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lunedì 24 novembre 2014

Elezioni regionali. Il governo galleggia nel vuoto


L'incantatore non incanta più. L'avevamo scritto alcuni giorni fa, in occasione della pubblicazione dei sondaggi di Ilvo Diamanti. Ora c'è una conferma probante come le elezioni in due regioni così diverse da costituire, proprio per questo, un test nazionale molto attendibile.

Il governo e in generale "la politica" sono percepiti dalla stragrande maggioranza della popolazione come estranei, lontani, inaffidabili, nemici. Nulla di quel che proviene da lassù è vero, niente di quel che viene deciso è "per il bene del paese" (ovvero la gente che ci abita e non sempre riesce a lavorarci). All'inverso, però, non si vede possibilità di cambiare corso alle cose per via elettorale.

I risultati dell'ex "cassaforte" del consenso popolare al Partito Democratico - l'Emilia Romagna - sarebbero traumatici per qualsiasi leadership davvero interessata a mantenere un rapporto positivo cone l'elettorato: appena il 37,7% degli aventi diritto è andato alle urne. Percentuali "americane", anzi, inferiori a quelle che si registrano oltreoceano, in un paese fratturato orizzontalmente tra chi è in varia misura interno alla società "affluente" e chi ne è fuori per sempre. Per condizione sociale, non per convinzioni personali o posizione politica.

Per gli amanti delle serie statistiche si tratta di un dimezzamento secco dell'affluenza al voto, visto che nelle precedenti regionali, pur con un arretramento significativo rispetto alle abitudini locali, aveva comunque votato il 68% (alle europee di maggio il 70%). Il cuore pulsante del "sistema Pd", la regione delle coop e del "buon governo", volta le spalle alla politica e ai partiti. O quel che ne resta.

Neanche con una partecipazione così infima il candidato di Renzi, Stefano Bonaccini, è riuscito a conquistare la maggioranza assoluta dei votanti, fermandosi al 49% del 37,7. Ha votato per lui, insomma, solo il 19% degli emiliano-romagnoli.

Situazione simile in Calabria, con una percentuale di votanti al 43,8% e una maggioranza-minoranza schiacciante: 61% dei votanti (corrispondente grosso modo a un quarto degli aventi diritto).

L'unica differenza rilevante tra le due regioni riguarda le "prestazioni" dei due unici partiti (o comitati elettorali) più o meno estranei al duopolio "renzusconiano". In Emilia, Movimento 5 Stelle ed eredi della Lista Tsipras (senza però i vendoliani, subito tornati sul carro del vincitore) hanno accumulato poco più del 17%, mentre in Calabria hanno superato a stento il 6. Segno che come "alternativa" reale non sono percepiti come credibili. In più, il voto calabrese indica che "si vota per chi comanda", per chi ha la possibilità - per quanto ridotta dai tagli ai bilanci regionali - di distribuire finanziamenti, posti, prebende, appalti. Il che, in una regione con quella tradizione, fa apparire il Pd come il partito che ha ricevuto il consenso entusiatico della parte meno presentabile - diciamo così - della società locale. Delle due una: o la 'ndrangheta è stata cancellata oppure ha votato in massa per il governo reale. Voi che dite?

Questi risultati, dicevamo, dovrebbero preoccupare qualsiasi leadership minimamente attenta alle dinamiche democratiche, per il clamoroso segnale di scollamento tra società e "ceto politico". Oltretutto completamente "nuovo", "ggiòvane", attivo al limite della frenesia, autore di una "rottamazione" vincente delle vecchie cariatidi.

Ma gli unici a mostrare i segni dello "sconcerto democratico" sono per l'apputo gli sconfitti (i Prodi e i Civati, tra i primi) del vecchio modo di interpretare e gestire "la democrazia politica"; ovvero di quelli legati all'idea che un governo media gli interessi sociali diversi, trasformando le istanze provenienti dai "corpi intermedi" (partiti, sindacati, associazioni) in decisione politica "concertata". Squilibrata sempre a favore delle imprese, certo; ma con qualcosa anche per altre figure sociali.

I "ggiòvani" cinici del potere al potere, invece, hanno deciso di far finta di nulla o addirittura di gioire; ovvero di cogliere il quarto di bicchiere pieno (i voti a Bonaccini e Oliverio) e ignorare il vuoto pauroso creatosi tra "il Palazzo" e la popolazione. Querulo fino al ridicolo il "grande incantatore" ("Due a zero netto con quattro regioni su quattro strappate alla destra in nove mesi"), patetico il sorriso d'ordinanza della Boschi ("il voto non è un test per il governo", forse per sua nonna). Spento anche il sorriso di Bonaccini, che incolpa la Cgil di averlo impiombato per dare un segnale a Renzi. Curioso modo di interpretare la politica, quello di chi pretende che dovresti votare per lui a prescindere dai calci in faccia che ti tira...

Resta il 21% leghista, che è meno di un 10% reale, ma pur sempre il segnale di una "vivacità populista" fortemente razzista, apertamente alleata con il sentiment fascista che si vuole promuovere tra le figure sociali più massacrate e sconcertate dalla crisi economica. Prove di "guerra tra poveri", insomma, cui andrà data una risposta lavorando per dare risposte a quelle figure.

Una destra populista apertamente fiancheggiatrice del governo, peraltro. Basta vedere le prime dichiarazioni del leghista Fabbri, candidato in Emilia, dopo i risultati, rivolto al nuovo governatore Pd: «Ce le siamo dette, ma senza mancarci di rispetto. E guarda che per me non c’è problema, se fai cose che mi piacciono sono disposto a collaborare con te».

Non c'è molto da interpretare, dunque. Questo è il quadro istituzionale voluto dall'Unione Europea, che spinge dappertutto per azzerare la funzione dei "corpi intermedi" e quindi anche la partecipazione popolare alla vita politica. Ci stanno dicendo: lasciate perdere, statevene a casa, lasciateci fare... Chi non è d'accordo è bene che la smetta di messaggiare via facebook e trovi altri luoghi per far pesare il proprio dissenso. Organizzato.

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