Ancora una volta, infatti, lavoratori e
lavoratrici dovrebbero indirettamente farsi carico dell’allarmante
mancanza di liquidità delle aziende e della crisi finanziaria, questa
volta autofinanziandosi l’aumento del salario. In che modo? La proposta è
ancora vaga, ma l’idea che negli ultimi giorni è circolata a più
riprese è che il lavoratore potrà «scegliere», al posto di un aumento di
salario che è ormai un ormai miraggio, di farsi anticipare parte del salario lordo, il TFR – di norma non percepibile immediatamente ma messo da parte in vista di una liquidazione futura – senza però gravare sulle casse dell’impresa.
Quest’ultima, infatti, potrà chiedere alla banca (che aderirà a
un’apposita convenzione su base volontaria), padrona indiscussa di
questa operazione, di anticipare la somma da versare al lavoratore, che
verrà poi rimborsata dall’impresa alla banca alla fine rapporto di
lavoro con la stessa remunerazione garantita al TFR in azienda. Le
aziende cioè continuerebbero ad accantonare il TFR nel modo attualmente
previsto (nel proprio bilancio, versandolo all’INPS o a un fondo di
previdenza, secondo la normativa) e a pagare l’importo della
liquidazione al momento della chiusura del rapporto di lavoro. La quota
annuale o mensile al lavoratore che ne fa richiesta verrebbe erogata da
un’istituzione finanziaria (banche o Cassa Depositi e prestiti). Alla
fine del rapporto di lavoro, l’impresa erogherebbe la liquidazione non
al lavoratore che «teoricamente» (visto che una parte gli è stata
sottratta dallo Stato tramite la tassazione ordinaria) l’ha già
ricevuta, ma all’istituto bancario che ha fornito l’anticipo e che
guadagnerebbe un tasso di rivalutazione del TFR all’1,5% più lo 0,75%
dell’inflazione (oggi equivalente a 2,25%). In questo modo le imprese non dovrebbero sopportare costi aggiuntivi
perché il costo dell’intermediazione bancaria (a carico dell’impresa)
sarebbe esattamente quello che l’impresa già oggi sostiene per
remunerare il TFR. Nel caso in cui l’impresa si trovasse nella
condizione di non poter pagare, la banca sarà garantita da un apposito
fondo INPS (con contro-garanzia dello Stato), pagato dai contribuenti.
Questo è a tutti gli effetti un autofinanziamento, senza contare che gli
unici a rimetterci sarebbero i lavoratori perché, mentre le banche
guadagnano interessi sul prestito, le aziende vedono tutelata la loro
liquidità e rimborsano le banche a parità di condizioni, i lavoratori dovrebbero invece pagare una tassazione ordinaria sul TFR anticipato,
dal quale lo Stato guadagnerebbe non poco. Inoltre, tutti i lavoratori
nel loro complesso finirebbero per pagare con le loro imposte tutti quei
TFR che le imprese realmente o appositamente fallite non potrebbero più
rimborsare alle banche. Insomma tutti contenti tranne lavoratori e
lavoratrici che, come i bambini al circo, dovrebbero fare i volontari
paganti nel gioco di prestigio, venendo «usati», ufficialmente, per far
ripartire i consumi e per i profitti dei veri protagonisti. Si tratta però anche di un processo di finanziarizzazione del welfare,
o meglio, a ben vedere, di una finanziarizzazione «d’uscita», ovvero di
un’operazione finalizzata a far uscire il «welfare» dalle aziende, trasformando la previdenza sociale in salario con la bacchetta magica della finanza.
Paradossalmente, con l’ingresso della finanza nel rapporto di lavoro,
il welfare scompare. Il TFR infatti è pur sempre uno strumento della
previdenza sociale, ma allo stesso tempo è completamente inglobato nel
bilancio delle aziende secondo una finanziarizzazione in entrata. La
richiesta del TFR in busta paga rappresenta una finanziarizzazione in
uscita, che è possibile solo grazie all’intervento delle banche, proprio
perché chi ha goduto degli effetti dell’entrata non sarebbe in grado di
liberare autonomamente quello che ha funzionato a tutti gli effetti
come un prestito dei lavoratori alle imprese.
Il TFR in busta paga, infatti, è
estremamente funzionale alla frammentazione del lavoro e alla
conversione del welfare universale in un welfare secondario gestito a
livello di impresa, i cui aspetti previdenziali si
affermerebbero più facilmente come leva gestionale delle cosiddette
risorse umane, da un lato riducendo la concorrenzialità dei fondi
complementari a cogestione sindacale (fondi pensione di vario tipo) e
dall’altro conseguendo riduzioni di costo del lavoro sotto il profilo
sia contributivo sia fiscale.
La possibilità di ottenere il TFR in
busta paga in base all’ultimo provvedimento proposto dal nostro grande e
potente Houdini riguarda soltanto quelle lavoratrici e quei lavoratori
del settore privato che sono tutelati da contratti «standard» e che
maturano un TFR, mentre non è prevista per i dipendenti pubblici e per
tutte quelle tipologie di contratti precari e accessori dove il TFR o
non c’è o è minimo. Secondo gli esperti della Fondazione Studi
Consulenti del Lavoro «è necessario sottolineare che questa proposta non porterà a un aumento delle retribuzioni.
Si tratta, infatti, solo di un sistema di autofinanziamento con cui i
lavoratori si anticipano indennità future, mettendo però a rischio gli
equilibri pensionistici e indirizzando i futuri pensionati a una misera
esistenza».
Uno sguardo al futuro di queste riforme
del lavoro, tese a stabilizzare la precarietà anziché la condizione di
lavoratori e lavoratrici, ci permette di prevedere (anche noi abbiamo i
nostri poteri magici!) che questa proposta è l’ennesimo gioco di
prestigio per lavoratori e lavoratrici che si trovano di fronte ai
contratti accessori e precari tramite i quali non potranno far alcun
riferimento a tutele previdenziali e a diritti sul lavoro per come li
abbiamo conosciuti nei contratti indeterminati. Figuriamoci scelte
discrezionali sul TFR! Anche per un illusionista così bravo è difficile far comparire il TFR dove non c’è. Ma in compenso bisogna ammettere che è molto bravo a farlo scomparire dove c’è
e non si tratta affatto di pochi intimi. Pur essendo una decisione
volontaria quella di usufruire del TFR nell’immediato, è chiaro che il
lavoratore è messo alle strette e la proposta segue la formula magica: riformiamo il lavoro con la crisi finanziaria.
Questa è la vera scatola magica dalla quale nessun lavoratore è finora
uscito intero. Sembra invece che il trucco delle tre carte – governo
banche e imprese – funzioni molto bene perché oggi permette di rendere
produttiva l’erosione del welfare a scapito dei redditi dei lavoratori e
delle lavoratrici.
Ma allora perché molte imprese hanno storto il naso di fronte a questo provvedimento?
Se è vero che con ogni probabilità le piccole e medie imprese saranno
tutelate e non sopporteranno costi aggiuntivi (anche se bisogna vedere
quale sarà la soglia considerata…), è anche vero che l’accordo con le
banche non sarà valido per tutte e le grandi aziende dovranno fare da
sole. Il problema delle illusioni è che producono realtà, vale a dire,
in questo caso, la legittimazione politica di un mago da cabaret. Non
basta perciò strappare il sipario o svelare a gran voce l’illusione,
guastando la festa al pubblico pagante, perché è dimostrato che con 80
euro si possono comprare molte cose ed è veramente ridicolo dire che non
servono a niente. O che sono un’ingiustizia. Quello che bisogna fare è
cambiare la realtà di chi ogni giorno fa i conti in euro mancanti.
Come si deve fare con ogni
prestigiatore, quindi, seguiamolo, senza farci distrarre da tutti i suoi
trucchi. Con l’erogazione mensile del TFR lo stipendio aumenterebbe e
si avrebbero più soldi da spendere subito, il tutto nell’ottica
dell’aumento del potere d’acquisto, del rilancio dei consumi e del
«viviamo il presente» speculando sul futuro dei precari. Carpe diem!
Cogli la rosa quando è il momento che domani appassirà! (e questa
appassirà anche prima di domani…). Ogni rosa ha però le sue spine:
→ Non si può parlare di un reale aumento del salario,
perché l’incremento percepito appartiene già a lavoratori e
lavoratrici. C’è solo uno spostamento temporale e non in termini di
guadagno, nell’ottica della produttività dell’incertezza.
Il trucco in questione penalizza i redditi più alti, perché applicando
la tassazione ordinaria, le tasse aumentano con l’aumentare del reddito.
Il lavoratore gode di un aumento immediato del salario, una somma che
ora accantona o sfrutta, ma alla fine prende meno soldi perché nel lungo periodo paga più tasse e rinuncia a una delle poche forme di risparmio che garantisce interessi certi e rischi zero. La chiamavano previdenza…
→ Non si può parlare di un reale aumento del salario,
perché se il reddito mensile aumenta, il reddito annuo rimane lo stesso
e forse diminuisce a causa della tassazione ordinaria sul TFR e
dell’aumento delle tasse sui fondi complementari. La realtà è che la
questione del salario non è ancora stata affrontata direttamente,
intervenendo realmente sul suo aumento e istituendo un salario minimo che non giochi al ribasso.
→ Non si può parlare di un reale aumento del salario,
anche perché si tratta in ogni caso di percepire cifre minime. Gli
esperti della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro stimano infatti che
ci sarebbe un aumento di 40 euro se il TFR venisse erogato al 50%, di
62 euro se erogato al 75% e di 82 euro se erogato al 100%. Queste cifre comporterebbero comunque un maggior imponibile ISEE,
perché, come abbiamo detto, non sarebbero più considerate come
retribuzione speciale, com’era in passato in caso di TFR anticipato, ma
come retribuzione ordinaria, vale a dire priva delle agevolazioni
fiscali della prima, imponendo quindi ai lavoratori il pagamento delle
imposte al tasso ordinario. In parole semplici, il lavoratore se la suona e se la canta, ma soprattutto se lo paga, l’aumento di salario.
Questi soldi, infatti, come i famosi 80 euro in busta paga, che
dovrebbero migliorare la qualità della vita presente, non solo lo
faranno al costo di rendere miserabile quella futura (la rosa
appassita), ma nei fatti non miglioreranno neppure le condizioni
attuali, perché si tratta solo di entrate ottenute a caro prezzo per il
lavoratore, di un’illusione ottica, dal momento che questi soldi vengono decurtati del valore delle agevolazioni fiscali.
In questo modo, il guadagno immediato sul salario passa dalle tasche
dei lavoratori alle imprese (che potranno così gestire al meglio le loro
risorse umane senza il grattacapo degli aumenti salariali), dalle
imprese alle banche e alle casse dello Stato (le spine!)
→ Dulcis in fundo, questa misura ha un effetto negativo sulla previdenza integrativa, provocando un aumento delle tasse sui fondi pensione (dal 12,5 al 20%).
Il trattamento di fine rapporto perde in
questo modo definitivamente la sua natura previdenziale a tutela di
lavoratori e lavoratrici per diventare uno dei tanti strumenti per governare la crisi fuori dall’emergenza, per gestire normalmente la precarietà quotidiana,
imponendo un nuovo modello di cittadinanza che renda cogente la
coazione al lavoro e garantisca la circolazione produttiva della
povertà. Si tratta di quell’illusione progressiva del welfare
che a livello globale sta ridefinendo i rapporti di forza e che segna
la trasformazione definitiva del welfare in dispositivo di riproduzione
della forza-lavoro e di messa a valore dell’incertezza. Dalla
monetizzazione alla finanziarizzazione del welfare, oggi le riforme sul
lavoro si fanno riducendo tutto al nudo salario e stabilendo così un
comando ferreo su ogni forma di cooperazione sociale. Il regime del salario
si impone grazie a questa illusione continua della possibilità del
lavoro, nella forma tanto evocata dell’occupabilità, che agita pochi
quattrini in cambio di una condanna all’incertezza.
Come gli incantesimi delle vecchie
streghe nelle favole di una volta, la riforma del welfare in tutta
Europa promette qualcosa oggi per togliere molto domani. La differenza è
però che quello che promette oggi è meno di quello che ci spetta. Le
streghe erano assai più generose.
Come in ogni favola che si rispetti la maledizione si combatte organizzando un piano per colpire la strega. La nostra priorità ora deve essere quella di opporre a queste illusioni letteralmente da quattro soldi una comunicazione politica
capace non solo di metterle a nudo, ma anche di organizzare
un’offensiva reale, complessiva e non occasionale, cioè in vista di
quell’avvenire che governi, imprese e banche non sanno immaginare. Dobbiamo
riuscire a essere il coccodrillo per Capitan Uncino. Dobbiamo smetterla
di farci rubare il tempo sotto forma di denaro. Il tempo è dalla mia
parte, diceva qualcuno. E ognuno dovrebbe finalmente poterlo dire per sé.
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