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27/01/2019

27 gennaio, memoria per il presente


In questi giorni si susseguono le cerimonie di ricordo per quella che è stata definita “giornata della memoria”.

Si cerca così di ricordare la più grande tragedia collettiva del ‘900 ricostruendo i termini nei quali avvenne; esorcizzando gli elementi di pensiero e di azione sulla quale fu costruita la gigantesca macchina della repressione e dell’eccidio di massa.

L’auspicio da pronunciare per questa occasione evitando inutili passerelle retoriche riguarda la capacità di stilare un bilancio complessivo di recupero della memoria non rivolto a guardare il passato limitandoci a trarre da questa “visione” soltanto generici accenti di richiesta per espressioni di “buona volontà”, come accade troppo spesso.

Serve una “memoria per il presente”.

E’ necessaria un’attualizzazione senza riguardi; una riflessione su ciò che avviene oggi nell’era della tecnologizzazione globalista.

Ci troviamo in una situazione dove appare sempre più sottile il confine tra l’esclusione o l’inclusione degli esseri umani dal contesto sociale. Un confine che sembra essere travolto dal riproporsi dell’egemonia della logica di sopraffazione.

La rievocazione della più grande tragedia del ‘900 deve dunque oltrepassare il ricordo dei fatti legati all’annientamento fisico di milioni di persone.

Persone definite, a vario titolo, “indesiderabili” e per questo motivo concentrati nei campi al fine di “proteggere” gli altri, i “normali”, attraverso un trattamento preventivo eseguito come se si fosse trattato di una misura di igiene e profilassi pubblica.

Un trattamento di reclusione fuori da qualsiasi canone giudiziario: una misura eccezionale di prigionia dalla quale non poteva che scaturire la realtà dell’eliminazione fisica.

Il rapporto tra la concentrazione coatta e lo sterminio di massa si potrebbe definire quasi come un nesso obbligato. E’ questa la lezione da ricordare.

Definito questo quadro del rapporto tra concentrazione coatta e sterminio di massa ne discende un’immediata comparazione con l’attualità: una comparazione assai facile da comprendere individuando con chiarezza anche nomi e cognomi.

Claudio Vercelli disegna i contorni di questa comparazione attraverso una sintesi efficace che si legge in un suo articolo (“Il Manifesto”, 25 gennaio, “L’esilio sistematico di un’umanità considerata in eccesso”).

Sintesi che riprendo in pieno: “L’elemento fondamentale, in questo caso, è dato dal nesso, indissolubile nell’età della ‘nazionalizzazione delle masse’ tra politiche di Stato, consenso generalizzato, bisogno di rassicurazione”. Sembra proprio di leggere notizie di queste ore tra chiusura dei porti, sgomberi coatti, rassicurante caccia all’indesiderabile: atti di violenza intesi come piattaforma per una riassicurazione del “pubblico” che permetta di raccogliere consenso con il minimo costo.

Attenzione però: tra “esilio di massa”, concentramento “extra–lege” e sterminio il collegamento c’era e c’è e non si esaurisce nel passato e nella retorica dell’espressione di buoni sentimenti.

Non si sta scrivendo che la storia potrebbe ripetersi.

Le forme del ripresentarsi del ciclo storico sono infinite e si tratta di valutarne, di volta in volta, la realtà.

Si tratta di riflettere su come determinati aspetti di ciò che è già tragicamente avvenuto tornino a presentarsi all’interno di una società di massa sicuramente modificatasi profondamente nella sua essenza, rispetto a quella che agiva nell’Europa degli anni trenta e quaranta.

Alcuni elementi in questo senso devono essere visti, analizzati, sottolineati senza colpevoli sottovalutazioni o peggio strumentalizzazioni opportunistiche.

In una società dominata dall’incertezza si levano forti imperativi rivolti alla soggettività, alla valorizzazione dell’individualismo, alla raccolta degli eguali dentro il nostro recinto.

Un recinto magari contornato da muri.

Un recinto che segna il confine di una “diversità” che si pensa di attribuire agli altri.

E’ questo il senso profondo del rigurgito nazionalista in atto ed è su questo punto che la sinistra sottoposta alla tentazione di una facile popolarità su questo terreno dovrebbe cominciare a recuperare almeno il senso della propria direzione di marcia.

Appare del tutto fragile un richiamo alla nazione destinato a evocare un mondo di stranieri potenzialmente pericoloso.

Ne consegue, per la “Nazione” la necessità di un’opera di purificazione permanente con lo scopo di liberare il proprio “corpus” di tutti gli elementi di squilibrio dal razziale al sociale.

Si determinerebbe così uno stato di “sicurezza” che deriverebbe dalla capacità dello Stato di assumersi un diritto assoluto e primitivo di determinare chi può integrarsi e chi, invece, merita di essere espulso dal consesso civile. Dall’espulsione “temporanea” a quella “definitiva” (per usare un eufemismo) il passo è sempre stato breve.

Ci troviamo di fronte ad una delineazione di analogie da dedicare a chi pensa che l’accoppiata fascismo/antifascismo sia superati e da dimenticare.

La memoria per capire questo presente che incombe e ci inquieta mentre quella che abbiamo sempre considerato la “nostra parte” oscilla paurosamente verso la subalternità al presente.

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