Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/09/2025
Il governo Meloni prepara un altro ricatto ai lavoratori
I punti fermi, per ora, sono quelli dell’austerità unioneuropeista, condivisa in tutto e per tutto dal centrodestra. Come da decenni a questa parte, ciò significa ridurre la spesa sociale (ovviamente, per far posto ad altre spese inutili per le classi popolari, come quelle per la guerra) e smantellare quel poco che è rimasto dei pilastri pubblici della previdenza.
Ad esempio, rafforzando quella complementare. E il tutto avviene tramite un ricatto sottile, ma molto evidente: siccome le pensioni, col passaggio definitivo al sistema contributivo in un paese di precarietà e salari da fame, avranno livelli assolutamente insufficienti per la sopravvivenza dei pensionati, allora dovranno essere dirottate altre prestazioni per garantire trasferimenti al limite del dignitoso.
Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha in mente di destinare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) a una sorta di integrazione dell’assegno, per raggiungere la soglia minima per legge, e poter magari andare in pensione leggermente prima. La ministra Calderone, invece, predilige l’utilizzo del TFR per far aderire gli attuali lavoratori ai fondi pensione complementari.
Già oggi è possibile stornare i fondi della ‘liquidazione’ per incrementare l’importo della pensione futura, ma la realtà è che in Italia lo sviluppo della previdenza complementare ha sempre faticato a decollare. I lavoratori, giustamente, non vogliono scambiare un diritto per un altro, e conoscono bene i pericoli di queste forme integrative.
La ministra ha già promesso che ne parlerà coi sindacati, ma qui c’è un altro problema. Alcuni di questi fondi, quelli cosiddetti ‘negoziali’, sono gestiti proprio da alcune organizzazioni dei lavoratori, il che chiaramente potrebbe spingerle all’assenso verso una riforma del genere. Mentre molti altri sono sostanzialmente fondi privati, che reinvestono il frutto del lavoro nel mercato finanziario.
Questa mossa sarebbe uno strumento ulteriore per garantire alla finanza l’afflusso di nuove risorse, in questa fase di crisi, ma legherebbe anche i risparmi previdenziali di milioni di lavoratori all’andamento delle borse. Non una prospettiva di solide garanzie per chi vive della propria fatica giornaliera, ma sappiamo bene che di questo le classi dirigenti non si preoccupano.
Sul piatto rimangono anche altre questioni spinose. L’uscita anticipata dal mondo del lavoro per chi svolge lavori usuranti, gli effetti della Legge Fornero che porterà l’età pensionabile a 67 anni e 3 mesi nel 2027, Opzione Donna. Chissà quali altri giochi di bilancio si inventerà il governo, togliendo quello che è già dei lavoratori per tappare altri buchi.
Fonte
01/02/2025
Italia - Non c'è tregua per le pensioni
Per le pensioni italiane, si sa, non vi è mai tregua. Non pago degli interventi restrittivi già delineati in autunno, e nei due anni precedenti della legislatura, il governo Meloni, nel pieno delle feste natalizie, ha inserito in extremis nella legge di bilancio l’ennesimo tassello del feroce accanimento contro il sistema previdenziale pubblico.
E così, insieme al rinnovo dei tagli alle percentuali di indicizzazione all’inflazione e all’allungamento delle finestre di attesa per l’accesso alla pensione anticipata, entra in scena, come un colpo contro la Croce Rossa, l’inasprimento dei requisiti di accesso alla pensione anticipata puramente contributiva.
Vediamo, in primo luogo, a quale forma di pensione stiamo facendo riferimento. Nel ginepraio della normativa previdenziale italiana, tra le varie strade alternative, sempre più depotenziate e marginalizzate, rispetto a quella “standard” costituita dalla pensione di vecchiaia a 67 anni, vi è, in vigore dalla Riforma Fornero del 2012, la possibilità, per chi abbia iniziato a versare contributi dal 1996 (ovvero con il solo sistema contributivo) di andare in pensione a 64 anni con almeno 20 anni di contributi e con un primo assegno pensionistico pari almeno a un certo multiplo dell’importo mensile dell’assegno sociale. Si tratta di un’opzione che nei primi anni dopo la sua definizione ebbe scarsissima adesione poiché con solo 20 anni di contributi il sistema contributivo conduce ad una rendita pensionistica bassissima e solo in pochi potevano contare su un primo assegno pari, all’epoca, a 2,8 volte l’assegno sociale. Ricordiamo, infatti, che la pensione, nel sistema contributivo, è funzione dei contributi versati lungo tutta la vita lavorativa dell’individuo. Rispetto al sistema previgente, ovvero quello retributivo (che prevedeva che la pensione fosse commisurata allaretribuzione degli ultimi anni di carriera lavorativa), il sistema contributivo dà vita a pensioni più basse.
Con il trascorrere degli anni la platea dei potenziali beneficiari dell’anticipata totalmente contributiva si è lentamente allargata e si allargherà sempre più nei prossimi anni. Ad oggi, chi abbia iniziato a versare i contributi nel 1996 avrebbe totalizzato 29 anni di contribuzione. Di fronte ad un’opzione che, seppur molto penalizzante dal punto di vista economico – a causa dei meccanismi impliciti del sistema contributivo – potrebbe diventare nell’immediato futuro appetibile e sostenibile per qualcuno, il governo che fa? Ne riduce accuratamente il perimetro con un doppio provvedimento a tenaglia.
1. Aumenta la soglia minima per l’accesso all’opzione che da 2,8 volte l’assegno sociale passerà da quest’anno a 3 volte, ovvero circa 1720 euro al mese. Un requisito inspiegabile se non come forma punitiva dei più poveri ai quali viene preclusa a priori l’adesione a questa possibilità.
2. Aumenta da 20 a 25 per il 2025 e a 30 a decorrere dal 2030 il numero minimo di anni di contribuzione necessari per accedere a questa forma di pensionamento.
Pian piano, insomma, si va a neutralizzare uno strumento evidentemente concepito come transitorio con l’idea di portarlo ad esaurimento nel corso dei prossimi anni lasciando in campo soltanto i due pilastri della pensione di vecchiaia (ad oggi 67 anni e 20 anni di contributi, più un importo minimo di pensione pari all’assegno sociale per chi ha iniziato a versare dal 1996) e di quella anticipata priva di requisiti anagrafici (ad oggi 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne).
La previdenza complementare per andare in pensione prima: non flessibilità, ma lusso per pochi
Vi è inoltre un altro dettaglio interessante sulla vicenda. Alle suddette restrizioni il governo ha accompagnato un’ulteriore misura presentata come favorevole per i lavoratori: la possibilità di unire ai fini del raggiungimento dell’importo minimo necessario per accedere alla pensione anticipata contributiva, le eventuali somme di denaro destinate alla previdenza complementare.
Questa possibilità, presentata come un generoso ampliamento dei margini di libertà del lavoratore, è, in primo luogo, una scelta accessibile a pochissimi. Non a caso, la relazione tecnica della manovra quantifica in 100 (destinati a diventare, nei prossimi anni, ben 600) il numero di persone potenzialmente interessate. Questo perché la previdenza complementare è un lusso che soltanto pochi lavoratori possono permettersi: solo coloro che riescono a risparmiare abbastanza da alimentare in maniera significativa il loro conto contributivo volontario.
E questo ci permette di affrontare un altro punto: la natura profondamente discriminatoria della misura. La pensione complementare, da sempre, è appannaggio dei pochi fortunati che possono permettersela. E la discriminazione non è solo reddituale, perché se si guarda alla composizione sociodemografica della platea degli iscritti, sono prevalenti gli uomini (62% del totale), gli iscritti del Nord (57,1%) e i lavoratori con più di 35 anni (oltre l’80%). In altri termini, a essere meno presenti sono le donne, i lavoratori del Mezzogiorno e i giovani. Esattamente le categorie più deboli nel mercato del lavoro. Questi dati sono tratti dalla Relazione COVIP (la Commissione di Vigilanza sui fondi pensione) per il 2023, ma sono la conferma di ciò che si registra anno dopo anno nelle relazioni di tale organismo.
E i dati COVIP ci dicono anche che spesso e volentieri (specialmente quando il periodo interessato è toccato da turbolenze finanziarie, e dunque la necessità di protezione è maggiore) i rendimenti dei fondi pensione sono stati inferiori a quelli del TFR; e, di conseguenza, è ancora più immorale il fatto che la convenienza per i lavoratori venga forzata attraverso incentivi fiscali: attraverso tali incentivi, si utilizzano risorse a carico della fiscalità generale (e a vantaggio solo di alcuni) per favorire l’afflusso di fondi a un settore privato che, come si è detto, è meno “conveniente”.
L’assalto (l’ennesimo) al TFR
La trovata del governo nasconde in verità i termini di una grossa partita che va avanti da quasi vent’anni attorno al sistema previdenziale italiano e, in forme simili, degli altri paesi europei.
Proprio vent’anni fa, nel contesto della graduale restrizione dei diritti pensionistici, il decreto legislativo 252/2005 riformò la disciplina delle forme di previdenza complementare, già introdotte dalla legge 421/1992, prevedendo, tra le altre cose, la possibilità per i lavoratori di devolvere il TFR presso fondi pensione negoziali o privati anziché lasciarlo, come tradizionalmente era sempre avvenuto, in azienda. Secondo quella norma la scelta del versamento del TFR in azienda era modificabile in qualunque momento mentre il versamento del TFR maturando in un fondo pensione rappresentava una scelta irreversibile.
Nel 2007 il governo Prodi introdusse la disciplina del silenzio-assenso, per la quale in assenza di un’esplicita preferenza espressa sulla destinazione del TFR, quest’ultimo sarebbe stato convogliato irreversibilmente nei fondi pensioni. Da allora i neoassunti nei primi sei mesi del rapporto di lavoro devono stabilire la destinazione del proprio TFR e in caso di silenzio la scelta ricade automaticamente sui fondi pensione.
Malgrado questo e malgrado gli ingenti vantaggi fiscali di cui gode la previdenza complementare oggi soltanto un terzo dei lavoratori ha optato (esplicitamente o passivamente) per destinare il proprio TFR ai fondi pensioni, mentre il resto dei due terzi ha optato per lasciarlo in azienda. Quest’ultima opzione nel concreto implica due possibili esiti. Per le imprese medio-piccole con meno di 50 dipendenti il TFR resta nelle casse aziendali fornendo a queste ultime utile liquidità, mentre per le grandi aziende (oltre i 50 dipendenti) si ha un accantonamento presso un Fondo di Tesoreria INPS e tale liquidità diventa dunque fruibile dall’ente per la spesa previdenziale corrente.
Qualora invece venga scelta (attivamente o passivamente) la destinazione presso i fondi pensione si apre un ventaglio di diverse ipotesi che includono, nell’essenziale, l’esistenza di fondi chiusi negoziali gestiti dalle parti sindacali e senza scopo di lucro e fondi aperti di natura privata con scopo di lucro. In entrambi i casi i soldi dei lavoratori vengono investiti nella sfera finanziaria con prospettive di rendimento molto variabili, senza alcuna garanzia di mantenimento del valore reale del capitale investito. Il TFR in azienda (o presso la Tesoreria INPS) viene invece automaticamente rivalutato al 75% dell’inflazione più un 1,5% costante.
Malgrado gli evidenti rischi della previdenza complementare, da vent’anni si avvicendano campagne di promozione di quello che viene definito un irrinunciabile pilastro del sistema pensionistico alimentate dalle sirene sull’ineluttabile inadeguatezza della previdenza pubblica. Contestualmente è stata plasmata una legislazione costruita ad arte per incentivare o forzare milioni di lavoratori ad aderirvi. Milioni e milioni di euro dei lavoratori dirottati verso la speculazione finanziaria.
Malgrado tutto questo la previdenza complementare, sebbene in crescita, fatica a decollare davvero. Ed ecco che i governi di turno si affannano a rinnovare ogni tipo di strumento per favorirla ad ogni costo.
È in questo contesto che va inquadrata la norma che consentirebbe ai lavoratori di cumulare le quote di pensione integrativa ai fini del raggiungimento del valore minimo (3 volte l’assegno sociale) per accedere alla pensione contributiva anticipata.
Ed è in questo stesso contesto che si inquadra anche un altro recentissimo tema di discussione ruotante attorno ad una doppia possibile proposta discussa negli scorsi mesi e rieditata negli ultimi giorni nuovamente volta a convincere o obbligare i riottosi lavoratori a dirottare il proprio TFR verso i fondi pensione.
Una prima proposta caldeggiata dalla Lega in autunno (ed ora, sembra, provvisoriamente accantonata) consisterebbe nell’obbligare i lavoratori a versare il 25% del TFR ai fondi pensione complementari. Una proposta diretta e senza fronzoli che ha suscitato qualche perplessità nello stesso governo. Ne è seguita una seconda proposta, sembra di maggior successo, caldeggiata in particolare da Fratelli d’Italia: una riedizione nel 2025 del semestre di silenzio-assenso già sperimentato nel 2007, in cui non soltanto i neoassunti (come già avviene oggi per i primi sei mesi di un nuovo contratto), ma tutti i lavoratori sarebbero messi di fronte alla ridiscussione della scelta sulla destinazione del proprio TFR. In caso non dovessero esprimere alcuna scelta, le proprie quote di TFR d’ora in avanti andrebbero automaticamente e irreversibilmente nei fondi pensione. E questo varrebbe anche per chi finora ha esplicitamente optato per il TFR in azienda.
Dal momento che la legislazione di oggi già consente di transitare volontariamente dalla strada del TFR in azienda alla strada dei fondi pensione (ed impedisce invece il percorso inverso), è più che evidente l’intento manipolatorio della misura: catturare nelle maglie della previdenza complementare centinaia di migliaia di lavoratori “distratti” che nei sei mesi suddetti non dovessero esplicitamente dichiarare la loro opzione vuoi per inerzia vuoi per scarsa informazione. Un trucchetto che ebbe buon gioco nel 2007 per tutti i lavoratori e che per i neoassunti ha continuato a funzionare continuativamente portando nel periodo 2007-2023 ben 609.000 lavoratori (dati tratti dalla già citata relazione COVIP relativa al 2023) nelle braccia della previdenza complementare attraverso un’adesione tacita. Non proprio un esercizio dignitoso di democrazia partecipativa.
La stessa relazione COVIP ci informa, tuttavia, che al 2023 solo il 36,9% dei lavoratori italiani (dipendenti e autonomi) risulta iscritto a qualche forma di previdenza complementare e solo il 26,7% ha versato contributi volontari (oltre alle quote TFR) nel corso del 2023. È evidente che le politiche di forsennata incentivazione portate avanti tramite meccanismi truffa e incentivi fiscali di dubbia costituzionalità che discriminano i trattamenti previdenziali pubblici rispetto a quelli privati hanno funzionato soltanto in parte. Vi è ancora un’enorme quota di lavoratori e lavoratrici che di previdenza complementare non vuole saperne. Ed ecco allora rientrare in gioco trucchi, trucchetti e meccanismi volti a ingrossare la quota di redditi da lavoro da destinare alla speculazione finanziaria privata.
La partita delle pensioni, ancora una volta, vede operare alacremente gli smantellatori di professione dello Stato sociale e del ruolo dello Stato nell’economia a favore degli interessi di banche, assicurazioni e fondi di investimento. A fronte di questo scempio programmato da decenni occorre rilanciare con forza il sistema pensionistico pubblico garantendo pensioni adeguate a lavoratori e lavoratrici del futuro.
17/12/2015
Fondi pensione: il sindacato non si trasformi in piazzista della previdenza integrativa
La lista dei fondi è sterminata, si è partiti con il settore privato per sbarcare o “sbancare” – scegliete voi – nel pubblico impiego.
I fondi pensione vengono venduti facendo leva sulla preoccupazione e paura dei lavoratori che timorosi – e a ragione – di una futura pensione la cui entità si aggirerà sul 60 – 70% del netto dello stipendio nei casi più rosei, fino a toccare punte – sarebbe più giusto parlare di abissi – del 44% del netto dello stipendio, sperano di ottenere un'integrazione che possa recuperare il potere di acquisto della propria pensione. In poche parole, la speranza dei lavoratori (forse sarebbe meglio parlare di necessità) è di ottenere al termine della vita lavorativa una pensione dignitosa.
Il Sindacato, dal canto suo, invece di mobilitare lavoratori e lavoratrici per abbassare l'età pensionabile e accrescere il potere di acquisto delle future pensioni si trasforma in piazzista della previdenza integrativa
A scanso di equivoci, non si tratta solo di una questione economica ma anche di un problema etico, se pensiamo che dietro la previdenza integrativa si cela la speculazione finanziaria che sottrae sempre più risorse agli investimenti nella ricerca, nell'industria. E' ormai pacifico come la speculazione finanziaria abbia mandato in fumo non solo i risparmi di tanti cittadini ma sia alla base della crisi del sistema capitalistico, una crisi che sta distruggendo il settore pubblico. Si pensi alle migliaia di posti di lavoro perduti in Italia per effetto del mancato turn-over, ai precari cacciati dalla Pubblica amministrazione e agli effetti della spending review sui servizi socio sanitari.
In questo scenario, i sindacati confederali perorano la causa della previdenza integrativa soprattutto in presenza del fatto che il datore di lavoro darà un contributo aggiuntivo dell’1% della retribuzione utile al calcolo del tfr, dimenticandosi che proprio con le ultime manovre la tassazione sugli stessi è aumentata. Non trascuriamo però che gli stessi sindacati sono coloro che siedono nei comitati di gestione dei fondi e dagli stessi traggono un potere notevole, il tutto a discapito di un ruolo conflittuale che dovrebbe rimettere al primo posto la difesa del potere di acquisto di salari e pensioni.
Queste criticità appena accennate potrebbero essere sufficienti a mettere in discussione il sistema dei fondi pensione, rifiutato per altro dall'80% della forza lavoro, senza dimenticare che la maggiore redditività sbandierata dai sostenitori della previdenza integrativa dipende dall'andamento dei mercati, insomma dalla speculazione finanziaria, ricordando che il rendimento netto garantito dal tfr è stato fino ad oggi più alto (chi poi aderisce ai fondi non può fare marcia indietro).
Cobas Pubblico Impiego Pisa
www.cobaspisa.it
12 dicembre 2015
Fonte
12/09/2015
Tfr in busta paga: una fregatura che non ha convinto nessuno
Bene. Ora ci sono le cifre, rese note dall'associazione dei consulenti del lavoro. E fanno ben sperare nella capacità di giudizio dei “subordinati”: soltanto lo 0,83% ha infatti chiesto di farsi accreditare in busta paga, mensilmente, anche il tfr.
Inequivocabile la motivazione addotta da tutti gli intervistati: la tassazione prevista – ordinaria, con l'aliquota Irpef che in molti casi si innalzava con l'aumentare “formale” dello stipendio netto – è troppo penalizzante. In altri termini, ci si rimette troppo, addirittura il 62% invece del normale 23.
Se ne ricava la conclusione che quanti l'hanno comunque chiesta sono ridotti davvero in pessime condizioni, tanto da preferire il pessimo detto “pochi, maledetti e subito”, pur di arrivare con meno affanni a fine mese.
Al contrario, cresce considerevolmente la percentuale di dipendenti che richiede anticipazioni del tfr già maturato per affrontare spese consistenti e impreviste, o semplicemente necessarie (spese mediche, cambio auto, acquisto della casa, ecc.): ben il 27% in più.
Facile capire il perché. In questo caso, infatti, l'anticipazione avviene con tassazione “separata”, secondo la normativa prevista normalmente per il tfr.
Conclusione: il governo Renzi spara propaganda senza riscontri.
Fonte
01/06/2015
Tfr in busta paga. Un flop che fa sperare
Era una delle non molte misure che Renzi, o meglio lo staff che lo dirige, avevano escogitato per mettere subito un po' di soldi in tasca ai lavoratori dipendenti e dar loro quindi l'impressione che il governo faceva "aumentare i salari". Come per gli 80 euro, insomma, anche se quella piccola cifra - come quest'ultima - veniva immediatamente recuperata con gli interessi da una lunghissima serie di aumenti (prelievi Irpef regionali o comunali, ecc).
L'operazione Tfr in busta paga al momento ha raccolto l'adesione di meno dello 0,1% dei lavoratori: il calcolo arriva dalla Fondazione consulenti del lavoro. Su circa un milione di retribuzioni esaminate solo 567 dipendenti hanno chiesto all'azienda l'anticipo. E dire che la norma è entrata in vigore ad aprile, dando questa facoltà e bloccandola per almeno tre anni.
Era una norma con molti trucchi. Il principale lo abbiamo già detto (prendi subito pochi soldi che ti saranno utili più in là tutti insieme), perché sono sempre gli stessi soldi tuoi e non un aumento del reddito. Il secondo era anche più sottile e meno visibile, per chi non è molto esperto di contabilità. Il prelievo fiscale sull'anticipo è infatti a tassazione ordinaria; quindi è conveniente solo per le fasce più basse di reddito, e nemmeno tanto, perché anche quei pochi spiccioli in più rischiano di farti "salire nello scaglione successivo", e quindi subire una tassazione Irpef molto più pesante in percentuale.
La norma propagandata insomma come "più soldi in busta paga" è in realtà - come sempre, con Renzi - una fregatura per toglierti ancora una fetta di reddito. Solo che nello scambio tra più spiccioli subito, ma anche più tassazione subito, poteva passare inosservata. Così non è stato e quasi tutti (meno dello 0,1%) l'hanno capito.
Quei pochi spiccioli individuali valgono infatti, sul complesso dei lavoratori dipendenti italiani circa 20 miliardi l'anno. Si comprende perciò facilmente come anche un modesto aumento della tassazione individuale possa far confluire dalle tasche dei lavoratori a quella dello Stato cifre considerevoli; alcuni miliardi.
Il governo-truffatore ci aveva sperato proprio tanto. Nella relazione tecnica della legge di stabilità il governo aveva ipotizzato che a regime, la norma potesse interessare circa il 40-50% dei lavoratori destinatari dell'operazione. Proprio in questi giorni - spiegano i consulenti - "sono partite le elaborazioni degli stipendi di maggio 2015 da parte dei Consulenti del Lavoro su 7 milioni di dipendenti e oltre 1 milione di aziende. In questa prima fase sono stati analizzati i dati delle grandi aziende (che mediamente occupano più di 500 dipendenti) e nei prossimi giorni l'analisi si sposterà sulle micro imprese. Dopo questa prima fase di elaborazione di quasi un milione di stipendi il risultato sulla liquidazione in busta paga del Tfr riguarda solo 567 lavoratori, ossia circa lo 0,05%".
Il 25% dei pochissimi richiedenti ha redditi fino a 20.000 euro, il 50% fino a 30.000 euro mentre appena il 6,25% lo ha chiesto avendo redditi superiori a 40.000 euro annui. Solo il 10% di coloro che hanno chiesto l'anticipo ha tolto il Tfr da un fondo pensione. Niente da dire: siamo tutti capaci di fare due conti, anche chi, probabilmente, ha bisogno di pochi spiccioli in più ogni giorno.
Da un'intervista a un campione significativo di coloro che hanno deciso di non chiedere l'anticipo emerge che la decisione è stata dettata prevalentemente dalla penalizzazione fiscale (il 60% ha risposto che ha deciso di non chiederlo perché la tassazione ordinaria è troppo penalizzante). Il 16% considera sbagliato togliere il Tfr dal fondo pensione mentre il 20% non ha ancora valutato adeguatamente.
"I consulenti del lavoro all'indomani dell'approvazione dell'operazione 'Tfr in busta paga' - afferma la presidente del Consiglio nazionale, Marina Calderone - avevano preventivato una scarsa adesione. Oggi ne abbiamo la conferma è il dato non ci stupisce. Questo insuccesso è l'ennesima dimostrazione che la politica ha spesso la percezione delle esigenze del mondo del lavoro ma non è in stretto contatto con chi parla tutti i giorni con lavoratori e imprese".
I consulenti del lavoro, va sottolineato, condividevano appieno la logica del governo; semplicemente erano poco fiduciosi nella "struttura tecnica" del provvedimento, specie per quanto riguarda la maggiore tassazione al salire dello stipendio. E infatti si mettono a disposizione del governo stesso per "consulenze" più esperte. Noi invitiamo dunque a diffidarne...
In conclusione. Il flop testimonia di una consapevolezza dei propri interessi che può anche far ben sperare sul piano conflittuale. Ora si tratta di dar corpo, anima, organizzazione adeguata a questa embrionale consapevolezza di "indipendenza" - fondata su interessi concreti, non su opinioni labili - per farla diventare opposizione vincente.
Fonte
22/12/2014
La doppia fregatura sul Tfr: in busta paga e ai fondi previdenziali
La legge di stabilità (la ex "finanziaria") è stata approvata con voto di fiducia notturno al Senato, senza che nemmeno i senatori avessero avuto il tempo di leggere il testo del "maxiemendamento" presentato dallo stesso governo al suo proprio testo. Chi blatera di democrazia dovrebbe pudicamente tacere, quando la legge più importante dello Stato viene fatta passare solo grazie a "peones" senza qualità disposti a dire sì a qualsiasi cosa pur di non perdere la poltrona anzitempo.
Idem per quanto accadrà stasera, stanotte o domani alla Camera.
Il testo è ormai definitivo, il dibattito parlamentare inesistente (scaramucce a beneficio di telecamere a parte), quindi si può esaminare il contenuto. Infinito, naturalmente. Prendiamo perciò per le corna un primo tema perché riguarda i lavoratori dipendenti assunti con qualsiasi formula contrattuale: il tfr (trattamento di fine rapporto o liquidazione).
Questa veneranda istituzione che permette a ogni lavoratore di accantonare un tredicesimo della retribuzione per incamerarla in un solo colpo alla fine del contratto di lavoro viene sottoposta da Renzi e dal suo esperto Padoan a una doppia fregatura.
La prima misura riguarda la possibilità - su base volontaria, dicono; ma quanti possono davvero scegliere sulla base di stipendi miserevoli? - di farsi accreditare mensilmente quella quota in busta paga. Direte voi: meglio pochi maledetti e subito, che problema c'è? Il problema è la tassazione. Se vi fate accreditare il tfr in busta paga è possibile - per una percentuale rilevante di lavoratori è certo - che questo determinerà un "aumento di stipendio" che vi porterà al passare all'aliquota fiscale superiore.
In pratica: vi metteranno (per ipotesi) 100 euro lordi in più, ma ne potreste avere un po' di meno netti. Insomma: se decidete di volerli subito ne avrete anche di meno. Non basta. Anche se decidete di lasciarli dove sono, è stata innalzata dall'11,5 al 17% l'aliquota sulla rivalutazione (la maturazione degli eventuali interessi) del trattamento di fine rapporto. A differenza delle prime ipotesi, il governo al Senato non ha ritoccato questo punto. Sono soldi nostri, preferiscono tenerseli loro.
Seconda fregatura. Ricordate la tutta propaganda fatta per costringerci a sottoscrivere una "previdenza integrativa privata"? La motivazione era chiara: quella pubblica non vi basterà per sopravvivere, quindi vi serve la "seconda gamba". Per facilitarvi la scelta, avevano anche messo una tassazione di favore sul tfr girato ai fondi pensione. Una volta deciso di ritirare la cifra tutta intera o di incassare mensilmente un secondo assegno pensionistico, sareste stati tassati all'11,5%. Un contratto è per sempre, perché non fidarsi?
Perché un governo come questo poteva in qualsiasi momento aumentare la tassazione. E Renzi l'ha fatto: l'aliquota sale al 20%. Con buona pace dei vostri sogni di gloria da pensionati.
Attenzione però: se voi ci perdete, c'è qualcun altro che invece non ci perde nulla. In effetti, un aumento così forte della tassazione (l'8,5% in più) poteva incidere anche sull'appetibilità dei fondi pensione privati. A favore di questi, quindi, Renzi ha deciso che "per compensare" (c'è scritto proprio così...) i fondi privati viene fissato un credito di imposta per un totale massimo di 80 milioni a favore delle Casse previdenziali (del 6%) e Fondi pensione (del 9%).
Questa erogazione (tecnicamente: la possibilità di defalcare una certa quota delle tasse dovute dal fondo privato) è però condizionata alla "scelta" dei gestori dei fondi: se decideranno di investire in economia reale, in progetti infrastrutturali. La compensazione scatterà dal 2016 per la parte di investimenti realizzata nel corso del prossimo anno e sarà a «rubinetto», ovvero limitata alle risorse messe in campo.
In realtà, anche per i gestori dei fondi, il guadagno non è alto; ma soprattutto diventa incerto. Ma non è in loro favore che si deve spargere qualche lacrima.
Tutte le cose fin qui dette, infatti, sono semplicemente un modo per spolpare fette di tfr (sottili, se riferite a ogni singolo individuo, enormi se si fa la somma di milioni di dipendenti). Ovvero di stipendio, se è vero - come è vero - che il tfr è "salario differito".
Fonte
13/11/2014
Il regime del salario #6. Il TFR magico e la finanziarizzazione del welfare
06/11/2014
Pensioni 2015? Saranno tutte più basse
Dovrebbe esser noto che le pensioni sono sottoposte a “rivalutazione” anno dopo anno, in base a dei coefficienti che prendono a misura di riferimento la serie storica di andamento del Pil. Diverse “riforme” (da Dini a Fornero, praticamente tutte) hanno progressivamente ridotto questa rivalutazione a zero o quasi, tranne che per gli assegni da fame (ben al di sotto dei 1.000 euro mensili), quando il Pil cresceva.
Quest'anno, però, e da tre anni consecutivamente, il Pil scende; quindi la rivalutazione sarà addirittura negativa. In pratica, i pensionati riceveranno nel 2015 un assegno mensile con una cifra più bassa di quella percepita nel 2014. Sia chiaro: non stiamo parlando delle “pensioni d'oro”, ma di tutte le pensioni in essere, anche quelle minime.
Qualcuno potrà dire che in fondo non si tratta di una grande riduzione: il coefficiente di rivalutazione questa volta sarà -0,1927, in pratica due euro in meno su mille. Ma è un segnale di quel che potrà avvenire in futuro, anche perché l'andamento dei prezzi non è affatto al ribasso proprio per i generi di prima necessità (il “menu dei pensionati”), né per le tariffe in genere (acqua, luce, gas, rc auto, ecc), né per le tasse (Imu, rifiuti, canone, ecc).
Non è neppure la prima volta che accade: ma l'unico precedente è l'anno della “riforma Dini”, il 1995.
Se ci aggiungiamo la corbelleria del Tfr in busta paga – che, anche se sarà in vigore per pochi anni, potrà ridurre gli assegni pensionistici dei lavoratori oggi in servizio di un ulteriore 15-20% (anche gli attuali giovani diventeranno anziani) – si può tranquillamente dire che le attuali politiche economiche perseguono l'obiettivo della “riduzione della spesa” mediante la “riduzione della popolazione vivente”.
Saremo retrò, ma a noi sembra un crimine... E a voi?
Fonte
04/11/2014
Tfr in busta paga? Una scemenza anche per Bankitalia
Una furbata ignobile, avevano detto tutti. Ma se la demolizione “tecnica” della misura arriva addirittura da Bankitalia, allora significa proprio che è un'idiozia intollerabile. E anche pericolosa.
E dire che via Nazionale ce l'aveva messa tutta per promuovere la manovra 2015: «Realizza una significativa riduzione del cuneo fiscale sul lavoro» e introduce «alcuni utili incentivi all'attività innovativa», oltre a finanziare «riforme potenzialmente importanti relative all'istruzione scolastica e al mercato del lavoro». L'audizione del vicedirettore generale della Banca d'Italia, Luigi Federico Signorini, però, non ha potuto non fermare la sua approvazione davanti all’anticipo del Tfr in busta paga: «È cruciale che la temporaneità del provvedimento sia mantenuta». Tre anni sono pure troppi.
«Lo smobilizzo del Tfr maturando inciderebbe negativamente sulla capacità della previdenza complementare di integrare il sistema pensionistico pubblico, che in prospettiva presenta bassi tassi di sostituzione, soprattutto per i giovani, mediamente più soggetti a vincoli di liquidità. L'adesione dei lavoratori a basso reddito all'iniziativa aggrava il rischio che questi abbiano in futuro pensioni non adeguate». Insomma, una misura del genere impatta negativamente sull'accumulo dei fondi pensione, anche di quelli privati (imposti a forza in alcune categorie), nonché sui redditi futuri. L'uovo mangiato oggi impedirà di avere una gallina domani.
Ma non è stata l'unica critica radicale dell'impianto della manovra. Anche la riduzione dell'Irap (una tassa che riunifica da anni tutti i contributi delle imprese al fisco) «consente un significativo alleggerimento del costo del lavoro, ma comprime i margini di autonomia delle Regioni, per le quali il tributo rappresenta la principale fonte di finanziamento». «In un assetto efficiente gli enti decentrati devono poter essere responsabili dei livelli di entrate e di spese e, su questa base, venire giudicati dai cittadini. Inoltre, gli interventi modificano in misura significativa la struttura del tributo, rendendo opportuno avviare una riflessione sul suo ruolo nel sistema fiscale italiano». Se invece, come fa il governo, sottrae le fonti di finanziamento agli enti locali, questi vedranno peggiorare il proprio rapporto con i cittadini e alla lunga essere individuati come responsabili – al posto del governo – del degrado generale dei servizi. Non c'è che dire: era proprio questa l'intenzione di Renzi...
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07/10/2014
Jobs Act. I sindacati complici alzano bandiera bianca
L'incontro si è aperto con un'introduzione del premier per 'perimetrare' i tre punti di confronto con i sindacati, oltre ad art.18 e tfr: salario minimo, rappresentanza sindacale e contrattazione decentrata. Ovvero, come era stato detto nei giorni scorsi, abolizione dei contratti nazionali di lavoro, da sempre concepiti come "arma di difesa" dei lavoratori delle piccole aziende (da uno a quindici dipendenti), che non hanno possibilità di contrattazione. Al loro posto, nello schema del governo, il "salario minimo", fissato dal governo stesso in base a parametri che al momento non sono stati resi noti.
Sulla rappresentanza sindacale, la vox populi parla di una legge apposita (come chiesto insistentemente dalla Fiom e dai sindacati di base e conflittuali), che però solo utopisticamente potrebbe venire incontro alle esigenze di eleggere una "rappresentanza reale" dei lavoratori e dei loro interessi. E' importante segnalare che proprio la promessa di una legge su questo punto aveva fatto da "terreno di confronto" nel sorprendente incontro tra lo stesso Renzi e Maurizio Landini. Ci sarà da ridere - e da mobilirasi - quando vedremo il testo che dovrebbe render concreta quella "promessa".
L'intervento di Renzi è stata una slide: appena otto minuti. Poi hanno preso la parola i sindacati (nell'ordine: il segretario della Uil Luigi Angeletti, poi Annamaria Furlan, segretario generale aggiunto della Cisl, a conferma della definitiva defestrazione di Raffaele Bonanni in seguito allo scandalo interno su pensione d'oro e dintorni).
Renzi ha presentato numeri e promesse: nella legge di stabilità dovrebbe essere prevista - come già analizzato nei giorni scorsi - una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali, due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola.
Promesse anche per i tre stabilimenti da "salvare urgentemente", cioè Termini Imerese, l'Ilva di Taranto e l'Ast di Terni. Idem per gli 80 euro di riduzione Irpef, che dovrebbero per l'ennesima volta diventare "strutturali" a partire dal 2015 (si stanno ancora studiando le modalità tecniche per un'operazione che era stata data per "fatta" al momento stesso della presentazione al pubblico).
Infine, come detto, i contratti nazionali di lavoro; ogni eventuale contratto di lavoro sarà discusso solo in ambito aziendale, con ovvia e clamorosa diminuzione del potere contrattuale dei dipendenti (una cosa è discutere di salario e condizioni di lavoro sul piano nazionale, tra centinaia di migliaia o milioni di lavoratori dipendenti e alcune miglia di aziende, tutta un'altra è "contrattare" in poche decine con un padrone nel frattempo reso libero di licenziarti a sua discrezione).
"In compenso" (e vedremo presto di quale nuova fregatura si tratterà) il governo sta valutando un emendamento sul Jobs Act con norme sulla rappresentanza sindacale.
Inevitabile che si discutesse - o venisse almeno nominato - l'art. 18. A quanto pare non è stata sollevata nessuna obiezione alla linea del governo: abolirlo e mantenere il reintegro soltanto per i casi di palese discriminazione (una condizione non sempre facile da dimostrare) e anche per i disciplinari, "previa specifica delle fattispecie". Appunto: quali "fattispecie"? Lo deciderà il governo, da solo o in sintonia con Confindustria; i sindacati complici hanno già accettato, a scatola chiusa.
Ci sono ''sorprendenti punti di intesa'', ha chiosato Matteo Renzi ai sindacati concludendo l'incontro. Il che significa notizie tragiche, prossimamente, per tutti noi che viviamo di lavoro dipendente. Il 24 ottobre si sciopera contro tutto questo, tanto per cominciare.
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06/10/2014
Il Tfr in busta paga e le politiche salariali creative
In realtà una forma di anticipazione di una quota del Tfr era già possibile per ragioni ben precise, come l'acquisto della prima casa, ma quello che ha in mente il governo è un differente uso strutturale del Tfr, che vedrebbe ridursi o addirittura azzerare il proprio accantonamento. In un recente passato il Tfr era già stato abbondantemente snaturato, consentendo di utilizzarlo in direzione dei fondi pensione. La liquidazione di lavoratori e lavoratrici, dunque, doveva incontrare la finanza da un lato per darle fiato e dall'altro per capitalizzare in operazioni finanziarie più o meno spregiudicate una quota di salario differito, per trasformarsi poi in un vitalizio che avrebbe dovuto integrare le pensioni a causa di un loro netto ridimensionamento. La logica era ti taglio la pensione, ma quel che resta di una parte del tuo accantonamento (Tfr) vattelo a giocare attraverso i fondi pensione, per ridurre il danno. In alcuni casi, però, il danno aumenta, come ha dimostrato il fallimento di molti fondi pensione. Con l'esplosione della bolla tecnologica statunitense, alcune categorie di addetti americani al tempo dovettero rinviare il momento del pensionamento, in quanto il loro fondo era fallito, e non consentiva il recupero neppure di quanto messo da parte in tutti gli anni di attività, altro che capitalizzazione!
Ma la spinta verso la finanziarizzazione delle risorse previdenziali non è più sopportabile per un paese in grave crisi come l'Italia. Se prima l'ideologia dominante teorizzava l'andata verso la finanza delle risorse accantonate dal lavoro, oggi le emergenze sono diventate altre. Il crollo dei consumi, la deflazione, il ristagno dell'economia non consentono neppure di favorire i mercati finanziari. E per certi versi neppure le imprese, almeno non tutte. Oggi, dunque, il governo avanza proposte sul Tfr che vanno dalla sua messa in busta paga, fino al 50% dell'accantonamento mensile, oppure la possibilità di versare in busta paga persino tutto il Tfr maturato. La scelta in entrambi i casi è su base volontaria. Vale la pena riflettere su queste ipotesi, che non possono essere banalizzate come propagandistiche (anche se c'è indubbiamente pure questa componente), in quanto rappresentano una pericolosa insidia per il mondo del lavoro.
La logica governativa parte dalla volontà di far ripartire i consumi attraverso una aumento delle buste paga a costo zero per l'impresa. Insomma torna il tentativo di riprenderla dalla domanda, come per gli 80 euro d'inizio anno. Con alcune differenze importanti però. Gli 80 euro che molti avevano incomprensibilmente sottovalutato, se non snobbato, rappresentavano in qualche misura un alleggerimento del carico fiscale sulle buste paga, cioè era un intervento a carico dello Stato per favorire il lavoro. Al momento l'esito non ha corrisposto alle attese, poiché i consumi continuano a calare, ma rappresentava comunque una boccata d'ossigeno per una parte di salariati. Il Tfr in busta paga subito, invece, costituisce un diverso uso di risorse che sono già del lavoro. Non solo, ma l'intento del governo è quello di ottenere subito un ritorno fiscale da questa scelta, poiché la tassazione separata attualmente del Tfr oscilla tra il 23 e il 26%, mentre potrebbe arrivare a toccare il 43%. Per molte piccole imprese o alle imprese indebitate mettere a disposizione il Tfr potrebbe essere un aggravio immediato, dato che con gli accantonamenti del Tfr viene fatto un uso economico immediato, lasciandolo figurare solo finanziariamente ai propri dipendenti. Ma soprattutto si trasformano le relazioni industriali tra capitale e lavoro. Qui sta il problema principale. Ai dipendenti ricevere una parte o la totalità della liquidazione può apparire un beneficio immediato, oppure una garanzia di un ritorno di una parte del salario che con le riforme che corrono, chissà mai se si potrà recuperare (pensione, ma quando?), ma ciò può costituire anche un surrogato dei prossimi rinnovi contrattuali. E per ciò non mi pare che il mondo dell'impresa nel suo complesso gridi allo scandalo.
Non si applicherebbe più una ripartizione della ricchezza prodotta, nessuna quota di produttività ricadrebbe sul lavoro, in quanto il lavoro verrebbe quietato con risorse che già sono sue. Non a caso la carta del Tfr subito si può combinare con il mancato rinnovo dei contratti, con un vero e proprio blocco dei rinnovi, come sta accadendo per la gran parte delle categorie professionali. Questa partita di giro non solo non è a costo zero (ammesso che gli 80 euro lo siano effettivamente stati), ma è tutta a carico del lavoro. Il vantaggio è che non lo sembra, e allo stesso tempo si mettono dei soldi in tasca subito a una parte dei lavoratori e lavoratrici dipendenti. L'effetto sui consumi è dubbio, ma serve a tirare a campare in una fase in cui non c'è uno straccio di prospettiva per le classi dirigenti. Inoltre si frammenta ulteriormente il lavoro (la scelta è appunto volontaria), e lo si addomestica nella sua volontà contrattuale. Una vera fregatura davvero insidiosa.
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05/10/2014
Renzi, una bufala al giorno: tocca al "reverse change" sull'Iva
Ora è il momento del Reverse Change o più italianamente inversione contabile.
E’ l’ultima boutade del governo Renzi, ma solo in termine di tempo, e che gli “scienziati “ del suo entourage si sono inventati e hanno propagandato come una novità assoluta. Il là per la completa risoluzione dell’evasione dell’IVA. In realtà esiste già in Italia (articolo 17 comma 6 del Dpr 633/1972) ma solo relativamente al reparto edile (appaltatore e subappaltatore) e da operatori nazionali con soggetti comunitari ed extracomunitari.
Contrariamente a quel che avviene oggi il sistema dell'Inversione Contabile prevede che:
-) l’esecutore-venditore è tenuto ad emettere fattura senza addebito d'imposta;
-) il committente–acquirente deve integrare la fattura con l'indicazione dell'aliquota e della relativa imposta e diviene debitore di IVA verso l'Erario;
Alla base c’è il sillogismo per cui: siccome di A non mi fido mi scelgo B come debitore dell’imposta nei miei confronti e dunque si impone per legge che si debba applicare il meccanismo del Reverse. In pratica con tale meccanismo gli obblighi di A vengono ‘spostati’ in capo a B, che diventerà, dopo la vendita dei prodotti acquistati, il debitore dell’IVA all’Erario.
Naturalmente chi rimane fuori è l’ultimo anello della catena l’acquirente di ultima istanza, l'utilizzatore finale. Da questo punto di vita nulla cambierebbe.
E’ un capovolgimento, però, del punto di vista.
Cosa si vuol prevenire?
Le cosiddette “frodi carosello", dove il fornitore si sottraeva al versamento dell'Iva, senza che ciò potesse essere un motivo per negare la detrazione al cliente, salvo dimostrarne la malafede o la connivenza col fornitore, ed evitare le frodi IVA nelle quali A emette fattura a B, A incassa l’IVA da B, sparisce e non versa l’imposta (1° danno all’erario). B ignaro di tutto (oppure è consapevole ma fa il finto tonto) va a chiedere il rimborso dell’IVA, il più delle volte riuscendoci (2° danno all’erario).
Quali sarebbero i vantaggi?
Si prevedono 2-3 miliardi di euro in più. Piccola fetta, peraltro, dei 40 miliardi di evasione sull’IVA e una briciola rispetto ai 90 miliardi evasi all'anno.
Ma il guadagno per l’erario sarebbe maggiore se fosse allargato tanto al commercio al dettaglio quanto all’ingrosso, portando un maggior gettito stimato in 14 miliardi.
Quali sarebbero gli ostacoli?
Beh, naturalmente le lobby degli evasori impenitenti che farebbero di tutto per evitare un controllo in più e uno sconvolgimento nei sistemi ormai collaudati di elusione/evasione in essere. Questo sistema fu ventilato già anni fa e fu il governo Berlusconi a dare il suo evidente NIET! E inoltre questo sistema dovrebbe avere il consenso da parte di Bruxelles e quindi della maggioranza dei paesi della UE. Un percorso lungo è difficile e irto di difficoltà burocratiche e appunto lobbistiche.
Ma è immune da trucchetti e frodi per continuare ad evadere il fisco?
Naturalmente fatta la legge trovato l’inganno per i professionisti del crimine. Un esempio sarebbe l'evasione ''da contatto''. Il sistema si basa sul fatto che l’utilizzatore finale per fine personale del bene sia esente dal versare l’IVA. Se gli acquirenti si qualifichino come imprenditori o professionisti al fine di evitare l'addebito del tributo, per destinare poi il bene così acquistato a uso personale, senza aver scontato l'Iva. Il fornitore non è infatti assolutamente in grado di verificare né l'effettivo destinatario della prestazione né a maggior ragione l'attività da questo esercitata.
Lo schema sarebbe A vende a B. “A” fattura senza addebito d'imposta IVA, “B” dovrebbe integrare la fattura con l'indicazione dell'aliquota e della relativa imposta e versare l’IVA, a meno che sia contemporaneamente utilizzatore finale e il bene o servizio utilizzato per fini personale. L’ultimo anello della catena. “B” non è tenuto a versare l’IVA . “B” invece rivende il bene e salta il giro dell’IVA.
Ma anche qui come nel gioco degli hacker e dei sistemi di protezione dai virus esiste un antidoto o “antivirus" e si chiama “” per artigiani e imprenditori.
Una stringente fatturazione elettronica.
Così i controlli sarebbero in tempo reale e si aprirebbero spazi anche per semplificare, con automatismi dei pagamenti on line, il versamento dell'imposta sul valore aggiunto. Ma un precedente si ebbe quando volevano rendere obbligatorio per tutti i registratori di cassa il collegamento telematico. Come è finita? Che non se ne fece nulla. Qui si preferisce i vessatori studi di settori per l'accertamento induttivo con i quali i piccoli e sprovveduti si dissanguano fra avvocati e commercialisti nel vano tentativo di dimostrare di non aver incassato quanto previsto e alla fine cedono e pagano e i grandi e furbi ci campano alla grande.
Qui stiamo, nel nostro paese, nel fantascientifico. Vi immaginate in un paese in cui in molte città e paesi non arriva il collegamento Internet e che in molte città questo collegamento a mala pena arriva a 3-5 Mb/s. In un paese la cui ignoranza informatica raggiunge quota da preistoria e non solo nei cittadini, ma nell’amministrazione statale, in cui la PEC obbligatoria per legge è assente sistematicamente in tutte le amministrazioni, anche se tutte hanno l’indirizzo e-mailpec?
Anche qui stiamo nella boutade di scampolo di fine stagione. Una pezza per sopperire alla farlocca idea del TFR in busta paga.
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04/10/2014
Perché è importante difendere l'articolo 18
L'articolo 18, infatti, con tutto ciò non ha niente a che fare, perché serve solo a tutelare il lavoratore da abusi, licenziamenti discriminatori oppure da licenziamenti discriminatori mascherati da falsi problemi di natura economica. Ma perché è così importante l'articolo 18? Semplice, perché senza l'articolo 18 saranno solo il ricatto e la paura a regolare i rapporti tra capitale e lavoro, tra imprenditore e lavoratore. Ma c'è di più. L'articolo 18 è l'essenza stessa del diritto del lavoro. Chi mai chiamerà in causa la propria azienda per stipendi arretrati da avere o per mancanza di sicurezza, se la legge permette al datore di rivalersi su di lui con un licenziamento che al massimo sarà sanato con un pagamento di indennità e non con il reintegro, in un momento in cui la disoccupazione è alle stelle? L'articolo 18 non è né causa né stimolo per occupazione o economia, è però l'unica norma che riesce (o meglio, riusciva, prima che la riforma Fornero iniziasse a decapitarla) a tenere in equilibrio e regolare i rapporti tra capitale e lavoro. Se venisse abolito assisteremmo ad una inimmaginabile escalation negativa su salari e sicurezza.
E quelli che non ne possono già ora usufruire? L'esistenza dell'articolo 18 è comunque un elemento di forza per il mondo del lavoro, che poi si esprimerà (in base a quanta forza hanno saputo dargli i lavoratori) nei contratti nazionali di cui poi usufruiranno come base salariale e normativa anche coloro che non ne beneficiano. Se chi oggi è più tutelato, grazie anche all'articolo 18, perde forza nei confronti del capitale, a cascata c'è un arretramento di tutte le forme e situazioni contrattuali. Se peggiora la situazione dell'operaio della grande industria, figuriamoci quella dell'operaio della media e piccola impresa oppure quella dei giovani o dei precari. Il vero obiettivo dell'abolizione dell'articolo 18 è quello di mettere tutto il mondo del lavoro sotto scacco e sotto ricatto per aumentare la produttività e diminuire i salari, in modo da spostare la ricchezza dal lavoro al profitto, proprio come chiedono i grandi capitali internazionali che adesso dispongono di più forza economica degli stati stessi. Oltre al fatto di portare i salari sui livelli serbi o polacchi in modo da favorire investimenti (profitti) ed esportazioni.
È facile capire che una tale situazione è l'aperitivo di un peggioramento delle condizioni di vita di tutti noi (eccetto una minima parte della popolazione che ne beneficerebbe). L'articolo 18 è una delle norme cardine della nostra vita da lavoratori. Non facciamoci abbindolare dai gelatai e venditori di fumo al servizio di interessi a noi lontani e a noi antagonisti. La loro volontà politica è mettere al centro della società l'impresa come soggetto e il profitto come diritto, a discapito di tutto quello che c'è intorno. E lo vogliono raggiungere cancellando una norma che al centro del proprio compito ha la tutela della parte considerata più debole e la giustizia sociale. Ma nel nuovo sistema impresacentrico la giustizia sociale non è contemplata tra gli obiettivi da raggiungere.
Infine, la proposta del prestigiatore di Rignano e dei suoi accoliti di mettere il Tfr in busta paga ogni mese è solo il tentativo di mascherare quello che abbiamo appena detto, cioè la prospettiva di salari da fame.
Redazione - 3 ottobre 2014
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01/10/2014
I conti non tornano, Renzi straparla
La decisione di rinviare al 2017 il pareggio di bilancio non è in sé una stupidaggine, visto che tale rientro - ammette ora anche Pier Carlo Padoan, ninostro dell'economia che starà rimpiangendo la tranquillità che aveva come analista Ocse - aggraverebbe la recessione. Ma significa violare plateamente un vincolo europeo. Anche se la Germania non dovesse fare per questo la faccia feroce (ma non ci scommetteremmo), resta comunque il rischio tendeziale di una maggiore esposizione sui mercati finanziari, che coglieranno questa decisione come prova di debolezza del "sistema Italia", esercitando perciò a loro modo la propria capacità di fare pressing. In parole povere: facendo salire lo spread.
Fin qui, comunque, siamo nel novero delle mosse necessarie, senza alternative.
La "creatività", al limite della truffa, è riservata invece al piano interno. Renzi ha ripreso per la terza volta l'idea di far arrivare in busta paga il 50% del tfr. Obiettivo: rilanciare i consumi, come sperato con i famosi 80 euro di riduzione del cuneo fiscale. Siccome è un "bugiardo seriale" - definizione dell'ottimo Andrea Scanzi, nel confronto tv con Nardella - ha buttato lì la cifra di "100 euro al mese per chi ne guadagna 1.300".
Come notato subito da molti esperti, questa è una bufala. E anche molto pericolosa.
Perché è una bufala? Per molte ragioni.
a) Il tfr è "salario differito", ovvero risparmio accantonato per ritrovarsi - all'atto del pensionamento o del licenziamento - una cifra con cui affronatare qualsiasi problema (mangiare in attesa di trovare un nuovo lavoro, mandare i figli all'università, versare l'acconto per l'acquisto della casa, saldare i debiti, curarsi, ecc.). Averne una parte in busta paga significa ritrivarsi con molto meno alla fine del rapporto di lavoro, secondo il principio "un uovo oggi invece che una gallina domani". Non sarebbe insomma un "regalo del governo", ma un maneggiare il nostro salario senza chiederci permesso.
b) il tfr accantonato mensilmente è il 6,9% della retribuzione; per chi guadagna 1.300 euro mensili, dunque, il totale è di circa 100 euro. Se ne vuole mettere la metà in busta paga, dunque, saranno circa 50 euro al mese. Il "bugiardo seriale" ha colpito ancora...
c) non tutti i lavoratori effettivi hanno contratti che prevedono l'accantonamento del tfr, quindi la misura non migliorerebbe il loro salario immediato; di sicuro non andrebbe a quanti sopravvivono con gli ammortizzatori sociali (aspi, mini-aspi, mobilità);
d) un eventuale aumento della retribuzione ottenuto in questo modo - anche di soli 50 euro - diminuirebbe il numero di quanti godono degli "80 auro" di sgravio Irpef, perché porterebbe il loro salario netto al di sopra della soglia massima; insomma, Renzi si riprenderebbe con una mano quello che dice di aver regalato con l'altra, per di più a spese nostre (lo sgravio Irpef, infatti, è una dimonuzione delle tasse, ovvero delle entrate dello Stato; mentre il dimezzamento del tfr è una partita di giro sui soldi nostri);
e) il totale del tfr accantonato annualmente è pari a 25 miliardi; di questi, 5,2 vanno ai fondi pensione integrativi, 6 vengono versati dalle imprese all'Inps, circa 14 restano nelle casse delle imprese (che devono restituirceli, rivalutati, alla fine del rapporto di lavoro); togliere il 50% a queste destinazioni aprirebbe un buco nella previdenza integrativa, nei conti dell'Inps e soprattutto nella liquidità delle imprese, specie di quelle minori.
Un disastro sistemico.
Come se ne è uscito dunque il "bugiardo seriale"? Promettendo di consegnare alle imprese "i fondi della Bce". Quali? Quelli dell'operazione Tltro (che concede prestiti alle banche private finalizzati ai prestiti all'economia reale)? Non sono soldi nelle disponibilità del governo. E in ogni caso la destinazione verrebbe decisa dalle singole banche. Una cazzata propagandistica, buona per i maggiordomi con microfono che intervistano il premier in tv, ma davanti a cui ridono - o più speso si incazzano - gli operatori economici "normali".
Si capisce dunque perché il povero Padoan sia stato costretto ad andare davanti ai collghi dell'Unione Europea a chiedere quello che nessuno di loro è disposto a concedere: una "revisione del Fiscal Compact", addirittura.
Per capirci: si tratta di quel trattato che, entrando in vigore il prossimo anno (e quindi bisogna tenerne conto in sede di "legge di stabilità" da presentare alla Commissione Ue nei prossimi giorni), ci obbliga a ridurre il debito pubblico totale (oltre 2.100 miliardi) del 5% ogni anno. In soldoni: oltre 50 miliardi l'anno, da trovare mediante tagli alla spesa o nuove tasse. Senza nemmeno contare il rapporto deficit/Pil, che il governo stesso prevede di far salire, nel 2015 dal 2,2 al 2,). Un pelo sotto il limite di Maastricht, con ovvi rischi di sforare se il Pil - come certifica anche l'Istat - dovesse continuare a calare.
Finanza creativa, giochi di carte, poste spostate da un capitolo all'altro, coperta corta e nessuna idea vera. Siamo tornati nel vortice di Giulio Tremonti? Se è così ci sveglieranno presto, prendendo anche il "bugiardo seriale" per la collottola e spedendo a palazzo Chigi qualcuno di più serio e grigio. Che non si preoccupi di fare audience, ma di "rispettare i trattati".
27/12/2011
Le cipolle amare del Governo Monti
Beppe Scienza ci spiega nel suo Passaparola chi sono Passera e la Fornero (detta Frignero).
Fonte.