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venerdì 19 aprile 2019

L’Antimafia mette in crisi la Lega e il governo

Un sottosegretario indagato per sospetta corruzione da parte di imprese di copertura della mafia, non è una novità. Che il sottosegretario in questione si occupi di infrastrutture, nemmeno. Come ricordano sempre i No Tav, dietro ogni grande opera infrastrutturale ci sono sempre anche interessi della grande malavita organizzata.

Che un sottosegretario sospettato di cotanta vergogna sia difeso a spada tratta dal ministro dell’Interno – magari da uno che va in giro spesso travestito da poliziotto – invece è proprio una novità.

Ancor più “innovativa” è la tecnica investigativa usata dal suddetto ministro di polizia: “Ho sentito Siri (Armando, il sottosegretario sotto inchiesta, ndr) oggi, non sapeva nulla“. Se un qualsiasi accusato se la potesse cavare così, probabilmente, avremmo galere vuote e aule di tribunale deserte, con grave crisi occupazionale tra guardie ed avvocati. E dire che il ministro di polizia ha qualche strumento di informazione riservata in più, rispetto all’autocertificazione dell’accusato...

In fondo aveva già patteggiato una condanna per bancarotta fraudolenta, risulta titolare di un paio di società con sede in paradisi fiscali, e quel socio in odor di mafia è storia non proprio nuova...

Ironia a parte, la vicenda del sottosegretario leghista indagato dall’Antimafia sta dando gli ultimi colpi di maglio a una maggioranza di governo – e a una classe politica di risulta – che l’establishment non ha mai apprezzato troppo. Neanche quando rinunciava, una dopo l’altra, a tutte le promesse fatte in campagna elettorale, sotto la pressione dei “mercati” e della Ue.

Per i Cinque Stelle, pur parecchio “secolarizzati” rispetto ai tempi in cui chiedevano “ogni indagato si deve dimettere”, si tratta del classico problema che può tramutarsi in un’occasione. Il problema è rappresentato dal fatto che un sospetto di corruzione/collusione con la mafia proprio non può rientrare tra le numerose “eccezioni” fin qui fatte sui sacri princìpi; dunque sono obbligati a chiedere le dimissioni di Siri. L’occasione, palpabile, è quella di arrestare l’ascesa nei sondaggi dell’invadente alleato leghista.

Ma qui il rischio deragliamento per il governo diventa altissimo. Siri non è un sottosegretario qualsiasi. E’ il principale consigliere economico del poliziotto en-travesti, nonché estensore della proposta-simbolo della Lega in vista delle Europee: la flat tax.

Dunque la sua caduta si tradurrebbe in una piccola valanga dentro il Carroccio (nessuno può credere che sia davvero un “partito coeso”, vista la marea di interessi strutturati che hanno fin qui sostenuto il corso salviniano), perché se non riesce a difenderti un vice-premier ministro di polizia vuol dire che devi proprio sparire dalla circolazione. Tu e tutti quelli che rappresenti.

Come si vede, per quanto riguarda “la politica” italiana siamo sempre lì. All’incrocio tra interesse pubblico, interessi mafiosi, “statisti” di spessore zero, politicanti furbetti abbagliati dalla potenza della “comunicazione” trasformata in “autopromozione”, imprenditori nelle anticamere di Palazzo con la mazzetta nella 24ore... Mancano solo le olgettine, ma attendiamo fiduciosi.

Nel frattempo i paparazzi ci ammanniscono un Mario Draghi “dal volto umano”, che va a messa la domenica con la moglie. Sia mai detto che un candidato premier per un governo di “salvezza nazionale” possa esser sospetto di laicità...

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