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domenica 20 gennaio 2019

Regno Unito. Lavori in corso per proteggere lo status-quo neoliberista

Pubblichiamo una traduzione dell’Editoriale, apparso Venerdì, sul “Morning Star” *, lo storico quotidiano della sinistra di classe Britannica. Un Editoriale che, andando oltre le mere cronache parlamentari, prova a delineare le grandi manovre in corso per uscire dalla crisi della Brexit con una soluzione tutta interna alle logiche neoliberiste, e che provi, al tempo stesso, a mettere all’angolo la vera anomalia della politica Britannica di questi giorni: Jeremy Corbyn e la sua leadership di sinistra, marcatamente estranea alla tradizione centrista che ha caratterizzato il Labour negli ultimi decenni.

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Durante questo fine settimana possiamo trarre il bilancio di una settimana vorticosa. Martedì sera, 118 parlamentari del Partito Conservatore si sono opposti all’accordo sulla Brexit proposto da Theresa May: non solo il perno del programma del governo che essi pur sostengono, ma la decisione più significativa sulla quale il Parlamento sia stato chiamato ad esprimersi negli ultimi decenni.

Tuttavia, il giorno dopo (Mercoledì), gli stessi parlamentari Tory hanno votato per riaffermare la propria fiducia e lealtà a quello stesso governo, offrendo uno spettacolo di immensa e perversa ipocrisia. Giovedì, inoltre, con l’avvio dei colloqui parlamentari, abbiamo assistito all’inizio di grandi manovre per riunire Conservatori, Nazionalisti, Centristi e la destra interna laburista intorno ad un nuovo accordo sulla Brexit. Al tempo stesso, i principali mezzi di comunicazione legati all’establishment, hanno ricominciato a parlare di scenari apocalittici in caso di una Brexit che avvenga senza alcuna forma di accordo con l’UE.

Cosa ci dice tutto questo? Fondamentalmente, questa settimana abbiamo appreso che i rappresentanti della classe capitalista in Parlamento riflettono genuinamente la divisione nella classe dominante stessa rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti della Brexit. Tuttavia, esiste un fattore in grado di ricompattare queste forze politiche e sociali: il loro comune timore nei confronti della prospettiva di un governo guidato da un partito (il Labour di Jeremy Corbyn) con una piattaforma esplicitamente orientata a sinistra.

La reazione alla storica sconfitta di Theresa May è stata istruttiva. La sterlina si è rafforzata, poiché i giocatori d’azzardo della City, come Goldman Sachs e CIBC Capital, hanno previsto che la Brexit sarà ora ritardata o addirittura annullata. In entrambi i casi, il capitalismo della Gran Bretagna rimarrebbe strettamente legato a quello del blocco continentale.

Il Ministro delle Finanze Philip Hammond ha immediatamente chiamato l’equivalente della Confindustria Britannica per promuovere, di fatto, la stessa linea. La Banca d’Inghilterra ha lanciato un messaggio con la stessa interpretazione poco dopo, con il governatore Mark Carney che ha interpretato i movimenti dei mercati valutari come predittori di una Brexit assai tenue, di una Brexit ritardata o, addirittura, di un annullamento del processo di uscita del Regno Unito dall’UE.

Avendo superato lo scoglio del voto di fiducia, questa è la direzione che il governo sta perseguendo, mentre, al tempo stesso, cerca di incunearsi nelle fila avverse provando ad insinuare contraddizioni sempre crescenti tra la leadership di Jeremy Corbyn e i parlamentari della destra Laburista.

Ovviamente, Theresa May insiste sul fatto che, al momento, una “no-deal Brexit” rappresenti ancora una possibilità concreta; tuttavia, questo appare esclusivamente un accorgimento tattico adottato per placare gli istinti della destra conservatrice intransigente, più che per convinzione.

L’intera situazione rivela, nei fatti, l’assenza di una vera democrazia nel nostro sistema, e le limitazioni intrinseche all’approccio borghese. Negli anni di Blair, le differenze politiche tra Labour e Tory era sottilissime; non vi era, concretamente, alcuna differenza: entrambi i partiti supportavano le politiche neoliberiste. In questo momento, la destra laburista collabora attivamente con il governo Tory per affossare il risultato del referendum.

Fin dall’inizio abbiamo ascoltato una narrazione comune, portata avanti sia dal Governo May che dalla destra laburista, secondo la quale il risultato del referendum riguardava solo alcuni aspetti della relazione del Regno Unito con l’Unione europea, e che il mandato popolare poteva essere rispettato anche con un “ritiro parziale”.

Questo è ciò che la May ha proposto nel suo accordo e questo è, in forma solo leggermente modificata, ciò che sarà oggetto delle nuove negoziazioni. Il referendum, tuttavia, non riguardava un ritiro parziale. Il mandato consisteva nel lasciare l’Unione Europea, che comprende il mercato unico, la Corte di Giustizia Europea, l’Unione Doganale, la Commissione Europea (il vero centro decisionale) e il finto Parlamento Europeo, privo di qualsivoglia potere.

Questo è il motivo per cui, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad un processo di derisione ed insulto delle classi popolari, colpevoli di aver votato per la Brexit, a dire dell’establishment, senza sapere cosa stavano facendo. Alle classi dominanti, di certo non interessa uscire dai meccanismi dell’UE che sono necessari e favorevoli al funzionamento della macchina capitalista, ma solo privarsi degli orpelli che sono meno importanti per la realizzazione della propria all’agenda neoliberale. Cosa importa, dopotutto, a personaggi quali May, Blair, Cable di rimanere comunque vincolati alle regole neoliberiste provenienti da Bruxelles, pur senza rappresentanza all’Europarlamento, quando il loro è un programma tutto interno alle stesse logiche neoliberali?

La forma è meno importante della sostanza, e questa tattica non è di certo nuova. Abbiamo visto, nel recente passato, cosa accadde dopo il rifiuto della proposta Costituzione Europea nei referendum in Francia e nei Paesi Bassi: la sostanza è stata semplicemente riconfezionata, sotto altre forme, nel trattato di Lisbona. Quando l’Irlanda, nel 2001, respinse il trattato di Nizza, fu persino costretta a un nuovo referendum, sin quando gli elettori dimostrarono di aver “capito bene“. Suona familiare?

La prospettiva di questa alleanza diabolica tra Conservatori, Nazionalisti, Centristi e la destra interna laburista non dovrebbe essere sottovalutata da coloro che sperano in un governo progressista del Labour guidato da Corbyn. Il caso estremo, la prospettiva di un nuovo “Partito di Centro” che riunisca questi elementi pare oggi improbabile, dato il sistema elettorale uninominale maggioritario. Ma c’è un pericolo più chiaro e più urgente: la prospettiva della destra laburista che usa la crisi della Brexit per rianimare il tentativo di riconquistare la leadership del partito è una minaccia molto più probabile.

Conosciamo molto bene il tipo di democrazia basato sull’assunto: “puoi votare come preferisci finché voti per il neoliberismo”.

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