di Federica Iezzi
Gli ultimi dati: 13.268
casi di ebola, 4.960 morti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, i Paesi
dell’Africa Occidentale, maggiormente colpiti, dall’inizio
dell’epidemia. Un caso di contagio e una vittima in Mali, una vittima
spagnola, quattro contagi di cittadini statunitensi, con una vittima.
Dalla metà di ottobre Nigeria e Senegal, sono stati dichiarati
dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “ebola-free”. 42 giorni senza
nuovi casi.
Dove la situazione è ancora preoccupante è la Mano River
region, tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. La febbre emorragica
continua ad esplodere, nonostante l’enorme sforzo di gestione e
contenimento dei contagi, nonostante l’avvio di esclusive infrastrutture
sanitarie, nonostante le martellanti campagne di informazione.
Perché questa enorme propagazione allora? Dal 1976,
quando ebola fece la sua prima comparsa a Yambuku, nell’ex Zaire, almeno
29 ripetute e continue epidemie hanno flagellato la terra africana.
Ultime solo in ordine di tempo quelle in Congo e Uganda del 2012. Hanno
avuto luogo in aree remote, in villaggi isolati. Nessuno si è chiesto
perché villaggi senza nome, sono stati totalmente sterminati dal virus,
sulle colline a nord-est del Congo o nel distretto di Kibaale
nell’Uganda occidentale.
Oggi ebola continua a serpeggiare per un territorio di circa 430 mila
chilometri quadrati, abitata da 22 milioni di persone. Persone che oggi
hanno la libertà di viaggiare, di spostarsi in città densamente
popolate, di entrare in un ospedale per avere accesso a cure mediche.
La trasmissione avviene fra parenti e amici dei contagiati. Con lo
scambio parallelo di sangue e fluidi biologici (liquido spermatico,
secrezioni vaginali, saliva, urina, vomito). Tramite il diretto contatto
con i cadavere dei defunti o con le persone guarite, contagiose per
almeno ulteriori 50 giorni.
A tutti gli operatori sanitari che lasciano i Paesi endemici e
rientrano in Italia viene fatta una valutazione del rischio, imposta dal
Ministero della Salute, in base ai criteri indicati da OMS ed European
Centre for Disease Prevention and Control. A questo si aggiunge
l’opinione, spesso fuori luogo, dettata da un certo grado di autonomia,
di enti locali e ASL, che possono decidere con una valutazione del
rischio identica, di imporre o meno un isolamento.
Se i nostri operatori sanitari nei Paesi africani endemici hanno
seguito tutte le norme di tutela e sempre indossato i dispositivi di
protezione individuale, il rischio di diffusione al rientro è basso e
l’ordinanza, che impone la quarantena, non diventa obbligatoria. Le
misure di quarantena forzata per gli operatori umanitari asintomatici,
di ritorno dalle aree colpite dal virus ebola in Africa occidentale, non
sono fondate su alcuna base scientifica.
I protocolli dunque permetterebbero di tornare ad una vita normale.
Anche nella remota possibilità che l’operatore fosse infetto, finché non
ci sono sintomi eclatanti come diarrea, vomito o sanguinamenti, non è
comunque contagioso per gli altri.
E in tutto questo nessuna nota della ministra della sanità Beatrice Lorenzin.
E allora inizia lo squilibrio: ripercorrere il tragitto in treno o la
mappa delle visite nei negozi sotto casa, tenere i figli lontani da
scuola e giardini pubblici, obbligare i familiari a restare chiusi in
casa.
E mentre si parla di aiutare a non terrorizzare il mondo
rispetto ai Paesi africani che stanno vivendo il dramma dell’ebola,
l’Italia risponde con misure di isolamento immotivate. E con misure
sproporzionate di sorveglianza negli aeroporti, ricordando tra l’altro,
che l’Italia, a differenza di altri Paesi Europei, non ha collegamenti
aerei diretti con i Paesi endemici africani.
E le conseguenze dell’ebola dove non c’è l’ebola sono disastrose. In
Gambia, 700 chilometri dai focolai del virus, 50-60% in meno di turisti.
In Kenya, 7.900 chilometri dalla Sierra Leone, turismo sceso del
75-80%. Crollano anche i viaggi in Sudafrica, 9.500 chilometri dalla
Guinea.
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