Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Procura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Procura. Mostra tutti i post

02/10/2016

La Francia congela i finanziamenti alla Torino-Lione

Può esistere, nella modernità, un paese in cui una lunga serie di governi persegue la folle idea di una "grande opera" inutile sul piano pratico,costosissima su quello del bilancio, pericolosa dal punto vista ambientale e rifiutata compattamente dalle popolazioni interessate? E che le persone più in vista o più attive in questa popolazione vengono perseguitate anche quando ormai è di dominio pubblico che quell'assurdità non si farà mai?

Esiste. Si chiama Italia, Piemonte, Torino, Val Susa.

L'opera è ovviamente il Tav sulla linea Torino-Lione. Che già esiste come linea ferroviaria ed è utilizzata molto al di sotto delle sue potenzialità. Perché? Per il motivo più normale: non c'è necessità di portare una quantità straordinaria di persone e merci da una parte all'altra del confine, visto che nella stessa regione esistono anche altre vie alternative.

Ciò nonostante, da oltre venti anni i governo italiani insistono: bisogna pur far guadagnare ancora qualcosa a quei costruttori così larghi di manica nei confronti dei governanti, no? Sorprendentemente, la Procura di Torino – che teoricamente avrebbe dovuto sorvegliare e indagare sulle manifeste presenze di società controllate dalla malavita organizzata all'interno della filiera degli appalti e subappalti, ha preferito inseguire gli abitanti della valle (in prima fila Bruno Perino e Nicoletta Dosio, ora inchiodata agli arresti domiciliari) e gli attivisti solidali che in questa Resistenza popolare hanno visto un buon motivo per dare una mano.

Pubblichiamo qui un articolo ripreso da TorinoOggi, in cui il senatore pentastellato Marco Scibona dà conto della maggioranza contraria al co-finanziamento dell'opera formatasi nel Senato francese. In precedenza il governo francese aveva "semplicemente" fermato i sondaggi dal suo lato delle Alpi; poi aveva declassato l'opera tra quelle "non prioritarie", congelando di fatto il finanziamento e l'avanzamento dei lavori. Ora sta per arrivare il voto parlamentare che cancellerà completamente il progetto.

Dal lato francese, almeno. Come giustificheranno, a quel punto, l'ostinazione nel voler proseguire i lavori? L'invasione della Francia non è più di moda, e soprattutto non è mai riuscita...

*****

“E’ di oggi la notizia che un gruppo politicamente trasversale di senatori del Senato francese intende congelare il finanziamento di tutti i progetti di grandi opere superiori ad un valore di 100 milioni di € decisi prima del 2014”. A dirlo è Marco Scibona, senatore del M5S, che prosegue:”Tra i progetti da congelare rientra anche la nuova linea ferroviaria Torino Lyon con il fine preciso di "dare priorità alla modernizzazione delle reti esistenti", manco avessero subito loro il disastro ferroviario pugliese”.

“Dopo centinaia di processi contro i NoTav”, prosegue l’esponente penta stellato, “viene data loro ragione dal Senato francese e ciò dopo che ben due note della Corte dei Conti d’oltralpe si erano espresse, con dati precisi alla mano, contro l’utilità della Torino Lyon e la sua sostenibilità economica”.

“Pure lo stesso Brinkhorst, coordinatore del progetto prioritario 6 (ove insisteva la Torino Lyon, ora corridoio mediterraneo) dovette ammettere, nella sua relazione annuale del 2013, “l’infattibilità politica di proporre la costruzione di una nuova linea senza fare tutto il possibile affinché quella esistente torni a essere la principale arteria di trasporto”.

“Ma dissero”, prosegue Scibona, “che Brinkhorst parlasse a titolo personale, non della Commissione Europea. A fronte di quanto deciso dai senatori francesi chiediamo la sospensione di tutte le attività del cantiere di Chiomonte, cantiere aperto attraverso la truffa della Legge Obiettivo e per la quale richiediamo che venga discussa anche in una Commissione parlamentare di inchiesta (già da tempo richiesta e mai istituita)”.

“Ma non solo, chiediamo che tutti i cantieri ferroviari dell’alta velocità vengano sospesi e che tutti i progetti approvati con il c.d. "Sistema Incalza" attraverso quella Legge definita “criminogena” dal Presidente dell’Anticorruzione Cantone vengano fermati, analizzati e discussi dalla nostra Corte dei Conti”.

“Chiediamo che i fondi stanziati dal C.I.P.E.”, prosegue Scibona,” per le predette opere vengano dirottati per l’emergenza terremoto, per la messa in sicurezza di edifici e territori e per il miglioramento degli standard di sicurezza dei trasporti ferroviari delle linee tradizionali a partire da quelle in concessione”.

“Chiediamo anche al Presidente del Consiglio dei Ministri di tenere a freno la lingua e di non mettere più in imbarazzo l’Italia con folli promesse in stile saltimbanco medioevale. La misura è colma, sarà la Corte dei Conti a valutare la posizione di chi "anche indirettamente" abbia concorso alle ingenti spese per la progettazione e costruzione della Torino Lyon e ciò anche attraverso erronee interpretazioni di Legge, come è puntualmente avvenuto”, conclude Scibona.

Fonte

20/09/2016

La morte di Abd Elsalam: un oltraggio

La brutale morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf, operaio della logistica investito e ucciso da un camion – guidato da un “padroncino” istigato da un “manager” – ha suscitato un’ondata di indignazione in tutto il paese e nel mondo del lavoro. Sia le modalità della sua uccisione che le dichiarazioni rilasciate immediatamente dal capo della Procura di Piacenza, dott. Cappelleri, hanno incendiato i sentimenti e le reazioni di migliaia di persone.

Abd Elsalam è stato ucciso da uno di quegli “imprenditori di se stessi che non hanno tempo da perdere”, padroncini “italiani” prosperati nei servizi alle imprese (come i trasporti e la logistica), spesso stritolati a loro volta da quel sistema, ma refrattari o ostili ad ogni reciproco riconoscimento con gli altri lavoratori. Quanto accaduto configura le caratteristiche del conflitto sociale in uno dei settori strategici e per questo ancora in relativa crescita: la circolazione delle merci. Si tratta di un settore sempre al limite, stressato dai ritmi e dai tempi della distribuzione, determinati dal dominio del just in time. Il tempo diventa il parametro determinante di ogni algoritmo aziendale e termometro della “competitività” dell'azienda; ogni ostacolo o ritardo diventa inaccettabile e pertanto va rimosso.

Se questo ostacolo sono uomini in carne ed ossa, che picchettano i cancelli delle aziende della logistica per rivendicare i loro diritti, la logica aziendalista vi si rapporta esattamente come abbiamo visto nella notte tra mercoledì e giovedì alla Gls di Novate (Piacenza). Quel “vai!, vai!” con cui un dirigente aziendale ha incitato il padroncino del camion a partire comunque e nonostante il picchetto, ha portato alla morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf. Padre di cinque figli, professore in Egitto e operaio per necessità in Italia, Abd Elsalam ha cercato di fermare quel camion per rendere efficace il picchetto cui partecipava insieme ai suoi compagni di lavoro.

Da anni ormai in questo settore le vertenze sindacali somigliano terribilmente a quelle dei primi del Novecento. Chi ha seguito le lotte della logistica in questi anni, sa bene che lo scenario di morte di mercoledì notte è stato sfiorato molte altre volte, quando camion o crumiri hanno cercato di forzare i picchetti, molto spesso coadiuvati dalla polizia. Si tratta di un segmento importante del mercato del lavoro (quasi 400.000 addetti), fortemente deregolamentato, con l’intermediazione di manodopera spesso gestita da banditi dai metodi sbrigativi, in cui la gran parte dei lavoratori addetti ai magazzini sono immigrati. L’idea padronale, fin dall'inizio, è stata proprio quella di sfruttare la ricattabilità dei lavoratori immigrati e le “nuove leggi” prodotte negli ultimi venti anni (il “pacchetto Treu” è del 1997) per abbattere costi e limitare i conflitti.

La realtà, esattamente come nei primi del Novecento, ha prodotto l’opposto, spinta da forze incontrollabili che muovono contemporaneamente manager del capitale, “padroncini” senza margini e lavoratori generici, intercambiabili, selezionati per la pura energia meccanica.

I lavoratori immigrati, proprio perché vedono e vivono concretamente il bisogno di emancipazione – per se stessi e i propri figli – sono estremamente motivati e determinati nella rivendicazione dei diritti, per la loro estensione e consolidamento. Quando questa determinazione incontra organizzazioni sindacali vere, non compiacenti con le aziende – e l’Usb è la principale tra queste organizzazioni – la condizione oggettiva e la spinta soggettiva trovano una sintesi importante. Che produce spesso risultati vincenti.

Questa dimensione della composizione sociale del conflitto sindacale deve essere stata ampiamente sottovalutata anche dal capo della procura di Piacenza, Salvatore Cappelleri, che ha rilasciato a caldo – a pochissime ore dall’uccisione di Abd Elsalam – delle dichiarazioni quantomeno improvvide e affrettate che hanno fatto indignare tutti. Le riportiamo in calce perché è bene che nessuno le dimentichi, soprattutto a fronte delle prove video e fotografiche che lo smentiscono clamorosamente. Il dott. Cappelleri ha detto testualmente (servilmente ripreso da agenzie come Ansa e alcuni telegiornali):
"Quando è avvenuto l'incidente non era in atto alcuna manifestazione all'ingresso della Gls. Quando il Tir è uscito dalla ditta, dopo le regolari operazioni di carico, ha effettuato una manovra di svolta a destra. Inoltre escludiamo categoricamente che qualche preposto della Gls abbia incitato l'autista a partire. Davanti ai cancelli in quel momento non vi era alcuna manifestazione di protesta o alcun blocco da parte degli operai, che erano ancora in attesa di conoscere l'esito dell'incontro tra la rappresentanza sindacale e l'azienda. Allo stato attuale delle indagini riteniamo che l'autista non si sia accorto di aver investito l'uomo che è stato visto correre da solo incontro al camion che stava facendo manovra. Per questo si è deciso di rilasciare l'autista che, tra l'altro, è anche risultato negativo ai test di accertamento per le sostanze stupefacenti e l'alcol".
Leggendo queste parole sembra quasi che Abd Elsalam si sia suicidato da solo correndo contro il camion in movimento (qualcosa di simile al “malore attivo” che un altro magistrato escogitò per scagionare il commissario Calabresi dall'uccisione di Giuseppe Pinelli). Una “convinzione” maturata sulla base del solo rapporto dei poliziotti presenti e senza ulteriori riscontri, senza alcun ulteriore esame o prudenza, e che hanno portato all’immediato rilascio del padroncino del camion. Una frettolosità superficiale che sembra emendabile in un solo modo: le dimissioni del dott. Cappelleri.

Abbiamo respirato una sensazione da tribunale nella Ankara di Erdogan, da corte egiziana (a proposito dell'uccisione di Regeni, per esempio) o italo-ottocentesca. Un oltraggio alla vita e alla dignità di Abd Elsalam e di tutti gli altri lavoratori che sono costretti a mettersi di traverso – ad un camion, ad una legge ingiusta, ad un governo ostile – per vedere riconosciuti i propri diritti e seriamente rappresentati i propri interessi.

Fonte

19/09/2016

Ahmed non deve diventare il primo di una lunga lista

Un uomo solo, o pochi uomini, in piedi, davanti a un mostro d'acciaio. L'immagine di Tien An Men è solo una delle tante icone che segnano il confine tra l'ammissibile e l'inumano, tra il conflitto che riconosce nell'altro un appartenente alla stessa specie e l'ansia di sterminio che tratta chi si frappone ai propri obiettivi come Untermensch. Sottouomini, come animali o cose.

Entro i confini dell'umano c'è tutto lo spazio conflittuale tipico delle democrazie borghesi, che non hanno mai evitato che si spargesse morte, ma hanno sempre ammesso variegate forme della “non violenza” e persino tollerato – a causa dei rapporti di forza politici e sociali, non certo per magnanimità – addirittura un qualche grado di violenza di massa (gli anni '60 e '70 stanno ancora nell'immaginario globale).

Decenni di picchetti e blocchi stradali, lungo tutto il Novecento e questi primi anni del nuovo millennio, si sono avvalsi di questo spazio nemmeno codificato, per cui degli esseri umani che protestano, arrabbiati ma disarmati, non possono essere schiacciati da un'auto, da un camion, da un blindato. Decine di crumiri e di padroni hanno spesso cercato di forzare i blocchi, qualcuno ha anche ferito dei manifestanti. Ma è stato sanzionato prima dai manifestanti stessi, poi anche dalla magistratura, incaricata – se non altro – di proteggere il monopolio della forza attribuito alle Stato. Che non ha del resto lesinato morte e distruzione, da Portella delle Ginestre a Reggio Emilia, da Piazza Fontana a Carlo Giuliani.

Il carro armato cinese a Tien An Men – va ricordato – si fermò, cercò di scartare quell'omino ostinato che si spostava per impedirgli di passare. Alla fine desistette e restò immobile, marcando uno stallo e la fine delle ostilità. Un attimo sospeso prima dell'abisso, un passo che non fu fatto.

Il tir del padroncino di Piacenza, incitato dal manager Antonio Romano, è andato avanti e ha schiacciato Ahmed Abd Elsalam. È un fatto.

Peggio. Il procuratore locale, in poche ore, ha saltato tutta la fase delle indagini, accettando senza obiezioni la versione dell'azienda e dell'autista. Versione avallata dalla polizia, per coprire una propria defaillance nel doppio ruolo svolto davanti alla Gls (gestire la piazza e accompagnare la trattativa). È un altro fatto.

Un episodio del genere fa precedente, cambia la costituzione materiale e l'orientamento di tutta la legislazione ammessa in giudizio.

La velocità con cui il governo e il sistema dei media mainstream ha immediatamente accolto la versione dell'”incidente stradale” parla da sola. Nell'ansia di impedire che un omicidio possa sedimentare una consapevolezza dell'orrore legislativo e regolamentare costruito negli ultimi venti anni – la storia della precarizzazione legalizzata, dal “pacchetto Treu” alla “legge 30” al Jobs Act – la classe dirigente ha preso una decisione decisamente vile, ma che di fatto rende possibile il moltiplicarsi di “omicidi stradali” nelle piazze italiane.

Un precedente storico e giudiziario ha un peso impossibile da sottovalutare. Determina gli orientamenti e le decisioni successive. Rafforza negli assassini la certezza dell'impunità davanti al giudice e alle varie polizie. E indebolisce nelle vittime la certezza di poter lottare e veder riconosciute ovunque – persino in sede giudiziaria – le proprie ragioni. La “certezza del diritto” si trasforma in pochi attimi in certezza dell'ingiustizia e dell'impossibilità di vedersela riconosciuta. Prima ancora del processo.

Con in più il sottaciuto razzismo che mette la nazionalità e/o la religione della vittima davanti a ogni altra considerazione, appunto. Proprio come – simmetricamente – Giulio Regeni in Egitto. “Che cazzo pretendeva?”

I video hanno mostrato molto, anche se non tutto. Persino quello prodotto dalla difesa del manager (non “padrone”, solo un dipendente di una multinazionale tedsca…), Antonio Romano, certifica il contrario di quanto incautamente affermato dal procuratore di Piacenza. C'era una protesta in corso, e numerosi uomini corrono infatti dietro il tir che ha appena travolto Ahmed, costringendolo a fermarsi definitivamente. Un altro camion, a pochi metri di distanza, innesta la marcia indietro davanti a tanto orrore e all'umanissimo terrore di essere scambiato per un complice dell'assassino. Numerosi funzionari dell'azeinda Gls si alternano nel parlare all'autista del tir killer prima dell'accelerata omicida. Cos'abbiano detto non possiamo saperlo dal video aziendale – stranamente privo di audio – ma soltanto dai testimoni diretti. Tanti, ma inascoltati dalla magistratura locale.

Una constatazione che dovrà spingere d'ora in poi ogni manifestante – specie se impegnato nell'antica arte di frapporre il proprio corpo all'ingiustizia – a strutturare collettivamente una mini-troupe audiovideo che registri ogni secondo e ogni movimento in qualsiasi faccia a faccia, di piazza o “in trattativa”. Con Chiunque. Così come del resto fanno polizia e imprenditori.

Guardando il video girato in occasione di un altro blocco, a Milano, si vede un manager della Gls spintonare e picchiare i lavoratori stesi a terra, invitando i tir a "passarci sopra". La tragedia era insomma stava evitata più volte per un pelo. E' bastato poco – un autista forse troppo sicuro di sè, forse un varco mal calcolato nel muro dei corpi sulla strada – perché si verificasse.

Le immagini da sole non parlano, ma sono più difficili da confutare delle testimonianze oculari ed orali. Il procuratore di Piacenza, nell'emettere la sua pre-sentenza, nemmeno ha ritenuto di dover ascoltare i compagni e colleghi di lavoro di Ahmed. Figli della stessa classe ed interesse, il loro punto di vista è stato preventivamente espulso dal futuro processo. Lasciando intravedere persino un rifiuto alla richiesta di costituzione di parte civile del sindacato Usb e degli stessi colleghi di lavoro.

Cosa si può fare davanti a tanta protervia?

Va fatto molto di più di quel che siamo abituati a fare, questo è il minimo. L'omicidio di Ahmed è un salto di qualità e di livello nel conflitto di classe. E' qualcosa che non avveniva da decenni – neanche noi siamo sicuri se dover tornare, nella ricerca, agli anni '60 o '50 – è un bivio della Storia in questo paese.

Da come si chiuderà questa vicenda dipenderà molto del materiale conflitto sociale dei prossimi anni, della sua agibilità, delle sue forme.

Se dovesse affermarsi davvero come “verità giudiziaria” – l'unica che conti, nel conflitto – quell'osceno addossare ad Ahmed una “corsa suicida contro il Tir”, ogni altro picchetto o blocco stradale correrà l'identico rischio. Ogni “manager”, crumiro, poliziotto, carabiniere, si sentirà legittimato a fare altrettanto, pronto ad invocare il destino cinico e baro che presiede agli incidenti stradali. Una condannuccia pro forma, un fastidio burocratico come la sospensione della patente, nulla di più...

C'è un problema, ovviamente. E va risolto subito, prima che le carte giudiziarie vengano scritte e composte consolidando una lapide stesa sulla verità.

In anni recenti, le battaglie giudiziarie sono state tutte di basso livello. Scontri, manganellate, insulti, resistenza a pubblico ufficiale, infrazione dei sigilli, occupazioni, manifestazioni non autorizzate, ecc, hanno selezionato un'abitudine e un personale corrispondenti.

Su un altro versante si sono giocate partite ignobili contro singoli compagni di fatto abbandonati a se stessi e ad accuse fuori dalla grazia di dio. Dalla Val Susa al 15 ottobre, per capirci.

Qui c'è un morto in terra e un processo – tutto da fare – per omicidio. E' un altro mondo, un'altra sapienza giuridica e giudiziaria, un mondo in cui improvvisare è suicida.

In altri tempi l'omicidio di Ahmed avrebbe mosso, senza bisogno di chiamata, intellettuali e avvocati, giuristi e costituzionalisti ai massimi livelli. Questa convocazione va oggi promossa, organizzata, chiamata a gran voce.

C'è in gioco la “prassi materiale” del conflitto sociale dei prossimi anni. Una posta in gioco del tutto coerente con la battaglia per il NO alla controriforma costituzionale Renzi-Boschi, contro il Jobs Act o la Buona Scuola. È la stessa battaglia.

I migliori avvocati, intellettuali, costituzionalisti e “periti settori” vanno coinvolti a difesa di quell'oscuro ex professore egiziano costretto a fare il facchino in Italia per sfamare i suoi cinque figli.

Non devono – non dobbiamo – farlo solo per tutelare la vedova e i figli. Devono farlo per se stessi, per qualsiasi cittadino si possa trovare di fronte alla prepotenza materiale dell'azienda o delle “forze dell'ordine”, in un giorno e in un incrocio qualsiasi.

Devono/dobbiamo farlo. Dobbiamo richiamarli alle loro responsabilità.

Dobbiamo bloccare quel tir o quel blindato che, in qualche oscuro garage, sta scaldando i motori in cerca di altra carne umana da travolgere.

Fonte