Tra gli osservatori la domanda è inevitabile: perché la più potente marina militare del mondo resta ai margini dello Stretto di Hormuz mentre l’Iran mantiene la capacità di fermare questa porzione di traffico marittimo globale? La risposta non sta nella mancanza di mezzi, ma in un cambiamento profondo e silenzioso della guerra navale.
Per gran parte del XX secolo, la superiorità marittima è stata uno dei pilastri dell’egemonia americana. Dalla Seconda guerra mondiale, quando la flotta statunitense risultò decisiva nel Pacifico e nell’Atlantico, fino alla Guerra fredda, le portaerei hanno rappresentato strumenti mobili di proiezione della forza, capaci di colpire obiettivi terrestri a centinaia di chilometri di distanza. Anche durante il conflitto in Vietnam, le unità navali operavano a ridosso delle coste, da cui partivano incessanti raid aerei.
Questo modello ha iniziato a incrinarsi negli anni Novanta, proprio nel Golfo Persico. Dopo la fine della Guerra fredda, Washington godeva di una superiorità apparentemente incontrastata e le portaerei statunitensi navigavano nello stretto senza opposizione significativa. Ma fu allora che l’intelligence individuò un cambiamento strategico iraniano: la costruzione di postazioni missilistiche fortificate sulle isole di Abu Musa e Tunb e lungo la costa di Bandar Abbas. Quella rete di missili antinave segnò l’inizio di una nuova fase, definita dagli analisti come “negazione d’accesso”. Non si trattava più di sfidare frontalmente la marina americana, bensì di renderne troppo costoso e rischioso l’avvicinamento. Missili relativamente economici, installati a terra e difficili da neutralizzare, potevano colpire navi dal valore di miliardi di dollari.
Da allora, la postura statunitense è cambiata. Le portaerei operano oggi ben al di fuori del Golfo Persico, riducendo l’esposizione ma aumentando i costi operativi, soprattutto per il rifornimento in volo dei velivoli. Allo stesso tempo, la vulnerabilità resta elevata: tempi di reazione ridotti, minaccia di mine navali e proliferazione di sistemi senza equipaggio, sia di superficie sia subacquei.
Le lezioni più recenti arrivano dalla guerra tra Russia e Ucraina, dove sistemi relativamente semplici, inclusi droni e missili, hanno costretto la flotta russa del Mar Nero a ritirarsi. Una dinamica che Teheran ha osservato con attenzione, integrando tecnologie analoghe nel proprio arsenale.
Il risultato è un ribaltamento del rapporto costi-benefici. Gli Stati Uniti si trovano a dover proteggere piattaforme estremamente costose con sistemi difensivi complessi, mentre l’Iran può minacciarle con strumenti molto più economici e facilmente sostituibili. A questo si aggiunge un fattore strutturale: il declino della capacità cantieristica americana rende difficile rimpiazzare rapidamente eventuali perdite.
In questo contesto, l’ipotesi di “aprire” militarmente lo Stretto di Hormuz, evocata più volte dal presidente Donald Trump, appare poco realistica. Anche un intervento terrestre limitato non risolverebbe il problema, perché le capacità iraniane si estendono ben oltre la linea costiera e possono colpire da profondità strategica.
Più che un’impasse temporanea, si tratta di un cambio di paradigma. La supremazia delle portaerei, simbolo della potenza americana per decenni, è messa in discussione da una nuova generazione di armi accessibili e diffuse. Lo Stretto di Hormuz diventa così il laboratorio di una trasformazione più ampia, in cui la superiorità tecnologica non garantisce più il controllo dello spazio marittimo.
In questo scenario, la prudenza della Marina statunitense non è segno di debolezza, ma il riconoscimento di un equilibrio mutato. Un equilibrio in cui la deterrenza non si gioca più soltanto sulla forza dispiegata, ma sulla capacità di infliggere costi insostenibili all’avversario. Anche senza sparare un colpo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/04/2026
12/06/2025
Ipotesi portaerei nucleare per la marina italiana, ecco a cosa serve il revival atomico
La copertura mediatica che varie testate stanno dando alle ragioni del riarmo europeo è spesso molto utile, perché quando parlano i militari, spesso dicono le cose come stanno, rendendo più facile fare i collegamenti necessari. Come, ad esempio, quello tra il revival nucleare a cui stiamo assistendo e l’impiego di tale tecnologie nel comparto bellico.
Sul Corriere della Sera, un’intervista al capo di Stato Maggiore della marina militare, Enrico Credendino, ha fatto luce sulla possibilità che questo ramo delle forze armate si doti di una portaerei a propulsione nucleare. È quello che ha detto l’ammiraglio, commentando quel che c’è scritto nel piano di investimento aggiornato al 2040.
È interessante sottolineare immediatamente come Credendino evidenzi chiaramente che la dimensione strategica entro cui si muovono le forze navali italiane è quella del Mediterraneo allargato. E che in questo scenario, senza giri di parole, l’ammiraglio ha confermato che “nel Mar Rosso siamo in guerra”. Il riferimento è alla missione Aspides contro gli Houthi, dove le nostre imbarcazioni hanno abbattuto 8 droni.
Credendino sottolinea che l’operazione nel Mar Rosso mostra il salto di qualità nel rapporto tra la marina nostrana e quella statunitense: negli ultimi tre anni “siamo passati da un concetto di piena alleanza a uno di intercambiabilità”. La nostra cacciatorpediniere Duilio, dice l’ammiraglio, ha diretto gli F-16 decollati da una portaerei statunitense. Ma è quel riferimento agli ultimi tre anni su cui bisogna focalizzarsi.
È il lasso di tempo che ci separa dall’inizio dello scontro diretto tra la NATO e la Russia, attraverso la proxy war ucraina. Il militare sottolinea come il pericolo russo sia sempre presente, mentre Mosca cerca un nuovo punto di attracco nel Mediterraneo a Derna, in Libia. Quello di Tartus, al di là delle problematiche che possono sorgere per l’avvento al potere dei jihadisti di Al Jolani, non dispone di bacini di carenaggio adeguati a importanti manutenzioni, che devono essere effettuate nel Baltico.
Ma soprattutto, anche qui, Credendino parla senza peli sulla lingua: “con tante navi da guerra in un bacino così ristretto e trafficato come il Mediterraneo l’incidente è sempre possibile”. L’obiettivo, però, non è quello di ridurre tale possibilità, ma di mantenere l’egemonia NATO, “con i turchi più potenti di tutti”.
Insomma, l’alleanza atlantica rimane il pilastro della difesa, o meglio dell’offesa collettiva occidentale. Ma l’ammiraglio esplicita la necessità di aggiornare le flotte e gli strumenti militari, innanzitutto a partire da quelli italiani, per stare al passo delle nuove forme di guerra.
“Nella NATO – ha affermato – siamo rimasti tutti sorpresi dalle capacità dei nuovi droni [e] stiamo studiando il tema. Noi usiamo bene i cannoni con modalità antiaerea con i sistemi d’intercettazione resettati. I nostri obici della Oto Melara integrati con i radar di controllo Leonardo sono efficienti”, dandoci anche uno spaccato del complesso militare-industriale italiano ed europeo.
Per quanto riguarda i droni marini, e i pericoli legati alla gestione dei cavi sottomarini, “abbiamo creato un polo a La Spezia per organizzare la guerra sottomarina. Fa da guida il Portogallo, che da due decenni investe nel campo: droni-barchini, aerei e sommergibili. Anche noi stiamo coinvolgendo le industrie nazionali”.
Infine, come accennato già all’inizio, Credendino parla, oltre della dimensione ristretta degli effettivi della marina, anche dell’ipotesi di dotare l’Italia di una propria portaerei nucleare. E qui diventano lampanti i collegamenti con il rilancio della ricerca atomica, già finanziata e preparata attraverso la nuova società Nuclitalia.
Avevamo già scritto che, nonostante il tentativo di far passare il ritorno al nucleare come uno sforzo tutto civile, per la transizione energetica e per la riduzione dei costi dell’energia, nascondeva in realtà un aspetto della deriva bellicista decisa a livello europeo. L’energia dell’atomo servirà ai propulsori di nuove navi militari.
Da più parti si sente già la possibilità di utilizzo dei – per ora solo sperimentali – piccoli reattori modulari per alimentare le portaerei, ma anche i sottomarini, che tramite le proprie flotte di droni e il loro utilizzo come piattaforma di lancio di missili forse assumeranno un’importanza maggiore delle portaerei stesse, regine della guerra sul mare negli ultimi 80 anni.
Proprio di questo tipo di reattori si vuole innanzitutto occupare il neonato consorzio italiano al cui interno, non a caso, c’è anche Leonardo. Mentre l’altro grande attore dell’industria bellica e specificatamente marittima italiana, Fincantieri, ha subito mostrato il proprio interesse per l’applicazione del nucleare secondo una logica dual use.
Già oggi Fincantieri guida un’associazione temporanea di imprese formata dalla controllata Cetena, Ansaldo Nucleare, Rina Services e Università di Genova, mostrando il coinvolgimento dell’alta formazione nella filiera della guerra. Insieme, hanno lanciato il progetto Minerva, per valutare la fattibilità dell’integrazione dei reattori modulari sulle navi militari.
Come Leonardo, Fincantieri vuole ripensarsi come attore del complesso militare-industriale europeo, ad esempio con il dossier dell’acquisizione dei cantieri per sottomarini di ThyssenKrupp Marine System (TKMS). Dopo aver già trovato l’accordo industriale per partecipare insieme a una gara da 1,6 miliardi di dollari nelle Filippine, ora l’intesa potrebbe arrivare a un nuovo livello.
L’anno scorso Fincantieri ha proposto un aumento di capitale che aveva portato molta scetticismo. Ma ora, dentro la cornice del riarmo e di una transizione verso l’economia di guerra, l’azienda può trovare nuove opportunità di profitto, mentre guarda con attenzione alla possibile cessione di quote della TKMS. Lo stesso Merz potrebbe dare il benestare, consapevole dell’importanza comunitaria di un passaggio del genere.
Come ha detto Credendino, l’Italia è un paese in guerra. Nella proiezione strategica europea ha assunto una posizione fondamentale, sia per i suoi colossi degli armamenti, sia per la sua posizione prettamente geografica. La rottura della catena bellica può trovare importanti possibilità nel Belpaese.
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Sul Corriere della Sera, un’intervista al capo di Stato Maggiore della marina militare, Enrico Credendino, ha fatto luce sulla possibilità che questo ramo delle forze armate si doti di una portaerei a propulsione nucleare. È quello che ha detto l’ammiraglio, commentando quel che c’è scritto nel piano di investimento aggiornato al 2040.
È interessante sottolineare immediatamente come Credendino evidenzi chiaramente che la dimensione strategica entro cui si muovono le forze navali italiane è quella del Mediterraneo allargato. E che in questo scenario, senza giri di parole, l’ammiraglio ha confermato che “nel Mar Rosso siamo in guerra”. Il riferimento è alla missione Aspides contro gli Houthi, dove le nostre imbarcazioni hanno abbattuto 8 droni.
Credendino sottolinea che l’operazione nel Mar Rosso mostra il salto di qualità nel rapporto tra la marina nostrana e quella statunitense: negli ultimi tre anni “siamo passati da un concetto di piena alleanza a uno di intercambiabilità”. La nostra cacciatorpediniere Duilio, dice l’ammiraglio, ha diretto gli F-16 decollati da una portaerei statunitense. Ma è quel riferimento agli ultimi tre anni su cui bisogna focalizzarsi.
È il lasso di tempo che ci separa dall’inizio dello scontro diretto tra la NATO e la Russia, attraverso la proxy war ucraina. Il militare sottolinea come il pericolo russo sia sempre presente, mentre Mosca cerca un nuovo punto di attracco nel Mediterraneo a Derna, in Libia. Quello di Tartus, al di là delle problematiche che possono sorgere per l’avvento al potere dei jihadisti di Al Jolani, non dispone di bacini di carenaggio adeguati a importanti manutenzioni, che devono essere effettuate nel Baltico.
Ma soprattutto, anche qui, Credendino parla senza peli sulla lingua: “con tante navi da guerra in un bacino così ristretto e trafficato come il Mediterraneo l’incidente è sempre possibile”. L’obiettivo, però, non è quello di ridurre tale possibilità, ma di mantenere l’egemonia NATO, “con i turchi più potenti di tutti”.
Insomma, l’alleanza atlantica rimane il pilastro della difesa, o meglio dell’offesa collettiva occidentale. Ma l’ammiraglio esplicita la necessità di aggiornare le flotte e gli strumenti militari, innanzitutto a partire da quelli italiani, per stare al passo delle nuove forme di guerra.
“Nella NATO – ha affermato – siamo rimasti tutti sorpresi dalle capacità dei nuovi droni [e] stiamo studiando il tema. Noi usiamo bene i cannoni con modalità antiaerea con i sistemi d’intercettazione resettati. I nostri obici della Oto Melara integrati con i radar di controllo Leonardo sono efficienti”, dandoci anche uno spaccato del complesso militare-industriale italiano ed europeo.
Per quanto riguarda i droni marini, e i pericoli legati alla gestione dei cavi sottomarini, “abbiamo creato un polo a La Spezia per organizzare la guerra sottomarina. Fa da guida il Portogallo, che da due decenni investe nel campo: droni-barchini, aerei e sommergibili. Anche noi stiamo coinvolgendo le industrie nazionali”.
Infine, come accennato già all’inizio, Credendino parla, oltre della dimensione ristretta degli effettivi della marina, anche dell’ipotesi di dotare l’Italia di una propria portaerei nucleare. E qui diventano lampanti i collegamenti con il rilancio della ricerca atomica, già finanziata e preparata attraverso la nuova società Nuclitalia.
Avevamo già scritto che, nonostante il tentativo di far passare il ritorno al nucleare come uno sforzo tutto civile, per la transizione energetica e per la riduzione dei costi dell’energia, nascondeva in realtà un aspetto della deriva bellicista decisa a livello europeo. L’energia dell’atomo servirà ai propulsori di nuove navi militari.
Da più parti si sente già la possibilità di utilizzo dei – per ora solo sperimentali – piccoli reattori modulari per alimentare le portaerei, ma anche i sottomarini, che tramite le proprie flotte di droni e il loro utilizzo come piattaforma di lancio di missili forse assumeranno un’importanza maggiore delle portaerei stesse, regine della guerra sul mare negli ultimi 80 anni.
Proprio di questo tipo di reattori si vuole innanzitutto occupare il neonato consorzio italiano al cui interno, non a caso, c’è anche Leonardo. Mentre l’altro grande attore dell’industria bellica e specificatamente marittima italiana, Fincantieri, ha subito mostrato il proprio interesse per l’applicazione del nucleare secondo una logica dual use.
Già oggi Fincantieri guida un’associazione temporanea di imprese formata dalla controllata Cetena, Ansaldo Nucleare, Rina Services e Università di Genova, mostrando il coinvolgimento dell’alta formazione nella filiera della guerra. Insieme, hanno lanciato il progetto Minerva, per valutare la fattibilità dell’integrazione dei reattori modulari sulle navi militari.
Come Leonardo, Fincantieri vuole ripensarsi come attore del complesso militare-industriale europeo, ad esempio con il dossier dell’acquisizione dei cantieri per sottomarini di ThyssenKrupp Marine System (TKMS). Dopo aver già trovato l’accordo industriale per partecipare insieme a una gara da 1,6 miliardi di dollari nelle Filippine, ora l’intesa potrebbe arrivare a un nuovo livello.
L’anno scorso Fincantieri ha proposto un aumento di capitale che aveva portato molta scetticismo. Ma ora, dentro la cornice del riarmo e di una transizione verso l’economia di guerra, l’azienda può trovare nuove opportunità di profitto, mentre guarda con attenzione alla possibile cessione di quote della TKMS. Lo stesso Merz potrebbe dare il benestare, consapevole dell’importanza comunitaria di un passaggio del genere.
Come ha detto Credendino, l’Italia è un paese in guerra. Nella proiezione strategica europea ha assunto una posizione fondamentale, sia per i suoi colossi degli armamenti, sia per la sua posizione prettamente geografica. La rottura della catena bellica può trovare importanti possibilità nel Belpaese.
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15/02/2025
Stati Uniti 2025 armati per 900 miliardi di dollari
Il bilancio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per l’anno fiscale 2025 tocca un nuovo record, sfiorando 900 miliardi di dollari. Un continuo aumento che dura ormai da dieci anni, ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, ma – se cerchiamo ipotesi strategiche –, «in sincronia con le conseguenze della rivolta di piazza Maidan a Kiev e, dall’altra parte del mondo, con la progressiva crescita del contenimento della Cina», segnala Mirko Molteni su Analisi Difesa. Numeri da paura, e logica politica alle spalle, peggio.
Stanno dando i numeri
La cifra esatta del National Defense Authorization Act 2025, è di 895 miliardi di dollari, legge firmata dal presidente uscente Joe Biden il 23 dicembre 2024. Regalo di Natale al mondo. Si era partiti ‘solo’ da 849,8 miliardi di dollari, cresciuti via via soprattutto per opportunità politiche nei passaggi parlamentari. Nel 2024 la spesa militare Usa era arrivata a 886 miliardi e nel 2023 era stata di 820 miliardi. In aumento continuo dal 2015, diventato consistente col primo anno di guerra russo-ucraina, dai 753 miliardi del 2021 ai 777 del 2022.
Pentagono più Sicurezza nazionale
Dipartimento della Difesa USA, il Pentagono propriamente detto, e Sicurezza nazionale a cui negli Stati Uniti è affidato lo sviluppo e la manutenzione delle armi nucleari. La sfida con Mosca (subita o favorita) in Ucraina, e la minaccia cinese nel Pacifico. Poi le capacità di combattimento dei militari americani. Troppo ‘politically correct’ di quote razziali, religiose o di generi sotto la gestione democratica, l’accusa del nuovo Segretario alla Difesa Pete Hegseth.
‘Combattimento letale’ su due fronti nemici
Scoraggiare gli sfidanti è la filosofia Trump. Il rinnovo dell’arsenale strategico nucleare è tra i principali punti del bilancio del Pentagono per il nuovo anno. Anche se il divario fra America, da un lato, e Russia e Cina, dall’altro, è diminuito negli ultimi anni – recita il documento –, Washington vuole poter sostenere una guerra globale su due fronti, ipoteticamente uno nel Pacifico e uno nell’arco Europa-Medio Oriente. Modello 1941, Seconda Guerra Mondiale.
‘Ecosistema della Difesa’
«Un moderno ecosistema della difesa, e di rete globale di alleanze e amicizie», il progetto del ministro di Biden. Sulla questione Nato i dubbi ancora irrisolti da parte di Trump. Condivisa la tendenza verso una integrazione di reparti e sistemi d’arma sia all’interno delle forze armate americane, sia in senso esteso, tra le forze USA e quelle degli alleati. «Ecosistema della difesa», a imitazione degli ecosistemi naturali, con una varietà di forme interdipendenti fra loro.
Bersagli e paure americane
Cruciale il settore dei missili balistici intercontinentali con base a terra: gli ICBM. La Sezione 1511 della legge di bilancio Difesa 2025 cita «la crescita rapida e senza precedenti dell’arsenale nucleare della Cina», il fatto che «la Russia possiede, e manterrà per il prevedibile futuro, il maggior arsenale nucleare della Terra», oltre alle minacce da parte di Corea del Nord e Iran. E la legge proibisce «la riduzione degli ICBM degli Stati Uniti a meno di 400».
Nuovi ‘Sentinel’ che verranno
L’LGM-35 Sentinel non è stato ancora testato come prototipo e la sua data di entrata in servizio, assieme alla ristrutturazione dei silos di lancio, è slittata dal 2027 al 2030. E il costo medio ogni nuovo missile è lievitato da 118 a 162 milioni di dollari. Prevedibili ritardi e rallentamenti nella graduale sostituzione dei Minuteman coi Sentinel, col vecchio che resta operativo in attesa del nuovo.
Sempre più miliardi per i sottomarini
Le maggiori spese previste dal budget 2025 per i sottomarini nucleari in grado di lanciare missili balistici. SSBN classe Columbia, che per quest’anno vale 9,9 miliardi di dollari. Importanti i 45 milioni per lo sviluppo del reattore nucleare che equipaggerà i nuovi battelli, per consentire un’autonomia illimitata, senza rifornimenti, per i 40 anni di vita operativa delle unità. La classe Columbia è prevista in 12 unità.
Testate nucleari e ali volanti Raider
5,3 miliardi di dollari per il nuovo bombardiere strategico invisibile ‘Northrop Grumman B-21 Raider’ ad ala volante, erede del B-2 Spirit. Possibilità di attacchi nei territori avversari con una vulnerabilità limitatissima, rispetto agli altri aerei da bombardamento strategico oggi in servizio. Fantasia dei 100 Raider schierati, col prezzo medio sui 700 milioni, e ancora uno solo ai primi collaudi di volo.
Missile da crociera aviolanciato
Nuovo missile aviolanciato a lunga gittata, per cui vengono stanziati 833 milioni di dollari. Un ‘cruise’ nucleare con un raggio d’azione di 2400 km, e una testata termonucleare da 150 kilotoni (l’atomica Usa che cancellò Hiroshima aveva una potenza di 15 kilotoni). E 90 giorni al segretario DEll’Air Force «per garantire che non meno di due stormi di bombardieri dell’Air Force siano preparati a operare».
Testate nucleari, Italia compresa
Alla gestione delle testate nucleari sono destinati 5,2 miliardi di dollari. Oltre metà, 2,8 miliardi, vanno all’evoluzione di nuovi sistemi. Meno costoso il rinnovo della ‘bomba termonucleare tattica aviolanciata B61’, fulcro della forza atomica dei cacciabombardieri Usa e aviazioni alleate, dunque anche l’Aeronautica Italiana. La B61-7, arriva a un massimo di 340 kilotoni e richiede nel 2025 «soli 16 milioni».
Ucraina e riserve importanti
Riserve numericamente importanti. Aviazione per prima. La Difesa Usa definisce in 1.101 caccia il livello minimo di forza tattica di prima linea e pronto impiego da mantenere. Divieto di rinunciare a uno solo dei 183 costosi intercettori F-22 Raptor in servizio. Fra le nuove acquisizioni, l’evoluzione avanzata dell’F-15 al prezzo di 1,9 miliardi, 8 esemplari finora consegnati, su un programma totale di 104.
F-35 delle costose brame in calo
Dell’F-35, invece, è stato rivisto al ribasso l’acquisto per il 2025. La prevista richiesta di 68 nuovi F-35 per 12,4 miliardi di dollari, da ripartire tra i veri pezzi delle forze armate Usa. Ed entro 1° luglio, anche un piano «di sostentamento e ricapitalizzazione» dei 25 squadroni di aerei dell’Air National Guard, della Guardia Nazionale, ruolo di riserva in caso di conflitto esteso.
Il dominio dei mari
Per la Marina statunitense, aumentare la flotta per poter rivaleggiare sul piano quantitativo, oltre che qualitativo, con la Cina, la cui flotta schiera 370 unità navali, fra vascelli di superficie e subacquei. La US Navy ha 296 navi e sottomarini da combattimento. Dismissione di vecchie unità per il 2027, e i piani di incremento che vedrebbe dal 2030 superare le 300 unità.
Vascelli senza equipaggio sopra e sott’acqua
Nel 2054, anno-limite del piano, la US Navy dovrebbe schierare almeno 381 navi con equipaggio, più 134 navi-drone senza equipaggio, di superficie o sommergibili, il che porterebbe a 515 le «piattaforme navali degli Stati Uniti», comprese quelle robotiche. Spesa 2025 per nuove navi 32 miliardi, più 16 per 75 nuovi aerei ed elicotteri per la US Naval Aviation.
Portaerei e Fincantieri in Usa
1,3 miliardi per approntare la prima fregata della nuova classe Constellation acquistata nel 2009 dall’italiana Fincantieri. Ma la potenza vera sono le portaerei e l’aviazione imbarcata. 11 operative, tutte a propulsione nucleare, 10 della classe Nimitz, più la Gerald Ford, capostipite della nuova classe con altre tre unità in costruzione, per 2,3 miliardi di dollari.
Sottomarini, cingoli e munizioni
Sottomarini da attacco classe Virginia, attualmente 23 in servizio. 10 unità in costruzione e obbiettivo 66 di questi battelli che con i loro siluri e missili da crociera Tomahawk hanno il ruolo di paralizzare il traffico navale nemico insidiandone flotte e commerci. Forze di terra con sempre più mezzi trasporto truppe cingolati e parzialmente armati.
Scudi stellari
La US Space Force punta al ‘Long Range Discrimination Radar’, in corso di sperimentazione. Oltre a 18 lanci di satelliti in orbita per il programma ‘National Security Space Launch’, di cui 11, al costo di 2,4 miliardi di dollari, con razzo Vulcan della joint-venture fra Lockheed Martin e Boeing, e i restanti 7 lanci col Falcon 9 della Space X di Elon Musk. Un nome a caso.
Guerra biologica? Intelligenza artificiale
Ancora fresco il ricordo della pandemia Covid-19, che dal 2020 al 2022 monopolizzò l’attenzione del mondo, sorpassata solo a causa dello scoppio della guerra russo-ucraina. Ufficialmente vietata, la possibilità della guerra biologica si aggira come un fantasma la cui esistenza ben pochi ammettono. Ora gli Usa rivedono ‘biodifesa’ con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in biotecnologia.
Riducendo molto nei dettagli, fine dell’incredibile elenco della follia umana che non è certo solo quella statunitense, i dati militari resi pubblici dalla sola superpotenza, e di cui vi abbiamo potuto fornire i particolari.
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Stanno dando i numeri
La cifra esatta del National Defense Authorization Act 2025, è di 895 miliardi di dollari, legge firmata dal presidente uscente Joe Biden il 23 dicembre 2024. Regalo di Natale al mondo. Si era partiti ‘solo’ da 849,8 miliardi di dollari, cresciuti via via soprattutto per opportunità politiche nei passaggi parlamentari. Nel 2024 la spesa militare Usa era arrivata a 886 miliardi e nel 2023 era stata di 820 miliardi. In aumento continuo dal 2015, diventato consistente col primo anno di guerra russo-ucraina, dai 753 miliardi del 2021 ai 777 del 2022.
Pentagono più Sicurezza nazionale
Dipartimento della Difesa USA, il Pentagono propriamente detto, e Sicurezza nazionale a cui negli Stati Uniti è affidato lo sviluppo e la manutenzione delle armi nucleari. La sfida con Mosca (subita o favorita) in Ucraina, e la minaccia cinese nel Pacifico. Poi le capacità di combattimento dei militari americani. Troppo ‘politically correct’ di quote razziali, religiose o di generi sotto la gestione democratica, l’accusa del nuovo Segretario alla Difesa Pete Hegseth.
‘Combattimento letale’ su due fronti nemici
Scoraggiare gli sfidanti è la filosofia Trump. Il rinnovo dell’arsenale strategico nucleare è tra i principali punti del bilancio del Pentagono per il nuovo anno. Anche se il divario fra America, da un lato, e Russia e Cina, dall’altro, è diminuito negli ultimi anni – recita il documento –, Washington vuole poter sostenere una guerra globale su due fronti, ipoteticamente uno nel Pacifico e uno nell’arco Europa-Medio Oriente. Modello 1941, Seconda Guerra Mondiale.
‘Ecosistema della Difesa’
«Un moderno ecosistema della difesa, e di rete globale di alleanze e amicizie», il progetto del ministro di Biden. Sulla questione Nato i dubbi ancora irrisolti da parte di Trump. Condivisa la tendenza verso una integrazione di reparti e sistemi d’arma sia all’interno delle forze armate americane, sia in senso esteso, tra le forze USA e quelle degli alleati. «Ecosistema della difesa», a imitazione degli ecosistemi naturali, con una varietà di forme interdipendenti fra loro.
Bersagli e paure americane
Cruciale il settore dei missili balistici intercontinentali con base a terra: gli ICBM. La Sezione 1511 della legge di bilancio Difesa 2025 cita «la crescita rapida e senza precedenti dell’arsenale nucleare della Cina», il fatto che «la Russia possiede, e manterrà per il prevedibile futuro, il maggior arsenale nucleare della Terra», oltre alle minacce da parte di Corea del Nord e Iran. E la legge proibisce «la riduzione degli ICBM degli Stati Uniti a meno di 400».
Nuovi ‘Sentinel’ che verranno
L’LGM-35 Sentinel non è stato ancora testato come prototipo e la sua data di entrata in servizio, assieme alla ristrutturazione dei silos di lancio, è slittata dal 2027 al 2030. E il costo medio ogni nuovo missile è lievitato da 118 a 162 milioni di dollari. Prevedibili ritardi e rallentamenti nella graduale sostituzione dei Minuteman coi Sentinel, col vecchio che resta operativo in attesa del nuovo.
Sempre più miliardi per i sottomarini
Le maggiori spese previste dal budget 2025 per i sottomarini nucleari in grado di lanciare missili balistici. SSBN classe Columbia, che per quest’anno vale 9,9 miliardi di dollari. Importanti i 45 milioni per lo sviluppo del reattore nucleare che equipaggerà i nuovi battelli, per consentire un’autonomia illimitata, senza rifornimenti, per i 40 anni di vita operativa delle unità. La classe Columbia è prevista in 12 unità.
Testate nucleari e ali volanti Raider
5,3 miliardi di dollari per il nuovo bombardiere strategico invisibile ‘Northrop Grumman B-21 Raider’ ad ala volante, erede del B-2 Spirit. Possibilità di attacchi nei territori avversari con una vulnerabilità limitatissima, rispetto agli altri aerei da bombardamento strategico oggi in servizio. Fantasia dei 100 Raider schierati, col prezzo medio sui 700 milioni, e ancora uno solo ai primi collaudi di volo.
Missile da crociera aviolanciato
Nuovo missile aviolanciato a lunga gittata, per cui vengono stanziati 833 milioni di dollari. Un ‘cruise’ nucleare con un raggio d’azione di 2400 km, e una testata termonucleare da 150 kilotoni (l’atomica Usa che cancellò Hiroshima aveva una potenza di 15 kilotoni). E 90 giorni al segretario DEll’Air Force «per garantire che non meno di due stormi di bombardieri dell’Air Force siano preparati a operare».
Testate nucleari, Italia compresa
Alla gestione delle testate nucleari sono destinati 5,2 miliardi di dollari. Oltre metà, 2,8 miliardi, vanno all’evoluzione di nuovi sistemi. Meno costoso il rinnovo della ‘bomba termonucleare tattica aviolanciata B61’, fulcro della forza atomica dei cacciabombardieri Usa e aviazioni alleate, dunque anche l’Aeronautica Italiana. La B61-7, arriva a un massimo di 340 kilotoni e richiede nel 2025 «soli 16 milioni».
Ucraina e riserve importanti
Riserve numericamente importanti. Aviazione per prima. La Difesa Usa definisce in 1.101 caccia il livello minimo di forza tattica di prima linea e pronto impiego da mantenere. Divieto di rinunciare a uno solo dei 183 costosi intercettori F-22 Raptor in servizio. Fra le nuove acquisizioni, l’evoluzione avanzata dell’F-15 al prezzo di 1,9 miliardi, 8 esemplari finora consegnati, su un programma totale di 104.
F-35 delle costose brame in calo
Dell’F-35, invece, è stato rivisto al ribasso l’acquisto per il 2025. La prevista richiesta di 68 nuovi F-35 per 12,4 miliardi di dollari, da ripartire tra i veri pezzi delle forze armate Usa. Ed entro 1° luglio, anche un piano «di sostentamento e ricapitalizzazione» dei 25 squadroni di aerei dell’Air National Guard, della Guardia Nazionale, ruolo di riserva in caso di conflitto esteso.
Il dominio dei mari
Per la Marina statunitense, aumentare la flotta per poter rivaleggiare sul piano quantitativo, oltre che qualitativo, con la Cina, la cui flotta schiera 370 unità navali, fra vascelli di superficie e subacquei. La US Navy ha 296 navi e sottomarini da combattimento. Dismissione di vecchie unità per il 2027, e i piani di incremento che vedrebbe dal 2030 superare le 300 unità.
Vascelli senza equipaggio sopra e sott’acqua
Nel 2054, anno-limite del piano, la US Navy dovrebbe schierare almeno 381 navi con equipaggio, più 134 navi-drone senza equipaggio, di superficie o sommergibili, il che porterebbe a 515 le «piattaforme navali degli Stati Uniti», comprese quelle robotiche. Spesa 2025 per nuove navi 32 miliardi, più 16 per 75 nuovi aerei ed elicotteri per la US Naval Aviation.
Portaerei e Fincantieri in Usa
1,3 miliardi per approntare la prima fregata della nuova classe Constellation acquistata nel 2009 dall’italiana Fincantieri. Ma la potenza vera sono le portaerei e l’aviazione imbarcata. 11 operative, tutte a propulsione nucleare, 10 della classe Nimitz, più la Gerald Ford, capostipite della nuova classe con altre tre unità in costruzione, per 2,3 miliardi di dollari.
Sottomarini, cingoli e munizioni
Sottomarini da attacco classe Virginia, attualmente 23 in servizio. 10 unità in costruzione e obbiettivo 66 di questi battelli che con i loro siluri e missili da crociera Tomahawk hanno il ruolo di paralizzare il traffico navale nemico insidiandone flotte e commerci. Forze di terra con sempre più mezzi trasporto truppe cingolati e parzialmente armati.
Scudi stellari
La US Space Force punta al ‘Long Range Discrimination Radar’, in corso di sperimentazione. Oltre a 18 lanci di satelliti in orbita per il programma ‘National Security Space Launch’, di cui 11, al costo di 2,4 miliardi di dollari, con razzo Vulcan della joint-venture fra Lockheed Martin e Boeing, e i restanti 7 lanci col Falcon 9 della Space X di Elon Musk. Un nome a caso.
Guerra biologica? Intelligenza artificiale
Ancora fresco il ricordo della pandemia Covid-19, che dal 2020 al 2022 monopolizzò l’attenzione del mondo, sorpassata solo a causa dello scoppio della guerra russo-ucraina. Ufficialmente vietata, la possibilità della guerra biologica si aggira come un fantasma la cui esistenza ben pochi ammettono. Ora gli Usa rivedono ‘biodifesa’ con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in biotecnologia.
Riducendo molto nei dettagli, fine dell’incredibile elenco della follia umana che non è certo solo quella statunitense, i dati militari resi pubblici dalla sola superpotenza, e di cui vi abbiamo potuto fornire i particolari.
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