelta di Matt Gaetz come ministro della Giustizia (se verrà confermata...) rende i contorni delle politiche antitrust e del rapporto con Big Tech più ambigui e incerti (perché lui è ostile ad alcune aziende tech e quasi “simpatizzante” di Lina Khan, attuale presidente della iperattiva Federal Trade Commission. Khan è comunque data in uscita, essendo invece sulla lista nera di Musk e di altri).
Ma nei confronti dell’Ue ci sono meno sfumature. Trump ha spesso sostenuto che l’Ue discriminerebbe le aziende statunitensi e ha detto che non permetterà all’Europa di “approfittarsi delle nostre aziende”. Ha perfino detto che l’amministratore delegato di Apple Tim Cook lo avrebbe chiamato per lamentarsi delle tasse arretrate che deve pagare in Irlanda (13 miliardi di euro per la precisione).
La velocità e l’entusiasmo con cui i top manager di Big Tech, anche quelli un tempo più lontani da Trump, si sono precipitati a congratularsi può far pensare alla paura di ritorsioni, ma potrebbe anche indicare la speranza di trovare una sponda su vari fronti, incluso quello contro la regolamentazione europea.
Cybersicurezza
Dato il mantra di “meno regolamentazione”, alcuni osservatori si aspettano meno sforzi, rispetto a Biden, di regolamentare vari settori delle infrastrutture critiche (trasporti, energia, sistemi idrici, sanità, tutti bersagliati da attacchi negli ultimi anni) per accrescere la loro sicurezza informatica.
L’agenzia federale per la cybersicurezza e la sicurezza delle infrastrutture, la CISA, verrà probabilmente riorientata su questioni strettamente cyber, riducendo le sue iniziative di lotta alla disinformazione.
Inoltre l’amministrazione Biden aveva preso provvedimenti contro alcuni produttori stranieri di strumenti di sorveglianza, come gli spyware sviluppati dalla società israeliana NSO, inserendoli in una Entity List. Si tratta di una specie di lista nera che limita la fornitura a NSO Group di prodotti americani, e vieta a enti o agenzie statunitensi di acquistare o utilizzare prodotti di NSO Group, come lo spyware Pegasus.
Secondo alcuni osservatori, la nuova amministrazione potrebbe rimuovere queste aziende dall’elenco delle entità statunitensi considerate un problema di sicurezza nazionale. Alcune di esse, come NSO Group, hanno già esercitato pressioni sui repubblicani in tal senso.
Intelligenza artificiale
L’ordine esecutivo di Biden sull’intelligenza artificiale sarà quasi certamente revocato, scrive Tech Policy, e non sono gli unici a essere di questa idea. Infatti il partito repubblicano, già nella sua piattaforma ufficiale, aveva promesso di “abrogare il pericoloso ordine esecutivo di Joe Biden che ostacola l’innovazione dell’IA” e di sostenere invece uno sviluppo di questa tecnologia “radicato nella libertà di parola e nella prosperità umana” piuttosto che in “idee radicali di sinistra”. A rischio dunque saranno soprattutto le misure sulla protezione dei lavoratori, i diritti civili e altre tutele per i consumatori.
Ma quanto dell’apparato anche burocratico creatosi attorno all’ordine esecutivo sarà smantellato non è chiaro. Certo già il termine che ho usato, apparato burocratico, evoca Musk con la falce (o il lavandino, in un immaginario più aggiornato). Ad esempio, che ne sarà dell’obbligo per i grandi sviluppatori di IA di riferire al governo dei loro modelli? C’è chi pensa che salterà, ma potrebbe restare una questione aperta.
C’è però una tendenza della politica sull’IA dell’amministrazione Biden che potrebbe continuare e anche intensificarsi sotto Trump: più controlli all’export.
Sotto Biden, infatti, l’Ufficio per l’industria e la sicurezza del dipartimento del Commercio ha inasprito le norme sul controllo delle esportazioni di IA. Uno degli obiettivi principali di queste norme è impedire l’accesso della Cina ai chip IA più avanzati. “È probabile che la seconda amministrazione Trump rafforzi ulteriormente le restrizioni alle esportazioni di IA”, scrive il think tank Brooking Institute.
Infine think tank di destra pronosticano un allentamento normativo di varie restrizioni energetiche e ambientali per spianare la strada all’industria dell’IA (come noto molto energivora).
Bitcoin e criptovalute
Make Bitcoin great again. Si potrebbe riassumere così questa sezione. Insomma, la vittoria di Trump al momento è anche una vittoria per il mondo delle cripto. Del resto il partito repubblicano aveva promesso di porre fine al “giro di vite illegale e antiamericano sulle criptovalute” da parte dei Democratici.
Nessuno scommette dunque sulla sopravvivenza politica di Gary Gensler, il presidente della Securities and Exchange Commission (SEC), nominato da Biden, che aveva aggressivamente perseguito vari soggetti del settore. (Su quanto la SEC di Gensler abbia considerato prioritaria la vigilanza e regolamentazione del settore cripto c’è un report dettagliato di una società di consulenza).
Fonte
09/11/2024
Se le banche dati strategiche sono un business
“La nuova sala operativa, una struttura d’avanguardia, si occuperà di proteggere le banche dati interforze, da eventuali malfunzionamenti o da attacchi informatici, attraverso un complesso sistema di controlli e allarmi gestiti da software e operatori specializzati nell’analisi del funzionamento dei sistemi informatici”, recitava il comunicato della polizia [corsivi miei].
“La funzione del C-SOC è quella di vigilare sulla sicurezza dei sistemi informativi presenti nella Direzione centrale della polizia criminale, affinché tutte le informazioni possedute (sui documenti, sulle persone, sui veicoli) siano adeguatamente protette; nello stesso tempo garantisce la protezione dei dati personali per evitare che questi vengano dispersi”.
Si tratta di una struttura, definita d’avanguardia, finanziata dai fondi europei, “per la prevenzione e l’intervento tempestivo sugli incidenti alle banche dati delle forze di polizia, di natura accidentale, naturale o dolosa, come gli attacchi hacker”, spiegava nel 2021 la Rivista trimestrale di perfezionamento delle forze di polizia.
Si tratta probabilmente del Fondo di Sicurezza Interno 2014-2020 (che rientra nei fondi europei per la sicurezza) attraverso il quale nel 2018 viene finanziato il progetto e realizzazione del Cyber Security Operations Center delle Banche Dati del Sistema Informativo Interforze per quasi 2 milioni di euro, stando a un documento del Ministero dell’Interno visionabile online.
“La sala operativa [del C-SOC] si trova presso la Direzione Centrale della Polizia Criminale”, scriveva AreaNetworking in una intervista del 2022 ai dirigenti, “che tra le altre attività che svolge nell’ambito delle forze anche internazionali, gestisce i sistemi informativi interforze, ossia un insieme di banche dati alimentate e consultate da tutte le forze di polizia. Tra queste banche dati vi sono: il c.d. CED Interforze, ovvero il Centro elaborazione dati del Ministero dell’Interno istituito con la Legge 121/1981, la banca dati nazionale del DNA e il sistema informativo Schengen di nuova generazione”.
Come si vede la consapevolezza della necessità di proteggere le nostre banche dati strategiche, insieme a iniziative e fondi, era presente da anni. Uno dei pilastri di queste banche dati, e dell’inchiesta della Dda di Milano (quella comunemente definita dei dossieraggi), è infatti il sistema che fa capo al CED Interforze – e che contiene l’ormai stranoto SDI, Sistema D’Indagine.
Il Centro Elaborazione Dati del Ministero dell’Interno, detto anche CED Interforze, è stato istituito dall’art. 8 della legge 1° aprile 1981, n. 121 col compito di curare la raccolta delle informazioni e di gestire la banca dati del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. I dati raccolti sono custoditi nel cosiddetto Sistema Informativo Interforze (definito spesso anche Sistema D’Indagine o SDI, da una sua banca dati) che sono posti a disposizione delle forze di polizia.
SDI, scriveva anni fa la Rassegna dell’Arma, pubblicazione dei Carabinieri, “è un sistema chiuso, accessibile, cioè, solo da postazioni di lavoro certificate che consentono l’acquisizione delle informazioni in sede locale utilizzando una rete intranet, senza esporsi ad interazioni con la rete pubblica. L’accesso alla Banca Dati, quindi, è possibile solo a persone debitamente autorizzate in sede locale dal proprio Funzionario/Ufficiale Responsabile e previa abilitazione di un apposito profilo, diversificato a seconda delle informazioni che il personale deve conoscere, in ragione delle mansioni da svolgere”.
Come ci accedono gli operatori autorizzati? Tramite “l’inserimento di una password unica e personale”, scriveva nel 2023 la rivista specialistica Sicurezza e Giustizia, “assolutamente non cedibile a terzi, motivando altresì al sistema il motivo tale per cui si accede in banca dati (Es, controllo durante un posto di blocco, indagini in corso, rilascio di porto d’ armi, ricerca persone, cose, autovetture, ecc.)”.
L’inchiesta di Milano
Nell’inchiesta della Dda di Milano sui presunti dossieraggi che ruotavano attorno all’agenzia di investigazioni private Equalize, l’accesso alle banche dati strategiche è centrale. Si parla delle banche dati delle Agenzie delle Entrate Punto Fisco e Serpico, la banca dati SIVA che contiene le SOS ovvero Segnalazioni Operazioni Sospette in ambito finanziario, l’ANPR, con le informazioni anagrafiche dei cittadini, la banca dati INPS, e perfino la delicatissima banca dati FSE (Fascicolo Sanitario Elettronico). Ma a fare da padrona nell’inchiesta milanese è proprio lo SDI o Sistema d’Indagine delle forze di polizia, cui accedono una grande quantità di operatori.
Sono proprio i dati ottenuti dallo SDI a essere alla base dei presunti “dossieraggi” realizzati dal gruppo, sostengono gli inquirenti. La via principale sembra essere il passaggio di queste informazioni da una rete di funzionari che hanno accesso al sistema e che farebbero le interrogazioni su richiesta del gruppo, dice l’accusa. Insomma, un tipico problema di insider threat, espressione con cui si indica un dipendente infedele, oppure un ex-dipendente o anche un collaboratore esterno che abbia (o abbia avuto) accesso alla rete e che usi questo accesso per sottrarre dati (o eseguire altre attività malevole).
È quindi una minaccia interna alla confidenzialità dei dati che, ricordiamolo, rientra tra i rischi previsti in ambito cybersicurezza e che quindi prevede anche una serie di misure con cui monitorare e mitigare questi rischi.
Gli inquirenti descrivono anche delle altre presunte vie d’accesso più diretto a queste banche dati, ad esempio attraverso delle backdoor su un “disaster recovery” dei dati situato in un luogo diverso dalla sede di Roma del CED, e sembrano convinti di queste altre vie, ma per loro stessa ammissione su questo aspetto sembrano avere meno riscontri tecnici.
Su un elemento però insistono molto: i dati estrapolati da SDI sono centrali nell’attività di presunto dossieraggio del gruppo. Più in generale riconoscono il valore di mercato di queste informazioni per un grande numero di soggetti privati che vendono investigazioni e advisoring. Sono una miniera d’oro, per scopi privati e politici e come arma di ricatto. Ricatti che non vediamo normalmente, che non emergono sempre in scandali, che spesso si risolvono in forma di accordi privatistici ed extragiudiziali.
Un fenomeno giudicato in crescita, almeno quanto la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Si percepisce anche la frustrazione di chi indaga, nel momento in cui vede accedere una serie di soggetti sotto inchiesta alla banche dati strategiche nazionali più rapidamente di chi sta esercitando le funzioni di polizia giudiziaria.
Ogni individuo e società coinvolta nell’indagine milanese avrà modo di chiarire le proprie posizioni, e resta per tutti la presunzione di innocenza. Ma se ci astraiamo dai casi singoli e guardiamo il disegno complessivo, dall’inchiesta emerge una rete fitta di agenzie private, investigatori, consulenti, pubblici ufficiali, ex membri di forze dell’ordine, soggetti in relazione coi servizi, che fanno delle informazioni confidenziali il loro business quotidiano.
Quanti altri casi esistono nel Paese che meriterebbero un approfondimento di indagine? E quanto possono stare le nostre banche dati strategiche ancora a rischio di essere saccheggiate per potere e denaro, per citare sempre gli inquirenti?
Sempre su questo caso segnalo:
– Come funziona Beyond, il database finito al centro dell’inchiesta sui dossier – Luca Zorloni, Wired Italia
– Agenzia per la cybersicurezza nazionale, perché se ne parla nell’inchiesta sui dossieraggi, sempre Luca Zorloni, Wired Italia
Fonte
21/08/2024
Emergono dettagli sull'affondamento dello yacht del magnate britannico Lynch
In primo luogo c’è la morte, appena quattro giorni fa, del numero due dell’azienda di Lynch, Stephen Chamberlain, investito mentre faceva jogging a Stretham, in Gran Bretagna. Chamberlain lavorava come direttore operativo per la società di sicurezza informatica Darktrace, legata al magnate Lynch.
In secondo luogo Lynch era uno squalo della finanza soprattutto nel settore sensibilissimo della cybersicurezza e dunque anche della cyberwar. E in questo settore i punti di contatto con il mondo dell’intelligence e del lavoro sporco sono innumerevoli.
Riproduciamo qui di seguito una inchiesta pubblicata dall’Agenzia Nova che evidenzia i rapporti di Lynch con il mondo dei servizi segreti e in particolare con quelli israeliani.
Darktrace, l’azienda dell’imprenditore Mike Lynch ha rapporti stretti con l’intelligence israeliana
da Agenzia Nova del 21 agosto
Darktrace, azienda di sicurezza informatica fondata dal magnate britannico Mike Lynch – una delle sei persone disperse nel naufragio avvenuto ieri a Porticello, nei pressi di Palermo – ha rapporti consolidati con l’intelligence israeliana. Darktrace è ben nota ai servizi segreti internazionali, italiani compresi, ma ha stretti rapporti, in particolare, con quelli israeliani che, secondo una fonte interpellata da “Agenzia Nova”, hanno utilizzato i sistemi dell’azienda britannica per individuare alcuni dei massimi dirigenti di Hamas. Lynch, noto anche come il “Bill Gates britannico”, ha avuto un ruolo importante nella nascita di Darktrace. La società, infatti, è stata fondata nel 2013 a Cambridge, da matematici ed esperti di difesa informatica di Invoke Capital, altra impresa di proprietà proprio di Lynch.
Nell’aprile 2021, Darktrace è stata quotata alla Borsa di Londra con un valore di mercato di circa 2,5 miliardi di sterline (2,9 miliardi di euro al tasso di cambio attuale), a dimostrazione di come l’azienda sia rapidamente diventata leader mondiale nell’intelligenza artificiale per la cyber security.
Darktrace basa la sua fortuna su una tecnologia di IA cosiddetta “self learning”, ovvero con capacità di autoapprendimento che consente di avere una visione completa dell’infrastruttura di un’azienda e, di conseguenza, proteggerla autonomamente da minacce cyber di efficacia avanzata. Una competenza che non è passata inosservata ai principali servizi d’intelligence globali, in particolare quelli israeliani da sempre fra i più attenti e specializzati nel comparto della cyber sicurezza
L’estate scorsa Darktrace aveva presentato sul mercato Heal, il suo nuovo strumento che sfrutta l’intelligenza artificiale per facilitare la fase cosiddetta di “incident response”, ovvero la capacità di rilevare e gestire gli attacchi informatici in modo da ridurre al minimo i danni, i tempi di recupero e i costi totali.
Lo scorso primo marzo l’azienda ha annunciato la nascita di Darktrace Federal, una nuova divisione al servizio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, della comunità di intelligence, delle agenzie civili federali e delle infrastrutture critiche nazionali per rafforzare le loro capacità di proteggersi dagli attacchi cyber.
In Darktrace Federal lavorano esperti in materia di sicurezza ed ex membri dell’intelligence statunitense che hanno guidato le operazioni informatiche presso la Cia e fornito assistenza all’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) e al Pentagono. Un annuncio che non sorprende, ma che anzi conferma la stretta vicinanza fra l’azienda fondata da Lynch e la comunità internazionale dell’intelligence.
È notizia dello scorso 26 aprile, invece, l’acquisizione di Darktrace da parte del fondo d’investimento statunitense Thoma Bravo per 5,32 miliardi di dollari. La trattativa era iniziata nel 2022 ma aveva subito una battuta d’arresto a causa di una serie di difficoltà nei negoziati fra le dirigenze delle due aziende. Thoma Bravo ha visto l’acquisizione come un’opportunità per rafforzare la propria esposizione nel mercato della sicurezza informatica: d’altronde, il fondo Usa possiede già diverse aziende che operano nel comparto, come Sophos, Proofpoint, Ping Identity e SailPoint.
Per Darktrace, invece, l’acquisizione potrebbe rappresentare un’opportunità di crescita e innovazione: un’operazione “win-win” come si dice in questi casi. Non sempre, tuttavia, sono filati lisci i rapporti fra le società legate a Lynch e gli Stati Uniti. L’imprenditore britannico, infatti, lo scorso giugno era stato scagionato – non senza sorprese – da un tribunale di San Francisco dalle accuse di frode e falso in bilancio presentate da Hewlett Packard. Lynch, infatti, aveva venduto al colosso statunitense del settore high tech, Autonomy, altra società informatica da lui fondata ma era stato accusato di aver gonfiato il valore della società prima della transazione.
Una vicenda che durava da ben 13 anni, quella del contenzioso fra Lynch ed Hewlett Packard che, tuttavia, si era conclusa nel migliore dei modi per l’imprenditore britannico che in questi giorni si stava godendo una vacanza con la famiglia in Italia. La vacanza, però, ha assunto toni decisamente drammatici in seguito del naufragio in Sicilia dello yacht che ospitava, complessivamente, 22 persone.
Una vicenda con molti punti da chiarire, quella relativa al naufragio del Bayesian, lo yacht di proprietà della moglie di Lynch, Angela Bacares. Dopo aver costeggiato Cefalù, il capitano dello yacht aveva gettato l’ancora a circa 300 metri da Porticello, un’area investita da una violenta tromba d’aria nella notte fra domenica e lunedì. Le 15 persone tratte in salvo hanno riferito che il Bayesian si sarebbe ribaltato molto rapidamente e sarebbe affondato in un lasso di tempo decisamente breve che ha lasciato pochi margini di reazione alle persone a bordo.
Al momento è stato escluso che lo yacht abbia urtato un ostacolo, soprattutto per l’assenza di danni visibili allo scafo, rinvenuto a una profondità di una cinquantina di metri. Curioso, d’altronde, è il fatto che il veliero olandese ancorato a pochissima distanza dal Bayesan, ed i cui occupanti hanno prestato i primi soccorsi ai naufraghi, non abbia subito alcun danno dalla tempesta. Per ora, quindi, si sospetta un possibile cedimento strutturale visto che l’albero è stato trovato spezzato.
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26/03/2024
Il naufragio della “barca delle spie” italiane e israeliane era una operazione ufficiale
Questo gesto conferma ufficialmente che i due agenti italiani deceduti erano coinvolti in una missione operativa delicata e non erano presenti sul posto per partecipare “a una festa di compleanno tra colleghi italiani e del Mossad”.
Sull’imbarcazione il 28 maggio dello scorso anno infatti erano riuniti 21 agenti dei servizi segreti italiani e del Mossad israeliano. Ufficialmente per una “festa di compleanno”. Adesso sappiamo che invece era per una operazione congiunta dei servizi dei due paesi.
La barca affondò a una profondità di 16 metri, causando la morte di quattro persone, tra cui i due agenti dell’Aise, l’agente del Mossad Shimoni Erez, 54 anni e di Anya Bozhkova, 50 anni, moglie di Claudio Carminati, armatore e comandante della barca, sopravvissuto.
La conferma ufficiale del coinvolgimento dei due agenti in missione è giunta durante una cerimonia tenutasi il 22 marzo dedicata ai Caduti dei servizi di informazione per la sicurezza, come riportato sul sito governativo dedicato al sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica.
“Sono un funzionario della Presidenza del Consiglio” e “Faccio parte di una delegazione governativa israeliana”. Questo si erano limitati a dichiarare un anno fa ai magistrati gli agenti dei servizi segreti italiani e del Mossad testimoni del naufragio e che erano a bordo della ‘Gooduria’, la barca affondata nel Lago Maggiore.
La cerimonia ufficiale e l’ammissione che quella al Lago Maggiore finita tragicamente era dunque una operazione congiunta tra servizi segreti italiani e israeliani dice molte cose, ma non tutte, sulla collaborazione consolidata tra gli apparati del nostro paese e Israele oggi indagata alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio contro i palestinesi.
Una collaborazione che secondo molti osservatori è spesso sconfinata nella subalternità.
È interessante rammentare che a marzo dello scorso anno, due mesi prima del naufragio della barca delle spie italiane e israeliane, Netanyahu era stato in visita in Italia.
Un veterano del giornalismo italiano come Alberto Negri ci tiene a sottolineare che “L’8 marzo del 2023, praticamente un anno fa, il primo ministro israeliano Netanyahu è venuto a Roma e ha firmato una serie di accordi. Uno, il più importante, è passato praticamente inosservato: si tratta dell’appalto della cybersecurity dei nostri servizi ad Israele. Questo accordo non è piaciuto, al punto che il capo della cybersecurity Roberto Baldoni si è dimesso prima di doverlo firmare...”.
Esattamente un anno fa, a marzo 2023, Roberto Baldoni, si era dimesso dall’incarico di direttore dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. Era stato messo lì dal governo Draghi nell’agosto del 2021.
“L’intensa cooperazione tra Italia e Israele nel campo della cybersicurezza, a livello sia istituzionale che privato, è un esempio virtuoso. Ma restano ancora molte opportunità da sfruttare nella sinergia tra i due governi e tra i due mercati“, ha dichiarato a ottobre Alon Bar, Ambasciatore d’Israele in Italia, inaugurando il Padiglione Nazionale Israeliano presso CyberTech Europe 2023, il più grande evento europeo dedicato alla cybersicurezza, organizzato in collaborazione con la Leonardo e giunta alla sua quinta edizione (MilanoFinanza).
Alla questione della cybersicurezza italiana affidata agli israeliani, Alberto Negri aggiunge poi un altro tassello: “L’Italia, attraverso l’Eni, è andata a firmare un contratto che deruba i palestinesi del proprio gas a Gaza in violazione delle convenzioni internazionali in materia”.
L’Eni, precisa Negri, avrebbe dovuto quanto meno sospendere l’appalto firmato in precedenza dopo l’inizio dell’operazione. “Questi due episodi di pubblico dominio non hanno innescato che labili proteste interne, ma ci danno la misura di quanto sia grande la subordinazione verso lo Stato di Israele.”
Sono tanti, troppi, gli episodi di questa subalternità della politica e degli apparati italiani a quella israeliana e forse sarebbe il momento di tirare fuori tutto, anche cosa fanno gli agenti del Mossad a spasso nelle città italiane, e magari di mettere fine a tutto questo.
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25/12/2021
28/06/2021
Windows 11 - Supercazzole nell'anima
Giovedì 24 giugno Microsoft ha annunciato il prossimo rilascio della versione 11 del suo sistema operativo Windows, sistema che gira su 1 miliardo e 300 milioni di computer. L’aggiornamento non è obbligatorio. Si potrà continuare ad usare Windows 10 fino alla scadenza del supporto.
La novità, che derubrica a fatterelli innocui tutte le violazioni della privacy legate al turn pandemico, riguarda l’introduzione della tecnologia Trusted Platform Modules (TPM).
Il TPM, si legge sul sito di Microsoft, è progettato per offrire funzioni di sicurezza basate sull’hardware. In soldoni, i nostri dispositivi (computer, tablet o telefoni) per sfruttare appieno le funzionalità di Windows 11 dovranno avere preinstallato un chip TPM o un Processore abilitato alla criptazione.
L’elemento hardware includerà meccanismi di sicurezza fisica in grado di proteggere il dispositivo da manomissioni. I software malevoli (Ransomware, Spyware, Worm, etc) non saranno in grado di manomettere le funzioni di sicurezza del TPM.
I vantaggi, dicono a Microsoft, sono immediati ed evidenti. La tecnologia TPM autentica il dispositivo usando una chiave RSA univoca, integrata nel dispositivo stesso. Questa chiave permetterà di archiviare limitando l’uso di chiavi crittografiche. Garantirà l’integrità del dispositivo.
L’unico limite di questa tecnologia, dicono su The Verge (theverge.com), e in particolare del TPM 2.0, è che per funzionare richiede processori di ultima generazione, e comunque non inferiori a Intel di ottava generazione e AMD Ryzen 2000. In computer comprati l’altro ieri il TPM 2.0 non funzionerà.
Si tratta della solita manovra keynesiana nota come Obsolescenza Pianificata, la quale agisce sulla domanda stimolandola artatamente.
Si mandano al macero macchine vecchie appena di tre anni, ritenute inservibili, mentre macchine come quella sulla quale sto scrivendo – Hp con Intel di seconda generazione (2011), con Sistema Operativo Gnu/Linux aggiornato all’ultima versione, e con livello di sicurezza superiore a Windows, e senza TPM – funzionano alla grande.
La tecnologia TPM è sostenuta dal Trusted Computing Group (TCG), un consorzio promosso da AMD, Cisco, Dell, HP, IBM, Intel, Microsoft e le cinesi Lenovo e Huawei. La convergenza verso sistemi di controllo estremo è trasversale.
Ma cosa implica nei fatti questo tipo di controllo, ci si potrà fidare del proprio Dispositivo?
Su gnu.org (Can You Trust Your Computer?), RMS dice che già a partire dal 2015 si è tentato di introdurre nei Dispositivi elettronici il TPM come piattaforma per la gestione digitale delle restrizioni di uso per l’utente finale, e che solo per ragioni pratiche il tentativo è fallito, limitando l’impiego del TPM al solo scopo di verificare che sul Dispositivo non fossero state apportate modifiche da terzi.
Fintanto che il controllo del TPM si limita a questa funzione non ci sono grossi problemi, ma se il controllo si estende, implicando una verifica da remoto, la musica cambia, dice RMS.
Potrebbe succedere, per esempio, dice RMS, di «ricevere un’email in cui il nostro datore di lavoro voglia imporci una procedura illegale o moralmente equivoca, come la distruzione dei documenti fiscali. Oggi è possibile far arrivare il messaggio a un giornalista e rendere pubblica quell’attività. Ma grazie all’informatica trusted (TPM), il giornalista potrebbe non essere in grado di leggere il documento, il suo computer rifiuterebbe di obbedirgli. L’informatica trusted diventa il paradiso della corruzione».
«Gli elaboratori di testi come Microsoft Word – dice RMS – potrebbero ricorrere all’informatica trusted quando salvano i documenti, per assicurarsi che non possano esser letti da nessun elaboratore di testi rivale».
«I programmi che usano l’informatica trusted scaricheranno in continuazione via Internet nuove regole per le autorizzazioni, onde imporle automaticamente al nostro lavoro.
Qualora a Microsoft, o al governo statunitense, non dovesse piacere quanto scriviamo in un documento, potrebbero diffondere nuove istruzioni dicendo a tutti i computer di impedire a chiunque la lettura di tale documento. Una volta scaricate le nuove istruzioni, ogni computer dovrà obbedire.
Il nostro documento potrebbe subire la cancellazione retroattiva, in pieno stile “1984”. Lo stesso utente che lo ha redatto potrebbe trovarsi impossibilitato a leggerlo».
Mi fermo qui. Ho riportato alcuni esempi, tutto sommato innocui, dell’informatica trusted.
Immaginate cosa potrebbe significare l’introduzione di tecnologie trusted sui dispositivi che usiamo per fare ogni cosa: pagare le bollette, ordinare una pizza, calcolare e pagare l’IMU, scaricare una ricetta, scegliere il medico, guidare un’auto elettrica, programmare l’accensione e lo spegnimenti di condizionatore e caldaia, guardare il registro elettronico della scuola, prenotare i pasti alla mensa scolastica e pagare la tariffa, richiedere un certificato all’anagrafe, ordinare su ebay Il manuale pratico per occupare una casa di J. Pikula, eccetera.
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