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lunedì 28 gennaio 2019

Isole Kurili: i piccoli ma convinti passi di Mosca e Tokyo

Un grosso impianto per la lavorazione del pesce sull’isola di Šikotan e una fabbrica per la produzione di farina di pesce e grasso sull’Isola di Kunašir, per un investimento, rispettivamente, di 2,8 e 1,8 miliardi di rubli: entreranno in funzione nel 2019. Al governatorato della regione di Sakhalin, in cui rientrano le Kurili meridionali, parlano anche della costruzione di almeno due nuove piste per aerei, dell’ampliamento di strade e potenziamento di banchine portuali, oltre alla progettazione di nuove scuole, biblioteche, asili e l’apertura di almeno cinque nuovi ospedali; il tutto, per investimenti governativi complessivi nei prossimi tre anni intorno agli 11 miliardi di rubli.

Messa così, poco fa pensare a un passaggio delle isole sotto controllo nipponico, come richiesto da Tokyo, che da quasi sessant’anni lega la firma del trattato di pace alla cessione delle quattro Kurili meridionali.

La maggior parte dei commentatori, ma non tutti, si dice convinta che Mosca non cederà le isole. L’incontro del 22 gennaio a Mosca tra Vladimir Putin e Shinzo Abe, quantunque definito costruttivo dal primo ministro giapponese, sembra essersi concluso con uno stallo della situazione, per quanto riguarda le isole contese, pur se tutto lascia intendere che, se non quest’anno, quantomeno nel 2020 si arriverà alla conclusione del trattato di pace, mai concluso dal 1945. Trattato, che dovrebbe prender le mosse dalla dichiarazione congiunta del 1956, che prevedeva, come contropartita, la cessione a Tokyo di Šikotan e dei Piccoli scogli delle Kurili (Khabomai guntō per i giapponesi). Una eventualità, questa, che ha suscitato a dir poco apprensione non solo tra gli abitanti delle isole, ma un po’ tra tutti i russi, massicciamente schierati contro ogni cessione di sovranità territoriale, e anche tra le forze politiche di quasi tutta la sinistra, che vi scorgono una sorta di messa in discussione dei risultati della guerra.

Qualcuno ipotizza che Putin, non intendendo “far commercio di territori”, come più volte da lui ribadito, tratti comunque la questione delle Kurili meridionali con l’obiettivo di sottrarre Tokyo all’influenza statunitense: dopo tutto, erano stati gli USA, già alla conclusione della seconda guerra mondiale, a mettere in campo la questione dei “territori settentrionali” (così sono definite in Giappone le Kurili meridionali) per evitare ogni possibile avvicinamento tra Unione Sovietica e Giappone e imporre a quest’ultimo la “protezione” militare yankee.

Dunque Mosca, col non chiudere completamente la porta a ogni discussione su quei territori, (pur se Vladimir Putin ha parlato di “un lungo e meticoloso lavoro” per giungere a “soluzioni reciprocamente accettabili”) sembra mirare a svincolare Tokyo dal paradigma “niente isole – niente rapporti” e a diluire l’altro “Russia nemica – USA amici”, scrive Eduard Birov su iarex.ru.

In ogni caso, la prudenza di Mosca – che, evidentemente, non può ignorare nemmeno i generali sentimenti del paese – è dettata dall’attuale carenza di una reale completa autonomia giapponese, con le basi e le truppe yankee dislocate sul suo territorio, e dalla ricerca di concrete garanzie che il trattato di pace (e le eventuali cessioni territoriali) non possa venir usato contro la Russia. Non è il caso di dimenticare che, ancora due anni fa, l’allora Ministro degli esteri giapponese Fumio Kishida evidenziava che l’art. 5 dell’accordo di “collaborazione e sicurezza” tra Giappone e Stati Uniti si estende a tutto, senza eccezioni, il territorio giapponese: e dato che Tokyo considera le Kurili territorio giapponese, nulla impedirebbe di affidare a Washington anche la “sicurezza” di quelle isole.

A ogni buon conto, è bene ricordare che, oltre alle fabbriche per la farina di pesce, il Ministero della difesa russo si sta già dando da fare per la realizzazione di una base navale su una delle Kurili entro il 2020, ha dislocato caccia Su-35 e il sistema missilistico anti-nave “Bastion” su Iturup e il sistema “Bal” su Kunašir.

Questo perché, di fatto, come nota Aleksandr Khaldej, non sono in ballo “soltanto” due isole, ma il quadro dei rapporti di forza globali nella regione Asia-Pacifico. Per i giapponesi, la conclusione del trattato di pace significa la possibilità di colossali investimenti nelle regioni russe dell’estremo oriente: molto più di quanto non abbiano sinora ottenuto gli investitori cinesi, e una concreta alternativa ai rapporti commerciali con gli Stati Uniti, che sembrano farsi sempre più angusti.

Entrambe le parti stanno però avanzando, ormai da anni, con notevole prudenza. La Russia ha paura di lasciar metter piede sulle isole ai giapponesi, senza aver in cambio la pienezza di rapporti commerciali bilaterali sperati; al contrario, Tokyo teme di concedere il massimo nei rapporti d’affari, senza ottenere le isole. Tutti e due temono i passi statunitensi: se è difficile installare qualcosa su Habomai, non così su Šikotan, pur se sotto tiro da Sakhalin. Il primo marine che mettesse piede su Šikotan, osserva Khaldej, metterebbe con ciò stesso in bilico la pace mondiale.

L’ipotesi detta a mezza voce a Mosca – ma osteggiata comunque dalla popolazione – sarebbe quella di concedere l’accesso a Khabomaj e Šikotan, conservandone però la sovranità: un compromesso che permetterebbe alla Russia di dire che non ha ceduto le isole e, al Giappone, di affermare che le ha ottenute e che non rinuncia nemmeno alle altre due, Kunašir e Iturup. Finché Tokyo non si libererà dalla dipendenza yankee, scrive Khaldej, questo è il massimo che possa ottenere.

Non va nemmeno nascosto il fatto che, da parte di Mosca, c’è un discreto interesse a controbilanciare il peso economico cinese nella regione; ma, soprattutto, c’è la questione del gas. Multinazionali giapponesi quali Mitsui e Mitsubishi, che stanno cercando di introdursi nell’affare della fornitura di gas naturale liquefatto dalla Russia, stanno esercitando una discreta pressione sul governo giapponese, perché giunga a un accordo con Mosca.

Il progetto “Sakhalin-2”, che vede coinvolte Gazprom, Mitsui e Mitsubishi, offre prospettive a dir poco molto promettenti, con profitti che prefigurano una crescita esponenziale. Le trattative tra Gazprom e i partner giapponesi richiedono che le “questioni di principio” e le “sacre motivazioni” sulla disputa territoriale vengano messe in soffitta. Se da parte nipponica sono in primo piano Mitsui e Mitsubishi, da parte russa stanno mordendo il freno Rosneft, Gazprom, Rosatom e i maggiori fondi d’investimento che attorniano il Cremlino.

E, di fronte agli affari, di “sacro” ci sono solo i profitti: a quel punto, le dispute territoriali vengono classificate solo come “costi dell’affare”. Dunque, nota Khaldej, i politici stessi condividono tale impostazione, dato che la questione della forza dei profitti aziendali, oltre un certo livello, diventa una questione di influenza globale e di forza dello stato. Le multinazionali giapponesi esercitano pressioni su Tokyo; in cambio, chiedono ai loro “partner” d’affari russi, di fare altrettanto verso il Cremlino. E’ così che è tornata in ballo la “soluzione” khrusceviana della cessione di due delle quattro Kurili meridionali, poi annullata, poi ancora riproposta, senza successo, da Eltsin e poi anche da Gorbaciov. Il nocciolo della questione, in soldoni (nel senso letterale) è questo: il “Sakhalin-2” è un ramo del gasdotto Russia-Giappone, in cui la Mitsui detiene una quota del 12,5%, la Mitsubishi del 10%, la Shell il 27,5% meno una azione e Gazprom il 50% + una azione.

Oltre al gas, la futura firma del trattato di pace dovrebbe portare con sé progetti globali, quale, ad esempio, il ponte tra Sakhalin e Giappone, che aprirebbe la strada alla ferrovia veloce Tokyo-Mosca-Berlino-Parigi, che consoliderebbe l’immagine “euroasiatica” della Russia e trasformerebbe il Giappone in potenza non insulare, bensì continentale, con la relativa diminuzione della dipendenza dagli Stati Uniti per le rotte marittime. La chiave di accesso del Giappone verso il continente “euroasiatico” sarebbe in mano alla Russia, che si trasformerebbe nel “paese dalle tre capitali” – Mosca, Peterburg e Vladivostok – e ne accrescerebbe enormemente anche le posizioni nella EAÈS (Unione economica euroasiatica: Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizija, Russia), e nello spazio post-sovietico, non solo rispetto alla Cina, ma anche a UE e USA.

L’unico problema, dice Khaldej, è che, per ora, la Russia non può fare tali considerazioni ad alta voce: non di fronte all’Occidente, non alla EAÈS, non alla Cina e nemmeno ai russi, che non vogliono sentir parlare di cessioni territoriali.

L’esperienza degli ultimi tempi, tuttavia, mostra che gli interessi dei signori di Gazprom, Rosneft, Transoil, Ferrovie Russe e compagnia, contano non poco nelle decisioni del Cremlino.

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