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domenica 20 gennaio 2019

Francia Atto X: premesse, sviluppi e prospettive

La settimana che ha preceduto l’Atto X ha visto l’inizio del “Grand Débat” proposto da Macron.

È stato un incipit piuttosto problematico visto che i luoghi in cui si sono tenuti – lunedì Grand-Bourgetheroulde nell’Eure, dove ha incontrato 600 sindaci della Normandia, e venerdì a Souliac nel Lot – sono stati teatro di mobilitazioni dei Gilets Jaunes ma non solo, e ci sono state alcune prese di posizione importanti da parte dei sindaci che hanno partecipato alle tappe di questa “consultazione”, come quello di Saint-Cirgues che durante l’incontro ha detto al presidente di smetterla di “stigmatizzare e disprezzare”.

In realtà il carattere “virtuale” di questo dibattito è stato più volte messo in luce, perché l’entourage governativo ha ripetutamente chiarito che non cambierà l’indirizzo delle proprie scelte, cercando di fatto di cooptare gli eletti locali nella politica di tagli alla spesa pubblica previsti, rimodulandoli a seconda di ciò che emerge, ma senza mettere in discussione i rigidi paletti di austerity nel budget economico.

Il Débat appare una operazione di cosmesi politica, un’arma di distrazione di massa tesa a ri-orientare la discussione – dalla coniugazione tra rivendicazioni politiche e sociali come si è imposta all’attenzione dell’opinione pubblica dall’inizio della marea gialla – verso temi che permettono il recupero alla destra, il cui programma, già notevolmente compatibile con le istanze che premono maggiormente all’establishment d’oltralpe – la Le Pen, per esempio, è contro l’innalzamento dello SMIC (il salario minimo intercategoriale) e il ripristino della patrimoniale – è stato ulteriormente sagomato sulle esigenze delle élites europee, annullando le critiche alla moneta unica e alla costruzione politica dell’Unione Europea.

Gli unici temi sul tappeto proposti da Macron (identità nazionale e immigrazione) tendono a distogliere l’attenzione dalle rivendicazioni politiche-sociali portate avanti dal movimento, spianando la strada alla destra, cui i media mainstream stanno dando abbondante spazio, mentre continua il bashing mediatico nei confronti delle forze politiche d’opposizione, in particolare la France Insoumise.

Un’opposizione di destra anestetizzata, e cooptata nelle stanze della cabina di regia a Bruxelles, sembra essere la via d’uscita scelta da Macron, assolutamente preferibile all’affermazione delle forze politiche organiche alla protesta, portatrici di alcune istanze del movimento.

Vediamo un poco più nel dettaglio alcuni fatti che prefigurano la configurazione del movimento sociale integrando ed ampliando la composizione i contenuti e le forme che la mobilitazioni ha avuto fino ad ora.

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Il primo è la continuazione delle mobilitazioni domenicali della componente femminile dei GJ che investiranno l’Esagono anche questa domenica.

Un dato importante, che sottolinea la capacità di organizzazione autonoma su questioni specifiche delle co-protagoniste delle mobilitazioni fin dal primo giorno, ed anzi nelle settimane che hanno preceduto i blocchi generalizzati del 17 novembre.

Non bisogna dimenticare che la prima petizione on line contro il caro carburante è stata lanciata già a maggio da Priscilla Ludosky, che è diventata poi una delle figure di spicco della marea gialla.

In secondo luogo, una delle caratteristiche complessive di questo movimento è l’emersione della condizione delle parti socialmente più vulnerabili del blocco sociale tramite coloro che la vivono direttamente, senza limitarsi alla mera denuncia, ma adottando l’approccio della possibilità di trasformazione con l’azione collettiva: l’ “altra metà del cielo” ha messo in luce in cosa consista la divisione sessuale del lavoro in Francia ed i vari profili della precarietà sociale diffusa d’oltralpe.

In terzo luogo, non bisogna ignorare il fatto che è parte integrante della cultura francese, almeno dalla rivoluzione del 1789, che le marce delle donne – organiche ad un movimento più ampio – siano un aspetto peculiare e fondamentale nella costruzione di una mobilitazione che mette in discussione l’assetto politico esistente, rivendicando una reale sovranità popolare sulle scelte politiche di fondo. L’anelito alla libertà, in Francia, ha un volto femminile, e senza comprendere questo basilare dato dell’immaginario popolare, che reinterpreta la storia della sua formazione in quanto popolo, difficilmente si potrà comprendere la ripresa “in chiave rivoluzionaria” di alcuni elementi simbolici costitutivi della cultura politica francese, dal canto della “Marsigliese” alla “Tricolore”, che hanno una connotazione differente da quella “patriottica” che gli attribuisce la destra d’Oltralpe.

Se Macron è considerato un monarca repubblicano, e il suo sistema di governo come quello che ha iperbolizzato gli elementi strutturali della V Repubblica l’ancien Règime, non stupisce che chi vuole smettere di essere suddito, ma divenire cittadino, riprenda le radici culturali a origine di un popolo che ha fatto la rivoluzione.

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Un secondo dato è la ripresa delle mobilitazioni che riguardano il mondo della scuola per quanto riguarda la componente studentesca, che ha animato la protesta dal 30 novembre alle prime due settimane di dicembre, con i blocchi degli istituti scolastici e le manifestazioni delle medie superiori e quelle degli studenti universitari.

Bisogna ricordare che alcuni organi di governo delle università hanno votato contro gli aumenti delle rette per corsi ordinari e master che il governo vorrebbe imporre agli studenti stranieri provenienti fuori dalla UE. Si tratta delle Università di Clermont-Ferrand, Aix-Marseille, Rennes 2, Toulouse 2 e Lyon 2.

Il 12 dicembre è stato creato il gruppo FB delle Stylos Rouges, presto cresciuto oltre i 60.000 aderenti, che ha posto alcune questioni rilevanti della condizione dell’insegnamento e ripreso, integrandole, alcune rivendicazioni storiche del corpo docente: dagli aumenti salariali alla riduzione degli alunni per classe, dalla rivalutazione del ruolo dell’insegnamento in termini di risorse economiche e del ruolo sociale svolto fino al rifiuto delle riforme governative sull’istruzione, contro cui si battono anche gli studenti delle medie superiori, tesi ad approfondire le disparità tra studenti di origine sociale differente.

Vi è stato subito un atteggiamento interlocutorio da parte delle organizzazioni sindacali di categoria, dovuto anche ad un approccio da parte delle SR teso a non screditare il ruolo delle organizzazioni sindacali, ma al massimo a sottolinearne i limiti.

Nei vari momenti di confronto è emersa anche con forza la condizione di minore tutela di una parte del corpo docente grazie all’intervento di quelle figure che non erano state ancora intercettate dalle organizzazioni sindacali, facendo emergere alcune conseguenze della situazione in cui lavorano e vivono questi insegnanti e non solo: dal caro affitti, che impedisce in alcune zone di potere accedere ad un alloggio in prossimità del proprio lavoro, ai casi di burn-out che fanno cadere alcuni docenti in lunghi periodi depressivi. Un quadro che smonta la “narrazione” delle classi dominanti, che descrive da tempo la professione come una sorta di “categoria privilegiata”, ignorando tra l’altro il carico di stress emotivo della condizione dell’insegnante e le ore “supplementari” che chi fa questo mestiere deve svolgere al di fuori delle mura scolastiche, per esempio per correggere i compiti o per preparare le lezioni.

La discussione ha riguardato anche il rapporto con il movimento dei GJ, cui alcuni partecipano organicamente, il rapporto con il sindacato e le azioni da intraprendere.

Venerdì 11 gennaio un comunicato congiunto di sigle sindacali e organizzazioni studentesche ha denunciato l’aumento delle disparità che provocheranno le riforme volute dal ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer, i tagli di posti di lavoro preconizzati dall’Esecutivo (2.450, soprattutto negli istituti agricoli) che alzano la soglia di ore straordinarie obbligatorie per gli insegnanti dell’istruzione secondaria, ed in generale un clima di maggiore pressione sul personale e di mancato ascolto istituzionale delle istanze fin qui emerse, nel mentre il governo tratta l’Educazione come una qualsiasi voce del proprio budget da “tagliare”.

Così le organizzazioni studentesche UNL e FIDL, insieme a CGT Éducation, SMES, SNEP, SNUEP, SNETAP de la FSU, Sud Éducation, SNCL FAEN, CGT AGRI, SIES, “nel proseguimento delle azioni intraprese nell’insegnamento superiore, intendono ampliare insieme la mobilitazione.”

In questo senso hanno promosso una giornata nazionale di azioni di varia natura, svoltesi il 17 gennaio, per costruire uno sciopero di massa il 24 gennaio per “il ritiro della riforma degli istituti superiori, della BAC e del Parcoursup, l’abbandono del progetto del Service National Universel, la fine della soppressione dei posti di lavoro, l’aumento dei salari, il rispetto della libertà d’espressione e di manifestazione.”

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La CGT, che insieme a Solidaires ha scelto di non partecipare al “Gran Debat” avviato questa settimana da Emmanuel Macron, ha proclamato – con un comunicato reso pubblico il 17 gennaio – uno sciopero per martedì 5 febbraio.

L’organizzazione denuncia la regressione sociale su cui aveva più volte posto l’attenzione, iniziando il suo comunicato con l’affermazione: “Dopo molti anni le politiche al servizio del capitale da parte dei governi che si sono succeduti hanno generato delle forti ingiustizie sociali, territoriali e fiscali“.

D’altro canto, continua il comunicato: “i 57 miliardi di Euro versati agli azionisti delle grandi imprese dimostrano l’ampiezza della ricchezza creata dai lavoratori. Al di là delle mobilitazioni cittadine che si svolgono da numerose settimane, è indispensabile costruire un rapporto di forza, evidentemente con lo sciopero, per imporre al padronato la ridistribuzione della ricchezza.”

La centrale sindacale chiama allo sciopero e alle manifestazioni da costruirsi attraverso le assemblee sui posti di lavoro su una piattaforma rivendicativa che si concentra su 5 punti: un innalzamento dello SMIC, dei salari e delle pensioni; una riforma fiscale di stampo progressivo; la soppressione degli aiuti pubblici alle imprese; lo sviluppo dei servizi pubblici; il rispetto delle libertà pubbliche quali i diritto di manifestare messo in discussione da questo governo, come dice espressamente il testo.

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Le assemblee generali sono state tenute nel corso di queste settimane in diverse località epicentri della mobilitazione, da Tolosa a Bordeaux, da Lione a Montpellier. Questi incontri hanno permesso di allargare la partecipazione e di strutturare in differenti gruppi di lavoro la mobilitazione, formalizzando le rivendicazioni chiave dei GJ e chiedendo a gran voce la proclamazione dello sciopero generale. Il 26 gennaio a Commercy si svolgerà il primo confronto nazionale tra i vari gruppi territoriali sorti, dando seguito al secondo video-appello dell’assemblea di questa località, dopo un primo comunicato video che ha avuto un discreto eco e invitava i GJ a strutturarsi proprio in assemblee locali.

Questo appuntamento vuole bypassare i tentativi di recupero politico e di formazione di portavoce funzionali alla gestione del movimento dentro un piano di compatibilità dettate dall’establishment e dall’apparato mediatico, che sta scegliendo persone, contenuti e modalità d’espressione a loro più confacenti.

A questa “assemblea delle assemblee” hanno inviato l’adesione più di una trentina di realtà locali, desiderose di coordinarsi a livello nazionale partendo dai livelli organizzativi locali. L’AG di Commercy specifica: “noi preferiamo costruire pazientemente ma in maniera convincente le basi locali e a poco a poco organizzarci e coordinarci noi stessi a livello superiore. Questo comporta un maggiore dispendio di tempo, ma ci sembra molto più ricco per il proseguo del nostro movimento, piuttosto che riprodurre il sistema che si combatte, attraverso delle ricette desuete e dei vecchie formule alle quali più nessuno crede“.

Per l’assemblea vengono proposti tre punti di discussione: a) le rivendicazioni che scaturiscono dalle realtà locali precedentemente pervenute, a cui l’AG di Commercy fornirà una sintesi prima dell’incontro, ed i punti che necessiteranno di un ulteriore approfondimento e su cui non si raggiungerà il consenso nella discussione, saranno discussi il giorno successivo nei gruppi di lavoro specifici. B) Prosecuzione e prospettive per il movimento. Quali azione condurre, come organizzarsi oltre “i presidi”, come rafforzare la solidarietà e proteggersi dagli attacchi repressivi e “come assicurare la nostra autonomia e la nostra continuità? Bisogna pensare a delle liste ‘GJ’ alle elezioni? Se sì, a quali? Su che base democratica e con quale controllo? Che posizione avere in rapporto al ‘grand débat’ nazionale organizzato dal governo”. Come per il punto precedente, verrà fatta una sintesi e le questioni che necessitano ulteriori approfondimenti verranno discusse il 27. C) Organizzazione democratica a tutti i livelli. Questo punto affronterà le forme organizzative con una eventuale stesura di una dichiarazione finale e un video comunicato delle assemblee presenti. Dopo la cena è prevista una festa collettiva e si invitano a portare strumenti musicali. Per domenica vengono proposti 6 gruppi di lavoro a cui vi è libertà di partecipazione, naturalmente integrabili, che riprendono e integrano le discussioni del giorno prima.

L’Assemblea di Commercy propone che vengano eletti due delegati (un uomo e una donna per realtà locale), e che solo questi prendano la parola nell’assemblea del 26, e che per tutti gli altri la discussione aperta possa avvenire il giorno successivo, bilanciando i due momenti. Nell’assemblea si voterà solo sui punti che sembrano consensuali. L’AG di Commercy sottolinea: “l’idea di questa prima ‘assemblea delle assemblee’ è di imparare a conoscersi, coordinare le energie, moltiplicare l’intelligenza collettiva, ma non divenire un organo centrale e burocratico. Questa ‘assemblea delle assemblee’, essendo la prima, vedremo in corso d’opera quale modo di funzionamento sembrerà il più pertinente da riprodurre per l’avvenire. Noi apprenderemo insieme a organizzarci dalla base, passo dopo passo, a tutti i livelli.”

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Al centro delle mobilitazioni dell’Atto X, che hanno coinvolto più di 80 mila persone – il governo parla di 48.000 con la solita stima al ribasso – ci sono state la questione delle violenze poliziesche e delle mutilazioni provocate dall’arsenale di “armi non letali” in dotazione delle forze dell’ordine d’Oltralpe.

Una questione che sta ricevendo la dovuta attenzione anche nei media mainstream e che è al centro di un appello firmato da differenti esponenti politici e attivisti sociali, questa settimana.

Sono state ferite, alcune in maniera grave, più di 2.000 dall’inizio delle proteste.

Alexis Corbière della France Insoumise ha annunciato che verrà presentata una legge per proibire l’utilizzazione delle LDB, cioè le pallottole di gomma di 40mm di diametro e dei lacrimogeni di tipo F4.

Tolosa, Bordeaux e Rennes sono stati alcuni degli scenari maggiormente partecipati delle manifestazioni.

A Parigi, il servizio d’ordine (comparso la prima volta lo scorso sabato) si è contrapposto alla polizia.

Il bilancio è di 42 persone “fermate” nella capitale, più di 45 a Bordeaux…

Ci sono stati scontri a Angers, con il tentativo di incendio della Banque de France, così come a Marsiglia e a Digione dove una cinquantina di GJ sono penetrati nel perimetro della prigione per chiedere la liberazione dei loro compagni incarcerati.

Ci sono stati feriti a Parigi e a Montpellier, e a Rennes…

I giorni seguenti potremmo fare un bilancio e dare un quadro più analitico delle mobilitazioni.

Una cosa è certa: di fronte ad un movimento che non dà segni di crisi – anzi! – per parafrasare il poeta “non sarebbe più semplice, allora, che il governo sciogliesse il popolo e ne eleggesse un altro?”

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