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mercoledì 23 gennaio 2019

Il salario, l’Europa, le rotture necessarie

In tutta la società politica – quell’aggregato di “professionisti” vecchi e nuovi, navigati o patetici – ci si prepara al big bang delle elezioni europee di fine maggio.

Vecchi aggregati si sciolgono, nuovi se ne formano, altri ancora vengono ogni giorno rinviati. In palio – secondo la comunicazione malsana dei media mainstream – c’è l’orientamento futuro dell’Unione Europea, più “europeista” o più “sovranista”.

Ma non è così. La recente “svolta” dei neofascisti francesi e la resa incondizionata del governo pentaleghista ai diktat della Commissione europea, nella stesura della manovra di bilancio, chiariscono oltre ogni ragionevole dubbio che l’establishment economico-finanziario è dispostissimo a “lavorare” con qualsiasi assetto partitico.

Tanto più che il Parlamento di Strasburgo è pressoché privo di poteri legislativi e ogni decisione rilevante viene presa negli organi dove ogni Stato membro ha la sua rappresentanza (Commissione, Consiglio, ecc). E già ora si può constatare che – questione migranti a parte – non c’è alcun “sovranista” che si opponga alla gestione neoliberista delle politiche economiche comunitarie.

Dunque la partecipazione alle elezioni europee ha senso soltanto se si è disposti a mettere radicalmente in discussione questo assetto “istituzionale” blindato in trattati che nessun popolo è stato chiamato a votare o che, quando è avvenuto – in Francia e Olanda, nel 2005, ancora prima in Danimarca e Irlanda, successivamente in Grecia e in Gran Bretagna – sono stati sonoramente bocciati.

I “quattro punti” con cui Potere al Popolo! si è andato confrontando con altre forze politiche o liste elettorali, in questi giorni, sono molto chiari e non hanno bisogno di ulteriori commenti. Nessun riforma legislativa di carattere economico è possibile senza rompere con la gabbia dei Trattati europei; ogni appello a “ridurre le pretese” della popolazione per contrastare l’“avanzata delle destre” è una favore diretto – voluto, nella maggior parte dei casi – alla destra peggiore.

La questione decisiva è invece: con quale programma politico e sociale una lista radicalmente alternativa alla falsa contrapposizione “europeisti”/“sovranisti” può e deve farsi riconoscere dal nostro blocco sociale?

In questi anni di conflitto sociale a bassa intensità, in Italia, sembra essere andato smarrito il filo rosso che lega la condizione sociale alle forme della rappresentanza (sindacale e politica) e a qualsiasi progetto di futuro diverso dal presente segnato da precarietà, disoccupazione, salari da fame, privatizzazione di patrimonio e servizi pubblici (a cominciare dalla sanità e dall’istruzione per finire alle pensioni).

Ma la talpa della Storia lavora lo stesso ed emerge quasi sempre dove meno te l’aspetti. Nella Francia di quello che doveva essere il nuovo “imperatore delle banche” un movimento popolare, spurio e variegato quanto volete, ha messo con forza sul terreno le questioni essenziali della vita delle classi popolari, a cominciare dal salario.

Un programma politico popolare, dunque, non può che partire dagli stessi obiettivi, declinati “in italiano” perché diversi sono i quadri legislativi e contrattuali che regolano esattamente gli stessi problemi.

Ne indichiamo qui solo alcuni, quelli che ci appaiono a prima vista vitali e che anche le “destre sovraniste” – non a caso – vedono come il fumo negli occhi, tanto quanto le élite dell’establishment “europeista”.

La questione centrale è l’introduzione in Italia del salario minimo, indicizzato all’inflazione e determinato nella misura di 1.200 euro per l’anno 2019. Il lavoro straordinario, festivo o notturno va pagato come minimo il 50% in più.

Intorno a questo tema centrale e dirimente, si possono dettagliare gli obiettivi conseguenti per provare a rovesciare la tendenza sulla questione salario e lavoro.

1. Chi lavora continuativamente all’interno di un perimetro aziendale deve essere assunto in pianta stabile da quell’azienda: no alle “esternalizzazioni” di comodo, che servono solo a pagare salari più bassi e nutrire intermediatori-caporali (anche se travestiti da “società di collocamento”).

2. Conservare la capacità industriale del paese: vanno vietate le delocalizzazioni, nazionalizzate le industrie strategiche e le reti infrastrutturali, così come tutte le aziende che vengono chiuse pur producendo merci che hanno un mercato. Abolire il divieto degli aiuti di Stato alle aziende in difficoltà. Un paese sviluppato non può procedere affidandosi alla casualità degli investimenti decisi dai “mercati”, ma deve programmare le proprie scelte di politica industriale nel lungo periodo.

3. Compito dello Stato deve essere anche quello di creare posti di lavoro per i disoccupati, visto che “il mercato” e “le imprese” non sanno e non vogliono farlo. Pensano solo a guadagnare e usano l’automazione dell’industria 4.0 come una clava proprio per ridurre il numero di occupati e i salari di chi lavora. Non si tratta di dare “lavoro finto”, nella logica solo assistenziale. Esistono migliaia di attività necessarie, piccole e grandi, che nessun “imprenditore” si occuperà mai di far partire perché poco “redditizie” secondo i suoi parametri, ma necessarie per il paese e i consumi di base.

4. Abolizione del Jobs Act e reintroduzione della protezione dai licenziamenti senza giusta causa (“art. 18”).

5. Tutti i lavoratori che svolgono le stesse mansioni per lo stesso orario devono avere lo stesso salario e degli stessi diritti, a prescindere dalla nazionalità. Il loro datore di lavoro deve versare la stessa quantità di contributi previdenziali.

Ma la questione salariale attiene anche alla dimensione del salario differito su cui si vanno abbattendo sia tagli dolorosi, sia nuovi privilegi per i ricchi.

6. L’imposta sui redditi deve essere fortemente progressiva, su più scaglioni. Chi ha di più deve pagare anche proporzionalmente di più.

7. Il sistema pensionistico deve tornare solidale e quindi socializzato. No al sistema contributivo. Nessuna pensione al di sotto di 1.000 euro.

8. Pensione a 60 anni e, per tutti coloro che hanno svolto lavori usuranti, diritto alla pensione a 55 anni.

9. L’obiettivo deve essere Zero Senza Fissa Dimora. La prima “sicurezza” è che tutti abbiano un tetto sulla testa. Diminuirà così anche la “percezione di insicurezza” alimentata dalla destra.

10. Limitare per legge il costo degli affitti. Rilanciare l’edilizia residenziale pubblica. Più studentati accessibili per gli studenti fuori sede.

Potremmo andare avanti a lungo, perché infiniti sono gli ambiti in cui la condizione esistenziale della popolazione che vive di lavoro è andata arretrando fino ad arrivare al di sotto del minimo vitale (il caso dei rider, i finti stage, il lavoro gratuito sperimentato all’Expo di Milano, i bassi e bassissimi salari nei servizi ecc. stanno lì come un insulto). E chiunque può indicare integrazioni, implementazioni, suggerimenti.

Ma è chiara una cosa. Un programma del genere non è realizzabile sotto la mannaia del “vincolo al pareggio di bilancio” inserito – all’unanimità tra tutte le forze presenti in Parlamento! – nell’art. 81 della Costituzione.

Un programma del genere non è realizzabile dentro i confini dei “Trattati europei”, che hanno imposto in tutto il Vecchio Continente la più grande deflazione salariale che si sia mai vista in tempi di pace.

Questo non è dunque un “programma elettorale” di un partito che vi dice “Votatemi! Vi darò queste cose!”. Questo è un programma di lotta!

Per ottenere gli obiettivi qui elencati bisogna darsi da fare, scendere in strada, farsi sentire, partecipare, discutere e mettersi insieme, organizzarsi mettendo ciascuno qualcosa per ottenere molto tutti insieme, anche – ma non solo – in una campagna elettorale.

In un paese sottomesso ai “trattati” e alle scelte dei vertici dell’Unione Europea, nessun partito può realizzare nessuno di questi obiettivi. Neanche se ottiene il 70% dei voti da solo. A meno che non decida di far saltare le regole imposte dai diktat e dai vincoli esterni.

Torniamo a ripeterlo. Questo non è un programma “elettorale”, questo è un programma di lotta per salvare la gente che lavora o è rimasta senza lavoro o che è diventata povera anche lavorando, e dunque anche per salvare il paese, in declino quasi verticale da oltre venti anni.

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