Il nome Intu non dice niente in Italia se non a qualche turista appassionato di centri commerciali in Gran Bretagna. Intu è, o meglio era, il gigante dei centri commerciali britannici,
ne aveva nove nella classifica dei venti più grandi in UK, da pochi
giorni è in amministrazione controllata, per gestire la bancarotta
secondo le leggi del Regno Unito, crollato finanziariamente, silurato
dai costi insostenibili dovuti alla crisi covid.
Naturalmente Intu, dai tempi del picco commerciale di 10 anni fa
quando la vendita online era poco più di una economia di nicchia, era in difficoltà economiche da tempo.
Oggi lascia sul campo 132.000 posti di lavoro, sia direttamente che nei
negozi che ospitava nei centri commerciali, e un debito di quasi 5
miliardi di sterline. La crisi è finanziaria, il titolo
è passato da essere appetibile al livello carta straccia, causata a sua
volta sia dall’alto costo dei mutui accesi, sia dal modello di business legato all’acquisto in presenza eroso, sempre di più, dall’acquisto online.
Il covid
e la quarantena di massa hanno dato il colpo di grazia a un modello già
in grande difficoltà nonostante la feroce politica di efficentazione
di Intu, sia nella catena logistica sia nei confronti dei redditi dei
dipendenti. Questa vicenda può annunciare il disastro del modello di business dei mall americani
(secondo alcuni, previsioni fatte in tempi non sospetti, di
potenzialità pari alla crisi subprime). Ma, ed è quello che ci riguarda,
annuncia la ristrutturazione del retail italiano (dai grandi centri
commerciali al commercio di prossimità) che già si intravedeva nel 2019
quando il Sole 24 ore parlava di “apocalisse all’italiana”.
Già oggi, come vediamo da questo filmato i robot vengono utilizzati, in quanto risposta alla crisi, come strumento di prevenzione di epidemie, elemento di spettacolo ma integrato nella logistica del centro commerciale. In Italia quale evoluzione si prevede di fronte alla crisi del retail tradizionale già forte prima della pandemia?
Qualsiasi direzione prenda, prima di tutto, sarà una ristrutturazione che riguarda tutte le dimensioni del retail (dai grandi centri commerciali al negozio di prossimità), differenziata nel ruolo delle componenti umane e non umane
(con investimento tecnologico dove possibile e compressione del costo
del lavoro dove la tecnologia non arriva), nella quale la vendita
online o farà la parte del leone o quella del necessario complemento
all’offerta tradizionale, dove si potrà sperimentare consistenza o meno delle ipotesi di scenario. C’è poi l’alternativa di fronte alla quale si trovano i territori, e l’urbanistica, grazie alla contrazione del retail tradizionale: luogo di una nuova economia circolare oppure area di manovra di una nuova logistica?
Di sicuro il futuro è già adesso.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/06/2020
Il post-pandemia e il capitalismo che verrà
La versatilità del capitalismo non ha limiti, salvo l’estinzione della specie e il collasso del pianeta. Però, mentre questo succede, i suoi cambiamenti si accelerano in cerca di un maggior tasso di sfruttamento e incremento degli utili.
Se la lotta per l’appropriazione del plusvalore è una delle caratteristiche della contraddizione capitale-lavoro, oggi ci troviamo di fronte a una reinvenzione delle forme di dominazione, alienazione dell’eccedente e costruzione di egemonia. Il capitalismo digitale si aggiorna utilizzando le nuove tecnologie durante la pandemia del Covid-19.
Se ricorriamo alla storia, è un processo simile a quello sofferto dal capitalismo storico tra i secoli XVI e XVIII, dove la proto-industrializzazione e le scoperte scientifiche accelerarono il processo di accumulazione del capitale e la rivoluzione industriale.
Le sue fasi vanno dal capitalismo coloniale, la schiavitù fino all’imperialismo e al consolidarsi della dipendenza industriale, tecnologica e finanziaria. Tuttavia, la sua evoluzione ha avuto battute d’arresto.
I progetti d’emancipazione anticapitalisti hanno ribaltato i suoi piani, anche se solo in forma momentanea. Le lotte di resistenza, i processi rivoluzionari e i movimenti popolari hanno alterato il loro itinerario, obbligandolo a retrocedere. Il XX secolo ha lasciato un’impronta difficile da cancellare nel suo sviluppo.
Ci sono state due guerre mondiali, seguite dall’olocausto nucleare non esente da cospirazioni, colpi di stato e processi di destabilizzazione i cui effetti riconosciamo in una crescita esponenziale della disuguaglianza, fame, miseria e sovra-sfruttamento di un terzo della popolazione mondiale. In questo percorso, il fascismo, asse della modernità, si proietta nel XXI secolo.
Il neoliberismo assume i suoi princìpi e i governanti adottano i suoi proclami con un appello alla xenofobia, al razzismo e al discorso anticomunista. Come ha segnalato George Mosse nel suo saggio La nazionalizzazione delle masse, Hitler e il nazismo si spiegano con un simbolismo, una liturgia e un’estetica che catturò la popolazione sotto il culto del popolo. Una nuova politica che attrasse non solo i nazionalsocialisti, ma anche membri di altri movimenti che trovavano il suo stile attraente e utile per i propri propositi. Leggasi Trump, Bolsonaro, Piñera o Duque.
In pieno XXI secolo, assistiamo a tempi convulsi. Il capitalismo cerca la sua ri-sistemazione. Far fronte ai problemi di organizzazione, costi di sfruttamento e riaggiustare la funzione del governo nella gestione privata del pubblico. E deve pure pensare a una nuova divisione internazionale dei mercati, della produzione e del consumo. Si ricorre alla digitalizzazione, ai big-data, alla robotizzazione e alle tecno-scienze per rispondere alle logiche del capitale. E pure la dinamica della complessità applicata al processo produttivo marca delle pause nella specializzazione flessibile, la delocalizzazione e il processo di presa delle decisioni.
La realtà aumentata accelera la concentrazione delle decisioni e l’accesso immediato ai dati modifica le logiche di un potere che si fa più arbitrario, violento e ampio. Lo spostamento del comando reale del processo decisionale verso una zona grigia, di difficile accesso, facilita l’elusione delle responsabilità politiche oppure le nasconde sotto il mantello della post-verità o delle bugie in rete.
La transizione dal capitalismo analogico a quello digitale è già una realtà. Alcuni esempi ce lo indicano. Basta vedere il messaggio lanciato da Inditex in Spagna. Il proprietario di Zara, benefattore della sanità pubblica, farà scomparire più di 1.200 negozi in tutto il mondo, dietro la necessità di stare in sincronia con le nuove forme di compra-vendita on line. Così, realizzerà un investimento di mille milioni di euro nella sua riconversione digitale in due anni (2020-2022), destinando 1.700 milioni alla trasformazione dei suoi locali verso il concetto di negozio integrato. Un servizio permanente al cliente là dove si trovi.
In altre parole, avrà nel suo dispositivo portatile un’applicazione di Zara. In questa versione digitale del capitalismo, un altro dei cambiamenti che è venuto e che rimarrà è il telelavoro o lavoro in casa. Un giro di vite allo sfruttamento eccessivo. Gli orari, la disciplina e il controllo li esercita il lavoratore su se stesso, e questo presuppone un elevato livello di stress e giornate illimitate.
In quanto all’istruzione, solo nelle università si prende in considerazione l’idea di organizzare le classi in aule con lezioni virtuali. Le lezioni in presenza andranno perdendo peso, fino a offuscare il senso che le ha viste nascere: formare cittadinanza e apprendere il valore della critica collettiva. L’università si ridurrà a rilasciare titoli dove l’apprendimento diventa autodidattismo.
Il capitalismo post-pandemia accelera il cambiamento del mondo quotidiano. Le firme digitali, le videoconferenze, il controllo biometrico, le diagnosi col computer, sono alcuni dei cambiamenti che finiranno per generare una modifica antropo-biologica dell’essere umano. E forse in questo senso, la lenta sostituzione del denaro contante con il pagamento con le carte sarà fonte non solo di maggior controllo sociale e potere delle banche, supporrà anche una maggiore esclusione sociale. Chi avrà e chi non avrà carte di credito o debito. La Svezia annuncia che la carta moneta si estinguerà entro il prossimo decennio.
Più poveri, più schiavi delle banche. Questo è il futuro incerto del capitalismo che verrà dopo la pandemia.
Fonte
Se la lotta per l’appropriazione del plusvalore è una delle caratteristiche della contraddizione capitale-lavoro, oggi ci troviamo di fronte a una reinvenzione delle forme di dominazione, alienazione dell’eccedente e costruzione di egemonia. Il capitalismo digitale si aggiorna utilizzando le nuove tecnologie durante la pandemia del Covid-19.
Se ricorriamo alla storia, è un processo simile a quello sofferto dal capitalismo storico tra i secoli XVI e XVIII, dove la proto-industrializzazione e le scoperte scientifiche accelerarono il processo di accumulazione del capitale e la rivoluzione industriale.
Le sue fasi vanno dal capitalismo coloniale, la schiavitù fino all’imperialismo e al consolidarsi della dipendenza industriale, tecnologica e finanziaria. Tuttavia, la sua evoluzione ha avuto battute d’arresto.
I progetti d’emancipazione anticapitalisti hanno ribaltato i suoi piani, anche se solo in forma momentanea. Le lotte di resistenza, i processi rivoluzionari e i movimenti popolari hanno alterato il loro itinerario, obbligandolo a retrocedere. Il XX secolo ha lasciato un’impronta difficile da cancellare nel suo sviluppo.
Ci sono state due guerre mondiali, seguite dall’olocausto nucleare non esente da cospirazioni, colpi di stato e processi di destabilizzazione i cui effetti riconosciamo in una crescita esponenziale della disuguaglianza, fame, miseria e sovra-sfruttamento di un terzo della popolazione mondiale. In questo percorso, il fascismo, asse della modernità, si proietta nel XXI secolo.
Il neoliberismo assume i suoi princìpi e i governanti adottano i suoi proclami con un appello alla xenofobia, al razzismo e al discorso anticomunista. Come ha segnalato George Mosse nel suo saggio La nazionalizzazione delle masse, Hitler e il nazismo si spiegano con un simbolismo, una liturgia e un’estetica che catturò la popolazione sotto il culto del popolo. Una nuova politica che attrasse non solo i nazionalsocialisti, ma anche membri di altri movimenti che trovavano il suo stile attraente e utile per i propri propositi. Leggasi Trump, Bolsonaro, Piñera o Duque.
In pieno XXI secolo, assistiamo a tempi convulsi. Il capitalismo cerca la sua ri-sistemazione. Far fronte ai problemi di organizzazione, costi di sfruttamento e riaggiustare la funzione del governo nella gestione privata del pubblico. E deve pure pensare a una nuova divisione internazionale dei mercati, della produzione e del consumo. Si ricorre alla digitalizzazione, ai big-data, alla robotizzazione e alle tecno-scienze per rispondere alle logiche del capitale. E pure la dinamica della complessità applicata al processo produttivo marca delle pause nella specializzazione flessibile, la delocalizzazione e il processo di presa delle decisioni.
La realtà aumentata accelera la concentrazione delle decisioni e l’accesso immediato ai dati modifica le logiche di un potere che si fa più arbitrario, violento e ampio. Lo spostamento del comando reale del processo decisionale verso una zona grigia, di difficile accesso, facilita l’elusione delle responsabilità politiche oppure le nasconde sotto il mantello della post-verità o delle bugie in rete.
La transizione dal capitalismo analogico a quello digitale è già una realtà. Alcuni esempi ce lo indicano. Basta vedere il messaggio lanciato da Inditex in Spagna. Il proprietario di Zara, benefattore della sanità pubblica, farà scomparire più di 1.200 negozi in tutto il mondo, dietro la necessità di stare in sincronia con le nuove forme di compra-vendita on line. Così, realizzerà un investimento di mille milioni di euro nella sua riconversione digitale in due anni (2020-2022), destinando 1.700 milioni alla trasformazione dei suoi locali verso il concetto di negozio integrato. Un servizio permanente al cliente là dove si trovi.
In altre parole, avrà nel suo dispositivo portatile un’applicazione di Zara. In questa versione digitale del capitalismo, un altro dei cambiamenti che è venuto e che rimarrà è il telelavoro o lavoro in casa. Un giro di vite allo sfruttamento eccessivo. Gli orari, la disciplina e il controllo li esercita il lavoratore su se stesso, e questo presuppone un elevato livello di stress e giornate illimitate.
In quanto all’istruzione, solo nelle università si prende in considerazione l’idea di organizzare le classi in aule con lezioni virtuali. Le lezioni in presenza andranno perdendo peso, fino a offuscare il senso che le ha viste nascere: formare cittadinanza e apprendere il valore della critica collettiva. L’università si ridurrà a rilasciare titoli dove l’apprendimento diventa autodidattismo.
Il capitalismo post-pandemia accelera il cambiamento del mondo quotidiano. Le firme digitali, le videoconferenze, il controllo biometrico, le diagnosi col computer, sono alcuni dei cambiamenti che finiranno per generare una modifica antropo-biologica dell’essere umano. E forse in questo senso, la lenta sostituzione del denaro contante con il pagamento con le carte sarà fonte non solo di maggior controllo sociale e potere delle banche, supporrà anche una maggiore esclusione sociale. Chi avrà e chi non avrà carte di credito o debito. La Svezia annuncia che la carta moneta si estinguerà entro il prossimo decennio.
Più poveri, più schiavi delle banche. Questo è il futuro incerto del capitalismo che verrà dopo la pandemia.
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27/12/2017
Usa, tramonta l’era dei centri commerciali
A imitare gli americani ci si rimette sempre... La campagna elettorale e di lotta di #poterealpopolo è cominciata ieri con una serie di presidi e volantinaggi davanti a centri commerciali di molte città italiane. Una protesta contro il lavoro festivo, sottopagato come quello feriale ma con in più la violenza inaudita contro la possibilità di una vita affettiva normale per chi lì dentro ci deve lavorare.
Inutile anche aggiungere che, agli effetti del Pil complessivo del paese (produzione di ricchezza), le aperture domenicali e festive degli esercizi commerciali non aggiungono nulla. La domanda di beni non cresce se i negozi sono sempre aperti, ma se il reddito medio aumenta. Cosa che non avviene da oltre un decennio, nel migliore dei casi, mentre per chi fa lavoro dipendente continua a diminuire.
Ma il “modello di distribuzione” rappresentato dai centri commerciali, sviluppatosi come una mestatasi negli ultimi tre decenni per favorire soprattutto i costruttori – alle prese con una domanda di immobili per abitazione in continua frenata – è già in crisi, specie là dove era stato creato: gli Stati Uniti.
Questo lancio dell’agenzia di stampa AdnKronos suona come un autentico de profundis...
Lo shopping online miete una vittima ingombrante: i grandi centri commerciali americani. L’ascesa dell’e-commerce sta condannando a morte i famosi malls statunitensi, trasformandoli da motori del commercio e agorà di dispersive periferie, in scheletri architettonici.
Simboli del repertorio iconografico Usa al pari dei fast food, cattedrali laiche dove recarsi con rituale sacralità per acquisti, ristoranti, ritocco unghie e via dicendo, facendosi avvolgere dall’opulenza kitch del consumismo made in Usa, dove tutto è grande, seriale e l’offerta debordante, i centri commerciali sono in lento, inesorabile declino.
Secondo una ricerca del Georgia Tech, un terzo dei circa 1.200 shopping center del nord America è morto o sta morendo. Complice la crisi dei subprime del 2008, che ha spesso lasciato senza un tetto quella fascia di popolazione che nei malls amava trascorrere i fine settimana, i centri commerciali hanno iniziato a spopolarsi.
Ma sarebbe stato il commercio online a sferrare il colpo di grazia. Sono oltre 20 grandi catene commerciali che hanno presentato istanza di bancarotta quest’anno. E chi non chiude battenti è alle prese con severe ristrutturazioni: dal colosso Macy’s, che con il suo Babbo Natale è un simbolo dell’iconografia natalizia americana, che ha avviato un piano di chiusura di 100 negozi entro il 2018, il 15% del totale, a J.C. Penney, storico marchio fondato nel 1902 in una cittadina del Wyoming che abbasserà le saracinesche di 138 esercizi; all’ottocentesca Sears che ha appena annunciato lo stop di 63 negozi.
Un fenomeno quello del declino degli shopping center documentato anche in un’insolita serie pubblicata su Youtube finita sulle pagine del ‘New York Time’: ‘The dead mall series’, nostalgico documentario in giro per i centri commerciali depressi o dismessi dell’East cost.
Per alcuni analisti tuttavia i numeri dell’e-commerce possono giustificare solo in parte il collasso dei malls Usa. Con una crescita dell’11% delle vendite totali nel 2016 (con Amazon in testa) per un valore totale pari a 394,86 mld di dollari, +15,6% rispetto al 2015 (il livello più alto dal picco del +16,5% del 2013), lo shopping online non sarebbe la sola causa del declino che andrebbe bensì ricercato nei forti indebitamenti contratti dai gruppi, negli investimenti sbagliati o rischiosi fatti dopo il boom degli anni Novanta, e la crisi e l’evoluzione tecnologica ne avrebbero solo accelerato il tramonto.
Fonte
Inutile anche aggiungere che, agli effetti del Pil complessivo del paese (produzione di ricchezza), le aperture domenicali e festive degli esercizi commerciali non aggiungono nulla. La domanda di beni non cresce se i negozi sono sempre aperti, ma se il reddito medio aumenta. Cosa che non avviene da oltre un decennio, nel migliore dei casi, mentre per chi fa lavoro dipendente continua a diminuire.
Ma il “modello di distribuzione” rappresentato dai centri commerciali, sviluppatosi come una mestatasi negli ultimi tre decenni per favorire soprattutto i costruttori – alle prese con una domanda di immobili per abitazione in continua frenata – è già in crisi, specie là dove era stato creato: gli Stati Uniti.
Questo lancio dell’agenzia di stampa AdnKronos suona come un autentico de profundis...
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Lo shopping online miete una vittima ingombrante: i grandi centri commerciali americani. L’ascesa dell’e-commerce sta condannando a morte i famosi malls statunitensi, trasformandoli da motori del commercio e agorà di dispersive periferie, in scheletri architettonici.
Simboli del repertorio iconografico Usa al pari dei fast food, cattedrali laiche dove recarsi con rituale sacralità per acquisti, ristoranti, ritocco unghie e via dicendo, facendosi avvolgere dall’opulenza kitch del consumismo made in Usa, dove tutto è grande, seriale e l’offerta debordante, i centri commerciali sono in lento, inesorabile declino.
Secondo una ricerca del Georgia Tech, un terzo dei circa 1.200 shopping center del nord America è morto o sta morendo. Complice la crisi dei subprime del 2008, che ha spesso lasciato senza un tetto quella fascia di popolazione che nei malls amava trascorrere i fine settimana, i centri commerciali hanno iniziato a spopolarsi.
Ma sarebbe stato il commercio online a sferrare il colpo di grazia. Sono oltre 20 grandi catene commerciali che hanno presentato istanza di bancarotta quest’anno. E chi non chiude battenti è alle prese con severe ristrutturazioni: dal colosso Macy’s, che con il suo Babbo Natale è un simbolo dell’iconografia natalizia americana, che ha avviato un piano di chiusura di 100 negozi entro il 2018, il 15% del totale, a J.C. Penney, storico marchio fondato nel 1902 in una cittadina del Wyoming che abbasserà le saracinesche di 138 esercizi; all’ottocentesca Sears che ha appena annunciato lo stop di 63 negozi.
Un fenomeno quello del declino degli shopping center documentato anche in un’insolita serie pubblicata su Youtube finita sulle pagine del ‘New York Time’: ‘The dead mall series’, nostalgico documentario in giro per i centri commerciali depressi o dismessi dell’East cost.
Per alcuni analisti tuttavia i numeri dell’e-commerce possono giustificare solo in parte il collasso dei malls Usa. Con una crescita dell’11% delle vendite totali nel 2016 (con Amazon in testa) per un valore totale pari a 394,86 mld di dollari, +15,6% rispetto al 2015 (il livello più alto dal picco del +16,5% del 2013), lo shopping online non sarebbe la sola causa del declino che andrebbe bensì ricercato nei forti indebitamenti contratti dai gruppi, negli investimenti sbagliati o rischiosi fatti dopo il boom degli anni Novanta, e la crisi e l’evoluzione tecnologica ne avrebbero solo accelerato il tramonto.
Fonte
07/12/2017
Come una vertenza sindacale può rendere sostenibile lo shopping on line
Si chiama logistica, è un sistema industriale che permette di ordinare merci e riceverle a domicilio. Quando acquistiamo via internet un prodotto, questo viene portato in un grande centro di raccolta, che si chiama piattaforma logistica.
Da lì, nottetempo, viene smistato su un camion che porta quel prodotto in un magazzino vicino alla città di consegna. E’ poi proprio da lì che la mattina presto il prodotto viene caricato su un furgone, quello che vedete quando suonano alla porta per consegnarvelo.
Bel sistema, eh? Tutto parte da un click sulla tastiera del vostro pc. Ma tra il click sulla tastiera e il driiin sul vostro citofono ci sono persone che lavorano sodo: devono fare di tutto per rispettare l’orario di consegna che avete selezionato sul sito dell’azienda che vi ha venduto on line il prodotto.
A questo punto vi starete chiedendo: dov’è la novità che ti spinge a scrivere queste righe?
La novità è una notizia: a Riano Flaminio, vicino Roma, l’azienda che movimenta le merci per conto della multinazionale GLS ha raggiunto un accordo sindacale con i dipendenti: gli si riconoscono i diritti del contratto nazionale collettivo, l’aumento del monte ferie annuo, la stabilizzazione dei precari, il diritto a una lista di precedenza di assunzione tra gli attuali organici a tempo determinato.
Altra domanda: che c’entra tutto questo con il fatto che posso acquistare via internet?
Molto semplicemente è successo che una vertenza sindacale ha reso “sostenibile” l’e-commerce. Vale a dire che chi acquista un prodotto che viene distribuito da quella azienda logistica non viola i diritti sindacali; che chi compra non lo fa a spese della dignità delle persone che lavorano per rendere possibile la soddisfazione di vedersi recapitare puntualmente ciò che si è acquistato con tanto desiderio di possederlo il prima possibile.
Questa è una bella notizia.
La si deve a un sindacato di base che si chiama Usb, Unione sindacale di base. Fu proprio durante una vertenza guidata dall’Usb che perse la vita, schiacciato da un Tir, Abdel Salam, lavoratore egiziano che partecipava a un picchetto davanti ai cancelli della GLS, a Piacenza.
Ho conosciuto la moglie di Abdel Salam in occasione del 22° MedFilm Festival: consegnò un premio intitolato al marito da Ginella Vocca, direttrice di quel prezioso festival di cinema del Mediterraneo, che si svolge a Roma con gran successo di pubblico. L’accompagnava uno dei suoi figli, un adolescente dallo sguardo attento. Questo ragazzo cui è stato strappato il padre, oggi potrebbe essere fiero di lui: il sindacato a cui era iscritto il padre ha ottenuto una importante vittoria per i lavoratori di un’appaltatrice dell’azienda per cui lavorava.
Ho raccontato questa piccola storia perché ha dentro di sé un grande significato.
E’ un buon segno per gli acquirenti, perché sanno che lo sconto per chi compra on line non è un prezzo che paga chi lavora per consegnarglielo; è buono per chi vende, perché fa guadagni senza togliere nulla a nessuno; è buono per l’azienda della logistica perché preferisce accordi intelligenti allo sfruttamento bestiale; è buono per chi ci lavora: per la quasi totalità sono stranieri, che hanno la prova che la loro dignità sta nel rispetto dei loro diritti, per i quali è giusto e possibile lottare e vincere, offrendo in cambio i propri doveri. È la democrazia: cambiando le regole s’impara a rispettarle. Un buon sindacato vale più di mille appelli alla civile convivenza.
Aver reso sostenibile lo shopping on line è un bel colpo.
Se abitate a Roma, non vi resta che sperare che la prossima volta che suonano alla porta a consegnarvi un pacco sia un addetto GLS. Mentre firmate il ritiro, fategli un sorriso. Magari lui non sa perché. Ma di certo voi adesso sì.
Fonte
Da lì, nottetempo, viene smistato su un camion che porta quel prodotto in un magazzino vicino alla città di consegna. E’ poi proprio da lì che la mattina presto il prodotto viene caricato su un furgone, quello che vedete quando suonano alla porta per consegnarvelo.
Bel sistema, eh? Tutto parte da un click sulla tastiera del vostro pc. Ma tra il click sulla tastiera e il driiin sul vostro citofono ci sono persone che lavorano sodo: devono fare di tutto per rispettare l’orario di consegna che avete selezionato sul sito dell’azienda che vi ha venduto on line il prodotto.
A questo punto vi starete chiedendo: dov’è la novità che ti spinge a scrivere queste righe?
La novità è una notizia: a Riano Flaminio, vicino Roma, l’azienda che movimenta le merci per conto della multinazionale GLS ha raggiunto un accordo sindacale con i dipendenti: gli si riconoscono i diritti del contratto nazionale collettivo, l’aumento del monte ferie annuo, la stabilizzazione dei precari, il diritto a una lista di precedenza di assunzione tra gli attuali organici a tempo determinato.
Altra domanda: che c’entra tutto questo con il fatto che posso acquistare via internet?
Molto semplicemente è successo che una vertenza sindacale ha reso “sostenibile” l’e-commerce. Vale a dire che chi acquista un prodotto che viene distribuito da quella azienda logistica non viola i diritti sindacali; che chi compra non lo fa a spese della dignità delle persone che lavorano per rendere possibile la soddisfazione di vedersi recapitare puntualmente ciò che si è acquistato con tanto desiderio di possederlo il prima possibile.
Questa è una bella notizia.
La si deve a un sindacato di base che si chiama Usb, Unione sindacale di base. Fu proprio durante una vertenza guidata dall’Usb che perse la vita, schiacciato da un Tir, Abdel Salam, lavoratore egiziano che partecipava a un picchetto davanti ai cancelli della GLS, a Piacenza.
Ho conosciuto la moglie di Abdel Salam in occasione del 22° MedFilm Festival: consegnò un premio intitolato al marito da Ginella Vocca, direttrice di quel prezioso festival di cinema del Mediterraneo, che si svolge a Roma con gran successo di pubblico. L’accompagnava uno dei suoi figli, un adolescente dallo sguardo attento. Questo ragazzo cui è stato strappato il padre, oggi potrebbe essere fiero di lui: il sindacato a cui era iscritto il padre ha ottenuto una importante vittoria per i lavoratori di un’appaltatrice dell’azienda per cui lavorava.
Ho raccontato questa piccola storia perché ha dentro di sé un grande significato.
E’ un buon segno per gli acquirenti, perché sanno che lo sconto per chi compra on line non è un prezzo che paga chi lavora per consegnarglielo; è buono per chi vende, perché fa guadagni senza togliere nulla a nessuno; è buono per l’azienda della logistica perché preferisce accordi intelligenti allo sfruttamento bestiale; è buono per chi ci lavora: per la quasi totalità sono stranieri, che hanno la prova che la loro dignità sta nel rispetto dei loro diritti, per i quali è giusto e possibile lottare e vincere, offrendo in cambio i propri doveri. È la democrazia: cambiando le regole s’impara a rispettarle. Un buon sindacato vale più di mille appelli alla civile convivenza.
Aver reso sostenibile lo shopping on line è un bel colpo.
Se abitate a Roma, non vi resta che sperare che la prossima volta che suonano alla porta a consegnarvi un pacco sia un addetto GLS. Mentre firmate il ritiro, fategli un sorriso. Magari lui non sa perché. Ma di certo voi adesso sì.
Fonte
19/01/2017
Vivi, compra, muori. I monopoli della grande distribuzione dentro la crisi
La grande distribuzione come la logistica, si vanno affermando come vettori strategici dell'organizzazione capitalistica della società. Nell'epoca in cui la circolazione delle merci assume una valenza equivalente e talvolta superiore alla loro produzione (ormai ampiamente in eccesso e distribuita su filiere internazionali), la lotta tra i monopoli della grande distribuzione diventa feroce come quella tra coloro che le merci le producono.
Incentivare i consumi e consentire che crescano con capillarità e velocità crescenti, è l'obiettivo su cui si sono concentrate e organizzate multinazionali e filiere che spesso intervengono anche per modificare abitudini consolidate. Il rito della spesa settimanale al supermercato o dei saldi di fine stagione, gioia e delizia per milioni di famiglie, potrebbe non essere più il parametro su cui organizzare i grandi centri commerciali, gli orari di lavoro di chi vi opera (sempre più stressanti e totali) e quelli della vita sociale.
L'entrata in campo potente del commercio online (o e-commerce) impone catene distributive fondate sulla logistica e i trasporti necessari per ridurre lo spazio attraverso il tempo, spesso rendendo obsoleti e svantaggiosi sul piano dei prezzi i classici supermercati, le catene commerciali, i grandi centri dello shopping che hanno sostituito piazze e mercati rionali come luoghi della socialità, degli scambi e dei commerci.
Secondo un rapporto curato dal centro di consulenze per gli affari Deloitte sintetizzato oggi dal Sole 24 Ore, il motore dei consumi si sta spostando velocemente dalle catene tradizionali basate su negozi fisici ai venditori online.
Amazon, il più grande centro di commercio online al mondo, ha un fatturato di 79,3 miliardi di dollari e ha registrato un aumento di oltre il 13% nel 2015. Amazon ha superato la tedesca Metro tra le prime dieci società mondiali della distribuzione. In testa alla classifica c'è ancora il gigante statunitense Wall Mart seguito sempre dalle statunitensi Cotsco e The Kroger. In fondo alla classifica delle top ten, prima della new entry Amazon resistono la britannica Tesco (81 mld), il gigante del discount tedesco Aldi (82 miliardi) e la francese Carrefour (84,8 miliardi).
Nel complesso, il fatturato globale dei 250 più grandi monopoli mondiali della distribuzione, ha raggiunto nel periodo (compreso tra luglio 2015 e giugno 2016) i 4.308 miliardi di dollari, +5,2%. Tra le prime cinquanta società della grande distribuzione, 40 sono nell'e-commerce.
Le società della grande distribuzione italiane sono assai distanti da questi livelli di fatturato. Nella classifica mondiale Coop e Conad hanno perso una decina di posizioni, collocandosi rispettivamente al 76° e 77° posto. Non va meglio la concorrente storica Esselunga che è passata dalla 121esima posizione alla 125esima. Migliorano invece i risultati del discount Eurospin, che ha guadagna ben 26 posizioni, salendo al 188esimo posto.
Il crollo dei consumi dovuti al crollo dei redditi e dei salari, fa da contesto strutturale a questa situazione di concorrenza totale tra i grandi monopoli della distribuzione. Le uniche idee che immettono sul mercato non sono affatto innovative: sono capaci solo di stressare il fattore lavoro, sia in termini di orari allucinanti sia di bassi salari. Un capitalismo da bottegai, nonostante le dimensioni.
Fonte
Incentivare i consumi e consentire che crescano con capillarità e velocità crescenti, è l'obiettivo su cui si sono concentrate e organizzate multinazionali e filiere che spesso intervengono anche per modificare abitudini consolidate. Il rito della spesa settimanale al supermercato o dei saldi di fine stagione, gioia e delizia per milioni di famiglie, potrebbe non essere più il parametro su cui organizzare i grandi centri commerciali, gli orari di lavoro di chi vi opera (sempre più stressanti e totali) e quelli della vita sociale.
L'entrata in campo potente del commercio online (o e-commerce) impone catene distributive fondate sulla logistica e i trasporti necessari per ridurre lo spazio attraverso il tempo, spesso rendendo obsoleti e svantaggiosi sul piano dei prezzi i classici supermercati, le catene commerciali, i grandi centri dello shopping che hanno sostituito piazze e mercati rionali come luoghi della socialità, degli scambi e dei commerci.
Secondo un rapporto curato dal centro di consulenze per gli affari Deloitte sintetizzato oggi dal Sole 24 Ore, il motore dei consumi si sta spostando velocemente dalle catene tradizionali basate su negozi fisici ai venditori online.
Amazon, il più grande centro di commercio online al mondo, ha un fatturato di 79,3 miliardi di dollari e ha registrato un aumento di oltre il 13% nel 2015. Amazon ha superato la tedesca Metro tra le prime dieci società mondiali della distribuzione. In testa alla classifica c'è ancora il gigante statunitense Wall Mart seguito sempre dalle statunitensi Cotsco e The Kroger. In fondo alla classifica delle top ten, prima della new entry Amazon resistono la britannica Tesco (81 mld), il gigante del discount tedesco Aldi (82 miliardi) e la francese Carrefour (84,8 miliardi).
Nel complesso, il fatturato globale dei 250 più grandi monopoli mondiali della distribuzione, ha raggiunto nel periodo (compreso tra luglio 2015 e giugno 2016) i 4.308 miliardi di dollari, +5,2%. Tra le prime cinquanta società della grande distribuzione, 40 sono nell'e-commerce.
Le società della grande distribuzione italiane sono assai distanti da questi livelli di fatturato. Nella classifica mondiale Coop e Conad hanno perso una decina di posizioni, collocandosi rispettivamente al 76° e 77° posto. Non va meglio la concorrente storica Esselunga che è passata dalla 121esima posizione alla 125esima. Migliorano invece i risultati del discount Eurospin, che ha guadagna ben 26 posizioni, salendo al 188esimo posto.
Il crollo dei consumi dovuti al crollo dei redditi e dei salari, fa da contesto strutturale a questa situazione di concorrenza totale tra i grandi monopoli della distribuzione. Le uniche idee che immettono sul mercato non sono affatto innovative: sono capaci solo di stressare il fattore lavoro, sia in termini di orari allucinanti sia di bassi salari. Un capitalismo da bottegai, nonostante le dimensioni.
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