Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/04/2019

Gli stragisti che ci comandano. Il caso Sacker

Ci sono notizie che dovrebbero annientare tutti quelli che ripongono ancora speranze nella “riformabilità” del capitalismo, nella “responsabilità sociale” degli imprenditori, sul grado di “civismo” di potenti che sanno sicuramente stare a tavola, apprezzare un capolavoro e vestirsi con gusto.

Questa, che riguarda la famiglia Sackler e quindi la multinazionale del farmaco Purdue Pharma, è al di là di ogni più sfrenata fantasia complottistica si potesse immaginare.

Nei soli Stati Uniti – ma questi farmaci vengono ancora oggi venduti in tutto il mondo – l’OxyContin e il Fentinyl hanno provocato una “piccola” strage: 200.000 morti. Si tratta di due analgesici a base di oppioidi, il che implica immediatamente la stimolazione di una tossicodipendenza e quindi l’assunzione di dosi crescenti per mantenere gli stessi effetti. Trattandosi di princìpi attivi addirittura più potenti della morfina (e quindi dell’eroina), un utilizzo “normale” – quello tipico del paziente con a disposizione un blister di 20 o 30 capsule da assumere “al bisogno” – provoca molto di frequente una classica morte per overdose.

Questi stragisti comodamente seduti nei loro attici di New York – abitano proprio lì, non è un luogo comune per diffamarli più di quanto meritano – hanno fatto decine di miliardi ammazzando gente, consapevolmente e intenzionalmente.

Ma vengono solo ora indagati per inaccuracies, ossia “inesattezze” nella compilazione del “bugiardino” che accompagna ogni confezione di qualsiasi farmaco. In pratica, per avere sottostimato – tra gli “effetti collaterali” – l’induzione alla tossicodipendenza e l’esposizione all’overdose.

Se avessero rubato una mela al supermercato, sicuramente, sarebbero stati immediatamente incarcerati...

I Sackler sono dei rispettati assassini ben inseriti nell’altissimo mondo della finanza internazionale, noti come “filantropi” che regalano magnanimamente soldi a prestigiose fondazioni culturali come il MoMa. In pratica dei licantropi in smoking...

Insistiamo sul punto perché dovrebbe risultare in molti modi sconvolgente. Non stiamo parlando di un palazzinaro che risparmia sulla quantità di cemento nella costruzione di un palazzo o dei piloni di un’autostrada, che alla fin fine provoca “solo” qualche decina di morti quando tutto – dopo qualche decina di anni – viene giù come un castello di carte. Non stiamo parlando di un vignarolo arricchito che usa l’etanolo per alzare la gradazione del suo vinaccio. E neanche di un terrorista islamico sfigato che pure risulta molto più preoccupante...

Stiamo parlando del gotha dell’imprenditoria mondiale. Di quelli che decidono come dobbiamo vivere e soprattutto morire, pagandogli anche a caro prezzo le pillole che ci ammazzano. Sono insomma esponenti tipici di una classe dirigente fatta di assassini senza scrupoli, su grandissima scala, ma senza mai sporcarsi le mani direttamente anche di una sola goccia di sangue. A questo provvedono – quando necessario – orde di poliziotti, militari, spie, infami e politici “autoritari”.

Siamo troppo prevenuti perché comunisti, dite? Beh, allora leggetevi il lancio dell’agenzia Agi – proprietà dell’Eni, altri “santi imprenditori” ma nel settore petrolifero – e traetene le conclusioni. Non credo saranno molto diverse dalle nostre...

***** 

Dietro la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti ci sarebbe un colosso farmaceutico

La famiglia Sackler, medici e filantropi finanziatori del MoMa, secondo l’accusa del procuratore di New York sarebbe la mente dietro l’epidemia di farmaci a base di oppioidi, che ha causato finora oltre 200 mila morti in America

Massimo Basile

Fino a ieri era solo una invidiata famiglia di Brooklyn, ricchi miliardari, medici e filantropi finanziatori del MoMa. Adesso, dopo l’inchiesta avviata dal procuratore dello Stato di New York, la famiglia Sackler, proprietaria del colosso farmaceutico Purdue Pharma, è accusata di essere la “mente” dietro l’epidemia di farmaci a base di oppioidi che sta avvelenando l’America.

Nel mirino sono finite le fortune, circa 13 miliardi di dollari, che la famiglia Sackler ha accumulato dalla vendita dei farmaci e che ha depositato in una galassia di società, sotto il nome di Mundipharma, che si estende dalla Cina all’Australia fino al Regno Unito. La famiglia Sackler è, soprattutto, la produttrice dell’OxyContin, uno degli analgesici a base di oppioidi, molto più potenti della morfina, considerati causa dell’epidemia di morti da overdose che sta colpendo gli Stati Uniti.

Le sole vendite di OxyContin sono in continua ascesa: dal 2008 al 2015, questo farmaco, diffuso anche in Europa, ha portato ai Sackler ricavi per quattro miliardi di dollari. Negli Usa l’OxyContin, assieme a un altro farmaco, il Fentinyl, sta producendo gli effetti più preoccupanti.

Tra i colpiti persino i neonati

Tra i colpiti incredibilmente persino i neonati. Secondo il Centro americano per la prevenzione e controllo della malattia, il numero di gravidanze di donne dipendenti dai farmaci oppioidi è aumentato in modo esponenziale: nel 2014 quasi 32 mila bambini nati negli Stati Uniti avevano mostrato sintomi di astinenza da oppioidi.

La media era di un neonato ogni quindici minuti. Il fatturato annuo legato ai farmaci a base di oppioidi si aggira sui 78,5 miliardi di dollari. Ma il costo in vite umane è sempre più alto: ogni giorno 130 persone muoiono negli Stati Uniti per overdose di farmaci.

Nel campo degli affari i Sackler dunque – secondo il procuratore dello Stato di New York – avrebbero mostrato un altro volto: come risulterebbe da alcuni documenti in mano alla procura, riuniti sotto il nome di “Tango Project”, l’azienda era consapevole di fare affari sfruttando la dipendenza che i loro stessi farmaci inducono nei pazienti: “Trattamento del dolore e dipendenza sono naturalmente legati”, si legge nel documento. Lo schema prevedeva la diffusione del farmaco per lenire i dolori e poi, generando dipendenza del paziente, immettere sul mercato un altro farmaco per lenire la dipendenza.
 
200 mila americani sono morti per overdose da oppioidi

Nel mirino della procura ogni tipo di paziente, dalla “donna di cinquant’anni con dolori cronici alla schiena – si legge in un documento interno – all’atleta di diciotto anni reduce da infortunio, dal più ricco al più povero”. Gli avvocati della famiglia hanno negato qualsiasi intento da parte dei Sackler di voler monetizzare gli effetti collaterali dei farmaci, contestando l’ipotesi di aver volutamente favorito l’epidemia per accrescere gli affari.

Da quando l’OxyContin è uscito sul mercato, più di 200 mila americani sono morti per overdose legata alla prescrizione di oppioidi, un dato inquietante che – secondo quanto racconta un’inchiesta del New York Times – poteva rivelarsi cattiva pubblicità per il prodotto. La strategia sarebbe stata quella di dare la colpa ai pazienti. “Dobbiamo martellare in ogni maniera chi ne fa abuso – avrebbe affermato Richard Sackler, rivolgendosi ai suoi dipendenti – loro sono i colpevoli e il problema. Sono criminali imprudenti”.

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04/11/2018

Lo stigma sulla “tossica” e la sua povertà sono ulteriori cause della sua morte

Lei scrive:
Cara eretica, ho compiuto ventuno anni da poco. Quando avevo sedici anni ero una tossica e frequentavo “brutti” ambienti”. A me poteva accadere quello che è successo ad altre ragazze. Sono stata fortunata e non mi sento diversa dalle ragazze che vengono giudicate male, sempre che chi le stupri o le uccida non sia uno straniero. In quel caso il cattivo giudizio si trasforma in una beatificazione della vittima perché se la vittima non è beatificata allora il “nero” di passaggio non può essere colui sul quale si sfoga tutto l’odio di chi sa solo odiare.

Quello che io vorrei fosse chiaro è che in certe situazioni non è l’ambiente ad essere brutto ma brutta è l’indifferenza di una società che ti getta in un angolo, che ti tratta come immondizia perché si pensa che se ti droghi sia totalmente colpa tua. Ho visto tante persone drogarsi di nascosto. Figli di papà cocainomani, padri di famiglia che sniffavano eroina, donne eleganti che si facevano di tutto e di più. Quello che voglio dire è che la differenza tra me e loro erano i soldi. Se io avessi avuto i loro soldi non avrei corso certi rischi. Avrei potuto drogarmi in un salotto firmato senza rischiare niente. A meno che non ti fai un’overdose perché vuoi crepare.

I ricchi arrivano nelle periferie solo per comprare e a volte non fanno neanche quello perché hanno l’amico ricco che si fa più ricco vendendo droghe. Quello che ci separa è la classe di appartenenza. Nessuno ha pensato al perché alcune vittime si trovassero in certi ambienti. Nessuno ha analizzato il perché del fatto che i drogati si nascondono. Se non hai un posto dove andare o se non hai il papino che ti paga l’appartamento in centro non hai molta scelta. Se ci sono i fascisti che continuano a criminalizzare il tossico come categoria rognosa della società, al punto da riempire le galere di poveri, per lo più immigrati, solo perché in possesso di un paio di canne di hashish, quel tossico viene disumanizzato.

Se una ragazza che si droga non viene considerata umana allora di chi è la responsabilità quando qualcuno la tratta come un semplice oggetto? Lo stigma che ricade sulla testa di una ragazza drogata è una delle cause delle violenze che subisce. Si tratta di discriminazione come quella che tocca a tutte le persone povere, marginali, prive di risorse e di privilegi economici e sociali. Perciò non mi spiego come proprio chi spedisce la “tossica” all’angolo poi possa deresponsabilizzarsi puntando il dito soltanto sul mostro che l’ha stuprata e uccisa.

Lo stupratore, quell’assassino, è un fetido escremento che non avrebbe il diritto di vivere ma, tutti gli altri, quelli che hanno creato le condizioni sociali perché quella ragazza si trovasse lì, non hanno meno colpe. Sono stati complici, in un certo senso, e lo sono ancora. Quante altre vittime dovremo veder passare sotto il nostro naso per capire che la questione è molto più complicata di quello che i fascisti vogliono farci credere?
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07/03/2016

Operazione Bluemoon: eroina di Stato in nome della “pace sociale”

Pubblichiamo in anteprima, con autorizzazione dell’autore, che ringraziamo, uno stralcio inedito della seconda edizione del libro Full Time Blues. Un diario cronaca degli anni Settanta, di Antonio Festival, in cui si discute dei dati emersi recentemente sui retroscena dell’inondazione di eroina che colpì l’Italia, e gli USA, alla fine degli anni Settanta.

Ciao Tonì... ‬È da qualche mese che mi vedo spesso con Tonino‭ ‘‬A Perzeca.‭ ‬Ha preso casa giusto‭ ‬200‭ ‬metri più su della mia.‭ ‬Fortunatamente anche lui,‭ ‬a botta d’astinenze,‭ ‬comunità andate perse e patimenti,‭ ‬è riuscito ad uscire dal tunnel della roba.

Il passato a volte è appena dietro l’angolo,‭ ‬a parte i ricordi che vanno e vengono,‭ ‬gli amici ancora persi non sono pochi.‭ ‬L’ultimo ad andare via è stato Felice della zona porto.‭ ‬Giusto un paio di giorni prima che uscisse la‭ ‬1°‭ ‬Edizione di questo testo‭; ‬35‭ ‬anni di eroina,‭ ‬35‭ ‬anni di strada,‭ ‬solitudine e disperazione.

Tonì‭... ‬hai saputo dell’ultima novità venuta fuori dallo‭ ‬specchio magico‭? ‬La valanga di polvere bianca che ci travolse in quegli anni ha un nome:‭ ‬operazione BLUEMOON.‭ ‬La notizia è ufficiale‭; ‬Rai Storia ha dedicato alla vicenda l’intera puntata del‭ ‬25/06/2013.‭

Andiamo per gradi:‭ ‬agli inizi dei‭ ’‬70,‭ ‬partono le prime inchieste e i primi servizi giornalistici sulle droghe e il mondo giovanile‭… ‬ci siano o meno,‭ ‬bisogna darne notizia per screditare-diffamare il movimento in ascesa.‭ ‬Una vicenda in particolare sembra segnare l’inizio della strategia.‭

21‭ ‬Marzo‭ ‬1970.‭ ‬In un barcone ormeggiato sul Tevere,‭ ‬dove da qualche mese si riuniscono giovani per ballare e socializzare,‭ ‬fa irruzione un reparto del Nucleo Antidroga dei C.C.‭ ‬diretto da un capitano del S.I.D.‭ ‬Risultato:‭ ‬90‭ ‬ragazzi fermati,‭ ‬perquisiti e denunciati per uso e possesso di droga.‭
Apriti cielo.‭ ‬Il giorno dopo è tutto un accavallarsi di titoli di giornali,‭ ‬tra cui spicca‭ ‬Il Tempo per solerzia e immaginazione:‭ ‬trovati‭ ½ ‬kg di hashish,‭ ‬siringhe usate e ciurme di ragazzi sotto l’effetto di droghe.

Nei sei mesi successivi sui giornali si contano‭ ‬10.000‭ ‬articoli su droga,‭ ‬capelloni e affini,‭ ‬pari al numero degli articoli usciti,‭ ‬sullo stesso argomento,‭ ‬negli ultimi‭ ‬7‭ ‬anni.‭

Alcuni mesi dopo,‭ ‬tra la notte del‭ ‬7‭ ‬e‭ ‬8‭ ‬dicembre,‭ ‬parte il colpo di stato di Valerio Borghese,‭ ‬poi rientrato per ordini superiori.

Il proclama che il nuovo duce avrebbe dovuto trasmettere alla radio,‭ ‬in caso di vittoria,‭ ‬oltre l’annuncio e l’apologia del nuovo governo,‭ ‬includeva anche un appello alla riscossa morale degli italiani‭ ‬ridotti a popolo di drogati,‭ ‬devastati dagli stupefacenti e dal comunismo.‭

Con il tempo,‭ ‬poi viene fuori che la vicenda‭ ‬giovani‭ ‬drogati sul Tevere era tutta una bufala.‭ ‬Nel barcone era stato trovato solo un mozzicone di spinello con pochi residui di hashish.‭ ‬In ogni modo,‭ ‬chi aveva organizzato il piano era riuscito nell’impresa:‭ ‬servire al Borghese,‭ ‬su di un piatto d’argento,‭ ‬le motivazioni per i suoi proclami inquisitori.‭

I mesi passano.‭ ‬Nonostante la repressione poliziesca,‭ ‬le continue diffamazioni dei media verso il mondo dei capelloni,‭ ‬qualche golpista che continua ad affannarsi nel tentativo di equiparare l’Italia alla Grecia e qualche strage da attribuire ai soliti sovversivi‭… ‬il movimento,‭ ‬la contestazione continuano a crescere.‭ ‬Che fare‭? ‬Parte nei dettagli l’operazione BLUEMOON.‭

Dallo screditare si passa all’annichilire,‭ ‬al distruggere l’avversario.‭ ‬Attraverso malavitosi grossisti d’eroina con protezioni in alto loco,‭ ‬intelligence travestita da freak con contatti a destra e manca e‭ ‬fasci allettati dall’idea di prendere due piccioni con una fava‭ (‬far fuori quanti più capelloni possibili e mettere su un giro economico non da poco‭)‬,‭ ‬parte,‭ ‬in Italia,‭ ‬come era successo negli USA‭ ‬alcuni anni prima,‭ ‬la penetrazione e la diffusione di droghe pesanti all’interno dei movimenti di contestazione per portarli alla decadenza,‭ ‬all‭’“‬individualismo‭”‬,‭ ‬all’estinzione.

La scena madre si svolge in Francia,‭ ‬monti Volsgi,‭ ‬autunno‭ ‬1972.‭ ‬La riunione supersegreta è descritta da un ex agente dei Servizi Interni Difesa:‭ ‬“Prendono parte agenti americani,‭ ‬italiani,‭ ‬portoghesi,‭ ‬francesi e perfino del blocco sovietico.‭ (‬n.d.a.‭ ‬per scambiarsi tattiche e strategie,‭ ‬si va oltre qualsiasi cortina‭)‬.‭ ‬L’argomento è‭ ‬(…) le opposizioni‭; ‬cosa fare per prevenirle,‭ ‬per conoscerle a fondo.‭ ‬Come limitare i danni che potrebbero arrecare agli equilibri statuali del momento.‭ ‬Come regolamentarle e disciplinarle attraverso l’introduzione regolata,‭ ‬non per legge,‭ ‬ma da accordi di‭ ‬intelligence,‭ ‬di sostanze stupefacenti.‭ ‬Sostanze da destinare ai giovani per diminuire la capacità di resistenza psicologica nei confronti di chi deteneva la gestione del paese.‭ ‬(…) Bisogna togliere l’idea che i servizi segreti siano fondati su uno spirito cavalleresco,‭ ‬i servizi sono fondati sul principio che il nemico va eliminato.‭ ‬(…) la domanda che ci siamo posti è questa:‭ ‬in che misura,‭ ‬con quali mezzi e chi avrebbe poi dato concreta realizzazione ad un piano di diffusione‭? ‬Sicuramente chi distribuiva doveva avere un ritorno economico ed essere assolutamente inconsapevole del‭ ‬perché della distribuzione.‭ ‬(…) un’ipotesi già collaudata da tempo.‭

Un‭’‬ipotesi fatta di ostracismo verso chi fuma erba,‭ ‬ma di protezione per chi dispensa droghe pesanti all’ingrosso tra i movimenti giovanili.‭

Un‭’‬ipotesi che vede in Italia il numero dei tossici schedati aumentare da‭ ‬10.000‭ ‬nel‭ ‘‬76‭ ‬a‭ ‬270.000‭ ‬nell‭’‬80-‭’‬81.‭

Un‭’‬ipotesi che vede poliziotti perire in strani incidenti stradali mentre svolgono indagini su trafficanti internazionali legati a servizi segreti stranieri,‭ ‬o che vengono destituiti dalla sera alla mattina solo per aver fatto dei grossi sequestri di eroina.

Un‭’‬ipotesi che porta mille morti l’anno tra overdose,‭ ‬suicidi e malattie legate all’uso delle sostanze‭; ‬che vede scoppiare nell‭’‬80,‭ ‬a Napoli,‭ ‬tumulti tra tossici e personale medico all’ospedale Cardarelli e subito dopo all’ospedale Cotugno.‭ ‬Ospedale diventato nel giro di qualche mese un lazzaretto per tossici e malati di epatite.‭ ‬Il quarto piano è l’inferno‭… ‬le condizioni in cui vengono trattati non sono delle migliori.‭ ‬In alcuni casi,‭ ‬pur di farsi sentire,‭ ‬i ricoverati arrivano ad incendiare materassi e suppellettili.‭ ‬In risposta,‭ ‬nel giro di qualche giorno,‭ ‬compaiono porte sbarrate e presidi di guardie giurate agli ingressi dei reparti.‭

Un‭’‬ipotesi‭ ‬che vede comparire,‭ ‬verso la fine degli‭’‬80,‭ ‬sempre a Napoli,‭ ‬nel fossato del Maschio Angioino,‭ ‬dove di mattina vive il mercato dei fiori,‭ ‬il nostro zoo di Berlino.‭ ‬Notte inoltrata‭… ‬giovani tossici offrono prestazioni sessuali ad anziani signori.‭ ‬Ci si apparta sul posto,‭ ‬nell’auto del cliente‭; ‬dietro un angolo dei bastioni‭ ‬o dietro qualche baracca che funge da negozio di fiori la mattina.‭

Si scopre l’acqua calda‭; ‬che la roba non fosse arrivata per opera dello spirito santo si sapeva,‭ ‬il movimento lo sapeva.‭

Oggi abbiamo la conferma definitiva,‭ ‬anche se tardi‭… ‬almeno per loro,‭ ‬per i vecchi genitori scomparsi,‭ ‬per i nonni ed i parenti trapassati da decenni e per tutti quelli che vissero anni in apprensione per i loro cari.‭ ‬Intere famiglie allo sbando,‭ ‬che si muovevano disperate tra ospedali,‭ ‬questure-carceri e lenzuola fradice di sudore e piscio.‭

Tutta una schiera di persone andata via con l’angoscia ed il senso di colpa per non aver saputo comprendere‭ “‬mancanze affettive‭”‬,‭ “‬fragilità caratteriali‭”‬,‭ “‬drammi infantili‭” ‬e cazzate simili,‭ ‬sparate a raffica,‭ ‬come da programma,‭ ‬dalle prime comunità terapeutiche e dai primi centri di assistenza per i tossicodipendenti.‭ ‬Il‭ ‬Business recupera-addomestica prendeva piede.‭

Tutti protesi a salvare il tossico,‭ ‬facendo nel contempo soldi a palate,‭ ‬per rieducarlo e farne un bravo ed ossequioso cittadino,‭ ‬rispettoso delle gerarchie e delle regole sociali,‭ ‬contento finalmente di poter mangiare/spalare merda fino alla fine dei suoi giorni‭… ‬come tutti gli altri.

Tonino‭ ‘‬a Perzeca.‭ ‬Piezz‭ ‘‬e merd‭… ‬tutto torna,‭ ‬in quel periodo‭ (‬fine‭’‬70‭ ‬inizi‭’‬80‭) ‬ci si faceva dovunque:‭ ‬vicoli,‭ ‬piazze,‭ ‬a volte bastava una colonna,‭ ‬un’auto parcheggiata,‭ ‬persino negli autobus.‭ ‬Eravamo visibili a tutti,‭ ‬avevamo quasi la sensazione di essere in vetrina.‭ ‬Ci lasciavano strascicare per strada,‭ ‬creare assembramenti e risse fuori dalle farmacie,‭ ‬fare colletta dovunque in cerca di soldi,‭ ‬salvo poi metterci dentro per piccoli reati o picchiarci in pubblico solo per dimostrare che lo stato prendeva provvedimenti,‭ ‬che il‭ “‬male‭” ‬veniva contrastato‭… ‬piezz‭ ‘‬e merd.

Nell’eroina cadono in tanti‭; ‬dai compagni-studenti-freak dei‭ ’‬70‭ ‬il contagio passa ai ragazzi degli‭ ’‬80:‭ ‬giovani punk,‭ ‬ultime frange movimentiste,‭ ‬ragazzi di quartieri popolari e periferici,‭ ‬facendo una strage.‭ ‬Negli anni‭ ‘ ‬90‭ ‬l’eroina va in panchina,‭ ‬è il momento della coca e delle droghe sintetiche‭ ‬(…) la gente,‭ ‬la gioventù,‭ ‬finiti gli odi di classe,‭ ‬deve divertirsi.‭ ‬Un abbaglio che dura giusto il tempo di fare il giro del mondo tra un‭ ‬rave e l’altro.‭ ‬Con il nuovo millennio ritorna la roba,‭ ‬il‭ ‬no future per la maggior parte dei giovani è la realtà‭; ‬oltre che sedare stimoli di rivolta c’è da riempire esistenze vuote,‭ ‬senza avvenire,‭ ‬persone sempre più spesso consapevoli di essere il disavanzo sociale,‭ ‬quelli che‭ ‬non ce la possono fare.‭

Vedi anche:

http://glianni70.it/quando-i-fascisti-spacciavano-eroina/

http://glianni70.it/1977-eroina-e-rivoluzione-intervista-a-richard-ambrosini-lotta-continua/

Fonte

28/08/2015

Oltre il Cocoricò: un ragionamento su droga e società

In questo agosto, dopo alcuni fatti di cronaca, televisioni e giornali non hanno fatto che parlare di droga. Siamo convinti che tanta attenzione non sia data dal fatto che ci troviamo nel pieno di un’emergenza ma che, semplicemente, come spesso accade in estate, in assenza di notizie i nostri media tendano ad ingigantire i fatti  pur di sbattere un mostro qualsiasi in prima pagina. Così fenomeni che sono endemici vengono fatti apparire come improvvise emergenze. Consapevoli di questo, vogliamo comunque approfittare dell’occasione per socializzare alcune brevi riflessioni che abbiamo sviluppato nel tempo, a prescindere dai media, prima che la questione smetta nuovamente di esistere nel dibattito pubblico.

Prima di tutto, chiariamoci su un punto: le droghe sono sempre esistite e l’uomo le ha sempre utilizzate.  Non le hanno inventate “i giovani d’oggi” o la clientela di qualche locale trendy. Droghe diverse a seconda della posizione geografica e delle culture, alcune utilizzate quotidianamente, altre legate a rituali. È stato così per millenni e pur essendo cambiate nel tempo le sostanze e le circostanze dell’utilizzo, l’assunzione di droga ha mantenuto pressoché inalterata la sua funzione sociale.

E’ l’avvento del capitalismo a cambiare completamente le carte in tavola. La droga inizia ad esser considerata una merce come tutte le altre, una potenziale fonte di profitto per i padroni. Una merce “particolare” visto che spesso crea dipendenza, ma proprio per questo più redditizia, perché riesce a garantire una domanda sempre alta e in crescita! Questo vale soprattutto  quando è soggetta a limitazioni o proibizioni, per cui il  fortunato venditore crea, ben presto, veri e propri monopoli. In un linguaggio un pochino più tecnico, si direbbe che chi vende finisce col costituire dei cartelli che impongono di fatto il prezzo al mercato.

Ci spieghiamo meglio. Chiunque si aggiri per le piazze di spaccio della propria città troverà prezzi sostanzialmente identici dappertutto. Questo perché chi gestisce il traffico si accorda sui prezzi da applicare che sono sempre fissati al fine di ottenere il massimo profitto. Molti conflitti criminali, non lo scopriamo certamente noi, iniziano proprio quando qualcuno decide “autonomamente” di abbassare i prezzi e rompere il cartello. Ecco perché prima abbiamo parlato di una merce particolarmente redditizia:  in primo luogo per la capacità di assicurare condizioni di mercato ideali garantendo grossi guadagni; e poi perché la droga si è dimostrata essere un formidabile strumento di controllo sociale, pervasivo, efficace ed estremamente più silenzioso di altri.

Padroni e i padroncini di ogni dove se ne accorsero subito, fin dagli albori. I primi quartieri operai della storia iniziarono ad essere letteralmente inondati di alcol. Gli operai, sfiniti dal lavoro in fabbrica, spendevano buona parte di quel poco che guadagnavano in alcolici, stordendosi per resistere a condizioni di lavoro durissime. Solo così diventava accettabile la nuova condizione di salariati inoffensivi e docili. La borghesia si assicurò in questo modo, contemporaneamente, ricchezza e schiavi mansueti, totalmente incapaci di ribellarsi.
Oggi, a distanza di due secoli, è facile ritrovare lo stesso utilizzo dell’alcol come deterrente per prevenire qualsiasi forma di resistenza da parte dei lavoratori. Prendiamo alcuni piccoli esempi che abbiamo incontrato nel percorso di inchiesta sul mondo del lavoro che ormai portiamo avanti da anni.
Qualche tempo fa, un operaio friulano ci raccontava che ancora oggi nelle zone del nord-est, quello che fino a qualche anno era portato come modello produttivo vincente, è uso comune da parte del padrone della fabbrichetta offrire da bere a fine giornata. Una sorta di benefit non contrattualizzato.  Dopo 10 ore al tornio, prima di tornare a casa, il magnanimo padrone porta gli operai a bere al bar dove gli offre tutto l’alcol che vogliono, mica un bicchierino! Le serate, ci spiegava, finiscono con gli operai, ormai sbronzi, che se ne tornano a casa con la forza che basta solo a sprofondare nel sonno. Il giorno dopo si ricomincia, uguale, e quello dopo ancora. Chi ci ha raccontato questi episodi ci ha confessato di sentirsi, dopo qualche anno di quella routine, completamente annullato come essere umano, entrato in un circolo vizioso che ti rende simile a un macchinario completamente in balia del padrone.

Ci è capitato, ancora, di conoscere le storie di chi utilizzava la droga non soltanto per stordirsi dopo, ma anche per “resistere” durante il lavoro. Per non cedere ai turni massacranti, ai ritmi frenetici, alla fatica, al sonno. Tra gli autisti e gli autotrasportatori, per esempio, l’utilizzo delle anfetamine e della cocaina è estremamente diffuso, nonostante comporti notevoli rischi per i dipendenti stessi e per gli altri utenti della strada. I padroni sono a conoscenza di queste pratiche ma naturalmente si guardano bene dal contrastarle. Lo stesso vale per il campo della ristorazione, dove in tanti ci hanno descritto la cocaina come una costante, tanto che può capitare che il pusher sia lo stesso datore di lavoro che così si arricchisce due volte sulla pelle dei suoi dipendenti!

Va detto anche che l’impiego di alcol e droga come “anestetico” sociale non si è mai limitato al singolo individuo. La Storia ha dimostrato come sia stato un’arma estremamente utilizzata – ed efficiente – per annientare i movimenti di protesta progressisti che godevano di grande consenso popolare in tanti luoghi della società.

Prendiamo gli Stati Uniti, nel ventennio tra gli anni ’60 e ’70. Lì le forze repressive – l’Fbi in primis – in accordo con le organizzazioni malavitose, decisero di sommergere di eroina a basso costo i ghetti neri pur di arrestare l’avanzata impetuosa dei movimenti afro-americani. Un’operazione di cui ancora ci si “vanta”  ai piani alti della Politica e della Difesa negli USA, perché permise di annichilire un’intera generazione di giovani segregati da razzismo e sfruttamento, spegnendo in loro ogni prospettiva rivoluzionaria. Contemporaneamente, con i proventi del traffico di droga, si finanziò la controrivoluzione in America Latina, aiutando materialmente le forze anticastriste in particolare. Quando si dice “due piccioni con una fava”!

Qualcosa di molto simile è successo anche in Italia nel decennio successivo. Basta parlare con qualche compagno che ha vissuto gli anni ’70 e ’80 per rendersi conto del ruolo che l’eroina ha avuto nel generare il famigerato “reflusso” dei movimenti di quegli anni. Tanti militanti, tanti giovani finirono in quella trappola, spesso senza uscita, tanto che la lotta all’eroina è diventata un punto fermo dei movimenti italiani fino alla prima metà degli anni ’90.

Quella sì, nel nostro paese, fu una vera e propria emergenza:  la microcriminalità esplose, così come le carceri, neppure i figli dei ricchi ne furono immuni. L’opinione pubblica premeva perché lo Stato facesse qualcosa, e così lo Stato con notevole ritardo fu costretto a fronteggiare il problema. Lo fece male, malissimo, negando una qualsiasi riflessione sulle cause sociali che avevano portato a quel boom, e puntando tutto sulla penalizzazione, sulla reclusione carceraria. Nessuno parlò del fatto che i consumatori si concentrassero nelle fasce più povere della popolazione, nelle zone più depresse, dove la disoccupazione era più alta.

Ma se non si incide sulle cause è impossibile risolvere un problema, così l’emergenza è durata a lungo, l’eroina ha continuato a mietere vittime. Col pretesto di combatterla, i governanti hanno ulteriormente militarizzato la società, riuscendo addirittura a fiutare l’occasione per un nuovo business, rappresentato dalle “comunità” in cui venivano spediti i tossicodipendenti. Molte erano vere e proprie imprese – lo dimostrano i fatturati da capo giro, oltre agli innumerevoli finanziamenti pubblici e privati! Fatte salve rare e positive eccezioni, nelle comunità la “cura” per il tossicodipendente consisteva essenzialmente nell’isolamento, nella costrizione – anche nell’OPG che abbiamo occupato noi! –, nella colpevolizzazione, nel lavoro (quasi sempre gratuito) e talvolta nella violenza fisica.

Cosa ha stroncato, allora, l’“epidemia”? La crescita e la consapevolezza di una generazione che aveva ben  impressa negli occhi l’immagine di quell’esercito di zombie che si aggirava nelle metropoli e nelle provincie. E’ stato il loro terrore, negli anni ’90, ad affievolire quel fardello collettivo, senza riuscirlo a vincere davvero. E infatti cambiavano le sostanze, le mode, ma il problema si ripresentava, sempre uguale, sempre peggio, perché nessuno aveva osato affrontarlo alla radice. Iniziava a girare la cocaina anche fuori dai circuiti d’élite, e soprattutto si fecero largo le droghe sintetiche.

Fu una sorta di rivoluzione. Le nuove sostanze sembravano l’ultimo ritrovato della tecnica, costavano poco e “rendevano”  notevolmente. Non davano dipendenza fisica, erano apparentemente prive di seri effetti collaterali ed in più – cosa fondamentale – erano facili da occultare e semplici da assumere. Insomma, le droghe sintetiche misero tutti d’accordo: i consumatori, i gestori dei locali e l’esercito dei moralisti per i quali il problema se non si vede (le droghe sintetiche non necessitano di fasi di “preparazione”, a differenza dell’eroina e della marijuana) non c’è e basta.

Occhio non vede, cuore benpensante non duole. Degli effetti che produce una loro assunzione abituale nel lungo periodo, però, si sa poco e niente. Innanzitutto perché esistono da poco e poi perché vi è da ancora meno tempo un utilizzo di massa in grado di produrre studi clinici attendibili. A differenza della marijuana, di cui si conosce praticamente quasi tutto perché utilizzata da millenni, le droghe di nuova generazione rappresentano per noi un buco nero.

Nonostante questo, l’esperienza degli ultimi anni qualcosa ci dice già. Gli effetti collaterali ci sono eccome, e qualche volta sono pure estremamente gravi. L’abbiamo visto con i nostri occhi sulla pelle di qualche amico o conoscente: le droghe sintetiche non ti riducono a essere fisicamente un rottame, non ti lasciano facilmente identificare come il “tossico” come accadeva per l’eroina, non ti mandano dritto dritto in comunità. Magari oggi ti fanno un TSO, finisci in un centro di igiene mentale dove ti riempiono di psicofarmaci. Nonostante la “faccia pulita”, anche le droghe sintetiche hanno svolto pienamente il loro dovere e hanno contribuito a spegnere sul nascere la conflittualità di una generazione convinta di essere sfuggita all’incubo tossicodipendenza, sicura di avercela fatta solo perché non si bucava.

Poi sono arrivati veloci gli anni 2000, quelli della consacrazione della cocaina come droga di massa. La polverina bianca che costituiva uno status symbol negli anni ’80 – ora è alla portata di tutti, anche dei più poveri. Se dovessimo stilare una classifica delle peggiori sostanze, di quelle che più odiamo, indubbiamente questa sarebbe al primo posto. Perché è la droga-simbolo del capitalismo. Non ti fa meditare, non ti mette in contatto con le parti più profonde del tuo inconscio né facilita la socialità, semplicemente ti fa diventare aggressivo, ti fa sentire potente, inarrestabile, superiore agli altri ed estremamente competitivo. Ti trasforma, finché dura, nel prototipo del perfetto padrone, del maschio vincente.

Gli effetti della cocaina sulla nostra vita sociale sono disastrosi, chi ha occhi per vedere sa di cosa parliamo. E’ evidente sul lavoro, in strada, nei locali. Una massa di individui che passa costantemente da uno stato di euforia e di superomismo a un altro caratterizzato da ansia e depressionePrima pericolosa e poi mansueta e docile ma essenzialmente, in entrambe le condizioni, prigioniera del proprio individualismo, tagliata fuori da qualsiasi dinamica di carattere sociale. Esattamente la fotografia di come i padroni ci vorrebbero: singoli incapaci di vedersi come insieme e impegnati a competere tra di loro.

La consacrazione presso il grande pubblico, anche se non lo dice più nessuno, è avvenuta nel 2006 per decreto del governo Berlusconi. La legge Fini-Giovanardi  aveva sostanzialmente equiparato le droghe leggere a quelle pesanti. A parità di rischio, per i narcotrafficanti diventava molto più conveniente smerciare cocaina, eroina e droghe sintetiche, meno ingombranti da trasportare, più facili da occultare e con margini di profitto superiori rispetto alla marijuana o all’hashish. A quel punto i prezzi sono diventati ancora più “popolari”, la vendita fatta anche a piccole dosi, cosicché la fascia d’età dei consumatori si è allargata, e anche gli adolescenti hanno potuto provare l’ebrezza della droga più ambita.

La Fini-Giovanardi ha semplicemente aumentato il consumo delle sostanze “pesanti” - che infatti è in costante crescita -, ha garantito maggiori profitti ai narcotrafficanti e “lavoro” per coloro che (come la famiglia dello stesso Giovanardi, sarà un caso?) sono impegnati nel business delle comunità a pieno regime. Non ha fatto lo stesso trattamento di “favore” ai consumatori, pesantemente criminalizzati con forti sanzioni, spesso accusati di essere spacciatori, né tantomeno verso la più bassa manovalanza del narcotraffico. La Fini-Giovanardi ha fatto nuovamente esplodere le carceri, avendo fissato tra i 2 e i 6 anni la pena per chi spaccia droghe leggere (ciò significava non rendere applicabili misure alternative e quindi spalancare le porte del carcere). Oggi il 40% dei detenuti è in galera per reati legati alle sostanze stupefacenti. Insomma, stiamo parlando di una legge che non tocca i profitti né nel campo “commerciale” né in quello della disintossicazione, una legge utile solo per pochi.

Il colmo si è raggiunto nel 2014 quando una sentenza della Consulta ha dichiarato il provvedimento incostituzionale, visto che – in barba a qualsiasi principio che sia un minimo democratico – era stata inserita come emendamento al decreto relativo alle Olimpiadi invernali di Torino 2006, pur di approvarla velocemente e senza intoppi! Un vero e proprio macello sotto tutti i punti di vista! Allora si è tornati alla vecchia legge per passare poi al decreto Lorenzin, che ha lasciato di fatto inalterato il carattere liberticida e ottuso che ha caratterizzato sempre la normativa in materia…

Tutto questo giro, questa parentesi sulla nostra storia recente, per dire cosa? Abbiamo visto come le droghe spesso abbiano rappresentato una risorsa per chi ci comanda (e molto meno, magari, per la nostra psiche), perché tutto ciò che ci circonda, i rapporti in cui siamo immersi, le relazioni che intessiamo con sempre più difficoltà, le condizioni materiali in cui viviamo, si riproducano sempre uguali, esattamente come noi li vediamo oggi.

Allora ci chiediamo – e scusateci se diremo qualcosa che a molti può sembrare banale – se e come è possibile pensare, finché il capitalismo è in piedi, a un utilizzo realmente, profondamente, consapevole delle sostanze, illegali o legali che siano. Se è vero che il capitalismo si nutre di merci, e ci sfrutta fino al midollo per produrle, allora l’interesse di quella minoranza che oggi ci schiaccia sarà sempre quello di diffondere l’uso massivo di questa merce, fregandosene degli effetti che produce sulla salute, sfruttandone la particolare dote di “vaccino” che prevenga e combatta qualsiasi opzione di cambiamento sociale.

Questo ovviamente non significa che nell’attesa della fine del capitalismo continueremo a sentirci impotenti e raccogliere le vite distrutte di nostri conoscenti, amici, parenti, colleghi di lavoro. Da subito dobbiamo combattere e impegnarci per tutelare la nostra salute e liberarci dal controllo repressivo che ci attanaglia

Ecco perché pensiamo che questa questione debba essere messa al centro dell’agenda politica, non solamente quando qualche ragazzino muore tragicamente dopo una serata in discoteca. Non ci possiamo permettere il lusso di avere un atteggiamento ideologico, ma dobbiamo impiegare tutte le nostre energie e idee per individuare soluzioni immediatamente praticabili:

lottare per la liberalizzazione delle droghe leggere e la loro completa depenalizzazione, lottare perché la produzione e il loro commercio non diventi occasione di profitto per qualcuno;

 - promuovere serie politiche di riduzione del danno, cioè dare la possibilità ai consumatori di sapere cosa effettivamente stanno assumendo (attraverso analisi gratuite delle sostanze acquistate), consigli da parte di personale medico sulle quantità da assumere, personale sanitario pronto ad intervenire nei luoghi dove è più massiccio il consumo;

dare la possibilità di accedere a servizi sanitari gratuiti che monitorino gli effetti delle sostanze sul proprio corpo, garantire un supporto psicologico oltre che percorsi di disintossicazione non incentrati sulla costrizione, sulla colpevolizzazione né  tanto meno sulla violenza.

Senza mai stancarci di denunciare che tutte le droghe, anche quelle legali, sono un’ulteriore chance per i padroni  di tenerci buoni, di controllarci. E poi dobbiamo dire sempre la verità: l’utilizzo e l’abuso di droghe, alcol in primis, è legato alle condizioni di vita ed in particolare a quelle di lavoro. Lo dimostra l’esperienza diretta di ognuno di noi: più aumenta lo sfruttamento, l’oppressione e la povertà, tanto più aumenta l’utilizzo di droghe. Noi invece lottiamo per una vita libera, ricca, indipendente, fatta di legami, incontri, sperimentazioni, sviluppo collettivo delle abilità e delle potenzialità che abbiamo come individui sociali…

08/03/2015

Meno male che "San Patrignano c'è"?


In un Paese in cui intellettuali che cambiano sponda con la facilità con cui si cambia marca di tagliatelle resuscitano dalla preistoria politico-sociale tutto quello che può venire utile a “fare un po’ di movimento culturale”, a stimolare un dibattito anche aspro a fini, naturalmente, di provocare, di stordire, di disorientare una opinione pubblica già di per se estremamente disorientata e sbriciolata, che cosa potrà mai essere, che cosa potrà mai significare, come si potrà mai leggere, come si potrà mai decifrare la campagna mediatico-televisiva di autofinanziamento (manda un sms e sostienici, fai una telefonata e sostienici) di San Patrignano in corso? “Se non ci fosse (San Patrignano) io (il consumatore di sostanze proibite ma adesso bellino pulitino così carino) non ci sarei; cioè non sarei qui: o sarei morto, o sarei da quei cattivacci del ser.t a prendere il metadone (zombie nella vulgata mucciolian-gelminiana), o sarei in una buia galera di Pordenone, o in una delle piazze dello spaccio italiano a fare la solita vita eccetera eccetera.

Meno male che San Patrignano c’è, verrebbe da canticchiare. E meno male, sennò, invece di stare qui a chiederti due euro via etere con il mio sguardo smarrito e bello, che stimola un po’ di sano istinto materno, paterno o di altra svariata tipologia parentale, stavo sotto casa tua a cercare di forzare la serratura o a tentare di farti uno scippo. Devo essere carino/a, certo, perché pare che a San Patrignano, non mi avrebbero voluto/a. Carino/a, abile al lavoro gratuito possibilmente senza malattie che mi avrebbero impedito di lavorare gratis alla produzione di formaggi, vini, mobili e tanto altro. Così è, se vi pare. E mandateci due euri con sms o telefonata (qui cinque euri) come va tanto di moda adesso in tivvù.

Qualcuno, per difendersi, sarà in grado di aprire i cassetti della sua memoria per tirare fuori, forse in maniera un po’ confusa, le notizie di stampa, di televisione, degli anni ottanta, dei primi anni novanta in cui questa comunità per tossicodipendenti, San Patrignano, salì tristemente agli onori delle cronache nazionali per gli innumerevoli episodi di violenza, maltrattamenti, abusi, connivenze politiche, posizionamenti proibizionisti in tema di stupefacenti?

In qualsiasi paese civile quella stagione in cui lo stato delegò ad alcuni privati psudo-eroi (Gelmini, Muccioli, Cardella che, tra loro, in comune, avevano solo un burrascoso e ambiguo passato) che si erano autonominati salvatori della Patria dal flagello eroina e i suoi frutti malati, sarebbero stati oggetto di un attento controllo: così successe per esempio in Francia dove la comunità Le Patriarche venne chiusa proprio per gli episodi di violenza accadutivi al suo interno.

Qualsiasi paese civile, poi, controllerebbe i dati sul recupero diffusi da questa comunità non riconosciuta come tale dal Ministero della Salute né dalle asl che infatti non pagano alcun rimborso. Li controllerebbe e ne verificherebbe la totale inattendibilità scientifica.

“Se non ci fosse io non ci sarei” ci dicono sorridenti i ragazzi dello spot che va in onda tra la fine di febbraio 2015 e i primi di Marzo su tante reti nazionali pubbliche e private e mentono sapendo di mentire poiché conferiscono una potenzialità quasi taumaturgica ad un luogo che di scientifico sulla cura della tossicodipendenza non ha nulla.

“Se NON CI FOSSE STATA, invece, LORO ci sarebbero”. Cioè:

Roberto Maranzano, assassinato a San Patrignano nel 1989.

Natalia Berla, indotta al suicidio a San Patrignano nel 1989.

Gabriele di Paola, indotto al suicidio a San Patrignano nel 1989.

Fioralba Petrucci, indotta al suicidio a San Patrignano nel 1992.

Ma, si sa, la verità in Italia non è mai andata di moda.

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