Fine settimana intenso, questo, per la repressione. Nella notte tra
sabato e domenica veniva sabotata una linea di Alta velocità tra Milano e
Bologna per protestare contro l’adunata fascioforzaleghista bolognese,
fatto che ha prodotto la levata di scudi del capo occulto dei No Tav
Erri De Luca*. Trasformato in radical opinion leader, ormai onnipresente in Tv, il Voltaire napoletano dichiarava che i sabotatori meritavano il carcere
perché “per i danneggiamenti materiali è giusto pagare”. Ora,
evidentemente qui la questione non è quella dell’opportunità o meno di
un’azione del genere, più o meno legittimamente opinabile e anche
secondo noi forse inopportuna tanto nel merito quanto nel metodo. La questione dirimente è quella di augurare il carcere a dei compagni, soprattutto il
giorno dopo l’esaltazione mediatica della destra riunita sotto le
insegne del fascioleghismo, contribuendo, sempre mediaticamente, a far
passare i leghisti per aggrediti e i compagni per aggressori. Siccome De Luca sarà pure sionista ma non è stupido e sa per esperienza diretta il significato delle prese di posizione e del timing in
cui queste avvengono, la sua dichiarazione non è avvenuta per caso. Un
vero peccato, anche perché in termini repressivi forme di dissociazione
come questa contribuiscono più di mille strette legalitarie a creare
quel terreno bruciato intorno ai movimenti che facilita il compito di Pm
e giudici in cerca di visibilità. Giusto o sbagliato, insomma, meglio
un compagno fuori dalle galere che dietro le sbarre, soprattutto per
un’azione di disturbo di una manifestazione reazionaria. E visto il
ruolo politico che da qualche anno ha assunto Erri De Luca, mai come in
questo caso un bel tacer non fu mai scritto.
L’assurdo dibattito repressivo è proseguito con la richiesta del
carcere cautelare per i tre compagni fermati nella manifestazione
bloccata dalla polizia sul ponte di via Stalingrado. Evidentemente non
bastava l’arresto in (presunta) flagranza, le denunce per lesioni e
resistenza aggravata nonché il processo che porterà, visti i chiari di
luna, ad una sicura condanna (e speriamo davvero di sbagliarci). Per non
dire dell’opportunità di bloccare un corteo di massa, indetto da
settimane, su di un ponte mentre questo voleva sfilare nel centro
cittadino ma distante da piazza Maggiore, impedendo qualsiasi
“dialettica democratica” (locuzione davvero ormai svuotata di ogni senso
sostanziale). Secondo i megafoni della polizia Alfano e Salvini, i tre
compagni dovevano passare in carcere il loro tempo in attesa del
suddetto processo. E in effetti l’immediata narrazione mediatica ha
ribaltato la vicenda trasmettendo un senso di impunità che in realtà non
ha avuto luogo. I tre compagni infatti non se la sono cavata “senza
nessuna conseguenza”, come viene fatto passare da quotidiani e
telegiornali, ma hanno subito il normale iter per reati minori compiuti
da persone (peraltro giovanissime) incensurate. Eppure da ieri
l’opinione pubblica pensa che i tre compagni, dopo aver quasi
assassinato una guardia (il poverino ha una contusione al ginocchio, che
come sappiamo in genere porta al decesso entro le 48 ore) se la siano
cavata con qualche bonario ammonimento in Questura o, peggio ancora,
protetti da giudici compiacenti. Il tutto ovviamente finalizzato
all’ennesima stretta legalitaria, capace di regalare agibilità politica
al partito leghista che dovunque va trova degni comitati d’accoglienza,
puntualmente impossibilitati ad esprimersi e dunque costretti proprio dalle forze dell’ordine alla solita ribalta mediatica dovuta a tentativi di forzatura e conseguenti cariche.
Inutile continuare con gli esempi. Per fortuna a riassumere lo
spirito dei tempi ci ha pensato il Prefetto di Roma Gabrielli. Di fronte
al derby più assurdo della storia, giocato in uno stadio vuoto di
tifosi e stracolmo di guardie, il suddetto dichiarava: “sono molto
soddisfatto di come stanno andando le cose e, in particolare, della
gestione dell’ordine pubblico prima, durante e dopo il derby”. Non fa
una piega, e risulta superfluo ogni altro commento.
*E’ un’antifrasi
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