Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/11/2019

Europa e retorica europeista

di Marco Veronese Passarella

Ci riflettevo oggi. Il mio dissenso con la maggioranza degli economisti critici italiani non riguarda, in realtà, la specifica risposta alla questione “Uscita sì? Uscita no?” da Unione Europea e sottoinsiemi. Io stesso non ho una posizione così netta su questo punto, essendo l’uscita semmai una conseguenza (dagli esiti incerti) e non la causa di politiche economiche radicali.

Il mio dissenso è invece legato ad una triplice riduzione o identificazione che gli unionisti fanno e che io trovo invece infondata e fuorviante: quella tra Area Euro e Unione Europea, quella tra Unione Europea ed Europa, e infine quella tra Europa e Bene Assoluto.

Non mi soffermo sulla prima, perché sapete tutti a cosa mi riferisco. Passo dunque alla seconda identificazione, Unione Europea=Europa, che non è solo un’inesattezza sul piano storico, geografico e politico.

Il richiamo emotivo all’Europa (sia esso giocato in positivo, “l’unione dei popoli europei come reazione all’orrore delle guerre mondiali”, ovvero in negativo, “la riproposizione con altri mezzi del Terzo Reich”) impedisce di guardare all’Unione Europea per quello che è: un’area di libera circolazione di merci e capitali dotata di un coordinamento macroeconomico deflazionista – sigillato dall’obbligo di adozione della valuta unica, che vale ad impedire qualsivoglia riallineamento dei tassi di cambio reali attraverso un aggiustamento dei cambi nominali.

Evito, invece, di entrare qui nel merito del rapporto di gemellanza siamese, e sia pure non priva di contraddizioni, tra Unione Europea e dispositivo di difesa atlantico in chiave anti-russa.

Nota a margine per gli amanti del “ce lo impone la globalizzazione”. Non vi è alcuna evidenza empirica che la maggior dimensione geografica si associ a migliori condizioni di vita e di lavoro, o a migliori risposte tecnologiche alle tanto strombazzate sfide globali, essendo i primi paesi in Europa per reddito pro-capite, uguaglianza e innovazioni tutte piccole economie che hanno aderito a condizioni speciali o non aderito affatto all’Unione Europea (Danimarca, Svezia e Norvegia).

D’altra parte, un Green New Deal su scala continentale, o anche solo nazionale, è in questo momento impedito, non incentivato, dalle regole comunitarie. Le quali non sono state fatte per incentivare la collaborazione tra paesi, ma per favorire la centralizzazione-concentrazione di capitali e tecnologie lungo l’asse franco-tedesco.

Ecco perché faremmo meglio a relegare il feticismo della dimensione ad altri e più gratificanti (si spera) ambiti della nostra vita associata.

Venendo alla terza identificazione, Europa=Bene Assoluto, non ho da obiettare se per qualcuno Europa significa, che so, i capolavori della musica classica, l’illuminismo e, perché no, la fondazione della Prima Internazionale. Va da sé che Europa significa anche questo.

Ma “anche questo” non vuol dire “solo questo”. Europa significa altresì deportazione di schiavi, colonialismo e campi di concentramento. Significa bombardamenti su Belgrado, appoggio ai nazisti ucraini contro il nemico r(u)sso e finanziamenti a bande criminali in Turchia e Libia per bloccare i flussi migratori.

Insomma, anche a voler accettare le prime due riduzioni, non vi è alcunché di intrinsecamente positivo (o negativo) nell’essere europei. Così come non vi è nulla di intrinsecamente positivo (o negativo) nell’essere italiani, catalani o tedeschi. A meno di non rispolverare vecchie suggestioni che faremmo bene a lasciare nel dimenticatoio della storia.

Ecco perché se non possiamo non dirci europei, possiamo ed anzi dobbiamo rifuggire ogni retorica europeista. Ma su questo, a quanto pare, sono in pochi a pensarla come me.

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23/01/2019

Il salario, l’Europa, le rotture necessarie

In tutta la società politica – quell’aggregato di “professionisti” vecchi e nuovi, navigati o patetici – ci si prepara al big bang delle elezioni europee di fine maggio.

Vecchi aggregati si sciolgono, nuovi se ne formano, altri ancora vengono ogni giorno rinviati. In palio – secondo la comunicazione malsana dei media mainstream – c’è l’orientamento futuro dell’Unione Europea, più “europeista” o più “sovranista”.

Ma non è così. La recente “svolta” dei neofascisti francesi e la resa incondizionata del governo pentaleghista ai diktat della Commissione europea, nella stesura della manovra di bilancio, chiariscono oltre ogni ragionevole dubbio che l’establishment economico-finanziario è dispostissimo a “lavorare” con qualsiasi assetto partitico.

Tanto più che il Parlamento di Strasburgo è pressoché privo di poteri legislativi e ogni decisione rilevante viene presa negli organi dove ogni Stato membro ha la sua rappresentanza (Commissione, Consiglio, ecc). E già ora si può constatare che – questione migranti a parte – non c’è alcun “sovranista” che si opponga alla gestione neoliberista delle politiche economiche comunitarie.

Dunque la partecipazione alle elezioni europee ha senso soltanto se si è disposti a mettere radicalmente in discussione questo assetto “istituzionale” blindato in trattati che nessun popolo è stato chiamato a votare o che, quando è avvenuto – in Francia e Olanda, nel 2005, ancora prima in Danimarca e Irlanda, successivamente in Grecia e in Gran Bretagna – sono stati sonoramente bocciati.

I “quattro punti” con cui Potere al Popolo! si è andato confrontando con altre forze politiche o liste elettorali, in questi giorni, sono molto chiari e non hanno bisogno di ulteriori commenti. Nessun riforma legislativa di carattere economico è possibile senza rompere con la gabbia dei Trattati europei; ogni appello a “ridurre le pretese” della popolazione per contrastare l’“avanzata delle destre” è una favore diretto – voluto, nella maggior parte dei casi – alla destra peggiore.

La questione decisiva è invece: con quale programma politico e sociale una lista radicalmente alternativa alla falsa contrapposizione “europeisti”/“sovranisti” può e deve farsi riconoscere dal nostro blocco sociale?

In questi anni di conflitto sociale a bassa intensità, in Italia, sembra essere andato smarrito il filo rosso che lega la condizione sociale alle forme della rappresentanza (sindacale e politica) e a qualsiasi progetto di futuro diverso dal presente segnato da precarietà, disoccupazione, salari da fame, privatizzazione di patrimonio e servizi pubblici (a cominciare dalla sanità e dall’istruzione per finire alle pensioni).

Ma la talpa della Storia lavora lo stesso ed emerge quasi sempre dove meno te l’aspetti. Nella Francia di quello che doveva essere il nuovo “imperatore delle banche” un movimento popolare, spurio e variegato quanto volete, ha messo con forza sul terreno le questioni essenziali della vita delle classi popolari, a cominciare dal salario.

Un programma politico popolare, dunque, non può che partire dagli stessi obiettivi, declinati “in italiano” perché diversi sono i quadri legislativi e contrattuali che regolano esattamente gli stessi problemi.

Ne indichiamo qui solo alcuni, quelli che ci appaiono a prima vista vitali e che anche le “destre sovraniste” – non a caso – vedono come il fumo negli occhi, tanto quanto le élite dell’establishment “europeista”.

La questione centrale è l’introduzione in Italia del salario minimo, indicizzato all’inflazione e determinato nella misura di 1.200 euro per l’anno 2019. Il lavoro straordinario, festivo o notturno va pagato come minimo il 50% in più.

Intorno a questo tema centrale e dirimente, si possono dettagliare gli obiettivi conseguenti per provare a rovesciare la tendenza sulla questione salario e lavoro.

1. Chi lavora continuativamente all’interno di un perimetro aziendale deve essere assunto in pianta stabile da quell’azienda: no alle “esternalizzazioni” di comodo, che servono solo a pagare salari più bassi e nutrire intermediatori-caporali (anche se travestiti da “società di collocamento”).

2. Conservare la capacità industriale del paese: vanno vietate le delocalizzazioni, nazionalizzate le industrie strategiche e le reti infrastrutturali, così come tutte le aziende che vengono chiuse pur producendo merci che hanno un mercato. Abolire il divieto degli aiuti di Stato alle aziende in difficoltà. Un paese sviluppato non può procedere affidandosi alla casualità degli investimenti decisi dai “mercati”, ma deve programmare le proprie scelte di politica industriale nel lungo periodo.

3. Compito dello Stato deve essere anche quello di creare posti di lavoro per i disoccupati, visto che “il mercato” e “le imprese” non sanno e non vogliono farlo. Pensano solo a guadagnare e usano l’automazione dell’industria 4.0 come una clava proprio per ridurre il numero di occupati e i salari di chi lavora. Non si tratta di dare “lavoro finto”, nella logica solo assistenziale. Esistono migliaia di attività necessarie, piccole e grandi, che nessun “imprenditore” si occuperà mai di far partire perché poco “redditizie” secondo i suoi parametri, ma necessarie per il paese e i consumi di base.

4. Abolizione del Jobs Act e reintroduzione della protezione dai licenziamenti senza giusta causa (“art. 18”).

5. Tutti i lavoratori che svolgono le stesse mansioni per lo stesso orario devono avere lo stesso salario e degli stessi diritti, a prescindere dalla nazionalità. Il loro datore di lavoro deve versare la stessa quantità di contributi previdenziali.

Ma la questione salariale attiene anche alla dimensione del salario differito su cui si vanno abbattendo sia tagli dolorosi, sia nuovi privilegi per i ricchi.

6. L’imposta sui redditi deve essere fortemente progressiva, su più scaglioni. Chi ha di più deve pagare anche proporzionalmente di più.

7. Il sistema pensionistico deve tornare solidale e quindi socializzato. No al sistema contributivo. Nessuna pensione al di sotto di 1.000 euro.

8. Pensione a 60 anni e, per tutti coloro che hanno svolto lavori usuranti, diritto alla pensione a 55 anni.

9. L’obiettivo deve essere Zero Senza Fissa Dimora. La prima “sicurezza” è che tutti abbiano un tetto sulla testa. Diminuirà così anche la “percezione di insicurezza” alimentata dalla destra.

10. Limitare per legge il costo degli affitti. Rilanciare l’edilizia residenziale pubblica. Più studentati accessibili per gli studenti fuori sede.

Potremmo andare avanti a lungo, perché infiniti sono gli ambiti in cui la condizione esistenziale della popolazione che vive di lavoro è andata arretrando fino ad arrivare al di sotto del minimo vitale (il caso dei rider, i finti stage, il lavoro gratuito sperimentato all’Expo di Milano, i bassi e bassissimi salari nei servizi ecc. stanno lì come un insulto). E chiunque può indicare integrazioni, implementazioni, suggerimenti.

Ma è chiara una cosa. Un programma del genere non è realizzabile sotto la mannaia del “vincolo al pareggio di bilancio” inserito – all’unanimità tra tutte le forze presenti in Parlamento! – nell’art. 81 della Costituzione.

Un programma del genere non è realizzabile dentro i confini dei “Trattati europei”, che hanno imposto in tutto il Vecchio Continente la più grande deflazione salariale che si sia mai vista in tempi di pace.

Questo non è dunque un “programma elettorale” di un partito che vi dice “Votatemi! Vi darò queste cose!”. Questo è un programma di lotta!

Per ottenere gli obiettivi qui elencati bisogna darsi da fare, scendere in strada, farsi sentire, partecipare, discutere e mettersi insieme, organizzarsi mettendo ciascuno qualcosa per ottenere molto tutti insieme, anche – ma non solo – in una campagna elettorale.

In un paese sottomesso ai “trattati” e alle scelte dei vertici dell’Unione Europea, nessun partito può realizzare nessuno di questi obiettivi. Neanche se ottiene il 70% dei voti da solo. A meno che non decida di far saltare le regole imposte dai diktat e dai vincoli esterni.

Torniamo a ripeterlo. Questo non è un programma “elettorale”, questo è un programma di lotta per salvare la gente che lavora o è rimasta senza lavoro o che è diventata povera anche lavorando, e dunque anche per salvare il paese, in declino quasi verticale da oltre venti anni.

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Europeismo e sovranismo, due facce della stessa falsa medaglia

La politica malata è dominata da parole malate. Riforma è una parola che ha rovesciato il suo significato sociale. Nata come momento della marcia verso il progresso sociale, ora è diventata la realizzazione dei programmi socialmente devastanti del liberismo. “Più riforme”, chiedono UE e FMI e lavoratori e poveri sanno che esse saranno contro di loro.

Anche sinistra è una parola malata. Non per i suoi valori storici di eguaglianza e giustizia, ma per la pratica di chi concretamente la sinistra ha rappresentato. E persino la parola umanitario ha visto il suo significato ferocemente ribaltato nel suo mostruoso opposto della “guerra umanitaria”. E umanitari sono gli accordi europei coi tagliagole libici per fermare i migranti prima del mare.

È in questo mare di significati rovesciati che la destra reazionaria e fascista ha potuto risorgere in Europa usando come arma fondamentale la denuncia della ipocrisia dominante: “siete feroci anche voi, ma vi travestite da buoni, questo vi impedisce di fare bene il lavoro necessario”. Così la destra accumula consenso e finisce per sottomettere anche chi si dichiara “né di destra né di sinistra”, cioè chi usa i significati falsi per giustificare il suo non scegliere tra quelli veri.

Ora due nuove parole malate si preparano a dominare il confronto politico in vista delle elezioni europee: europeismo e sovranismo, fieramente contrapposti.

Gli “europeisti” sbandierano la democrazia, la libertà e la pace di settanta anni, vantandoli come successi incontrovertibili dell’Unione Europea. I “sovranisti” a loro volta contesta(va)no la UE nel nome della sovranità dei popoli, messa in gabbia da un potere burocratico e autoritario sovranazionale.

La realtà è che entrambe le parole coprono una montagna di menzogne. La democrazia e la libertà dei popoli europei sono false, se un sistema di regole liberiste e autoritarie impone ad ogni paese la sua forma nazionale di distruzione dei diritti del lavoro e dello stato sociale, cioè delle conquiste europee più avanzate che le classi dominanti del continente vogliono cancellare.

Quanto alla pace, in Europa in realtà essa è stata messa in discussione appena nata la UE, all’inizio degli anni '90, con la guerra in Jugoslavia. E da allora la UE, forte di un rapporto sempre più stretto con la NATO, ha delocalizzato a sud e a est le guerre come le fabbriche. Partecipando a tutte le guerre nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, nell’Est Europa. Dove la nuova guerra fredda contro la Russia ha portato a quella calda in Ucraina. Dove la UE antifascista sostiene un governo di cui fanno parte riconosciuta ed integrante forze dichiaratamente neonaziste.

Il “sovranismo” si afferma come reazione alle promesse mancate e alla ipocrisia dell’“europeismo”, ma rivela subito la propria menzogna. Esso non è il raggiungimento di una maggiore indipendenza e democrazia popolare, ma solo una diversa forma di subordinazione del popolo alle regole di sempre. Il principio fondamentale del “sovranismo” è prima gli italiani, gli ungheresi, i francesi, i tedeschi e così via.

Con questo prima, il “sovranismo” riconosce l’inevitabilità delle politiche di rigore e austerità della UE e per questo pretende la selezione sociale tra chi è popolo e chi non lo è. “I soldi non ci sono per tutti, quindi prima il nostro popolo”, quello vero senza migranti, poveri, fannulloni, mestatori sociali, antipatrioti, comunisti, ecc. Ogni “sovranista” allunga la catena degli esclusi a secondo dei gusti e delle circostanze.

Il popolo dei “sovranisti” non è la nazione della rivoluzione francese, non è la cittadinanza che lotta per l’eguaglianza, ma un popolo etnico selezionato. Il “sovranismo” promette al suo popolo di cambiare la UE, ma appena va al governo ne accetta tutte le regole liberiste fondamentali, chiude i porti ai migranti e fa a gara per aprirsi ai capitali. Più soldi, meno persone con gli stessi diritti. Il “sovranismo” è tutto qui.

Europeismo e sovranismo oggi sono la finta alternativa della politica europea. Essi sono due forme diverse dello stessa ideologia del libero mercato ed esprimono entrambi nazionalismo, o più in grande o più in piccolo. E alla fine propongono le stesse cose: cambiare la UE dall’interno, nuove regole che la rendano più vicina ai popoli, finirla con le politiche di austerità. E al di là delle parole, verso i migranti fanno la stessa politica criminale.

La recente conversione di Le Pen e Salvini all’“europeismo” dimostra quanto i due fronti siano vicini e amalgamabili. “Europeismo” e “sovranismo” sono le due spalle sulle quali si regge il potere delle classi dominanti, oggi si dice élite. Élite che possono spostare l’equilibrio del potere su una spalla o sull’altra, a seconda delle circostanze, pur di conservarlo ben saldo.

“Europeismo” e “sovranismo” oggi sono due menzogne che mandano lampi di verità solo nelle reciproche accuse. “Europeismo” e “sovranismo” si scontreranno fieramente nella campagna elettorale europea e poi si metteranno d’accordo come hanno già fatto in Austria.

Chi crede che siano possibili un europeismo o un sovranismo di sinistra, si condanna alla subalternità e alla inutilità. Una sinistra vera, cioè socialista, comunista, anticapitalista, popolare, che voglia ricostruirsi oltre le macerie di quella finta, deve preventivamente rompere con europeismo e sovranismo.

La UE è un sistema di potere ingiusto e sbagliato che bisogna abbattere, mentre “europeismo” e “sovranismo” – quel sistema – vogliono salvarlo e perpetrarlo.

In fondo è una verità semplice; la sinistra vivrà se la capirà, altrimenti sparirà dal continente dove è nata.

Nella foto: il sovranista Kurtz e l’europeista Macron.

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12/12/2018

Europeisti e nazionalisti: le due facce del liberismo

Potere al Popolo! ha recentemente lanciato un invito al dibattito ed al confronto sull’Europa, in vista delle elezioni europee del 2019. Accogliamo l’invito e pubblichiamo il nostro primo contributo sul tema.

Il dibattito politico è costruito sulla retorica, in particolare sulle figure retoriche. Una di queste è la cosiddetta “falsa dicotomia”: si riduce il discorso politico a due alternative, reciprocamente esclusive e, contemporaneamente, onnicomprensive. Per circa un ventennio, in Italia, le alternative del discorso politico sono state rappresentate dal centrosinistra e dal berlusconismo. I tempi, però, cambiano, e la falsa dicotomia più in voga di questi tempi è senz’altro quella che contrappone europeisti e nazionalisti.

Gli europeisti, siano essi uomini politici o semplici cittadini, di fronte alle critiche all’Unione Europea, ai Trattati e all’austerità, agitano lo spauracchio del ritorno al nazionalismo. Sì, certo, si può criticare l’intransigenza della Commissione Europea, si possono chiedere “margini di flessibilità”, ci si può mettere alla ricerca di un’Altra Europa (con Tsipras o con Varoufakis – più o meno), ma se non si considera il processo di integrazione economica europea come un luminoso esempio di progresso dell’umanità, si viene immediatamente relegati nel girone infernale dei nazionalisti, dei barbari feticisti dei confini, dei bacchettoni fustigatori dell’Erasmus. In una sola, terribile, parola: dei “sovranisti”.

D’altra parte, molti tra i critici dell’integrazione europea, anche a sinistra, non riescono a mettere in discussione i dogmi dell’austerità senza cadere nella tentazione di dipingere il ritorno alla sovranità dello Stato nazionale come la panacea di tutti i mali. Questo si può declinare in varie tonalità, dal nazionalismo puro e semplice a posizioni apparentemente più sfumate. Spesso, in ogni caso, questa visione sfocia in un atteggiamento di chiusura verso le migrazioni dai paesi africani, con motivazioni che vanno dal famigerato piano Kalergi a capolavori di ipocrisia quali “sarebbe giusto aiutarvi, ma siamo già troppi, contribuite a ridurre i salari, quindi chiudiamo le frontiere e aiutatevi a casa vostra”.

Questa dicotomia, lo dicevamo in apertura, è pura retorica. Si può criticare l’Europa senza essere nazionalisti e si può rifiutare il nazionalismo senza essere austeri e plutocratici turbocapitalisti edonisticamente sorosiani. Lo si può fare quando si ha ben chiaro in mente che la divisione che conta, oggi come centocinquant’anni fa, è quella di classe: tra sfruttati e sfruttatori. Se si dimentica che, al di sotto delle manifestazioni esteriori, cova tale conflitto, i risultati possono essere disastrosi: un elettorato polarizzato tra l’accettazione acritica (o fintamente critica) dell’austerità, alimentata dallo spauracchio dello spread, e la chiusura reazionaria, poliziesca e razzista.

Avendo ben in mente, invece, le divisioni che contano, si può cercare di smontare il meccanismo della falsa contrapposizione tra nazionalisti ed europeisti. Si può far notare che l’opposizione alle politiche di austerità, disoccupazione e contenimento salariale insite nell’architettura economico-finanziaria europea, non comporta necessariamente l’adesione alla visione della chiusura dei confini come una soluzione. E, allo stesso tempo, è possibile affermare che il ripudio del nazionalismo fine a sé stesso e della chiusura delle frontiere non implica affatto l’accettazione delle politiche di austerità e dell’apertura incondizionata dei mercati dei capitali, alla ricerca dei Paesi con i salari più bassi e i diritti dei lavoratori più evanescenti. Così facendo, è possibile liberarsi da un dibattito spesso inutile e cervellotico su quale possa essere la dimensione ‘ideale’ nella quale la lotta per l’emancipazione dei lavoratori si debba estrinsecare, spostando l’attenzione sulla dimensione ‘reale’ nella quale esercitare il conflitto. Da un lato appare evidente come l’architettura istituzionale europea sia costruita per depoliticizzare e sterilizzare la dialettica tra classi, per espropriare la stragrande maggioranza della popolazione anche solo della possibilità di incidere e provare a cambiare l’esistente. Dall’altro, la dimensione nazionale – sgombrato il campo dai feticismi che infettano l’analisi di novelli nazionalisti ed amanti delle frontiere – appare, semplicemente, come un perimetro all’interno del quale il potere è oggi perlomeno contendibile.

Con le lenti della lotta di classe, dunque, è facile vedere che la scelta tra europeisti e nazionalisti è, in realtà, la classica scelta su “di che morte morire”. Che la scelta che ci viene posta è quella tra liberismo europeo e liberismo nazionale, tra neoliberismo e neocorporativismo. Vista così, la dicotomia europeismo-nazionalismo perde totalmente di senso perché contrappone due opzioni politiche che condividono una visione di fondo pressoché identica del funzionamento dei rapporti economici: un’idea di società basata sullo sfruttamento che può essere combattuta solo se iniziamo a divincolarci da queste false alternative che paralizzano l’azione strategica. Tanto i nazionalisti quanto gli europeisti negano la contendibilità di quello spazio politico che invece è il principale campo di battaglia, e cioè il luogo dove si conquista il ‘potere di decidere’. I nazionalisti la negano sovrapponendovi i confini dello Stato nazionale: secondo loro basta riappropriarsi della sovranità nazionale per risolvere tutto, come se nello Stato nazionale non si riproponesse tale e quale il problema della lotta per il controllo del potere, il conflitto tra sfruttati e sfruttatori. In realtà, essi condividono lo stesso paradigma economico dei loro apparenti avversari, e lo si nota nella loro arrendevolezza quando si tratta di affrontare davvero l’austerità e il liberismo che stanno macellando le economie dei paesi europei e le classi subalterne. Gli europeisti, dal canto loro, ci vendono la droga della cessione di sovranità promettendoci uno spazio politico nell’aldilà dell’Europa dei popoli che non si realizzerà mai, mentre ci negano ogni spazio politico storicamente dato a botte di direttive, regolamenti, trattati e spread.

L’Italia, sotto questo aspetto, offre un punto di vista privilegiato sul tema. La principale forza politica nazionalista – la Lega di Salvini – ha conquistato il Governo promettendo di restituire al Paese un briciolo di sovranità per poi continuare a praticare le politiche di austerità dei precedenti governi, rigorosamente europeisti, che ci hanno condotto al disastro sociale che ci ritroviamo davanti. Questa continuità di politiche che stiamo sperimentando sulla nostra pelle dimostra, una volta per tutte, che dietro alla falsa contrapposizione tra europeisti e nazionalisti continua a regnare sovrana (è proprio il caso di dirlo) l’austerità, la povertà diventa sempre di più un reato da perseguire o, al massimo, da curare con l’elemosina di Stato del reddito di cittadinanza o con una versione di prova di quota 100, mentre gli spazi sociali sono considerati angolini da ripulire. Con tanti saluti a chi sosteneva che bisognava turarsi il naso e che questo Governo avrebbe fatto qualcosa di buono per i lavoratori!

Diventa indispensabile spezzare le catene mentali imposte da questo modo di dipingere la realtà, che ha l’obiettivo di nascondere le vere linee di frattura che caratterizzano l’attuale assetto dei rapporti di forza tra le classi. In questo modo, diventa più facile dire, senza ambiguità, che l’Unione Europea è una trappola mortale per i lavoratori e, contemporaneamente, che il puro e semplice ritorno alla sovranità degli Stati senza lotta di classe non porta a nulla. Lo sforzo potrà essere titanico, in quanto le parole d’ordine di europeisti e nazionalisti sono molto più semplici. Eppure, è uno sforzo che va fatto, perché soltanto sgombrando il campo dalle finte contrapposizioni, si potrà portare in piena luce il più semplice, concreto e lineare dei discorsi, ovvero quello della contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati.

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05/04/2018

Sovranismo contro europeismo, la nuova frattura della politica europea

Scrive Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore di domenica 1 aprile: «l’esito delle elezioni del 4 marzo ha portato a compimento una crisi politica iniziata il 16 novembre 2011 (quando si insediò il governo Monti). La nascita del governo Monti non fu dovuta ad un colpo di Stato contro il precedente governo Berlusconi, ma alla irresistibile pressione sulla politica interna di fattori esterni. [...] Quella data mostrò in modo inconfutabile che l’Italia (al pari degli altri paesi europei) non disponeva più dell’autonomia per decidere le proprie politiche di bilancio sulla base dei propri processi elettorali». 

Secondo l’editorialista del Sole, da quel momento (simbolico) lo scenario politico europeo si restringe inevitabilmente a due sole opzioni fondamentali: chi rifiuta l’interdipendenza europea e chi invece la promuove, seppure nelle forme volte a migliorarla preservandone alcuni margini d’autonomia. Di qui il processo politico che porterà sempre più alla configurazione di due macro poli, quello “sovranista” e quello “europeista”: «la frattura che nasce dall’interdipendenza del XXI secolo sta oscurando quella nata dall’industrializzazione del XIX secolo. Di qui le trasformazioni dei sistemi di partito».

Questo fatto è un’evidenza segnalata da anni da una lettura materialista dei fenomeni politici. Eppure, è un’evidenza che sta di fatto stritolando l’estrema sinistra occidentale. Questo terreno, imposto dall’accelerazione europeista, è naturalmente più favorevole alle destre che alle sinistre: nella difesa delle prerogative nazionali nessuna sinistra riuscirà a battere l’immediatezza della coerenza reazionaria. Per quanto ci si possa sforzare, fino a quando la lotta allo status quo verrà fatta in nome dello status quo ante, lavoreremo al rafforzamento di un immaginario regressivo impossibile da recuperare coi nostri cavilli ideologici, visto che la nostra proiezione nel mondo si fonda esattamente sulla critica al passato e non sul recupero dello stesso.

Allo stesso tempo, continuare a confondere europeismo con internazionalismo contribuirà alla marginalizzazione delle sinistre, perché di fatto accomunate al polo europeista. Una percezione illustrata bene dal portavoce macroniano Shahin Vallée che, in un impeto di sincerità, ha il coraggio di dire le cose come stanno: tra Macron, Grillo e Varoufakis esistono molti più punti in comune che tra gli stessi e Le Pen o Salvini. I primi appartenenti al polo europeista, i secondi al polo sovranista. Per quanto eterogenei al proprio interno, sfaccettati e in competizione vicendevole, ambedue gli schieramenti sono cementati dal fattore Ue. Un processo di questo tipo stritola le sinistre. Eppure, è uno sviluppo che sta avvenendo a prescindere da queste. Detto altrimenti, non è la cedevolezza di queste ultime a plasmare uno scenario regressivo di questo tipo, ma esattamente il contrario: è lo schiacciamento politico di ogni questione dirimente attorno all’appoggio o alla resistenza alla Ue che ha provocato l’espulsione delle sinistre dalla società politica.

Insomma, va presa una posizione, inutile continuare a girarci intorno. Ma questa, in assenza di concrete lotte di classe entro cui affinarla e farla vivere nella sua forma inevitabilmente spuria imposta dalla realtà, persisterà confinata nell’ideologia, un terreno non proprio favorevole alle sinistre di questi tempi. Bisogna attrezzarsi, ma in assenza di clamorosi rivolgimenti del quadro economico o politico, l’attuale condizione di sospensione della storia (per noi) rimarrà lo scenario più probabile nel futuro prossimo. Insomma, aveva ragione Lenin: «dateci un’organizzazione di rivoluzionari e capovolgeremo la Russia». Ma senza Prima guerra mondiale difficilmente ci sarebbe stato alcun capovolgimento, anche con l’organizzazione di rivoluzionari.

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