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venerdì 18 gennaio 2019

Le danze cinesi sulle borse mondiali

Occorre svegliarsi all’alba per capire l’andazzo della giornata. Succede da circa 8 mesi, da quando è scoppiata la guerra commerciale Usa-Cina. Qualsiasi byte positivo proveniente dalla borsa di Shanghai si riflette in giornata sulle borse europee e a Wall Street.

In questi giorni questa dinamica è confermata perfettamente. Tre giorni fa si ufficializzava il piano di stimoli fiscali da 600 miliardi di dollari, con detrazioni e taglio tasse alle buste paga dei lavoratori cinesi (per circa 297 miliardi di dollari) e piani di investimenti per 300 miliardi di dollari, a cui si aggiungeva la notizia della settimana passata di un piano ferroviario di 125 miliardi di dollari, ed ecco che Shanghai e Tokyo salivano e alle 9.00 Milano e Francoforte schizzavano dell’1%, per poi sgonfiarsi per le strette bancarie europee.

Due giorni fa le borse danzavano sulla notizia di un’immissione record di liquidità della Pboc, la banca centrale cinese, pari a 84 miliardi di dollari, in un panorama borsistico mondiale affamato di liquidità, come nel 2007, tant’è che grandi fondi di investimento fanno una correlazione tra la dinamica borsistica delle borse d’Occidente degli ultimi 6 mesi con la crisi iniziale di Lehman.

All’alba di oggi la notizia, rilanciata dal Financial Times, secondo la quale Lui He, stratega braccio destro di Xi Jinping, nonché capo negoziatore della diatriba Usa-Cina, conferma la sua visita a Washington il 30 gennaio prossimo.

Ieri sera Wall Street schizzava ai massimi del giorno con la notizia che gli Usa sarebbero intenzionati a diminuire i dazi, poi smentita. Qualche ora fa è uscito il Wall Street Journal, che conferma la notizia: il Ministro del Tesoro statunitense sarebbe intenzionato ad abbassare i dazi. Wall Street fiuta l’affare: evidentemente sono confermate le voci che tra i punti dell’accordo vi sarebbero i servizi finanziari. Wall Street potrà entrare nel mercato del risparmio cinese.

Ma la Cina da dicembre sta facendo festeggiare anche l’altra America, la Main Street dell’economia reale, importando massicciamente, a partire da questo mese, materie prime energetiche, agricole e manifatturiere con l’abbassamento dei dazi alle auto Usa. Main Street e Wall Street festeggerebbero entrambe: rare le volte in cui succede.

Ed ecco che alle 9.00 di stamane Milano schizza dell’1% all’apertura assieme al Dax di Francoforte. Le danze cinesi continuano.

Ora si tratta di capire fin dove arriverà questa correlazione. Secondo Guido Salerno Aletta, di Milano Finanza, un accordo Usa-Cina andrebbe a sfavore degli europei, per la complementarietà manifatturiera Usa-Ue. Importando più dagli Usa, l’Ue diminuirebbe il suo peso nella piazza cinese. Un eventuale accordo, secondo La Stampa di 20 giorni fa, di circa 1.200 miliardi di dollari, aumenterebbe il peso dell’export americano sul suo pil – ora a circa il 18,4% – facendo rilanciare la modesta crescita prevista due giorni fa dalla Federal Reserve.

L’UE si ritroverebbe come un vaso di coccio, per giunta con un peso dell’export attualmente pari al 44% del pil. La Cina tre giorni fa ha comunicato i dati del commercio estero: export pari a 2,44 trilioni di dollari, import pari a 2,14 triliardi di dollari, con surplus commerciale calato del 18,3%. Il peso dell’export sul pil cinese sarebbe pari al 18%, il più basso delle tre aree.

Vincerà chi ha la domanda interna. Sarà per questo che a Francoforte e Bruxelles, in questi giorni, è tutto un tripudio di “moderate autocritiche”?

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