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martedì 16 ottobre 2018

Caso Khashoggi - Media americani sostengono che l'Arabia Saudita è pronta ad ammettere l'omicidio

di Roberto Prinzi

Gli investigatori sauditi e turchi che stanno indagando sulla scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi hanno lasciato stamane all’alba il consolato dell’Arabia Saudita dopo nove ore di ricerche. Secondo quanto riporta la Reuters, il team turco avrebbe lasciato l’edificio consolare alle 5, il procuratore locale un’ora e mezza dopo seguito dagli investigatori sauditi. Secondo un testimone oculare, la scientifica avrebbe prelevato alcuni campioni di terreno dal giardino. A partecipare alle ricerche c’era anche un cane della polizia.

La notizia della indagine congiunta tra Turchia e Arabia Saudita giunge nelle ore in cui però Cnn e il New York Times affermano che Riyadh è pronta ad ammettere che la morte di Khashoggi sia avvenuta in seguito ad un interrogatorio finito male. A sostegno di questa tesi l’emittente televisiva statunitense ha citato ieri due fonti anonime, mentre il quotidiano newyorkese, basandosi sulla testimonianza di una persona vicina agli ambienti sauditi, ha riferito che l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman avrebbe approvato l’interrogatorio di Khashoggi o il suo ritorno in Arabia Saudita. Il New York Times aggiunge però che ora, nel tentativo di difendere il figlio di re Salman, la monarchia scaricherà addosso ad un ufficiale dell’intelligence tutte le responsabilità di quanto accaduto.

L’ammissione di colpe da parte di Riyadh rappresenterebbe un clamoroso (ma sempre più inevitabile) autogol per la monarchia saudita. Alla gravità in sé dell’atto che mostra al mondo quanto re Salman e figlio siano spietati – una immagine molto diversa da quella modernizzante e riformista di cui spesso parla la stampa mainstream occidentale – l’uccisione di Khashoggi per mano saudita confermerebbe quello che è sembrato chiaro a tutti sin dall’inizio: Riyadh va raccontando in giro bugie ridicole da giorni. Da quando il giornalista è “scomparso” lo scorso 2 ottobre, Riyadh si è sempre difesa dalle accuse di omicidio mossegli contro soprattutto da Ankara e dai principali quotidiani statunitensi affermando che Khashoggi aveva lasciato l’edificio due ore dopo il suo arrivo al consolato. Poco importa che questa dichiarazione poneva alcuni semplici interrogativi a cui i sauditi non hanno mai voluto rispondere: perché le telecamere di sorveglianze che avevano registrato l’ingresso di Khashoggi nel consolato non ne avevano ripreso però l’uscita? Perché la fidanzata di Khashoggi, che attendeva il suo futuro marito fuori il consolato, non l’ha mai più visto? Perché, se era uscito, Khashoggi non ha dato più segnali di vita?

La scomparsa/uccisione del giornalista e la gestione del caso da parte di Riyadh hanno avuto ripercussioni molto negative per i sauditi sia dal punto di vista mediatico che economico: media e aziende hanno scelto di annullare la loro partecipazione ad una conferenza di investimenti programmata questo mese in Arabia Saudita. Ieri a farsi sentire sono stati i figli Khashoggi i quali, in una nota, hanno detto di “essere tristi e ansiosi per le notizie divergenti che riguardano il destino di nostro padre con cui abbiamo perso i contatti due settimane fa”. “La forte responsabilità morale e legale che nostro padre ci ha dato – continua il comunicato – ci obbliga a richiedere una commissione internazionale, indipendente e imparziale che possa indagare sulle circostanze della sua morte”.

Il presidente Usa Donald Trump, intanto, ha inviato a Riyadh il suo Segretario di Stato Mike Pompeo nel tentativo di alleggerire le recenti tensioni tra Washington e Riyadh. Che ci sia un po’ di maretta tra i due paesi è apparso evidente ieri quando i sauditi hanno cancellato l’annuale ricevimento diplomatico previsto per questa settimana nella capitale statunitense. Anche Trump, alleato di ferro di re Salman, è stato costretto dalle pressioni interne e internazionali a rivedere la sua posizione sul caso. Al lungo silenzio dei primi giorni, il leader repubblicano ha prima risposto affermando di essere “preoccupato” e di “seguire la faccenda attentamente” per poi spingersi ieri a dichiarare che degli “assassini canaglia” potrebbero essere i responsabili dell’omicidio dell’editorialista critico della monarchia. Trump prende tempo per ora. Alla domanda sulle rivelazioni della Cnn secondo cui i sauditi ammetteranno la sua morte, il presidente ha detto di “aver ascoltato il servizio”, ma che “non si sa se sia una notizia ufficiale”.

Molto più dura sin dall’inizio è stata invece la posizione del Congresso americano: diversi parlamentari americani non hanno condiviso la gestione della Casa Bianca del caso Khashoggi e hanno addirittura chiesto all’amministrazione Trump di valutare il taglio della vendita di armi al regno wahhabita. La scorsa settimana alcuni deputati di entrambi gli schieramenti politici hanno scritto al presidente americano chiedendo che sia implementato il Global Magnistky Act, un provvedimento che autorizza il governo a imporre sanzioni contro chi ha violato i diritti umani, ne congela i suoi beni e ne vieta l’ingresso in America.

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