Turchia e Arabia Saudita hanno fatto questa settimana un passo decisivo verso la completa normalizzazione dei rapporti bilaterali dopo la burrasca degli ultimi anni per via delle divergenze seguite alle vicende delle “Primavere arabe” e, più recentemente, all’assassinio di Jamal Khashoggi. L’abbraccio simbolico e materiale da parte di Erdogan dell’erede al trono saudita, Mohammad bin Salman (MBS), durante la sua visita ad Ankara è il riflesso di un evidente – ennesimo – ripensamento delle politiche mediorientali promosse dal presidente turco, dovuto sia a ragioni di carattere economico sia al riallineamento strategico in atto nella regione a partire almeno dall’ingresso di Biden alla Casa Bianca.
Il sequestro e la brutale uccisione del giornalista dissidente saudita nel consolato di Riyadh a Istanbul nel 2018 aveva portato al culmine lo scontro tra Erdogan e MBS. Le prove del coinvolgimento del giovane principe nell’assassinio erano state fornite dai servizi di sicurezza e dal governo della Turchia, mentre in questo paese era stato aperto un procedimento legale per risolvere il caso. Lo stesso Erdogan aveva chiamato in causa MBS, utilizzando spesso parole durissime per denunciare le responsabilità di quest’ultimo, alla luce anche delle conclusioni simili presentate dalla CIA e da un rapporto delle Nazioni Unite.
Il sospetto che il regime saudita fosse implicato, assieme almeno agli Stati Uniti, nel fallito golpe ai danni di Erdogan nell’estate del 2016 aveva a sua volta influito sul peggioramento dei rapporti tra i due paesi. In precedenza, Turchia e Arabia Saudita si erano trovate su posizioni opposte riguardo l’emergere dei Fratelli Musulmani come principale forza politica negli sconvolgimenti registrati in molti paesi arabi all’inizio del secondo decennio di questo secolo. Le due potenze regionali avevano appoggiato forze diverse ad esempio in Libia e in Egitto, così come l’approccio alla crisi siriana di Ankara e Riyadh ha seguito progressivamente strade differenti.
È fuori discussione che i fattori economici e finanziari abbiano avuto un peso importante nel disgelo tra i due paesi. Erdogan ha visto crollare la sua popolarità e quella del suo partito come conseguenza delle difficoltà economiche della Turchia, simboleggiate dal crollo della Lira turca. Erdogan ha così cercato un salvagente tra i regimi del Golfo Persico, con un occhio alle elezioni parlamentari e presidenziali del 2023 che, secondo i sondaggi, minacciano di mettere fine al suo lunghissimo dominio e a quello del suo partito (AKP; Partito della Giustizia e dello Sviluppo). Le basi definitive per la distensione con Riyadh erano state gettate a inizio anno con la chiusura dell’indagine in Turchia sull’assassinio di Khashoggi e la consegna a un tribunale saudita di tutto il fascicolo relativo al caso. Ad aprile, poi, Erdogan si era recato in visita in Arabia Saudita per la prima volta dal 2017.
Non è un caso che il comunicato congiunto seguito all’arrivo di MBS ad Ankara mercoledì, dopo le visite in Egitto e Giordania, e al colloquio con Erdogan abbia toccato in gran parte il tema della cooperazione economica. Il governo turco è impaziente di sbloccare gli investimenti sauditi, sulla scia dell’accordo sottoscritto a gennaio con gli Emirati Arabi Uniti per un fondo da dieci miliardi di dollari e per il raddoppio degli scambi commerciali. I leader di Turchia e Arabia avrebbero anche raggiunto un’intesa sull’allentamento delle barriere doganali, superando definitivamente l’embargo di fatto delle importazioni di prodotti turchi deciso da Riyadh dopo l’esplosione del caso Khashoggi. Nel 2021, secondo i dati ufficiali turchi, le esportazioni verso l’Arabia hanno avuto un valore appena superiore ai 200 milioni di dollari, contro i 3,2 miliardi del 2019.
Ci sono diversi elementi da tenere in considerazione per comprendere il cambio di rotta di Erdogan, oltre a quello di natura economica. In primo luogo, il riavvicinamento a Riyadh deve essere collegato al riassestamento complessivo della politica estera turca degli anni scorsi che stava producendo per questo paese un isolamento sempre più marcato. A dare l’impulso al cambiamento può essere stata, tra l’altro, la diversificazione strategica promossa da MBS per il regno wahhabita, concretizzatasi in un atteggiamento meno rigido, o decisamente collaborativo, nei confronti di paesi al centro di conflitti e tensioni, come Siria e, soprattutto, Israele.
Un isolamento che per Ankara rischiava seriamente di aggravarsi anche in conseguenza dei più recenti sviluppi sul fronte energetico, con il formarsi cioè di un asse tra le monarchie del Golfo, Israele, Egitto, Grecia e Cipro, considerato una seria minaccia per la Turchia, che rischia di vedersi esclusa dalle nuove rotte del gas in fase di progettazione nel Mediterraneo orientale. A riprova di ciò, è possibile citare anche la parallela riconciliazione con Israele dopo anni di gelo. Non è un caso, a questo proposito, che, in concomitanza con la visita di Mohammad bin Salman, il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid, si sia recato giovedì anch’egli ad Ankara.
Dietro a questi movimenti c’è con ogni probabilità in parte il governo americano e i colloqui incrociati di questi giorni potrebbero in qualche modo preparare il terreno alla visita di Biden in Medio Oriente, programmata per la metà di luglio. Un altro intreccio è quello che riguarda l’Iran. Le relazioni tra Ankara e Teheran sono in fase calante, soprattutto per quanto riguarda la Siria, dove Erdogan vorrebbe a breve lanciare una nuova offensiva militare contro le milizie curde. La questione curda è poi un ulteriore punto di scontro con gli Stati Uniti, assieme alla partnership tra Ankara e Mosca, visto che le forze curde siriane rappresentano da tempo il punto di riferimento della presenza militare illegale americana sul territorio del paese in guerra dal 2011.
In definitiva, le mosse di Erdogan sembrano indicare una volontà di tornare a giocare le proprie carte sul tavolo del fronte filo-americano, con l’obiettivo di recuperare il terreno perduto in ambito economico e della sicurezza per via delle tensioni che hanno caratterizzato questi ultimi anni. Il ristabilimento dei rapporti con l’Arabia Saudita va visto in questa prospettiva, così da evitare il rischio del consolidarsi di un blocco guidato da Riyadh e Tel Aviv nella regione mediorientale che potrebbe appunto escludere la Turchia.
Nonostante l’apparenza, le scelte di politica estera di Erdogan continuano a sfuggire a una classificazione netta. Fermo restando l’interesse economico immediato, che risponde in primo luogo a esigenze elettorali, l’orientamento strategico turco resterà quasi certamente improntato al multilateralismo e all’indipendenza.
Basti ricordare in questo senso la posizione tutto sommato equilibrata tenuta fin qui nei confronti del conflitto russo-ucraino e l’opposizione all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. Ciò che resta da verificare è ad ogni modo la capacità di Erdogan, a un anno esatto dal voto più delicato della sua carriera politica, di conservare in modo vantaggioso l’indipendenza strategica della Turchia in un clima internazionale sempre più infuocato.
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26/06/2022
04/03/2021
Biden e l’enigma saudita
Le aspettative che si erano create alla vigilia della pubblicazione da parte dell’amministrazione Biden di un rapporto della CIA sul brutale assassinio del giornalista saudita, Jamal Khashoggi, sono andate in larga misura deluse. Il responsabile ultimo dell’uccisione e dello smembramento del cadavere del giornalista “dissidente”, sparito dentro l’ambasciata saudita di Istanbul nell’ottobre del 2018, è stato indicato anche dall’intelligence americana nell’erede al trono, Mohammed bin Salman (MBS). Tuttavia, i provvedimenti già presi e che verranno valutati in futuro da Washington non prefigurano un rimescolamento sostanziale delle relazioni tra i due alleati, bensì, al massimo, un riassestamento di natura tattica, in grado comunque di creare qualche sussulto in Medio Oriente e all’interno della casa regnante a Riyadh.
La decisione di declassificare il rapporto su Khashoggi, tenuto segreto da Trump, si è accompagnata all’imposizione di sanzioni nei confronti di alcune personalità del regno coinvolte nella vicenda e, più in generale, facenti parte di uno speciale team, alle dirette dipendenze del principe MBS, con l’incarico di perseguire i dissidenti sauditi riparati all’estero. La Casa Bianca ha poi avvisato che una nuova dichiarazione sul caso Khashoggi sarebbe stata emessa lunedì, ma ha allo stesso tempo escluso ulteriori iniziative di un qualche rilievo oltre a quelle già adottate nel fine settimana. La promessa fatta da Biden circa la possibilità di “cambiamenti sostanziali” nell’approccio USA all’Arabia Saudita è rimasta quindi prevedibilmente disattesa.
La retorica della nuova amministrazione americana è stata in ogni caso piuttosto accesa, tanto da far pensare a un messaggio inequivocabile rivolto a Riyadh circa l’insofferenza per il comportamento degli alleati sauditi. Che il fermento stia andando in scena anche lontano dai riflettori è stato confermato dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, che in un’intervista a FoxNews ha rivelato che “dietro le quinte sono in corso molteplici conversazioni diplomatiche”.
Se è facilmente scartabile l’ipotesi di un qualche interesse genuino di Biden per la sorte di Khashoggi o per i metodi raccapriccianti attuati dal regime di Riyadh contro i propri oppositori, la domanda fondamentale da porre riguarda i veri motivi della mossa decisa a Washington per mettere sotto pressione i vertici sauditi. L’insistenza sulla necessità di “ricalibrare” i rapporti bilaterali riassume forse le intenzioni americane, ma la sostanza resta tutta da definire.
Settimana scorsa era circolata la notizia del proposito del presidente USA di dialogare solo con il sovrano saudita, Salman, lasciando intendere la possibile emarginazione di MBS. A livello teorico, una presa di posizione di questo genere avrebbe implicazioni non indifferenti. Tuttavia, la percorribilità dell’opzione avanzata dalla Casa Bianca è quanto meno dubbia. L’85enne re saudita è già oggi in condizioni di salute estremamente precarie e, oltre ad avere egli stesso molti problemi a sostenere impegni politici e diplomatici, ha da tempo delegato buona parte di poteri e responsabilità al figlio Mohammed bin Salman.
Il portafoglio gestito da quest’ultimo è cioè talmente ampio da rendere problematico l’impegno americano di bypassarlo e discutere esclusivamente con il sovrano. Sempre le condizioni di re Salman rendono anche molto probabile un avvicendamento a favore di MBS sul trono in tempi brevi, con la conseguente definitiva impraticabilità del proposito di Biden. Tutto ciò a meno di clamorosi sviluppi, come lo stravolgimento della linea di successione al trono, forse desiderata da una parte dell’apparato di potere USA. Quando MBS venne scelto come principe ereditario dal padre nel 2017, in molti a Washington accolsero la notizia con irritazione, soprattutto negli ambienti dell’intelligence, dove il cavallo preferito era il principe Mohammed bin Nayef, ex ministro degli Interni e considerato molto vicino alla CIA.
Questa ipotesi non è comunque di facile attuazione, visto il consolidamento del potere da parte di MBS in questi anni, né è detto che rappresenti l’obiettivo dell’amministrazione Biden, nonostante le preferenze di Langley. Resta il fatto che le stanze reali a Riyadh sono pervase da un certo nervosismo fin dalla sconfitta elettorale di Trump, con il quale i leader sauditi avevano goduto di un trattamento decisamente privilegiato.
In risposta ai segnali lanciati da Biden ancora in campagna elettorale, Riyadh ha fatto recentemente alcuni passi per creare le condizioni di un dialogo più disteso con l’amministrazione americana entrante. Anche se nessuna di queste iniziative ha cambiato significativamente la natura delle politiche regionali saudite, tantomeno quelle domestiche, è apparso evidente il tentativo di mostrare una qualche flessibilità a Washington. I leader sauditi hanno così ad esempio attenuato la ferma opposizione al ritorno degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), mentre si sono detti disponibili a studiare una soluzione diplomatica al conflitto nello Yemen e si sono mossi per risolvere la crisi con il Qatar. Sul fronte interno, invece, qualche timidissima misura è stata implementata per creare un sistema giudiziario civile da affiancare alla legge islamica.
È probabile però che da Riyadh ci si aspettasse un passo indietro di Biden sulla pubblicazione del rapporto relativo alla morte di Khashoggi. Infatti, una volta apparso chiaro che la Casa Bianca intendeva comunque procedere in questa direzione, sono iniziati a circolare commenti dai toni non esattamente concilianti sui media controllati dal regime. Il messaggio generale è difficile da equivocare, avendo quasi sempre a che fare con l’ipotesi di una diversificazione della politica estera saudita in caso di irrigidimento di Washington.
L’avvertimento recapitato al governo americano va al cuore del dilemma in cui si trova l’amministrazione Biden. Gli stenografi della casa regnante hanno infatti ricordato i rapporti coltivati in questi anni da Riyadh e, in particolare, da Mohammed bin Salman con Russia e Cina in vari ambiti, da quello delle forniture militari a quello energetico. Relazioni e partnership che minacciano di essere approfondite a discapito degli Stati Uniti se dovesse persistere l’ostilità evidenziata, per il momento solo a livello retorico, in questa fase iniziale del mandato di Biden.
Il presidente democratico è dunque costretto a muoversi con prudenza. Da un lato, la freddezza nei confronti di MBS è dovuta principalmente alla sua intraprendenza nell’implementazione di una politica estera relativamente indipendente e, dall’altro, all’oggettivo ostacolo rappresentato da Riyadh ad alcuni obiettivi della nuova amministrazione in Medio Oriente, dal rientro nel JCPOA alla conclusione della guerra nello Yemen fino alla proiezione di un’immagine di potenza rispettosa dei diritti civili e democratici. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita resta un cardine della politica mediorientale di Washington e gli intrecci strategici, militari e petroliferi sono ormai consolidati.
Le frecce all’arco di Biden restano quindi limitate e non sembrano essere in molti a credere in un atteggiamento inflessibile del presidente o a una rottura con Riyadh. Emblematico, a questo proposito, è quanto accaduto una settimana fa dopo che la Casa Bianca aveva annunciato la sospensione alle vendite più “rilevanti” di armi al regime del Golfo, ufficialmente a causa dei ripetuti massacri avvenuti nel campo di battaglia dello Yemen. Pochi giorni più tardi, il colosso dell’industria bellica USA, Lockheed Martin, aveva siglato un accordo con le forze armate del regno per la creazione di una joint venture destinata a sviluppare le capacità produttive e difensive saudite.
Fonte
La decisione di declassificare il rapporto su Khashoggi, tenuto segreto da Trump, si è accompagnata all’imposizione di sanzioni nei confronti di alcune personalità del regno coinvolte nella vicenda e, più in generale, facenti parte di uno speciale team, alle dirette dipendenze del principe MBS, con l’incarico di perseguire i dissidenti sauditi riparati all’estero. La Casa Bianca ha poi avvisato che una nuova dichiarazione sul caso Khashoggi sarebbe stata emessa lunedì, ma ha allo stesso tempo escluso ulteriori iniziative di un qualche rilievo oltre a quelle già adottate nel fine settimana. La promessa fatta da Biden circa la possibilità di “cambiamenti sostanziali” nell’approccio USA all’Arabia Saudita è rimasta quindi prevedibilmente disattesa.
La retorica della nuova amministrazione americana è stata in ogni caso piuttosto accesa, tanto da far pensare a un messaggio inequivocabile rivolto a Riyadh circa l’insofferenza per il comportamento degli alleati sauditi. Che il fermento stia andando in scena anche lontano dai riflettori è stato confermato dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, che in un’intervista a FoxNews ha rivelato che “dietro le quinte sono in corso molteplici conversazioni diplomatiche”.
Se è facilmente scartabile l’ipotesi di un qualche interesse genuino di Biden per la sorte di Khashoggi o per i metodi raccapriccianti attuati dal regime di Riyadh contro i propri oppositori, la domanda fondamentale da porre riguarda i veri motivi della mossa decisa a Washington per mettere sotto pressione i vertici sauditi. L’insistenza sulla necessità di “ricalibrare” i rapporti bilaterali riassume forse le intenzioni americane, ma la sostanza resta tutta da definire.
Settimana scorsa era circolata la notizia del proposito del presidente USA di dialogare solo con il sovrano saudita, Salman, lasciando intendere la possibile emarginazione di MBS. A livello teorico, una presa di posizione di questo genere avrebbe implicazioni non indifferenti. Tuttavia, la percorribilità dell’opzione avanzata dalla Casa Bianca è quanto meno dubbia. L’85enne re saudita è già oggi in condizioni di salute estremamente precarie e, oltre ad avere egli stesso molti problemi a sostenere impegni politici e diplomatici, ha da tempo delegato buona parte di poteri e responsabilità al figlio Mohammed bin Salman.
Il portafoglio gestito da quest’ultimo è cioè talmente ampio da rendere problematico l’impegno americano di bypassarlo e discutere esclusivamente con il sovrano. Sempre le condizioni di re Salman rendono anche molto probabile un avvicendamento a favore di MBS sul trono in tempi brevi, con la conseguente definitiva impraticabilità del proposito di Biden. Tutto ciò a meno di clamorosi sviluppi, come lo stravolgimento della linea di successione al trono, forse desiderata da una parte dell’apparato di potere USA. Quando MBS venne scelto come principe ereditario dal padre nel 2017, in molti a Washington accolsero la notizia con irritazione, soprattutto negli ambienti dell’intelligence, dove il cavallo preferito era il principe Mohammed bin Nayef, ex ministro degli Interni e considerato molto vicino alla CIA.
Questa ipotesi non è comunque di facile attuazione, visto il consolidamento del potere da parte di MBS in questi anni, né è detto che rappresenti l’obiettivo dell’amministrazione Biden, nonostante le preferenze di Langley. Resta il fatto che le stanze reali a Riyadh sono pervase da un certo nervosismo fin dalla sconfitta elettorale di Trump, con il quale i leader sauditi avevano goduto di un trattamento decisamente privilegiato.
In risposta ai segnali lanciati da Biden ancora in campagna elettorale, Riyadh ha fatto recentemente alcuni passi per creare le condizioni di un dialogo più disteso con l’amministrazione americana entrante. Anche se nessuna di queste iniziative ha cambiato significativamente la natura delle politiche regionali saudite, tantomeno quelle domestiche, è apparso evidente il tentativo di mostrare una qualche flessibilità a Washington. I leader sauditi hanno così ad esempio attenuato la ferma opposizione al ritorno degli USA nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), mentre si sono detti disponibili a studiare una soluzione diplomatica al conflitto nello Yemen e si sono mossi per risolvere la crisi con il Qatar. Sul fronte interno, invece, qualche timidissima misura è stata implementata per creare un sistema giudiziario civile da affiancare alla legge islamica.
È probabile però che da Riyadh ci si aspettasse un passo indietro di Biden sulla pubblicazione del rapporto relativo alla morte di Khashoggi. Infatti, una volta apparso chiaro che la Casa Bianca intendeva comunque procedere in questa direzione, sono iniziati a circolare commenti dai toni non esattamente concilianti sui media controllati dal regime. Il messaggio generale è difficile da equivocare, avendo quasi sempre a che fare con l’ipotesi di una diversificazione della politica estera saudita in caso di irrigidimento di Washington.
L’avvertimento recapitato al governo americano va al cuore del dilemma in cui si trova l’amministrazione Biden. Gli stenografi della casa regnante hanno infatti ricordato i rapporti coltivati in questi anni da Riyadh e, in particolare, da Mohammed bin Salman con Russia e Cina in vari ambiti, da quello delle forniture militari a quello energetico. Relazioni e partnership che minacciano di essere approfondite a discapito degli Stati Uniti se dovesse persistere l’ostilità evidenziata, per il momento solo a livello retorico, in questa fase iniziale del mandato di Biden.
Il presidente democratico è dunque costretto a muoversi con prudenza. Da un lato, la freddezza nei confronti di MBS è dovuta principalmente alla sua intraprendenza nell’implementazione di una politica estera relativamente indipendente e, dall’altro, all’oggettivo ostacolo rappresentato da Riyadh ad alcuni obiettivi della nuova amministrazione in Medio Oriente, dal rientro nel JCPOA alla conclusione della guerra nello Yemen fino alla proiezione di un’immagine di potenza rispettosa dei diritti civili e democratici. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita resta un cardine della politica mediorientale di Washington e gli intrecci strategici, militari e petroliferi sono ormai consolidati.
Le frecce all’arco di Biden restano quindi limitate e non sembrano essere in molti a credere in un atteggiamento inflessibile del presidente o a una rottura con Riyadh. Emblematico, a questo proposito, è quanto accaduto una settimana fa dopo che la Casa Bianca aveva annunciato la sospensione alle vendite più “rilevanti” di armi al regime del Golfo, ufficialmente a causa dei ripetuti massacri avvenuti nel campo di battaglia dello Yemen. Pochi giorni più tardi, il colosso dell’industria bellica USA, Lockheed Martin, aveva siglato un accordo con le forze armate del regno per la creazione di una joint venture destinata a sviluppare le capacità produttive e difensive saudite.
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28/02/2021
Il principe saudita Bin Salman mandante dell’omicidio Kashoggi. Ci sono domande?
Il principe saudita Mohammed bin Salman, il giovane uomo forte della petromonarchia e principe ereditario dell’Arabia Saudita, diede il via libera all’operazione che portò nel 2018 al brutale assassinio del giornalista Jamal Khashoggi a Instanbul.
È questa la conclusione, scritta nero su bianco, contenuta nel rapporto dell’Ufficio del Direttore Nazionale dell’Intelligence americana, che coordina le agenzie dei servizi segreti statunitensi.
Questo rapporto era pronto da tempo ma finora era rimasto segreto per opportunità politiche nell’alleanza tra Usa e Arabia Saudita. In realtà alcune delle sue conclusioni erano già state fatte filtrare all’esterno – pare – proprio da parte della Cia.
Le quattro pagine del rapporto dell’intelligence Usa rese pubbliche omettono molte informazioni, rimaste comunque top secret. Ma il rapporto giunge alla conclusione che inchioda le responsabilità del principe saudita Bin Salman per il suo noto e fortissimo controllo proprio degli apparati di sicurezza responsabili del delitto.
Risultano infatti coinvolti nell’operazione anche uno stretto consigliere del principe e i membri della sua squadra personale di sicurezza. Secondo il rapporto l’indicazione di Bin Sallman ai suoi uomini era quella della cattura o dell’uccisione del dissidente.
“Valutiamo che il principe ereditario Mohammed bin Salman approvò una operazione a Istanbul, in Turchia, per catturare o uccidere il giornalista saudita Jamal Khashoggi”, si legge nel rapporto reso pubblico da Avril Haines, direttore nazionale dell’intelligence dell’amministrazione Biden.
Il documento afferma inoltre che il leader saudita non si è limitato a prendere di mira Khashoggi: “Ha sostenuto il ricorso a misure violente per zittire dissidenti all’estero, compreso Khashoggi”.
La decisione di rendere pubblico il rapporto che inchioda il principe Bin Salman come mandante dell’omicidio Kashoggi, va interpretata con attenzione.
Com’è noto, storicamente Washington affianca e sostiene l’alleato saudita, sia per i comuni interessi nel mercato petrolifero, sia per le ingenti forniture di armi e protezione strategica che gli Usa assicurano da sempre a Riad.
Inoltre Washington punta molto sull’Arabia Saudita in funzione anti-Iran e per il lavoro sporco che spesso i sauditi hanno fatto per conto degli Usa in giro per il mondo (Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Cecenia, Siria).
Questo tipo di relazioni erano diventate ancora più strette durante l’amministrazione Trump che aveva innalzato l’Arabia Saudita a leader regionale e del mondo islamico e decisivo alleato statunitense. Anche Trump, come Obama, aveva sostenuto le operazioni militari saudite nello Yemen in chiave anti-iraniana.
Biden sembra, per ora, introdurre una diversa variante. Ha cominciato con lo stop al sostegno alla guerra saudita nello Yemen ed ora mette sulla graticola l’attuale uomo forte e capo di fatto del regime saudita, ossia un giovane principe rampante. Anche se, occorre dire, non lo ha ancora messo nella “lista nera” delle persone sanzionabili. In compenso ci sono qualche decina di funzionari sauditi.
Il parziale sganciamento da parte degli Usa sta forse proprio in questa caratteristica. A Washington preferiscono da sempre che un paese come l’Arabia Saudita sia nelle mani di persone mediocri e manipolabili e non di giovani ambiziosi.
In fondo, il contesto in cui sono maturati gli attentati dell’11 settembre, era proprio questo. Le aspirazioni frustrate dei giovani rampanti della classe dirigente di quella petromonarchia, avevano minato le basi di una alleanza fondata sulla totale subalternità.
P.S.: Sulla vicenda stiamo ancora aspettando qualche parola chiara di qualcuno che in Italia è abituato a straparlare e lo ha fatto anche nel salotto del principe Bin Salman: Matteo Renzi.
Fonte
02/10/2019
Arabia Saudita - Il regno di MBS vacilla (a sua insaputa)
di Alberto Negri - Il Manifesto
Bellicoso con l’Iran, perdente in Yemen, quasi "reo-confesso" sull’omicidio Khashoggi, l’offensiva mediatica del principe Mohammed bin Salman fa leva sul ricatto petrolifero. Lo sostengono i media, Trump e ora anche Putin. Perché paga tutti, acquista armi da tutti e corrompe ovunque.
Il regno saudita in pugno al principe Mohammed bin Salman (MBS), quasi “reo confesso” dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, vacilla, ma i media, il presidente statunitense Trump e ora anche quello russo Putin gareggiano per tenerlo in piedi.
I Per non farsi mancare nulla MBS si è appena comprato anche una quota di giornali inglesi dalla famiglia russa Lebedev e finanzia la Fondazione dell’ex premier Tony Blair, il vero “principe” delle fake news, uno degli autori della bufala sulle armi di distruzione di massa irachene nel 2003.
Così Mohammed bin Salman, affiancato dai consiglieri americani e britannici, ha lanciato un’offensiva mediatica con interviste a Cbs e Pbs per dire due cose: 1) Che lui è responsabile, senza saperlo però, dell’omicidio di Khashoggi. Interrogato su come può essere avvenuto a sua insaputa, il principe ha risposto alla Pbs: «Siamo 20 milioni di persone. Abbiamo 3 milioni di impiegati governativi» 2) Ha aggiunto che il mondo si deve mobilitare contro l’Iran altrimenti il petrolio si impenna e noi ci perdiamo un sacco di soldi. Nel frattempo ha fatto sparire Saud Al Qathani, il suo braccio destro che ha diretto il massacro di Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul.
MBS CONFERMA – a sua insaputa sia chiaro – di essere il mandante di un assassinio, come aveva già detto la Cia, ma insiste che lo dobbiamo difendere da Teheran perché se c’è una guerra viene divorato il 4% del Pil mondiale e il 30% dei rifornimenti globali di greggio.
Si tratta di un ricatto cui sono estremamente sensibili americani, inglesi, francesi e pure noi italiani che come gli altri vendiamo armi e compriamo petrolio a tutte le monarchie del Golfo.
Messo alle strette dall’impeachment, Donald Trump potrebbe individuare in una quarta guerra del Golfo un pericoloso diversivo ai suoi guai interni. È un copione che va drammaticamente in scena da quasi 40 anni anche con guerre per procura che fanno centinaia di migliaia di morti. Ed è esattamente quello che è avvenuto prima in Siria e poi in Yemen dal 2015.
L’ARABIA SAUDITA sotto il profilo bellico si sta rivelando uno dei maggiori fallimenti degli americani anche se finanzia da decenni la destabilizzazione Usa del Medio Oriente.
Nonostante un apparato militare che inghiotte 70 miliardi di dollari l’anno – cinque volte più del rivale Iran – il principe ha appena subito due scacchi vergognosi: un attentato devastante agli impianti petroliferi e la resa – se sarà confermata – di duemila soldati sauditi agli Houthi. Visto che da ministro della Difesa sta perdendo la guerra in Yemen, il principe avrebbe dovuto essere esautorato ma lui ha sequestrato la famiglia reale e i ricchi sauditi usando i loro beni per finanziare la guerra e partecipare al collocamento in Borsa di Aramco, la società petrolifera di stato.
C’è del marcio nel regno più oscurantista del mondo: l’altro giorno hanno fatto fuori il generale Abdulaziz al-Fagham, capo della guardia di Re Salman, si dice per «motivi personali» che però qui coincidono sempre con gli interessi dei Saud. E come se non bastasse è appena andata in fumo la stazione della Tav di Gedda, non si sa ancora se per un incidente o un attentato.
NEL BAILAMME delle fake news dilaganti si è accettata anche la versione che gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi, rivendicati dai ribelli Houthi e per i quali si incolpano gli iraniani, sia avvenuta con droni lanciati da mille chilometri di distanza. Ma è più logico che siano avvenuti dentro al territorio saudita e con decisive complicità locali. Ma certamente l’Iran non scopre le sue carte nel Regno.
Certo per sostenere il maggiore acquirente di armi Usa e un principe incapace, bisogna trovare qualcuno abile a tenere a galla autocrati e dittatori. Ed ecco che tra un paio di settimane arriva in visita a Riad Vladimir Putin, il vero esperto, quello che con gli iraniani ha mantenuto al potere Assad.
PUTIN è pieno di buone intenzioni e si è già offerto di vendere ai sauditi i sistemi antimissile S-400. Se riuscisse a concludere l’affare sarebbe un capolavoro: è già fornitore della Turchia, lo storico, e sempre meno convinto, bastione della Nato, e potrebbe diventarlo anche del Regno wahabita legato mani e piedi a Washington dal 1945, da quando Roosevelt e re Ibn Saud si incontrarono dopo Yalta sull’incrociatore Quincy.
Adesso ci vuole una Yalta del Golfo e tutti i bravi ragazzi sono al lavoro.
Fonte
Bellicoso con l’Iran, perdente in Yemen, quasi "reo-confesso" sull’omicidio Khashoggi, l’offensiva mediatica del principe Mohammed bin Salman fa leva sul ricatto petrolifero. Lo sostengono i media, Trump e ora anche Putin. Perché paga tutti, acquista armi da tutti e corrompe ovunque.
Il regno saudita in pugno al principe Mohammed bin Salman (MBS), quasi “reo confesso” dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, vacilla, ma i media, il presidente statunitense Trump e ora anche quello russo Putin gareggiano per tenerlo in piedi.
I Per non farsi mancare nulla MBS si è appena comprato anche una quota di giornali inglesi dalla famiglia russa Lebedev e finanzia la Fondazione dell’ex premier Tony Blair, il vero “principe” delle fake news, uno degli autori della bufala sulle armi di distruzione di massa irachene nel 2003.
Così Mohammed bin Salman, affiancato dai consiglieri americani e britannici, ha lanciato un’offensiva mediatica con interviste a Cbs e Pbs per dire due cose: 1) Che lui è responsabile, senza saperlo però, dell’omicidio di Khashoggi. Interrogato su come può essere avvenuto a sua insaputa, il principe ha risposto alla Pbs: «Siamo 20 milioni di persone. Abbiamo 3 milioni di impiegati governativi» 2) Ha aggiunto che il mondo si deve mobilitare contro l’Iran altrimenti il petrolio si impenna e noi ci perdiamo un sacco di soldi. Nel frattempo ha fatto sparire Saud Al Qathani, il suo braccio destro che ha diretto il massacro di Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul.
MBS CONFERMA – a sua insaputa sia chiaro – di essere il mandante di un assassinio, come aveva già detto la Cia, ma insiste che lo dobbiamo difendere da Teheran perché se c’è una guerra viene divorato il 4% del Pil mondiale e il 30% dei rifornimenti globali di greggio.
Si tratta di un ricatto cui sono estremamente sensibili americani, inglesi, francesi e pure noi italiani che come gli altri vendiamo armi e compriamo petrolio a tutte le monarchie del Golfo.
Messo alle strette dall’impeachment, Donald Trump potrebbe individuare in una quarta guerra del Golfo un pericoloso diversivo ai suoi guai interni. È un copione che va drammaticamente in scena da quasi 40 anni anche con guerre per procura che fanno centinaia di migliaia di morti. Ed è esattamente quello che è avvenuto prima in Siria e poi in Yemen dal 2015.
L’ARABIA SAUDITA sotto il profilo bellico si sta rivelando uno dei maggiori fallimenti degli americani anche se finanzia da decenni la destabilizzazione Usa del Medio Oriente.
Nonostante un apparato militare che inghiotte 70 miliardi di dollari l’anno – cinque volte più del rivale Iran – il principe ha appena subito due scacchi vergognosi: un attentato devastante agli impianti petroliferi e la resa – se sarà confermata – di duemila soldati sauditi agli Houthi. Visto che da ministro della Difesa sta perdendo la guerra in Yemen, il principe avrebbe dovuto essere esautorato ma lui ha sequestrato la famiglia reale e i ricchi sauditi usando i loro beni per finanziare la guerra e partecipare al collocamento in Borsa di Aramco, la società petrolifera di stato.
C’è del marcio nel regno più oscurantista del mondo: l’altro giorno hanno fatto fuori il generale Abdulaziz al-Fagham, capo della guardia di Re Salman, si dice per «motivi personali» che però qui coincidono sempre con gli interessi dei Saud. E come se non bastasse è appena andata in fumo la stazione della Tav di Gedda, non si sa ancora se per un incidente o un attentato.
NEL BAILAMME delle fake news dilaganti si è accettata anche la versione che gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi, rivendicati dai ribelli Houthi e per i quali si incolpano gli iraniani, sia avvenuta con droni lanciati da mille chilometri di distanza. Ma è più logico che siano avvenuti dentro al territorio saudita e con decisive complicità locali. Ma certamente l’Iran non scopre le sue carte nel Regno.
Certo per sostenere il maggiore acquirente di armi Usa e un principe incapace, bisogna trovare qualcuno abile a tenere a galla autocrati e dittatori. Ed ecco che tra un paio di settimane arriva in visita a Riad Vladimir Putin, il vero esperto, quello che con gli iraniani ha mantenuto al potere Assad.
PUTIN è pieno di buone intenzioni e si è già offerto di vendere ai sauditi i sistemi antimissile S-400. Se riuscisse a concludere l’affare sarebbe un capolavoro: è già fornitore della Turchia, lo storico, e sempre meno convinto, bastione della Nato, e potrebbe diventarlo anche del Regno wahabita legato mani e piedi a Washington dal 1945, da quando Roosevelt e re Ibn Saud si incontrarono dopo Yalta sull’incrociatore Quincy.
Adesso ci vuole una Yalta del Golfo e tutti i bravi ragazzi sono al lavoro.
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23/06/2019
Onu - Bin Salman è il mandante dell'omicidio Khashoggi
di Michele Giorgio – Il Manifesto
La verità che tutti conoscono continua a riemergere. Grazie anche ad Agnes Callamard. Nel suo rapporto, diffuso ieri, il Relatore speciale dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, ribadendo quanto aveva riferito a inizio anno, scrive di aver raccolto «prove credibili» che indicano come l’erede al trono dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, sia «individualmente responsabile», assieme ad altri funzionari di alto livello di Riyadh, del brutale assassinio, avvenuto lo scorso 2 ottobre, del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato del suo paese a Istanbul. Queste prove, ha aggiunto, meritano «ulteriori indagini da parte di una squadra d’inquirenti indipendente e imparziale».
Inutile farsi illusioni. Mohammed bin Salman gode della protezione di Donald Trump che nei mesi scorsi ha gettato nella pattumiera persino i risultati delle indagini svolte dalla Cia, sul coinvolgimento diretto del principe. Ha chiamato in causa la ragion di stato. In ballo ci sono i miliardi di dollari che ogni anno Riyadh spende per comprare tecnologia e armi statunitensi. Ma ha pesato anche il ruolo dell’erede al trono, di fatto già al potere, nel ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente a favore di Usa e Israele e a danno dell’Iran e dei palestinesi. Un’alleanza tanto forte al punto che Trump, denuncia il senatore democratico Tim Kaine, ha approvato il trasferimento di tecnologia nucleare Usa all’Arabia Saudita appena 16 giorni dopo l’omicidio di Khashoggi che pure stava destando clamore ovunque, anche negli Usa poiché il giornalista ucciso era un collaboratore di primo piano del Washington Post e un analista intervistato regolarmente dai network americani. Kaine sottolinea che c’è stato un secondo disco verde di Trump lo scorso 18 febbraio, che non ha tenuto in alcun conto il Magnitsky Act, la legge che consente al governo americano di sanzionare chi viola i diritti umani.
Khashoggi, noto per i suoi commenti al vetriolo contro Mohammed bin Salman e la casa regnante saudita, il 2 ottobre andò al consolato saudita per richiedere i documenti necessari per sposare la sua compagna. Nel consolato trovò ad attenderlo un team di killer giunti appositamente da Riyadh e, si è poi scoperto, coordinati da membri dell’entourage di MbS. Khashoggi fu strangolato e fatto a pezzi. Le autorità turche, grazie anche alle telecamere di sorveglianza e a documenti audio, puntarono subito l’indice contro Riyadh. Le responsabilità di MbS furono evidenti. Le ha accertate anche la Cia, eppure queste prove furono accantonate da Trump che si limitò ad avallare sanzioni contro alcuni funzionari della corte reale saudita senza sfiorare il principe ereditario. Dopo aver inizialmente negato ogni accusa, l’Arabia Saudita ha ammesso che suoi uomini erano dietro l’omicidio del giornalista. In risposta allo sdegno e alle critiche globali la magistratura saudita ha poi rinviato a giudizio 11 suoi cittadini non meglio identificati, chiedendo la pena di morte per cinque di loro. Ha però escluso ogni possibile legame tra i sospetti e Mohammed bin Salman.
Secondo Callamard, il processo a porte chiuse celebrato in Arabia Saudita non ha rispettato alcuno standard procedurale internazionale. In sostanza è stato una farsa. «Circa otto mesi dopo l’esecuzione di Khashoggi – rileva il Relatore dell’Onu – lo Stato saudita non è riuscito a riconoscere pubblicamente la sua responsabilità per l’uccisione di Khashoggi e non ha offerto scuse alla famiglia, agli amici e ai colleghi di Khashoggi per la sua morte e per il modo in cui è stato ucciso». Callamard sottolinea che l’Arabia Saudita dovrebbe chiedere scusa anche al governo della Turchia per aver approfittato dei suoi privilegi diplomatici per uccidere il giornalista. Ankara ha già chiesto l’avvio di un’indagine internazionale.
Invece per il ministro degli esteri saudita Adel Jubeir il rapporto sarebbe «infondato». «Non c’è nulla di nuovo – ha scritto su twitter – contiene contraddizioni e accuse infondate che ne mettono in dubbio la credibilità».
Fonte
La verità che tutti conoscono continua a riemergere. Grazie anche ad Agnes Callamard. Nel suo rapporto, diffuso ieri, il Relatore speciale dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, ribadendo quanto aveva riferito a inizio anno, scrive di aver raccolto «prove credibili» che indicano come l’erede al trono dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, sia «individualmente responsabile», assieme ad altri funzionari di alto livello di Riyadh, del brutale assassinio, avvenuto lo scorso 2 ottobre, del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato del suo paese a Istanbul. Queste prove, ha aggiunto, meritano «ulteriori indagini da parte di una squadra d’inquirenti indipendente e imparziale».
Inutile farsi illusioni. Mohammed bin Salman gode della protezione di Donald Trump che nei mesi scorsi ha gettato nella pattumiera persino i risultati delle indagini svolte dalla Cia, sul coinvolgimento diretto del principe. Ha chiamato in causa la ragion di stato. In ballo ci sono i miliardi di dollari che ogni anno Riyadh spende per comprare tecnologia e armi statunitensi. Ma ha pesato anche il ruolo dell’erede al trono, di fatto già al potere, nel ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente a favore di Usa e Israele e a danno dell’Iran e dei palestinesi. Un’alleanza tanto forte al punto che Trump, denuncia il senatore democratico Tim Kaine, ha approvato il trasferimento di tecnologia nucleare Usa all’Arabia Saudita appena 16 giorni dopo l’omicidio di Khashoggi che pure stava destando clamore ovunque, anche negli Usa poiché il giornalista ucciso era un collaboratore di primo piano del Washington Post e un analista intervistato regolarmente dai network americani. Kaine sottolinea che c’è stato un secondo disco verde di Trump lo scorso 18 febbraio, che non ha tenuto in alcun conto il Magnitsky Act, la legge che consente al governo americano di sanzionare chi viola i diritti umani.
Khashoggi, noto per i suoi commenti al vetriolo contro Mohammed bin Salman e la casa regnante saudita, il 2 ottobre andò al consolato saudita per richiedere i documenti necessari per sposare la sua compagna. Nel consolato trovò ad attenderlo un team di killer giunti appositamente da Riyadh e, si è poi scoperto, coordinati da membri dell’entourage di MbS. Khashoggi fu strangolato e fatto a pezzi. Le autorità turche, grazie anche alle telecamere di sorveglianza e a documenti audio, puntarono subito l’indice contro Riyadh. Le responsabilità di MbS furono evidenti. Le ha accertate anche la Cia, eppure queste prove furono accantonate da Trump che si limitò ad avallare sanzioni contro alcuni funzionari della corte reale saudita senza sfiorare il principe ereditario. Dopo aver inizialmente negato ogni accusa, l’Arabia Saudita ha ammesso che suoi uomini erano dietro l’omicidio del giornalista. In risposta allo sdegno e alle critiche globali la magistratura saudita ha poi rinviato a giudizio 11 suoi cittadini non meglio identificati, chiedendo la pena di morte per cinque di loro. Ha però escluso ogni possibile legame tra i sospetti e Mohammed bin Salman.
Secondo Callamard, il processo a porte chiuse celebrato in Arabia Saudita non ha rispettato alcuno standard procedurale internazionale. In sostanza è stato una farsa. «Circa otto mesi dopo l’esecuzione di Khashoggi – rileva il Relatore dell’Onu – lo Stato saudita non è riuscito a riconoscere pubblicamente la sua responsabilità per l’uccisione di Khashoggi e non ha offerto scuse alla famiglia, agli amici e ai colleghi di Khashoggi per la sua morte e per il modo in cui è stato ucciso». Callamard sottolinea che l’Arabia Saudita dovrebbe chiedere scusa anche al governo della Turchia per aver approfittato dei suoi privilegi diplomatici per uccidere il giornalista. Ankara ha già chiesto l’avvio di un’indagine internazionale.
Invece per il ministro degli esteri saudita Adel Jubeir il rapporto sarebbe «infondato». «Non c’è nulla di nuovo – ha scritto su twitter – contiene contraddizioni e accuse infondate che ne mettono in dubbio la credibilità».
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05/04/2019
Yemen - Congresso USA
Ieri quanto atteso da qualche mese si è concretizzato: la
Camera dei Rappresentanti ha votato a favore della risoluzione che
chiede la fine della partecipazione statunitense alla
guerra saudita contro lo Yemen. Lo scorso anno, prima del
mid-term, la camera aveva bocciato la mozione dei senatori. Poi la
svolta: i senatori ne avevano votata un’altra, passata poi alla Camera
diventata dopo il voto a maggioranza repubblicana.
Ieri con 247 a favore e 175 contrari, il Congresso ha dato il via libera alla risoluzione che impone la fine del coinvolgimento americano nella campagna militare che i Saud hanno lanciato nel marzo 2015 – ma non la guerra dei droni iniziata da Obama contro al Qaeda nella Penisola arabica. Un coinvolgimento iniziato sotto la presidenza Obama e che prevede sostegno logistico, rifornimenti e scambio di intelligence.
Immediati i festeggiamenti dei democratici, con Bernie Sanders – il promotore della mozione – in prima fila a celebrare: “Una chiara posizione contro la guerra e la carestia – ha scritto su Twitter il senatore del Vermont – Questo è solo l’inizio di un dibattito nazionale su quando e dove andare in guerra e sull’autorità del Congresso sulla decisione”.
Un riferimento al War Power Act del 1973, legge approvata durante la guerra in Vietnam che riconosce ai parlamentari il potere di coinvolgere o meno l’esercito statunitense in una guerra, ma spesso calpestato dai presidenti. Ora la palla passa a Trump che potrebbe, quasi sicuramente, porre il veto: in ballo ci sono i rapporti, strettissimi, con la petromonarchia saudita, non solo militari e di vendita di armi ma anche economici e commerciali. Rapporti che in alcuni casi coinvolgono personalmente lo stesso tycoon.
Il veto arriverà, è quasi scontato, ma Trump dovrà comunque fare i conti con un voto bipartisan: ieri a votare a favore della mozione sono stati anche repubblicani e la stessa cosa era accaduta al Senato. A smuovere gli animi dei repubblicani non è stata la devastazione del paese più povero del Golfo, i suoi 50mila morti, milioni di sfollati e oltre 20 milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari che arrivano a tratti. Ma piuttosto l’omicidio brutale del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul da un commando formato da fedelissimi del principe ereditario Mohammed bin Salman.
Proprio quell’omicidio, oltre ad aver sollevato proteste interne, aveva infastidito il Congresso anche per il rifiuto dell’amministrazione Trump a riferire in merito di fronte ai parlamentari. Lo aveva fatto la Cia, individuando in MbS il mandante di quell’assassinio.
Fonte
Ieri con 247 a favore e 175 contrari, il Congresso ha dato il via libera alla risoluzione che impone la fine del coinvolgimento americano nella campagna militare che i Saud hanno lanciato nel marzo 2015 – ma non la guerra dei droni iniziata da Obama contro al Qaeda nella Penisola arabica. Un coinvolgimento iniziato sotto la presidenza Obama e che prevede sostegno logistico, rifornimenti e scambio di intelligence.
Immediati i festeggiamenti dei democratici, con Bernie Sanders – il promotore della mozione – in prima fila a celebrare: “Una chiara posizione contro la guerra e la carestia – ha scritto su Twitter il senatore del Vermont – Questo è solo l’inizio di un dibattito nazionale su quando e dove andare in guerra e sull’autorità del Congresso sulla decisione”.
Un riferimento al War Power Act del 1973, legge approvata durante la guerra in Vietnam che riconosce ai parlamentari il potere di coinvolgere o meno l’esercito statunitense in una guerra, ma spesso calpestato dai presidenti. Ora la palla passa a Trump che potrebbe, quasi sicuramente, porre il veto: in ballo ci sono i rapporti, strettissimi, con la petromonarchia saudita, non solo militari e di vendita di armi ma anche economici e commerciali. Rapporti che in alcuni casi coinvolgono personalmente lo stesso tycoon.
Il veto arriverà, è quasi scontato, ma Trump dovrà comunque fare i conti con un voto bipartisan: ieri a votare a favore della mozione sono stati anche repubblicani e la stessa cosa era accaduta al Senato. A smuovere gli animi dei repubblicani non è stata la devastazione del paese più povero del Golfo, i suoi 50mila morti, milioni di sfollati e oltre 20 milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari che arrivano a tratti. Ma piuttosto l’omicidio brutale del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso nel consolato saudita di Istanbul da un commando formato da fedelissimi del principe ereditario Mohammed bin Salman.
Proprio quell’omicidio, oltre ad aver sollevato proteste interne, aveva infastidito il Congresso anche per il rifiuto dell’amministrazione Trump a riferire in merito di fronte ai parlamentari. Lo aveva fatto la Cia, individuando in MbS il mandante di quell’assassinio.
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04/01/2019
Arabia Saudita - Il Medioevo 2.0 dei Saud
di Chiara Cruciati – il Manifesto
Il processo-farsa del secolo è iniziato ieri. Teatro della presa in giro è Riyadh. Sul banco degli imputati undici sauditi sospettati dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul lo scorso 2 ottobre.
Ovviamente su quel banco non c’è il regime. Il regime è quello che processa gli autori del delitto che più di un attore internazionale (dalla Cia ai servizi turchi fino al Congresso degli Stati Uniti) considera ordinato dalla casa regnante.
Per cinque di loro, la procura di Stato intende chiedere la pena di morte, sfidando Ankara che vuole estradare responsabili perché vede nel processo appena aperto (e soprattutto nella pena capitale) il miglior modo per lavare – e far sparire – i panni sporchi in famiglia.
Morti gli esecutori, il mandante è al sicuro. Mohammed bin Salman prova così a salvarsi in corner da una vicenda che ha messo in ginocchio la «credibilità» della petromonarchia. Perché va bene violare sistematicamente i diritti dei lavoratori stranieri e incarcerare gli attivisti per un tweet; va bene declassare le donne a cittadine di serie b non degne di diritti al pari dell’uomo; va bene reggere uno dei regimi più medievali al mondo, un mix di conservatorismo religioso e patriarcato misogino e razzista; va bene anche distruggere un paese, lo Yemen, a suon di bombe e finanziare gruppi islamisti radicali di mezzo mondo. Ma fare a pezzi un giornalista no.
Eppure Khashoggi, il cui corpo ha tanto ottenuto da morto (inchieste contro MbS per l’«avventura» yemenita in Argentina e Tunisia, la sospensione della vendita di armi da parte di Germania, Finlandia e Danimarca, lo storico voto del Senato Usa contro il sostegno all’operazione in Yemen), non è ancora riuscito nell’impresa più difficile: fare della petromonarchia uno Stato pariah.
Gli interessi sono tanti, troppi: sono politici e militari (vedi il ruolo nel conflitto a bassa intensità di Trump e Israele contro l’Iran) e sono economici.
Nonostante le casse saudite piangano un po’, il paese resta un punto di riferimento energetico e il miglior acquirente di armi (terzo al mondo dopo Stati Uniti e Cina, con una popolazione di 33 milioni di persone, un decimo di quella Usa e un quarantesimo di quella cinese) e la sua borsa finanzia compagnie di tutto il globo, nelle costruzioni, il turismo, l’high-tech, le infrastrutture e pure lo sport. L’Occidente finanzia la natura stessa del regime e arma il suo boia, quello che ogni anno decapita decine, centinaia di detenuti e che ora vuole fare altrettanto con i bracci armati di MbS.
Fonte
Il processo-farsa del secolo è iniziato ieri. Teatro della presa in giro è Riyadh. Sul banco degli imputati undici sauditi sospettati dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul lo scorso 2 ottobre.
Ovviamente su quel banco non c’è il regime. Il regime è quello che processa gli autori del delitto che più di un attore internazionale (dalla Cia ai servizi turchi fino al Congresso degli Stati Uniti) considera ordinato dalla casa regnante.
Per cinque di loro, la procura di Stato intende chiedere la pena di morte, sfidando Ankara che vuole estradare responsabili perché vede nel processo appena aperto (e soprattutto nella pena capitale) il miglior modo per lavare – e far sparire – i panni sporchi in famiglia.
Morti gli esecutori, il mandante è al sicuro. Mohammed bin Salman prova così a salvarsi in corner da una vicenda che ha messo in ginocchio la «credibilità» della petromonarchia. Perché va bene violare sistematicamente i diritti dei lavoratori stranieri e incarcerare gli attivisti per un tweet; va bene declassare le donne a cittadine di serie b non degne di diritti al pari dell’uomo; va bene reggere uno dei regimi più medievali al mondo, un mix di conservatorismo religioso e patriarcato misogino e razzista; va bene anche distruggere un paese, lo Yemen, a suon di bombe e finanziare gruppi islamisti radicali di mezzo mondo. Ma fare a pezzi un giornalista no.
Eppure Khashoggi, il cui corpo ha tanto ottenuto da morto (inchieste contro MbS per l’«avventura» yemenita in Argentina e Tunisia, la sospensione della vendita di armi da parte di Germania, Finlandia e Danimarca, lo storico voto del Senato Usa contro il sostegno all’operazione in Yemen), non è ancora riuscito nell’impresa più difficile: fare della petromonarchia uno Stato pariah.
Gli interessi sono tanti, troppi: sono politici e militari (vedi il ruolo nel conflitto a bassa intensità di Trump e Israele contro l’Iran) e sono economici.
Nonostante le casse saudite piangano un po’, il paese resta un punto di riferimento energetico e il miglior acquirente di armi (terzo al mondo dopo Stati Uniti e Cina, con una popolazione di 33 milioni di persone, un decimo di quella Usa e un quarantesimo di quella cinese) e la sua borsa finanzia compagnie di tutto il globo, nelle costruzioni, il turismo, l’high-tech, le infrastrutture e pure lo sport. L’Occidente finanzia la natura stessa del regime e arma il suo boia, quello che ogni anno decapita decine, centinaia di detenuti e che ora vuole fare altrettanto con i bracci armati di MbS.
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17/12/2018
USA - Il Senato vuole chiudere con il sostegno all'Arabia Saudita
Porre fine al sostegno all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen, e definire ufficialmente il principe ereditario Mohammed Bin Salman responsabile della morte del giornalista dissidente Jamal Khashoggi. Questi i contenuti di due risoluzioni approvate sul finire della scorsa settimana dal Senato degli Stati Uniti.
Non male per un paese (gli Usa) che ha sempre sostenuto e difeso lo scomodo ma utilissimo alleato saudita.
La prima risoluzione – anticipata qualche settimana fa da una proposta di Bernie Sanders – chiede espressamente la fine del coinvolgimento statunitense nella guerra che i sauditi stanno portando avanti ormai da tre anni in Yemen. Coinvolgimento che vede gli americani fornire armi e tecnologia bellica all’Arabia, oltre che sostegno politico.
La seconda entra nel merito di una vicenda di cronaca e politica internazionale che negli Usa è ancora molto sentita: la morte, o meglio l’omicidio, o ancor meglio la barbara uccisione del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, assassinato nel consolato arabo ad Istanbul lo scorso 2 ottobre. La risoluzione approvata indica in modo esplicito il principe ereditario Mohammed Bin Salman come responsabile della morte di Khashoggi, che viveva tra l’altro negli Stati Uniti collaborando con il Washington Post.
Due prese di posizione nette, che vanno a creare una crepa nelle solide fondamenta di una tra le alleanze più durature nella storia della politica estera americana.
La vicinanza tra Stati Uniti e Arabia Saudita è storica: la presa di posizione del Senato, in questo senso, rappresenta una novità.
E Trump? Non crediamo sia contentissimo, anche perché rispetto all’omicidio di Khashoggi, la sua posizione era stata abbastanza ambigua: dubbioso e aperto ad ogni possibile evidenza all’inizio, alla fine aveva sostenuto il principe saudita, se pur in maniera goffa.
Come d’altronde ha sempre sostenuto – con sostanziosi aiuti materiali ed economici – l’operazione militare in Yemen, costata decine di migliaia di morti civili, tra cui molti bambini. E’ sempre utile ricordare che il sostegno alla guerra in Yemen era stato dato senza batter ciglio anche dal predecessore di Trump, il premio nobel per la pace Obama.
Tornando alla cronaca, la prima risoluzione, quella sul sostegno alla guerra, è stata presentata oltre che da Bernie Sanders anche dal repubblicano Mike Lee. Oltre a lui, altri membri del partito di Trump hanno votato a favore, permettendo alla risoluzione di passare.
Ora bisognerà attendere il passaggio alla Camera, che da gennaio sarà a maggioranza democratica (al momento gli eletti nelle consultazioni di midterm ancora non si sono insediati).
A quel punto capiremo se il voto espresso dal Senato è rappresentazione e dialettica politica, oppure è il segno di un cambio di atteggiamento nei confronti della monarchia teocratica saudita.
Fonte
Non male per un paese (gli Usa) che ha sempre sostenuto e difeso lo scomodo ma utilissimo alleato saudita.
La prima risoluzione – anticipata qualche settimana fa da una proposta di Bernie Sanders – chiede espressamente la fine del coinvolgimento statunitense nella guerra che i sauditi stanno portando avanti ormai da tre anni in Yemen. Coinvolgimento che vede gli americani fornire armi e tecnologia bellica all’Arabia, oltre che sostegno politico.
La seconda entra nel merito di una vicenda di cronaca e politica internazionale che negli Usa è ancora molto sentita: la morte, o meglio l’omicidio, o ancor meglio la barbara uccisione del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi, assassinato nel consolato arabo ad Istanbul lo scorso 2 ottobre. La risoluzione approvata indica in modo esplicito il principe ereditario Mohammed Bin Salman come responsabile della morte di Khashoggi, che viveva tra l’altro negli Stati Uniti collaborando con il Washington Post.
Due prese di posizione nette, che vanno a creare una crepa nelle solide fondamenta di una tra le alleanze più durature nella storia della politica estera americana.
La vicinanza tra Stati Uniti e Arabia Saudita è storica: la presa di posizione del Senato, in questo senso, rappresenta una novità.
E Trump? Non crediamo sia contentissimo, anche perché rispetto all’omicidio di Khashoggi, la sua posizione era stata abbastanza ambigua: dubbioso e aperto ad ogni possibile evidenza all’inizio, alla fine aveva sostenuto il principe saudita, se pur in maniera goffa.
Come d’altronde ha sempre sostenuto – con sostanziosi aiuti materiali ed economici – l’operazione militare in Yemen, costata decine di migliaia di morti civili, tra cui molti bambini. E’ sempre utile ricordare che il sostegno alla guerra in Yemen era stato dato senza batter ciglio anche dal predecessore di Trump, il premio nobel per la pace Obama.
Tornando alla cronaca, la prima risoluzione, quella sul sostegno alla guerra, è stata presentata oltre che da Bernie Sanders anche dal repubblicano Mike Lee. Oltre a lui, altri membri del partito di Trump hanno votato a favore, permettendo alla risoluzione di passare.
Ora bisognerà attendere il passaggio alla Camera, che da gennaio sarà a maggioranza democratica (al momento gli eletti nelle consultazioni di midterm ancora non si sono insediati).
A quel punto capiremo se il voto espresso dal Senato è rappresentazione e dialettica politica, oppure è il segno di un cambio di atteggiamento nei confronti della monarchia teocratica saudita.
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29/11/2018
USA - Sandres spacca i repubblicani sull'Arabia Saudita
di Chiara Cruciati - il Manifesto
Il fantasma di Khashoggi aleggia sulla testa di Mohammed bin Salman e spacca i repubblicani Usa. Dopo la sospensione della vendita di armi all’Arabia Saudita da parte di Germania, Danimarca, Olanda e Finlandia a seguito del brutale omicidio del giornalista dissidente nel consolato saudita di Istanbul, anche l’alleanza con gli Stati Uniti rischia. Non tanto quella ribadita pochi giorni fa dal presidente Trump (omicidio o no, ha detto, i legami con Riyadh non sono in dubbio), ma quella del Congresso.
A sfidarla ieri è stato il Senato, chiamato a votare una proposta dei senatori Bernie Sanders e Mike Lee per l’interruzione del sostegno Usa alla campagna contro lo Yemen, «fiore all’occhiello» del bellicismo Saud. E stavolta, a differenza dello scorso marzo quando la proposta fu bocciata con 55 no e 44 sì, la mozione per votare il ruolo Usa nella guerra è passata. Con senatori sia democratici che repubblicani – che otto mesi fa votarono contro lo stop della fornitura di intelligence e logistica all’esercito saudita – che hanno cambiato idea, il voto si è concluso 63 a 37 a favore della proposta di Sanders. Khashoggi fa miracoli, a differenza dei 50mila morti yemeniti degli ultimi tre anni e mezzo.
Ieri il segretario di Stato Pompeo e quello alla Difesa Mattis hanno avviato il dibattito in aula, a porte chiuse, senza servizi segreti: esclusi la direttrice della Cia Gina Haspel (mandata un mese fa a Istanbul per incontrare gli investigatori turchi) e il direttore della National Intelligence Dan Coats. La Casa bianca nega di averli lasciati fuori dalla porta, ma il dubbio ai senatori è venuto e alcuni di loro hanno pubblicamente protestato per l’assenza: è stata la Cia a dirsi certa, prove alla mano, del ruolo di mandante del principe ereditario Mohammed bin Salman nel delitto Khashoggi.
L’amministrazione Trump sta facendo pressioni sui senatori repubblicani perché sostengano la politica Usa in Medio Oriente, che ha in Riyadh una delle sue colonne: «Ridurre di grado i rapporti tra Usa e sauditi sarebbe un grave errore per la sicurezza nazionale nostra e degli alleati», aveva scritto Pompeo sul Wall Street Journal alla vigilia della riunione a porte chiuse.
Ieri, invece, ha tirato in ballo il solito capro espiatorio, l’Iran: «Se gli Usa non fossero coinvolti in Yemen – ha detto al Senato – la guerra sarebbe peggiore. La coalizione a guida saudita non beneficerebbe dei nostri consigli e del nostro addestramento, e i più civili morirebbero. Quello che otterremmo è un Iran più forte e Isis e al Qaeda rinvigoriti nella Penisola arabica».
Bernie Sanders ha risposto in aula rivolgendosi direttamente al presidente: «Il messaggio che il Senato degli Stati Uniti dovrebbe mandare al governo saudita e a tutto il mondo è che non continueremo a sostenere una guerra catastrofica guidata da un regime dispotico che ha una politica militare pericolosa, distruttiva e irresponsabile. Il Congresso non ha autorizzato questa guerra, è incostituzionale».
E siccome le brutte notizie non vengono mai sole, Mohammed bin Salman ha lasciato la Tunisia – dove ha concluso il suo tour mediorientale – con un’indagine preliminare aperta. Secondo l’agenzia online Tunis Webdo, che cita il sindacato dei giornalisti Snjt, il pubblico ministero del tribunale di primo grado di Tunisi ha aperto un’indagine contro MbS per i crimini commessi in Yemen, dietro denuncia dello stesso sindacato. Che festeggia: «Un’altra vittoria per la magistratura tunisina», scrive su Facebook il Snjt che nella denuncia chiedeva «un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani in Yemen e il lancio di misure legali per inviare il file alla Corte penale internazionale».
I tunisini non mollano MbS nonostante la felice accoglienza che gli aveva riservato il presidente Essebsi. Con il principe ha discusso di «economia e finanza, promozione di investimenti e cooperazione militare e di intelligence», mentre fuori risuonavano le grida dei manifestanti: «Il popolo vuole che bin Salman sia giudicato».
Mentre il mondo inizia a muoversi, in Yemen si continua a combattere. Ieri il governo del presidente Hadi, alleato saudita, si è detto contrario a cedere il porto di Hodeidah, città sulla costa del Mar Rosso e principale scalo del paese insieme ad Aden, al controllo delle Nazioni unite, ipotesi sul tavolo che dovrebbe aprirsi in Svezia a dicembre. “La consegna del porto a un’entità che non sia il governo legittimo – ha detto il ministro Al Amiri – è una violazione di sovranità e in contrasto con il diritto internazionale”.
Come se Hodeidah fosse un luogo qualsiasi: teatro dei durissimi scontri tra ribelli Houthi e coalizione a guida saudita, probabile chiave di volta del conflitto per la sua posizione strategica, è lo scalo a cui arriva il 70% degli aiuti umanitari fondamentali a non far morire l’intero popolo yemenita di fame. Di aiuti ne arrivano già pochissimi, a causa del blocco navale e aereo imposto da Riyadh, e ieri l’Onu ha lanciato un nuovo allarme: il poco che arriva è diventato quasi niente, con le importazioni di grano calate di quasi il 50% nelle ultime due settimane.
Le compagnie marittime finora operative nel porto non intendono farlo più per ragioni di sicurezza (la città è oggetto dei bombardamenti sauditi). Il World Food Programme, che fornisce cibo a 8 milioni di persone, non nasconde la preoccupazione: la carestia non farà che dilagare.
Fonte
Il fantasma di Khashoggi aleggia sulla testa di Mohammed bin Salman e spacca i repubblicani Usa. Dopo la sospensione della vendita di armi all’Arabia Saudita da parte di Germania, Danimarca, Olanda e Finlandia a seguito del brutale omicidio del giornalista dissidente nel consolato saudita di Istanbul, anche l’alleanza con gli Stati Uniti rischia. Non tanto quella ribadita pochi giorni fa dal presidente Trump (omicidio o no, ha detto, i legami con Riyadh non sono in dubbio), ma quella del Congresso.
A sfidarla ieri è stato il Senato, chiamato a votare una proposta dei senatori Bernie Sanders e Mike Lee per l’interruzione del sostegno Usa alla campagna contro lo Yemen, «fiore all’occhiello» del bellicismo Saud. E stavolta, a differenza dello scorso marzo quando la proposta fu bocciata con 55 no e 44 sì, la mozione per votare il ruolo Usa nella guerra è passata. Con senatori sia democratici che repubblicani – che otto mesi fa votarono contro lo stop della fornitura di intelligence e logistica all’esercito saudita – che hanno cambiato idea, il voto si è concluso 63 a 37 a favore della proposta di Sanders. Khashoggi fa miracoli, a differenza dei 50mila morti yemeniti degli ultimi tre anni e mezzo.
Ieri il segretario di Stato Pompeo e quello alla Difesa Mattis hanno avviato il dibattito in aula, a porte chiuse, senza servizi segreti: esclusi la direttrice della Cia Gina Haspel (mandata un mese fa a Istanbul per incontrare gli investigatori turchi) e il direttore della National Intelligence Dan Coats. La Casa bianca nega di averli lasciati fuori dalla porta, ma il dubbio ai senatori è venuto e alcuni di loro hanno pubblicamente protestato per l’assenza: è stata la Cia a dirsi certa, prove alla mano, del ruolo di mandante del principe ereditario Mohammed bin Salman nel delitto Khashoggi.
L’amministrazione Trump sta facendo pressioni sui senatori repubblicani perché sostengano la politica Usa in Medio Oriente, che ha in Riyadh una delle sue colonne: «Ridurre di grado i rapporti tra Usa e sauditi sarebbe un grave errore per la sicurezza nazionale nostra e degli alleati», aveva scritto Pompeo sul Wall Street Journal alla vigilia della riunione a porte chiuse.
Ieri, invece, ha tirato in ballo il solito capro espiatorio, l’Iran: «Se gli Usa non fossero coinvolti in Yemen – ha detto al Senato – la guerra sarebbe peggiore. La coalizione a guida saudita non beneficerebbe dei nostri consigli e del nostro addestramento, e i più civili morirebbero. Quello che otterremmo è un Iran più forte e Isis e al Qaeda rinvigoriti nella Penisola arabica».
Bernie Sanders ha risposto in aula rivolgendosi direttamente al presidente: «Il messaggio che il Senato degli Stati Uniti dovrebbe mandare al governo saudita e a tutto il mondo è che non continueremo a sostenere una guerra catastrofica guidata da un regime dispotico che ha una politica militare pericolosa, distruttiva e irresponsabile. Il Congresso non ha autorizzato questa guerra, è incostituzionale».
E siccome le brutte notizie non vengono mai sole, Mohammed bin Salman ha lasciato la Tunisia – dove ha concluso il suo tour mediorientale – con un’indagine preliminare aperta. Secondo l’agenzia online Tunis Webdo, che cita il sindacato dei giornalisti Snjt, il pubblico ministero del tribunale di primo grado di Tunisi ha aperto un’indagine contro MbS per i crimini commessi in Yemen, dietro denuncia dello stesso sindacato. Che festeggia: «Un’altra vittoria per la magistratura tunisina», scrive su Facebook il Snjt che nella denuncia chiedeva «un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani in Yemen e il lancio di misure legali per inviare il file alla Corte penale internazionale».
I tunisini non mollano MbS nonostante la felice accoglienza che gli aveva riservato il presidente Essebsi. Con il principe ha discusso di «economia e finanza, promozione di investimenti e cooperazione militare e di intelligence», mentre fuori risuonavano le grida dei manifestanti: «Il popolo vuole che bin Salman sia giudicato».
Mentre il mondo inizia a muoversi, in Yemen si continua a combattere. Ieri il governo del presidente Hadi, alleato saudita, si è detto contrario a cedere il porto di Hodeidah, città sulla costa del Mar Rosso e principale scalo del paese insieme ad Aden, al controllo delle Nazioni unite, ipotesi sul tavolo che dovrebbe aprirsi in Svezia a dicembre. “La consegna del porto a un’entità che non sia il governo legittimo – ha detto il ministro Al Amiri – è una violazione di sovranità e in contrasto con il diritto internazionale”.
Come se Hodeidah fosse un luogo qualsiasi: teatro dei durissimi scontri tra ribelli Houthi e coalizione a guida saudita, probabile chiave di volta del conflitto per la sua posizione strategica, è lo scalo a cui arriva il 70% degli aiuti umanitari fondamentali a non far morire l’intero popolo yemenita di fame. Di aiuti ne arrivano già pochissimi, a causa del blocco navale e aereo imposto da Riyadh, e ieri l’Onu ha lanciato un nuovo allarme: il poco che arriva è diventato quasi niente, con le importazioni di grano calate di quasi il 50% nelle ultime due settimane.
Le compagnie marittime finora operative nel porto non intendono farlo più per ragioni di sicurezza (la città è oggetto dei bombardamenti sauditi). Il World Food Programme, che fornisce cibo a 8 milioni di persone, non nasconde la preoccupazione: la carestia non farà che dilagare.
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21/11/2018
Arabia Saudita - Truom fa scudo a bin-Salman
Le sorti di Mohammed bin Salman non sono mai state tanto altalenanti:
segna un punto e poi ne subisce uno. Ma è uomo da mille risorse e in
tasca ha sempre una carta vincente. Prima la decisione della Germania di
interrompere la vendita di armi verso Riyadh, annunciata dalla
cancelliera Merkel nelle passate settimane in risposta al delitto
Khashoggi. Lunedì il governo tedesco ha ufficializzato la
sospensione, con un “ma”: non riguarderà gli ordigni fabbricati in
Sardegna dalla tedesca Rwm perché in quel caso le esportazioni
sono autorizzate dall’Italia, bombe che – come dimostrato da report
internazionali – vengo usate in Yemen e sono state responsabili di
attacchi contro i civili.
Un punto perso. Poi, ieri è spuntato Trump. Il presidente statunitense ha dichiarato senza troppo remore che resterà sempre al fianco della famiglia reale saudita, anche se responsabile del brutale omicidio del giornalista dissidente, ucciso lo scorso 2 ottobre nel consolato di Riyadh a Istanbul. Una responsabilità certa, secondo la Cia, che la scorsa settimana ha concluso che il mandante dell’assassinio è stato Mohammed bin Salman, nonostante i palesi tentativi della petromonarchia di individuare comodi capri espiatori.
“Le nostre agenzie di intelligence continuano a darci tutte le informazioni – ha scritto Trump – ma è molto probabile che il principe ereditario fosse a conoscenza di quel tragico evento. Forse lo ha fatto, forse no. Detto questo, potremmo non sapere mai tutti i fatti relativi all’omicidio di Jamal Khashoggi. In ogni caso la nostra relazione è con l’Arabia Saudita”.
Insomma, seppur si sia trattato di “un crimine inaccettabile”, il presidente degli Stati Uniti lo accetta e resta al fianco di uno dei pilastri della sua politica anti-iraniana in Medio Oriente. Difficile farne a meno, dice lo stesso Trump, che spiega la sua posizione con lo slogan “America first”, sia in termini commerciali che diplomatici: “Gli Stati Uniti intendono rimanere un partner saldo dell’Arabia Saudita per garantire i nostri interessi, quelli di Israele e dei nostri alleati nella regione”. Meglio sacrificare – cosa in cui Trump è un maestro – qualsiasi parvenza di legalità internazionale e di moralità nella gestione del potere.
A rispondergli per prima è Karen Attiah, caporedattrice del Washington Post: “Le dichiarazioni di Trump sull’Arabia Saudita sono piene di bugie e del palese disprezzo per le nostre agenzie di intelligence. Mostra inoltre un imperdonabile disprezzo per le vite dei sauditi che osano criticare il regime”.
Ovvero, quei sauditi che ieri sono stati il cuore dell’ultimo rapporto di Amnesty International che, citando alcuni testimoni, ha accusato Riyadh di utilizzare in modo sistematico tortura, violenze sessuali e trattamenti disumani contro attivisti per i diritti umani detenuti nel paese. Gli attivisti, scrive Amnesty, di cui alcune donne, sono torturati con l’elettricità e la fustigazione nella prigione di Dhahban, a Gedda. Alcuni di questi “non sono più in grado di camminare o stare in piedi normalmente”. Un altro è stato appeso al soffitto, un’altra è stata abusata da uomini con indosso delle maschere. Una detenuta ha tentato il suicidio più volte.
L’organizzazione non ha rivelato i nomi delle persone coinvolte, ma ha fatto riferimento a detenuti portati a Gedda a maggio. Tra loro alcune note attiviste per i diritti delle donne e attivisti per i diritti umani, come Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef (note per la campagna per il diritto delle donne a guidare l’auto), Samar Badawi, Nassima al-Sada, Mohammad al-Rabe’a e Ibrahim al-Modeimigh.
“A poche settimane dallo spietato omicidio di Khashoggi – dice Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty per il Medio Oriente – questi rapporti choc su torture, abusi sessuali e altre forme di maltrattamenti, se verificati, portano alla luce l’oltraggiosa violazione dei diritti umani da parte delle autorità saudite”.
Fonte
Un punto perso. Poi, ieri è spuntato Trump. Il presidente statunitense ha dichiarato senza troppo remore che resterà sempre al fianco della famiglia reale saudita, anche se responsabile del brutale omicidio del giornalista dissidente, ucciso lo scorso 2 ottobre nel consolato di Riyadh a Istanbul. Una responsabilità certa, secondo la Cia, che la scorsa settimana ha concluso che il mandante dell’assassinio è stato Mohammed bin Salman, nonostante i palesi tentativi della petromonarchia di individuare comodi capri espiatori.
“Le nostre agenzie di intelligence continuano a darci tutte le informazioni – ha scritto Trump – ma è molto probabile che il principe ereditario fosse a conoscenza di quel tragico evento. Forse lo ha fatto, forse no. Detto questo, potremmo non sapere mai tutti i fatti relativi all’omicidio di Jamal Khashoggi. In ogni caso la nostra relazione è con l’Arabia Saudita”.
Insomma, seppur si sia trattato di “un crimine inaccettabile”, il presidente degli Stati Uniti lo accetta e resta al fianco di uno dei pilastri della sua politica anti-iraniana in Medio Oriente. Difficile farne a meno, dice lo stesso Trump, che spiega la sua posizione con lo slogan “America first”, sia in termini commerciali che diplomatici: “Gli Stati Uniti intendono rimanere un partner saldo dell’Arabia Saudita per garantire i nostri interessi, quelli di Israele e dei nostri alleati nella regione”. Meglio sacrificare – cosa in cui Trump è un maestro – qualsiasi parvenza di legalità internazionale e di moralità nella gestione del potere.
A rispondergli per prima è Karen Attiah, caporedattrice del Washington Post: “Le dichiarazioni di Trump sull’Arabia Saudita sono piene di bugie e del palese disprezzo per le nostre agenzie di intelligence. Mostra inoltre un imperdonabile disprezzo per le vite dei sauditi che osano criticare il regime”.
Ovvero, quei sauditi che ieri sono stati il cuore dell’ultimo rapporto di Amnesty International che, citando alcuni testimoni, ha accusato Riyadh di utilizzare in modo sistematico tortura, violenze sessuali e trattamenti disumani contro attivisti per i diritti umani detenuti nel paese. Gli attivisti, scrive Amnesty, di cui alcune donne, sono torturati con l’elettricità e la fustigazione nella prigione di Dhahban, a Gedda. Alcuni di questi “non sono più in grado di camminare o stare in piedi normalmente”. Un altro è stato appeso al soffitto, un’altra è stata abusata da uomini con indosso delle maschere. Una detenuta ha tentato il suicidio più volte.
L’organizzazione non ha rivelato i nomi delle persone coinvolte, ma ha fatto riferimento a detenuti portati a Gedda a maggio. Tra loro alcune note attiviste per i diritti delle donne e attivisti per i diritti umani, come Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef (note per la campagna per il diritto delle donne a guidare l’auto), Samar Badawi, Nassima al-Sada, Mohammad al-Rabe’a e Ibrahim al-Modeimigh.
“A poche settimane dallo spietato omicidio di Khashoggi – dice Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty per il Medio Oriente – questi rapporti choc su torture, abusi sessuali e altre forme di maltrattamenti, se verificati, portano alla luce l’oltraggiosa violazione dei diritti umani da parte delle autorità saudite”.
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01/11/2018
Yemen - Gli USA iniziano a scaricare bin Salman?
di Chiara Cruciati – Il Manifesto
Come una valanga, l’omicidio Khashoggi sta per travolgere Mohammed bin Salman. A un giorno dall’annuncio dell’invio di 10mila soldati della coalizione a guida saudita nella città yemenita di Hodeidah, sul Mar Rosso, gli Stati Uniti tolgono il cappello dalla guerra scatenata a marzo 2015.
Senza citare il ruolo statunitense nella devastazione dello Yemen (Washington fornisce assistenza logistica, intelligence e rifornimenti ai caccia, mai autorizzati dal Congresso), ieri il capo del Pentagono James Mattis ha chiesto la fine del conflitto, «ormai troppo lungo»: «Entro 30 giorni da oggi voglio vedere tutti seduti intorno a un tavolo per un cessate il fuoco, basato sul ritiro (degli Houthi) dal confine e poi dalla cessazione dei bombardamenti (sauditi)».
Una data di scadenza alla guerra saudita, rilanciata dal segretario di Stato Usa Pompeo che poco dopo ha fatto appello ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perché cessino le ostilità. Non prima, aggiunge, dello stop delle attività militari dei ribelli Houthi, tra cui i lanci di missili verso il sud del territorio saudita. Mattis ha fatto sapere di aver chiesto alle varie parti di incontrarsi con Martin Griffiths, l’inviato Onu per lo Yemen, a novembre in Svezia.
L’endorsement Usa alle politiche belliche saudite scricchiola, non certo per ragioni umanitarie o per le stragi impunite di civili: dal 2 ottobre, dalla scomparsa del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, la rete di alleanze che la petromonarchia ha saputo costruirsi nell’ultimo mezzo secolo non è più così solida. Nessun fuggi fuggi generale, ma prudenti prese di distanza di chi vuole prima capire che piega prenderanno gli eventi. Ma soprattutto se Mohammed bin Salman, il giovanissimo erede al trono (ma reggente de facto della monarchia) sarà sacrificato sull’altare della ragion di Stato.
Non mancano i segni di un suo possibile passo indietro, almeno nel medio termine: ieri, da Londra, è rientrato in patria il principe settuagenario Ahmad bin Abdulaziz, fratello di re Salman e noto critico del nipote. L’intenzione è sfidare o individuare uno sfidante dell’egemonia di Mbs per ripulire la faccia di una famiglia reale che si finge da decenni pulita. Abdulaziz gode della protezione di Gran Bretagna e Stati Uniti, ma soprattutto del suo clan, tanto potente da non essere stato neppure sfiorato dalle epurazioni del novembre 2017 volute del delfino. Dalla sua ha l’appoggio di una buona parte dei vertici sauditi, più che preoccupati dalle politiche e i metodi di Mbs.
Nelle stesse ore la Turchia proseguiva con il pressing: la procura di Istanbul accusa i sauditi di impedire l’accesso al pozzo della residenza del console, dove si ipotizza si trovi il corpo smembrato di Khashoggi. E aggiunge: il giornalista è stato strangolato non appena entrato in consolato. Ieri sera è poi intervenuto Omar Celik, portavoce dell’Akp, il partito del presidente Erdogan: l’omicidio, ha detto, non sarebbe stato possibile senza un ordine dai vertici sauditi.
Fonte
Come una valanga, l’omicidio Khashoggi sta per travolgere Mohammed bin Salman. A un giorno dall’annuncio dell’invio di 10mila soldati della coalizione a guida saudita nella città yemenita di Hodeidah, sul Mar Rosso, gli Stati Uniti tolgono il cappello dalla guerra scatenata a marzo 2015.
Senza citare il ruolo statunitense nella devastazione dello Yemen (Washington fornisce assistenza logistica, intelligence e rifornimenti ai caccia, mai autorizzati dal Congresso), ieri il capo del Pentagono James Mattis ha chiesto la fine del conflitto, «ormai troppo lungo»: «Entro 30 giorni da oggi voglio vedere tutti seduti intorno a un tavolo per un cessate il fuoco, basato sul ritiro (degli Houthi) dal confine e poi dalla cessazione dei bombardamenti (sauditi)».
Una data di scadenza alla guerra saudita, rilanciata dal segretario di Stato Usa Pompeo che poco dopo ha fatto appello ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perché cessino le ostilità. Non prima, aggiunge, dello stop delle attività militari dei ribelli Houthi, tra cui i lanci di missili verso il sud del territorio saudita. Mattis ha fatto sapere di aver chiesto alle varie parti di incontrarsi con Martin Griffiths, l’inviato Onu per lo Yemen, a novembre in Svezia.
L’endorsement Usa alle politiche belliche saudite scricchiola, non certo per ragioni umanitarie o per le stragi impunite di civili: dal 2 ottobre, dalla scomparsa del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, la rete di alleanze che la petromonarchia ha saputo costruirsi nell’ultimo mezzo secolo non è più così solida. Nessun fuggi fuggi generale, ma prudenti prese di distanza di chi vuole prima capire che piega prenderanno gli eventi. Ma soprattutto se Mohammed bin Salman, il giovanissimo erede al trono (ma reggente de facto della monarchia) sarà sacrificato sull’altare della ragion di Stato.
Non mancano i segni di un suo possibile passo indietro, almeno nel medio termine: ieri, da Londra, è rientrato in patria il principe settuagenario Ahmad bin Abdulaziz, fratello di re Salman e noto critico del nipote. L’intenzione è sfidare o individuare uno sfidante dell’egemonia di Mbs per ripulire la faccia di una famiglia reale che si finge da decenni pulita. Abdulaziz gode della protezione di Gran Bretagna e Stati Uniti, ma soprattutto del suo clan, tanto potente da non essere stato neppure sfiorato dalle epurazioni del novembre 2017 volute del delfino. Dalla sua ha l’appoggio di una buona parte dei vertici sauditi, più che preoccupati dalle politiche e i metodi di Mbs.
Nelle stesse ore la Turchia proseguiva con il pressing: la procura di Istanbul accusa i sauditi di impedire l’accesso al pozzo della residenza del console, dove si ipotizza si trovi il corpo smembrato di Khashoggi. E aggiunge: il giornalista è stato strangolato non appena entrato in consolato. Ieri sera è poi intervenuto Omar Celik, portavoce dell’Akp, il partito del presidente Erdogan: l’omicidio, ha detto, non sarebbe stato possibile senza un ordine dai vertici sauditi.
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21/10/2018
Arabia Saudita ammette a denti stretti l'omicidio Khashoggi
Non poteva più negare ciò che era evidente a tutti. E poi
Donald Trump voleva una “soluzione” che gli consentisse di salvare la
faccia e le strette relazioni tra Usa e Arabia Saudita. Così
Riyadh ora fa sapere: Jamal Khashoggi è morto lo scorso 2 ottobre nel
consolato saudita di Istanbul, in seguito a “una colluttazione”. Per
quale motivo sia cominciata questa “colluttazione” e come sia “morto”
il giornalista dissidente, i sauditi non lo spiegano, almeno per ora.
Al momento è evidente solo l’intento di soddisfare la pressione dell’Amministrazione Trump e di salvare l’erede al trono Mohammed bin Salman, indicato da più parti come il mandante dell’omicidio di Khashoggi, sacrificando i suoi assistenti e consiglieri. Riyadh infatti ha annunciato gli arresti di 18 sauditi e rimosso dall’incarico il generale Asiri, numero due dei servizi segreti, e Saud al-Qahtani, esponente di spicco della corte e stretto consigliere del principe ereditario, considerato da molti lo “Steve Bannon saudita”.
Trump ha immediatamente definito “credibile” la versione saudita. Non è escluso a questo punto che anche la Turchia renda pubblica solo una mezza verità e non i risultati completi delle sue indagini sull’assassinio di Khashoggi, nel rispetto di un possibile compromesso con Washington e Riyadh che metta fine alla crisi aperta dalla terribile sorte toccata al giornalista dissidente.
A completamento delle informazioni Nena News vi suggerisce la lettura dell’articolo che pubblica oggi il quotidiano Il Manifesto sul caso-Khashoggi.
di Michele Giorgio - Il Manifesto
Messo di fronte all’evidenza Donald Trump riconosce a mezza bocca che il giornalista saudita Jamal Khashoggi è stato assassinato in Turchia e che tutti gli indizi sui responsabili della sua morte portano a un unico indirizzo, quello di Mohammed bin Salman, il potente giovane erede al trono saudita che il presidente americano tratta quasi come un amico di famiglia. D’altronde con quello che sta venendo fuori dalle indagini è impossibile per Trump fare il garantista e ad assicurare la “presunzione di innocenza” agli alleati sauditi. Ora il tycoon, sotto pressione negli Usa dove il brutale omicidio del giornalista dissidente, editorialista del Washington Post, è sempre sulle prime pagine e se ne discute nelle stanze del Congresso, minaccia «conseguenze molto gravi» se sarà provato il coinvolgimento della casa reale saudita. Il caso inoltre pesa sulle imminenti elezioni di mid-term.
Sulla gravità delle «conseguenze» i dubbi restano sono forti. Sul tavolo ci sono contratti per molte decine di miliardi di dollari per l’acquisto di armi americane da parte di Riyadh. E i Saud con l’annuncio anche solo di una leggera riduzione delle loro esportazioni petrolifere in un attimo farebbero salire alle stelle il prezzo del greggio. Più di un analista prevede che le eventuali sanzioni Usa andranno poco oltre la rinuncia del Segretario al Tesoro Steven Mnuchin a partecipare martedì alla “Davos del Deserto”, la mega conferenza per gli investimenti in Arabia Saudita voluta da Mohammed bin Salman, decimata dalle defezioni. Secondo il New York Times su richiesta americana Riyadh sarebbe pronta a sacrificare un alto ufficiale di intelligente, il generale Ahmed al-Assiri, uomo di punta dei servizi e consigliere della Corona. Butta acqua sul fuoco il Segretario di stato Mike Pompeo: da un lato sostiene che l’erede al trono saudita sta mettendo a rischio la sua credibilità come futuro leader e dall’altro afferma che i sauditi fanno ancora in tempo a presentare i risultati di una indagine seria sulla morte di Khashoggi. In poche parole esistono i margini per trovare una soluzione “accettabile” per tutti.
Attutire i colpi che arriveranno dalla Turchia in ogni caso non sarà facile per sauditi e americani. Spinta dalla rivalità con Riyadh, Ankara si prepara a confermare, nero su bianco, i sospetti di tutti. «Abbiamo alcune informazioni e prove. Condivideremo con tutto il mondo i risultati dell’indagine», annunciava ieri il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, senza fornire alcuna tempistica sulla fine dell’inchiesta. Ma la conclusione è prossima. Cavusoglu ha precisato che né il segretario di Stato Pompeo, durante la sua visita, né nessun altro funzionario americano ha ricevuto dalla Turchia registrazioni audio dell’omicidio di Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul. Gli americani comunque sanno già tutto, grazie al lavoro della Cia. Ieri i tecnici della polizia scientifica turca hanno ispezionato, alla ricerca di tracce di sangue e dna, per circa tre ore il minivan nero in dotazione al consolato saudita in cui il corpo del giornalista saudita sarebbe stato trasportato alla vicina residenza del console dopo la probabile uccisione in consolato. Il mezzo sarebbe giunto dal console alle 15:09 del 2 ottobre, cioè poco meno di due ore dopo l’ingresso del reporter in consolato, con a bordo Khashoggi. Con ogni probabilità già morto a causa di un pesante interrogatorio «andato storto» condotto da uomini dei servizi sauditi, tra i quali personaggi molto vicini a Mohammed bin Salman, come mostrano i filmati delle telecamere di sorveglianza intorno al consolato saudita
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Al momento è evidente solo l’intento di soddisfare la pressione dell’Amministrazione Trump e di salvare l’erede al trono Mohammed bin Salman, indicato da più parti come il mandante dell’omicidio di Khashoggi, sacrificando i suoi assistenti e consiglieri. Riyadh infatti ha annunciato gli arresti di 18 sauditi e rimosso dall’incarico il generale Asiri, numero due dei servizi segreti, e Saud al-Qahtani, esponente di spicco della corte e stretto consigliere del principe ereditario, considerato da molti lo “Steve Bannon saudita”.
Trump ha immediatamente definito “credibile” la versione saudita. Non è escluso a questo punto che anche la Turchia renda pubblica solo una mezza verità e non i risultati completi delle sue indagini sull’assassinio di Khashoggi, nel rispetto di un possibile compromesso con Washington e Riyadh che metta fine alla crisi aperta dalla terribile sorte toccata al giornalista dissidente.
A completamento delle informazioni Nena News vi suggerisce la lettura dell’articolo che pubblica oggi il quotidiano Il Manifesto sul caso-Khashoggi.
di Michele Giorgio - Il Manifesto
Messo di fronte all’evidenza Donald Trump riconosce a mezza bocca che il giornalista saudita Jamal Khashoggi è stato assassinato in Turchia e che tutti gli indizi sui responsabili della sua morte portano a un unico indirizzo, quello di Mohammed bin Salman, il potente giovane erede al trono saudita che il presidente americano tratta quasi come un amico di famiglia. D’altronde con quello che sta venendo fuori dalle indagini è impossibile per Trump fare il garantista e ad assicurare la “presunzione di innocenza” agli alleati sauditi. Ora il tycoon, sotto pressione negli Usa dove il brutale omicidio del giornalista dissidente, editorialista del Washington Post, è sempre sulle prime pagine e se ne discute nelle stanze del Congresso, minaccia «conseguenze molto gravi» se sarà provato il coinvolgimento della casa reale saudita. Il caso inoltre pesa sulle imminenti elezioni di mid-term.
Sulla gravità delle «conseguenze» i dubbi restano sono forti. Sul tavolo ci sono contratti per molte decine di miliardi di dollari per l’acquisto di armi americane da parte di Riyadh. E i Saud con l’annuncio anche solo di una leggera riduzione delle loro esportazioni petrolifere in un attimo farebbero salire alle stelle il prezzo del greggio. Più di un analista prevede che le eventuali sanzioni Usa andranno poco oltre la rinuncia del Segretario al Tesoro Steven Mnuchin a partecipare martedì alla “Davos del Deserto”, la mega conferenza per gli investimenti in Arabia Saudita voluta da Mohammed bin Salman, decimata dalle defezioni. Secondo il New York Times su richiesta americana Riyadh sarebbe pronta a sacrificare un alto ufficiale di intelligente, il generale Ahmed al-Assiri, uomo di punta dei servizi e consigliere della Corona. Butta acqua sul fuoco il Segretario di stato Mike Pompeo: da un lato sostiene che l’erede al trono saudita sta mettendo a rischio la sua credibilità come futuro leader e dall’altro afferma che i sauditi fanno ancora in tempo a presentare i risultati di una indagine seria sulla morte di Khashoggi. In poche parole esistono i margini per trovare una soluzione “accettabile” per tutti.
Attutire i colpi che arriveranno dalla Turchia in ogni caso non sarà facile per sauditi e americani. Spinta dalla rivalità con Riyadh, Ankara si prepara a confermare, nero su bianco, i sospetti di tutti. «Abbiamo alcune informazioni e prove. Condivideremo con tutto il mondo i risultati dell’indagine», annunciava ieri il ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, senza fornire alcuna tempistica sulla fine dell’inchiesta. Ma la conclusione è prossima. Cavusoglu ha precisato che né il segretario di Stato Pompeo, durante la sua visita, né nessun altro funzionario americano ha ricevuto dalla Turchia registrazioni audio dell’omicidio di Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul. Gli americani comunque sanno già tutto, grazie al lavoro della Cia. Ieri i tecnici della polizia scientifica turca hanno ispezionato, alla ricerca di tracce di sangue e dna, per circa tre ore il minivan nero in dotazione al consolato saudita in cui il corpo del giornalista saudita sarebbe stato trasportato alla vicina residenza del console dopo la probabile uccisione in consolato. Il mezzo sarebbe giunto dal console alle 15:09 del 2 ottobre, cioè poco meno di due ore dopo l’ingresso del reporter in consolato, con a bordo Khashoggi. Con ogni probabilità già morto a causa di un pesante interrogatorio «andato storto» condotto da uomini dei servizi sauditi, tra i quali personaggi molto vicini a Mohammed bin Salman, come mostrano i filmati delle telecamere di sorveglianza intorno al consolato saudita
Fonte
19/10/2018
Caso Khashoggi: grosse complicazioni nello scacchiere regionale per USA e Arabia Saudita
Il 2 ottobre Jamal Khashoggi, giornalista saudita residente negli Stati Uniti, è a Istanbul. L’uomo, 60 anni, si è recato nella capitale turca perché deve sposarsi. Vive auto-esiliato negli Stati Uniti, dove collabora con il Washington Post, dopo aver criticato il principe ereditario Mohammed Bin Salman. Teme una ritorsione nei suoi confronti.
Intorno alle 13 si reca al consolato saudita, gli servono dei documenti. Da quel momento sparisce.
La fidanzata turca e lo stesso Washington Post si attivano, iniziano a chiedere sue notizie.
Fonti vicine al presidente turco Erdogan comunicano che, secondo informazioni in loro possesso, Khasohggi è ancora dentro al consolato.
Sono passate ventiquattro ore. La diplomazia saudita dichiara che il giornalista è scomparso dopo essere uscito dal consolato, ma Istanbul continua a sostenere la tesi che l’uomo si trovi ancora all’interno della palazzina.
Lo stesso principe ereditario saudita interviene, sostenendo che Khasohggi sia uscito dopo circa un’ora.
Il 6 ottobre – sono passati già quattro giorni dalla sua sparizione – fonti di intelligence turca iniziano a diffondere la notizia che il giornalista saudita sia stato ucciso all’interno del consolato da un commando di agenti giunti da Riad.
Vengono mostrate foto e video di quindici persone, tra cui sono riconoscibili personaggi noti (militari, agenti, un medico esperto di autopsie) vicini al principe ereditario.
Il 7 ottobre il Washington Post diffonde la notizia che Khashoggi è stato ucciso, fatto a pezzi e portato via dal consolato dentro alcune casse.
Il 9 ottobre l’Arabia Saudita autorizza perquisizioni ed indagini all’interno del consolato. Si parla di un possibile rapimento. Il Post afferma di essere a conoscenza di un piano saudita, noto ai servizi USA, che prevedeva il rapimento e la deportazione a Riad.
Erdogan chiede che siano consegnati i video che provano l’uscita dell’uomo dal consolato, i sauditi dichiarano che “quel giorno le telecamere non erano in funzione”.
Secondo il Post, la Turchia è in possesso di registrazioni che dimostrano che Khashoggi sia stato torturato e ucciso nel consolato.
Cominciano le reazioni a livello internazionale: il miliardario Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin, blocca progetti di investimento in Arabia Saudita. Christine Lagarde, già a capo del FMI, decide di disertare il “Future Investment Initiative” in programma a fine ottobre a Riad.
I sauditi negano ogni responsabilità, e finalmente interviene Trump.
Siamo arrivati al 13 ottobre: sono passati undici giorni dalla scomparsa di Khashoggi che, ricordiamolo, vive negli Stati Uniti e collabora con un giornale statunitense.
L’Arabia Saudita è un alleato forte degli americani, e l’amministrazione Trump è tra quelle più vicine a Riad.
Ma il presidente statunitense non può non intervenire, e lo fa: minaccia sanzioni nel caso venga provata la colpevolezza dei sauditi, ma intanto non blocca la vendita delle armi.
Nel frattempo invia Mike Pompeo, il segretario di stato, a Riad.
Tra il 15 e il 16 ottobre la polizia turca effettua la perquisizione: otto ore di attività di indagine.
La CNN afferma che Riad stia preparando un documento che sosterrebbe che Khashoggi è morto in seguito ad un interrogatorio “finito male”.
La stampa turca rivela particolari della morte dell’uomo: sono agghiaccianti.
Il giornalista saudita sarebbe stato torturato, poi decapitato, infine sezionato. Il tutto ascoltando musica, e alla presenza del console.
Trump è in difficoltà: la stampa statunitense, Washington Post in testa, chiede un suo intervento, accusandolo di voler “coprire” l’alleato saudita. Chiede di aver accesso alle registrazioni, dichiara di aspettarsi che tutto si chiarisca entro la settimana. Attende un rapporto di Pompeo, e nel frattempo alterna minacce di sanzioni (a cui Riad ha dichiarato di voler reagire) a toni concilianti.
La polizia turca ha iniziato a perlustrare una zona boschiva fuori città dove potrebbe essere stato seppellito il cadavere.
Questa la cronaca.
Una vicenda che dice molto, e che potrebbe avere conseguenze importanti a livello strategico.
Che l’Arabia Saudita fosse un paese in cui la democrazia, il rispetto dei diritti, la tolleranza del dissenso fossero inesistenti era noto. Non c’era bisogno di questa spy story splatter, ma certamente questa vicenda aiuta a ricordare di che pasta sia fatta la monarchia saudita, e sopratutto quanto grande sia l’ipocrisia di chi continua a farci affari, Italia compresa.
Che gli Stati Uniti abbiano forti interessi a tenere in piedi l’alleanza con Riad è altrettanto risaputo: interessi simili, obiettivi comuni in Medio Oriente, nemici condivisi.
Ma se fosse confermata, questa storia non potrebbe essere fatta scivolare nel dimenticatoio: troppa pressione da parte della stampa americana, troppa visibilità, troppe implicazioni. Siamo in Turchia, altro protagonista delle dinamiche economiche e politiche mediorientali. Erdogan ha la possibilità di mettere a profitto tutto questo, e non abbiamo dubbi che lo farà.
Molto di quello che può accadere dipende da Trump, al netto degli esiti delle indagini della polizia turca.
Occhi aperti su quello che sta succedendo a Istanbul.
Fonte
Intorno alle 13 si reca al consolato saudita, gli servono dei documenti. Da quel momento sparisce.
La fidanzata turca e lo stesso Washington Post si attivano, iniziano a chiedere sue notizie.
Fonti vicine al presidente turco Erdogan comunicano che, secondo informazioni in loro possesso, Khasohggi è ancora dentro al consolato.
Sono passate ventiquattro ore. La diplomazia saudita dichiara che il giornalista è scomparso dopo essere uscito dal consolato, ma Istanbul continua a sostenere la tesi che l’uomo si trovi ancora all’interno della palazzina.
Lo stesso principe ereditario saudita interviene, sostenendo che Khasohggi sia uscito dopo circa un’ora.
Il 6 ottobre – sono passati già quattro giorni dalla sua sparizione – fonti di intelligence turca iniziano a diffondere la notizia che il giornalista saudita sia stato ucciso all’interno del consolato da un commando di agenti giunti da Riad.
Vengono mostrate foto e video di quindici persone, tra cui sono riconoscibili personaggi noti (militari, agenti, un medico esperto di autopsie) vicini al principe ereditario.
Il 7 ottobre il Washington Post diffonde la notizia che Khashoggi è stato ucciso, fatto a pezzi e portato via dal consolato dentro alcune casse.
Il 9 ottobre l’Arabia Saudita autorizza perquisizioni ed indagini all’interno del consolato. Si parla di un possibile rapimento. Il Post afferma di essere a conoscenza di un piano saudita, noto ai servizi USA, che prevedeva il rapimento e la deportazione a Riad.
Erdogan chiede che siano consegnati i video che provano l’uscita dell’uomo dal consolato, i sauditi dichiarano che “quel giorno le telecamere non erano in funzione”.
Secondo il Post, la Turchia è in possesso di registrazioni che dimostrano che Khashoggi sia stato torturato e ucciso nel consolato.
Cominciano le reazioni a livello internazionale: il miliardario Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin, blocca progetti di investimento in Arabia Saudita. Christine Lagarde, già a capo del FMI, decide di disertare il “Future Investment Initiative” in programma a fine ottobre a Riad.
I sauditi negano ogni responsabilità, e finalmente interviene Trump.
Siamo arrivati al 13 ottobre: sono passati undici giorni dalla scomparsa di Khashoggi che, ricordiamolo, vive negli Stati Uniti e collabora con un giornale statunitense.
L’Arabia Saudita è un alleato forte degli americani, e l’amministrazione Trump è tra quelle più vicine a Riad.
Ma il presidente statunitense non può non intervenire, e lo fa: minaccia sanzioni nel caso venga provata la colpevolezza dei sauditi, ma intanto non blocca la vendita delle armi.
Nel frattempo invia Mike Pompeo, il segretario di stato, a Riad.
Tra il 15 e il 16 ottobre la polizia turca effettua la perquisizione: otto ore di attività di indagine.
La CNN afferma che Riad stia preparando un documento che sosterrebbe che Khashoggi è morto in seguito ad un interrogatorio “finito male”.
La stampa turca rivela particolari della morte dell’uomo: sono agghiaccianti.
Il giornalista saudita sarebbe stato torturato, poi decapitato, infine sezionato. Il tutto ascoltando musica, e alla presenza del console.
Trump è in difficoltà: la stampa statunitense, Washington Post in testa, chiede un suo intervento, accusandolo di voler “coprire” l’alleato saudita. Chiede di aver accesso alle registrazioni, dichiara di aspettarsi che tutto si chiarisca entro la settimana. Attende un rapporto di Pompeo, e nel frattempo alterna minacce di sanzioni (a cui Riad ha dichiarato di voler reagire) a toni concilianti.
La polizia turca ha iniziato a perlustrare una zona boschiva fuori città dove potrebbe essere stato seppellito il cadavere.
Questa la cronaca.
Una vicenda che dice molto, e che potrebbe avere conseguenze importanti a livello strategico.
Che l’Arabia Saudita fosse un paese in cui la democrazia, il rispetto dei diritti, la tolleranza del dissenso fossero inesistenti era noto. Non c’era bisogno di questa spy story splatter, ma certamente questa vicenda aiuta a ricordare di che pasta sia fatta la monarchia saudita, e sopratutto quanto grande sia l’ipocrisia di chi continua a farci affari, Italia compresa.
Che gli Stati Uniti abbiano forti interessi a tenere in piedi l’alleanza con Riad è altrettanto risaputo: interessi simili, obiettivi comuni in Medio Oriente, nemici condivisi.
Ma se fosse confermata, questa storia non potrebbe essere fatta scivolare nel dimenticatoio: troppa pressione da parte della stampa americana, troppa visibilità, troppe implicazioni. Siamo in Turchia, altro protagonista delle dinamiche economiche e politiche mediorientali. Erdogan ha la possibilità di mettere a profitto tutto questo, e non abbiamo dubbi che lo farà.
Molto di quello che può accadere dipende da Trump, al netto degli esiti delle indagini della polizia turca.
Occhi aperti su quello che sta succedendo a Istanbul.
Fonte
16/10/2018
Caso Khashoggi - Media americani sostengono che l'Arabia Saudita è pronta ad ammettere l'omicidio
di Roberto Prinzi
Gli investigatori sauditi e turchi che stanno indagando sulla scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi hanno lasciato stamane all’alba il consolato dell’Arabia Saudita dopo nove ore di ricerche. Secondo quanto riporta la Reuters, il team turco avrebbe lasciato l’edificio consolare alle 5, il procuratore locale un’ora e mezza dopo seguito dagli investigatori sauditi. Secondo un testimone oculare, la scientifica avrebbe prelevato alcuni campioni di terreno dal giardino. A partecipare alle ricerche c’era anche un cane della polizia.
La notizia della indagine congiunta tra Turchia e Arabia Saudita giunge nelle ore in cui però Cnn e il New York Times affermano che Riyadh è pronta ad ammettere che la morte di Khashoggi sia avvenuta in seguito ad un interrogatorio finito male. A sostegno di questa tesi l’emittente televisiva statunitense ha citato ieri due fonti anonime, mentre il quotidiano newyorkese, basandosi sulla testimonianza di una persona vicina agli ambienti sauditi, ha riferito che l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman avrebbe approvato l’interrogatorio di Khashoggi o il suo ritorno in Arabia Saudita. Il New York Times aggiunge però che ora, nel tentativo di difendere il figlio di re Salman, la monarchia scaricherà addosso ad un ufficiale dell’intelligence tutte le responsabilità di quanto accaduto.
L’ammissione di colpe da parte di Riyadh rappresenterebbe un clamoroso (ma sempre più inevitabile) autogol per la monarchia saudita. Alla gravità in sé dell’atto che mostra al mondo quanto re Salman e figlio siano spietati – una immagine molto diversa da quella modernizzante e riformista di cui spesso parla la stampa mainstream occidentale – l’uccisione di Khashoggi per mano saudita confermerebbe quello che è sembrato chiaro a tutti sin dall’inizio: Riyadh va raccontando in giro bugie ridicole da giorni. Da quando il giornalista è “scomparso” lo scorso 2 ottobre, Riyadh si è sempre difesa dalle accuse di omicidio mossegli contro soprattutto da Ankara e dai principali quotidiani statunitensi affermando che Khashoggi aveva lasciato l’edificio due ore dopo il suo arrivo al consolato. Poco importa che questa dichiarazione poneva alcuni semplici interrogativi a cui i sauditi non hanno mai voluto rispondere: perché le telecamere di sorveglianze che avevano registrato l’ingresso di Khashoggi nel consolato non ne avevano ripreso però l’uscita? Perché la fidanzata di Khashoggi, che attendeva il suo futuro marito fuori il consolato, non l’ha mai più visto? Perché, se era uscito, Khashoggi non ha dato più segnali di vita?
La scomparsa/uccisione del giornalista e la gestione del caso da parte di Riyadh hanno avuto ripercussioni molto negative per i sauditi sia dal punto di vista mediatico che economico: media e aziende hanno scelto di annullare la loro partecipazione ad una conferenza di investimenti programmata questo mese in Arabia Saudita. Ieri a farsi sentire sono stati i figli Khashoggi i quali, in una nota, hanno detto di “essere tristi e ansiosi per le notizie divergenti che riguardano il destino di nostro padre con cui abbiamo perso i contatti due settimane fa”. “La forte responsabilità morale e legale che nostro padre ci ha dato – continua il comunicato – ci obbliga a richiedere una commissione internazionale, indipendente e imparziale che possa indagare sulle circostanze della sua morte”.
Il presidente Usa Donald Trump, intanto, ha inviato a Riyadh il suo Segretario di Stato Mike Pompeo nel tentativo di alleggerire le recenti tensioni tra Washington e Riyadh. Che ci sia un po’ di maretta tra i due paesi è apparso evidente ieri quando i sauditi hanno cancellato l’annuale ricevimento diplomatico previsto per questa settimana nella capitale statunitense. Anche Trump, alleato di ferro di re Salman, è stato costretto dalle pressioni interne e internazionali a rivedere la sua posizione sul caso. Al lungo silenzio dei primi giorni, il leader repubblicano ha prima risposto affermando di essere “preoccupato” e di “seguire la faccenda attentamente” per poi spingersi ieri a dichiarare che degli “assassini canaglia” potrebbero essere i responsabili dell’omicidio dell’editorialista critico della monarchia. Trump prende tempo per ora. Alla domanda sulle rivelazioni della Cnn secondo cui i sauditi ammetteranno la sua morte, il presidente ha detto di “aver ascoltato il servizio”, ma che “non si sa se sia una notizia ufficiale”.
Molto più dura sin dall’inizio è stata invece la posizione del Congresso americano: diversi parlamentari americani non hanno condiviso la gestione della Casa Bianca del caso Khashoggi e hanno addirittura chiesto all’amministrazione Trump di valutare il taglio della vendita di armi al regno wahhabita. La scorsa settimana alcuni deputati di entrambi gli schieramenti politici hanno scritto al presidente americano chiedendo che sia implementato il Global Magnistky Act, un provvedimento che autorizza il governo a imporre sanzioni contro chi ha violato i diritti umani, ne congela i suoi beni e ne vieta l’ingresso in America.
Fonte
Gli investigatori sauditi e turchi che stanno indagando sulla scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi hanno lasciato stamane all’alba il consolato dell’Arabia Saudita dopo nove ore di ricerche. Secondo quanto riporta la Reuters, il team turco avrebbe lasciato l’edificio consolare alle 5, il procuratore locale un’ora e mezza dopo seguito dagli investigatori sauditi. Secondo un testimone oculare, la scientifica avrebbe prelevato alcuni campioni di terreno dal giardino. A partecipare alle ricerche c’era anche un cane della polizia.
La notizia della indagine congiunta tra Turchia e Arabia Saudita giunge nelle ore in cui però Cnn e il New York Times affermano che Riyadh è pronta ad ammettere che la morte di Khashoggi sia avvenuta in seguito ad un interrogatorio finito male. A sostegno di questa tesi l’emittente televisiva statunitense ha citato ieri due fonti anonime, mentre il quotidiano newyorkese, basandosi sulla testimonianza di una persona vicina agli ambienti sauditi, ha riferito che l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman avrebbe approvato l’interrogatorio di Khashoggi o il suo ritorno in Arabia Saudita. Il New York Times aggiunge però che ora, nel tentativo di difendere il figlio di re Salman, la monarchia scaricherà addosso ad un ufficiale dell’intelligence tutte le responsabilità di quanto accaduto.
L’ammissione di colpe da parte di Riyadh rappresenterebbe un clamoroso (ma sempre più inevitabile) autogol per la monarchia saudita. Alla gravità in sé dell’atto che mostra al mondo quanto re Salman e figlio siano spietati – una immagine molto diversa da quella modernizzante e riformista di cui spesso parla la stampa mainstream occidentale – l’uccisione di Khashoggi per mano saudita confermerebbe quello che è sembrato chiaro a tutti sin dall’inizio: Riyadh va raccontando in giro bugie ridicole da giorni. Da quando il giornalista è “scomparso” lo scorso 2 ottobre, Riyadh si è sempre difesa dalle accuse di omicidio mossegli contro soprattutto da Ankara e dai principali quotidiani statunitensi affermando che Khashoggi aveva lasciato l’edificio due ore dopo il suo arrivo al consolato. Poco importa che questa dichiarazione poneva alcuni semplici interrogativi a cui i sauditi non hanno mai voluto rispondere: perché le telecamere di sorveglianze che avevano registrato l’ingresso di Khashoggi nel consolato non ne avevano ripreso però l’uscita? Perché la fidanzata di Khashoggi, che attendeva il suo futuro marito fuori il consolato, non l’ha mai più visto? Perché, se era uscito, Khashoggi non ha dato più segnali di vita?
La scomparsa/uccisione del giornalista e la gestione del caso da parte di Riyadh hanno avuto ripercussioni molto negative per i sauditi sia dal punto di vista mediatico che economico: media e aziende hanno scelto di annullare la loro partecipazione ad una conferenza di investimenti programmata questo mese in Arabia Saudita. Ieri a farsi sentire sono stati i figli Khashoggi i quali, in una nota, hanno detto di “essere tristi e ansiosi per le notizie divergenti che riguardano il destino di nostro padre con cui abbiamo perso i contatti due settimane fa”. “La forte responsabilità morale e legale che nostro padre ci ha dato – continua il comunicato – ci obbliga a richiedere una commissione internazionale, indipendente e imparziale che possa indagare sulle circostanze della sua morte”.
Il presidente Usa Donald Trump, intanto, ha inviato a Riyadh il suo Segretario di Stato Mike Pompeo nel tentativo di alleggerire le recenti tensioni tra Washington e Riyadh. Che ci sia un po’ di maretta tra i due paesi è apparso evidente ieri quando i sauditi hanno cancellato l’annuale ricevimento diplomatico previsto per questa settimana nella capitale statunitense. Anche Trump, alleato di ferro di re Salman, è stato costretto dalle pressioni interne e internazionali a rivedere la sua posizione sul caso. Al lungo silenzio dei primi giorni, il leader repubblicano ha prima risposto affermando di essere “preoccupato” e di “seguire la faccenda attentamente” per poi spingersi ieri a dichiarare che degli “assassini canaglia” potrebbero essere i responsabili dell’omicidio dell’editorialista critico della monarchia. Trump prende tempo per ora. Alla domanda sulle rivelazioni della Cnn secondo cui i sauditi ammetteranno la sua morte, il presidente ha detto di “aver ascoltato il servizio”, ma che “non si sa se sia una notizia ufficiale”.
Molto più dura sin dall’inizio è stata invece la posizione del Congresso americano: diversi parlamentari americani non hanno condiviso la gestione della Casa Bianca del caso Khashoggi e hanno addirittura chiesto all’amministrazione Trump di valutare il taglio della vendita di armi al regno wahhabita. La scorsa settimana alcuni deputati di entrambi gli schieramenti politici hanno scritto al presidente americano chiedendo che sia implementato il Global Magnistky Act, un provvedimento che autorizza il governo a imporre sanzioni contro chi ha violato i diritti umani, ne congela i suoi beni e ne vieta l’ingresso in America.
Fonte
12/10/2018
Giornalista ucciso nel consolato saudita ad Ankara. Raccapriccio e conseguenze economiche su Riad
Il governo turco ha riferito a funzionari statunitensi di essere in possesso di registrazioni audio e video che provano che il giornalista Jamal Khashoggi è stato ucciso all’interno del Consolato saudita a Istanbul. Lo scrive il Washington Post citando funzionari Usa e turchi.
In particolare, un audio confermerebbe i particolari più raccapriccianti emersi in questi giorni: “Si può sentire la sua voce, si può sentire come è stato interrogato, torturato e ucciso”, dice una delle fonti al Washington Post.
Khashoggi era andato via dall’Arabia Saudita per recarsi negli Stati Uniti dal 2017. Il giornalista aveva espresso diverse critiche sull’intervento militare di Riad nello Yemen. Dieci giorni fa il giornalista si era recato al consolato saudita ad Ankara insieme alla propria compagna che l'ha atteso invano al suo esterno. Khashoggi non ne è più uscito.
Il materiale che gli investigatori turchi affermano di avere in mano e che documenta il brutale omicidio di Khashoggi nei locali del consolato saudita, non sarebbe stato pubblicato ufficialmente perché la Turchia “teme possa rivelare come Ankara spii le entità straniere nel Paese”. Non è chiaro, sottolinea il Washington Post, se i funzionari Usa abbiano visto i video o ascoltato gli audio, oppure se i colleghi turchi abbiano descritto loro il contenuto. Secondo questi resoconti, “dopo aver ucciso” il giornalista il team di agenti sauditi si è spostato nella vicina residenza del console, dove il personale era stato fatto andare via in anticipo.
Ma l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi sta provocando conseguenze anche sul piano internazionale, soprattutto per le relazioni economiche dell’Arabia Saudita. Grandi società come Virgin, Uber, Viacom e l’Huffington Post hanno annunciato che non parteciperanno alla “Davos nel deserto”, il forum economico, in programma a Riad dal 23 al 25 ottobre. L’evento è patrocinato dal principe ereditario Mohammed bin Salman e si terrà al Ritz-Carlton. Ieri, il New York Times aveva annunciato di aver tolto il proprio patrocinio al meeting.
L’hotel Ritz Carlton che ospita il forum economico, è quello dove nel novembre del 2017 vennero portati in arresto undici principi e 38 tra ex ministri, ex vice ministri e uomini d’affari dell'Arabia Saudita nell’ambito dell’operazione anticorruzione voluta dal re Mohammed Salman.
Ma per capire quale sia il modello di comportamento delle autorità saudite, occorre ricordare che sempre a Novembre 2017, Riad aveva “sequestrato” il presidente libanese Hariri, suo uomo di fiducia in Libano, reo di aver aperto un canale di comunicazione con l’Iran.
Al suo arrivo nella capitale saudita Hariri abbe una sgradita sorpresa: venne «spogliato dei suoi cellulari, separato dal suo solito stuolo di guardie del corpo tranne una, e spinto e insultato dagli agenti della sicurezza saudita».
Secondo una ricostruzione piuttosto dettagliata del New York Times, Hariri venne portato nella sua casa di Riad dove gli venne “detto di aspettare – non più il re, ma il principe [Mohamed bin Salman ndr.]. Dalle sei del pomeriggio ha dovuto aspettare fino al mattino dopo quando venne chiamato per un incontro con il principe, ma invece di incontrare il principe [...] viene malmenato da funzionari sauditi”.
Quindi l’ultima umiliazione: «gli viene consegnato un discorso di dimissioni prefabbricato che è costretto a leggere alla televisione saudita», come «se fosse un impiegato e non il capo di uno Stato sovrano. Prima di andare in TV, non gli è nemmeno concesso di andare a casa; deve chiedere alle guardie di portargli un vestito». Il discorso viene letto alle «14:30 da una stanza che si trovava, come ha riferito un funzionario, in fondo al corridoio dall’ufficio del principe».
Fonte
In particolare, un audio confermerebbe i particolari più raccapriccianti emersi in questi giorni: “Si può sentire la sua voce, si può sentire come è stato interrogato, torturato e ucciso”, dice una delle fonti al Washington Post.
Khashoggi era andato via dall’Arabia Saudita per recarsi negli Stati Uniti dal 2017. Il giornalista aveva espresso diverse critiche sull’intervento militare di Riad nello Yemen. Dieci giorni fa il giornalista si era recato al consolato saudita ad Ankara insieme alla propria compagna che l'ha atteso invano al suo esterno. Khashoggi non ne è più uscito.
Il materiale che gli investigatori turchi affermano di avere in mano e che documenta il brutale omicidio di Khashoggi nei locali del consolato saudita, non sarebbe stato pubblicato ufficialmente perché la Turchia “teme possa rivelare come Ankara spii le entità straniere nel Paese”. Non è chiaro, sottolinea il Washington Post, se i funzionari Usa abbiano visto i video o ascoltato gli audio, oppure se i colleghi turchi abbiano descritto loro il contenuto. Secondo questi resoconti, “dopo aver ucciso” il giornalista il team di agenti sauditi si è spostato nella vicina residenza del console, dove il personale era stato fatto andare via in anticipo.
Ma l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi sta provocando conseguenze anche sul piano internazionale, soprattutto per le relazioni economiche dell’Arabia Saudita. Grandi società come Virgin, Uber, Viacom e l’Huffington Post hanno annunciato che non parteciperanno alla “Davos nel deserto”, il forum economico, in programma a Riad dal 23 al 25 ottobre. L’evento è patrocinato dal principe ereditario Mohammed bin Salman e si terrà al Ritz-Carlton. Ieri, il New York Times aveva annunciato di aver tolto il proprio patrocinio al meeting.
L’hotel Ritz Carlton che ospita il forum economico, è quello dove nel novembre del 2017 vennero portati in arresto undici principi e 38 tra ex ministri, ex vice ministri e uomini d’affari dell'Arabia Saudita nell’ambito dell’operazione anticorruzione voluta dal re Mohammed Salman.
Ma per capire quale sia il modello di comportamento delle autorità saudite, occorre ricordare che sempre a Novembre 2017, Riad aveva “sequestrato” il presidente libanese Hariri, suo uomo di fiducia in Libano, reo di aver aperto un canale di comunicazione con l’Iran.
Al suo arrivo nella capitale saudita Hariri abbe una sgradita sorpresa: venne «spogliato dei suoi cellulari, separato dal suo solito stuolo di guardie del corpo tranne una, e spinto e insultato dagli agenti della sicurezza saudita».
Secondo una ricostruzione piuttosto dettagliata del New York Times, Hariri venne portato nella sua casa di Riad dove gli venne “detto di aspettare – non più il re, ma il principe [Mohamed bin Salman ndr.]. Dalle sei del pomeriggio ha dovuto aspettare fino al mattino dopo quando venne chiamato per un incontro con il principe, ma invece di incontrare il principe [...] viene malmenato da funzionari sauditi”.
Quindi l’ultima umiliazione: «gli viene consegnato un discorso di dimissioni prefabbricato che è costretto a leggere alla televisione saudita», come «se fosse un impiegato e non il capo di uno Stato sovrano. Prima di andare in TV, non gli è nemmeno concesso di andare a casa; deve chiedere alle guardie di portargli un vestito». Il discorso viene letto alle «14:30 da una stanza che si trovava, come ha riferito un funzionario, in fondo al corridoio dall’ufficio del principe».
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