Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/01/2021

Normalizzare i devianti, disciplinare il lavoro. Storia di una comunità/fabbrica

di Alexik

A volte ritornano, come fantasmi maligni, come ricordi amari.

Gli anni ’80 periodicamente riemergono dal limbo in cui avresti voluto relegarli, con tutto il loro portato reazionario. Rappresentano il giro di boa, il decennio in cui il capitale si è ripreso il suo spazio per costruire un nuovo ordine, sulle ceneri dell’ultimo tentativo di rivoluzione dell’Italia del ‘900. E sulle ceneri della generazione che aveva cercato di cambiare tutto, rinchiusa nelle carceri speciali, ricacciata nel riflusso, devastata con l’eroina.

L’eroina era la sostanza perfetta. Uno strumento di ‘pacificazione’ di successo già collaudato (assieme al crack) per neutralizzare la ribellione giovanile e le organizzazioni della rivoluzione nera negli Stati Uniti.

L’eroina riusciva a deviare il sogno di rivoluzione verso la fuga individuale in un paradiso fittizio. Rendeva deboli e ricattabili i potenziali ribelli.

Spostava il campo di battaglia dallo scontro contro lo Stato a quello della microconflittualità contro i propri simili, creando disgregazione sociale e desolidarizzazione all’interno dei quartieri popolari. Forniva pretesto alla militarizzazione dei territori.

Il suo consumo si espandeva veloce, probabilmente anche al di là delle intenzioni iniziali, colpendo le generazioni successive, straripando dalle case popolari ai quartieri del ceto medio, fino alle ville dei ricchi. Producendo, in questo modo, tantissimo ‘materiale umano’, utilizzabile per la sperimentazione di nuovi modelli di controllo sociale.

“SanPa: luci e tenebre di San Patrignano”, narra la storia del principale fra questi esperimenti, creato da Vincenzo Muccioli sulle colline riminesi, e da lui diretto con poteri assoluti fino alla sua morte nel 1995.

Un racconto costruito attraverso l’alternarsi di numerose testimonianze: ospiti ed ex ospiti della comunità (fra cui alcuni stretti collaboratori del fondatore), membri della famiglia Muccioli, giornalisti, giudici, psichiatri, supporters, rappresentanti istituzionali.

Ognun* con la sua angolazione visuale, tale da costruire nell’insieme l’immagine di un fenomeno sicuramente multiforme e complesso.

La docu-serie prodotta da Netflix ha acceso in questi giorni ferventi polemiche. L’attuale direzione della comunità e i suoi fedeli, da Red Ronnie a Letizia Moratti, l’accusano di essere “sommaria e parziale con una narrazione che si focalizza sulle testimonianze dei detrattori“.

Un’opinione contraddetta dall’ampio spazio concesso dal docufilm ad Andrea Muccioli, figlio del fondatore, allo stesso Red Ronnie, e ad Antonio Boschini (tuttora responsabile medico della Comunità), le cui interviste attraversano l’intero corso delle cinque puntate.

Interviste che si affiancano anche a numerose immagini di repertorio non certamente ostili: cortei di madri che inneggiano a SanPa, le parole dei giornalisti amici (da Minoli a Biagi, da Costanzo a Montanelli), il sostegno del petroliere Gian Marco Moratti, principale sponsor finanziario della comunità.

Ma soprattutto, la voce che si ascolta maggiormente è quella di Vincenzo Muccioli.

E non è certo colpa dei suoi detrattori se rivendica lui stesso, davanti alle telecamere, la giustezza della riduzione in catene dei fuggiaschi, l’uso della violenza fisica come metodo rieducativo, o la negazione del sostegno farmacologico durante le crisi di astinenza.

Se ridicolizza in modo sessista e spregevole (col giochino dell’anello) le denunce di violenze sessuali delle recluse, o se dichiara candidamente di aver taciuto e mentito sull’omicidio di Roberto Maranzano, massacrato di botte e ucciso in un reparto punitivo della Comunità.

È Vincenzo Muccioli il peggior detrattore di se stesso, con le sue esternazioni che finiscono per rendere poco credibili anche le difese d’ufficio dei suoi più convinti sostenitori.

I quali probabilmente si aspettavano di partecipare ad un documentario apologetico, che è ciò a cui erano stati abituati durante decenni di ostracismo televisivo nei confronti delle vittime della comunità.

Come ricorda Rita Maranzano, sorella di Roberto, in una conferenza stampa del 1994 il cui audio è disponibile sul sito di Radio Radicale[1]:

“È stato dato spazio a tutti coloro che sostengono il signor Muccioli, a lui e alla sua famiglia, a chi invece voleva opporvisi è stato dato sempre un netto rifiuto. Io per esempio due anni fa dovevo partecipare alla trasmissione I fatti vostri, mi hanno fatta andare a Roma e poi a Roma mi hanno detto che era arrivato il veto di Minoli [all’epoca capostruttura di Rai2] e quindi non potevo partecipare. Ho sempre cercato di contattare Rai1, Rai2, Rai3, la Fininvest. Ho trovato un muro.”

Il docufilm sceneggiato da Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, per la regia di Cosima Spender, rappresenta finalmente una breccia su quel muro, e una restituzione di verità e dignità per tutt* quell* che hanno avuto il coraggio di denunciare ciò che hanno visto e subito là dentro, nonostante le minacce, le rappresaglie e la denigrazione.

Un laboratorio per le controriforme

Come dicevo, San Patrignano è stato (e non so in che misura sia ancora) un fenomeno multiforme e complesso, non banale.

Non riducibile solo all’aspetto della violenza fisica, che comunque l’ha accompagnato fin dalla nascita, da quel primo messaggio di aiuto lanciato nel ’79 dal ventisettenne Paolo Morosini: “Sono prigioniero di queste persone. Telefonate alla polizia o ai carabinieri. Ho già avuto 7 collassi e sto malissimo“.

Un segnale seguito dalla seconda denuncia nell’ottobre dell’80, quando Maria Rosa Cesarini riesce a fuggire dalla comunità dopo essere stata rinchiusa per sedici giorni in una piccionaia.

Durate la perquisizione che ne segue, vengono trovati dalla polizia, al freddo e nel sudiciume, “Luciano Rubini e Leonardo Biagiotti incatenati in due locali usati come canile, Marco Marcello Costi incatenato alla porta in ferro di un locale di tre metri per uno e Massimo Sola incatenato ad un manufatto adibito a colombaia”[2].

Sono loro i ragazzi ritratti nelle foto simbolo del “processo delle catene”, un processo fortemente mediatizzato che porterà San Patrignano ai disonori delle cronaca, ma non fermerà la violenza.

Perché al di fuori dell’aula di tribunale, gran parte della società plaude a quella violenza.

Plaude alla sospensione delle garanzie dello stato di diritto per i tossicodipendenti, alla liceità di sequestrarli e richiuderli al di fuori di qualsiasi previsione di legge, ed è disposta ad accettare anche l’uso di trattamenti inumani e degradanti pur di toglierseli di torno.

Partecipa a quella violenza, rifiutando di accogliere e proteggere chi tenta di sottrarsene.

Una società che quando evadi ti cattura, e ti riconsegna a loro.

O che ti chiude tutte le porte, costringendoti a tornarci, perché è l’unico posto dove ti è concesso stare.

Durante il “processo delle catene”, anche dopo la condanna in primo grado, i tribunali di tutta Italia continuano ad inviare tossicodipendenti a SanPa per scontare la pena, nonostante i suoi sistemi siano ormai noti.

In appello, e poi in Cassazione, la magistratura finisce per assolvere Vincenzo Muccioli, spalleggiato dal potere politico e dalle televisioni pubbliche e private a reti unificate.

Lo assolve dalle accuse di sequestro di persona, violenza e maltrattamenti, per “aver agito in stato di necessità putativa“, legittimando con l’impunità il via libera all’uso di quegli stessi metodi, che nel frattempo continuano ad essere esercitati “as usual”.

Una decisione che conferma quell’aura di “extraterritorialità” che avvolge la comunità sulla collina, apparentemente immune anche alle leggi edilizie e fiscali.

Tanta accondiscendenza da parte dello Stato è legata certamente a numerosi interessi contingenti – la comunità muove soldi, voti e consenso – ma al di sopra di questi, c’è il fatto che San Patrignano interpreta pienamente lo spirito del tempo, di quegli anni ’80 inaugurati dalla sconfitta operaia alla Fiat e dalle crociate antiabortiste di Wojtyla.

La comunità partecipa alla costruzione del nuovo ordine, riuscendo a riassumere in una sola esperienza tutte le controriforme possibili.

A partire dalla logica patriarcale che la sottende, con al centro un Dio/padre/padrone dotato di potere assoluto sui suoi ‘figli’, redenti dalla colpa della tossicodipendenza attraverso l’imposizione della disciplina e la rieducazione del lavoro. Un lavoro coatto e gratuito – nelle strutture agricole e artigianali di SanPa – che riporta alla mente, più che lo spirito cooperativo, quello delle workhouses dell’età vittoriana, le fabbriche/prigione istituite per togliere i poveri e vergognosi dalle strade e raddrizzare le loro cattive abitudini.

In fatto di diritti del lavoro, San Patrignano incarna, in pratica, il sogno proibito di quella borghesia industriale che negli anni ’80 ha da poco riguadagnato il controllo delle fabbriche, la libertà di licenziamento e la vittoria al referendum sulla scala mobile.

Inoltre la vocazione reclusoria della comunità fa da contraltare alla Legge Basaglia, che ha da poco modificato radicalmente i presupposti per la privazione della libertà personale in assenza di reati, ed alla riforma sulle tossicodipendenze del ’75 (quella che istituisce i servizi territoriali pubblici di assistenza) che, come vedremo, SanPa si impegnerà ad emendare dettando ai decisori politici il testo della Iervolino Vassalli.

Ma è nella distruzione/costruzione delle identità e delle coscienze dei reclusi, e nello sviluppo di modelli originali nell’organizzazione delle funzioni di controllo, coercizione, punizione, che la comunità di Muccioli riuscirà a dare il meglio di sé. (Continua)

Note

1) Presentazione dell’ASS. dei Familiari e Amici delle vittime di San Patrignano, Radio Radicale, Bellaria, 10 dicembre 1994.

2) Tratto da “la mappa perduta“.

Fonte

03/01/2019

Afghanistan - Trump ritira i militari, ma lascia migliaia di mercenari a combattere

La notizia del ritiro dei militari statunitensi dall’Afghanistan, dopo 17 anni di invasione e guerra costata decine di migliaia di morti e centinaia di miliardi, è stata valutata sulla base di informazioni che meritano di essere completate. La partita in gioco nel cuore dell’Asia non è infatti un gioco da cui ci si può sottrarre con un tweet. Magari si tratta solo di cambiare le divise con cui stare sul campo. Via i marines (che crea consenso) ma dentro i contractors ingaggiati da compagnie privati con appalti del Pentagono.

Oggi, secondo fonti militari, in Afghanistan in modo più o meno regolare, operano contractors in numero doppio rispetto ai militari regolari schierati. I dati ufficiali offrono cifre non così contundenti ma occorre tenere conto di quelli ufficiosi.

I contractors sono infatti un esercito quasi invisibile, non monitorato dalle istituzioni internazionali perché soggetti “privati”. I mercenari della guerra, oggi chiamati in modo più rassicurante “contractors” hanno come unico scopo il compenso, anche elevato, che gli viene erogato. Magari integrandolo con altri e inquietanti “fuori busta” che nulla hanno a che vedere con la “stabilità” del paese. L’Afghanistan, è bene ricordarlo, è il maggiore produttore al mondo di oppio e la produzione negli ultimi anni è aumentata a dismisura. Nel 2017 i coltivatori di papaveri hanno battuto ogni record e raggiunto le novemila tonnellate di produzione di oppio: l’87 per cento in più rispetto al 2016. E l’eroina a bassissimo prezzo sta inondando di nuovo le metropoli occidentali.

Secondo una inchiesta del Financial Times, i contractors vengono retribuiti con 500/600 dollari al giorno per operare aggregati ai battaglioni afghani (kandak) in prima linea per turni di tre mesi seguiti da due mesi di pausa.

Si tratta di forze armate “non regolari” ma dotate di supporti logistici e un centinaio di velivoli tra elicotteri e aerei da attacco, inquadrati all’interno delle forze armate afghane.

Washington spende ogni anno per sostenere la missione a Kabul e appoggiare e addestrare le forze afghane circa 45 miliardi di dollari, mentre l’esercito di contractors costa “solo” 10 miliardi annui per un contratto biennale.

Dieci anni fa (nel 2008) i contractors in Afghanistan costituivano il 69% della forza lavoro del Dipartimento della Difesa: la più alta percentuale della storia degli Stati Uniti. Da dicembre 2008 a marzo 2011 il loro numero è passato da 3.689 a 18.971 (+400%). A partire del 2008 è stato introdotto un processo ufficiale di autorizzazione che ha conferito la licenza a 39 società di contractors in Afghanistan. L’anno seguente il numero era salito a 52 di cui 25 straniere e 27 locali.

Il picco era stato raggiunto nel 2012, quando i contractors erano ben 117.227, di cui 34.765 americani, 37.898 di Paesi terzi e ben 44.564 locali. Le truppe americane in quel periodo erano 88.200.

Secondo i dati prodotti da Analisi Difesa, un anno fa in Afghanistan erano presenti 23.525 contractors del Dipartimento della Difesa, rispetto ai 24.900 di aprile. Su 23.525, 9.436 erano americani; 8.873 di Paesi terzi e 5.216 operatori locali. I militari “regolari” statunitensi in Afghanistan nel 2017 erano 15.300. Poi ci sono circa 8.300 soldati degli altri paesi della Nato. A occhio i militari stranieri “regolari” e quelli “a contratto” si equivalgono.

Fonte

05/11/2018

Sulla “compagna” cocaina

Non me ne vogliate ma penso che il problema sia più serio di quanto si pensi. E vi chiedo scusa se ci ritorno ma molti sottovalutano il tema. Se la cocaina entra dentro i nostri spazi, dentro i collettivi, dentro le nostre relazioni finisce nel tempo per prevalere politicamente.

Prevalere perché diventa una compagna che ritrovi nei concerti, nel prima e dopo serata. Di lei non se ne parla mai troppo nelle assemblee perché qualcuno c’è più o meno amico, perché lei poi non è che fa i danni dell’eroina.

Finisce così, per essere una di noi, e alla fine conosce tutti. Perché con lei si ragiona bene, ci si diverte e a volte ci porta anche a fare delle grandi intuizioni.

A volte mette insieme anche i peggio fascisti del quartiere con i migliori compagni, e li tiene buoni amici, perché alla fine sai che c’è? Che se alzi troppo il livello rischi di metterti contro molti dei nostri e dei loro. E così, pippata dopo pippata, si diventa un po come tutti gli altri.

Ed anche i nostri posti a pensarci bene rischiano di diventare come tutti gli altri posti dove lei alla fine prevale. Prevale perché ci mette l’uno contro l’altro, isolandoci come se non bastasse la vita di merda che questo sistema ci costringe a fare tra richiesta di prestazioni ed ansia sociale. Noi possiamo perdere le battaglie, ma non possiamo permetterci di smettere di farci le domande che sono necessarie.

Chi si avvantaggia dal traffico di cocaina?

Cosa sta provocando e cosa ha provocato nelle strade la diffusione di questa sostanza? Domandarselo è il miglior modo per trovare le risposte politiche.

*****

Il tema è ovviamente enorme e in materia si possono trovare decine di testi molto chiarificatori sul legame tra diffusione delle droghe pesanti e dissoluzione dei movimenti collettivi di protesta. Per chi, fortunatamente, è molto giovane consigliamo intanto alcune letture, che ricostruiscono la prima grande offensiva imperiale contro i movimenti:

L'Operazione Blue Moon

L'Operazione Blue Moon - La guerra non ortodossa in Italia

Operazione Blue Moon - Eroina di Stato in nome della "pace sociale"

Fonte

29/10/2018

Sulla mia pelle: un Cristo contemporaneo tra Kafka e Pasolini

La delinquenza – come anche, con essa, la tossicodipendenza – e la marginalità, la miseria, l’indigenza che spesso le determinano, all’interno di una società capitalistica e sviluppata, sono produttive. Producono cioè l’intero sistema legale, il conseguente apparato di sorveglianza e punizione (per rimandare a Foucault), nonché l’indotto complessivo, in termini culturali, sociali e repressivi. Ma, soprattutto, fanno comodo ai padroni.

«I padroni si servono della delinquenza: additando al disprezzo delle masse – servendosi dei loro giornali – i poveracci, i manovali del furto, quegli sbandati che, con la loro dottrina, hanno instradato al crimine. Si rifanno così una verginità, e abituano la gente a pensare che le uniche rapine, estorsioni, furti, omicidi, sono quelli fatti da questi disperati “pistola in pugno”, e non quelli che ogni giorno commettono (lor signori, ndr), con lo sfruttamento. Preparano l’opinione pubblica alla polizia che spara e uccide, condannando a morte senza processo, dietro il comodo paravento della “difesa della tranquillità dei cittadini”».

E ancora: «Il carcere è forse l’aspetto più evidente dello scopo di uccidere che si pone il capitalismo. È sempre stato usato per ricattare, spaventare, tenere sottomesso il popolo, e dove l’intimidazione non bastava, è servito per torturare, ridurre a larve umane, uccidere lentamente e legalmente, tutte le volte che i padroni non avevano la forza o il coraggio di fucilare o massacrare nelle piazze tutti quelli che non accettavano passivamente lo sfruttamento e la miseria».

E infine: «Se c’è una cosa che unisce strettamente gli operai (il proletariato, ndr) e i cosiddetti delinquenti comuni è proprio l’odio per la polizia, “il braccio armato dei padroni”. La polizia sarà sempre usata per reprimerci, anche se è formata da poveri diavoli. E sarà proprio questa violenta lotta in comune, uno dei principali motivi che porteranno a unirsi, nelle piazze e nei quartieri, operai, disoccupati, “sottoproletari”».

Si tratta di tre brani estrapolati da Liberare Tutti i Dannati della Terra, un’edizione, ormai introvabile, di Lotta Continua, datata 1973. Un libro scritto, come può leggersi in epigrafe, «dal proletariato» per il proletariato tenuto prigioniero, vessato, torturato e a volte ammazzato, nelle carceri dei padroni e dai loro servi in divisa. Un libro importante, di quelli che oggi – considerata l’orgia legalista, securitaria, manettara, alla quale partecipano, giocondi, istituzioni, magistratura, polizie, giornalisti e gran parte del popolo – sarebbe inimmaginabile, non dico scrivere, ma addirittura concepire.

Orbene, quel volume e quei passaggi, con le contigue riflessioni scaturitene, mi sono tornati in mente, con tutta la loro rivoluzionaria carica di rabbia, dolore e denuncia, durante la visione di Sulla mia pelle. La pellicola – è proprio il caso di rielaborare tristemente questo semantema – agghiacciante e struggente, intensa e tragica; furente, come uno squarcio su una tela di Brugel; urticante e penetrante, come una spada che buca la carne e rompe le vene; mortificante, essenziale, incazzata, lucida, anti retorica, coraggiosa; ma soprattutto (una pellicola) necessaria, sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi. Il trentunenne romano, tossico – uso il termine volutamente, non con valore dispregiativo ma, anzi, con pervicace volontà iconoclastica e orgoglioso senso di appartenenza ai cosiddetti reietti, emarginati, rifiuti sociali, ai quali mi sono sempre pregiato di ascrivermi – torturato e assassinato, a calci e pugni, da tre carabinieri, dopo un banale fermo.

E possiamo gridarlo ad alta voce, ormai, che di infame e brutale assassinio si trattò, visto che risale, ad alcuni giorni or sono, la confessione, depositata da uno dei tre militari dell’Arma, accusati dell’omicidio di Stefano, con cui questi ha chiamato in correità i colleghi. Confessione che, prima ancora di configurare un atto giuridico, costituisce quel cattolico sacramento finalizzato al riconoscimento delle proprie colpe e, dunque, all’espiazione dei propri peccati. Quei peccati, in questo caso, che ci auguriamo invece vivamente, continuino a torturare l’incostante e offuscata coscienza del vile, ma cristiano, rappresentante della Benemerita. Il quale, quell’Io confesso l’ha pronunciato nientepopodimeno che a distanza di ben nove anni! Ma bisogna capirlo: certe decisioni vanno ponderate con la dovuta accuratezza, specie se hai a che fare con oscuri graduati che potrebbero farti il culo.

E dunque, noi vogliamo farli qui, i nomi di quegli ignobili “uomini da niente” che, abusando del loro potere, hanno massacrato un ragazzo inerme, colpevole solo di non rientrare nel loro gretto schema mentale e nel loro pregiudizio esistenziale. In base ai quali, chiunque si macchi di diversità – il reato moralmente più riprovevole e scabroso, nell’ipocrita società italiana, sempre più omologata, perbenista, borghese, “bianca” e cattolicamente atea – va punito e, all’occorrenza, giustiziato. Stuprato, se donna.

Basti ricordare il caso più eclatante e famigerato: quello della compianta Franca Rame. Il cui stupro – la sua indicibile colpa era di essere attrice, anarcocomunista, e soprattutto interprete, con Dario Fo, dello spettacolo che denunciava l’omicidio di Giuseppe Pinelli ad opera della polizia e, nella fattispecie, del commissario Calabresi e dei suoi uomini – fu eseguito da fascisti di Piazza San Babila, a Milano, sempre pronti a prestare la loro criminale opera agli sbirri. L’ordine veniva dai vertici della caserma Pastrengo, nello stesso capoluogo lombardo, nelle persone del Generale Giovanni Battista Palumbo (all’epoca, comandante della piazza di Milano), con il coinvolgimento del futuro capo del Sid, Generale Vito Miceli. Lo stesso Miceli che venne poi accusato, a più riprese, di aver preso parte a tentativi eversivi di stampo autoritario e di aver ordinato e coperto alcune delle stragi che hanno insanguinato il nostro paese. D’altronde, questa è la cultura che permea militari e corpi di polizia italiani, sin dalla risorgimentale “Unità della Patria”. Una cultura imbevuta di violenza, machismo, razzismo e servilismo. Insomma, una cultura fascista!

Francesco Tedesco (il reo confesso), Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro (i due militari accusati dell’omicidio), il maresciallo Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi (responsabili di aver coperto quanto avvenuto). Questi i nomi dei cinque “signori” in divisa che, la sera del 15 Ottobre 2009, condannano a morte Cucchi, la cui “grave” colpa era di essere tossicodipendente. E che eseguono “la sentenza”.

Per una volta, vogliamo credere che anche un film – e dunque l’Arte e la Cultura, quando divengono linguaggio con cui si aprono al mondo e ci parlano di esso, attraverso la loro forma (per parafrasare Adorno) o ne penetrano la realtà e ne succhiano l’essenza (per dirla con Lukàcs) restituendone, attraverso un esempificatorio smantellamento delle sovrastrutture, quei rapporti economici e perciò stesso di Potere, su cui poggia il dominio della classe dominante – abbia potuto determinare, insieme alle implicite dinamiche psicologiche, inter ed intrasoggettive, e a quelle prodottesi in seguito al reale procedere dei fatti, questo nuovo corso processuale. Ad uno con quello che Ilaria Cucchi, la mai doma e fiera sorella di Stefano, ha definito lo sgretolamento del muro di omertà.

Un film, quindi, necessario, come dicevo più sopra, di cui non mi è facile parlare perché mi è costato non poca fatica e sofferenza, il guardarlo. E per precise ragioni personali.

Pertanto, mi corre l’obbligo, nell’atto di scrivere quella che, più che una recensione potrebbe leggersi come una minuziosa analisi al microscopio dell’intimo tumulto che, Sulla mia pelle, ha scatenato – andando a graffiare i nervi più scoperti nella vita di chi scrive – di fare una precisazione. Vidi la pellicola circa un mese fa, in pratica nei giorni della sua uscita in sala. Tante volte mi sono emozionato di fronte ad un film, ad uno spettacolo, ad un quadro, ad una scultura; leggendo una poesia o un romanzo; mi sono anche commosso, in alcune occasioni: raramente da giovane un po’ di più con il passare degli anni, quando la durezza dello spirito e dell’intelligenza lascia il posto, a tratti, all’indulgenza del sentimento. Ma mai mi era capitato di scoppiare in un pianto quasi disperato.

Alla fine della proiezione di Sulla mia Pelle, infatti, non ho saputo e non ho voluto trattenere le lacrime, sopraffatto dalla continua fibrillazione, affiorante dalle profonde corde del nostro inconscio, che mi aveva scosso durante l’intera durata del film. Una fibrillazione – ci tengo a precisare – mai sentimentalistica, ma sempre schiumante rabbia e odio, contro istituzioni e divise; contro il perverso potere dell’arbitrio e del sopruso. Avviluppata in un viscerale cordone ombelicale di amore, umano e fraterno, per Stefano.

Merito, ovviamente, del film. Che, prodotto da Cinamaundici e Lucky Red, è stato diretto, con la mano ferma e la determinazione intellettuale di chi sa di star raccontando la semplice verità dei fatti, da Alessio Cremonini; e magnificamente interpretato da Alessandro Borghi, cui hanno fatto da corollario le belle interpretazioni di Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano.

E allora, considerato l’incandescente magma emotivo e psicologico, e le ferite abissali, che la storia – da me, comunque, già ben conosciuta – ha lasciato tracimare e riemergere alla visione, rompendo gli argini della ragione, nell’occhio distaccato del puro spettatore, e incidendo crepe epidermiche, come quella su evocata spada, il cui ago infierisce sulla mia pelle, trapassando tendini, muscoli e cervello, ho sentito la necessità di lasciar raffreddare quell’incandescente materia pulsionale, fatta di fredda ira, cocente tenerezza, violento desiderio di vendetta, immedesimazione, autocompassione e autoflagellazione, ricordi e memoria tossica, prima di scriverne. E il motivo è semplice.

Conosco bene la tossicodipendenza e cosa voglia dire sentirsi tossici. La sensazione di essere considerati tossici. Lo sguardo di chi ti vuol bene e ti ama. Quegli occhi angosciati ma trepidanti di speranza; scettici eppur certi della loro ormai invariabile percezione; sgomenti, impauriti, atterriti, eppur vibranti della voglia di liberarsi da tanto ingiustificabile e ingiustificato timore; illusi ma immediatamente disillusi, da un troppo lento battito di ciglia; compassionevoli ma incazzati; ormai quasi indifferenti, eppur pieni di raggelata premura; rassegnati seppur aggrappati ad un ultimo, estremo brandello di coraggio, da infonderti. Occhi che ti spiano nella tua strafatta solitudine, nutrita di pace artificiosa e di avvilito bisogno dell’altro. Un altro che non c’è, non può esserci tra le acque lontane di un caotico oceano calmo. Sguardi che ti scrutano nella tua intimità smarrita, tra le stelle roboanti e sfavillanti di un cielo caduto, dipinto dal tuo, personalissimo Van Gogh; mentre tu affetti dolcezze, carezze, ipersensibilità estetiche, prive di quella verità che l’eroina dice per te, che la mano tradisce nello sfiorare e la voce non inganna, nella sua svogliata lontananza. La medesima voce che, insieme alla tua persona, passata al vaglio di una sorta di poligrafo acustico, visuale e intellettivo, diventa l’atto d’accusa contro te stesso. Due dita che tormentano il naso, un prurito, un eccesso di languidezza tradiscono la tua, per loro e per il mondo, incomprensibile, disperata atarassia.

Quegli sguardi, quegli occhi, quelle affannose, tormentate sensazioni li ho ritrovati e rivissuti nel film. Nel volto amareggiato e deluso, arrabbiato e combattivo della sempre brava Jasmine Trinca (Ilaria Cucchi): una certezza, nel deprimente panorama cinematografico nostrano, mai inflazionatasi nel narcisistico gioco delle continue apparizioni, anche se qui impegnata in un ruolo che è poco più di un cameo. Nell’afflizione morale di una Milvia Marigliano (la madre), che si conferma interprete capace di spaziare dal teatro al cinema, senza mai smarrire quella magnifica capacità di attrice (oggi una gemma rara, diciamolo) in grado di restituire al personaggio il suo spessore psicologico e umano, scavandone l’intimo sentire. Nello sgomento, confuso e un po’ vile padre di Max Tortora, che ci racconta di un uomo incapace di ergersi a modello da imitare – divenendo, anzi, con ogni evidenza, un simbolo da distruggere – e inerte quando si tratta di affrontare una situazione, che mai avrebbe immaginato di poter vivere; ma soprattutto debole di fronte ad uno Stato che gli sta togliendo e ammazzando il figlio. Quel figlio drogato di cui vergognarsi, perché è la società ad avergli impresso le stimmate della vergogna, con il suo sguardo grondante disgusto morale e con la sua crudele, “esimia tartuferia”, per dirla con Artaud.

E la vicenda di Stefano – narrata con tutta la lacerazione di un grido senza voce da Cremonini – ci fa senz’altro pensare alle parole, che il poeta e drammaturgo francese dedicò a Vincent Van Gogh ne Il suicidato della società. Come Van Gogh, anche Stefano Cucchi è la vittima designata di una società omologante e omologata, che ci vuole tutti indefettibili, sani, stupidamente felici, possibilmente benestanti, bianchi, e dove la povertà sia emarginata, la problematicità negata e la diversità espulsa.

È per questo che sono state create quelle enormi discariche sociali che sono le galere e gli ospedali psichiatrici: per nascondere, allo sguardo torvo della società benpensante, il malessere, la diversità, l’orrore umano del dolore. Quella società che Artaud, nel già citato libro dedicato a Van Gogh, così descrive: «Un mondo in cui si mangia ogni giorno vagina cotta in salsa verde o sesso di neonato flagellato e aizzato alla rabbia, colto così com’è all’uscita dal sesso materno […] Ed è così, per quanto delirante possa sembrare tale affermazione, che la vita presente si mantiene nella sua vecchia atmosfera di stupro, anarchia, disordine, delirio, sregolatezza, pazzia cronica, inerzia borghese, anomalia psichica…di voluta disonestà…di lurido disprezzo per tutto ciò che mostra di avere razza, di rivendicazione di un ordine fondato interamente sul compiersi di una primitiva ingiustizia, di crimine organizzato…».

È questo il consesso umano che condanna e uccide Stefano Cucchi. Perché Stefano non era un ragazzo capace di rispondere ai canoni morali di quel consesso. Era un ragazzo difficile, problematico, ribelle, non riconducibile allo schema distorto della convenzionalità socio-culturale. Malgrado non lo conoscessi, Stefano era un compagno di strada, che camminava, come me, sul marciapiede opposto a quello dei bravi ragazzi. Stefano era un tossico. E finanche Ilaria, la sorella che tanto si è battuta perché venisse a galla la verità, non ne tollerava più gli atteggiamenti autodistruttivi.

E allora, dove non arriva l’eroina, arriva la violenza repressiva dello Stato borghese, espressione di quella società che, personalmente, considero, essa sì, malata. Malata, oggi più che mai, di narcisistico senso dell’uguale. E ci arriva, kafkianamente, con tutto il suo fardello morale (Nietzsche) il cui peso lascia cadere sull’esile corpo di Stefano. Un corpo già fragile, che nel film, grazie allo strepitoso lavoro di Borghi, diventa scandalosa ostensione del dolore e cristica immagine di Agnello sacrificale. Un sacrificio da compiere sul lurido Altare della Patria, compiuto da barbari sacerdoti in divisa da Carabiniere.

Stefano muore così: di Stato, di Polizia, di Legge. Muore di una Sanità composta da medici apatici e disattenti. Muore di carcere. Muore di sorveglianza e punitiva autorità. Muore di vigliaccheria. Muore di Italianità.

E muore di sé stesso. Muore della sua intolleranza alle regole. Muore del suo stesso carattere introverso e caparbio. Muore della sua incapacità di adattarsi al mondo e agli altri. Specie se questi altri hanno la faccia atroce e violenta dell’autorità poliziesca e giudiziaria.

Infine, muore di Desiderio di Desiderio. Muore del Desiderio di morte. Muore di quell’insopprimibile, fagocitante, insaziabile Desiderio del nulla, che solo chi è tossico conosce. D’altronde, che cos’è la roba? Panacea di ogni male. Balsamo per ogni ferita. Oblio inverecondo di sé. Allucinato teatro espressionista, dove mettere in scena l’inconscio e le sue immagini fluttuanti. Evocazione della Morte in vita. Languido stato dionisiaco. Un lento consumarsi alla fiamma del niente!

Ma Stefano è morto principalmente di indifferenza e di vendetta. E non c’è da meravigliarsi, perché in questo paese, intriso di morale giudaico-cristiana e di ipocrita doppiezza cattolica, il dio violento e vendicativo del Vecchio Testamento non ha mai ceduto il suo Verbo, ancestrale e grondante sangue, al Figlio, portatore della Buona Novella, nel Nuovo. Quel figlio, che andava predicando, nei suoi discorsi, che l’essenza divina sarebbe quella dell’infinito amore per l’Uomo, specie quello più fragile e bisognoso di compassionevole aiuto. Quel figlio, che non faceva distinzioni tra gli esseri umani. Quel Figlio dell’Uomo, ucciso dalla cieca autoreferenzialità del Potere sacerdotale.

Documenti! Comincia così l’incubo di Stefano Cucchi, narrato nel film. Un incubo che, in strada, chiunque abbia fatto uso di droga, ha vissuto. La paura, gli schiaffi degli sbirri, le minacce, le pistole puntate, i calci. La Polizia, davanti ad un tossico, abusa spesso del suo potere. Perché sa che il tossico non reagisce. Non parla. E qualora lo facesse, chi gli crederebbe? Ed è esattamente quanto è successo a Stefano.

Cremonini non nasconde nulla delle responsabilità di Cucchi, che al momento del fermo aveva con sé alcune dosi di hashish e di cocaina. Non nasconde il suo carattere indocile, scontroso, la sua riluttanza ad accettare le cure mediche. Ma, proprio per questo, per contrasto e quasi per un incredibile paradosso, le immagini lasciano risaltare l’assurdità dell’intera vicenda e le macroscopiche colpe del sistema carcerario e giudiziario, in quella che si definisce una democrazia.

Dunque, tra Kafka e Pasolini, Cremonini traccia il Calvario di un Cristo contemporaneo e capovolto, perso nelle lande, ghiacciate e indifferenti, della violenza. Violenza impersonale della Legge. Violenza corporale dello Stato.

Lande abitate da sciacalli assassini, che vestono la divisa terrorizzante dello sbirro. Da Magistrati, la cui sensibilità umana è riconducibile ad un arido regolamento del codice, e la cui onestà intellettuale è assimilabile al libero arbitrio punitivo. Da medici, la cui unica preoccupazione è lavarsi pilatescamente le mani, con buona pace del giuramento d’Ippocrate e di qualunque senso dell’umana pietà. Da Guardie Penitenziarie, il cui unico interesse è non essere coinvolti in un’accusa di sevizie sul detenuto. Perché che Stefano fosse stato fatto oggetto di violenze da parte dei Carabinieri che lo avevano arrestato, e non fosse certo “caduto per le scale”, era evidente.

Una solitudine asfissiante, come quella che prorompe dall’Urlo di Munch, aleggia su tutto il film e pervade ogni luogo, ogni persona, ogni parola. Perfino i muri sono impregnati di solitudine. Una solitudine che strazia il cuore e l‘intelligenza.

Veniamo così risucchiati, per l’intera durata della proiezione, in un vortice inumano di omertà, stupidità, perverso godimento sadico, incomprensione, pregiudizio, abuso di potere, violenza di stato e di classe. Insomma, il nucleo incandescente dell’Italica cultura: pretesca, piccolo-borghese, stagnante. Addirittura pornografica, nel suo culto patriarcale e fallico. Cristianamente senza dio!

A duemila anni di distanza, ancora una volta, i Farisei, colti e borghesi, inchiodano sulla croce della propria stessa colpa, il loro Cristo immacolato. Colpevole solo di non voler accettare le loro regole. La loro fede fatta di dogmi e non di vita.

Seguendo questa traccia ermeneutica, Stefano Cucchi/Alessandro Borghi – che non lavora affatto di immedesimazione – è un corpo eucaristico che si offre in sacrificio al Libro della Legge. Legge di un Dio/Padrone, che, lontano, in un Castello, o rinchiuso nella fredda aula di un Tribunale, non può amarlo, ma soltanto condannarlo per la sua umanità.

Il corpo di Stefano/Alessandro, nella trasfigurazione operata dall’immagine/cinema, diventa, così, il sacrificio in redenzione di tutti i diseredati, i clochard, i tossici, i folli di questo mondo. È il Cristo del Mantegna. È l‘Accattone di Pasolini. È Il cane senza padrone della compagnia teatrale Motus. È il K del Processo, la cui morte è finanche grottesca nella sua straziante tragicità.

Michel Foucault, in Sorvegliare e Punire, sostiene che esiste una correlazione insolubile tra Capitalismo e Potere Disciplinare; mentre ne La Microfisica del Potere afferma: «Nel tempo del libero mercato... le società creano individui coerenti alla nuova società, ordinati, addestrati, utili, separati». Stefano Cucchi non era un individuo coerente, non era ordinato, non era utile. Così, la società lo ha punito, uccidendolo. E ancora continua ad ucciderlo, infangandolo anche dopo morto, nel violento e delirante baccanale dei social. Una società malata e incattivita, che va messa in discussione sin dai suoi presupposti. In nome di una smarrita solidarietà umana e di una dimenticata Giustizia sociale.

Concludo questa riflessione, amara e personalissima, con un ringraziamento, che ritengo doveroso, rivolto a tutti coloro che hanno partecipato a questo progetto coraggioso e di imprescindibile valore etico, in un momento delicatissimo della storia italiana e della sua cultura. Un’Italia che torna ad essere attraversata da inquietanti fantasmi autoritari, da sempre più incalzanti derive repressive e da un vasto e preoccupante sentimento di intolleranza, nei confronti di chiunque non rientri negli angusti paradigmi del pensiero omologante.

Un grazie particolare, poi, mi sia consentito di rivolgerlo a due attori napoletani – Orlando Cinque e Rita Montes – che, pur in piccoli ruoli, hanno dato un importante contribuito artistico alla realizzazione di questa significativa opera cinematografica.

Ciao Stefano. Che la terra ti sia lieve!

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13/01/2018

Operazione Bluemoon - Eroina di Stato

Rinverdire la memoria non fa mai male. Specie in tempi in cui lo Stato fa finta di essere “duro” con la criminalità. Questo documentario inquadra una realtà assai diversa, quella in cui lo Stato ha fatto amplissimo ricorso alla criminalità e al traffico di droga per stroncare movimenti che mettevano in discussione il dominio del capitale.

Un pezzo della guerra psicologica, dentro la guerra fredda, all’opposizione sociale più radicale. Una tesi da sempre denunciata, almeno nel suo carattere oggettivo, dai movimenti extraparlamentari alla fine degli anni ’70, che trova alcune conferme anche all’ipotesi del coinvolgimento organizzativo e diretto dei servizi segreti occidentali, qualche testimonianza e qualche riscontro oltre a un illustre e accreditato precedente: l’operazione COINTELPRO che la CIA condusse contro le Pantere Nere e che prevedeva l’immissione massiccia di eroina nei loro quartieri di radicamento per demotivare e annichilire la loro base di reclutamento (documenti disponibili perchè a differenza che in Italia i documenti dei servizi americani vengono desecretati dopo un tot di anni).



Fonte

30/12/2016

Operazione Bluemoon. Eroina di Stato

Italia - Anni '70, disinformazione e criminalizzazione pubblica del tossicodipendente, screditamento sociale della generazione di giovani alternativi/antagonisti che faceva uso di sostanze, contrasto poliziesco alle droghe leggere e diffusione strategica dell'eroina, convertendo al suo consumo specifico centinaia di migliaia di persone, riducendo gli altri consumi e poi togliendo prima l'anfetamina e poi la morfina dal mercato (in un tempo in cui non c'erano nemmeno sostanze per affrontare le tossicodipendenze da eroina).

Un pezzo della guerra psicologica, dentro la guerra fredda, all'opposizione sociale più radicale. Una tesi da sempre denunciata, almeno nel suo carattere oggettivo, dai movimenti extraparlamentari alla fine degli anni '70, che trova alcune conferme anche all'ipotesi del coinvolgimento organizzativo e diretto dei servizi segreti occidentali, qualche testimonianza e qualche riscontro oltre a un illustre e accreditato precedente: l'operazione COINTELPRO che la CIA condusse contro le Pantere Nere e che prevedeva l'immissione massiccia di eroina nei loro quartieri di radicamento per demotivare e annichilire la loro base di reclutamento (documenti disponibili perchè a differenza che in Italia i documenti dei servizi americani vengono desecretati dopo un tot di anni).

Una strategia raffinata che naturalmente non inventa il fenomeno culturale e sociale del consumo di sostanze psicotrope, ma lo coglie pienamente e cerca di enfatizzarlo, direzionarlo e utilizzarlo in chiave consumistica e autodistruttiva per una generazione "troppo ribelle".
Quello che l'epica di Gomorra non ci racconta...

(Alfonso De Vito)

Sull'operazione Bluemoon vedi anche: qui




07/03/2016

Operazione Bluemoon: eroina di Stato in nome della “pace sociale”

Pubblichiamo in anteprima, con autorizzazione dell’autore, che ringraziamo, uno stralcio inedito della seconda edizione del libro Full Time Blues. Un diario cronaca degli anni Settanta, di Antonio Festival, in cui si discute dei dati emersi recentemente sui retroscena dell’inondazione di eroina che colpì l’Italia, e gli USA, alla fine degli anni Settanta.

Ciao Tonì... ‬È da qualche mese che mi vedo spesso con Tonino‭ ‘‬A Perzeca.‭ ‬Ha preso casa giusto‭ ‬200‭ ‬metri più su della mia.‭ ‬Fortunatamente anche lui,‭ ‬a botta d’astinenze,‭ ‬comunità andate perse e patimenti,‭ ‬è riuscito ad uscire dal tunnel della roba.

Il passato a volte è appena dietro l’angolo,‭ ‬a parte i ricordi che vanno e vengono,‭ ‬gli amici ancora persi non sono pochi.‭ ‬L’ultimo ad andare via è stato Felice della zona porto.‭ ‬Giusto un paio di giorni prima che uscisse la‭ ‬1°‭ ‬Edizione di questo testo‭; ‬35‭ ‬anni di eroina,‭ ‬35‭ ‬anni di strada,‭ ‬solitudine e disperazione.

Tonì‭... ‬hai saputo dell’ultima novità venuta fuori dallo‭ ‬specchio magico‭? ‬La valanga di polvere bianca che ci travolse in quegli anni ha un nome:‭ ‬operazione BLUEMOON.‭ ‬La notizia è ufficiale‭; ‬Rai Storia ha dedicato alla vicenda l’intera puntata del‭ ‬25/06/2013.‭

Andiamo per gradi:‭ ‬agli inizi dei‭ ’‬70,‭ ‬partono le prime inchieste e i primi servizi giornalistici sulle droghe e il mondo giovanile‭… ‬ci siano o meno,‭ ‬bisogna darne notizia per screditare-diffamare il movimento in ascesa.‭ ‬Una vicenda in particolare sembra segnare l’inizio della strategia.‭

21‭ ‬Marzo‭ ‬1970.‭ ‬In un barcone ormeggiato sul Tevere,‭ ‬dove da qualche mese si riuniscono giovani per ballare e socializzare,‭ ‬fa irruzione un reparto del Nucleo Antidroga dei C.C.‭ ‬diretto da un capitano del S.I.D.‭ ‬Risultato:‭ ‬90‭ ‬ragazzi fermati,‭ ‬perquisiti e denunciati per uso e possesso di droga.‭
Apriti cielo.‭ ‬Il giorno dopo è tutto un accavallarsi di titoli di giornali,‭ ‬tra cui spicca‭ ‬Il Tempo per solerzia e immaginazione:‭ ‬trovati‭ ½ ‬kg di hashish,‭ ‬siringhe usate e ciurme di ragazzi sotto l’effetto di droghe.

Nei sei mesi successivi sui giornali si contano‭ ‬10.000‭ ‬articoli su droga,‭ ‬capelloni e affini,‭ ‬pari al numero degli articoli usciti,‭ ‬sullo stesso argomento,‭ ‬negli ultimi‭ ‬7‭ ‬anni.‭

Alcuni mesi dopo,‭ ‬tra la notte del‭ ‬7‭ ‬e‭ ‬8‭ ‬dicembre,‭ ‬parte il colpo di stato di Valerio Borghese,‭ ‬poi rientrato per ordini superiori.

Il proclama che il nuovo duce avrebbe dovuto trasmettere alla radio,‭ ‬in caso di vittoria,‭ ‬oltre l’annuncio e l’apologia del nuovo governo,‭ ‬includeva anche un appello alla riscossa morale degli italiani‭ ‬ridotti a popolo di drogati,‭ ‬devastati dagli stupefacenti e dal comunismo.‭

Con il tempo,‭ ‬poi viene fuori che la vicenda‭ ‬giovani‭ ‬drogati sul Tevere era tutta una bufala.‭ ‬Nel barcone era stato trovato solo un mozzicone di spinello con pochi residui di hashish.‭ ‬In ogni modo,‭ ‬chi aveva organizzato il piano era riuscito nell’impresa:‭ ‬servire al Borghese,‭ ‬su di un piatto d’argento,‭ ‬le motivazioni per i suoi proclami inquisitori.‭

I mesi passano.‭ ‬Nonostante la repressione poliziesca,‭ ‬le continue diffamazioni dei media verso il mondo dei capelloni,‭ ‬qualche golpista che continua ad affannarsi nel tentativo di equiparare l’Italia alla Grecia e qualche strage da attribuire ai soliti sovversivi‭… ‬il movimento,‭ ‬la contestazione continuano a crescere.‭ ‬Che fare‭? ‬Parte nei dettagli l’operazione BLUEMOON.‭

Dallo screditare si passa all’annichilire,‭ ‬al distruggere l’avversario.‭ ‬Attraverso malavitosi grossisti d’eroina con protezioni in alto loco,‭ ‬intelligence travestita da freak con contatti a destra e manca e‭ ‬fasci allettati dall’idea di prendere due piccioni con una fava‭ (‬far fuori quanti più capelloni possibili e mettere su un giro economico non da poco‭)‬,‭ ‬parte,‭ ‬in Italia,‭ ‬come era successo negli USA‭ ‬alcuni anni prima,‭ ‬la penetrazione e la diffusione di droghe pesanti all’interno dei movimenti di contestazione per portarli alla decadenza,‭ ‬all‭’“‬individualismo‭”‬,‭ ‬all’estinzione.

La scena madre si svolge in Francia,‭ ‬monti Volsgi,‭ ‬autunno‭ ‬1972.‭ ‬La riunione supersegreta è descritta da un ex agente dei Servizi Interni Difesa:‭ ‬“Prendono parte agenti americani,‭ ‬italiani,‭ ‬portoghesi,‭ ‬francesi e perfino del blocco sovietico.‭ (‬n.d.a.‭ ‬per scambiarsi tattiche e strategie,‭ ‬si va oltre qualsiasi cortina‭)‬.‭ ‬L’argomento è‭ ‬(…) le opposizioni‭; ‬cosa fare per prevenirle,‭ ‬per conoscerle a fondo.‭ ‬Come limitare i danni che potrebbero arrecare agli equilibri statuali del momento.‭ ‬Come regolamentarle e disciplinarle attraverso l’introduzione regolata,‭ ‬non per legge,‭ ‬ma da accordi di‭ ‬intelligence,‭ ‬di sostanze stupefacenti.‭ ‬Sostanze da destinare ai giovani per diminuire la capacità di resistenza psicologica nei confronti di chi deteneva la gestione del paese.‭ ‬(…) Bisogna togliere l’idea che i servizi segreti siano fondati su uno spirito cavalleresco,‭ ‬i servizi sono fondati sul principio che il nemico va eliminato.‭ ‬(…) la domanda che ci siamo posti è questa:‭ ‬in che misura,‭ ‬con quali mezzi e chi avrebbe poi dato concreta realizzazione ad un piano di diffusione‭? ‬Sicuramente chi distribuiva doveva avere un ritorno economico ed essere assolutamente inconsapevole del‭ ‬perché della distribuzione.‭ ‬(…) un’ipotesi già collaudata da tempo.‭

Un‭’‬ipotesi fatta di ostracismo verso chi fuma erba,‭ ‬ma di protezione per chi dispensa droghe pesanti all’ingrosso tra i movimenti giovanili.‭

Un‭’‬ipotesi che vede in Italia il numero dei tossici schedati aumentare da‭ ‬10.000‭ ‬nel‭ ‘‬76‭ ‬a‭ ‬270.000‭ ‬nell‭’‬80-‭’‬81.‭

Un‭’‬ipotesi che vede poliziotti perire in strani incidenti stradali mentre svolgono indagini su trafficanti internazionali legati a servizi segreti stranieri,‭ ‬o che vengono destituiti dalla sera alla mattina solo per aver fatto dei grossi sequestri di eroina.

Un‭’‬ipotesi che porta mille morti l’anno tra overdose,‭ ‬suicidi e malattie legate all’uso delle sostanze‭; ‬che vede scoppiare nell‭’‬80,‭ ‬a Napoli,‭ ‬tumulti tra tossici e personale medico all’ospedale Cardarelli e subito dopo all’ospedale Cotugno.‭ ‬Ospedale diventato nel giro di qualche mese un lazzaretto per tossici e malati di epatite.‭ ‬Il quarto piano è l’inferno‭… ‬le condizioni in cui vengono trattati non sono delle migliori.‭ ‬In alcuni casi,‭ ‬pur di farsi sentire,‭ ‬i ricoverati arrivano ad incendiare materassi e suppellettili.‭ ‬In risposta,‭ ‬nel giro di qualche giorno,‭ ‬compaiono porte sbarrate e presidi di guardie giurate agli ingressi dei reparti.‭

Un‭’‬ipotesi‭ ‬che vede comparire,‭ ‬verso la fine degli‭’‬80,‭ ‬sempre a Napoli,‭ ‬nel fossato del Maschio Angioino,‭ ‬dove di mattina vive il mercato dei fiori,‭ ‬il nostro zoo di Berlino.‭ ‬Notte inoltrata‭… ‬giovani tossici offrono prestazioni sessuali ad anziani signori.‭ ‬Ci si apparta sul posto,‭ ‬nell’auto del cliente‭; ‬dietro un angolo dei bastioni‭ ‬o dietro qualche baracca che funge da negozio di fiori la mattina.‭

Si scopre l’acqua calda‭; ‬che la roba non fosse arrivata per opera dello spirito santo si sapeva,‭ ‬il movimento lo sapeva.‭

Oggi abbiamo la conferma definitiva,‭ ‬anche se tardi‭… ‬almeno per loro,‭ ‬per i vecchi genitori scomparsi,‭ ‬per i nonni ed i parenti trapassati da decenni e per tutti quelli che vissero anni in apprensione per i loro cari.‭ ‬Intere famiglie allo sbando,‭ ‬che si muovevano disperate tra ospedali,‭ ‬questure-carceri e lenzuola fradice di sudore e piscio.‭

Tutta una schiera di persone andata via con l’angoscia ed il senso di colpa per non aver saputo comprendere‭ “‬mancanze affettive‭”‬,‭ “‬fragilità caratteriali‭”‬,‭ “‬drammi infantili‭” ‬e cazzate simili,‭ ‬sparate a raffica,‭ ‬come da programma,‭ ‬dalle prime comunità terapeutiche e dai primi centri di assistenza per i tossicodipendenti.‭ ‬Il‭ ‬Business recupera-addomestica prendeva piede.‭

Tutti protesi a salvare il tossico,‭ ‬facendo nel contempo soldi a palate,‭ ‬per rieducarlo e farne un bravo ed ossequioso cittadino,‭ ‬rispettoso delle gerarchie e delle regole sociali,‭ ‬contento finalmente di poter mangiare/spalare merda fino alla fine dei suoi giorni‭… ‬come tutti gli altri.

Tonino‭ ‘‬a Perzeca.‭ ‬Piezz‭ ‘‬e merd‭… ‬tutto torna,‭ ‬in quel periodo‭ (‬fine‭’‬70‭ ‬inizi‭’‬80‭) ‬ci si faceva dovunque:‭ ‬vicoli,‭ ‬piazze,‭ ‬a volte bastava una colonna,‭ ‬un’auto parcheggiata,‭ ‬persino negli autobus.‭ ‬Eravamo visibili a tutti,‭ ‬avevamo quasi la sensazione di essere in vetrina.‭ ‬Ci lasciavano strascicare per strada,‭ ‬creare assembramenti e risse fuori dalle farmacie,‭ ‬fare colletta dovunque in cerca di soldi,‭ ‬salvo poi metterci dentro per piccoli reati o picchiarci in pubblico solo per dimostrare che lo stato prendeva provvedimenti,‭ ‬che il‭ “‬male‭” ‬veniva contrastato‭… ‬piezz‭ ‘‬e merd.

Nell’eroina cadono in tanti‭; ‬dai compagni-studenti-freak dei‭ ’‬70‭ ‬il contagio passa ai ragazzi degli‭ ’‬80:‭ ‬giovani punk,‭ ‬ultime frange movimentiste,‭ ‬ragazzi di quartieri popolari e periferici,‭ ‬facendo una strage.‭ ‬Negli anni‭ ‘ ‬90‭ ‬l’eroina va in panchina,‭ ‬è il momento della coca e delle droghe sintetiche‭ ‬(…) la gente,‭ ‬la gioventù,‭ ‬finiti gli odi di classe,‭ ‬deve divertirsi.‭ ‬Un abbaglio che dura giusto il tempo di fare il giro del mondo tra un‭ ‬rave e l’altro.‭ ‬Con il nuovo millennio ritorna la roba,‭ ‬il‭ ‬no future per la maggior parte dei giovani è la realtà‭; ‬oltre che sedare stimoli di rivolta c’è da riempire esistenze vuote,‭ ‬senza avvenire,‭ ‬persone sempre più spesso consapevoli di essere il disavanzo sociale,‭ ‬quelli che‭ ‬non ce la possono fare.‭

Vedi anche:

http://glianni70.it/quando-i-fascisti-spacciavano-eroina/

http://glianni70.it/1977-eroina-e-rivoluzione-intervista-a-richard-ambrosini-lotta-continua/

Fonte