Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/01/2021

Normalizzare i devianti, disciplinare il lavoro. Storia di una comunità/fabbrica/2

di Alexik

[Continua dal capitolo precedente.]

San Patrignano non avrebbe potuto funzionare se alla violenza fisica non si fosse accompagnato un forte condizionamento mentale.

La riabilitazione infatti non consisteva nel rafforzare la tua personalità per farti rialzare.

La ‘riabilitazione’ consisteva nel distruggerla.

Nel farti uscire dal ‘tunnel della droga’ per farti entrare nel tunnel della comunità, sostituendo una dipendenza con un’altra. Questa ‘modalità terapeutica’ era presente sin dalle origini, quando SanPa aveva ancora l’aspetto di una comunità freak. Come testimonia uno dei reclusi del 1980:

“Avevo spiegato con chiarezza, e motivandolo, perché non volevo più rimanere, perché quel che si faceva in quel posto non mi andava. E sono stato rinchiuso in “piccionaia”. Otto giorni ci sono rimasto. E quando sei lì da solo senza niente da fare, senza neppure le sigarette da fumare, se ti opponi a quella che consideri un’ingiustizia nei tuoi confronti rischi di diventare pazzo. L’unica cosa per sopravvivere è cercare delle giustificazioni per quelli che ti hanno rinchiuso. Ed è proprio quello lo scopo. Fare in modo che lì dentro, piano piano, tu ti annulli. È questo che non mi va della “comune”. Io ero alla ricerca di una vita diversa, in campagna, in mezzo alla tranquillità. Invece si trattava di distruggere una persona completamente, per costruirne una nuova. Ma su quali basi? Su quale modello? ... Leonardo [un ragazzo suicida] non aveva accettato di scomparire per lasciare il posto a uno che non era lui. È quella cameretta che l’ha ucciso“.

“Il problema vero non è quello della droga. Passate le 52 ore di crisi di astinenza diventa secondario. È che lì, partendo dalla considerazione che tutto quel che c’è fuori è marcio e fa schifo, vanno alla ricerca di un modello tutto loro facendo un plagio sui compagni. Quelli se li mettevano in divisa e li mandavano a sparare ci andavano. Si credono depositari di una verità e non guardano ai mezzi per raggiungerla“.[1]

Il ‘percorso rieducativo’ – nell’accezione muccioliana del termine – prevedeva che la comunità ti privasse, per un tempo lungo e indefinito, del potere decisionale su ogni aspetto della tua vita, dai più importanti ai più minimali: il diritto di scegliere chi frequentare fra gli altri reclusi, di chi innamorarti, cosa mangiare, quante sigarette ti spettavano.

Non sceglievi tu cosa potevi leggere, che programmi televisivi vedere.

Non esisteva più un tuo momento privato, nel dormitorio collettivo, nel bagno, nel reparto di lavoro o nelle due ore di accesso serale allo spazio ricreativo comune. E comunque la presenza del tuo sorvegliante era continua.

La tua vita diventava trasparente agli occhi di chiunque volesse colpirti.

Tutti gli orari erano imposti, da quello della sveglia a quello del sonno, del lavoro, della mensa, del televisore. Occorreva rispettarli rigidamente, così come la lunga lista di divieti: bere un caffè, lasciare il cibo nel piatto, alzarsi da tavola prima degli altri.

Erano puniti il ritardo e la negligenza sul lavoro. Rifiutare il lavoro – coatto e gratuito – era considerato grave segno di non collaborazione, che comportava conseguenze.

Esprimere dubbi era gravissimo e, soprattutto, era gravissimo cercare di andare via.

Del resto con che soldi?

Lavoravi tutto il giorno ma non avevi un salario, non possedevi niente, non potevi mettere nulla da parte per prepararti a un futuro fuori di lì. I rapporti con l’esterno erano interrotti, anche quelli che col mondo della tossicodipendenza non c’entravano. I colloqui (rari) con i familiari avvenivano sotto controllo, la posta era soggetta a censura.

Non potevi chiedere aiuto a nessuno. Se ci provavi ti mettevi a rischio.

“Il giorno prima Natalia Berla mi aveva consegnato personalmente un bigliettino con scritto un numero di telefono di Roma, e mi ha detto velocemente, perché non poteva parlare con nessuno, telefona lì che vengano a prendermi, perché non ne posso più. E aveva gli occhi gonfi e le labbra tumefatte e piangeva. Faceva questo servizio a tavola seguita passo passo da una che si chiama Francesca. Lei si è accorta che mi ha parlato e l’hanno trascinata in dispensa. A quel punto si è inserita la testimonianza di Paolo Negri, che invece era in cucina e ha visto che l’hanno messa in un angolo e l’hanno picchiata proprio in una maniera bestiale. La mattina dopo era morta, sta ragazza. E queste sono storie di omicidi”.[2]

Ogni infrazione veniva scoperta, grazie a un capillare sistema di controllo. Ogni infrazione veniva punita. Erano abituali le umiliazioni pubbliche, dove la violenza diventava una dimensione quotidiana, esibita, tanto da farla sembrare normale.

Nei ricordi di infanzia di Andrea Delogu, nata in comunità, “succedeva che nel piazzale della comunità, Muccioli parlasse al microfono degli sbagli commessi da qualcuno. Poi prendeva chi aveva commesso l’errore e gli dava ceffoni davanti a tutti. Ma anche qui ritenevo la cosa normale, se non giusta. Pensavo che evidentemente chi prendeva gli schiaffi li meritava”.[3]

Schiaffi che ti potevano rompere il naso in mensa, in mezzo alla folla dell’ora di pranzo, per aver osato bere un caffè di nascosto.[4]

L’umiliazione pubblica serviva da monito per chi vi assisteva, e contribuiva a spezzare la personalità del ‘reo’, a farlo sentire più isolato che mai, perché quasi nessuno osava opporsi. La solidarietà potevi pagarla duramente.

Dalla deposizione di Elisabetta De Giovanni:

“Vincenzo aveva rinchiuso, sempre per futili motivi, tre ragazze considerate da tutti ed anche da lui stesso fino a qualche giorno prima, guarite. Consuelo, Martina ed Alice, anche loro contestatarie. Le aveva rinchiuse in un casolare e siccome non soffrivano abbastanza, dopo qualche giorno sospese loro i viveri. Era terribile passare da quel capannone e sentire tutto il giorno le povere tre cantare. Mi sentivo ad Auschwitz. Dopo qualche giorno fece portare Alice, la più fragile delle tre, leggermente handicappata, sul piazzale e, con una macchinetta, le rasò i capelli, tra battute deplorevoli e risate grasse. Alice di Roma riuscì a scappare e la ritrovarono l’indomani morta per overdose in Piazza Tre Martiri. Criticai pesantemente l’operato del mio padre-padrone che mi fece rinchiudere nella botte“.

“Durante la mia seconda permanenza a SanPa in due anni visitai quasi tutti i luoghi di prigionia. Venti giorni in piccionaia, un luogo circolare molto angusto, dipinto di arancione e in discesa, dove ti sentivi letteralmente impazzire. Due mesi al buio nella cassaforte della pellicceria insieme ad un dobermann malato. In un vecchio casolare abbandonato sdraiata e incatenata con tutte e due le braccia alla spalliera del letto. Mi veniva liberato un braccio due volte al giorno per mangiare, mentre per i bisogni fisiologici bastava un secchio sotto il letto.

Ma la chiusura più terribile, per quanto la più breve, fu una settimana nella botte. Sì, un tino vero e proprio, di ferro, dove potevi stare accovacciata e dove una volta al giorno ti passavano il cibo da uno sportellino, il tutto ad un palmo dal solito secchio con gli escrementi. Non avevo ucciso nessuno, ma ben più grave era la mia colpa: ero entrata nella contestazione”
.[5]

Per avanzare nel ‘percorso terapeutico’ era necessario osservare le regole, ma non bastava. L’affidabilità andava dimostrata con il consenso, con l’entusiasmo, con la partecipazione attiva.

Bisognava denunciare chi trasgrediva, esponendo i propri compagni e compagne alla rappresaglia. Nascondere ogni empatia nei confronti di chi veniva punito, negargli aiuto, anche per evitare di finire a propria volta nel mirino. Sporcarsi, per paura, convenienza o convinzione, con gli aspetti più ignobili di quel sistema.

Tutta la comunità doveva essere coinvolta, a vario titolo, nell’apparato coercitivo.

Chi col silenzio, chi con la delazione, chi assumendo compiti di sorveglianza, chi facendo “carriera” nelle squadre per lo svolgimento di servizi speciali: la caccia ai fuggiaschi, i pestaggi, la gestione dei luoghi di reclusione interni.

A differenza delle altre istituzioni totali, a San Patrignano la funzione coercitiva non era esercitata da un apparato professionale composto da soggetti esterni alla comunità, ma dagli stessi reclusi, selezionati per i compiti più delicati in base alla fedeltà al fondatore, all’obbedienza cieca, al curriculum violento.

Ruoli non retribuiti da un salario (come le altre funzioni lavorative, del resto), ma gratificati da privilegi, e soprattutto dalla possibilità di esercitare potere.

In quell’universo chiuso, recintato da sbarre materiali e immateriali, fare il kapò era una delle poche forme di ‘mobilità sociale’.

“Tutti i giorni inseguivo tossici che scappavano da San Patrignano. Tutti i giorni ne riportavo. Tutti i giorni ne picchiavo. Tutti i giorni ne rinchiudevo, soprattutto nella cassaforte della pellicceria. Un luogo angusto, senza finestre... Ho passato sette anni a S. Patrignano e il mio compito è sempre stato quello. Non sapevo mai la ragione di una punizione: eseguivo ordini di Muccioli. Bastava che ci dirigessimo verso qualcuno perché il terrore gli si dipingesse sul viso. Muccioli sa come far sentire importanti, soprattutto le menti semplici. Ha scelto me perché ero un cretino. Ho creduto in Muccioli ciecamente”.[6]

Nel maggio 1989 Roberto Maranzano veniva ucciso da ripetuti pestaggi nella porcilaia della comunità, e buttato a 600 km di distanza in una discarica di Terzigno (NA), per simulare un omicidio di camorra.

In quegli anni la comunità era all’apice della sua potenza.

Poteva permettersi di dettare ai legislatori il contenuto del “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti” (la Iervolino Vassalli), trovando calda accoglienza nel governo Craxi, affascinato dalle politiche di tolleranza zero che Rudy Giuliani stava sperimentando oltre oceano.

La legge rappresentava un salto di qualità nella criminalizzazione dei consumatori di sostanze, e un salto di quantità nell’aumento progressivo della carcerazione di tossicodipendenti e piccoli spacciatori, che ancora adesso costituiscono circa un terzo dei reclusi nelle patrie galere.

Ma soprattutto, formalizzava l’affidamento dei detenuti alle comunità terapeutiche per le pene alternative, e le relative rette portarono nelle casse di SanPa diversi miliardi di lire.

Il fatturato annuo delle attività produttive della comunità viaggiava sui 22 miliardi, e gli ospiti superavano abbondantemente i duemila.

Per la costruzione del proprio ospedale interno, SanPa ricevette quattro miliardi dal Ministro De Lorenzo, ringraziandolo nel 1993 con 600 voti della comunità a favore del partito liberale (l’esposto che denunciava il voto di scambio, ovviamente, cadde nel nulla).[7]

Muccioli sembrava intoccabile, e di fatto lo era ancora, se nel pieno svolgimento del processo Maranzano accoglieva, all’inaugurazione dell’ospedale, tre ministri e due sottosegretari.

Ma il suo sistema aveva iniziato lentamente a sgretolarsi, perché quell’omicidio e le infamie raccontate per occultarlo andavano, per molti, oltre il limite di ciò che erano disposti a sopportare.

La gente cominciava a parlare, nonostante la feroce campagna denigratoria e la paura di pesanti ritorsioni.

Cominciava a parlare di un pestaggio nella porcilaia, e delle violenze, delle torture, dei sequestri, dei suicidi, delle rappresaglie, e di centinaia di milioni in banconote diretti verso l’estero.

Da tutta Italia gli ex reclusi si presentarono a Rimini per deporre. Non per la giustizia, ché nessuno ha mai pagato. Ma perché emergesse la verità. A questa gente gli attuali ospiti della comunità hanno molti motivi di rivolgere, ancor oggi, un pensiero grato.

Note:

1) Marzio Fabbri, Nella Comune di S. Patrignano non ti curavano, ti annullavano, La Stampa, 1/11/1980. Riportato nel saggio Oltre la comunità coercitiva, del Gruppo di Studio Michel Foucault.

2) Intervento di Stefano Ippolito alla presentazione dell’ASS. dei Familiari e Amici delle vittime di San Patrignano, Radio Radicale, Bellaria, 10 dicembre 1994. Il 13 marzo 1989, il giorno dopo il suicidio di Gabriele Di Paola, Natalia Berla è volata fuori da una finestrella che solo un acrobata avrebbe potuto attraversare agevolmente.

3) Edoardo Montolli, La mia infanzia fra gli zombie a San Patrignano, GQ, 3′ giugno 2014. Di Andrea Delogu e Andrea Cedrola si consiglia il romanzo La collina, edito da Fandango nel 2014. Rende molto bene il clima che si respirava nella comunità.

4) Testimonianza di Antonella De Stefani nel docufilm di Cosima Spender.

5) Riportato in: “La Mappa Perduta. La vera storia di San Patrignano“.

6) Testimonianza di Raimondo Crivellin, reo confesso di 500 sequestri. Riportata in: “La Mappa Perduta. La vera storia di San Patrignano“.

7) Intervento di Manuela Fabbri alla presentazione dell’ASS. dei Familiari e Amici delle vittime di San Patrignano, Radio Radicale, Bellaria, 10 dicembre 1994.

Fonte

10/01/2021

Normalizzare i devianti, disciplinare il lavoro. Storia di una comunità/fabbrica

di Alexik

A volte ritornano, come fantasmi maligni, come ricordi amari.

Gli anni ’80 periodicamente riemergono dal limbo in cui avresti voluto relegarli, con tutto il loro portato reazionario. Rappresentano il giro di boa, il decennio in cui il capitale si è ripreso il suo spazio per costruire un nuovo ordine, sulle ceneri dell’ultimo tentativo di rivoluzione dell’Italia del ‘900. E sulle ceneri della generazione che aveva cercato di cambiare tutto, rinchiusa nelle carceri speciali, ricacciata nel riflusso, devastata con l’eroina.

L’eroina era la sostanza perfetta. Uno strumento di ‘pacificazione’ di successo già collaudato (assieme al crack) per neutralizzare la ribellione giovanile e le organizzazioni della rivoluzione nera negli Stati Uniti.

L’eroina riusciva a deviare il sogno di rivoluzione verso la fuga individuale in un paradiso fittizio. Rendeva deboli e ricattabili i potenziali ribelli.

Spostava il campo di battaglia dallo scontro contro lo Stato a quello della microconflittualità contro i propri simili, creando disgregazione sociale e desolidarizzazione all’interno dei quartieri popolari. Forniva pretesto alla militarizzazione dei territori.

Il suo consumo si espandeva veloce, probabilmente anche al di là delle intenzioni iniziali, colpendo le generazioni successive, straripando dalle case popolari ai quartieri del ceto medio, fino alle ville dei ricchi. Producendo, in questo modo, tantissimo ‘materiale umano’, utilizzabile per la sperimentazione di nuovi modelli di controllo sociale.

“SanPa: luci e tenebre di San Patrignano”, narra la storia del principale fra questi esperimenti, creato da Vincenzo Muccioli sulle colline riminesi, e da lui diretto con poteri assoluti fino alla sua morte nel 1995.

Un racconto costruito attraverso l’alternarsi di numerose testimonianze: ospiti ed ex ospiti della comunità (fra cui alcuni stretti collaboratori del fondatore), membri della famiglia Muccioli, giornalisti, giudici, psichiatri, supporters, rappresentanti istituzionali.

Ognun* con la sua angolazione visuale, tale da costruire nell’insieme l’immagine di un fenomeno sicuramente multiforme e complesso.

La docu-serie prodotta da Netflix ha acceso in questi giorni ferventi polemiche. L’attuale direzione della comunità e i suoi fedeli, da Red Ronnie a Letizia Moratti, l’accusano di essere “sommaria e parziale con una narrazione che si focalizza sulle testimonianze dei detrattori“.

Un’opinione contraddetta dall’ampio spazio concesso dal docufilm ad Andrea Muccioli, figlio del fondatore, allo stesso Red Ronnie, e ad Antonio Boschini (tuttora responsabile medico della Comunità), le cui interviste attraversano l’intero corso delle cinque puntate.

Interviste che si affiancano anche a numerose immagini di repertorio non certamente ostili: cortei di madri che inneggiano a SanPa, le parole dei giornalisti amici (da Minoli a Biagi, da Costanzo a Montanelli), il sostegno del petroliere Gian Marco Moratti, principale sponsor finanziario della comunità.

Ma soprattutto, la voce che si ascolta maggiormente è quella di Vincenzo Muccioli.

E non è certo colpa dei suoi detrattori se rivendica lui stesso, davanti alle telecamere, la giustezza della riduzione in catene dei fuggiaschi, l’uso della violenza fisica come metodo rieducativo, o la negazione del sostegno farmacologico durante le crisi di astinenza.

Se ridicolizza in modo sessista e spregevole (col giochino dell’anello) le denunce di violenze sessuali delle recluse, o se dichiara candidamente di aver taciuto e mentito sull’omicidio di Roberto Maranzano, massacrato di botte e ucciso in un reparto punitivo della Comunità.

È Vincenzo Muccioli il peggior detrattore di se stesso, con le sue esternazioni che finiscono per rendere poco credibili anche le difese d’ufficio dei suoi più convinti sostenitori.

I quali probabilmente si aspettavano di partecipare ad un documentario apologetico, che è ciò a cui erano stati abituati durante decenni di ostracismo televisivo nei confronti delle vittime della comunità.

Come ricorda Rita Maranzano, sorella di Roberto, in una conferenza stampa del 1994 il cui audio è disponibile sul sito di Radio Radicale[1]:

“È stato dato spazio a tutti coloro che sostengono il signor Muccioli, a lui e alla sua famiglia, a chi invece voleva opporvisi è stato dato sempre un netto rifiuto. Io per esempio due anni fa dovevo partecipare alla trasmissione I fatti vostri, mi hanno fatta andare a Roma e poi a Roma mi hanno detto che era arrivato il veto di Minoli [all’epoca capostruttura di Rai2] e quindi non potevo partecipare. Ho sempre cercato di contattare Rai1, Rai2, Rai3, la Fininvest. Ho trovato un muro.”

Il docufilm sceneggiato da Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, per la regia di Cosima Spender, rappresenta finalmente una breccia su quel muro, e una restituzione di verità e dignità per tutt* quell* che hanno avuto il coraggio di denunciare ciò che hanno visto e subito là dentro, nonostante le minacce, le rappresaglie e la denigrazione.

Un laboratorio per le controriforme

Come dicevo, San Patrignano è stato (e non so in che misura sia ancora) un fenomeno multiforme e complesso, non banale.

Non riducibile solo all’aspetto della violenza fisica, che comunque l’ha accompagnato fin dalla nascita, da quel primo messaggio di aiuto lanciato nel ’79 dal ventisettenne Paolo Morosini: “Sono prigioniero di queste persone. Telefonate alla polizia o ai carabinieri. Ho già avuto 7 collassi e sto malissimo“.

Un segnale seguito dalla seconda denuncia nell’ottobre dell’80, quando Maria Rosa Cesarini riesce a fuggire dalla comunità dopo essere stata rinchiusa per sedici giorni in una piccionaia.

Durate la perquisizione che ne segue, vengono trovati dalla polizia, al freddo e nel sudiciume, “Luciano Rubini e Leonardo Biagiotti incatenati in due locali usati come canile, Marco Marcello Costi incatenato alla porta in ferro di un locale di tre metri per uno e Massimo Sola incatenato ad un manufatto adibito a colombaia”[2].

Sono loro i ragazzi ritratti nelle foto simbolo del “processo delle catene”, un processo fortemente mediatizzato che porterà San Patrignano ai disonori delle cronaca, ma non fermerà la violenza.

Perché al di fuori dell’aula di tribunale, gran parte della società plaude a quella violenza.

Plaude alla sospensione delle garanzie dello stato di diritto per i tossicodipendenti, alla liceità di sequestrarli e richiuderli al di fuori di qualsiasi previsione di legge, ed è disposta ad accettare anche l’uso di trattamenti inumani e degradanti pur di toglierseli di torno.

Partecipa a quella violenza, rifiutando di accogliere e proteggere chi tenta di sottrarsene.

Una società che quando evadi ti cattura, e ti riconsegna a loro.

O che ti chiude tutte le porte, costringendoti a tornarci, perché è l’unico posto dove ti è concesso stare.

Durante il “processo delle catene”, anche dopo la condanna in primo grado, i tribunali di tutta Italia continuano ad inviare tossicodipendenti a SanPa per scontare la pena, nonostante i suoi sistemi siano ormai noti.

In appello, e poi in Cassazione, la magistratura finisce per assolvere Vincenzo Muccioli, spalleggiato dal potere politico e dalle televisioni pubbliche e private a reti unificate.

Lo assolve dalle accuse di sequestro di persona, violenza e maltrattamenti, per “aver agito in stato di necessità putativa“, legittimando con l’impunità il via libera all’uso di quegli stessi metodi, che nel frattempo continuano ad essere esercitati “as usual”.

Una decisione che conferma quell’aura di “extraterritorialità” che avvolge la comunità sulla collina, apparentemente immune anche alle leggi edilizie e fiscali.

Tanta accondiscendenza da parte dello Stato è legata certamente a numerosi interessi contingenti – la comunità muove soldi, voti e consenso – ma al di sopra di questi, c’è il fatto che San Patrignano interpreta pienamente lo spirito del tempo, di quegli anni ’80 inaugurati dalla sconfitta operaia alla Fiat e dalle crociate antiabortiste di Wojtyla.

La comunità partecipa alla costruzione del nuovo ordine, riuscendo a riassumere in una sola esperienza tutte le controriforme possibili.

A partire dalla logica patriarcale che la sottende, con al centro un Dio/padre/padrone dotato di potere assoluto sui suoi ‘figli’, redenti dalla colpa della tossicodipendenza attraverso l’imposizione della disciplina e la rieducazione del lavoro. Un lavoro coatto e gratuito – nelle strutture agricole e artigianali di SanPa – che riporta alla mente, più che lo spirito cooperativo, quello delle workhouses dell’età vittoriana, le fabbriche/prigione istituite per togliere i poveri e vergognosi dalle strade e raddrizzare le loro cattive abitudini.

In fatto di diritti del lavoro, San Patrignano incarna, in pratica, il sogno proibito di quella borghesia industriale che negli anni ’80 ha da poco riguadagnato il controllo delle fabbriche, la libertà di licenziamento e la vittoria al referendum sulla scala mobile.

Inoltre la vocazione reclusoria della comunità fa da contraltare alla Legge Basaglia, che ha da poco modificato radicalmente i presupposti per la privazione della libertà personale in assenza di reati, ed alla riforma sulle tossicodipendenze del ’75 (quella che istituisce i servizi territoriali pubblici di assistenza) che, come vedremo, SanPa si impegnerà ad emendare dettando ai decisori politici il testo della Iervolino Vassalli.

Ma è nella distruzione/costruzione delle identità e delle coscienze dei reclusi, e nello sviluppo di modelli originali nell’organizzazione delle funzioni di controllo, coercizione, punizione, che la comunità di Muccioli riuscirà a dare il meglio di sé. (Continua)

Note

1) Presentazione dell’ASS. dei Familiari e Amici delle vittime di San Patrignano, Radio Radicale, Bellaria, 10 dicembre 1994.

2) Tratto da “la mappa perduta“.

Fonte

09/01/2021

Le tenebre di San Patrignano

No! Non è mio interesse, qui, scrivere una banale recensione del docu-film “SanPa, luci e tenebre di San Patrignano”.

Il progetto ideato da Gianluca Neri, sceneggiato dallo stesso Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, per la regia di Cosima Spender, è andato in onda sulla piattaforma Netflix dal 30 Dicembre scorso.

Docu-serie che, com’era facilmente prevedibile, sta facendo molto discutere, spaccando il pubblico tra i pasdaran di Vincenzo Muccioli – fondatore della comunità di recupero per tossicodipendenti – e suoi detrattori.

Tra chi rimpiange SanPa, neanche fosse il Paradiso perduto di Milton, dove i tossicodipendenti potevano intraprendere un percorso di redenzione; e chi, invece, ne evidenzia gli aspetti più cupi e deteriori – dal controllo repressivo alle violenze sui ragazzi, dai letti di contenzione alle catene, dai suicidi alle morti e finanche agli omicidi – seppur con accenti costantemente improntati alla moderazione e all’incertezza.

Esitazione dovuta, con ogni probabilità, a problemi di cui troppe volte, quasi fisiologicamente, si ignorano implicazioni e riflessi.

Accenti che lasciano affiorare, in ogni caso, un inequivocabile timore reverenziale verso quell’esperienza di “salvazione provvidenziale” e il suo “divino tutore”, che francamente trovo intollerabile.

Una sorta di plastica rappresentazione della cultura italica che, tra misticismo e cattolicesimo o, all’inverso, tra giudizio a priori e ideologia, si esercita – con manicheo moralismo o con finta spregiudicatezza libertaria – su cicatrici altrui, aperte nel cuore della iniqua società dell’opulenza, ai cui margini si agitano fantasmi dalla carne tremula, infetta dei veleni del profitto e della miseria.

Con simili premesse, dunque, apparirà fin troppo chiara, al lettore, la scelta di non percorrere la strada, sicuramente più facile, di una recensione che mi avrebbe senz’altro semplificato le cose.

Mi limito perciò a poche e lapidarie note critiche.

Di SanPa si possono certamente apprezzare l’andamento lineare e progressivo nel tempo e il montaggio storico, capace di avvincere lo spettatore e di sistematizzare il cospicuo materiale documentale.

O ancora il tentativo, parzialmente riuscito, di restituire testimonianze fedeli.

E certamente, infine, il coraggio degli autori di non procedere seguendo una tesi prestabilita, al fine di lasciare allo spettatore la possibilità di crearsi un proprio giudizio.

Il che, considerando la quasi inviolabilità di Muccioli e San Patrignano, nell’immaginario collettivo italiano assurti l’uno alle altezze di un Abramo contemporaneo, l’altro a santuario laico, non è poco.

Ed è proprio quest’ultimo aspetto ad aver provocato l’ira della famiglia Muccioli, che con un comunicato stampa ha accusato gli autori di aver inquadrato San Patrignano in un’ottica del tutto negativa.

Ciò detto, però, non intendo dilungarmi oltre sulla specificità e la qualità della serie. Non m’interessa più di tanto recensire, come accennavo più sopra.

Perché quello che la docu-fiction non può restituirci sono le emozioni, i vissuti, le disperazioni e le tragedie che i tossici hanno vissuto nella comunità-gabbia di San Patrignano.

I live dei giorni di “rota”, disintossicazione, craving.

Non me la sento proprio di vestire, dunque, in questo caso, i panni del critico o dell’intellettuale freddo e distaccato. Anche un po’ compiaciuto delle sue coordinate estetico-ideologiche.

Non voglio e non posso. E per un motivo molto semplice e molto personale. Se si vuole, giornalisticamente neanche troppo deontologico. Ma tant’è.

È la stessa vita di chi scrive a non permetterlo.

Quelle emozioni, quei vissuti, quelle disperazioni, quelle tragedie legate alla rota e alla disintossicazione sono stati infatti, per anni, il mio vissuto.

Il mio quotidiano. La legge di un cupo desidero di fuga nichilista. Condiviso con migliaia di passeggeri compagni di vita.

Compagni con cui appiccare il fuoco di un’idea di libertà negata e distorta. Dalla società. Dal sistema. Dal Potere. Da sé stessi.

Un vissuto che è fatto – non dimentichiamolo, nell’ipocrita considerazione moralistica e di condanna dell’eroina e della tossicodipendenza in generale – anche di piaceri intensi ed estasi oniriche.

Non si spiegherebbero, altrimenti, i tanti giovani e meno giovani finiti nelle culla dolce, e a un tempo arrugginita e ferale, della droga.

Venticinque anni di tossicodipendenza. Da tutto...

Quindi, converrete, che in materia sono laureato, specializzato e mi sono preso pure qualche master.

Perciò, a prescindere da considerazioni estetiche e di impostazione inchiestistico-dicumentaristica in merito a SanPa, consentitemi alcune riflessioni.

Che derivano non solo da esperienze personali, ma anche e soprattutto da testimonianze dirette di chi, a San Patrignano, è stato rinchiuso.

Fratelli di strada con cui ho condiviso buchi, sballi, furti, arresti e racconti di vita. Fratelli che in quel lager hanno vissuto l’inferno!

Io stesso, d’altronde, ho rischiato di finirci. Sempre opponendo, tuttavia, la motivazione caparbia di chi avrebbe voluto farcela con la propria testa, la propria volontà, il proprio corpo.

E alla fine ce l’ha fatta...

Cionondimeno, è comprensibile che le famiglie, ad un certo punto, esasperate, alzino la bandiera della resa e le provino tutte.

Soprattutto, nella totale latitanza di uno Stato che considera i tossici alla stregua di scarti della produzione, da tenere fuori dall’umano consesso economico e civile.

Cellule cancerogene, impazzite e da estirpare. Delinquenti da rinchiudere in galera. Malati da sbattere in un presidio psichiatrico, per il passato.

Poi, sull’onda libertaria degli anni Settanta, in cosiddette comunità terapeutiche, dove spesso mancavano e mancano assistenti sociali, psicologi, personale infermieristico.

Dunque, la SanPa della serie – SanPa: un nome accattivante per il mercato, ma irritante per chi quelle storie ha vissuto – era esattamente una struttura di contenzione.

Modellata secondo la peggiore cultura patriarcale e repressiva. Sorvegliante e punitiva come un Panopticon foucaultiano. Un lager, un campo di lavoro, un gulag. Botte, pugni, calci, schiaffi, catene.

Castighi corporali e pene morali, rigorosamente divisi per genere. Ai maschietti, se sbagliavano, era destinata la porcilaia. Alle femminucce la tessitrice.

Vincenzo Muccioli era un imprenditore della sofferenza, un tiranno, un padrone, un uomo ai limiti del delirio di onnipotenza cristica, che godeva di protezioni trasversali.

Preferibilmente fascisti: nota la requisitoria in suo favore di Gasparri, negli anni ’90. E oggi la difesa ex post della sorella d’Italia, Giorgia Meloni.

Ma non mancavano i liberali, i democristiani, i berlusconiani. La famiglia Moratti, non si sa a che titolo, ha cospicuamente finanziato San Patrignano nel tempo.

E finanche il partito comunista, notoriamente legalitario e con spiccate tendenze securitarie e disciplinari, difendeva Muccioli e la sua comunità.

Il tutto, in un vuoto normativo voluto e perseguito, fino agli anni ’90, da tutte le forze politiche del paese.

Comprese quelle di una sbiadita, inconsistente sinistra, sempre meno vicina ai reali interessi dei ceti popolari – indiscutibilmente, dalla fine degli anni ’70, i più colpiti dal fenomeno eroina – che mai si è realmente battuta per costruire efficaci centri di assistenza terapeutica per tossicodipendenti.

Presìdi che fossero finanziati con denaro pubblico, grazie al quale si sarebbe dovuto sostenere e migliorare quel Sistema Sanitario Nazionale che, invece, sin dagli anni ’80, si è provveduto allegramente a smantellare.

Con i risultati che tutti, oggi, stiamo sperimentando insieme alla pandemia.

Quando poi, i Ser.T (Servizi Tossicodipendenze) videro finalmente la luce (istituiti con la Legge 162 del 1990) si rivelarono, tanto per cambiare, inefficaci, disorganizzati e carenti sotto ogni profilo.

Posso testimoniarlo, essendone stato utente per circa vent’anni. Fino al 2011.

Regole di somministrazione del matadone completamente discrezionali e non fissate da un protocollo condiviso; viceversa, dettate dal dirigente sanitario in base a valutazioni personali e del tutto arbitrarie.

Presìdi che spesso facevano registrare gravi carenze di personale specialistico – particolarmente nei quartieri più marginali e conseguentemente più a rischio – e in cui gli utenti venivano trattati con sufficienza, quando non con aggressività.

Servizi in cui, non di rado, mancavano assistenti sociali e operatori della salute mentale, con consequenziale assenza di fondamentali percorsi di sostegno psicologico.

Solo di recente, a quanto pare, le cose sono migliorate. Ma di poco, mi dicono.

Dunque, in questo vuoto legislativo e organizzativo, con l’eroina e la cocaina che, tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta, inondavano le strade e mietevano morti, lo Stato preferì affidarsi a strutture di fatto private, come le comunità terapeutiche.

Ad emergere, tra le prime, fu proprio San Patrignano, fondata da quello che, a tutti gli effetti, aveva l’aria di un Santone.

Immediatamente benedetto con l’aureola dalla borghesia perbenista, che dei figli non era in grado di occuparsi o non aveva tempo e voglia di occuparsi.

Canonizzato, però, anche dalle famiglie del proletariato e del sottoproletariato metropolitano, come salvifico santo protettore dei tossicodipendenti.

Perché il problema eroina sembra una livella interclassista che non conosce rigide separazioni di censo. Benché abbia potuto constatare, con i miei occhi, quanto i figli del popolo siano molto più esposti e molto meno tutelati.

Non solo sul versante del recupero. Non solo sul piano giudiziario: le carceri sono piene di tossicodipendenti provenienti dai ceti subalterni. Ma anche di fronte alla morte. Per overdose, per Aids, per Hcv.

Ma torniamo a SanPa e a “san” Vincenzo Muccioli.

La realtà è spesso ben diversa da quella che appare o ci si illude che sia.

Muccioli a San Patrignano era l’unica autorità riconosciuta. Arbitro in terra del bene e del male. Come dice Cantelli, uno dei volti storici di San Patrignano – di cui fu anche Ufficio Stampa – la terapia dentro la comunità era Muccioli.

Un’assurdità in termini scientifici. E il riconoscimento di un’extralegalità ai confini con il fanatismo religioso e la pratica a rischio penale.

Alla dipendenza dalla droga – eroina principalmente, ma anche coca e pasticche – SanPa finiva per sostituire la dipendenza dal sistema comunità e il totale asservimento alla figura del Padre-Padrone.

Perché la verità che nessuno può capire, se non è stato tossico, è che in un luogo come San Patrignano non esci da un beneamato cazzo!

Una struttura di personalità dipendente avevi. Una struttura di personalità dipendente conservi. La soggettività viene diluita, spezzata, assimilata all’interno della comunità.

D’altra parte Vincenzo Muccioli, con la complicità dello Stato, considerava il tossico un inutile ingranaggio della catena di montaggio sociale.

Un pezzo di carne avariata: senza nervi, sangue, ossa, intelligenza, cuore. Un pezzo da aggiustare. Uno zombie. Che anche se moriva, pazienza.

Problematiche che dovrebbero far riflettere anche molti di quei compagni che oggi sui social criticano, giustamente, il docu-film SanPa.

Ma poi inneggiano a passate esperienze di socialismo reale, in cui la tossicodipendenza – nel 1986 i dati ufficiali forniti dal ministro degli Interni sovietico Aleksandr Vlasov e pubblicati dalla Pravda, parlavano di 46.000 tossicodipendenti e di fenomeno erroneamente tenuto nascosto dal governo per il passato – non era certo guardata con occhio comprensivo e doverosamente curata.

Bensì anche lì, purtroppo, emarginata e confinata in galere o strutture psichiatriche.

In definitiva, la concezione del recupero di Muccioli a SanPa si declinava secondo un paradigma para-religioso. Fanatico e inflessibile.

Sospeso tra la crudele severità carceraria e la disumana legge della clausura conventuale.

Assimilabile più al carcere speciale dell’Asinara che ad una struttura con finalità umanitarie.

Aspetti inquietanti, cui andrebbe aggiunto quello che, con ogni evidenza, si poteva configurare come forma di sfruttamento gratuito della manodopera, costituita dai giovani ospiti della comunità.

Insomma, una vera e propria concezione schiavistica del recupero, ben inserita nella catena del valore e della produzione tipicamente capitalista.

Con scarso interesse per la vita e il rispetto di chi, a tutti gli effetti, andrebbe considerato un malato.

Letti di contenzione, catene e botte non possono e non devono, insomma, rappresentare strumenti terapeutici.

Metodi che hanno, per secoli, caratterizzato la “cura” del disagio psichico e sociale.

Proprio contro queste pratiche disumane, repressive e crudeli, tra cui l’elettroshock, prendeva forma, nel 1978, la Legge Basaglia. Una delle più avanzate legislazioni a livello mondiale, in materia di disagio psichiatrico e di protocollo terapeutico. Purtroppo, nel tempo, andata completamente disattesa.

Una legge il cui obiettivo era non solo la chiusura dei manicomi ma soprattutto la restituzione della dignità umana al sofferente psichico, la cui riabilitazione avrebbe dovuto passare attraverso il dialogo con l’altro e il reinserimento nel tessuto sociale.

In quei luoghi, vere e proprie discariche della società al pari delle galere, venivano spesso rinchiusi anche i tossicodipendenti. I quali subivano gli stessi spietati trattamenti.

Non dimentichiamo, a tal proposito, che nella Torino di quegli anni operava, presso l’ospedale psichiatrico di Collegno, in qualità di vicedirettore, il famigerato dottor Giorgio Coda.

Il suo nome è legato ad una innumerevole serie di abusi e maltrattamenti terapeutici, su pazienti psichiatrici, alcolisti, tossicodipendenti, omosessuali e masturbatori. Che l’illustre luminare intendeva curare con scariche elettriche non solo alla testa, ma anche ai genitali, senza anestesia e senza gomma in bocca, provocando così la rottura dei denti.

Metodi che gli valsero il passaggio al disonore delle cronache col nomignolo “l’elettricista”.

Coda – alla cui ignobile vicenda medica e professionale fu dedicato anche il volume Portami su quello che canta. Processo ad uno psichiatra, scritto da Alberto Papuzzi – fu processato per maltrattamenti, con relativa condanna a cinque anni di detenzione, al pagamento delle spese processuali e all’interdizione dalla professione medica per cinque anni.

Violenze, morti e suicidi provocati dal “Protocollo Coda”, che non passarono inosservati in un contesto di lotta armata, come quello che si era venuto delineando in quegli anni in Italia.

Al punto che, il 2 dicembre 1977, quattro uomini dell’organizzazione armata Prima Linea, penetrarono nell’appartamento dove Coda teneva visite private – in via Casalis 39, nel quartiere “bene” di Cit Turin – e, dopo averlo sottoposto a un breve “processo” e averlo legato a un termosifone, gli spararono alle spalle e alle gambe. Infine, gli attaccarono un cartello con su scritto: «Le vittime del proletariato non perdonano i loro torturatori».

Ed è dunque in quel crogiolo culturale – tra l’approvazione della Legge Basaglia, non vista certo di buon occhio dalla maggioranza silenziosa e dalla borghesia reazionaria del nostro paese, terrorizzate dalla possibilità di ritrovarsi per strada, faccia a faccia, con quei disagiati, quei malati che preferivano tenere lontani dai loro suscettibili sguardi di gente perbene – e il vuoto politico di uno Stato che non sa e non vuole approntare mezzi e risorse adeguate per affrontare i problemi legati al disagio psichico e alle tossicodipendenze (spesso connesse tra loro) che nasce la comunità di San Patrignano.

La quale viene configurandosi, sin da subito, come l’ennesima discarica di una società che non desiderava e non desidera avere attorno a sé tossicodipendenti.

Affidandone non la cura, bensì la contenzione e soltanto in ultima istanza la “salvezza” mediante previa “redenzione”, all’Uomo Forte. Al Capo. Al Messaggero della Provvidenza.

Quel Vincenzo Muccioli che a San Patrignano era la Legge. Che aveva potere assoluto di vita o di morte. E i cui metodi non erano poi tanto diversi, come abbiamo detto, da quelli dello psichiatra torinese, Giorgio Coda. Eccettuato, chiaramente, l’elettroshock!

La riabilitazione purché sia, salvare una vita a qualunque prezzo, anche paradossalmente la morte – perché è il risultato ad avere valore, non la dimensione umana del soggetto – viene a configurarsi come una sorta di pragmatismo machiavellico ai limiti della ferocia, trasformandosi in un insensato accanimento terapeutico. Per giunta, perseguito con metodi crudeli.

Pratiche inaccettabili per uno Stato e una democrazia che vogliano dirsi evoluti.

Farsi la rota senza alcun sostegno medicinale, come ad esempio il metadone, e per di più incatenati, picchiati e sottoposti a sanzioni e punizioni morali e corporali, gettati in una gelida cella, è qualcosa di umanamente atroce.

Ho conosciuto gente che si sarebbe suicidata durante la disintossicazione intrapresa nel rassicurante ambiente domestico. Anche per chi scrive non è stato facile...

Figurarsi in quelle condizioni vessatorie e repressive. E infatti non sono mancati i tentativi di suicidio.

Come, d’altra parte, tantissimi sono stati i fallimenti di una simile, sconsiderata, violenta pratica disintossicante.

Fallimenti cui sono seguiti depressioni, buchi sempre più profondi, resa incondizionata alla roba. E morti. Tanti!

In conclusione, le comunità terapeutiche rappresentano il fallimento dello Stato, della collettività sociale, della famiglia e di tutte le strutture inerenti la società borghese.

Che affida al privato tout court o a quello che oggi si chiama privato sociale in convenzione, problemi serissimi di cui non vuole occuparsi.

Che non vuole accogliere, a dispetto di tutta la retorica umanitaria e democratica.

La tossicodipendenza e i tossici sono un drammatico grattacapo che è meglio scotomizzare e nascondere tra le pieghe di un sistema fallato e fallito.

Meglio affidarli a supposti uomini della Provvidenza, secondo la più classica cultura italica. Reazionaria, moralista, bigotta e punitiva!

Ma Muccioli e San Patrignano, lontani dall’essere un uomo e un luogo da santificare o rimpiangere, andrebbero dimenticati quali vergogne di un ordinamento sociale, economico e politico, incapace di dialogare con i propri figli, i propri giovani, e di comprenderne i fisiologici problemi di crescita.

Che anzi amplifica, esaltando individualismo, competizione, cultura del denaro, classismo e logica del più forte. Un ordinamento da cui fragilità, debolezza, sensibilità, sono espulsi.

Muccioli e SanPa sono pertanto tenebre con “luci” che, se ci sono state, chi scrive non ha mai visto.

Mentre, per tornare alla serie tv, è senz’altro da considerarsi come un discreto documento testimoniale di quell’Italia in cui si va in chiesa a battersi il petto, ma una volta fuori, se si incontra il dolore, lo si evita. Semmai sputandogli anche addosso.

Pertanto, se proprio si vuol veramente capire qualcosa di tossicodipendenza attraverso la fiction, molto meglio Amore tossico di Claudio Caligari o L’Imperatore di Roma di Nico D’Alessandria.

Film tosti, le cui immagini conficcate nella realtà, ti urlano contro come un cane che ringhia tra le ombre fameliche della strada.

Fonte

Per approfondire consigliamo questo articolo pubblicato da Codice Rosso, che esplica con la medesima chiarezza utilizzata da Morvillo nel testo qui sopra, come nessuna questione sociale (e la tossicodipendenza lo è pieno titolo) possa e soprattutto debba essere affrontata con le armi della moralità, che sono poi quelle della coercizione e repressione.

08/03/2015

Meno male che "San Patrignano c'è"?


In un Paese in cui intellettuali che cambiano sponda con la facilità con cui si cambia marca di tagliatelle resuscitano dalla preistoria politico-sociale tutto quello che può venire utile a “fare un po’ di movimento culturale”, a stimolare un dibattito anche aspro a fini, naturalmente, di provocare, di stordire, di disorientare una opinione pubblica già di per se estremamente disorientata e sbriciolata, che cosa potrà mai essere, che cosa potrà mai significare, come si potrà mai leggere, come si potrà mai decifrare la campagna mediatico-televisiva di autofinanziamento (manda un sms e sostienici, fai una telefonata e sostienici) di San Patrignano in corso? “Se non ci fosse (San Patrignano) io (il consumatore di sostanze proibite ma adesso bellino pulitino così carino) non ci sarei; cioè non sarei qui: o sarei morto, o sarei da quei cattivacci del ser.t a prendere il metadone (zombie nella vulgata mucciolian-gelminiana), o sarei in una buia galera di Pordenone, o in una delle piazze dello spaccio italiano a fare la solita vita eccetera eccetera.

Meno male che San Patrignano c’è, verrebbe da canticchiare. E meno male, sennò, invece di stare qui a chiederti due euro via etere con il mio sguardo smarrito e bello, che stimola un po’ di sano istinto materno, paterno o di altra svariata tipologia parentale, stavo sotto casa tua a cercare di forzare la serratura o a tentare di farti uno scippo. Devo essere carino/a, certo, perché pare che a San Patrignano, non mi avrebbero voluto/a. Carino/a, abile al lavoro gratuito possibilmente senza malattie che mi avrebbero impedito di lavorare gratis alla produzione di formaggi, vini, mobili e tanto altro. Così è, se vi pare. E mandateci due euri con sms o telefonata (qui cinque euri) come va tanto di moda adesso in tivvù.

Qualcuno, per difendersi, sarà in grado di aprire i cassetti della sua memoria per tirare fuori, forse in maniera un po’ confusa, le notizie di stampa, di televisione, degli anni ottanta, dei primi anni novanta in cui questa comunità per tossicodipendenti, San Patrignano, salì tristemente agli onori delle cronache nazionali per gli innumerevoli episodi di violenza, maltrattamenti, abusi, connivenze politiche, posizionamenti proibizionisti in tema di stupefacenti?

In qualsiasi paese civile quella stagione in cui lo stato delegò ad alcuni privati psudo-eroi (Gelmini, Muccioli, Cardella che, tra loro, in comune, avevano solo un burrascoso e ambiguo passato) che si erano autonominati salvatori della Patria dal flagello eroina e i suoi frutti malati, sarebbero stati oggetto di un attento controllo: così successe per esempio in Francia dove la comunità Le Patriarche venne chiusa proprio per gli episodi di violenza accadutivi al suo interno.

Qualsiasi paese civile, poi, controllerebbe i dati sul recupero diffusi da questa comunità non riconosciuta come tale dal Ministero della Salute né dalle asl che infatti non pagano alcun rimborso. Li controllerebbe e ne verificherebbe la totale inattendibilità scientifica.

“Se non ci fosse io non ci sarei” ci dicono sorridenti i ragazzi dello spot che va in onda tra la fine di febbraio 2015 e i primi di Marzo su tante reti nazionali pubbliche e private e mentono sapendo di mentire poiché conferiscono una potenzialità quasi taumaturgica ad un luogo che di scientifico sulla cura della tossicodipendenza non ha nulla.

“Se NON CI FOSSE STATA, invece, LORO ci sarebbero”. Cioè:

Roberto Maranzano, assassinato a San Patrignano nel 1989.

Natalia Berla, indotta al suicidio a San Patrignano nel 1989.

Gabriele di Paola, indotto al suicidio a San Patrignano nel 1989.

Fioralba Petrucci, indotta al suicidio a San Patrignano nel 1992.

Ma, si sa, la verità in Italia non è mai andata di moda.

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