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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/05/2023

Overshoot day: l’Italia in debito ecologico già da maggio

Il 15 maggio è arrivato l’Overshoot day italiano, ovvero il giorno in cui il nostro paese esaurisce le risorse che sono a sua disposizione per tutto il 2023. Siamo già in debito ecologico, e tutto ciò che consumeremo sarà preso «in prestito» dal prossimo anno.

Quest’anno per l’Italia la data è stata la stessa dello scorso anno, ben 230 giorni prima della fine del 2023. Il Bel Paese arriva dopo molti paesi europei, poco dopo Germania, Francia e Spagna, mentre al di là del nostro continente già tra febbraio e marzo Qatar, Stati Uniti, Canada, Australia ed Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto l’Overshoot day.

A calcolare questo spartiacque annuale è il think tank Global Footprint Network, sulla base della biocapacità di ogni paese, ovvero della quantità di risorse che è in grado di rigenerare e dell’impronta ecologica dei suoi abitanti. I dati sono presi dalle Nazioni Unite, e nel caso italiano le attività più impattanti sono i trasporti, il settore alimentare e gli sprechi.

Invece, l’Earth Overshoot day l’anno scorso è caduto il 28 luglio, mai così presto... e si stima che quest’anno arriverà anche con un giorno di anticipo, anche se lo sapremo solo il 5 giugno. Appena cinquanta anni fa, nel 1972, era il 14 dicembre, mentre oggi servirebbero quasi due pianeti come il nostro per stare al passo del ritmo dei nostri consumi.

Ad equilibrare leggermente i dati sono alcuni paesi, tendenzialmente quelli più poveri e periferici. Questo spinge a ragionare su un fatto evidente, se guardiamo a chi ha già raggiunto il traguardo negativo: non è il consumo individuale il problema, ma il modello produttivo stesso e la contraddizione tra capitale e natura, evidente per i paesi a capitalismo avanzato.

La biocapacità pro capite italiana è calcolata in 0,8 ettari globali, ma ogni abitante della penisola ne usa in media 4,3 a testa. Il Giappone ne spende come se avesse una capacità di rigenerazione otto volte quella che realmente possiede. La Cina, spesso criticata per l’inquinamento prodotto, raggiungerà invece l’Overshoot day solo il 2 giugno.

Uno studio del 2022, la Report Card 17 dell’UNICEF, ha messo nero su bianco che se si consumassero risorse al ritmo dei paesi OCSE e UE, sarebbero necessarie 3,3 Terre. Inoltre, “vediamo che i Paesi che forniscono ambienti relativamente sani per i bambini nel proprio paese sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento che distrugge gli ambienti dei bambini all’estero”.

Ma è appunto la differenza di classe nell’impronta ecologica a dover attirare l’attenzione, cosa che invece molti media si guardano bene dal sottolineare. Il 10% della popolazione più ricca a livello mondiale è responsabile di quasi la metà delle emissioni nocive, mentre un rapporto OXFAM antecedente alla COP27 ha mostrato che gli investimenti di 125 miliardari in 183 tra le più grandi aziende del mondo inquinano più dell’Italia intera.

È il capitalismo che sta rubando il futuro alle nuove generazioni. È il nodo della dinamica centro-periferia, del ladrocinio sistematico delle risorse da parte delle multinazionali, dell’incompatibilità tra la tutela ambientale è la necessità di continua espansione e valorizzazione del capitale a costituire il principale ostacolo alla risoluzione della crisi ambientale.

Per salvare il pianeta e, più che altro, l’umanità stessa – il pianeta continuerà ad esistere anche senza di noi – bisogna ribaltare l’intero modello produttivo attuale, togliendo all’interesse privato il controllo degli indirizzi di investimento e della società tutta, superando il capitalismo.

Fonte

26/08/2015

Gli incubi del passato sono giá il presente

di Jacopo Risdonne

13 Agosto 2015: la Terra è ufficialmente in rosso. In meno di otto mesi abbiamo già esaurito le risorse naturali dell’intero anno. E andremo a saccheggiare quelle del futuro. In pratica, secondo il Global Footprint Network, siamo in debito ecologico e ci sarebbe bisogno di una Terra e mezzo per sostenerci a questi ritmi. Ben fatto. L’Earth Overshoot Day - questo il nome della ricorrenza - segna il giorno in cui la domanda annuale di risorse dell’umanità eccede ciò che la Terra è in grado di rigenerare nello stesso anno.
Proprio come le banche tracciano le uscite e le entrate, il Global Footprint Network (GFN) misura la differenza tra la nostra domanda di risorse naturali e servizi ecologici e quanto il Pianeta possa metterci a disposizione.

Secondo il bollettino emesso dagli esperti, consumiamo più legna di quanto ne producano le foreste, mangiamo più animali di quanto il loro ciclo riproduttivo riesca a farne nascere, emettiamo anidride carbonica nell’atmosfera ad un ritmo tale da ostacolare il suo naturale assorbimento. In soldoni, stiamo vivendo oltre il limite.

E se nulla cambia - avvertono gli scienziati - nell’arco di qualche lustro non avremo più la possibilità di ritornare sui nostri passi, ma solo di voltarci e contemplare ciò che è stato. Pertanto, “non è solo una data simbolo, ma un allarme importante”, sentenzia il climatologo Luca Mercalli. Tuttavia, pochi sembrano preoccuparsene.

Siamo giunti al primo overshoot nel 1970 (il 23 Dicembre), e da allora abbiamo macinato giorni su giorni sul calendario. Negli ultimi 15 anni la data dell’Earth Overshoot Day è avanzata a marce forzate: nel 2000 consumavamo il capitale naturale i primi di Ottobre, mentre l’anno scorso il 19 Agosto eravamo già in debito ecologico. Per soddisfare la domanda umana servirebbero 1.6 Terre. Nel 2030 potremmo arrivare a consumarne due: missione tutt’altro che impossibile, proseguendo alla stessa stregua degli ultimi decenni.

L’Italia, nel suo piccolo, ha fatto peggio della tendenza globale, conquistando un primato invidiabile: mentre l’allarme mondiale è scattato il 13 Agosto, quello per l’Italia non si è lasciato desiderare. Abbiamo esaurito il capitale naturale dello Stivale in soli 4 mesi, il 5 Aprile scorso.

In termini concreti, per soddisfare questi ritmi avremmo bisogno di 3.8 Italie. In Europa non abbiamo rivali in questo campo: anche se Svizzera e Regno Unito sono temibili (con una necessità rispettivamente di 3.5 e 3.0 volte le risorse disponibili entro i propri confini territoriali). Tuttavia, se può consolare, nel resto del mondo spiccano i dati del Giappone, che necessiterebbe di 5.5 Giapponi per supportare i suoi bisogni.

Un altro Giovedì nero, dunque - dopo quello del crollo della borsa di Wall Street - si insedia e si fa spazio tra le folte pagine della storia. Forse la notizia non attrae tanta attenzione quanto quella dei noti fatti del ’29 o di uno stato precipitato in un deficit finanziario, ma il resoconto pubblicato dal Global Footprint Network potrebbe avere effetti ben più duraturi e difficili da rovesciare. “In alcune aree del pianeta - secondo gli scienziati del GFN - le implicazioni dei deficit ecologici possono essere devastanti, condurre alla perdita delle risorse, al collasso degli ecosistemi, all’indebitamento, alla povertà, alla carestia ed alla guerra”.

I governi ignorano che le ripercussioni di decisioni politiche che mettono ai margini l’assioma ‘le risorse naturali sulla Terra sono limitate’ possono riverberarsi sulla performance economica a lungo termine; i governi palesano acute forme di miopia non considerando che la riduzione della loro dipendenza dalle risorse coincide con i loro interessi.

A fronte di tutto ciò, comunque, non mancano casi di stati che, in vari modi, si stanno attivando per rimediare alle scelleratezze del passato. A tal proposito, è calzante il caso delle Filippine, degli Emirati Arabi e del Marocco. Ammirevoli, inoltre, sono i risultati della Danimarca, la quale ha tagliato le proprie emissioni di CO2 del 33% dagli anni ‘90.

Se fosse stata imitata dal resto degli stati questo articolo avrebbe avuto un altro taglio ed un altro spirito; si sarebbe parlato di overshoot solo il 3 di Ottobre (secondo i calcoli del GFN). Ma questa è un’altra storia; la realtà dei fatti, ad oggi, è un’altra. La morale, al di là di tutto, è tanto chiara e limpida da sembrar degna di una delle favole di Esopo: ridurre il calco della nostra impronta ecologica sulla Terra non è un miraggio od un’utopia.

Come un geco che perde la sua coda, dunque, la Terra è in grado di auto-risanarsi e rigenerarsi. Tuttavia, questo processo richiede tempo. E noi, come è noto, non sappiamo attendere. Come in preda ad istinti dionisiaci sembriamo marionette sotto il controllo di impulsi irrazionali. Ci stiamo spingendo oltre i confini della ragione, rinnegando ogni legge non scritta che vede l'uomo come l'essere vivente razionale per antonomasia. Ci ostiniamo a schiacciare con indomabile forza e sordida avarizia il piede sull'acceleratore.

Con insaziabile voracità estraiamo capitale naturale da una miniera dalle ricchezze finite, da un pozzo dalle risorse limitate. Da oggi stiamo chiedendo al nostro Pianeta ciò che non può darci. Non stiamo dando alla coda il tempo di ricrescere.

Fonte