Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/03/2026

“Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese

La relazione annuale dei servizi di intelligence di quest’’anno doveva essere presentata pubblicamente il 28 febbraio, ma lo scatenamento dell’aggressione israelo-statunitense all’Iran lo stesso giorno, ha costretto gli estensori ad aggiornarne le “premesse”.

Si legge infatti nella relazione che “Le dinamiche di confronto tra Teheran e Washington hanno infatti assunto, sin dall’avvio del nuovo anno, una rinnovata centralità nell’equazione di sicurezza del quadrante, suscettibile di sfociare in un ampio novero di esiti possibili”. Un linguaggio felpato per spiegare l’escalation in corso in tutto il Medio Oriente.

I servizi di intelligence italiani segnalano inoltre “l’espressa volontà degli Stati Uniti di arrivare a un’ulteriore riduzione delle capacità nucleari, missilistiche e di proiezione regionale dell’Iran” ma sottolineano anche come tale questione, destinata a rimanere alla prioritaria attenzione informativa dell’intelligence, “è emblematica del profondo cambio di paradigma delle crisi internazionali, in un contesto segnato da una continua evoluzione dell’ordine mondiale”.

Il fronte interno

Fatta questa dovuta premessa al quadro internazionale nella annuale relazione dei servizi segreti italiani, andiamo a vedere come questi ultimi percepiscono le minacce sul “fronte interno”, ossia quali ritengono che siano i movimenti dentro la società reale che possono rappresentare un problema per l’ordine costituito e, più realisticamente, per un governo che ha fatto di tutto per trascinarci dentro la recessione, l’economia di guerra e l’avventurismo bellicista che si respira nel mondo.

I servizi di intelligence colgono con chiarezza e preoccupazione due aspetti.

Il primo è relativo “allo scenario contestativo ed eversivo interno”, in cui “resta centrale il tema dell’opposizione alla guerra, agli investimenti bellici e all’“imperialismo”, anche in funzione degli sviluppi delle crisi internazionali”.

Il secondo sono i giovani, anzi i giovanissimi, che si sono affacciati alla politica. I servizi appaiono preoccupati da quella che definiscono “radicalizzazione giovanile, dove si continua a registrare un progressivo abbassamento dell’età di inizio dei processi di radicalizzazione e un’ulteriore compressione delle tempistiche”.

Le mobilitazioni sulla Palestina e contro la guerra

I servizi segreti hanno colto le potenzialità mobilitative innescate dalla vastissima solidarietà popolare con la Palestina. Scrivono infatti che:
“Gli ambienti dell’oltranzismo marxista-leninista hanno anch’essi riservato un’attenzione strumentale agli sviluppi delle crisi internazionali in corso, con l’obiettivo di dare maggiore risonanza a iniziative antimilitariste e anti-atlantiste, nonché di collocare il sostegno alla causa palestinese in una cornice anticapitalista.
Analogamente, l’eterogeneo movimento antagonista ha cavalcato l’onda mobilitativa contro il conflitto a Gaza per favorire la convergenza tra tematiche e istanze diverse, nonché per ricompattare il fronte del dissenso facendo leva sull’antisionismo, sulla denuncia della c.d. “economia di guerra” e sulle sue ricadute in ambito socio-economico.
Tale mobilitazione, nel corso del 2025, si è progressivamente sovrapposta al percorso di lotta contro il c.d. “decreto sicurezza”. In questa cornice, la campagna anti-repressiva ha stigmatizzato l’asserita criminalizzazione del dissenso ProPal, anche in seguito ad alcune operazioni di polizia giudiziaria condotte contro militanti coinvolti nelle violenze occorse durante iniziative di piazza.
I giovani nel mirino della repressione preventiva

Per quanto attiene la cosiddetta “radicalizzazione giovanile”, i servizi di intelligence sviluppano un ragionamento un po’ astruso, ascrivendola alla destra accellerazionista e ai messaggi jihadisti facilitati dal massiccio utilizzo di social network e piattaforme da parte dei giovanissimi. Ma questa chiave di lettura, piuttosto parziale, serve a indicare una maggiore impermeabilizzazione dei giovani verso le ideologie.

Scrive la relazione:
“quanto alla radicalizzazione giovanile, è probabile che proseguirà la tendenziale perdita di centralità dell’ideologia come elemento cardine dei processi di radicalizzazione.
A tal proposito, anche in considerazione dell’impatto che le piattaforme social possono avere sulla psicologia degli utenti più giovani, è plausibile attendersi una maggior rilevanza di quei processi di radicalizzazione in cui la ricerca di un senso di appartenenza, nonché di gratificazione e di riconoscimento da parte del gruppo, giocano un ruolo determinante.
In questo quadro, è plausibile un rafforzamento della prospettiva nichilista, capace di conferire al compimento di atti violenti un’elevata intensità emotiva”.
Insomma una chiave di lettura quasi psicopolitica che esclude ogni nesso con la percezione di una realtà caratterizzata da crisi economica, conseguente crisi di e sulle prospettive dei giovani, e linguaggi di guerra diffusi ampiamente non dai social ma dai capi di stato e leader di governo. Ma in fondo, come direbbe Gian Maria Volontè, gli apparati repressivi ritengono che “ad altri spetta il compito di educare, a noi spetta il compito di reprimere”.

Idee piuttosto confuse su tecnologie e proteste sugli snodi strategici

I servizi confondono la lotta sulla conoscenza etica con l’anti-tecnologia. C’è infatti un capitolo della relazione dei servizi di intelligence che lascia parecchio perplessi proprio su questo aggettivo. I servizi presentano le proteste universitarie e nell’ambito della ricerca contro le tecnologie di guerra o i sistemi dual use come forma di ostilità alle tecnologie in quanto tale.

Delle due l’una. O gli agenti incaricati di seguire le centinaia di assemblee, webinar, incontri tra ricercatori, studenti, docenti contro l’uso delle tecnologie a fini bellici e il ripudio verso ogni collaborazione delle università con esse, hanno preso male gli appunti da riferire ai loro superiori, oppure non ci hanno capito nulla.

Nella relazione i servizi segreti parlano infatti di postura antitecnologica confondendo completamente le cose:
“Tramite la critica alla tecnologia e alla sua natura “dual-use”, varie componenti del dissenso hanno infatti collegato il conflitto nella Striscia di Gaza alle tradizionali tematiche d’area, quali la critica alla “repressione” e al sistema carcerario, l’antimilitarismo, l’antifascismo, l’anticapitalismo e la lotta contro le nocività. La prospettiva anti-tecnologica è, in effetti, trasversale al composito panorama dell’estremismo endogeno, benché si declini con sfumature diverse tra i sodalizi anarco-insurrezionalisti, gli ambienti marxisti-leninisti e l’eterogeneo fronte antagonista. Un tratto comune è la convinzione che la tecnologia sia innanzitutto uno strumento sviluppato e impiegato dallo Stato in funzione repressiva. In quest’ottica, l’opposizione alla guerra nei diversi teatri internazionali e la denuncia di pratiche come facce della stessa medaglia. L’impiego delle tecnologie in ambito bellico – nei sistemi d’arma, di sorveglianza e di raccolta informativa – è infatti presentato come una fase sperimentale, che preluderebbe all’adozione delle stesse tecnologie anche in ambito interno. Analoga critica si estende anche ai processi di automazione e digitalizzazione, usati sia in ambito industriale che civile, come emerge dalle contestazioni contro le Smart cities”. 
Preoccupati dal “Blocchiamo tutto”

La arzigogolata analisi dei servizi di intelligence sul rapporto tra tecnologie, etica e guerra, arriva poi alla conclusione pratica che li ha messi più in allarme.

Il movimento reale che abbiamo visto riempire le piazze, bloccare porti, stazioni, aeroporti nei mesi scorsi, non è stato infatti un movimento antitecnologico ma un movimento di lotta che ha ben compreso come oggi la circolazione dei capitali e delle merci abbia assunto maggiore centralità nel sistema capitalista.

Scrive la relazione dei servizi di intelligence:
“Su tale sfondo, gli ambienti estremisti hanno visto nella mobilitazione pro Palestina un’opportunità per veicolare una propaganda che ha assunto toni sempre più radicali, nella quale istanze antisioniste sono state innestate su una lettura della tecnologia come strumento che favorirebbe la progressiva militarizzazione della società. In quest’ottica rileva in particolare la chiamata al blocco e al sabotaggio della c.d. “logistica di guerra””.
La relazione dei servizi di intelligence sul “fronte interno” di quest’anno appare comunque più articolata di quella dello scorso anno, nella quale dipingevano un paese quasi pacificato e movimenti sociali quasi in letargia.

Se il monitoraggio dello scorso anno appariva più attento alle minacce “esterne”, la relazione di quest’anno dedica maggiore attenzione a quelle che vengono definite minacce “ibride”. Minacce che in qualche modo cercano di connettere quelle esterne con quelle interne, ricavandone magari materiale per una criminalizzazione del dissenso funzionale alla repressione sul fronte interno, soprattutto in presenza di un fronte esterno caratterizzato da guerre e conflitti in aree strategiche per l’Italia e l’Europa (dall’Ucraina al Medio Oriente).

Il 2025 è stato indubbiamente più movimentato e ricco di conflitti sociali e politici che ha avuto nella solidarietà con il popolo palestinese il suo meccanismo detonante.

Gli agenti degli apparati di sicurezza hanno avuto il loro da fare nel cercare di seguire il tutto per poterne ricavare le informazioni poi elaborate e finite nella relazione. Magari hanno avuto anche il loro da fare, tramite gli “agenti di influenza” per cercare di infiltrarsi nelle strutture dei movimenti giovanili – come abbiamo visto oggetto di particolari attenzioni – cercando non solo di ricavarne informazioni ma anche, dove ci sono situazioni più “porose”, di seminare zizzania, divisioni, conflitti interni, deviazioni di priorità. Appaiono molto preoccupati dalle incognite sul futuro e pertanto hanno bisogno di indicare un nemico interno potenziale anche se non ancora reale.

Il nemico ci osserva con molta attenzione. Impariamo a fare altrettanto per smontare le sue azioni di “depotenziamento” dei movimenti di lotta.

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