Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/11/2014

Le ragioni profonde della crisi dell’Università

Che l’università sia in una crisi galoppante e che le “riforme” di questi anni non facciano che accelerarla, è un dato ormai largamente condiviso. E le notizie di tutti i giorni non fanno che darne conferma: le immatricolazioni complessive calano, la resa del sistema in termini di laureati su iscritti peggiora, la produttività scientifica stagna, i giudizi idoneativi sono una palese truffa, mancano i soldi per chiamare in servizio chi l’idoneità l’ha avuta e il personale che va in pensione non è rimpiazzato; continui scandali segnalano concorsi truccati e clientelismi vari. Dunque, nessun dubbio sulla crisi in atto.

Quello che, invece, manca è la percezione dell’importanza di questa crisi e delle sue ragioni profonde. Viene ridotto tutto alla cronica “mancanza di fondi”: in Italia è la scusa di tutte le corporazioni, perché tutto dipende da questa pretesa mancanza di denaro, dalla giustizia che ci mette nove anni per una sentenza civile definitiva, ai servizi comunali da terzo mondo, agli ospedali-lazzaretto, alle opere pubbliche incompiute è sempre e solo colpa dei “soldi che non ci sono”.

Degli sprechi, ruberie, irrazionalità amministrative, investimenti sbagliati, retribuzioni fuori norma, mancanza di controlli, inerzie ed assenteismi, assunzioni clientelari, organici gonfiati ecc. non si parla mai. Tutto si risolve nella mancanza di denaro. E così è anche nell’Università dove, peraltro, i fondi sono implacabilmente decurtati ogni anno da quasi un decennio.

Il ceto accademico italiano (in prevalenza filo Pd) si è a lungo illuso che questi tagli dipendessero dalla cattiva volontà di quegli ignoranti del centro destra, che odiano l’università che per loro è solo un “covo di rossi”. Poi, quando sono arrivati i” tecnici”, si trattava solo di un momento di emergenza da superare. E quando, alla fine, sono arrivati anche i “nostri”, gli amici del Pd, che hanno proseguito a tagliare il contributo statale alle università, la colpa è stata della crisi che impone sacrifici, ma, va da sé, che si tratti di un periodo limitato, la crisi presto passerà e torneremo a scialare come sempre.

A parte il giudizio spropositatamente ottimistico sulla crisi, questo ragionamento scambia il sintomo per la malattia. Qui non è vero che l’università non funziona perché i governi tagliano i contributi, ma è vero il contrario: i governi tagliano i contributi perché l’università non funziona. Infatti, se i governi (indifferentemente di destra, di “sinistra” o di “tecnici”- notare che l’unica parola non virgolettata è la destra-) possono permettersi di tagliare allegramente sulla spesa universitaria è anche perché si tratta di una spesa in perdita da sempre: forte tasso di dispersione universitaria con troppo pochi laureati sugli iscritti; produttività scientifica troppo scarsa; produzione di brevetti quasi inesistente. Questo ormai è subodorato anche dagli studenti, dalle famiglie che sopportano i costi e dall’opinione pubblica in generale, per cui se il governo taglia i fondi all’università, nessuno crede che questo si tradurrà in chissà quale danno per la ricerca o diminuzione di nuovi laureati. Succede, quando nel ceto accademico ci sono troppi figli, nipoti, mogli ed amanti. O no?!

Ma delle cause del disastro dell’università italiana torneremo a parlare più specificamente, qui ci interessa parlare di cause più profonde che incidono non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale.

Si badi che segnali di crisi vengono anche dagli Usa, dove non c’è dubbio che si trovino le migliori università del mondo e, in massima parte, private. Anche lì le immatricolazioni calano costantemente da qualche anno, per qualche università inizia a profilarsi il default ed i tassi di produttività scientifica tendono a calare. Il fatto è che affluisce decisamente meno denaro del passato, perché le iscrizioni calano (e lì il costo di un corso di studi può oscillare fra i 40.000 ed i 100.000 dollari), le contribuzioni dei privati (banche, fondazioni, imprese) ormai ci sono solo per progetti finalizzati a qualche brevetto, mentre deperiscono le donazioni per la ricerca di base e le borse di studio. Certo, in tutto questo pesa la crisi che ha investito gli Usa da sette anni: le aziende hanno meno soldi per sponsorizzare corsi e cattedre, offrire borse di studio e finanziare ricerche dall’esito incerto, gli studenti ci pensano molto di più prima di accendere un mutuo per pagarsi un corso universitario che non dà più lo sbocco professionale garantito di un tempo. Tutto vero, ma la crisi ha solo inasprito tendenze già presenti da prima, non le ha create.

Il problema è che l’università di massa come la abbiamo conosciuta (tanto nella versione pubblica europea quanto in quella privata americana con il meccanismo dei prestiti d’onore e delle borse di studio e sponsorizzazioni) aveva dei presupposti che l’ondata neo liberista ha travolto. L’università di massa trovava la sua ragion d’essere nel progetto americano della great society e nella sua traduzione welfarista europea. L’idea era quella di una società industriale in grande e costante crescita, con un bisogno sempre maggiore di quadri di livello medio-alto ed alto ed una conseguente accentuata mobilità sociale. E una università con un numeroso corpo di ricercatori era pensata anche in funzione del continuo bisogno di innovazioni scientifiche e tecnologiche; anche le discipline umanistiche aumentavano di volume – per quanto ad un ritmo più lento delle altre – per fornire gli avvocati, i manager, gli economisti, i sociologi necessari, ed anche le facoltà di lettere, filosofia, storia crescevano sia per soddisfare la domanda scolastica di base sia per il necessario supporto culturale alle altre.

Ma l’emergere della crisi ambientale ha inferto un colpo molto duro all’idea di una società industriale in crescita infinita. Ovviamente si sarebbe potuto ugualmente pensare ad una rimodulazione dell’università di massa in funzione dei nuovi bisogni (ad esempio la crescente domanda di servizi, di industria culturale e dell’intrattenimento, la stessa ricerca in campo ecologico ecc.). A dare il colpo di grazia, indirizzando le cose su un ben diverso cammino è stata l’ondata neo liberista, il cui progetto non ha al suo centro l’industria, ma la finanza e, pertanto, produce una domanda meno pressante di innovazione tecnologica: è sintomatico che le contribuzioni private sono calate per le facoltà di fisica o di chimica e talvolta persino di informatica, ma non per quelle di economia.

Ormai il profitto non si produce più secondo la formula D’-M-D’’ ma direttamente con la formula D’-D’’. E questo ha meno bisogno di tecnici, di ingegneri, ecc, quanto di esperti di diritto e di finanza. Quando nel 2005 le acque del Mississipi sommersero New Orleans, i soccorsi furono disastrosamente deficitari come mai prima negli Usa; qualcuno osservò che sino agli anni settanta, i manager erano essenzialmente ingegneri e tecnici che sapevano cosa fare in questi frangenti, mentre dopo i novanta i manager erano essenzialmente avvocati ed economisti assolutamente inutili in circostanze di quel tipo.

Ma, soprattutto, c’è un aspetto particolare del neo liberismo che non è abbastanza compreso. L’epoca keynesiana del Welfare aveva (pur con moderazione) il valore dell’eguaglianza ed in particolare dell’eguaglianza delle condizioni di partenza; il neo liberismo non si limita a non avere il valore dell’eguaglianza, ma celebra la diseguaglianza come valore. La società neo liberista è per sua natura chiusa, oligarchica, e negata alla mobilità sociale. Ne consegue che l’alta formazione non può e non deve essere alla portata di tutti, perché deve funzionare come filtro che riproduce le gerarchie sociali.

In questo quadro non servono 100 università con centomila docenti, servono 10 università con 5.000 docenti. Tanto più se a finanziare le 100 università è lo Stato che ormai si ritrae dai suoi compiti sociali.

E dunque, il rilancio dell’università in questo momento storico, comporta necessariamente la messa in discussione del modello sociale vigente.

Questo, però, non può essere funzionale agli interessi di una casta di rentiers come sono i nostri accademici: il discorso è particolarmente vero per l’Italia, ma aree di parassitismo accademico sono presenti anche in tutti gli altri paesi europei essenzialmente basati sul sistema pubblico-statale. Il che è abbastanza connaturato ad un sistema di retribuzioni standard, garantite, automatiche che, per di più, si accompagna a verifiche inesistenti e controlli compiacenti. Diciamocelo sinceramente: nell’attuale università pubblica il docente che non vuol fare nulla è libero di non far nulla o, comunque, può cavarsela con pochissimo, soprattutto se ha già vinto la cattedra ed è verso fine carriera. L’università, inoltre, è un ottimo passpartout per la carriera politica, per incarichi extra accademici, per collaborazioni giornalistiche e televisive, per l’accesso ai salotti buoni ecc. Dunque offre, per sua natura, una serie di benefit che rendono questo lavoro particolarmente appetito. Questo, nel tempo ha creato una casta totalmente deresponsabilizzata. Certo non mancano ottimi ricercatori, docenti coscienziosissimi, persone di grande valore ed onestà, ma ciò non impedisce che il ceto accademico sia una casta con larghissimi margini parassitari. Questo dato cambia da paese a paese: Francia e Germania contengono queste dinamiche, mentre Grecia e Spagna stanno peggio, ma il fenomeno tocca i suoi livelli più bassi nel nostro paese. Per bene che vada, ci sono legioni di docenti che non si aggiornano, che “dicono la stessa messa” da 25 anni, guardandosi bene dal rinnovare i programmi, che scrivono testardamente sullo stesso argomento da mezzo secolo, che non preparano una lezione che si dice una, che non leggono un rigo delle tesi che assegnano ed, in qualche caso, neppure dei libri che adottano per il loro esame.

Ora è del tutto evidente che una battaglia in difesa dell’università pubblica deve prima di tutto prendere le distanze dagli interessi della casta accademica che è la prima responsabile dello stato di cose presente. Se mai si otterrà di ripristinare risorse pubbliche per l’università non devono servire a salvare i privilegi di questa casta.

Occorre quindi ripensare tutto il modello rimettendo in discussione molte cose: dalla struttura gerarchica attuale all’impostazione didattica, dal valore legale dei titoli di studio agli stipendi standardizzati e sganciati dalla produttività, dalle forme di accertamento sulla formazione degli studenti agli organi di governo, dalla struttura per materie e per piani di studio fissi alla standardizzazione dei progetti formativi. Ma soprattutto partendo da una considerazione: ma davvero università pubblica deve significare università statale?

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