Ieri quanto atteso da qualche mese si è concretizzato: la
Camera dei Rappresentanti ha votato a favore della risoluzione che
chiede la fine della partecipazione statunitense alla
guerra saudita contro lo Yemen. Lo scorso anno, prima del
mid-term, la camera aveva bocciato la mozione dei senatori. Poi la
svolta: i senatori ne avevano votata un’altra, passata poi alla Camera
diventata dopo il voto a maggioranza repubblicana.
Ieri con 247 a favore e 175 contrari, il Congresso ha dato il via
libera alla risoluzione che impone la fine del coinvolgimento americano
nella campagna militare che i Saud hanno lanciato nel marzo 2015 – ma
non la guerra dei droni iniziata da Obama contro al Qaeda nella Penisola
arabica. Un coinvolgimento iniziato sotto la presidenza Obama e che prevede sostegno logistico, rifornimenti e scambio di intelligence.
Immediati i festeggiamenti dei democratici, con Bernie Sanders – il promotore della mozione – in prima fila a celebrare:
“Una chiara posizione contro la guerra e la carestia – ha scritto su
Twitter il senatore del Vermont – Questo è solo l’inizio di un dibattito
nazionale su quando e dove andare in guerra e sull’autorità del
Congresso sulla decisione”.
Un riferimento al War Power Act del 1973, legge approvata durante la
guerra in Vietnam che riconosce ai parlamentari il potere di coinvolgere
o meno l’esercito statunitense in una guerra, ma spesso calpestato dai
presidenti. Ora la palla passa a Trump che potrebbe, quasi
sicuramente, porre il veto: in ballo ci sono i rapporti, strettissimi,
con la petromonarchia saudita, non solo militari e di vendita di armi ma
anche economici e commerciali. Rapporti che in alcuni casi coinvolgono
personalmente lo stesso tycoon.
Il veto arriverà, è quasi scontato, ma Trump dovrà comunque fare i
conti con un voto bipartisan: ieri a votare a favore della mozione sono
stati anche repubblicani e la stessa cosa era accaduta al Senato. A
smuovere gli animi dei repubblicani non è stata la devastazione del
paese più povero del Golfo, i suoi 50mila morti, milioni di sfollati e
oltre 20 milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari che
arrivano a tratti. Ma piuttosto l’omicidio brutale del giornalista
dissidente Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso nel
consolato saudita di Istanbul da un commando formato da fedelissimi del
principe ereditario Mohammed bin Salman.
Proprio quell’omicidio, oltre ad aver sollevato proteste interne,
aveva infastidito il Congresso anche per il rifiuto dell’amministrazione
Trump a riferire in merito di fronte ai parlamentari. Lo aveva fatto la
Cia, individuando in MbS il mandante di quell’assassinio.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento