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16/10/2018

Macron vorrebbe Mélénchon come Lula

Stamattina la polizia francese ha perquisito la sede di France Insoumise, il movimento guidato da Jean-Luc Mélénchon, sequestrando computer e telefoni dei suoi collaboratori, compresi alcuni parlamentari.

L’inchiesta giudiziaria punta a trovare “prove” che alcuni attaché del movimento, pagati con i fondi europei a disposizione di qualsiasi parlamentare europeo, fossero in realtà attivisti del movimento, anziché “semplici segretari”. Come se un movimento politico assumesse gente senza badare al suo orientamento politico, foss’anche per le pulizie delle proprie sedi...

La seconda inchiesta parla genericamente di irregolarità nelle spese per la campagna elettorale delle presidenziali del 2017. Fuffa allo stato puro. Utile solo a schizzare un po’ di fango su un movimento di sinistra che sta cambiando la geografia politica continentale, contrastando l’avanzata delle destre sul piano del consenso popolare, denudando l’Unione Europea per quel che è: una costruzione di governance sottratta al controllo democratico e al servizio del grande capitale, multinazionale e finanziario. Non uno “spazio politico” entro cui si possa lottare per “cambiarlo dall’interno”.

Jean-Luc Mélénchon ha chiamato a raccolta gli attivisti sotto la sede parigina, per difendere il movimento da un chiaro attacco politico che somiglia come una goccia d’acqua a quello che ha portato in carcere, in Brasile, l’ex presidente Lula Ignacio da Silva.

Il paragone lo ha fatto lo stesso leader del movimento che ha raccolto il 19,6% dei consensi alle presidenziali e attualmente è dato dai sondaggi come “il politico più popolare di Francia”, mentre Macron è precipitato al di sotto del 30% (di gran lunga record negativo per un presidente dopo poco più di un anno d'insediamento).

“Domani vedrete, troveranno una scusa, qualche ragione, per fottermi con una capanna, come hanno fatto con Lula, come fanno con tutti, questa è la loro nuova tecnica”, ha spiegato in diretta nel video postato durante la perquisizione.

Non che il vecchio vizio del golpe militare sia passato completamente di moda, perlomeno nei paesi più deboli. Ma anche in questo campo l’Italia ha dato il suo contributo con il format di “mani pulite”, presto riscritto in chiave imperialista come golpe suave, con la formazione di un discreto numero di magistrati direttamente negli Stati Uniti – come quel Sergio Moro che ha messo sotto inchiesta Lula, fino a farlo arrestare – da usare poi per fermare partiti e movimenti politici di sinistra in America Latina (per esempio in Argentina e Paraguay, poi anche in Ecuador, infine in Brasile).

In Francia non c’è neanche bisogno di ricorrere a questo tipo di “funzionari addestrati altrove”, perché lì la magistratura inquirente – ossia i pubblici ministeri, quelli che aprono le indagini – sono direttamente sottoposti al governo tramite il ministro della giustizia. Una circostanza che una decina di anni fa portò addirittura a un “monito” da parte dell’Unione Europea perché in palese contraddizione con la ripartizione dei tre poteri in una democrazia liberale.

Quindi non è affatto un “sospetto” che Macron abbia freddamente deciso di far colpire il movimento che è oggi il suo più pericoloso antagonista, alla guida delle mobilitazioni e degli sciopero di questi ultimi mesi, contro tutte le “riforme” che stanno facendo diventare la Francia come l’Italia di Monti-Fornero, Renzi, Berlusconi e il governo grilli-leghista. Ossia zero diritti dei lavoratori, precarietà per tutti, cancellazione del welfare, età pensionabile da elevare fino a raggiungere a quella di morte...

Non è del resto un caso che Macron sia considerato dall’establishment finanziario-europeista come il leader naturale di uno schieramento continentale a difesa dell’Unione Europea. Mentre Mèlénchon e la France Insoumise sono il cuore dello schieramento in costruzione contro i trattati europei ordo-liberisti, fino a elaborare un “piano B” che prevede la rottura della Ue e la costruzione di una comunità di Stati fondata sulla difesa delle classi più deboli.

Uno schieramento che rompe – pur nella grande diversità dei soggetti partecipanti – la falsa alternativa tra “sovranisti nazionalisti/sovranisti europeisti”, presentata qui in Italia come l’unica possibile scelta elettorale futura. Proprio l’esperienza concreta del governo grillin-leghista, del resto, sta qui a dimostrare che si può essere tranquillamente fasciorazzisti e fedeli all’Unione Europea, così come Macron può far finta di criticare i respingimenti di Salvini e poi far portare clandestinamente in Italia – ma dalla stessa polizia d’Oltralpe – migranti che decide di espellere.

Dove sta la differenza? Nell’accusarsi a vicenda?

Neppure nell’attacco giudiziario contro l’opposizione differiscono di una virgola. Salvini ha scatenato le truppe contro il “modello Riace”, facendo arrestare Mimmo Lucano e preparando la deportazione di tutti gli immigrati che si erano integrati nel piccolo paese. Deve far dimenticare che un’alternativa concreta al suo modo di affrontare i problemi dell’integrazione degli immigrati esiste, funziona, dà risultati, diminuisce schiavismo e microcriminalità anche in Calabria.

Macron spara direttamente al “bersaglio grosso”, facendo la stessa cosa contro un movimento grande, radicato, conflittuale e politicamente in ascesa. Che si è candidato a spazzar via lui e le sue politiche di austerità, alla prima occasione possibile.

Se c’è una differenza, insomma, riguarda la “taglia” dell’avversario. A Salvini piace “vincere facile”, Macron sta annegando ed è costretto a rischiare di più. Tutto qui.

E’ comunque una novità di grande portata. Per la prima volta, nella “civile Europa”, un governo in crisi di consenso usa esplicitamente l’arma giudiziaria per indebolire l’opposizione politica principale. Vedremo come reagiranno le “forze europeiste” a questa novità, ma non nutriamo alcuna illusione, proprio perché queste hanno già scelto Macron come l’unico – o ultimo – “campione” cui affidarsi.

Nella costruzione di un movimento di opposizione reale, invece, questa novità va colta nella sua interezza. Tutti siamo nati e cresciuti in “regime democratico”, con diritti e garanzie ragionevolmente certi, esigibili in diverse sedi (sul lavoro, negli ospedali, in tribunale e perfino nelle galere). Oggi questa certezza è messa in discussione nel cuore della “civile Europa”. Addirittura in Francia. E non nei confronti di qualche oscuro gruppuscolo politico dai metodi “incerti”. Ma contro la principale forza dell’opposizione parlamentare.

Segnatevi questa data. Farà storia, comunque.

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