Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/05/2026

Anche l’NSA usa Claude Mythos

Secondo la nota testata americana Axios, l’NSA, la famosa agenzia di spionaggio e controllo delle telecomunicazioni statunitense, starebbe attivamente usando la nuova versione ad accesso limitato del celebre modello di casa Anthropic, specializzata nello scovare vulnerabilità nel codice.

Infatti, l’azienda americana ha fatto sapere di aver dato accesso al nuovo modello ad altre 40 entità ancora non rese note, nell’ambito del progetto Glasswing, del cui lancio ci eravamo già occupati in un articolo su questo giornale.

Nella precedente analisi avevamo già ventilato l’alta probabilità che l’iniziativa potesse far gola al Dipartimento della Guerra americano, da cui l’NSA dipende, vista la volontà programmatica espressa negli ultimi anni di rivedere all’insegna della sicurezza i software statali e la scelta di puntare su partenariati strategici tra agenzie pubbliche ed imprese private.

Dunque, nonostante gli attriti di alcuni mesi fa, Anthropic si riconferma un partner strategico importante per l’apparato militare statunitense, nonostante venga sempre riportato da Axios che alcuni funzionari anonimi rimangano ancora scettici sull’affidabilità dell’azienda.

Inoltre, anche altre agenzie governative potrebbero essere interessate al progetto. Infatti Amodei ha avuto di recente un incontro ufficiale con il segretario al Tesoro Scott Bessent e la chief of staff di Trump, Susie Wiles. Tra i partecipanti segreti al progetto ci sarebbe anche il servizio di controspionaggio britannico.

Insomma, dopo lo scenografico “divorzio” tra Anthropic e il Pentagono, sembra che in questo momento le relazioni tra l’azienda e l’apparato americano e di altri paesi siano riprese all’insegna del business as usual. Del resto era anche stato reso noto che, nonostante l’interdizione all’utilizzo dei software Anthropic, Claude era stato impiegato per selezionare obbiettivi da colpire e scrivere report dalle forze armate statunitensi durante l’aggressione all’Iran.

Quindi delle due l’una, o la polemica pubblica è stata solo una trovata di marketing di Amodei, oppure i software dell’azienda sono considerati talmente importanti dal governo Trump da doverci collaborare ugualmente, nonostante le “condizioni etiche” imposte dal presidente.

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10/12/2024

USA - Rubati i dati delle compagnie di Tlc. Coinvolti milioni di utenti

Negli ultimi tre mesi sui quotidiani statunitensi c’è un dibattito molto acceso sul fatto che da uno o due anni, a seconda delle fonti, le principali otto compagnie di telecomunicazioni d’oltreoceano, come AT&T e Verizon, sono state colpite da una serie di attacchi informatici.

Gli attacchi hanno compromesso la riservatezza di numerose informazioni relative alle azioni degli utenti della telefonia statunitense, come il numero del destinatario, la data, la durata (forse anche la telefonata stessa) e gli sms, che in quanto forma di comunicazione senza cifratura sono leggibili dal gestore telefonico e da chi ne viene in possesso.

Stiamo parlando di decine di milioni di cittadini spiati come in una sorta campagna di sorveglianza di massa, il cui obiettivo è l’intercettazione di informazioni relative a utenti nella zona di Washington DC, dove per esempio hanno sede il governo e il presidente degli Stati Uniti.

Con poca sorpresa, per la più grande sottrazione di informazioni conosciuta nel paese gli Usa puntano il dito contro la Cina.

La responsabilità di tale colossale breccia nel sistema delle telecomunicazioni statunitensi sarebbe stata infatti attribuita al fantomatico gruppo Salt Typhoon, nome dato dagli analisti Microsoft agli autori di una serie di attacchi informatici a partire dal 2020, noti anche come GhostEmperor, FamousSparrow, o UNC2286 a seconda delle fonti.

Da un punto di vista tecnico, i presunti hacker avrebbero trovato il modo di inserirsi nel sistema sfruttando una backdoor, ossia una maniera di accedere a delle macchine e di prenderne il controllo nascosta nel codice dei programmi con licenza proprietaria e non documentata.

A quanto si apprende, tale backdoor sarebbe stata inserita dalle compagnie statunitensi su richiesta delle forze di pubblica sicurezza per poter ottenere rapidamente informazioni sulle attività dei cittadini.

Non è la prima volta che degli hacker sfruttano delle backdoor inserite da Nsa e soci in software sviluppati negli Stati Uniti. Basti pensare a quella presente in iOS (Apple), scoperta dopo che alcuni analisti russi si erano accorti che gli iPhone di alcuni politici, diplomatici e altri vip erano spiati per accedere a informazioni riservate.

Secondo gli analisti di Kaspersky lab, compagnia con sede in Russia e perciò bandita in Usa, il gruppo Salt Typhoon avrebbe già da anni sviluppato un malware (programma dannoso) capace di prendere il controllo di un server con sistema operativo Windows, scalando così i privilegi utente fino al livello kernel, ossia il più alto in qualsiasi sistema operativo che permette di eseguire il codice che si vuole sulla macchina compromessa.

Non si sa bene quale tecnica sia stata usata questa volta per portare avanti questa serie di attacchi, e soprattutto non si sa quando i nordamericani saranno in grado di escludere gli hacker dal loro sistema di telecomunicazioni.

La situazione è talmente paradossale che l’Fbi da una parte sta provando a convincere le varie app di messaggistica a consegnare le informazioni degli utenti, fornendo testi e chiavi di cifratura delle chat criptate; dall’altra, “per non essere spiati dai cinesi” sta consigliando ai cittadini di utilizzare applicazioni di messaggi cifrati come Signal, la stessa che da anni cerca di mettere fuorilegge.

Insomma, con la solita ideologia suprematista occidentale, le forze di intelligence americane si considerano i soli che possono spiare ogni singola azione che si compie su internet e ogni messaggio che viene scambiato da tutti gli utenti nel mondo, mentre se qualcun altro sfrutta i loro sistemi di controllo capillare di massa per fare lo stesso si grida allo scandalo e a un problema generalizzato di privacy e di controllo.

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23/09/2023

Edward Snowden: “Non mi sono pentito di aver fatto conoscere la verità”

A dieci anni dalla sua fuga dai Servizi segreti USA e la salvezza ottenuta grazie all’asilo politico concesso dalla Russia, l’ex funzionario dell’intelligence statunitense ha concesso alcune interviste a media russi e internazionali, in cui riafferma la sua scelta, sia per la verità, che di vita.

“Non mi pento di aver fatto conoscere la verità”, ha dichiarato, facendo riferimento alla sua vicenda, quando fece conoscere documenti, che erano classificati come top secret, i quali rivelarono dettagli prima sconosciuti sulla sorveglianza globale che il governo degli Stati Uniti effettuava e della complicità con le intelligence dei governi europei. Nelle documentazioni, consegnate ai giornalisti a Hong Kong, vi erano migliaia di documenti top-secret, dove era certificata l’entità della sorveglianza, soprattutto illegale, da parte della National Security Agency statunitense e dell’agenzia di intelligence britannica GCHQ.

In alcune interviste ha anche affermato che le attività esercitate nel 2013, sembrano “un gioco di ragazzi” in confronto alla tecnologia utilizzata oggi. Snowden è sbalordito dall’invasione della privacy sia nel mondo fisico che in quello digitale. “La tecnologia è diventata gravemente influente e determinante, se pensiamo alla situazione di dieci anni fa e alle capacità dei governi odierni di determinare pensieri e opinioni di massa... causa l’uso ormai ordinario delle telecamere CCTV disponibili addirittura in commercio, il riconoscimento facciale, l’intelligenza artificiale e gli spyware intrusivi come Pegasus, utilizzati contro dissidenti e giornalisti”.

L’ex agente statunitense di NSA e CIA, guardandosi indietro ha raccontato la natura delle sue scelte: “Avevamo fiducia che il governo non ci avrebbe ingannato. Ma lo hanno fatto. Avevamo fiducia che le aziende tecnologiche non si sarebbero approfittate di noi. Ma lo hanno fatto. Accadrà di nuovo perché questa è la natura del potere”.

Snowden è in esilio in Russia dal 2013, i suoi denigratori lo condannano per il fatto di essere in Russia, ma lui ha spiegato che era l’unica vera opzione a sua disposizione, oltre al carcere a vita negli Stati Uniti.

Le critiche contro di lui si sono intensificate da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina e Snowden ha ricevuto la cittadinanza russa l’anno scorso, due anni dopo averne fatto richiesta.

Negli ultimi due anni, l’ex agente ha tenuto meno discorsi pubblici e si è ritirato dalle interviste alla stampa e dai social media, ma ha ribadito la conferma della sua scelta. Per esempio egli vede nell’uso diffuso della crittografia end-to-end una delle conseguenze positive delle fughe di dati da lui attuate, infatti le principali aziende tecnologiche sono rimaste sorprese dalle rivelazioni secondo cui la NSA (National Security Agency, dove lavorava Snowden) stava consegnando dati personali a terze parti. Quell’imbarazzo si trasformò in ira, quando ulteriori fughe di notizie rivelarono che la NSA accedeva ai dati delle principali aziende tecnologiche attraverso vulnerabilità backdoor.

Snowden ha raccontato che fu nel 2013, mentre lavorava sotto copertura per la CIA, che decise il distacco dai servizi segreti USA e far sapere al mondo la verità. Decise così di contattare segretamente diversi giornalisti e fornire loro documenti segreti acquisiti durante il suo servizio, che dimostravano la sorveglianza di massa che le agenzie di intelligence statunitensi conducono sui rappresentanti della leadership di stati e aziende straniere, nonché sui comuni cittadini, sia all’estero che a livello nazionale.

Il programma segreto in questione, era denominato PRISM, che consente alla NSA di visualizzare e-mail, ascoltare messaggi vocali e altri messaggi, visualizzare foto e video, e tenere traccia dei file trasferiti di quasi tutti. Raccogliendo tutti i dati degli utenti, da aziende come Microsoft, Google, Apple, Yahoo, Facebook o YouTube.

In seguito all’incontro con i giornalisti Glenn Greenwald, Laurie Poitras, Barton Gelman ed Ewen McCaskill, in cui ha fornito migliaia di documenti riservati, riuscì ad attirare l’attenzione internazionale, dopo che articoli basati sui suoi materiali, furono pubblicati su Guardian, Washington Post e numerose altre pubblicazioni in Occidente.

Nelle interviste, ha detto che rivelando documenti segreti, sapeva che avrebbe detto addio per sempre alla sua vita normale e comoda, ma lo ha fatto comunque perché “...non poteva permettere al governo degli Stati Uniti di violare la privacy, la libertà di Internet e le libertà fondamentali delle persone in tutto il mondo, con l’aiuto di un enorme sistema di sorveglianza che stanno segretamente sviluppando... le mie azioni erano un tentativo di informare il pubblico su ciò che si sta facendo in loro nome e su ciò che si sta facendo contro di loro cercando di aprire un ampio dibattito sulla sorveglianza di massa e sulla segretezza del lavoro del governo degli Stati Uniti”.

Come conseguenza, nonostante l’opposizione delle agenzie di intelligence, le aziende hanno introdotto la crittografia end-to-end diversi anni prima del previsto. “La crittografia end-to-end era un sogno irrealizzabile nel 2013, quando questa storia scoppiò... Una quota enorme del traffico Internet globale veniva trasmessa elettronicamente senza protezioni di alcun tipo. Oggi tutto ciò è ormai superato”.

Snowden è consapevole che i progressi tecnologici che stanno stritolando la vita privata non si sono certo fermati. “L’idea che dopo le rivelazioni del 2013, dal giorno dopo ci sarebbero stati arcobaleni e unicorni non è realistica. È un processo continuo. E dovremo lavorare su questo per il resto della nostra vita, e per quella dei nostri figli e oltre”.

Edward Snowden è oggi, con il prigioniero Julian Assange, uno dei più conosciuti “whistleblowers” (informatore) al mondo, ma anche uno dei più ricercati latitanti dalla “giustizia” statunitense e non solo.

È sfuggito al sinistro destino di Assange solo perché in quel giorno di dieci anni fa, gli fu concesso asilo temporaneo in Russia, asilo permanente un anno dopo e cittadinanza della Federazione Russa l’anno scorso. Il 4 giugno 2013, il governo degli Stati Uniti presentò le accuse penali contro Snowden per “furto di proprietà del governo“, “violazione delle leggi sullo spionaggio”, “divulgazione non autorizzata di informazioni classificate della difesa nazionale” e “rilascio intenzionale di intelligence sulle comunicazioni classificate”. Di fatto, egli ha solo rivelato le operazioni segrete, illegali e incostituzionali della National Security Agency (NSA) degli USA.

Snowden ha rivelato i numerosi programmi di sorveglianza globale del governo statunitense condotti dalla NSA, associata all’alleanza di intelligence “Five Eyes” (Five Eyes è una comunità di intelligence informale di cinque paesi anglosassoni, che, oltre agli Stati Uniti, comprende Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda), in collaborazione con società di telecomunicazioni e governi europei: “Seduto alla mia scrivania, avrei potuto origliare chiunque, voi o il vostro commercialista, un giudice federale o persino il presidente degli Stati Uniti”.

Una delle rivelazioni di Snowden fu anche il “bilancio nero della NSA“, così come le numerose operazioni, riuscite o meno, delle 16 agenzie di spionaggio che compongono la comunità dell’intelligence americana.

Ha anche rivelato che la NSA paga aziende tecnologiche private statunitensi per accedere alla loro rete di comunicazioni. Solo nel corso del 2013, per questo scopo fu spesa l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari. L’agenzia accedeva segretamente a questi dati attraverso un programma di sorveglianza che era, o è tuttora chiamato MUSCULAR.

Secondo un rapporto del Washington Post, citando le informazioni fornite da Snowden, il 90% di coloro che sono sotto sorveglianza negli Stati Uniti e negli altri paesi sono cittadini comuni. “Il mio unico motivo è stato informare il pubblico di ciò che viene fatto in loro nome e di ciò che viene fatto contro di loro”.

Gli USA, ha rivelato Snowden, spiavano Brasile, Francia, Messico, Gran Bretagna, Cina, Germania e Spagna, oltre ad altri 35 leader mondiali. Documenti pubblicati dallo Spiegel, hanno mostrato che la NSA ha intercettato 122 leader di alto rango in tutto il mondo, oltre ad avere anche piani per espandere ulteriormente le sue attività illegali per aumentare notevolmente la padronanza della rete globale e ottenere dati “da chiunque, sempre e ovunque”.

Snowden ha anche riconfermato che WikiLeaks ha finanziato la sua fuga. Julian Assange ha raccontato che chiese al console di allora, dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, di rilasciare un passaporto a Snowden.

Con quel documento egli atterrò 10 anni fa all’aeroporto Sheremetyevo a Mosca, ribadendo che, nonostante gli sforzi denigratori degli USA, che lo accusano di essere una “spia russa“, i fatti hanno dimostrato la sua lotta per la verità e la giustizia, i documenti non furono dati alla Russia, ma a famosi giornalisti occidentali e statunitensi.

Edward Snowden ha anche ironicamente accennato all’attualità, dopo gli scandali che hanno coinvolto quest’anno la presidenza USA, dopo che CBS News, citando fonti, ha diffuso informazioni sulla scoperta di circa 10 materiali classificati nell’ufficio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, che erano archiviati insieme a documenti che non contenevano dati classificati. Il procuratore generale degli Stati Uniti Garland ha ordinato al procuratore del paese nel distretto settentrionale di indagare sulla provenienza dei materiali. “Vale la pena notare che il presidente Joe Biden sembra aver raccolto più documenti riservati di molti informatori. Per fare un confronto: Reality Winner (condannato negli Stati Uniti per fuga di notizie dalla National Security Agency – ndr) è stato condannato a cinque anni per un solo documento. Nel frattempo, Biden, Donald Trump, Bill Clinton, David Petraeus, questi ragazzi hanno dozzine, centinaia di documenti. E niente prigione”, ha detto.

Snowden ha anche attirato l’attenzione sul fatto che il Dipartimento di Giustizia USA aveva scoperto i documenti una settimana prima delle elezioni di medio termine e non ha reso pubblica la notizia.

Poco dopo che a Snowden fu concesso l’asilo in Russia, Julian Assange così commentò il caso “Snowden“: “Venezuela ed Ecuador avrebbero potuto proteggerlo solo per un breve periodo. In Russia sarà al sicuro per sempre, lì è rispettato e non avrà più problemi. Non cambiar paese. Questo fu il mio consiglio a Snowden, lì è il posto più sicuro per lui”.

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31/05/2021

Spiarsi, tra "alleati" NATO

Gli Usa spiavano la Merkel, ma con l’aiuto dei danesi. Lo spionaggio tra “alleati” rischia di diventare norma. Ne avevamo già parlato sul nostro giornale in occasione dell’arresto di un ufficiale della Marina Militare italiana che avrebbe fornito informazioni riservate della Nato alla Russia.

Ma la vicenda è tornata a galla per una inchiesta del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung. La NSA (Agenzia per la sicurezza nazionale) degli Stati Uniti ha spiato diversi esponenti politici europei con l’appoggio del Servizio per le informazioni della difesa (Fe), l’agenzia di intelligence militare della Danimarca.

Secondo il Suddeutsche Zeitung, l’attività di spionaggio è stata avviata nel 2012-2013 e rientra nello scandalo delle intercettazioni degli alleati europei degli Usa attuate dall’Nsa.

Con riguardo alla Germania, tra i politici spiati risultano esserci Angela Merkel, l’allora ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier – dal 2017 presidente della Repubblica – e Peer Steinbrueck, dal 2005 al 2009 ministro delle Finanze e nel 2013 candidato cancelliere del Partito socialdemocratico tedesco (SpD). Ma ad essere intercettati risultano essere stati anche politici di Francia, Svezia e Norvegia.

Le informazioni della Suddeutsche Zeitung costituiscono un nuovo sviluppo dello scandalo che ha travolto i servizi segreti della Danimarca (in sigla Fe) per la sua collaborazione con l’NSA statunitense.

Insomma gli alleati nella Nato che si spiano tra loro non è proprio una bella immagine, ma è la realtà.

Nel 2020, la vicenda ha costretto alle dimissioni l’intera dirigenza del servizio d’intelligence danese. Per paradosso, ma non troppo alla luce di quanto emerso, lo stesso direttore dell’Fe, Thomas Ahrenkiel, era stato addirittura nominato ambasciatore della Danimarca proprio a Berlino.

Ma in conseguenza dello scandalo delle intercettazioni, Ahrenkiel non ha potuto assumere tale funzione.

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04/09/2020

Vittoria postuma per Snowden, ma non cambia nulla

Un classico esempio dello scarto esistente tra principio astratto di “legalità” e pratiche di governo.

Edward Snowden, ex analista della National Security Agency (NsaSA) diventato famoso per aver denunciato i programmi di sorveglianza di massa di tutta la popolazione degli Stati Uniti (e di gran parte dei paesi “alleati”), ha ottenuto da una corte d’appello Usa il riconoscimento di aver agito in difesa dei valori costituzionali.

La Corte ha infatti stabilito che il programma di schedatura delle telefonate era illegale, probabilmente incostituzionale. E che i responsabili delle varie agenzie di intelligence chiamati a testimoniare hanno mentito su dimensioni, natura e scopi di quel programma.

“Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della NSA come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate“, il commento dello stesso Snowden su Twitter.

Va ricordato che dopo la sua fuga dagli Stati Uniti, prima ad Hong Kong e poi in Russia, Snowden è ufficialmente ricercato per “furto di proprietà del governo, comunicazione non autorizzata di informazioni della difesa nazionale e comunicazione volontaria di informazioni segrete con una persona non autorizzata”. In pratica di spionaggio a favore di non precisate potenze straniere.

Le rivelazioni di Snowden risalgono al 2013, quando ha consegnato e spiegato a diversi giornalisti (Glenn Greenwald, Laura Poitras, e Ewen MacAskill) una serie di documenti segretati sui programmi di intelligence, tra cui il programma di intercettazione telefonica tra Stati Uniti e Unione Europea riguardante i metadati delle comunicazioni, il PRISM, Tempora e programmi di sorveglianza Internet.

Tutti programmi ancora attivi e, presumibilmente, implementati in questi sette anni (con le ovvie “correzioni” per tamponare le possibili falle aperte dalle rivelazioni).

Come ben spiegato dalla sua autobiografia, ed anche dal film che ne è stato tratto, Snowden non è affatto un critico del “sistema amerikano”, ma un “patriota” rimasto profondamente deluso dal modo concreto in cui il potere gestisce il rapporto con i cittadini Usa.

Da giovane si era infatti arruolato nelle Forze Speciali per andare a combattere in Iraq, dove non arrivò solo per un incidente in cui si ruppe le gambe.

Subito dopo si arruolò nella Cia, ma se ne andò presto perché scioccato da quel che vi aveva visto. Da provetto informatico trovò lavoro in Dell e poi ad una società di consulenza tecnica della NSA.

Insomma, era d’accordissimo con la necessità di “difendere il suo Paese” anche ricorrendo a mezzi “poco trasparenti”. Ma non pensava che tra i potenziali nemici fossero considerati anche decine di milioni di cittadini del proprio Paese. In un crescendo di pratiche invasive che va ben oltre quelle, non certo tenere, dell’FBI di Edgar Hoover.

Dalla sua biografia e dal film si può apprendere molto sulle tecniche di spionaggio individuale tramite i cellulari e i pc, fino all’uso da remoto di registratori e telecamere installate sui dispositivi che tutti portiamo in tasca.

In Russia, Snowden è protetto da un permesso solo temporaneo per asilo politico e in molti scommettevano che Putin lo avrebbe restituito agli Usa dopo la prima vittoria di Donald Trump, dando molto credito alle accuse secondo cui Mosca avrebbe favorito la sua elezione. Ma ciò non è avvenuto.

Per la vita concreta dell’ex agente non cambia molto, ora. La sentenza infatti stabilisce solo l’illegalità del programma di spionaggio NSA (che sarà probabilmente mantenuto sotto altre forme e protocolli) e la falsità delle dichiarazioni dei vertici dell’intelligence.

Ma non c’è dubbio che se Snowden rientrasse negli Usa verrebbe, se non arrestato, quantomeno “tacitato” in modo drastico. Anche alla CIA sanno preparare caffè molto indigesti...

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19/07/2018

Chi spera che la “difesa della democrazia” tocchi a Cia, Fbi, Ue è messo male

Spostarsi dal cortile di casa consente di guardare ai fenomeni con tasso di obbiettività decisamente superiore, specie quando i fenomeni sono perfettamente identici a quelli di casa nostra.

Michael J. Glennon, su Le Monde Diplomatique, svernicia senza pietà la “rivalutazione democratica” della Cia e dell’Fbi, negli Usa, che si è fin qui basata su un unico elemento: queste due servizi più o meno segreti sono entrati in conflitto con Donald Trump, a partire dall’indagine chiamata Russiagate. Un po’ come è avvenuto in Italia, con la magistratura e una parte dei “servizi”, tra Mani Pulite e gli scandali pubblico-privati di Berlusconi.

La debolezza e smemoratezza dei liberal statunitensi sono da questo punto di vista speculari ai deficit intellettuali della cosiddetta “sinistra” italiana, e il guardarle da lontano consente di far risaltare, senza troppa fatica, anche le illusioni degli “ingenui” che ci stanno intorno.

Il punto debole è evidente: incapaci di battere politicamente il mostro fuori dalle regole, emerso nonostante quelle regole, si spera che il vecchio orco antidemocratico – la Cia! – faccia il lavoro che i liberal non riescono a fare. Gli spioni incaricati di distruggere ogni parvenza di movimento o gruppo politico progressista improvvisamente rivalutati come “scudi della democrazia”. Nemmeno nel peggiore incubo...

La via giudiziaria sembra una scorciatoia, ma ha ovviamente le sue pesanti controindicazioni. In Italia (già dai tempi delle “leggi d’emergenza” contro la lotta armata) la magistratura è venuta a un “ruolo politico” – scrivere le leggi al posto del Parlamento, decidere quali fenomeni contrastare e come, ecc. – parecchio fuori dai limiti indicati dalla Costituzione.

Negli Usa – dove la magistratura inquirente è elettiva, spesso primo gradino della carriera politica – “l’autonomia operativa” è diventata abituale per le innumerevoli “agenzie”.

Non può sfuggire a nessuno il fatto che, se dei “corpi operativi” dello Stato si muovo indipendentemente o in sostituzione della volontà politica espressa dagli elettori, abbiamo fatto un passo oltre e fuori degli ambiti della democrazia parlamentare. Nella quale, secondo i teorici, la decisione politica spetta agli organi eletti, mentre l’esecuzione viene ordinata/delegata agli apparati amministrativi. E quindi sperare che la Cia o l’Fbi “ci liberino” da Trump è altrettanto stupido dello sperare che un Di Pietro o un Davigo ci liberino da Berlusconi o Salvini (la storia dei 49 milioni della Lega è giudiziariamente piuttosto fragile, visto che riguarda soprattutto Bossi, ma alla speranza è inutile chiedere equilibrio logico).

In Italia, per non farci mancare nulla, abbiamo avuto anche un altro processo di sostituzione decisivo. Negli anni ‘90, l’immagine dell’Unione Europea aveva raccolto le simpatie della stragrande maggioranza degli italiani in base a poche ma decisive questioni: la libertà di movimento nel continente, una moneta che sembrava facilitare circolazione e scambi (evitandoci di dover fare complicati calcoli sul cambio di giornata) e – per la “sinistra” strapazzata da Berlusconi e il suo codazzo di fascisti (Fini, Gasparri, Storace, ecc) – la convinzione immotivata che “la civiltà europea” ci avrebbe emancipato da storici vizi nazionali che, per l’appunto, portavano ad attribuire il consenso politico ai peggiori tra noi.

Sappiamo com’è andata. L’Unione Europea ha progressivamente assunto molte delle funzioni centrali dello Stato (politica di bilancio, scrittura della legge finanziaria o di stabilità, decisioni sui tagli della spesa pubblica e lo smantellamento del welfare, ecc.), senza mettere mai bocca sulla feccia che strabordava nelle istituzioni nazionali. Solo nel 2011 “i mercati” e la Troika intervennero davvero per rimuovere il Cavaliere da Palazzo Chigi, facendo volare lo spread e precipitare il valore azionario di Mediaset; ma solo per imporre quella botta d’austerità che il Caimano, da solo, non riusciva a far passare (basti ricordare i tentativi d’assalto, sempre respinti, all’art. 18).

Siccome la Storia è cattiva ed ironica, le politiche europee – massacrando il blocco sociale che aveva storicamente sostenuto “la sinistra” – hanno seminato impoverimento, disorientamento, paura esistenziale e contrattuale, diffidenza verso “la politica” e quindi anche il populismo generico o reazionario che ora governa questo paese. Del resto, cosa ci si poteva aspettare da un “sistema di trattati” indifferente ai cambi di governo locali, che assorbe progressivamente “sovranità nazionali” e poteri decisionali sulla vita di centinaia di milioni di persone, senza mai passare per la validazione democratica?

L’Italia è stata spesso il “laboratorio degli orrori” che poi, sperimentati qui, sono dilagati anche altrove. Fossimo insomma nei panni dei liberal statunitensi, toccheremmo ferro...

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Le cure amorevoli della Cia

MICHAEL J. GLENNON *

Quando i democratici si affidano allo Stato nello Stato. Nella sua battaglia contro Donald Trump, la sinistra statunitense si è ritrovata degli alleati inaspettati: i servizi di intelligence. In guerra aperta con il presidente, che accusano di collusione con la Russia, questi ultimi si presentano come l’estremo baluardo della democrazia. Bisogna aver perso la memoria per credere a questa versione...

Con l’elezione di Donald Trump alla Casa bianca, gli statunitensi avrebbero potuto essere più prudenti nel cantare le lodi del loro sistema politico. Non è stato così. Il discorso sull’eccezionalità degli Stati Uniti ha semplicemente cambiato di forma: ormai c’è chi si compiace nel ripetere che i meccanismi di controllo dei poteri previsti dalla Costituzione – il principio dei «pesi e contrappesi», o «checks and balances» – aumentati grazie alla potente burocrazia della sicurezza nazionale, offrono una capacità di resistenza unica alla minaccia dell’autoritarismo. Per loro, la Central Intelligence Agency (Cia), il Federal Bureau of Investigations (Fbi) o anche la National Security Agency (Nsa) costituiscono degli argini contro la potenziale deriva di Trump. Nel progetto dei padri fondatori la burocrazia non era di loro competenza. Quando Thomas Jefferson viene eletto presidente nel 1801, il potere esecutivo si limita a 132 funzionari e il gabinetto del presidente è composto da un solo membro – il suo segretario personale. Inoltre, prima di lui, George Washington e i suoi colleghi non avevano previsto l’emergere delle formazioni politiche, il partito Democratico-Repubblicano nasce solo nel 1791, quattro anni dopo la redazione della Costituzione. Nell’ordine politico che man mano si va imponendo l’interesse dei membri del Congresso è quello di far vincere un candidato del loro schieramento. Sin da allora, il solo rimedio costituzionale contro gli eventuali guasti del potere esecutivo – la procedura di «messa in stato di accusa» (impeachment), che permette al potere legislativo di destituire un membro del governo – si rivela poco adatto per punire i crimini e i delitti minori commessi dagli amici e dagli alleati del presidente.

«Ci siamo dal 1908»

Una soluzione per colmare questa carenza viene trovata alla fine del XIX secolo: i «procuratori speciali» o «indipendenti», che rimpiazzano il Dipartimento di giustizia quando su un’inchiesta relativa a uno dei rami del potere aleggia il sospetto di un conflitto di interesse.

Il primo fu John B. Henderson, nominato nel 1875 per indagare sullo scandalo Whiskey Ring, un caso di sottrazione di fondi pubblici che riguardava alcuni produttori di whiskey, dei funzionari del tesoro e dei responsabili politici. L’ultimo in ordine di tempo si chiama Robert Mueller, che dal maggio 2017 si interessa a una ipotetica collusione tra la campagna elettorale di Trump e il governo russo.

Si potrebbero menzionare ugualmente William Cook, incaricato nel 1881 di una questione di corruzione nel servizio postale; Atlee Pomerone e Owen Roberts, che nel 1924 tentarono di far luce su uno scandalo di tangenti nell’attribuzione di concessioni petrolifere; o ancora Archibald Cox. Nominato nel maggio del 1973 nell’ambito del Watergate, un affare di spionaggio politico che implicava la Casa bianca, venne congedato nel mese di ottobre dal presidente Richard Nixon.

In effetti, i procuratori «indipendenti» sono una soluzione insoddisfacente: la loro nomina dipende dal benvolere del Dipartimento di giustizia e non c’è nessuna barriera istituzionale per prevenire la loro destituzione. L’indipendenza amministrativa del resto è un’arma a doppio taglio. Necessaria nel caso dei procuratori speciali, è ugualmente molto apprezzata dai burocrati della sicurezza nazionale che da qualche anno non fanno che reclamare più autonomia. Prima, quand’erano scontenti di una decisione presidenziale, manifestavano la loro opposizione in modo passivo, per esempio con un aumento della lentezza amministrativa. Ora manifestano apertamente la loro opposizione moltiplicando i pubblici rimproveri e le fughe di notizie alla stampa.

James Comey, quando dirigeva l’Fbi, non ha esitato a rivelare una conversazione nel corso della quale il presidente Trump gli avrebbe, a suo dire, domandato di abbandonare le inchieste che riguardavano Michael Flynn, accusato di avere mentito sui legami con la Russia. Philip Mudd, che è stato sia nella Cia sia nell’Fbi, ha giustificato l’iniziativa del suo ex capo. «Quelli dell’Fbi hanno rialzato la testa» avvertiva sulla Cnn il 3 febbraio 2018, «ed ecco cosa le diranno, signor Presidente: “se lei pensa di farci desistere da questa indagine cercando di intimidire il direttore, è meglio che ci pensi due volte. Lei è lì da tredici mesi, noi ci siamo dal 1908 [anno della nascita dell’Fbi], se vuole continuare con questi giochini, saremo noi a vincere”».

Samantha Power, ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite durante la presidenza Obama, ha affermato su Twitter, il 17 marzo 2018, che «non era una buona idea contrariare John Brennan», giustificando così le dichiarazioni ostili nei confronti di Trump dell’ex capo della Cia (dal 2013 al 2017). Come precisa infatti Charles Schumer, capo della minoranza democratica al senato, «chi lavora nei servizi di intelligence ha mille modi per vendicarsi» (1).

Dichiarazioni simili lasciano basiti. La Costituzione prevede certamente alcuni meccanismi di contropotere per impedire agli eletti di sragionare, ma di sicuro non includono i funzionari della sicurezza nazionale. Al contrario: se i cittadini fanno affidamento sulle agenzie di intelligence è perché queste devono rendere conto ai rappresentanti politici eletti. Nel momento in cui questo legame con il voto popolare viene spezzato sparisce pure la legittimità costituzionale delle agenzie.

Molti statunitensi detestano Trump, ma al contrario del detto popolare, in politica il nemico del mio nemico non è per forza mio amico. Bisogna ignorare tutto della storia recente degli Stati Uniti per considerare i servizi di intelligence come dei bastioni in difesa delle libertà civili e politiche.

Immergersi nel rapporto della commissione Church, dal nome del senatore democratico dell’Idaho, permette di ritrovare la memoria. Pubblicato nel 1976 (2), questo rapporto espone in modo dettagliato una serie di macchinazioni dissimulate sotto dei nomi dagli accenti hollywoodiani. Queste macchinazioni non concernono crimini occasionali, commessi da cowboy solitari, ma operazioni pensate minuziosamente, elaborate da quei responsabili dei servizi che ispirano oggi tanta fiducia ad alcuni. Per più di un decennio questi servizi hanno, secondo le parole del politologo Loch Johnson, «impiegato la propria astuzia contro le persone che dovevano proteggere» (3), mostrando come agenti zelanti che agiscono in segreto possano rovesciare progressivamente l’equilibrio tra libertà e sicurezza.

Il programma Cointelpro (Counter Intelligence Program) fu condotto dall’Fbi dal 1956 al 1971, e doveva individuare i gruppi e gli individui «sovversivi» vale a dire gli oppositori alla guerra del Vietnam, i militanti dei diritti civili, per porre fine alla loro attività. Per far questo l’Fbi ha sollecitato e ottenuto la collaborazione del servizio di riscossione delle imposte. Si è infiltrato in numerose organizzazioni religiose, dentro le università e nei media. Si è adoperato per alimentare la violenza in seno ai gruppi afroamericani o per screditare i loro dirigenti, in particolare inviando lettere anonime, di cui una a Martin Luther King con l’intenzione di spingerlo al suicidio.

Tutte queste iniziative violavano la legge. E tutto sembra indicare che il programma fosse stato approvato solo dall’Fbi, e persino il vicedirettore ne ignorava l’esistenza.

Anche la Cia ha preso di mira il movimento pacifista con l’operazione Caos, un vasto piano di spionaggio portato avanti tra il 1967 e il 1973. Ha stilato allora una lista di 100 organizzazioni e di 7.200 persone che intendeva sorvegliare, sebbene svolgessero attività perfettamente legali negli Stati Uniti. Inoltre, grazie all’operazione HT Lingual, la Cia ha aperto e letto decine di migliaia di lettere (provenienti dall’estero o dirette all’estero) aventi per mittente o destinatario cittadini statunitensi. Istituito nel 1952 questo programma è durato più di vent’anni. Nessuna sottocommissione di controllo varata dal Congresso ne aveva mai sentito parlare. All’inizio degli anni ’70, i direttori della Cia e dell’Fbi hanno mentito al presidente Nixon affermando che il programma era stato interrotto.

Un cane da guardia poco feroce

Nell’ambito del progetto Shamrock, avviato l’indomani della seconda guerra mondiale, la NSA ha raccolto illegalmente milioni di telegrammi internazionali, ricevuti o inviati da cittadini statunitensi. Secondo la commissione Church si trattava allora del «più vasto programma di intercettazione delle comunicazioni». Queste intercettazioni non furono autorizzate da nessuna istanza giuridica e non è certo che siano state approvate dal presidente, o che ne fosse stato informato.

Nixon sembrava peraltro avere una conoscenza molto vaga della Nsa. Il 16 marzo del 1973, durante una conversazione nello studio Ovale l’avvocato del presidente, preoccupato, gli fa notare che autorizzando il piano Huston (portato avanti da Cia, Fbi ed Nsa contro i militanti di estrema sinistra), ha spinto illegalmente la Nsa a prendere di mira dei cittadini statunitensi. Nixon risponde: «Che cos’è la Nsa? Che tipo di azioni conduce?».

Queste violazioni risalgono certo a diversi decenni fa. Da qui l’idea che non possano riprodursi, poiché il controllo giudiziario e la sorveglianza esercitate dal Congresso oggi sono diventate più rigorose. Un tale ottimismo non è giustificato. Sebbene esistano delle eccezioni – nel maggio del 2015, per esempio, una corte di appello federale ha giudicato illegale uno dei programmi di intercettazioni telefoniche della Nsa reso pubblico da Snowden – di solito i tribunali respingono le denunce che vengono depositate contro i programmi di sicurezza nazionale, in quanto non risultano di loro competenza, ma senza mai affrontare veramente la questione.

Khaled al Masri può darne una testimonianza. Scambiato per uno dei quadri dirigenti di al Qaeda, questo cittadino tedesco è stato arrestato dalla Cia in Macedonia nel 2003. Trasferito in Afghanistan tramite i «voli segreti», è stato torturato e imprigionato per mesi. Una volta rilasciato sporge denuncia negli Stati Uniti, ma il tribunale la respinge. Il motivo? Un’inchiesta potrebbe rivelare segreti di Stato.

La fermezza del Congresso si è manifestata nuovamente durante l’inchiesta sul programma di detenzione e sugli interrogatori della Cia. La più vasta mai realizzata su questa questione. Il rapporto di oltre seimila pagine, pubblicato nel 2014 dalla commissione di inchiesta del Senato, ha stabilito che la Cia ha sistematicamente mentito al Congresso e alla Casa bianca sulla gravità e sull’efficacia delle «tecniche di interrogatorio potenziato» inflitte ai detenuti (4).

Il documento non mette però in discussione la legalità di queste tecniche, né raccomanda qualche riforma destinata ad evitare che si ripetano. Inoltre una nota discreta a piè di pagina precisa che la commissione si è vista rifiutare l’accesso a 9.400 documenti ritenuti rilevanti per le indagini. Ne ha sollecitato la consultazione in tre successive lettere dirette al presidente Barack Obama, che non ha mai risposto. La reazione della commissione è stata di abbandonare l’inchiesta. E la commissione è il cane da guardia più feroce del Congresso...

Ecco a cosa assomigliano oggi le agenzie salutate come il baluardo della democrazia statunitense. Come essere certi che un giorno esse non riprenderanno le vecchie abitudini invocando magari questioni «urgenti» per lo Stato? I servizi di intelligence non hanno l’abitudine di controllare le decisioni dei dirigenti eletti. È piuttosto vero il contrario. Così, quando Trump rimprovera all’Fbi di non avere impedito la sparatoria di Parkland, nella quale sono morte diciassette persone, in un liceo della Florida lo scorso febbraio, abbiamo il diritto di domandarci perché il presidente non abbia fatto niente. Dopo tutto l’Fbi dipende dal Dipartimento di giustizia e lavora quindi per lui. Comey stesso l’ha riconosciuto «in quanto membri del potere esecutivo, siamo tutti posti sotto l’autorità diretta del presidente». Quando la funzione pubblica interviene per sostituirsi all’arbitrato degli elettori finisce per erodere quella democrazia che deve proteggere.

Note

(1) «The Rachel Maddow Show», Msnbc, 4 gennaio 2017.

(2) «Intelligence activities and rights of Americans», Commissione del Senato incaricata di esaminare le operazioni del governo, Libro II, 1976. www.intelligence.senate.gov

(3) Loch Johnson, Spy Watching: Intelligence Accountability in the United States, Oxford University Press, 2018

(4) «Senate Intelligence Committee study on CIA detention and interrogation program», Commissione di inchiesta del Senato, 2014, www.feinstein.senate.gov (Traduzione di Riccardo Corsi)

* Professore alla Fletcher School of Law and Diplomacy, Università di Tufts (Medford, Massachusetts), autore di National Security and Double Government, Oxford University Press, 2014.

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03/05/2017

La Nsa straborda: 151 milioni di intercettazioni, ma solo 42 “sospetti terroristi”

E’ più forte di loro, non possono resistere. Le tecnologie e la copertura legale del governo danno loro la possibilità di spiare chiunque. Dunque lo fanno, e chissenefrega se il parlamento – in questo caso il Congresso degli Stati Uniti – aveva concesso questa possibilità soltanto nei casi di sospetti di “terrorismo”. Una definizione già molto sfuggente – ricordiamo sempre che l’Onu non è mai riuscito a raggiungere una definizione condivisa, visto che per ogni paese è “terrorista” l’oppositore interno che gli altri considerano “freedom fighter” – ma in fondo non estendibile ad arbitrio totale.

Il direttore della Nsa, Dan Coats, ha consegnato il suo rapporto annuale al Congresso, come previsto dal Freedom act, che ha limitato la raccolta dei dati ai sospetti di terrorismo. Da quelle carte fornite da lei stessa, risulta che l’agenzia – diventata famosa più della Cia solo dopo la fuga di uno dei suoi analisti, Edward Snowden – nel solo 2016 ha spiato oltre 151 milioni di telefonate di cittadini americani (gli stranieri non sono tutelati dal Freedom Act, ma basta ricordare che persino Angela Merkel risultò tra gli intercettati e avrete una dimensione realistica della portata di questo spionaggio telefonico).

Un numero alquanto alto, penserete voi, ma se si tratta di essere protetti dai “terroristi” forse si può accettare una “diminuzione della libertà personale in cambio della sicurezza”...

Cazzate. I “sospetti terroristi” messi sotto controllo dalla Nsa sono appena... quarantadue (42). Roba che pur intercettando tutte le loro telefonate, comprese quelle al pizzettaro a domicilio, difficilmente si possono superare le poche migliaia in un anno.

Inutile chiedersi di chi fossero i 151 milioni di conversazioni intercettate, spiate, filtrate da software alla ricerca di parole “pericolose”. Gente come voi e come noi, che pensa con la propria testa e dunque ogni tanto si lascia scappare qualche critica al potere del governo e al dominio delle imprese multinazionali. Ragionata o meno che sia...

Se poi pensate siano cose che avvengono solo in America, siete su una pessima strada. Da anni, ormai – se qualche volta leggete i giornali – anche in Italia le "indagini" si fanno solo via intercettazione... In fondo, le tecnologie non hanno "nazione".

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06/03/2017

Nell’America della paranoia security 16 agenzie di spionaggio

‘Intelligence’, parola che indica ormai universalmente lo spionaggio, è una delle tante rapine linguistiche anglosassoni a danno del nostro mondo latino. L’italianissima parola ‘intelligenza’, che ha indicato per secoli, non solo le capacità mentali, ma le prime strutture organizzate di spionaggio, dalla Firenze dei Medici alle Repubbliche marinare di Genova e Venezia, minuscole grandi potenze.

Intelligenze per intendere il comprendere assieme al conoscere, dalla ‘Intelligo’ latina.

La ‘Intelligence’ come spionaggio, non sempre si mostra adeguatamente intelligente. Ma andiamo a spiare le spie.

La comunità dell’intelligence statunitense è tra le più complesse e frazionate del mondo. Secondo gli elenchi ufficiali, vi fanno parte a pieno titolo ben sedici agenzie. Nel 2017, il budget Usa all’intero sistema di intelligence degli Stati Uniti sarà, secondo le richieste già ufficializzate, di 53 miliardi di dollari. Cifre da brivido.

17,7 miliardi sono per l’intelligence militare, bilancio difesa che dal prossimo anno ingrasserà dei 54 miliardi in più promessi da Trump.

Tra i settori che beneficeranno di nuovi investimenti, settori ritenuti strategici quindi, il controterrorismo, la sicurezza delle reti informative umane e tecnologiche, e la contro-proliferazione ABC, nucleare, batteriologica e chimica. Insomma, le armi di distruzione di massa.

Ecco l’elenco delle 16 agenzie di spionaggio, con le loro principali caratteristiche che distinguono le sedici agenzie d’intelligence del Paese.

Da notare subito, che ogni corpo armato o legato alla sicurezza nazionale ha una sua agenzia di spionaggio.

Noi modifichiamo l’ordine dell’elenco per proporvi in testa le tre strutture chiave dell’intelligence Usa, le più simili al nostro meccanismo di sicurezza nazionale e alla struttura spionistica più consueta: spionaggio, controspiogaggio e coordinamento tra i due.

Negli Stati Uniti, Cia, Fbi e Intelligence Community. In Italia, Aise, Aisi e Dis.

SPIONAGGIO, CONTROSPIONAGGIO, COORDINAMENTO

1) Central Intelligence Agency
La CIA (Central Intelligence Agency) produce dati e analisi per il governo raccogliendo informazioni ed elaborandone altre provenienti da altre agenzie per favorire il processo decisionale dell’Amministrazione. Il suo direttore (dal 23 gennaio 2017 è Mike Pompeo, nominato dal presidente Donald Trump) è il responsabile di tutta la rete di ‘human intelligence’.
La CIA è composta da direttorati: Analisi, Operazioni, Scienza e Tecnologia, Supporto, Innovazione Informatica, Centro Missioni all’estero (comprese quelle sotto copertura coordinate dal National Clandestine Service).
Dei 53 miliardi di budget destinati nel 2017 all’intera rete delle agenzie di intelligence statunitensi, 15 sono destinati alla CIA.

2) Federal Bureau of Investigation
L’FBI (Federal Bureau of Investigation) è l’agenzia primaria di controspionaggio. Come la CIA, è una struttura sia di intelligence sia di tutela e applicazione della legge. Detta in altra maniera, un po’ spie, un po’ sbirri. Una caratteristica quasi esclusiva della comunità d’intelligence americana. In gran parte dei Paesi d’Europa, Italia tra questi, i servizi di intelligence non sono uffici di polizia giudiziaria, ma strutture di raccolta dati e analisi.

3) Director of National Intelligence
DNI. Negli Stati Uniti, la struttura di collegamento tra le varie agenzie di intelligence nazionali – un organismo sostanzialmente burocratico con minore peso nei Paesi europei – risponde direttamente al presidente e all’ufficio di coordinamento tra tutti i Direttori delle agenzie, la ‘Intelligence Community’ che, con Obama, aveva a capo il generale James R. Clapper. Trump vorrebbe cancellare il DNI. Una idea che ha il sostegno scontato di tutti gli ‘operativi’, conflittualità trasversale nel mondo.

LA FRAMMENTAZIONE CON DIVERSE RILEVANZE

4) Air Force Intelligence
La US Air Force Intelligence si occupa di sorveglianza, analisi-elaborazione dei dati su tutto ciò che vola, aerei e mezzi spaziali e cyberspazio. I dettagli li prendiamo da LookOut: 50.000 unità, sia civili che militari, operative all’occorrenza in uno dei 63 Paesi in cui gli USA dispongono di una delle loro 763 basi militari all’estero.
Ripetiamo: 763 basi aeree Usa nel mondo dove prestano servizio circa 255mila persone. L’Air Force Intelligence serve soprattutto per controllare le reti di comunicazione, le aree di produzione di energie convenzionali e rinnovabili e le principali riserve idriche del pianeta.

5) Office of Naval Intelligence
L’Office of Naval Intelligence, il servizio interno della Marina, si occupa di informazioni geopolitiche, strategiche e militari. Ha un servizio tecnico e informatico di notevole rilievo. Anche i Marines dispongono di una struttura di intelligence autonoma denominata ‘Marine Corps Intelligence Activity‘. Si tratta di un servizio altamente operativo che fornisce supporto diretto alle missioni militari.

6) Coast Guard Intelligence
La Coast Guard Intelligence è responsabile della sicurezza delle popolazioni che risiedono nelle zone costiere e della protezione delle infrastrutture pubbliche lungo le coste.

7) Defense Intelligence Agency
La Defense Intelligence Agency, la Dia, risponde al ministero della Difesa e ha il compito di dare informazioni ai vertici militari. 16.500 elementi, tra civili e militari, operativi in tutto il mondo. La struttura è la maggior produttrice di dati riservati raccolti all’estero. Il suo direttore presiede il Military Intelligence Board, che coordina tutta la raccolta d’informazioni nel solo settore militare.

8) Army Intelligence
INSCOM (United States Army Intelligence e Security Command) opera con propri dipartimenti all’interno dell’esercito e dell’NSA, la National Security Agency. Raccoglie e fornisce informazioni di intelligence destinate ai comandi militari che coordinano operazioni sul campo (anche nel caso di operazioni congiunte con altri eserciti ONU e NATO), effettua operazioni di SIGINT (SIGnals INTelligence, spionaggio di segnali elettromagnetici) e di guerra cibernetica.

9) Department of Energy
La struttura d’intelligence del Dipartimento dell’Energia opera con 30 uffici autonomi su tutto il territorio degli Stati Uniti e si occupa di raccogliere informazioni su infrastrutture energetiche, tecnologie, dati finanziari sul sistema energetico nazionale e su quello dei suoi alleati o avversari.

10) Department of Homeland Security
Il Department of Homeland Security ha il compito di contrastare le minacce alla popolazione e alle infrastrutture del Paese. Il suo direttore risponde direttamente al presidente e al capo della CIA.

11) Bureau of Intelligence and Research
La rete di intelligence del Dipartimento di Stato, il loro ministero Esteri, è il Bureau of Intelligence and Research. Raccoglie dati soprattutto da fonti aperte, da reti confidenziali, dai report dei diplomatici, dal mondo accademico e da quello giornalistico. Si occupa di previsione strategica e di programmazione della sicurezza nazionale.

12) Office for Intelligence and Analysis
Dal 2004 il Dipartimento del Tesoro opera con una struttura di intelligence interna, l’Office for Intelligence and Analysis. Questa struttura si occupa di intelligence finanziaria, analisi delle operazioni di riciclaggio nell’economia terroristica, prevenzione di possibili minacce alla stabilità della moneta e agli investimenti interni ed esteri del Paese.

13) National Security Intelligence Office
La Drug Enforcement Administration, la DEA, dispone di una rete informativa specifica, il National Security Intelligence Office. Obiettivo della struttura è fornire informazioni per il contrastato dei traffici di droga all’interno del territorio nazionale e quelli che arrivano da Paesi esteri.

14) National Security Agency
L’NSA (National Security Agency/Central Security Service) si occupa dei sistemi informativi e delle reti informatiche, proteggendo quelli nazionali e cercando di penetrare quelli dei Paesi esteri. Con la Cia, è la più importante agenzia di spionaggio.

15) National Reconnaissance Office
L’NRO (National Reconnaissance Office) raccoglie e analizza i dati provenienti dalle rilevazioni satellitari. Segnala movimenti di truppe, infrastrutture militari attive o in costruzione, emergenze ambientali. Utilizza in gran parte personale della CIA e del Dipartimento di Stato.

16) National Geospatial-Intelligence Agency
La NGA, National Geospatial-Intelligence Agency, è struttura di supporto di intelligence sia per le missioni militari, rispondendo al Dipartimento della Difesa, sia all’Intelligence Community per cui si occupa di GEOINT (Geospatial Intelligence), vale a dire monitoraggio, raccolta e analisi di immagini e informazioni geospaziali. L’NGA fornisce anche assistenza per far fronte a calamità naturali o catastrofi provocate dall’uomo, o per per la pianificazione e la messa in sicurezza di grandi eventi come le Olimpiadi del 1996 ad Atlanta.

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16/10/2016

L’ultima zampata di Oliver Stone contro il potere. Il caso Snowden

Ha scelto il tema del controllo di massa da parte del potere e la storia di chi lo ha svelato al mondo. L’ultimo film di Oliver Stone presentato al Festival del Cinema di Roma racconta la vicenda dell’ex agente della Nsa (Agenzia Nazionale della Sicurezza degli Stati Uniti) Eduard Snowden che denunciò al mondo come gli apparati di intelligence statunitensi spiassero milioni di persone, inclusi i capi di stato degli altri paesi.

“Penso che le informazioni che Snowden ci ha dato nel 2013 siano molto significative, ma anche molto difficili da capire per gli americani. Io stesso ho iniziato a capirne il significato e la dimensione di quello che facevano solo dopo due o tre incontri con lui” ha detto Oliver Stone. “Qua non si parla solo di spiare cosa uno compra o cosa cerca su Google, ma è una cosa molto più importante e queste informazioni erano così complicate che la maggior parte della gente non ha capito di che si parlava, per cui ho deciso che era bene tornarci su, poter ricreare il suo mondo e la sua presa di coscienza di questa cosa e come è arrivato alla decisione di rivelarlo, in modo che si capisca meglio cosa sta rivelando. Non so se siamo riusciti a renderlo sufficientemente chiaro, ma nel 2013 Snowden non era affatto popolare in America, nel 2013 chiunque rivelasse dei segreti del genere era sospettato di comportamento scorretto e molti americani lo confondono con Julian Assange e non sanno chi sia”.

Snowden ha supervisionato la sceneggiatura del film, lo ha approvato e ha mostrato il suo gradimento. “Lui, come tutti, era, a favore della sorveglianza antiterrorismo: segui un sospetto, lo intercetti e con un buon lavoro investigativo puoi ottenere un risultato. Ma perché la sorveglianza di massa? Ti dicono che viene usata perché andando random puoi beccare le telefonate casuali ma non funziona così, è ridicolo, se fosse così sarebbero stati risulti tutti i casi di terrorismo. Non uniscono i puntini: sull’11 settembre sapevamo cosa facevano i dirottatori, lo sapeva la NSA e non passò le informazioni all’FBI che ci arrivò da sola e non fece nulla, e quando arrivano a Washington si perdono, alla Casa bianca non ascoltano. Perché? Non serve a combattere il terrorismo, ma a controllare tutto e tutti per vedere come ne possiamo approfittare per far avvenire dei cambiamenti di regime come in Iraq, ora in Siria, in Brasile, Venezuela e Libia. Non andiamo in guerra ma cambiamo i regimi in modo molto sottile. Certo nessuno ha i mezzi e i soldi che ha l’America, ma possono imparare rapidamente. Poi c’è stata la guerra cibernetica iniziata nel 2007 in Iraq, immettendo mailware nei sistemi di diversi paesi, come Snowden scoprì in Giappone. So che succede col Messico, il Brasile, l’Austria, il Belgio e io penso anche con alcuni dei nostri maggiori alleati. E' come mettere delle mine. Con i cambi di regime si crea la possibilità di una guerra e questo è quello che vediamo in Medio Oriente".

Oliver Stone ha raccontato di come negli Stati Uniti nessuno volesse finanziare questo ennesimo film scomodo. I finanziamenti li ha trovati in Germania e in Francia. Le riprese sono state fatte a Monaco e non a New York.

Il regista ovviamente non si sottrae da una valutazione sulla prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti: “So che voi in Europa siete terrorizzati dalla possibile vittoria di Trump, ma io non credo che Trump abbia chances, non le ha mai avute. Il problema però è che si vota per Hillary Clinton la quale rappresenta il sistema di pensiero americano: ”o con noi o contro di noi”. La Clinton è più militarista e dura di Obama. E' stata coinvolta nei vari cambi di regime in Libia, Iraq, Siria e Honduras. Non vedo uno spirito riformista in lei”.

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24/02/2016

Renzileaks. Perché le intercettazioni di Berlusconi diventano una notizia

C’è davvero da chiedersi perché una notizia risaputa, l’ascolto di Berlusconi da parte della NSA durante il periodo caldo del 2011 sia diventata una notizia fresca (cioè una novità) e allo stesso tempo calda (una novità di cui tutta la politica istituzionale parla). Come è risaputa la notizia dell’ascolto di Angela Merkel, che ha già protestato vigorosamente tre anni fa, e di altri big dello show business politico venuti fuori, come dire, a strascico uno dietro l’altro. Ovviamente in Italia, come al solito, ci si è soprattutto concentrati non sulle rivelazioni ma sulla loro legittimità. Ma, come al solito, la forma rivela sempre qualche problema grossi di sostanza.

La notizia starebbe nel fatto che l'NSA, una delle agenzie americane di intelligence, ha spiato Berlusconi nel periodo caldo che va tra l’impennata del debito sovrano (con gli spread) e le dimissioni. Estate-autunno del 2011. Ovviamente non si tratta di una notizia. Primo perché già dalle rivelazioni precedenti di Assange si sapeva, pubblicamente, che Berlusconi era sotto osservazione regolare da parte degli Usa. Oltretutto, a seguito dello scandalo Snowden, era uscita la notizia che almeno 5 milioni di italiani, establishment compreso, erano stati letteralmente scannerizzati dalla NSA. Nulla in confronto ai tedeschi, circa 30 milioni, e infatti in Germania, almeno lo scandalo nel 2013 era esploso. Nello stesso periodo quando il caso degli italiani, non solo establishment ma una parte significativa della popolazione, fu sottoposto al COPASIR (che monitorizza attività servizi segreti) la risposta fu sconcertante. Si disse, ufficialmente, “che gli americani assicuravano che non c’erano state violazioni della privacy” mentre, tra l’altro, in Germania sugli stessi metodi NSA era scoppiato il delirio. Ovviamente, in un paese dove le polemiche più roventi sono sui rimborsi degli scontrini, la vicenda passò completamente sotto silenzio. A livello ufficiale però la portata dei fatti era chiara eccome. Nessun stupore quindi alla notizia sulle intercettazioni di Berlusconi. Solo che la notizia è uscita accompagnata da molto clamore. Perché?

Prima di tutto perché ha permesso a Berlusconi di uscire dall’angolo, acquisire attenzione con quel tocco di vittimismo che non fa male a chi vuol recuperare consenso. Ma il punto grosso è un altro: il ritorno alla lamentala berlusconiana del “complotto del 2011” ha, da sempre, bersagli ben precisi. L’ex presidente Napolitano, il collateralismo alle politiche dell’austerità di molto establishment italiano (tra cui il bocconiano Monti e le reti di potere di cui fa parte), la Francia e la Germania come paesi che fortemente vogliono un ruolo di austerità dell’Italia. Si tratta di poteri che in questi giorni si sono fatti sentire: dallo stesso Napolitano, che ha alimentato non a caso una polemica su quanto lavorano i parlamentari, a Monti (che ha criticato Renzi in parlamento), ai bocconiani via Corriere della Sera. Per non parlare di Francia e Germania, paese (si veda un recente corsivo della Sueddeutsche Zeitung che praticamente prendeva in giro le proposte di Renzi sulle banche e sulla nuova governance europea) che ha messo Renzi nel mirino. Guarda caso gli avversari di Berlusconi e di Renzi coincidono. Non solo, Renzi non vuol fare la fine di Berlusconi: detronizzato dai “mercati”, dalla governance europea e, infine, da una congiura di palazzo.

Già perché questo paese continua a occuparsi di scontrini e di politicamente corretto, oltre che del proprio ombelico, ma lo scontro tra Renzi e l’eurozona continua ad esserci. Su nodi grossi: banche, e lì la crisi potrebbe farsi grossa, flessibilità di bilancio, nel 2017 prima delle elezioni dell’anno successivo Renzi rischierebbe di dover compilare una finanziaria molto dura. Oltre che tutta una serie di nodi su energia, acciaio e geopolitica. E’ quindi accaduto quello che era prevedibile accadesse: i media, il governo e Renzi hanno dato serio risalto alle rivelazioni di Berlusconi. Atto dovuto: il governo ha chiesto spiegazioni agli Usa (quelle che il governo Letta, assieme al PD, non ha chiesto nel 2013...). Sicuro qualcosa ci sarà da regolare anche con gli Usa, magari si userà la cosa anche per inquadrare meglio un eventuale intervento libico. Ma il bersaglio vero di questa polemica è la filiera Napolitano-Monti-bocconiani-Francia-Germania. Avversari interni ed esterni ai quali Renzi manda un messaggio chiaro: se la crisi precipita, e può precipitare, non mi farò impallinare come Berlusconi. Colpito, oltre che da qualche attacco in borsa che tolse in un giorno 12 punti di valore al titolo Mediaset, da qualche congiurato interno su mandato dall’esterno del palazzo. Oggi i fatti sono pubblici, il clamore deve essere tanto perché si capisca che le mosse sono scoperte e chiare a tutti. Poi, si vedrà. Come sempre, è normale quando si parla di processi collettivi, tutto diverrebbe più chiaro in caso di precipitazione della crisi. Vediamo. Resta il problema che le intercettazioni NSA di solito non riguardano solo l’establishment ma la popolazione a largo raggio. Ci sarebbe da chiedere chiarimenti seri sui profitti che tante aziende Usa fanno sull’uso dei dati che risultano da questa attività. Ma anche qui, una volta messi a produzione un po' di precari italiani come fa Google, questo genere di tematiche svaniscono nel nulla. Eppure è sul governo dei dati che si fanno le differenze nella politica e nell’economia contemporanee. E infatti la differenza si vede. In negativo, s’intende.

Redazione, 24 febbraio 2016

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Se anche la Cia era antiberlusconiana...

Wikileaks pubblica una bella massa di documenti della Nsa – l'agenzia per lo spionaggio informatico del governo degli Stati Uniti, quella da cui è fuggito Edward Snowden – da cui emerge, fra tante altre cose, che Silvio Berlusconi e il suo cerchio magico erano intercettati ad ogni ora del giorno e della notte, mentre il Caimano era in carica come presidente del consiglio. Ogni suo colloquio, anche con capi di stato stranieri, viene refertato per l'amministrazione Usa. Memorabile, dal nostro angolo visuale, il colloquio con Benjamin Netanyahu, feroce premier israeliano, protagonista dello sterminio programmato dei palestinesi, in cui promette di «mettere l’Italia a disposizione di Israele, nell’aiutare a rimettere a posto le relazioni di quest’ultimo con Washington». Immaginiamo con quale attenzione saranno state accolte le sue parole, al primo incontro con Obama dopo questa telefonata...

Scandalo! Scandalo! Sorpresa! Sorpresa! Forza Italia prova a recuperare qualche voto chiedendo una commissione di inchiesta, il governo convoca l'ambasciatore statunitense per chiedere spiegazioni (è il minimo sindacale, in casi di questa portata).

Il segreto di pulcinella, quando viene “scoperto”, genera riso, spallucce, mormorii e sguardi di compassione.

Dal punto di vista della politica internazionale, infatti, c'è ben poco da stupirsi. È vero, come lamentava il tedesco Martin Schulz, che “tra alleati non ci si dovrebbe spiare reciprocamente”. Ma lo si fa regolarmente, nella misura in cui i rapporti di forza e la superiorità tecnologica lo permettono. Per esempio, vi sembra credibile che Angela Merkel non sapesse nulla delle intenzioni di Tsipras, che aveva appena defenestrato Varoufakis e la sinistra interna di Syriza? Il contrario, invece, sembra assai poco probabile...

Si fa regolarmente, insomma, e anche l'adontarsi scandalizzati fa parte della normalità. Le ragioni per mettere sotto tutela i governi berlusconiani, specie nell'ultimo periodo, davvero non mancavano. Da quelli economico finanziari (Sarkozy che l'aveva affrontato spiegando che «Le istituzioni finanziarie italiane potrebbero presto `saltare in aria´ come il tappo di una bottiglia di champagne e che `le parole non bastano più´ e che Berlusconi `ora deve prendere delle decisioni´», con lo spread che saliva verso cime glaciali) a quelli più banalmente di letto.

A livello internazionale, nessuno si scandalizza se un/una presidente ha una/o o decine di amanti. Al potere piace misurare la propria possanza fascinosa anche in questo modo, dalla notte dei tempi. Ma su alcune cose non si scherza. Per esempio, il controllo sui partner sessuali deve essere ferreo, selettivo, “sicuro”. Nelle cronache degli anni '60 rimase tristemente famoso l'allora segretario di Stato alla guerra, John Profumo, inglese di chiare origini italiane, per il suo rapporto extraconiugale con la spogliarellista Christine Keeler. Sarebbe forse sopravvissuto allo scandalo (era regolarmente sposato, e con un'attrice abbastanza conosciuta) se la spogliarellista non avesse avuto contemporaneamente un'”assidua frequentazione” con un funzionario dell'ambasciata sovietica, quasi certamente del Kgb. Dimissioni fulminee, carriera distrutta, governo in crisi e costretto a lasciare.

Ma le decine di donzelle che si facevano selfie seminude a Palazzo Grazioli, che riferivano quasi in diretta a personaggi di dubbia onorabilità o addirittura coinvolti in traffici di droga (tale Ramirez de la Rosa, convivente di Marystelle Polanco, tra l'altro fermato una volta mentre era alla guida di un'auto intestate a Nicole Minetti...), che ricattavano platealmente il vecchio impresario alle prese con i problemi dell'età, facevano sembrare il povero Profumo quasi un campione di sicurezza antispionaggio. E questo senza neanche mettersi a immaginare cosa potevano dirsi, durante feste lontane da occhi indiscreti, Silvio Berlusconi e Vladimir Putin.

Bene. La “scoperta” che Silvio era spiato dagli americani ci dice molte cose che confliggono direttamente con un immaginario che ha distrutto la capacità di pensare politica a sinistra.

La prima è che non basta essere un fedelissimo di qualsiasi presidenza Usa per evitare di essere monitorati e sospettati di pericoloso egocentrismo.

La seconda è che la gestione della casella italiana nello schieramento Nato era fortemente a rischio, anche a causa dell'assoluta “negligenza” del Caimano verso le più elementari regole della sicurezza.

La terza, è che anche l'Unione Europea non poteva più tollerare un jokerman irresponsabile che rischiava di portare tutta la baracca verso il baratro.

La quarta – e definitiva – è che tutti gli imperialismi occidentali erano “antiberlusconiani”. Non certo per motivi ideologici o etici, ma per banale “sicurezza di funzionamento” del sistema, sia dal lato militare che economico-finanziario.

Cosa ne ricaviamo? Che l'antiberlusconismo è stato un periodo – difficile definirlo un "pensiero" – di fortissima tossicodipendenza, di assoluta incapacità di ragionare al di sopra dei liquami giornalmente squadernati sui quotidiani, di totale perdita del significato della parola “politica”, di ciclopico rifiuto di concepire un progetto indipendente da quelli dei vari poteri che si contendono anche questo paese. Quanti, per anni, hanno chiesto o concesso un “voto utile” contro questo personaggio risibile, dovrebbero smettere per sempre – da oggi – di parlare.

Se c'è qualcuno che andrebbe protetto, in queste ore, dal rischio di commettere suicidio, sono quelle (poche) migliaia di presi-per-il-culo che sono andati sotto il Quirinale, la sera dell'11 novembre 2011, a inneggiare alla “liberazione”. Usati, spremuti e gettati via dai mercati finanziari e dall'imperialismo (anche) Usa.

Fonte

19/02/2016

USA: Apple e la guerra alla privacy

di Michele Paris

Grazie a un’ingiunzione emessa questa settimana da un giudice federale, l’amministrazione Obama ha fatto un passo avanti forse decisivo nell’acquisizione degli strumenti necessari a penetrare i sistemi di sicurezza dei telefoni cellulari in possesso di utenti privati. La giustificazione per questa mossa dalle gravissime implicazioni è la necessità di accedere al contenuto dell’iPhone appartenuto a uno dei due attentatori che lo scorso anno erano stati protagonisti del sanguinoso attacco a un centro conferenze di San Bernardino, in California.

Il giudice Sheri Pym del tribunale distrettuale federale della California centrale ha imposto martedì a Apple di trovare un modo, ovvero di realizzare un apposito software, per “bypassare e disabilitare” il sistema crittografico che fa parte del sistema operativo iOS9 e che serve a proteggere la privacy dei propri smarthphone.

Gli agenti dell’FBI non sono infatti in grado di accedere all’iPhone del defunto Syed Rizwan Farook a causa del sistema che prevede l’auto-cancellazione dei dati dopo avere effettuato dieci tentativi di sbloccarlo. Questa sicurezza non consente il ricorso al metodo solitamente utilizzato dalla polizia federale americana per penetrare i dispositivi elettronici, provando cioè tutte le possibili password fino all’individuazione di quella corretta.

In questa vicenda, la posta in gioco è enormemente più grande di un telefono appartenuto a un terrorista morto. Tramite l’ordine emesso contro Apple, e con l’immancabile riferimento alla lotta al terrorismo, il governo americano intende attribuirsi la facoltà di aggirare i sistemi crittografici dei dispositivi per riuscire a monitorare le comunicazioni elettroniche che restano attualmente al di fuori della propria portata.

Un “dibattito” sul bisogno delle autorità di polizia di avere uno strumento pseudo-legale per eludere gli ostacoli rappresentati dalla crittografia è in corso da tempo negli Stati Uniti e non solo. Gli attentati degli ultimi mesi, tra cui appunto quello di San Bernardino e quelli di Parigi, avevano dato l’occasione ai vari governi di tornare alla carica per abbattere uno degli ultimi muri rimasti contro l’invadenza dei servizi di sicurezza.

Il presidente Obama si era rifiutato di appoggiare pubblicamente un’eventuale nuova legge che fornisse alle forze di polizia gli strumenti per aggirare i sistemi crittografici, ma la sua decisione non era basata su questioni di principio, bensì era dettata solo da ragioni di opportunità, vista la vastissima opposizione popolare e delle stesse compagnie informatiche.

A testimonianza della determinazione con cui il governo USA intende comunque raggiungere questo obiettivo, il giudice Pym ha addirittura fatto riferimento a un’oscura legge – “All Writs Act” – che, nella sua forma originaria, è stata scritta nel XVIII secolo. Grazie a un’interpretazione elastica di essa, un giudice può attribuirsi ampie facoltà di imporre a “parti terze” l’esecuzione di un ordine del tribunale, sospendendo in sostanza le restrizioni ai poteri dello stato previste dalla Costituzione.

Le rassicurazioni della Casa Bianca sul caso in corso in California sono da prendere a dir poco con le molle. In una conferenza stampa, il portavoce del presidente, Josh Earnest, ha garantito che il Dipartimento di Giustizia non sta cercando di ottenere un modo per accedere “dalla porta di servizio” agli smartphone protetti da crittografia, ma l’ingiunzione a Apple è limitata a “un solo dispositivo”.

In realtà, il governo sta cercando di assicurarsi il potere di fare precisamente quanto dice di escludere. A provarlo ci sono non solo le numerose dichiarazioni degli ultimi mesi di vari esponenti politici e dell’apparato della sicurezza nazionale, tra cui il direttore dell’FBI James Comey, sulla necessità di limitare i sistemi crittografici, ma anche i precedenti dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA), i cui programmi di sorveglianza globale sono stati rivelati da Edward Snowden.

L’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, ha fatto riferimento alle implicazioni dell’ordine emesso dal giudice californiano nella dichiarazione con cui ha annunciato che la sua azienda intende appellarsi  per renderlo nullo. Cook ha affermato che “una volta creata, la tecnica [per aggirare la crittografia dell’iPhone] può essere usata all’infinito, su qualsiasi dispositivo”, come un “passepartout in grado di aprire centinaia di milioni di serrature”.

“Il governo”, ha spiegato Cook, “sta chiedendo a Apple di hackerare i suoi stessi utenti”, visto che il software richiesto potrebbe essere usato per “intercettare i vostri messaggi, accedere alle vostre informazioni sanitarie o finanziarie, individuare la vostra posizione e addirittura attivare il microfono o la fotocamera del vostro telefono senza che ve ne rendiate conto”.

La presa di posizione del numero uno di Apple non deve comunque trarre in inganno sulla disposizione verso le richieste del governo americano di questa e delle altre compagnie tecnologiche, rimaste non a caso in larga misura in silenzio in questi giorni. Solo mercoledì, ad esempio, il CEO di Google, Sundar Pichai, ha tardivamente appoggiato il collega di Apple, limitandosi però a esprimere il proprio parere con una serie di “tweet”.

Per cominciare, come ha rivelato Snowden, queste aziende collaborano quanto meno da oltre un decennio con il governo per garantire alla NSA e alle altre agenzie federali l’accesso ai propri server e, di conseguenza, alle informazioni private dei loro utenti. Lo stesso Tim Cook, inoltre, ha assicurato che Apple intende continuare a collaborare con il governo nella farsa della “guerra al terrore”, visto che “quando l’FBI ha richiesto dei dati [relativi ai propri clienti], essi sono stati forniti”.

La resistenza mostrata da Apple alla richiesta di sbloccare l’iPhone di Syed Rizwan Farook è insomma motivata soltanto da ragioni di ordine economico. L’indebolimento dei sistemi di sicurezza installati sui propri prodotti, garantendo l’accesso a essi da parte del governo USA e possibilmente anche da hacker, assesterebbe un grave colpo all’immagine della compagnia, penalizzandola in maniera sensibile visto il livello di competitività globale in questo segmento di mercato.

Per il New York Times, infatti, i vertici di Apple si auguravano di risolvere le difficoltà di accesso al dispositivo in questione senza il bisogno di creare un apposito software e, soprattutto, hanno mostrato non poca irritazione di fronte alla decisione del governo di rendere pubblica la propria richiesta di eludere la crittografia invece di ricorre a una procedura o a un accordo segreto.

Lo stesso quotidiano ha raccontato di frenetiche discussioni il mese scorso tra gli avvocati di Apple e gli uomini del Dipartimento di Giustizia di Washington per convincere la compagnia a cedere e ad accogliere le richieste del governo. Solo quando si è accertato che non era possibile giungere a un compromesso, il governo ha proceduto con la richiesta di ingiunzione in tribunale e Apple ha deciso di rendere pubblico il proprio dissenso.

Lo stallo, ad ogni modo, potrebbe essere risolto dalla Corte Suprema nel prossimo futuro, anche se in molti credono che il Congresso abbia intenzione di intervenire per approvare una legge che, verosimilmente con appoggio bipartisan, imponga alle compagnie tecnologiche di creare un accesso agli smartphone protetti da crittografia, accontentando finalmente le agenzie governative e contribuendo a smantellare ancor più le residue garanzie di privacy e i diritti democratici dei cittadini.

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02/02/2016

Snowden: la rendition della CIA

di Michele Paris

L’ex dipendente dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA), Edward Snowden, fonte delle clamorose rivelazioni sui programmi criminali di sorveglianza planetaria del governo di Washington, era stato nel 2013 al centro di un piano che avrebbe dovuto concludersi con una “rendition” ai suoi danni e il rimpatrio clandestino negli Stati Uniti.
A confermare una notizia che era già apparsa nell’estate del 2014 è stata recentemente la testata danese on-line Denfri.dk in seguito all’ottenimento di alcuni documenti riservati del governo di Copenhagen.

Il materiale in questione, anche se pesantemente censurato, ha consentito di localizzare un velivolo Gulfstream V, col numero di registrazione N977GA, presso l’aeroporto Kastrup della capitale danese nel giugno del 2013, dopo che aveva ottenuto dalle autorità locali il permesso di sorvolare lo spazio aereo del paese scandinavo e di atterrare sul suo territorio.

Questo stesso mezzo era già stato utilizzato per altre azioni illegali da parte della CIA, ovvero il trasporto di presunti terroristi verso località segrete in vari paesi complici di Washington per essere interrogati con metodi di tortura. La famigerata pratica, ampiamente utilizzata dal governo americano dopo l’11 settembre 2001, era diventata nota come “rendition” ed era esclusa da qualsiasi genere di supervisione o procedimento legale.

Il Gulfstream V doveva servire per “ragioni di stato di natura non commerciale” e il sito internet danese ha potuto dedurre che esso faceva parte del piano per rapire Snowden da una comunicazione indirizzata dal governo USA alla polizia criminale norvegese.

In questa lettera, già citata dalla stampa norvegese nell’agosto scorso, l’FBI chiedeva di essere messo “immediatamente” al corrente “nel caso Snowden avesse preso un aereo da Mosca diretto a uno dei vostri paesi”, cioè quelli scandinavi (Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia), “sia in transito sia come destinazione finale”.

L’utilizzo del plurale nel riferimento ai paesi interessati dalla comunicazione dell’FBI lascia intendere dunque che un simile avviso fosse stato inoltrato anche al governo danese, dove era pronto un velivolo per trasportare Snowden negli USA o, non è da escludere, in un paese terzo per sottoporlo clandestinamente a un interrogatorio.

La vicenda è stata ricostruita solo in maniera indiretta perché i documenti ottenuti da Denfri.dk, attraverso un procedimento sulla libertà di informazione previsto dalla legge danese, sono in larga misura censurati. Il ministero della Giustizia di Copenhagen ha spiegato infatti alla testata on-line che “le relazioni della Danimarca con gli Stati Uniti potrebbero essere danneggiate se le informazioni [sulla rendition di Snowden] diventassero di dominio pubblico”.

Nonostante la palese condotta criminale di governi “democratici” impegnati a pianificare il rapimento in tutta segretezza di un cittadino americano in violazione di qualsiasi norma giudiziaria, la notizia arrivata dalla stampa danese non sorprende più di tanto, né per quanto riguarda il governo di Copenhagen né, tantomeno, per quello di Washington.

Come aveva rivelato proprio un documento reso pubblico da Snowden nel dicembre del 2013, la Danimarca è uno dei nove paesi europei – assieme a Belgio, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Spagna e Svezia – considerati “partner terzi” dei governi facenti parte del gruppo dei cosiddetti “Five Eyes” – USA, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda – i cui servizi di sicurezza operano in più o meno totale sintonia nel tenere sotto sorveglianza le comunicazioni elettroniche di virtualmente tutto il mondo.

Inoltre, le credenziali democratiche del governo danese – passato dalla guida Socialdemocratica a quella dei liberali di centro-destra nel giugno 2015 – sono sotto gli occhi di tutti proprio in queste settimane nel pieno della presunta emergenza migranti.
Infatti, il Parlamento di Copenhagen ha tra l’altro approvato una misura che ricorda sinistramente le persecuzioni naziste degli ebrei, in base alla quale le autorità danesi potranno sequestrare i beni al di sopra di un certo valore eventualmente in possesso degli immigrati al momento dell’arrivo nel paese scandinavo per contribuire al loro stesso mantenimento.

Proprio riguardo a Snowden, poi, il primo ministro danese, Lars Lokke Rasmussen, nel novembre scorso aveva respinto la proposta di offrire asilo all’ex impiegato della NSA. In quell’occasione, due partiti di opposizione avevano chiesto un voto del Parlamento dopo che quello europeo aveva approvato una risoluzione per invitare i paesi membri ad assicurare protezione a Snowden in quanto “difensore dei diritti umani”.

Le intenzioni del governo americano nei confronti di Snowden sono infine perfettamente coerenti con i tentativi già noti di mettere le mani sull’ex contractor della NSA malgrado il suo contributo inestimabile alla conoscenza della verità e il sostegno ottenuto da centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta.

Come è noto, dopo le prime rivelazioni sui programmi dell’apparato della sicurezza nazionale USA nel 2013, Washington non esitò a revocare il passaporto di Snowden, il quale fu costretto a vivere per settimane all’interno dell’aeroporto di Mosca prima di ottenere asilo dal governo russo.
I mesi successivi alla divulgazione di documenti riservati della NSA sono stati poi caratterizzati da numerose minacce esplicite, dirette anche alla sua incolumità fisica, ad opera di politici ed esponenti della comunità d’intelligence.

Le recenti rivelazioni della stampa danese confermano quindi che gli Stati Uniti erano pronti a dar seguito alle minacce contro Snowden, prevedibilmente con metodi di natura illegale e criminale come quegli stessi programmi di sorveglianza da stato totalitario denunciati da colui che è diventato un nemico giurato del governo americano.

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11/12/2015

USA: l’FBI contro la crittografia

di Mario Lombardo

I recenti episodi di terrorismo in Francia e negli Stati Uniti hanno rianimato un dibattito di cui non si sentiva la necessità sui rischi presumibilmente connessi alle comunicazioni criptate degli utenti privati che utilizzano dispositivi elettronici. Negli USA, in particolare, esponenti politici e dell’apparato della sicurezza nazionale stanno in questi giorni chiedendo a gran voce iniziative legali che consentano alle autorità di penetrare questi sistemi utilizzati da molte aziende tecnologiche per garantire la sicurezza e la privacy dei loro clienti.

Già dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi, qualche voce all’interno del governo americano aveva preso di mira i sistemi di crittografia, accusati di facilitare le comunicazioni tra terroristi pur senza alcuna prova concreta in relazione agli autori della strage nella capitale francese.

Il direttore dell’FBI, James Comey, era stato in quell’occasione tra i più fermi sostenitori della necessità di dotare l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) degli strumenti legali per accedere alle comunicazioni criptate degli utenti privati.

Il sistema definito in inglese “End-to-end encryption” (E2EE) garantisce la sicurezza delle comunicazioni attraverso la rete internet tra due dispositivi, impedendo che i dati scambiati vengano intercettati da terzi. In questo modo, i dati inviati da un utente vengono appunto criptati e possono essere decodificati solo dal dispositivo che li riceve.

La chiave per accedere alle comunicazioni è normalmente sconosciuta anche ai provider dei servizi di rete e ai realizzatori delle applicazioni. I sistemi di crittografia sono previsti su molti modelli di smartphone ormai da qualche tempo, in particolare dopo le rivelazioni sugli abusi della NSA da parte di Edward Snowden, e garantiscono livelli di privacy variabile.

Il numero uno dell’FBI ha comunque sfruttato anche il recente attentato di San Bernardino, in California, per tornare all’attacco della crittografia. Nel corso di un’audizione davanti alla commissione Giustizia del Senato USA, mercoledì Comey ha definito “utile” un intervento del Congresso di Washington su tale questione.

Per il capo del “Bureau”, sarebbe vitale nella guerra al terrore avere accesso alle comunicazioni codificate, sia pure dietro mandato di un tribunale. Comey ha citato poi discussioni che egli stesso avrebbe avuto con i vertici di alcune compagnie tecnologiche, giungendo alla conclusione che la scelta di queste ultime di dotare i propri dispositivi con questi sistemi non risponde a uno scrupolo per la privacy degli utenti ma ha a che fare piuttosto con ragioni di “business”. Per l’FBI, insomma, le aziende dovrebbero accogliere le richieste provenienti dal governo e convincersi dell’opportunità di realizzare sistemi di crittografia accessibili.

Comey ha ricordato infatti che molte compagnie operano già secondo le indicazioni delle autorità, con sistemi cioè penetrabili in presenza di un mandato emesso da un giudice. Significativamente, lo stesso direttore dell’FBI ha aggiunto che fino a dodici mesi fa non vi era particolare interesse tra gli acquirenti a scegliere un dispositivo che garantisse la privacy totale. Il cambiamento di attitudine di molti è avvenuto proprio in seguito alle rivelazioni di Snowden sui rischi per la privacy nelle comunicazioni elettroniche.

L’insistenza con cui viene chiesto un giro di vite sulla crittografia è la conseguenza del fatto che questo sistema è uno degli ultimi baluardi rimasti, e facilmente ottenibile, per la difesa del diritto alla riservatezza dei cittadini. L’esistenza di un buco nero nel quale agenzie governative come la NSA non possono penetrare per controllare le comunicazioni risulta perciò intollerabile.

Nel tentativo di creare un clima di emergenza, come se la presenza dei sistemi E2EE sui dispositivi elettronici assicurasse l’organizzazione continua di trame terroristiche al di fuori dei radar delle autorità, pur senza presentare alcuna prova Comey ha citato un esempio concreto della possibile interferenza della crittografia su un’indagine dell’FBI.

Il caso sarebbe stato quello dello scorso maggio a Garland, nel Texas, quando due uomini armati attaccarono un sito espositivo dove era in corso una provocatoria mostra con immagini del profeta Muhammad. Secondo Comey, poco prima dei fatti uno dei due attentatori aveva “scambiato 109 messaggi con un terrorista all’estero”, il cui contenuto rimase off-limit per le forze di polizia.

Come ha ricordato la testata on-line The Intercept, in realtà, l’FBI teneva sotto sorveglianza da tempo uno dei due uomini e, anche con gli strumenti a disposizione, era venuto a conoscenza dei piani terroristici. L’FBI sostenne di avere avvertito la polizia della città di Garland circa la minaccia imminente, anche se quest’ultima avrebbe poi negato di essere stata allertata dai federali.

Nel recente attacco di San Bernardino non è in ogni caso chiaro se i due attentatori abbiano utilizzato un sistema di codifica sui propri dispositivi per organizzare la strage. Ciò non ha però impedito a Comey di indicare la crittografia come un ostacolo nella lotta al terrorismo.

Prevedibilmente, nemmeno i senatori della commissione Giustizia hanno mostrato qualche scrupolo per il diritto alla privacy dei cittadini. Anzi, molti di essi hanno riconosciuto la presunta minaccia e prospettato iniziative di legge per il prossimo futuro.

La ex presidente della commissione del Senato per i Servizi Segreti, la democratica Dianne Feinstein, ha affermato che, “se c’è un complotto in atto tra sospetti terroristi che usano dispositivi criptati”, le loro comunicazioni codificate “devono poter essere penetrate”. Per il falco repubblicano John McCain, invece, dopo i fatti di Parigi – nei quali, come già spiegato, non è stata raccolta nessuna prova sull’uso da parte degli attentatori di sistemi di comunicazione criptati – “lo status quo non è più sostenibile”.

Alla Casa Bianca, per il momento, sembra prevalere una certa prudenza, anche se dal Dipartimento di Giustizia già qualche mese fa si era detto che, in qualche modo, sarebbe stato “necessario” costringere le compagnie tecnologiche a piegarsi sulla questione della crittografia.

L’atteggiamento dell’amministrazione Obama potrebbe riflettere lo scarso entusiasmo diffuso tra queste aziende per una modifica dell’attuale sistema. Dopo le rivelazioni di Snowden c’è infatti maggiore consapevolezza tra gli utenti americani circa i rischi per la loro privacy e un passo indietro da parte delle maggiori compagnie su pressioni del governo potrebbe provocare contraccolpi negativi per gli affari.

Molti esperti, infine, fanno notare come un allentamento della sicurezza per consentire al governo di intercettare le comunicazioni criptate potrebbe far aumentare il rischio che queste stesse comunicazioni possano essere esposte ad attacchi non autorizzati, favorendo il rischio del furto di dati o di violazione della privacy.

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20/10/2015

Taglie, broker e Stati: così funziona il mercato degli attacchi informatici

Guerre informatiche, il vero regno della "bufala". Come e peggio delle scie chimiche, delle dietrologie politiche, degli antivaccinisti e così via.

Il problema è sempre l'ignoranza rispetto al merito delle cose, alla realtà, ai meccanismi. Che sono sempre complessi, richiedono competenze elevate, quindi fatica, sforzo mnemonico e soprattutto concettuale. Roba che sbatte frontalmente con la "rapidità" e la "sinteticità" dei social network, che ormai costituiscono il livello basico di chi consuma questo tipo di informazione e perciò, senza alcuna logica, si ritiene "informato" al punto di poter sputare sentenze su qualsiasi aspetto dello scibile umano (si fermano sempre davanti ai problemi di scienza "hard", chissà perché...).

Sul tema, dunque, pubblichiamo molto volentieri questa inchiesta di Carola Frediani - nata e formata nelle factory di Franco Carlini, indimenticato animatore di Chips & Salsa, uno dei tanti inserti trasudanti intelligenza de il manifesto di una volta.

L'inchiesta è apparsa su La Stampa, ma non per questo concede nulla al pressapochismo. 

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Tra aziende che lavorano con la Nsa e hacker russi, cresce la compravendita di bachi del software, ben finanziata dai governi. Anche se l’Europa ora vorrebbe regolamentarla.

Si autodefinisce, non senza polemica ironia, il Darth Vader della sicurezza informatica. Ma anche il lupo di Vuln Street, dove Vuln sta per vulnerabilità del software. Semplificazioni giornalistiche, certo, che lui ha indossato insieme alla maschera del cavaliere Jedi sedotto dal Lato Oscuro, sfoggiata ormai in pianta stabile sul suo profilo Twitter. Sarà anche per questo che molti dei suoi colleghi non amano parlare con la stampa. Del resto lavorano in un mercato - quello dell'acquisizione e rivendita di exploit, ossia di codice che sfrutta un baco di un software per lanciare un attacco informatico - connotato dalla segretezza, e sempre più gomito a gomito con i governi. «Sarà dura trovare qualcuno disposto a parlare, chi fa quel genere di trading oggi è additato come mercante di morte o giù di lì», mi aveva avvisato un esperto italiano di cybersicurezza. Ed è vero, pochi nel settore vogliono parlare. Ma Chaouki Bekrar, il cattivo di Vuln Street, è abbastanza abituato ai riflettori. Se ne è appena puntato uno addosso sfidando la Apple. 

Apple most wanted 

Mentre infatti milioni di persone correvano ad aggiornare i propri iPhone e iPad all’ultimo sistema operativo della Mela iOS 9, lanciato lo scorso 16 settembre  Bekrar, a distanza di neanche una settimana, ci metteva sopra tre taglie da 1 milione di dollari l’una. In pratica invitava i migliori hacker mondiali a fornirgli, in cambio di una lauta ricompensa, una tecnica capace di rompere il sistema di sicurezza degli iPhone e degli iPad e di prenderne il controllo da remoto, senza metterci le mani sopra, ma utilizzando come vettore di attacco una pagina web visitata dall’utente, oppure un sms ricevuto, o ancora una app del dispositivo.

Le tre taglie da 1 milione di dollari su iOS 9 che hanno fatto sobbalzare molti addetti del settore sono state messe da Zerodium, una piattaforma di brokeraggio fondata negli Stati Uniti lo scorso luglio da Bekrar, dopo essere stato per anni a capo della francese Vupen. Pure la sua precedente società, con sede a Montpellier, vendeva exploit – e tra i clienti aveva l’americana National Security Agency (Nsa) anche se per trovare le vulnerabilità di un software e trasformarle in un attacco usava perlopiù risorse interne. Zerodium è invece un broker che compra exploit e li rivende. A governi, contractor, aziende. 

Stiamo parlando degli exploit più pregiati, gli 0-day o zero-day. Si chiamano così perché sfruttano vulnerabilità del software ancora sconosciute a chi lo ha sviluppato e agli utenti. Zero-day inteso come “zero giorni” da quando la vulnerabilità diventa nota: ovvero non è ancora nota se non all’attaccante (e magari ad altri come lui che l’hanno trovata indipendentemente).

Nella variegata gamma di venditori di exploit che parte, al livello più basso, dagli scantinati della rete, dai forum specializzati su invito e i siti del Dark Web quella di Zerodium è una boutique di lusso, dedita all’acquisizione di exploit e vulnerabilità premium. «Vogliamo catturare gli exploit zero-day più avanzati e le vulnerabilità a rischio più elevato che sono scoperte, conservate e a volte accumulate da ricercatori di talento in tutto il mondo», mi dice Bekrar via mailiOS 9 è il sistema operativo mobile più sicuro in questo momento e sviluppare una catena di exploit in grado di aggirare gli avanzati sistemi di mitigazione (protezione, ndr) adottati è un processo lungo e complesso. Per questo pensiamo che un milione di dollari sia una cifra abbastanza alta per motivare molti ricercatori talentuosi».

Che ne sarà di quegli exploit se mai saranno ottenuti da Zerodium non è chiaro. «Li daremo solo ai nostri clienti», spiega Bekrar, e difficilmente fra questi ci sarà la diretta interessata, la Apple. «I venditori di software non possono pagare delle taglie così alte, perché manderebbero un messaggio sbagliato ai loro stessi dipendenti, che potrebbero essere tentati di andarsene per lavorare come ricercatori indipendenti».

Come dire: se giocare in attacco ti porta tanti soldi, perché stare a fare l’impiegato che rattoppa le difese?

Governi a caccia di 0-day 

Eppure anche quelli come Bekrar sono accusati di dopare il mercato, drenando risorse e talenti che servirebbero a rendere i software e la Rete più sicuri. Ma più ancora dei broker come lui, sono accusati di comportamento irresponsabile alcuni dei compratori. Come i governi, che acquistano zero-day e se li tengono per sé, invece di rivelarli ai produttori di software e hardware e agli sviluppatori. Il risultato è un boom del mercato di exploit e una Rete sempre più campo di battaglia. 

Anche se per Bekrar, e come vedremo non solo per lui, l’interpretazione è leggermente diversa. «Il mercato è in crescita perché molti ricercatori di sicurezza sono frustrati dalla mancanza di compensazioni decenti per vulnerabilità critiche, e quindi cercano compratori interessati a tali scoperte. E sì, il numero dei compratori cresce ogni giorno. Gli acquirenti più grossi sono i governi che hanno bisogno di avanzate capacità per proteggere le proprie infrastrutture o per condurre missioni di sicurezza nazionale».

Le missioni di sicurezza nazionale, a seconda del governo e delle sue priorità, possono essere molto diverse. C’è chi subito pensa alla cyberguerriglia, come il virus (tecnicamente un worm) Stuxnet, confezionato da Stati Uniti e Israele, che ha mandato in tilt le centrifughe di una centrale iraniana per l’arricchimento dell’uranio usando quattro zero-day. Ma sappiamo che molti governi usano le capacità offensive non solo per lo spionaggio o il sabotaggio ad alto livello; bensì anche per spiare dissidenti, fare operazioni di indagine ad ampio spettro; intercettare comunicazioni di massa, e così via.

Zerodium sostiene di vendere solo a grandi aziende della difesa, tecnologia, finanza che hanno bisogno di proteggersi; e a governi “democratici”, non presenti nelle liste nere di Usa o Onu. Sappiamo però, dalle notizie emerse sull’industria degli spyware, attigua a quella degli exploit (molti spyware usano exploit per infettare i target), che simili strumenti possono essere venduti in Paesi illiberali e autoritari, non sempre contemplati dalle liste occidentali.

E poi ci sono le catene di intermediari. Proprio la precedente società di Bekrar, Vupen, ha venduto exploit ad Hacking Team, l’azienda milanese produttrice di spyware. Che poi vendeva i suoi software, spesso tramite società locali, ad agenzie governative di diversi Paesi. Bekrar dice alla Stampa di aver collaborato con Hacking Team dal 2009 al 2011. Certamente le mail tra le due aziende mostrano molti contatti, e anche qualche insoddisfazione. Hacking Team era interessata a exploit per Word, Excel, Internet Explorer, Acrobat Reader, Winzip. Secondo il ricercatore di sicurezza Vlad Tsyrklevich, che ha fatto una delle poche analisi su questo mercato, Hacking Team non comprava dei veri zero-day (spesso troppo cari), ma degli exploit di seconda mano. E aveva difficoltà a rifornirsi dai broker principali di zero-day, come Vupen, i quali tendono a prediligere rapporti coi governi. O con aziende in grado di sostenere economicamente un approvvigionamento molto costoso. Per questo l’azienda di Milano era alla ricerca di hacker “indipendenti” che potessero vendergli direttamente degli attacchi più a buon prezzo. 

Il mercato nero tra forum russi e darknet 

Già, perché il mercato dei venditori di exploit è un mondo fatto a strati. Alla base c’è il mercato nero e perlopiù criminale, che comunica su forum online ad accesso riservato, come il noto Darkode, recentemente sequestrato dall’FBI, ma anche su tanti siti minori e meno noti, come 0day.in, che stanno alla luce del sole, anche se limitano l’accesso degli iscritti.

Anche sui siti delle darknet ci sono scambi del genere. Su un sito come Alphabay si trovano annunci come questo, che risale a metà settembre: un venditore di exploit abituale, di possibile origine russa, offre uno zero-day per pdf che permetterebbe di scaricare ed eseguire un programma malevolo sul computer di una persona. Basta che questa apra il pdf infetto.

Prezzo: 2500 dollari. 

Ovviamente, anche se il venditore ha una discreta reputazione sul sito grazie al meccanismo di feedback, è difficile capire vedendo solo l’inserzione se si tratti di un’offerta valida o di una mezza truffa.

Lo stesso tipo offre anche uno zero-day per il browser Tor. In questo caso la cifra bassa per un exploit del genere 4mila dollari è dovuta al fatto che funzionerebbe su una versione molto vecchia del browser. «Bisognerebbe capire quanti ancora usino quella versione, ma tenuto conto che gli utenti di Tor sono in genere abbastanza esperti, e quindi aggiornano spesso, è probabile che siano ben pochi ormai», commenta Claudio Agosti, sviluppatore di piattaforme che usano la rete Tor. Già, perché il valore di uno zero-day è determinato da molte variabili ma sicuramente la quantità di target contro cui si può utilizzare è una di quelle.

Qualche tempo fa era nato addirittura un mercato nero delle darknet solo dedicato alla vendita di exploit e 0-day, si chiamava TheRealDeal, ma mentre scriviamo è offline, forse per sempre, come accade spesso da quelle parti. 

A metà ottobre è arrivato invece un messaggio su una mailing list internazionale gestita da una azienda italiana di sicurezza offensiva. Un tizio con solo un indirizzo email come referenza offriva uno zero-day per Adobe Flash, il software usato da milioni di utenti per visualizzare animazioni o video in streaming, e le cui continue vulnerabilità sono ormai un bollettino di guerra giornaliero. 

Lo stesso venditore della mailing list ha lasciato simili messaggi in varie bacheche online, siti come Nulled.io o forum di hacker russi, dove offre anche exploit per Word 2013, a 5mila dollari. 

«Diciamo che chi posta online in giro non dà l’idea di essere molto bravo», commenta Fabio Pietrosanti, presidente dell’Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights. Come aggiunge anche Luca Carrettoni, che guida un team di cybersicurezza per una nota azienda internet, «quando inizi a pubblicare vulnerabilità in maniera legittima, inizi ad essere bombardato da strane mail di gente che ti offre dei soldi». Insomma, lo scouting nel settore non manca, le occasioni per i venditori si moltiplicano sempre di più, i confini sono permeabili e la confusione sotto al cielo è grande.

Al punto che un gruppo di cracker russi, w0rm, noti per vendere exploit sul mercato nero e per aver hackerato i server di alcune società, come il Wall Street Journal, pochi giorni fa hanno annunciato sul loro sito un sorta di upgrade del proprio business: sarebbero pronti a vendere le vulnerabilità direttamente alle aziende interessate dalle stesse. Gestiscono anche un mercato online di vulnerabilità dove saranno vendute dicono via mail alla Stampa quelle falle di sicurezza che, pur essendo state notificate agli amministratori di un sito, non avranno ottenuto risposta.  

Il mercato grigio dei broker internazionali 

All’altro estremo, rispetto ai forum russi e a quelli delle darknet, ci sono invece le boutique di lusso che lavorano principalmente con i governi, i loro contractor o grosse aziende. Mescolando i dati pubblicati dalla ricercatrice accademica Mailyn Fidler e più recentemente dal già citato esperto di cybersicurezza Vlad Tsyrklevich, più altre informazioni raccolte indipendentemente, La Stampa ha individuato le aziende o i broker più visibili: alcuni sono in effetti dei nomi noti che in passato hanno rilasciato anche interviste ai media.

La tabella è molto grezza, parziale, solo indicativa, e va presa cum grano salis. Mancano ad esempio molti contractor della Difesa americana, che pure hanno a che fare con questo settore. Mancano alcuni Paesi certamente attivi, come Israele. «È un mercato basato sulla segretezza», commenta a La Stampa Vlad Tsyrklevich. «La maggior parte delle aziende coinvolte non parla delle proprie attività».

La compravendita di exploit è poi attività molto artigianale. Variano i prezzi, le modalità di contrattazione, i termini di pagamento. Ad esempio: come fa a sapere un compratore che lo zero-day che sta acquistando in esclusiva e a caro prezzo da un hacker lontano mille miglia non verrà venduto sotto banco anche ad altri? «La struttura dei pagamenti è in genere estesa in modo che se la vulnerabilità è scoperta poco dopo l’acquisto, il compratore non deve pagare il prezzo intero», ci spiega Tsyrklevich.

Quando ad esempio Hacking Team comprò degli exploit per Flash da un hacker russo, Vitaly Toporov, per 35 40mila dollari (il prezzo basso è anche perché non erano in esclusiva), il pagamento è stato diviso in tre tranche: il 50 per cento subito, e gli altri due 25 per cento nei due mesi successivi.

Da notare in ogni caso come molti dei maggiori broker o venditori più noti e ufficiali siano americani o facciano affari negli Usa. In effetti il governo americano è il primo compratore di exploit. Dai documenti rivelati da Edward Snowden sappiamo che nel 2013 la National Security Agency stanziava 25,1 milioni di dollari per “acquisti segreti di vulnerabilità software” da venditori privati, corrispondenti a una stima minima che va dalle 100 alle oltre 600 vulnerabilità all’anno. Secondo il Center for Strategic and International Studies di Washington, dopo gli Stati Uniti, gli altri principali acquirenti di exploit sono Israele, Gran Bretagna, Russia, India, Brasile, oltre ad alcuni servizi segreti mediorientali e la Corea del Nord.

Exodus Intelligence è una delle aziende di spicco del settore, sede in Texas. Vende informazioni su vulnerabilità ed exploit ad aziende di cybersicurezza e governi. «Troviamo il 95 per cento delle nostre vulnerabilità facendo ricerca internamente», spiega alla Stampa il presidente Logan Brown. «Abbiamo anche un programma di acquisizione che non utilizziamo molto. In Exodus lavorano 23 dipendenti, di cui 14 sono dedicati alla ricerca di zero-day». 
Qualche tempo fa Exodus aveva segnalato uno zero-day al gruppo di sviluppatori del sistema operativo Tails, usato anche da molti attivisti nel mondo, dando loro il tempo di patchare, di aggiornare il software, prima di pubblicare i dettagli.

Prima della segnalazione a Tails l’informazione è stata passata a uno dei clienti di Exodus? «Volevamo solo mostrare che tutti i software hanno buchi, e che non puoi fidarti completamente di nessuno di questi. Era un modo per accrescere questa consapevolezza. Quella specifica vulnerabilità non era di interesse dei nostri clienti corporate, quindi non l’abbiamo venduta a nessuno, e l’abbiamo segnalata alla squadra di Tails, che ha aggiustato il problema in modo rapido ed efficiente». 

Contraddizioni e dilemmi etici 

Ma in questo mercato i confini, che sono perlopiù autoimposti, possono essere molto labili. Interessante ad esempio il caso di Netragard, un’azienda di Boston che diceva di vendere solo a clienti statunitensi ma che è rimasta invischiata nel leak di Hacking Team. Dalle mail e documenti dell’azienda italiana è infatti emerso che Netragard non disdegnava di fare affari anche con aziende straniere, come appunto la società milanese (anche se tramite l’escamotage di un rivenditore statunitense) che poi a sua volta vendeva gli exploit nei suoi pacchetti di intrusione e sorveglianza a governi di mezzo mondo (spesso attraverso ulteriori intermediari). Da Netragard, Hacking Team comprò un exploit per Adobe Reader per 80,5 mila dollari.  

Dopo il leak dell’azienda italiana, Netragard ha fatto però una retromarcia clamorosa, una sorta di mea culpa in cui ha annunciato di chiudere il suo programma di acquisizione e rivendita di exploit. «Se e quando il mercato 0-day verrà correttamente regolamentato rilanceremo il nostro programma di exploit», ha dichiarato all’epoca il Ceo Adriel Desautels, che sembra essere tra i pochi del settore a favore di una regolazione di qualche tipo. Anche se ha specificato: «La regolamentazione non deve colpire gli 0-day ma chi li compra e usa».

Fine del liberi tutti? 

Proprio sul tema della regolamentazione l’Europa ha appena concluso, il 15 ottobre, una consultazione pubblica per aggiornare la legge sulle esportazioni che regola il commercio di beni a uso duale, ovvero quei prodotti che possano essere usati sia per scopi civili e commerciali che militari. Se un bene è di uso duale richiede una licenza per l’esportazione fuori dall’Europa. Nel 2014 nella lista dei prodotti duali sono finiti anche gli spyware, come quelli sviluppati da Hacking Team (o da altre aziende europee quali la tedesca FinFisher). Ora però la discussione è come rendere più stringenti e uniformi tali norme e soprattutto la loro applicazione.

A spingere per una riforma in questo senso sono parlamentari europei come l’olandese Marietje Schaake. “I diritti umani (e il fatto che siano violati in determinati Paesi, ndr) devono essere inclusi come un criterio di controllo nella legge sulle esportazioni, devono giocare un ruolo importante quando le autorità competenti sono chiamate a rilasciare una licenza”, spiega alla Stampa Schaake.

I temi sul piatto sono essenzialmente due. Il primo riguarda gli spyware: questi rientrano già nella regolamentazione ma il problema è che ogni Stato sembra applicare le regole in modo discrezionale, commenta Schaake, e il riferimento è all’Italia e ad Hacking Team. La posizione del governo italiano filtrata fino ad oggi sembra essere quella di aver applicato semplicemente la norma europea. «Quando ho chiesto informazioni al Ministero dello Sviluppo Economico dichiara a La Stampa il deputato M5S Giuseppe D’Ambrosio, tra i pochi politici che si è interessato alla questione mi hanno risposto che sulla base della normativa vigente nel 2014 i beni esportati da Hacking Team non erano sottoposti ad alcun vincolo specifico e pertanto potevano essere liberamente esportati a chiunque, fatte salvo le disposizioni di embargo vigenti in via generale verso alcuni Paesi o entità sensibili. E che solo dal 2015 il nuovo regolamento europeo ha previsto una licenza d’esportazione anche per i trojan (gli spyware come Rcs, ndr)”.

Ma l’ambiguità su come sono applicati in concreto regolamenti e sanzioni nei diversi Paesi resta, almeno per Schaake. «Credo che andrebbe investigato se le autorità italiane abbiano applicato propriamente le leggi europee e le sanzioni Onu. Ci sono seri dubbi al riguardo quando Hacking Team ha ottenuto un via libera per esportare in Russia e Sudan», dice l’europarlamentare. Insomma, è chiaro che sugli spyware in Europa l’interesse ora è alto, così come la volontà di porre un freno al liberi tutti che è esistito fino ad oggi.

La seconda questione ha a che fare invece con gli exploit ed è più delicata. Dovrebbero essere regolamentati anche questi come gli spyware? E in che modo?

Di fronte a tali domande molti ricercatori di sicurezza oppongono subito una levata di scudi. Tutti, ma proprio tutti, distinguono fra spyware ed exploit. «Gli spyware sono decisamente delle armi digitali», ammette Bekrar. «Tuttavia gli exploit possono essere sviluppati anche per ragioni di difesa, per fare dei penetration testing (test su un sistema in cui si simula un attacco, ndr), e quindi devono essere esclusi da simili regolamentazioni». E Logan suona addirittura catastrofico: «Penso che restrizioni governative interferirebbero solo con la ricerca a scopo di difesa, mentre non avrebbero effetti sul mercato nero delle cyberarmi».

Loro rappresentano ovviamente una parte interessata. Ma anche ricercatori che lavorano solo “in difesa” hanno pareri simili. «Ci sono indubbiamente problemi etici nel trattare con regimi repressivi; ma proprio il liberi tutti concesso da alcuni Paesi ad alcuni venditori rischia di ripercuotersi ora sulla comunità di ricercatori legittimi», commenta ancora Vlad Tsyrklevich. 

Le responsabilità dei governi, le risposte del mercato 

Al di là del dibattito su se e come regolare che è in corso anche negli Stati Uniti, dove come in Europa si deve implementare l’accordo internazionale di Wassenaar per il controllo del commercio di armi c’è chi punta il dito su altre questioni.

«È chiaro che se i governi hanno informazioni su sistemi vulnerabili, che magari riguardano milioni di dispositivi, e non li risolvono, lasciano internet insicura» commenta Carrettoni. Come intendono bilanciare dunque le loro esigenze di intelligence con la protezione delle infrastrutture e degli utenti?
Per limitare i danni del mercato nero criminale e di quello grigio che pur essendo legale promuove segretezza e insicurezza, c’è chi pensa che bisognerebbe spingere il mercato “bianco”, quello alimentato dalle aziende tecnologiche disposte a pagare delle ricompense a chi trovi falle sui loro prodotti. «Devi tirare dentro le aziende produttrici di software e hardware», spiega Carrettoni. «E quindi fare in modo che chi lavora nel settore abbia delle compensazioni decorose. Se crei delle alternative valide le persone inizieranno a considerare quell’opzione».

In parte sta giù succedendo. Già nel 2005 era nato un programma di acquisizione, Zero Day Initiative, oggi gestito da HP, che paga i ricercatori per i bachi e li riporta poi ai produttori. Simile e più recente un progetto come HackerOne. Ma soprattutto ci sono internet company Microsoft, Mozilla, Facebook, Google che offrono delle taglie sui propri bachi.
«Negli ultimi anni siamo passati, per chi trova e rivela vulnerabilità, dal ricevere minacciose lettere di avvocati, alla pacca sulla spalla ad avere infine pagamenti più accettabili», commenta Carrettoni.

Le cifre? Due, tre, cinque, dieci mila dollari a seconda della tipologia.
 In casi particolari ci si spinge più su. Ma questo sistema non riesce a competere, sul piano puramente economico, con il mercato grigio. E con la domanda crescente dei governi.

«La ricerca degli zero-day non può essere fermata, e non lo sarà mai perché gli interessi in gioco oggi sono immensi», dichiara alla Stampa Alberto Pelliccione, ex-dipendente di Hacking Team che ha poi aperto una sua società di cybersicurezza, ReaQta. «Uno zero-day potenzialmente può avere lo stesso valore che per un’agenzia di intelligence ha un asset inserito ad alto livello all’interno di un governo “nemico” ed i costi sono in confronto bassissimi. Acquisire un asset ti costa milioni e impiega anni, un exploit ti costa una frazione e sei dentro nel giro di minuti». 

Nel mentre, ogni giorno si aprono nuove falle sul fronte del software. «Qualsiasi programma ampiamente usato è a rischio perché sia chi lavora in difesa sia chi va all’attacco è alla ricerca di exploit su questi, in particolare: browser, client email, server, router», commenta ancora Bekrar. Lui lo sa bene, su queste falle ha lanciato due aziende. “La vita è breve, vendi i tuoi zero-day a Zerodium”, recita il suo profilo Twitter. Una massima che per milioni di utenti si traduce in un insegnamento ben più terra terra: internet è insicuro, cestina i programmi superflui, aggiorna i tuoi sistemi, e incrocia le dita.