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05/09/2020

Germania, prove imperiali tra “Novičok” e Hartz-IV


La Germania delle ultime settimane non è solo quella delle manifestazioni agostane “contro il Grande inganno” del Covid. Non è solo quella della clinica “Charité”, che negli anni ha miracolato la carriera politica di persone quali Viktor Juščenko, entrato nel 2004 nella clinica berlinese e uscitone nel 2005 presidente d’Ucraina; della “bombarola” Julija Timošenko, rimastavi a lungo “in osservazione” e dimessa giusto in tempo per il majdan del 2014; e ora del “martire” Aleksej Naval’nyj, ovviamente impossibilitato a presentarsi in tribunale, dove era atteso, questa volta, tra le tante, per un affare di querele.

A suo tempo, la “Charité” aveva “assistito” anche Boris El’tsin, Mikhail Gorbačëv, Äduard Ševarnadze e altri, e si conferma sempre più, oltre che “misericordiosa”, quale centro ultraterreno, in cui si entra degenti (meglio se “avvelenati”) e se ne esce con una brillante carriera politica.

Chi va più a ripescare le truffe milionarie dell’ex stipendiato del Yale World Fellows”, o le uscite razziste contro i migranti di Caucaso e Asia centrale in Russia, dell’oggi “principale oppositore del Cremlino”? Come ironizza Viktor Romanenko su Nation News, “molti giovani politici sono disposti a rischiare la salute, per un paio di clismi alla “Charité” che aprono le porte del potere”. Du cojoni ‘sto Naval’nyj, vien da dire!

E la Germania non è solo quella di CDU, CSU, Verdi, che chiedono di “fermare ogni contratto per il Nord Stream-2”, per il “tentativo di avvelenamento” e di “mettere a tacere la principale opposizione in Russia“. Non è solo quella dei liberal-democratici del Freie Demokratische Partei, i cui rappresentanti dicono una cosa a Berlino e il suo opposto in Baviera, attenti naturalmente agli interessi NATO da un lato e a quelli delle imprese tedesche che partecipano al gasdotto, dall’altro.

Non è nemmeno solo quella di Die Linke, che non sembra decidersi a decidere chi ci sia dietro “l’avvelenamento” e per bocca del suo capogruppo al Bundestag, Dietmar Bartsch, parla di “Procedura inconcepibile. Le responsabilità devono essere chiarite e i colpevoli chiamati a rispondere. La risposta insolitamente dura del governo federale è appropriata”.

Di questi tempi la Germania è anche quella della SPD e della sua “incredibile rinuncia allo Hartz-IV”. O almeno così dice, a fasi alterne. Annualmente, scrive Lisa Ecke su Neues Deutschland, la SPD recita il ruolo del partito che vuole abolire lo Hartz-IV, che loro stessi avevano introdotto nel 2005.

Lo hanno detto nel 2018, nel 2019 e ora lo ripetono al Bundestag, chiedendone la sostituzione con una sorta di “reddito di cittadinanza”. Ma la SPD non sembra vedere come le sanzioni per chi violi anche minimamente le pesanti regole dello Hartz-IV, e la povertà a esso associata, “siano responsabili del paternalismo e del senso di abbandono delle persone. Nemmeno due mesi fa, il Ministro federale del lavoro della SPD, Hubertus Heil, aveva annunciato l’aumento delle aliquote standard nel 2021, ma solo in misura minima”.

Il nuovo “Bürgergeld della SPD”, conclude Lisa Ecke, non sarebbe quindi altro che “un nuovo nome per Hartz-IV, affetto dagli stessi mali”.

Dunque, i tassi di Hartz IV e dell’assistenza sociale troppo bassi creano emarginazione e solitudine tra i più poveri: il Paritätische Wohlfahrtsverband (l’unione delle associazioni di assistenza), scrive Susan Bonath su Die junge Welt, è giunto a questa conclusione, poco stupefacente per la verità, sulle prestazioni ricalcolate per il 2021.

“Alle persone mancano i soldi per una dieta equilibrata e sana e un livello minimo di partecipazione sociale, politica e culturale”. Le associazioni sociali riscontrano “un particolare livello di privazioni“, soprattutto tra adulti single e genitori single che dipendono in tutto o in parte dalle prestazioni sociali, e ciò si ripercuote prima di tutto su qualità e quantità dell’alimentazione.

Secondo il Wohlfahrtsverband, aumenta il divario tra reddito di base e reddito medio, con la soglia ufficiale del rischio di povertà a circa 1.100 euro; chiede quindi che i contributi base siano aumentati almeno di 100 euro e che si eroghi un assegno una tantum di 200 euro per le spese aggiuntive a causa dei provvedimenti sul Coronavirus.

La Diakonie, l’organizzazione di beneficienza protestante, accusa il governo federale di aver eliminato molte voci di spesa, nel ricalcolare i contributi sociali, che vengono aggiornati ogni cinque anni. Nonostante l’Ufficio federale di statistica registri un 15% di aumento di povertà tra i nuclei familiari più poveri, sono state escluse voci quali ad esempio le spese per il pranzo fuori casa, sostituzione di vecchi elettrodomestici, mobili, materiali didattici, articoli sanitari, trasporti pubblici e assicurazioni.

Secondo la Diakonie, circa 6 milioni di persone vivevano ad agosto in famiglie legate allo Hartz-IV, ma il contributo mensile medio è troppo basso di circa 160 euro per i single; di 44 euro per i minori di sei anni; di 82 euro per i ragazzi dai 6 ai 13 anni e di 97 euro per quelli da 14 a 17 anni.

Ancora Lisa Ecke scrive che “il carrello della spesa alimentare in Germania si basa sulle raccomandazioni del DGE” (Deutschen Gesellschaft für Ernährung, o Società per l’alimentazione); ora, il Paritätische rileva che una coppia con due figli perde 123 euro al mese per il cibo, rispetto all’assegno Hartz-IV; per un single, la differenza tra l’importo standard previsto per il cibo e il fabbisogno del carrello DGE è di 45 euro.

Ma non c’è solo questo: ci sono anche solitudine e isolamento. Secondo il SOEP (Sozio-oekonomischen Panels), “la partecipazione, l’inclusione, prevedono l’opportunità di invitare gli amici a cena una volta al mese o di andare al cinema, a teatro o ad un evento sportivo. Il 40-60% delle famiglie con sostegno al reddito di base ha dichiarato di non poterseli permettere”.

“Hartz-IV non protegge dalla povertà, la manifesta“, afferma il direttore generale del Paritätischer Gesamtverband, Ulrich Schneider: “milioni di persone sono rese sole dallo sviluppo della prosperità sociale, sono emarginate e vengono sempre più lasciate indietro“.

Già lo scorso gennaio, la semiufficiale Tagesschau scriveva che, a partire dal 2010, un numero sempre più alto di persone anziane sta impoverendo. Secondo la ARD Monitor, nel 2017 (a gennaio, non erano ancora disponibili i dati del 2018 e 2019) 3,2 milioni di persone erano a rischio di povertà, con un aumento di 215.000 rispetto all’anno precedente. Nel 2010, era a rischio povertà il 14% dei pensionati; nel 2017, il 18,7%: cioè 803.000 persone in più.

In nessuna delle fasce di popolazione colpite dalla povertà, osserva ARD Monitor, l’aumento è stato così elevato come tra i pensionati: più del 33% dal 2010. E l’Ufficio federale di statistica considera a rischio povertà chiunque abbia un reddito massimo annuo di 13.628 euro.

Secondo il direttore del Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung (ricerche economiche) Marcel Fratzscher, il trend non potrà che intensificarsi nei prossimi 10 o 15 anni, “perché abbiamo sempre più persone che lavorano con salari bassi, che lavorano part-time, o hanno interrotto i rapporti di lavoro“.

L’avvocato sociale Harald Thomé, dell’associazione dei disoccupati “Tacheles” ha dichiarato che, secondo le regole imposte da Hartz-IV, “poveri, anziani, malati dovrebbero morire anzitempo; quelli in grado di lavorare dovrebbero essere spinti verso impieghi precari sottopagati“.

Se la Germania è il vagone di testa del convoglio europeo, allora non può che tornare alla mente il grande Moro de “l’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia”. Non c’è nemmeno da aspettare: abbiamo già tutto in casa.

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12/12/2019

Germania - Spd e “GroKo” strette tra Hartz IV e superlavoro

A distanza di poco più di un mese dalla sentenza con cui la Corte costituzionale di Karlsruhe aveva giudicato parzialmente incostituzionali alcune sanzioni, che riducono l’indennità di coloro che non accettano lavori “proposti” in base al sistema Hartz IV, il Congresso della SPD, svoltosi pochi giorni fa a Berlino, sembra aver sancito, almeno a parole, l’allontanamento del partito da quelle stesse sanzioni (o almeno da quelle più pesanti), orientandosi per un “Bürgergeld” agganciato a un “minimo di sopravvivenza”

Teoricamente, non è cosa da poco, dato che proprio la SPD, con il cancelliere Gerhard Schröder, aveva varato Hartz IV nel 2005. Lo scorso 8 dicembre, Alina Leimbach riportava su Neues Deutschland le parole della ex Presidente del partito, Andrea Nahles, secondo cui “vogliamo lasciarci alle spalle Hartz IV” e mettere al suo posto un “bürgergeld”. Ma, si domandava la Leimbach, l’abbandono di Hartz IV sarà davvero qualcosa di più che pura retorica?

In effetti, già in sede di proposta della commissione di partito, era stato detto che le violazioni degli obblighi imposti da Hartz IV non dovrebbero rimanere senza conseguenze: dunque, le sanzioni dovrebbero continuare a esistere, anche se dovrebbe esser garantita una sorta di minimo di sussistenza. Un evidente compromesso, questo, volto per un verso a salvare la Grosse Koalition con CDU e CSU, sostenitrici delle sanzioni; per un altro verso, opposto, a cercare di arginare la sempre più forte emorragia di voti (confermata anche alle ultime elezioni in Turingia dello scorso ottobre) a vantaggio, da un lato di Die Linke e, dall’altro di AfD: in entrambi i casi, proprio per le questioni sociali.

E ora, stanno di fronte le elezioni ad Amburgo, a febbraio, e poi a Brema, a maggio, due grossi centri industriali che potrebbero rivelarsi fatali per la SPD. Ad Amburgo, ad esempio, se nel 2015 i socialdemocratici avevano avuto facile gioco (45,6%) sui Grüne (12,3%), ora i sondaggi danno i due partiti praticamente testa a testa (29,5% contro 28,5%), con in primo piano i temi dell’ambiente e della “Città del futuro”, assieme al problema della casa, degli affitti e della povertà, sia infantile sia degli anziani. In tutta la Germania, sempre più persone, in grande maggioranza anziani, sono infatti costrette a rivolgersi ai “Tafel”, invece di disporre “di una più che meritata e dignitosa pensione”, ha detto il deputato di Die Linke Jan Korte.

Dunque, quella della SPD sulle sanzioni di Hartz IV, sembra piuttosto una corsa a difendere le proprie poltrone, più che una convinta presa di posizione; del resto, la stessa Die Linke, salutando la decisione socialdemocratica, nota come troppe volte alle parole della SPD non siano seguiti i fatti.

Oltretutto, limitandosi a chiedere un taglio delle sanzioni superiori al 30%, aveva affermato la ex presidente dei giovani socialdemocratici, Franziska Drohsel, “non faremmo altro che mettere in pratica la sentenza della Corte costituzionale”; invece, “ogni individuo dovrebbe aver diritto a un minimo di vita dignitoso”.

Di fatto, tra la proposta dei Jusos di abolire tutte le sanzioni e coloro che invece sono favorevoli al loro mantenimento, il Congresso è arrivato a una via di mezzo, chiedendo l’abolizione delle sanzioni che vanno a intaccare il minimo di sussistenza. Dalla risoluzione finale, mentre si afferma che il “minimo di sussistenza socioeconomica e socioculturale deve sempre essere garantito”, la frase “le violazioni degli obblighi imposti da Hartz IV non dovrebbero rimanere senza conseguenze” viene sostituita da un semplice “l’obbligo di cooperare è vincolante” e, sulle orme della Corte costituzionale, si dice che dovrebbero essere esclusi i tagli di oltre il 30% sulle indennità. Secondo la SPD, par di capire, le sanzioni dovrebbero continuare a agire, se il “beneficiario” di Hartz IV rimane al di sopra del minimo di sussistenza. Quale sia tale minimo, chiosa la Leimbach, è sempre stato e rimane controverso. Un “compromesso”, insomma, in puro spirito socialdemocratico.

Il Congresso si è anche soffermato sulla questione del livello delle pensioni sociali, si è espresso per un programma di investimenti di circa 450 miliardi di euro e un innalzamento, “in prospettiva”, del salario minimo obbligatorio a 12 euro l’ora.

Su questo sfondo, lo scorso 6 dicembre Die junge Welt riportava i dati dell’inchiesta “DGB-Index Gute Arbeit”, condotta dalla Deutscher Gewerkschaftsbund, la Confederazione sindacale tedesca, su un campione di 6.500 lavoratori, occupati in tutte le branche e in tutte le regioni del paese, a proposito di intensità di lavoro e sue conseguenze sulla salute.

Dunque, solo il 13% dei lavoratori tedeschi valuta le proprie condizioni di lavoro come fondamentalmente buone. Il 20% afferma di lavorare in cattive condizioni; in particolare, sotto accusa gli eccessivi carichi di lavoro, cui non corrispondono adeguate condizioni salariali. Da molti anni crescono i ritmi di lavoro, nota Die junge Welt, a causa di “obiettivi irrealistici e carenza di personale”, mentre non è contemplato alcun elemento “tampone” in caso di imprevisti. Ora, il 53% degli intervistati afferma di esser costretto lavorare, da “spesso a molto spesso”, con ritmi molto alti. Circa il 30% dice di dover superare gli obiettivi dell’anno precedente, senza però avere maggior tempo a disposizione, e ciò non rimane senza ripercussioni sulle condizioni dei lavoratori. Coloro che lamentano sovraccarichi di lavoro, parlano anche di mancanza di pause e di frequente presenza al lavoro pur se malati; il 60% si sente “svuotato e sfinito”. Non a caso, anche il 60% degli occupati in un settore non “di fabbrica”, quale quello della ricezione e ristorazione, afferma di non esser in grado di resistere fino all’età della pensione.

Nulla di nuovo, nemmeno sotto i cieli tedeschi.

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07/11/2019

Germania - La tortura di Hartz IV. La “pena della fame”

È arrivata ieri l’altro la sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe sulle sanzioni previste da Hartz IV per qualsiasi mancanza agli obblighi da essa imposti. Sono state giudicate parzialmente incostituzionali alcune sanzioni che riducono l’indennità di base (424 euro) di coloro che non accettano lavori che Hartz IV considera “ragionevoli”.

La Corte ha giudicato incostituzionali tagli superiori al 30%. Non ha invece trattato i casi di “cattiva condotta” – come il mancato appuntamento al Centro per l’impiego, sanzionato con un taglio del 10% che costituisce la multa più comune – e nemmeno le sanzioni, particolarmente pesanti, per i beneficiari di Hartz IV di età inferiore ai 25 anni, che rischiano la sanzione totale già alla seconda rinuncia.

Era previsto che le sanzioni non venissero annullate completamente: d’altronde, i membri della Corte sono nominati dai partiti e la maggior parte di questi è contraria alla completa abolizione delle sanzioni.

I legislatori dunque, scrive Neues Deutschland, dovranno riorganizzare il sistema, che sinora prevedeva tre livelli di sanzioni: taglio del 30% per il primo rifiuto (rinunciare a un lavoro non corrispondente alla propria qualifica) e del 60% per il secondo. Se nello stesso anno si rifiuta una terza volta, l’indennità di disoccupazione viene tolta del tutto, e il Centro per l’impiego indennizza i mezzi di sussistenza, ma non eroga più i contributi per affitto e riscaldamento; ogni taglio vale per tre mesi.

Il capo della frazione di Die Linke al Bundestag, Dietmar Bartsch, ha detto che, già di per sé, Hartz IV è una sanzione inammissibile; un’altra deputata della Linke, Caren Lay ha dichiarato che “invece di Hartz IV, c’è bisogno di un’indennità minima, senza sanzioni”. Katja Kipping, portavoce politico-sociale di Die Linke al Bundestag, ha dichiarato che “la sentenza della Corte non sostituisce la lotta politica contro le sanzioni di Hartz IV. Non ci sarà tregua finché Hartz IV non sarà superato da adeguate garanzie sociali”.

La stessa Neues Deutschland titolava martedì che, con la propria decisione, la Corte costituzionale di Karlsruhe ha “diseredato” l’ex cancelliere Gerhard Schröder, sotto il cui governo SPD-Bündnis 90/Die Grünen Hartz IV fu varato nel 2005, dopo i Hartz I, II, III, quali misure di quella legislazione che, con perfetta nomenclatura liberale, viene definita dei “moderni servizi del mercato del lavoro” (moderne Dienstleistungen am Arbeitsmarkt) avviata a partire dal 2002.

Senza le sanzioni, Hartz IV sarebbe una tigre senza denti, aveva detto tre giorni fa il politologo Christoph Butterwegge, che ricordava anche come, dall’introduzione di Hartz IV, sia aumentato sensibilmente il divario, assoluto e relativo, tra spese fisse (senza affitto e riscaldamento) e soglia del rischio di povertà (secondo la UE: 60% del reddito medio): se nel 2006 era di 401 euro, cioè il 53,8%, nel 2018 era di 619 euro, o 59,8%.

Secondo le regole di Hartz IV, gli attuali 3.925.000 beneficiari (secondo statista.com, erano 4.565.000 nel 2011) del Arbeitslosengeld II (indennità di disoccupazione II) devono accettare qualsiasi lavoro, a qualsiasi paga oraria, senza alcuna garanzia occupazionale e di qualifica: se il Centro per l’impiego insiste, un tecnico sanitario finisce a lavorare nella ristorazione e un ingegnere a fare il guardiano.

La decisione di Karlsruhe, diceva Christoph Butterwegge, politicamente è una patata bollente, perché Hartz IV costituisce il cuore del welfare neoliberale e le sanzioni sono il cuore di Hartz IV. Se le sanzioni venissero rigettate in pieno, il sistema potrebbe collassare del tutto. E infatti, solo una parte di esse è stata cassata.

Qualche giorno fa, Alina Leimbach scriveva su Neues Deutschland che, nel 2018, hanno avuto successo totale o parziale il 46% di tutti i ricorsi (8.100 su 17.700) e il 42% (500 su 1.200) di tutte le cause intentate contro la sospensione o la revoca delle prestazioni, comminata per presunte mancanze di “collaborazione” dei beneficiari col Centro per l’impiego.

Già un anno fa, Bettina Kenter-Götte scriveva su Die junge Welt che la medievale “pena della fame” oggi si chiama “sanzione Hartz IV”; migliora le statistiche sulla disoccupazione e fa risparmiare miliardi: dal 2007 al 2015 l’Agenzia federale per l’impiego ha risparmiato 1,7 miliardi di euro e oggi le sue riserve superano i 20 miliardi.

Secondo Spiegel-online, nel 2017, 7,6 milioni di persone (uno su undici) vivevano in Germania con un reddito minimo, tra misure di Hartz IV, sicurezza di base per la vecchiaia, benefici per i richiedenti asilo. Ma, nel 2018, sono stati annullati 953.000 volte i contributi per cibo, riscaldamento, luce, medicine, mezzi di trasporto. A 34.000 persone è stata applicata la “sanzione piena”: è stato cioè tolto anche il minimo di sussistenza.

La sanzione può colpire la madre single, l’ex ingegnere rimasto invalido dopo un ictus, la donna incinta che non intende lavorare in una grossa mensa, il giovane insegnante, l’edicolante. “Sanzione completa” significa non avere più nulla, niente sul conto bancario, scriveva la Kenter-Götte; niente nel portafoglio, niente soldi per affitto, cibo, farmaci; e non devi ammalarti, perché, con una “sanzione completa”, non sei più coperto dall’assicurazione sanitaria.

Spetta poi al tuo “Fallmanager” darti un buono per il cibo; ma devi arrivare fino al “Jobcenter”. Sono solo tre stazioni della tranvia, ma non hai soldi per il biglietto. Impossibile chiamare, perché il telefono ha bisogno di elettricità e la tua è staccata. Così ti fai a piedi gli 8 chilometri per parlare col tuo “Fallmanager” e richiedere il “coupon per il cibo”. Se quello è misericordioso, te ne darà uno; ma può anche darsi che ti dica che non ne hai diritto.

Per tutto il mese, continua il racconto della Kenter-Götte, andrai a piedi al discount, che ha cartelli pubblicitari con scritto: “Acquista un pacco di pasta in più! Dai da mangiare ai poveri”. La maggior parte dei negozi non accetta “cose del genere”. Molti non ne hanno mai sentito parlare; non sanno nulla del “buono di sopravvivenza”. Vai in tre o quattro negozi; a piedi. Invano. E alla fine, cosa comprerai: frutta, verdura? Sì, per tre o quattro giorni, non di più, perché hai sì un frigorifero, ma la corrente è stata staccata una settimana fa. Non puoi scaldarti; non puoi cucinare, non hai elettricità. Allora, cosa metti nel carrello? Biscotti, cioccolatini, praline, dolci: calorie che ti sazino rapidamente; tutte cose che danno raramente al “Tafel”. Avresti bisogno anche di detersivo: ma non c’è corrente per la lavatrice. Avresti bisogno di dentifricio, o lucido da scarpe; ma il coupon è solo per il cibo.

Poi vai alla cassa e consegni il “biglietto del mendicante”, di colore verde. Cinque persone sono in coda. Il cassiere mostra la prova del tuo bisogno e grida: “Ce n’è un altro con un coupon Hartz. Lo accettiamo?” e tutti capiscono. Dietro di te cala il silenzio; puoi sentire ciò che pensano, puoi sentirlo anche tu.

Sembra un aiuto. Ma è una tortura. Una tortura aggiuntiva.

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07/12/2018

Germania - Si aprono crepe sul modello Hartz ma non sui bassi salari

Il presidente della SPD, Andrea Nahles, ha annunciato di voler superare la Hartz IV. Ciò ha fatto nascere qua e là qualche speranza che si possa avere un cambio di paradigma nella politica socialdemocratica del mercato del lavoro. Le condizioni di vita di oltre quattro milioni di persone ricadenti nel titolo II del Codice di previdenza sociale tedesco (SGB II) miglioreranno effettivamente?

La risposta dei rappresentanti del capitale non ha tardato ad arrivare: il sistema Hartz IV deve rimanere così com’è. E dal loro punto di vista, ci sono buone ragioni per questo.

La cosiddetta riforma sociale dell’anno 2003 ha avuto come conseguenza che i benefici dell’assicurazione contro la disoccupazione sono stati tagliati in maniera massiccia e di solito, dopo la perdita del lavoro, si possono ottenere solo 12 mesi di indennità di disoccupazione. Per i disoccupati, le regole della ragionevolezza sono state rafforzate nella misura in cui le persone colpite sono ora costrette ad accettare quasi ogni tipo di offerta di lavoro.

Tuttavia, l’obiettivo politico centrale perseguito dalle riforme Hartz non era la vessazione dei disoccupati ma, soprattutto, la disciplina di quei settori della classe operaia ancora presenti nelle attività lavorative quali salariati. La minaccia, sullo sfondo, della nullificazione sociale dopo un anno di disoccupazione, ha certamente rafforzato la competizione tra colleghi nelle dispute aziendali.

Purtroppo, il continuo riferirsi, da parte del capitale, ad una difficile situazione economica, reale o solo anche percepita, costringe il sociale a soddisfare troppo spesso le concessioni in materia di salari o di orari di lavoro da parte della forza lavoro. Pertanto, la domanda se la “Hartz IV debba andar via” da un lato è giusta, ma dall’altro è insufficiente. Perché Hartz IV è solo un mosaico nella trasformazione del mercato del lavoro tedesco.

Con la Hartz I, c’è stata la liberalizzazione del contratto a termine, con la Hartz II, l’introduzione dei mini-jobs. Queste sono ulteriori tessere centrali nella creazione di un settore enorme di forza lavoro a basso salario, il quale è stato affiancato da tagli alle pensioni, aiuti e tagli fiscali ai monopoli ed ai i super ricchi. Questo settore a basso salario, combinato con una produttività estremamente elevata, offre all’industria tedesca enormi vantaggi rispetto ad altre economie. Le conseguenze fatali del “rullo di esportazione” tedesco si possono osservare in Grecia, Portogallo o Francia.

Pertanto, superare la Hartz IV sarebbe una pietra miliare auspicabile per i lavoratori salariati in Germania. Ma cosa dovrebbe venire dopo Hartz IV? I verdi e alcune frazioni del Partito “La sinistra” richiedono un reddito di base incondizionato. Per inciso, questo requisito è stato sollevato anche in passato dai singoli rappresentanti del capitale. Un dibattito se questo concetto sia semplicemente utopico o piuttosto neoliberista può far comprendere perché i partiti dell’Unione hanno già posto il veto contro i piani di riforma della signora Nahes in termini di esportazioni.

Il superamento della Hartz IV non è stato registrato nell’accordo di coalizione. Questo indica anche che nell’area del titolo secondo del codice di previdenza (SGB II) tutto rimane così com’è. Le male lingue sostengono addirittura che il vero obiettivo delle dichiarazioni della ex Ministra del Lavoro sia stato quello di tendere la mano ai settori della base del partito che brontolano, dopo le disastrose sconfitte elettorali, salvando così la propria testa come presidente del partito. A tal fine, Nahles ha fatto esplodere un grosso palloncino rosa con le parole “la Hartz IV deve andar via”.

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11/10/2018

Reddito di cittadinanza. Tanto rumore per poi finire con il “modello Hartz IV”?

Il ministro del Lavoro e vicepremier Di Maio dopo l’incontro con il ministro Hubertus Heil ha riferito le considerazioni del suo omologo tedesco: “Ha detto che finalmente hanno capito che il nostro reddito di cittadinanza non è una misura assistenziale, ma uno strumento di politica attiva per il lavoro, come il loro Hartz IV”.

Hartz IV tiene in povertà milioni di persone in Germania. Dieci anni dopo aver imposto al paese questa legislazione l’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder non aveva negato questa evidenza ma aveva avuto la faccia tosta di sostenere che non sono le sue riforme del mercato del lavoro e dell’assistenza sociale a tenerli in povertà, la colpa è delle imprese che ne fanno uso improprio. Però quelle sue riforme trascendevano le imprese; hanno puntato a ristrutturare e rilanciare il sistema produttivo nel suo complesso realizzando la flessibilizzazione degli strati medio bassi del lavoro contando sul fatto che era possibile abbassare i salari individuali fin sotto il livello della sussistenza perché il sussidio avrebbe realizzato ad un tempo una funzione di integrazione salariale in favore delle imprese, e di controllo e ricatto sui lavoratori. La storia di Hartz IV riguarda l’estesa frammentata popolazione di individui legalmente riprodotti sul mercato del lavoro come poveri.

Su Hartz IV si può leggere questa analisi estratta dal libro di Giuliana Commisso e Giordano Sivini, Reddito di cittadinanza: Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? (Asterios 2017).

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I pilastri della riforma del mercato del lavoro

Le misure decise da Schroeder furono volte a ridisegnare il sistema di gestione del mercato del lavoro, comprimendo i sussidi di disoccupazione, introducendo il reddito minimo condizionato allo svolgimento di attività lavorative, e creando occasioni di lavoro attraverso normative che ampliavano il precariato. L’Agenzia federale per l’impiego venne decentralizzata, furono costituiti i jobcenter, e venne liberalizzata l’intermediazione delegando, in varie forme, il collocamento e le attività formative ad agenzie private o miste, remunerate in base ai risultati. (...)

“E’ bisognoso di aiuto chi non è in grado di provvedere alle necessità del proprio sostentamento e a quello dei suoi congiunti conviventi all’interno dello stesso nucleo familiare né con risorse (reddito e patrimonio) o forze (capacità lavorativa) proprie, né con l’aiuto di terzi”[1].

Spetta ai jobcenter l’accertamento di queste condizioni. Il funzionario incaricato dell’inserimento nel lavoro ha poteri di indagine sulla vita privata della persona e dei suoi congiunti, sulle loro complessive situazioni finanziarie e patrimoniali, “in quanto tutti gli strumenti di risparmio e di reddito interni alla famiglia concorrono a definire la fondatezza della richiesta di contributo”[2]. Il ministro socialdemocratico Andrea Nahles è arrivato a proporre di regolare i rapporti interni alla famiglia, prevedendo che i genitori separati siano tenuti a dichiarare da quale dei due il bambino pernotta per distribuire su questa base il sussidio monetario[3].

Chi richiede il contributo ha l’obbligo di cercarsi un lavoro o di accettare quello che gli viene offerto dal jobcenter, anche se il salario è inferiore a quello dei contratti collettivi di settore[4].

“In linea di principio va accettato ogni tipo di lavoro fatti salvi, ad esempio, comprovati motivi ostativi di natura fisica, mentale, psichica o occupazioni da considerarsi immorali a causa della retribuzione troppo esigua”[5].

Tra i motivi di esonero c’è la necessità di accudire i figli di meno di 3 anni, di fornire assistenza continua a familiari non autosufficienti, di completare la formazione scolastica. Al di là di questi, il solo modo per sottrarsi all’obbligo del lavoro salariato è dato, provvisoriamente, dall’impegno in una attività formativa, oppure dalla presentazione di un progetto di autoimprenditorialità, che può godere di incentivazioni se preventivamente approvato da terzi sotto il profilo della sostenibilità economica.

Un lavoro salariato qualsiasi è la prospettiva di chi ha bisogno del contributo. “Noi viviamo come schiavi. Per il jobcenter devi essere sempre reperibile. C’è gente che viene chiamata alle 8 per essere ad un colloquio di lavoro alle 9. E se non vai o non ci sei, scatta la sanzione. Alle aziende va benissimo, naturalmente, perché pagano meno gli operai e li fanno lavorare di più. Hanno cancellato lo Stato sociale e l’hanno trasformato in una sovvenzione per le aziende. Lavori a basso costo, senza diritti”[6].

In caso di rifiuto dell’impiego proposto dal jobcenter, il contributo viene progressivamente ridotto, o sospeso.

“Chi rifiuta ripetutamente un posto di lavoro, una formazione professionale o una iniziativa di inserimento ragionevolmente accettabili deve prepararsi ad accettare una riduzione dell’indennità di disoccupazione II o, se del caso, la cessazione della sua erogazione. In una prima fase di tre mesi il trattamento in denaro può essere ridotto del 30 per cento (...). Il diritto a percepire l’indennità di disoccupazione decadrà in toto se il beneficiario viola i suoi obblighi per tre volte nell’arco di un anno. Per i beneficiari di meno di 25 anni sono previste sanzioni più severe, che comportano la cessazione totale dell’indennità di disoccupazione II già con la seconda violazione dell’obbligo di accettare il lavoro”[7].

Nel 2015 ci sono state più di un milione di sanzioni. Molti credono che una sanzione riguardi solo la persona colpita. In realtà si riflette sulla famiglia, quando c’è un partner o dei bambini che vivono nello stesso nucleo[8].

Ogni assistito ha al jobcenter un referente, che deve essere tenuto informato dei tentativi fatti per trovare lavoro, e dispone non solo di un forte potere di orientamento, ma anche di piene capacità sanzionatorie. “Non mi deprime il fatto di avere meno soldi. Quello che trovo insostenibile è il modo in cui ci trattano. Sono delle vere e proprie vessazioni. Ho come l’impressione che gli impiegati del jobcenter siano esortati ad imporre sanzioni”[9].

“Volevo cambiar vita e impegnarmi in una attività formativa, ma il mio vecchio agente del jobcenter voleva che restassi candidata per un lavoro in una panetteria: quando ho rifiutato il mio contributo è stato ridotto del 30 per cento per tre mesi”[10].

“Alla signora Barbara, quattro lingue, che ha sempre lavorato come manager amministrativo prima di perdere il lavoro (...) hanno offerto solo proposte di lavoro temporaneo, pagate dal 40 al 60 per cento in meno rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato”[11].

“Le agenzie di lavoro interinale ti buttano fuori subito se il datore di lavoro non ci guadagna. A quel punto sei un disoccupato. L’agenzia ti propone un altro lavoro a tempo determinato, e devi accettarlo qualunque sia, se no scattano le sanzioni (...). Ho fatto la telefonista, la magazziniera... tutti lavori che non c’entrano niente con il mio curriculum. La mia carriera lavorativa è rovinata”[12].

Il sistema ha una forte tendenza verso forme burocratiche e tayloristiche di organizzazione del lavoro con bassi livelli di competenza di chi sta a contatto con il pubblico, il che rende difficile affrontare i frequenti casi delicati[13]. “Hartz IV si basa in modo abbastanza rigido sull’idea di aver a che fare con un ‘normale cittadino lavoratore’, sano e non deviante, di lingua tedesca, con una condotta di vita razionale e comportamenti cooperativi, mobili, capaci di esprimere e comunicare in maniera da corrispondere alle aspettative dei funzionari incaricati del collocamento. Quando i clienti, pur condividendo i valori e le norme della società del lavoro, deviano da questa immagine per atteggiamenti, modelli di comunicazione, parvenze fisiche, modi di esprimersi, allora facilmente cessano di informarsi, si sentono costretti ad agire, non tengono conto dei diritti, ricorrono alle sanzioni”[14].

Soprattutto nei casi difficili i referenti del jobcenter hanno una spiccata tendenza “ad accusare i ‘clienti’ di violare i loro contratti”: è quanto emerge dalle analisi longitudinali svolte in quattro aree tra il 2006 e il 2012[15]. “La maggior parte dei funzionari ritiene che coloro che beneficiano di prestazioni per lungi periodi non vogliano emanciparsi e rinuncino alla loro indipendenza per rimanere nel welfare”. Esaminando i casi, risulta invece che il più delle volte questi beneficiari aspirano ad un lavoro regolarmente retribuito, “anche quando si tratta di un obiettivo completamente irrealistico”.

Tra i referenti qualche eccezione c’è. Inge Hannemann, impiegata in un jobcenter di Amburgo, si rifiuta di applicare le sanzioni, e viene licenziata. Minaccia di ricorrere in tribunale, e le viene proposto di riprendere servizio senza contatto con il pubblico ma rifiuta, incontrando una ampia mobilitazione intorno ad una petizione diretta al Bundestag, che evidenzia la contraddizione tra misure sanzionatorie di sospensione del contributo e la sua funzione di sostegno al minimo vitale[16].

“Noi avevamo un potere enorme sulla vita delle persone iscritte al nostro jobcenter”, ricorda Hannemann[17]. “Quando entri nel Hartz IV non ne esci più. Quello che critico è il potere che abbiamo noi del jobcenter. Quando la persona seduta davanti a me non vuole fare quel lavoro, io posso ridurgli il sussidio fino a zero. E non prenderà più un euro. Non potrà pagare l’affitto, non potrà pagare la luce, non potrà comprare da mangiare, non potrà comprare medicine. In poche parole gli tolgo tutto. E’ terribile”.

Spesso i beneficiari si trovano intrappolati in una mobilità circolare. “Vivo di Hartz IV da otto anni. A volte mi sembra di essere in un carcere a cielo aperto. Ogni euro che spendo lo devo documentare. Tutto viene controllato, verso di me c’è più diffidenza che fiducia. Se non mi presento ad un appuntamento al jobcenter devo immediatamente fare i conti con le sanzioni”[18].

Ma ci sono anche quelli che non ce la fanno. “Sperimentano due, quattro, dieci o più situazioni lavorative – dalla disoccupazione all’one-euro-job, da qui ad un’occupazione temporanea, poi ad una attività formativa, e alla fine rinunciano al contributo”[19].

Il fenomeno della mobilità circolare è diffuso, e viene considerato “conseguenza di un consolidamento strutturale della dipendenza dal contributo”[20]. Nel 2012 nell’arco di 12 mesi erano uscite dal sistema 1 milione 970 mila persone e vi erano entrate un milione 760, la metà delle quali in precedenza avevano già ricevuto il contributo. Secondo la confederazione sindacale DGB, circa la metà dei beneficiari ricevono l’aiuto da più di quattro anni, una situazione che si sostanzia nel detto ‘Hartz IV un giorno, Hartz IV sempre’[21].

Nel tentativo di porre fine a questa situazione, il ministro socialdemocratico Andrea Nahles ha proposto di aggiungere alla sanzione della sospensione dell’erogazione una trattenuta su quelle future per chi mantiene arbitrariamente lo stato di bisogno. “Questa somma configurerebbe un debito e, a differenza della sanzione, sarebbe cronologicamente senza fine[22].

La precarizzazione del lavoro

L’obbligatorietà di inserimento nell’attività lavorativa è facilitata dalla implementazione di forme di lavoro precario, i mini e i midi job. I mini job prevedono una remunerazione massima di 450 euro lordi mensili; con i midi job il salario è di 850 euro. Ci sono anche gli ein-euro-job, con paga oraria che varia da 1 a 2,5 euro per attività di utilità pubblica, che servono per lo più a dimostrare la disponibilità del beneficiario all’inserimento lavorativo.

I mini job sono sette milioni e mezzo, e per oltre quattro milioni e mezzo di persone costituiscono l’unica fonte di lavoro salariato. Sono accessibili con relativa facilità, e vi ricorrono in particolare giovani e donne, che, con un impegno orario ridotto e un salario al di sotto della sussistenza, hanno diritto ad una parte dell’indennità di disoccupazione II e al sostegno aggiuntivo per l’affitto e il riscaldamento.

Se ne fa ampio uso in molti settori. “Secondo voi a un datore di lavoro conviene assumere una persona a tempo pieno, pagandola 1200 euro, più i contributi sociali, o gli conviene assumere tre ‘minilavoratori’, pagandoli in totale 400 x 3 = 1200 euro, ma senza contributi sociali? Dai, che lo sapete! E il bello è che, siccome i mini job sono cumulabili, alla fine non hai nemmeno bisogno di assumere tre persone: basta assumere tre volte la stessa persona!”[23]. Al blog fa seguito una testimonianza. “Sono andato in Germania (quella ricca, alta Baviera) in visita ad un nostro cliente, settore serramenti circa 30 persone. Il reparto produttivo è organizzato in due turni di 4 ore, mattino e pomeriggio; gli operai sono tutti a 450 euro/mese. Costo per l’azienda di una coppia di operai siamesi (8 ore/giorno) 1500 euro/mese. Nella mia azienda la paga base è di circa 1100 euro/mese, con un costo per l’azienda di 2500 euro/mese”[24].

In Germania la riforma ha fatto diminuire il tasso di disoccupazione non perché è stato creato nuovo lavoro ma perché figurano occupati anche i titolari di mini job e di one-euro-job. “Uno dei principali impatti è stato l’ampliamento senza precedenti del settore occupazionale a bassa retribuzione e di conseguenza l’incremento dei working poors”[25]. “Con Hartz IV la povertà è stata creata per legge”[26]. Il salario non è sufficiente per vivere, e rende necessaria l’integrazione pubblica. Questa è la condizione della massa degli Aufstocker, 1,3 milioni, continuamente riprodotta attraverso i jobcenter.

Dunque, lavorano tutti o quasi, ma quella che nel 2005 era una massa disoccupata ora è stata spostata sui lavoratori precari. Il loro numero è aumentato costantemente, mentre per lo stesso lavoro il guadagno diminuisce. “La paura di perdere il posto di lavoro è cresciuta, e i lavoratori si tengono stretti anche gli impieghi più desolanti. La paura di Hartz IV e della conseguente povertà e stigmatizzazione sociale sembrano essere più forti anche nel meno dignitoso dei lavori[27].

C’è, tuttavia, chi si ritiene soddisfatto perché la riforma ha abbassato quel ‘salario di riserva’ che il sistema precedente assicurava con i sussidi. “Sebbene sia stato creato un settore a bassa retribuzione, questo si è sostituito alla disoccupazione. Chi prima era costretto a vivere di sussidi pubblici ora ha un reddito proprio, in genere più elevato, che per di più cresce grazie al all’indennità di disoccupazione II”[28], sostiene Hans-Werner Sinn, un economista importante in Germania. “Solo i non addetti ai lavori commentano che, riducendo i salari, le imprese speculano sui sussidi – poiché questa era esattamente la condizione indispensabile affinché la riforma avesse effetto (...). Per i lavoratori tedeschi non fu affatto facile, e le riforme furono percepite come un peso eccessivo, un’insolenza che metteva alla prova l’intera società tedesca. Per quanto siano state dure, guardando al passato sono state un vero toccasana per la Germania, poiché solo grazie a loro il paese è stato in grado di superare la crisi europea”[29].

Germania, dunque, contro lavoratori tedeschi: questa è la posizione di chi valuta positivamente la riforma del mercato del lavoro. E i sindacati? Contro Hertz IV non si erano mobilitati. Gli iscritti sono il 18 per cento, la contrattazione riguarda un terzo delle aziende nella Germania occidentale e il 17 per cento in quella orientale. Questa situazione è anche il frutto di riforme che hanno contribuito ad approfondire la segmentazione tra lavoratori permanenti socialmente integrati e quelli sottopagati, precari, che minano anche il futuro di coloro che si trovano ai livelli più bassi del primo segmento. I posti di lavoro marginali e precari che sono stati implementati nel quadro della riforma fanno concorrenza alle occupazioni ancora considerate regolari e ne abbattono il costo. A questa tendenza, sotto la pressione dei sindacati, il governo ha posto un limite solo a partire dal gennaio 2015, fissando il salario minimo a 8.50 euro lorde all’ora, peraltro con deroghe temporanee ed eccezioni.

Lo stesso Schroeder, con un ritardo di dieci anni, riconosce che qualcosa non va. “Innanzitutto vanno messe a punto delle regole per contenere il settore delle basse retribuzioni, che continua a crescere per colpa delle aziende che hanno abusato di questa opzione e l’hanno sfruttata per contenere il costo del lavoro”[30]. Le basse retribuzioni avrebbero dovuto solo facilitare il reingresso nel mondo del lavoro dei meno qualificati. Anche il ricorso estensivo del lavoro part-time, quello dei mini job, è, per Schroeder, colpa delle aziende. “Intendevamo rendere più agevole la gestione dei picchi di lavoro, Ma se le aziende sfruttano la legge per sostituire una quota portante della forza lavoro, allora ci troviamo di fronte ad un abuso che va fermato”[31].

La frattura sociale

“Certo potrei chiedere il sussidio statale, ma non voglio farlo. Mi sentirei una barbona”[32]. Se si rivolgesse al jobcenter rischierebbe lo stigma dell’incapace. “Un destinatario di Hartz IV viene percepito dalla società come un essere inutile. Siamo stigmatizzati. Ma dietro ogni uomo c’è una storia. C’è una ragione per la quale siamo diventati disoccupati. La maggior parte delle persone non riesce a capirlo. E la cosa più assurda è: io non sono disoccupato – ho un lavoro. Ma con il lavoro che faccio non guadagno abbastanza per vivere. Lo Stato mi considera un disoccupato, ma in realtà io non lo sono”[33].

Nel discorso di chi governa, la disoccupazione deriva dalla incapacità personale di rapportarsi responsabilmente al lavoro. La traslazione delle cause dell’inoccupazione dalla società ai singoli individui, giustifica e fonda il principio dell’obbligo di lavorare per avere diritto legale alla propria esistenza. Essere occupato o non esserlo dipende dalla propria volontà. Lo Stato offre opportunità di lavoro; chi non le coglie e pretende il diritto all’esistenza commette un abuso. Non si è ancora materializzato in Hartz IV il lavoro coatto senza salario come nel Regno Unito; i jobcenter sono i luoghi di condensazione del lavoro a buon prezzo a cui ciascuno deve obbligarsi come condizione legale della sua propria esistenza.

Frequentando i jobcenter per ottenere il sussidio, nei rapporti costanti e frustranti con i propri referenti, “si è costretti a fare i conti con le difficoltà materiali, con il basso riconoscimento sociale e con il controllo burocratico sulla propria vita quotidiana”[34]. Si viene separati dal resto della società e si interiorizza la convinzione che la propria condizione è al di sotto del livello di rispettabilità sociale. Si creano angosce esistenziali: “Hartz IV fa ammalare”[35]. “Le persone colpite, semplicemente collassano, catturate da una spirale di impotenza causata dalla costrizione e dalla stigmatizzazione, da cui non c’è quasi via d’uscita”[36].

La logica di Hartz IV impone di abbandonare le aspirazioni ad un lavoro che abbia senso e ad una vita che possa motivare la ricerca di una occupazione. Le politiche di ‘attivazione’ al lavoro fin nella terminologia assumono che i disoccupati siano persone passive da obbligare ad attivarsi. Dal disciplinamento al lavoro che nell’epoca della piena occupazione fondava l’etica del lavoro come condizione di coesione sociale, quando il lavoro si fa precario si passa al controllo sul lavoro negando le fratture che si sono prodotte nella società.

La linea di contrasto politico a questo stato di cose si muove, a fatica, con iniziative per l’immediata abolizione delle sanzioni, affinché il salario di sussistenza perda la sua connotazione negativa, e per il diritto di rifiutare un impiego pagato male o non attrattivo. Sul lungo periodo reclama un reddito di base incondizionato quale strumento di emancipazione dalla necessità di vendere la propria forza lavoro a qualsiasi prezzo[37].

Note

[1] Ivi, p. 38.

[2] Doerre K., The German job miracle. A model for Europe?, Rosa Luxemburg Stiftung, agosto 2014.

[3] Aschenbach L., Condannare e colpire: la terza via del welfare in Germania, Economia per i cittadini, s.d.

[4] Boyle N., Schunemann W., cit.

[5] Ministero Federale del Lavoro e degli Affari Sociali, cit., p. 39.

[6] L’inferno della Hartz IV, Intervista, Presa diretta, RAI, 2 marzo 2015.

[7] Ministero Federale del Lavoro e degli Affari Sociali, cit., p. 39

[8] Hannemann I., Hartz IV hilft nicht, es macht nur Angst, Huffington Post, 8 marzo 2016.

[9] huffingtonpost.de., progetto Sanktionsfrei

[10] Thibaut M., Hartz IV, la clef controversée du miracle allemand, Les Echos, 2 febbraio 2015.

[11] L’inferno della Hartz IV, cit.

[12] Ivi.

[13] Promberger M., Nine years of Hartz IV – a welfare reform under scrutiny, Quadernos de Relaciones Laborales, 33, 1, 2015.

[14] Ivi.

[15] Doerre K., cit.

[16] Hannemann I., Die Hartz IV Diktatur. Eine Arbeitsvermittlerin klagt an, Hamburg, Rowohlt, 2015.

[17] L’inferno della Hartz IV, cit.

[18] huffingtonpost.de,,progetto Sanktionsfrei

[19] Doerre K., cit.

[20] Henning D., cit.

[21] Thibaut M., cit.

[22] Aschenbach L., cit.,

[23] Bagnai A., Il modello tedesco e la notte dei cristalli, in Il Tramonto dell’euro, 9 maggio 2013

[24] Ivi.

[25] Szarvas P., Ricca Germania, poveri tedeschi. Il lato oscuro del benessere, Milano, Università Bocconi Editore, 2014, p. 17

[26] Thibaut M., cit.

[27] Hannemann I., Hartz IV hilft nicht… cit..

[28] Sinn H-W., Le riforme strutturali dell’Agenda 2010 sono la strada giusta per tutta Europa?, prefazione a Szarvas P., cit.

[29] Ivi.

[30] Szarvas P., cit., p.18.

[31] Ivi.

[32] Szarvas P., cit.

[33] huffingtonpost.de,,progetto Sanktionsfrei

[34] Doerre K., cit.

[35] Thibaut M., cit.

[36] Doerre K., cit.

[37] Hannemann I., Hartz IV hilft nicht… cit.

Fonte

24/02/2018

Dietro il Reddito di Cittadinanza c’è lo spettro di Hartz

La disinformazione sul Reddito di cittadinanza da parte della pseudo sinistra ha un obiettivo? Roberto Lucarelli sul Manifesto, in calce ad un articolo in cui illustra la proposta del Movimento Cinque Stelle, segnala la disponibilità di LeU ad un intesa su questo terreno, citando Roberto Speranza: “Se c’è da costruire una misura universale di contrasto alla povertà che il M5S chiama reddito di cittadinanza (a me non piace molto il modo in cui lo hanno costruito) io sono pronto a votare su temi specifici”.

Sergio Cararo ha segnalato su Contropiano le possibili implicazioni sociali della proposta dei Cinque Stelle in occasione della presentazione all’USB di Roma del libro Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? Ha titolato “Di Hartz si muore. Lavoro coatto come soluzione alla povertà?”[1].

Questa problematica sociale e politica è fuori dall’orizzonte del Manifesto, dove Roberto Lucarelli in “La ricetta dei Cinque Stelle: Reddito di cittadinanza e lavoro gratuito”, pubblica un articolo infarcito di citazioni di Di Maio, cominciando da questa sua sintetica esposizione. “Il reddito di cittadinanza non darà soldi a chi vuol stare seduto sul divano. Dovrà per il breve periodo in cui avrà il contributo, formarsi e dare otto ore di lavoro gratuito allo Stato. Dal secondo anno il reddito di cittadinanza inizia a scalare perché la persona viene inserita nel mondo del lavoro”.

Per Lucarellì questa “precisazione” “permette di comprendere la natura del reddito di cittadinanza”, ed esprime disappunto, perché è “una misura non universalistica e condizionata alla scelta di un lavoro, ed è vincolata a una prestazione gratuita obbligatoria per finalità contingenti”.

Sviluppata la critica, Lucarelli cade in stato confusionale. “Il 4 gennaio scorso Di Maio ha detto che tale meccanismo mira all’abolizione del ‘reddito di cittadinanza’ stesso. Questo obiettivo [l’abolizione?], basato su un’analisi del ciclo economico discutibile, dovrebbe essere raggiunto grazie a un investimento di 2,1 miliardi di euro (su 17, tanto costerebbe il workfare basato sul lavoro coatto) per rilanciare i centri per l’impiego e il reinserimento lavorativo. Le risorse arriverebbero dalla ‘spending review’ sulla spesa improduttiva, dalla tassazione sul gioco d’azzardo e sui concessionari autostradali”.

Dentro questa incomprensibile sintesi dell’intervista di Di Maio al Mattino, Lucarelli inciampa nel ‘workfare basato sul lavoro coatto’, ma non dice di che cosa si tratta. Quanto alle fonti di finanziamento, non ricorda che la copertura della spesa prevedeva nel 2015 un forte taglio alle spese militari e una robusta patrimoniale, dal 2016 le spese militari non figurano più, e nel 2017 anche la patrimoniale è sparita.

Lucarelli tenta invece di prendere in castagna Di Maio perché utilizzerebbe l’Agenzia delle politiche attive, “creata dal Jobs Act criticato dai Cinque Stelle”, per far incontrare domanda e offerta di lavoro a livello nazionale e non a livello provinciale. “E’ un sistema simile a quello della ‘Buona scuola’ che ha obbligato i docenti ad emigrare da Sud a Nord per mantenere il lavoro. Giustamente criticato dai Cinque Stelle ora rischia di ripresentarsi con effetti peggiori”.

Tra una critica e l’altra infila questa frase di Di Maio: “Una volta trovato un lavoro confacente alle caratteristiche del cittadino, non si potrà rifiutare la proposta, pena la perdita immediata del sussidio”. E, dopo aver arzigogolato ancora, Lucarelli arriva al dunque. “Non è affatto detto che al termine del periodo del ‘reddito di cittadinanza’ (18 mesi? due anni?) il beneficiario trovi una ‘offerta di lavoro confacente’”.

Qui casca l’asino. Se, invece di limitarsi a collezionare le citazioni di Di Maio, avesse letto il testo del disegno di legge dei Cinque Stelle, Lucarelli avrebbe appreso che per l’erogazione del reddito non c’è un termine; cessa infatti quando il beneficiario supera la soglia della povertà. E, a proposito del ‘lavoro confacente’, avrebbe fatto altre più rilevanti scoperte, che lo avrebbero potuto portare fino a Hartz IV, in Germania, dove gran parte di coloro che entrano nel sistema del reddito sociale non ne escono più.

Peggio di Lucarelli, che sul Manifesto ha in appalto le tematiche del reddito minimo, fanno Andrea Fumagalli e Cristina Morini. Su Effimera. Critica e sovversione del presente pubblicano “Dell’uso strumentale del reddito per finalità politiche”. Passano in rassegna le proposte di reddito minimo, dilungandosi sul Rei e su quella friedmaniana di Berlusconi, per approdare al reddito universale incondizionato. Di questo Fumagalli è un guru, citato per cognome persino nel testo del disegno di legge Cinque Stelle nella parte che presenta l’iniziativa come primo passo verso il reddito universale incondizionato.

Nel lungo articolo, Fumagalli e Morini riservano al Reddito di cittadinanza questo passo: “Nella proposta dei 5 Stelle si fa notare con enfasi che il ‘reddito di cittadinanza’ è una misura ‘condizionata’. Comporta, cioè, precisi obblighi per il destinatario, come l’iscrizione ai centri per l’impiego pubblici e la necessità di garantire un contributo di circa otto ore settimanali ai progetti sociali del Comune di residenza. I controlli sono affidati agli stessi centri, collegati telematicamente con i ministeri e con l’Agenzia delle Entrate. Come giustamente afferma Roberto Ciccarelli: “c’è una truffa lessicale che, tra l’altro, si è trasformato in un boomerang per questo movimento. Il reddito di cittadinanza va a tutti i residenti con la cittadinanza a vita. In questa forma è applicato solo in Alaska. Quello del M5S è invece un reddito minimo condizionato dallo scambio con un lavoro”.

Tutto qui. Se avessero letto il testo del disegno di legge, Fumagalli e Morini avrebbero scoperto che ‘i precisi obblighi’ vanno ben oltre ‘le circa otto ore settimanali’.

Per una informazione corretta e per una analisi meno superficiale, sarebbe stato sufficiente leggere gli articoli 11 e 12 del disegno di legge del M5S. L’articolo 11 chiarisce come i poveri che aspirano al reddito debbano sottomettersi ai centri per l’impiego, obbligandosi a svolgere – e a documentare puntualmente – una ricerca attiva individuale di lavoro per almeno due ore quotidiane. L’articolo 12 li obbliga al lavoro, e, se al secondo anno non ce l’hanno ancora, dispone che devono accettare quello che viene loro imposto. Di qualsiasi tipo a qualsiasi salario.

Così il Reddito di cittadinanza può diventare lo strumento per riprodurre Hartz IV in Italia: un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto della soglia della povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale. Abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza, e fa dipendere il diritto di esistenza da un sussidio che serve ai padroni. Immettendo 15-20 miliardi di euro nell’economia stimola i consumi, a beneficio di imprenditori e commercianti, fulcro del blocco sociale al quale guarda il M5S, utilizzatore del nuovo legittimato lavoro servile.

Alla pseudo sinistra questo non interessa. Del resto Hartz IV è stato introdotto in Germania dal socialdemocratico Schroeder.

Note
[1] Contropiano, 3 novembre 2017.

di Giordano Sivini docente emerito dell’Università della Calabria, coautore di “Reddito di Cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?”, edizioni Asterios

Fonte

16/02/2018

Germania: qualche ricco tassato per garantire la pace sociale

Nella sola Berlino, lo scorso anno, gli accertamenti fiscali disposti dall’Amministrazione rosso-verde hanno portato nelle casse comunali più di 5,5 milioni di euro di entrate aggiuntive: oltre 4,5 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente, quando erano stati appena 837.840 euro. Ciò è stato possibile verificando le entrate di appena 67 persone, i cui redditi non da lavoro, capitali, locazioni e fitti e altri redditi superano i 500.000 euro; nell’anno precedente c’erano state solo 11 verifiche fiscali di questo tipo. In testa alla graduatoria degli accertamenti, l’ufficio imposte del quartiere di Prenzlauer Berg, nel distretto di Pankow (il più popoloso distretto cittadino), in cui pare sarebbero state eseguite 16 verifiche, per oltre 3,5 milioni di euro.

Il dato emerge da una risposta del Dipartimento finanze della Abgeordnetenhaus, la Camera dei rappresentanti cittadina, a una interrogazione scritta dei deputati della Linke, Sebastian Schlüsselburg e Steffen Zillich, riportata da Neues Deutschland.

Sebastian Schlüsselburg si è detto soddisfatto del significativo aumento dei controlli: “Con le entrate supplementari che ne derivano, sarà possibile effettuare investimenti urgenti, ad esempio nelle scuole, negli ospedali e nei trasporti pubblici locali, a beneficio di tutti i berlinesi”.

Se condotte su scala nazionale, nota Neues Deutschland, in teoria tali verifiche potrebbero significare un ulteriore introito di diverse centinaia di milioni di euro: denaro che potrebbe esser impiegato in molte aree sociali. Tuttavia, il numero di verifiche sui redditi milionari è in calo da anni nel paese. In una nazione in cui circa due terzi della popolazione non ha praticamente disponibilità o ne ha di molto piccole, mentre il 10% delle famiglie al vertice sociale detiene più della metà delle entrate, sembra così difficile effettuare un controllo fiscale anche solo del 15% tra i più ricchi.

Nessuna meraviglia, dunque, se la Germania occupa il settimo posto nella classifica dei maggiori paradisi fiscali: “una politica, questa, a favore dei più ricchi, che non solo mina le fondamenta della stessa economia di mercato, ma è gravida anche di scoppi sociali. Tanto più gratificante, quindi, che sotto il governo rosso-rosso-verde, il numero di controlli fiscali stia di nuovo aumentando. Sarebbe bene continuare questo corso, nell’interesse sia dell’economia, che della pace sociale” nota Neues Deutschland.

Una pace sociale invocata dall’ex organo della SED che, pure, non manca oggi di notare come, secondo i rilievi condotti dal Robert Kock Institute, quasi i due terzi (il 67%, su un campione di 4.800 intervistati) degli occupati tedeschi abbia dichiarato di essersi recato al lavoro, nel 2016, almeno una volta mentre “si sentiva veramente male”. Nel sondaggio commissionato dai sindacati (DGB), il 29% ha dichiarato di essere andato al lavoro anche per oltre due settimane, mentre era malato. Il commento dell’epidemiologo Udo Buchholz, riportato da Die Welt, è che “Se sei malato, stai a casa, almeno per qualche giorno”; questo, non certo per amore del malato, ma perché, così facendo, “ti riprenderai prima” e sarai di nuovo efficiente per l’industria e inoltre “non sarai particolarmente contagioso nei primi due giorni” per gli altri lavoratori.

La stessa pace sociale auspicata da Neues Deutschland che, pure, in un servizio dal titolo “I debiti di fronte al Jobcenter”, scrive di tutti quei disoccupati che si vedono tagliare i contributi dello Hartz IV, nel caso necessitino di un mutuo da versare come cauzione per un nuovo affitto. La situazione, scrive Neues Deutschland, è questa: chi si trasferisce in un nuovo appartamento, di solito deve pagare un deposito (fino a 3 mesi di affitto) al nuovo proprietario, per coprire eventuali danni o ipotetici futuri arretrati sull’affitto. Già per un normale lavoratore, privo di risparmi, è un’impresa ardua ottenere un mutuo di questo tipo; ma è del tutto impossibile per i beneficiari dello Hartz IV. Oggi, i Centri per l’impiego anticipano il deposito, ma solo a titolo di prestito, così che chi lo ottiene deve poi lasciare mensilmente al Centro stesso il 10% del beneficio.

Ora, sostiene la leader della Linke, Katja Kipping, il sistema adottato dai Centri per l’impiego è illegale, dal momento che il Codice sociale II, che definisce il quadro giuridico dello Hartz IV, distingue nettamente tra esigenze di vita quotidiane e necessità di alloggio. Con i 416 euro mensili di Hartz IV, i disoccupati dovrebbero comprare cibo e vestiti e, forse, accantonare qualcosa per eventuali acquisti non programmati, come una nuova lavatrice. L’attuale regolamento, tuttavia, costringe le persone a corrispondere la cauzione per l’affitto – che, in realtà, rientra tra le necessità di alloggio – dalla quota normale, con il risultato che viene decurtata la quota di sussistenza.

L’apposita commissione del Bundestag, cui la Kipping ha chiesto di esprimersi sulla questione, si astiene da una posizione definitiva e rimanda a un giudizio del Tribunale sociale federale. La questione sembra stia ora rimbalzando da tribunali di Land a tribunali federali, attraverso il Ministero federale del lavoro e degli affari sociali, che non sembra aver particolare fretta a dirimere la questione, tanto che, in risposta a un quesito “secondario” posto dalla stessa Kipping, lo scorso settembre aveva ammesso di non sapere nemmeno quante persone avrebbero dovuto rimborsare tali prestiti per cauzioni.

Una “pace sociale” che arride al 10% delle famiglie al vertice sociale.

Fonte

22/12/2017

Le proposte sul reddito perpetuano l’esclusione sociale. Intervista a Giordano Sivini

Giordano Sivini * è stato docente di Sociologia alla facoltà di Economia dell’Università della Calabria. Recentemente, insieme a Giuliana Commisso, ha pubblicato il libro “Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?” per le edizioni Asterios. Del libro abbiamo già parlato sul nostro giornale.

Due settimane fa, anche l’Eurostat ha certificato che in Italia ci sono ormai 18 milioni di persone a rischio povertà, contemporaneamente il governo ha varato l’ennesimo, risibile, provvedimento contro la povertà con l’introduzione del Rei (Reddito di inclusione). Il M5S continua a parlare di Reddito di Cittadinanza ma i contorni di questa proposta sfumano sempre più al peggio dentro il processo di normalizzazione di questo movimento. Siamo tornati a parlarne con Giordano Sivini, per approfondire le questioni sollevate nel suo libro e soprattutto la loro relazione con una realtà dai costi sociali sempre più pesanti per milioni di persone a crescente rischio povertà ed esclusione sociale. Una spirale che va spezzata, con forza e con urgenza.

Cominciamo da un giudizio sul Rei o Reddito di Inclusione entrato recentemente in vigore. Come giudichi questo provvedimento del governo?

Il Reddito di Inclusione (Rei) è innanzi tutto una misura elettorale, per l’accelerazione del suo avvio dopo la lunga gestazione accompagnata dai ripetuti mirabolanti annunci dell’ineffabile ministro Poletti. Raccontava che con il Rei anche l’Italia attiva un sistema di reddito minimo. Gli altri paesi europei che da tempo ne dispongono, intervengono generalmente sulle persone che si trovano sotto la soglia della povertà relativa. Il Rei invece è rivolto alle famiglie che si trovano in stato di povertà assoluta. Sono un milione 600 mila con 4 milioni 600 mila componenti che non hanno beni e servizi che l’ISTAT considera essenziali. E’ una catastrofe sociale. Ma il governo ha altre priorità di spesa e per il Rei ha stanziato 2 miliardi per il 2018, 2,5 per il 2019 e 2,7 per il 2020, con cui potranno essere alleviate le condizioni di un quarto di esse.

Sono state invitate a mettersi in graduatoria, e dal primo dicembre, gli sportelli dei comuni e quelli dei CAF a cui le funzioni sono state in gran parte delegate, sono intasati. Il sussidio dovrebbe essere erogato dal primo gennaio ma, date le procedure, è improbabile; le elezioni dovrebbero farle accelerare, perché il PD ne fa strumento per acquisire voti. Ne fa una propaganda malaccorta, perché in sede di prima applicazione non tutti possono accedervi, e dal prossimo luglio tutti si accorgeranno del grande bluff.

Nell’immediato, le famiglie oltre ad essere in povertà assoluta devono avere al loro interno bambini, infermi, donne gravide, pensionati con più di 55 anni senza altri sussidi. Le altre famiglie potranno aspirare al reddito a partire dal luglio 2018, quando il Rei assurgerà al rango di miserabile misura di reddito minimo aperta a tutte quelle che sono le condizioni di povertà assoluta. Ma, attenzione,nessuno rileva che per esse a luglio 2018, così come negli anni successivi, la disponibilità finanziaria sarà molto più ridotta. Tenendo conto che il sussidio viene erogato per 18 mesi, quasi metà dei 2,5 miliardi saranno già stati impegnati per coprire le famiglie entrate nel Rei in questa tornata. E’ così di seguito per gli anni successivi. Quindi fino al 2021 non ci sarà alcun sostanziale allargamento dell’intervento.

Il sussidio, poi, è basso, e assorbe eventuali altri sussidi già percepiti (Sia, Asdi); persino la Caritas pensa di ridurre il proprio sostegno. Sono 187 euro al mese per le famiglie con un componente, 294 per due, 383 per tre, 461 per 4, 485 per quelle più numerose. Viene erogato con carta di credito del circuito delle Poste, e per il 50 per cento usato per fare la spesa.

Nel libro sostieni che le misure contro la povertà in realtà cristallizzano nello stato di povertà le persone invece di portarle fuori. Perché?

Mi soffermo ancora sul Ris. Nel caso della proposta del Movimento Cinque Stelle l’effetto di cristallizzazione c’è ma il meccanismo è diverso e mira a realizzare un cambiamento strutturale. Il Ris invece strutturalmente non incide per niente; non è più di una ‘boccata di ossigeno’ come dicono gli operatori sociali.

Il Ris enuncia l’obiettivo di far uscire le famiglie dallo stato di povertà assoluta. Sta scritto nella legge. Ma è un obiettivo che non sta in piedi, anche per quelle famiglie che riescono ad accedere alle graduatorie. Il sussidio viene infatti erogato solo per 18 mesi, rinnovato – forse – per altri 12, ma con un intervallo di 6 mesi durante il quale le famiglie devono arrangiarsi. Non c’è alcuna continuità di prospettiva. Questa tempistica indebolisce l’efficacia degli interventi di accompagnamento, ammesso che possano averla.

Lo strumento centrale del Rei è costituito proprio da questi interventi – se saranno realizzati – non dal sussidio. L’ipotesi implicita è che la povertà è una colpa. Pertanto la colpevolezza va indagata nella multidimensionalità delle carenze e dei bisogni. Il sistema prevede che ogni famiglia sia sottoposta a questa indagine. Letteralmente, come dice la legge, la famiglia viene presa in carico dall’ente locale preposto alla gestione del Ris, e ciascun suo componente viene indagato su questi fronti: 1. condizioni personali e sociali, 2. situazione economica, 3. situazione lavorativa e occupabilità, 4. educazione, istruzione e formazione, 5. condizione abitativa, 6. reti familiari e sociali di prossimità. Conclusa l’indagine viene emesso un giudizio sulla cui base viene formulato un ‘progetto personalizzato’ relativo alla famiglia e ad ogni suo componente, con cui si definisce il loro impegno a realizzare le pratiche di attivazione prescritte. Tutti gli adulti abili devono inoltre impegnarsi con il centro per l’impiego a lavorare.

Per quanto pazzescamente anticostituzionale sia questa pretesa, la normativa prevede che se anche uno solo dei componenti non si attiva nel senso indicato dal progetto personalizzato, il sussidio (che viene interamente erogato a chi ha domandato il Rei a nome dell’intero nucleo familiare) viene ridotto e persino tolto.

Il bisogno del sussidio, insomma, è un’arma di cui ci si appropria tramite il Rei per normalizzare i componenti della famiglia e per rafforzarne la gerarchia.

Cosa ne pensi dell’azione messa in campo dall’Alleanza contro la povertà?

L’Alleanza contro la povertà ha concepito il Ris fin nei particolari. Il governo lo ha fatto proprio in tutta la sua articolazione, salvo il finanziamento. Ma anche per la limitatezza dei fondi stanziati la responsabilità è dell’Alleanza contro la povertà. Al fine di rendere accettabile il progetto da parte del governo, ha proposto che venga realizzato un po’ alla volta e che i 7 miliardi di costo previsti a regime siano scaglionati in un crescendo nel tempo.

Quattro milioni e seicentomila mila persone senza accesso a beni e servizi essenziali è una catastrofe? Si, ma non ci sono i soldi... Allora, i think thank dell’Alleanza hanno pensato di stratificare la povertà adottando il principio di ‘dare prima a chi sta peggio’. “Detto altrimenti si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po[1] meno peggio’ sino a rivolgersi dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”. Una soluzione, dopotutto, consustanziale all’assistenza caritatevole, e l’Alleanza contro la povertà comprende una trentina di associazioni cattoliche. Non tutte, perché c’è una parte che fa capo alla Rete dei numeri pari (don Ciotti), a cui il Ris fa vomitare. Quanto a CGIL, CISL e UIL, che si sono accodate nella rete dell’Alleaza, che dire? Non c’è un limite al loro collaborazionismo e alla loro inettitudine.

Nel libro dai un giudizio estremamente severo e negativo della proposta di Reddito di Cittadinanza del M5S. Puoi spiegarne i motivi?

Abbiamo svolto un lavoro attento e senza pregiudiziali per risalire alle fonti del Reddito di Cittadinanza. Di primo acchito non era facile, perché Grillo lo ha presentato come una svolta epocale, un liberazione dalla schiavitù del lavoro. Nella parte illustrativa della proposta, viene addirittura considerato come primo passo per arrivare al reddito universale incondizionato, e si cita in questa prospettiva persino un suo guru, l’economista Andrea Fumagalli. Questa premessa ci ispirava qualche simpatia. Ma, col percorso relativo agli schemi di reddito minimo in Gran Bretagna e in Germania (sono due capitoli del libro estremamente chiarificatori) e all’analisi degli articoli del disegno di legge, siamo arrivati alla conclusione che il Reddito di Cittadinanza è una trappola estremamente pericolosa.

Di Maio preannuncia in caso di vittoria uno shock economico, ma non dice quale. L’attuazione della proposta di Reddito di Cittadinanza potrebbe produrre un effetto analogo all’introduzione di misure comprendenti Hartz 4 in Germania. Un eminente economista tedesco, Hans-Werner Sinn, le ha definite “un vero toccasana” che ha consentito al paese di superare la crisi in cui si trovava all’inizio del secolo.

Nella proposta dei Cinque Stelle, dietro l’erogazione del sussidio per far uscire dalla condizione di povertà relativa dieci milioni di persone, portando il loro reddito complessivo a crescere c’è un meccanismo che realizza il risultato opposto. Non si fa fatica a scoprirlo. Basta leggere gli articoli 11 e 12.

L’articolo 11 è finalizzato a sottomettere l’aspirante al reddito ad un rapporto stretto con il centro per l’impiego, a cui va rivolta la domanda di sussidio. E’ la stessa logica della Gran Bretagna e della Germania dove i sistemi di reddito minimo funzionano con l’assoggettamento dei beneficiari ai centri per l’impiego, che lavorano in modo efficiente ma del tutto discrezionale. Io, Daniel Blake, il film di Ken Loach, nella sua straordinaria efficacia è solo una delle molte denunce in proposito.

Tra le tante prescrizioni dell’articolo 11 c’è l’obbligo di “svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro, secondo modalità d’intesa con i servizi competenti (...). L’azione documentata di ricerca attiva di lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere“. I senza lavoro sono in via di principio colpevoli di negligenza!

L’articolo 12 costringe, con un giro di parole e rinvio da un comma ad un altro, ad accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario, pena la perdita del sussidio. Al comma 2 lettera a) si definisce lavoro congruo, “quello attinente alle propensioni agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”. Ma è una definizione ‘a tempo’, vale per un anno. Al comma 3 sta infatti scritto: “Il beneficiario al fine di poter mantenere i benefici di cui alla presente legge è tenuto ad accettare proposte di lavoro anche in deroga a quanto stabilito dal comma 2, lettera a) qualora sia trascorso un anno dall’iscrizione al centro per l’impiego e il medesimo beneficiario non abbia accettato nessuna proposta di lavoro”.

Colpa sua, se le proposte non erano congrue. Del resto il comma 7 lo avverte che “è libero di accettare proposte di lavoro non rispondenti ai principi di congruità di cui al comma 2. Tra questi principi c’è al comma b) uno importante dal quale si è esonerati, che il salario non sia inferiore all’80 per cento di quello contrattuale.

Al comma 1 invece si sanziona con la perdita del beneficio chi nel primo anno rifiuta più di tre proposte ritenute congrue (da chi se non dal centro per l’impiego?), e chi nell’arco solare recede senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte.

Insomma, lavoro coatto: chi vuole il reddito deve accettare il lavoro che gli viene assegnato, qualsiasi sia l’attività, qualsiasi sia il salario, qualsiasi sia la durata.

Ne deriva una contraddizione di fondo. L’obiettivo enunciato dai Cinque Stelle è di erogare il reddito per far uscire i beneficiari dalla povertà relativa. Invece li si caccia nel grande pantano del lavoro qualsiasi, configurando una situazione come quella tedesca: “chi entra in Hartz 4 non ne esce più”.

Il Reddito di Cittadinanza è un’operazione gigantesca di disciplinamento di milioni di persone che vivono al di sotto del reddito di povertà relativa. Sconquassa la struttura occupazionale e salariale, attribuisce ai centri per l’impiego la gestione del lavoro senza imporre limiti di garanzia, salvo il salario orario minimo che la proposta prevede. Come avviene con Hartz 4 abbassa il costo del lavoro sotto il livello di sussistenza e fa dipendere dal sussidio il diritto di vivere. Nello stesso tempo immette 15-20 miliardi di euro nell’economia stimolando i consumi e rendendo felici piccoli e medi imprenditori e commercianti fulcro di un blocco sociale che si rianima grazie al lavoro servile.

*Giordano Sivini è anche l’autore del libro “La fine del capitalismo. Dieci scenari” pubblicato nel 2016 sempre per le edizioni Asterios

[1] IL reddito di inclusione sociale (Reis): La proposta dell’Alleanza contro la povertà in Italia, Bologna, Il Mulino, 2016, p. 246.

Fonte

30/08/2017

Reddito di inclusione, un piatto vuoto

Rimaste vuote persino le sedie nella sala della festa del PD di Modena preparate per il comizio del ministro Poletti1, l’ennesimo annuncio dell’istituzione del Reddito di Inclusione Sociale è stato lasciato a Gentiloni. E Gentiloni ha ripetuto le stesse cose che Poletti aveva detto altre volte in precedenza, sempre per annunciare l’istituzione del RIS. Ma c’è un fatto nuovo: entrerà in funzione nel gennaio 2018 e consisterà da 190 a 490 euro mensili per famiglia, a seconda della sua composizione, sempreché abbia un reddito ISEE non superiore a 6 mila euro annui. L’erogazione avrà la durata di un anno e sarà condizionata alla realizzazione di “un progetto personalizzato volto al superamento della condizione di povertà”.

Ci vuole una buona dose di faccia tosta per legare esplicitamente l’assegno a questo obiettivo.

Comunque, le disponibilità di bilancio non basteranno per far fronte a tutte le domande, e sarà data priorità ai nuclei familiari con figli piccoli o in attesa di figli o con disabili o con disoccupati con più di 55 anni. Così che, anche formalmente, perderà il carattere di un reddito minimo di inserimento rivolto al superamento della povertà, bensì una misura di intervento su condizioni specifiche.

Resta un buon passo in avanti per l’Alleanza contro la povertà, con le sue 37 organizzazioni coalizzate tra cui le ACLI e le tre confederazioni sindacali. Rientra nel suo obiettivo di realizzare l’intervento nel tempo, tenendo conto della buona volontà del governo. Nel progetto dell’Alleanza c’è scritto testualmente: “si comincia da coloro i quali versano in condizioni economiche più critiche, e cioè i più poveri tra i poveri, e progressivamente si raggiunge anche chi sta ‘un po' meno peggio’ sino a rivolgersi – a partire dal quarto anno – a chiunque sperimenti la povertà assoluta”.

Però, affinché questo avvenga, occorre correggere atteggiamenti e comportamenti dei nuclei che ‘sperimentano’ la povertà assoluta, obbligandoli a sottoscrivere un ‘patto di integrazione’ che attribuisce ad un funzionario (definito case manager) la gestione del nucleo familiare, e un ‘patto di servizio’ che obbliga tutti i componenti attivi a lavorare, gestiti da un funzionario del Centro per l’impiego, che lavorerà di intesa con il case manager.

Le confederazioni sindacali sono schierate dietro questo scandaloso progetto; nessuno a sinistra lo denuncia. Ci sono però vivaci gruppi di base cattolici della ‘Rete dei numeri pari’ che cercano di contrastarlo promuovendo il rilancio di una campagna per un ‘reddito di dignità’ volto ad affrontare la povertà relativa in cui versano oltre 8 milioni di persone. L’obiettivo è analogo a quello del ‘reddito di cittadinanza’ del Movimento Cinque stelle, ma rimuovono quelle forme di condizionalità al lavoro coatto che lo caratterizzano, che introdurrebbero surrettiziamente in Italia il famigerato Hartz IV2.

Note
1 http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/29/poletti-lincontro-alla-festa-dellunita-di-modena-e-un-flop-sala-deserta-e-sedie-vuote-per-il-ministro-del-lavoro/3823486/

2 cfr. G. Commisso e G. Sivini. Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto?, Asterios luglio 2017.

Fonte

29/08/2017

Il club dei miliardari tedeschi

Nel bilancio federale 2017 il governo tedesco avrebbe previsto uno stanziamento di 21 miliardi di euro per i 6,4 milioni di cittadini beneficiari di Hartz IV e Sozialgeld: poco più della metà, nota Susan Bonath su Die junge Welt, del patrimonio di cui disporrebbe il tedesco più ricco, il fondatore della “Lidl”, Dieter Schwarz e che, stando alla rubrica Bilanz, ammonterebbe a oltre 37 miliardi di euro.

Solo nello scorso anno, il gruppo Schwarz ha totalizzato 94 miliardi di euro, 15 miliardi in più rispetto al 2015, con circa 10.000 filiali in più di 20 paesi. Secondo Bilanz, Schwarz fa parte del “club” dei 195 miliardari tedeschi (erano 170 nel 2016), seguito a ruota dai vari Reimann (30 mld: Jacobs, cosmetici, Wella, ecc.), Schaefflers (25,5 mld: costruzioni meccaniche, pneumatici, maggioranza azionaria della Continental), i fratelli Klatten e Quandt (BMW: 18 mld ciascuno), gli Albrecht (discount: Aldi süd, 21 mld e Aldi Nord, 18 mld). E poi le società farmaceutiche Boehringer (41 mld) e Merck (34 mld; manager-magazin.de la qualifica come la più antica casa farmaceutica del mondo), Henkel (31 mld), Porsche (18 mld), Siemens (8 mld) , Freudenberg (8 mld) e una serie di nomi, poveretti, con meno di 10 miliardi ciascuno.

Secondo Bilanz, i 1.000 tedeschi più ricchi possiedono oltre 900 miliardi di euro; contando gli oltre 170 miliardi dei 13 più ricchi tra i più ricchi, si ha un totale di oltre 1 trilione di euro, più di un terzo del PIL tedesco e Bilanz sottolinea come gli ultimi dodici mesi siano stati “un buon momento per le famiglie ricche nella maggiore economia d’Europa”, con un aumento del 12% dei loro beni.

Si accumula ricchezza a un polo per aumentare la povertà all’altro polo, diceva Karl Marx. “Allo stesso modo che la riproduzione semplice riproduce costantemente lo stesso rapporto capitalistico, capitalisti da un lato e salariati dall’altro, la riproduzione su scala allargata, ossia l’accumulazione, riproduce il rapporto capitalistico su scala allargata: più capitalisti o più grossi capitalisti a questo polo e più salariati a quell’altro”.

E infatti, scrive Susan Bonath, va molto meno bene ai poveri. Secondo la relazione federale su povertà e ricchezza, due anni fa la metà più povera della Germania possedeva solo l’1% del totale della ricchezza. Il 40 per cento dei lavoratori dipendenti riceveva un salario reale inferiore a quello di metà anni ’90. Secondo le più recenti indagini di associazioni sociali, circa 13 milioni di cittadini tedeschi vivono al livello di sussistenza.

Si è puntualmente avverato quanto scriveva tre anni fa Neues Deutschland e cioè che sempre più pensionati già allora erano occupati in minijob: 137.000 persone di età superiore ai 74 anni. A giugno 2013 erano 829.173 i minijobbers di almeno 65 anni: circa 36.000 in più rispetto al 2013 e quasi 270.000 più del 2003. Era in aumento anche il numero di dipendenti di oltre 65 anni di età soggetti all’assicurazione sociale: 183.435 persone, ovvero quasi 19.000 in più rispetto al 2012.

Ma c’è una parte della Germania in cui, all’accumulazione di miseria a un polo della società, si aggiunge anche l’accumulazione di povertà a un polo geografico, quello rappresentato dai territori che costituivano una volta la Repubblica Democratica e in cui, da oltre 25 anni, si è tirato solo a “lucidare” i maggiori centri turistici, desertificando, per il resto, regioni un tempo altamente industriali.

Nei giorni scorsi, la Confederazione dei sindacati (DGB) di Sassonia-Anhalt ammoniva sulla crescente povertà, scrive Die junge Welt. Circa un quarto degli occupati nella parte orientale del paese – quella annessa dopo il 1989, con una deindustrializzazione che ancora oggi impressiona, per il numero di edifici industriali in rovina sul territorio della ex DDR – lavora per salari minimi e le donne quasi solo part-time. “Non ho una pensione che mi consenta di vivere”, dice Susanne Wiedemeyer, a capo del DGB di Land.

A inizio agosto, riporta ancora Susan Bonath, la Fondazione Hans Böckler si è concentrata sulla crescente povertà infantile, cresciuta nel 2016 dal 19,7 al 20,3%: circa 2,7 milioni di bambini, circa un quinto del numero complessivo, vivevano a livello del minimo garantito o poco più. Soprattutto nella parte orientale, secondo mdr.de, aumenta la percentuale di bambini che vivono in famiglie a livello di sostentamento. Ancora in Sassonia-Anhalt, ad Halle, 1/3 dei minori di 18 anni vive in famiglie che beneficiano del Hartz IV; a Magdeburgo, il problema riguarda il 30% dei minori, a Lipsia oltre il 25%. Complessivamente, circa due milioni di bambini dipendono da Hartz IV.

Non che le cose vadano molto meglio anche in altre parti della Repubblica Federale. Pochi giorni fa, neues-deutschland.de scriveva che in Bassa Sassonia il 20% degli occupati lavora con un “minijob”: 11% in più rispetto a dieci anni fa. Secondo le cifre fornite dal governo federale in risposta a un’interrogazione di Die Linke, nel 2016 erano circa 765.000 le persone occupate con un “mini lavoro”: il 2,6% più del 2015. Con il 22,6% di lavoratori dipendenti, la Bassa Sassonia è poco al di sotto della quota federale del 23% e il 61% dei “minijobbers” è costituito da donne; quasi 1/3 di questi minijobbers è occupato nel commercio al dettaglio o nella ristorazione.

Il tratto più appariscente, scrive l’ex organo della SED, è che nei minijobs siano occupati sempre più anziani. In Bassa Sassonia, quasi 1/3 (31,4%) degli occupati in lavori non qualificati ha un’età superiore ai 55 anni: il 50% in più di dieci anni fa. Jutta Krellmann, portavoce di Die Linke per le questioni sindacali, ha dichiarato che “è uno scandalo che tante persone della Bassa Sassonia abbiano bisogno di un mini-lavoro per assicurarsi il sostentamento”.

In generale, scrive oggi Die Linke, il 20% dei tedeschi non può permettersi di andare in vacanza. Più di due milioni e mezzo di persone sono costrette a svolgere un secondo lavoro. La Germania ha il più grande settore europeo di bassi salari. Vero è che quei bassi salari hanno poco a che vedere con i bassi salari “mediterranei”; ma, in ogni caso, il minimo salariale di 8,84 euro, in Germania non salva dalla povertà. Il salario minimo stabilito per legge, dice Die Linke, deve essere “portato a 12 euro. Dobbiamo spezzare il cerchio diabolico dalla povertà infantile, salariale e della vecchiaia”.

Questo accade “nella maggiore economia d’Europa”

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