Sulla falsariga della finanza creativa in stile Tremonti ora anche il
governo Renzi si appresta a fare le medesime capriole sul versante dei
salari. L'ultima trovata, infatti, è costituita dall'uso anticipato del
Tfr (Trattamento di fine rapporto, volgarmente la liquidazione).
In realtà una forma di anticipazione di una quota del Tfr era già
possibile per ragioni ben precise, come l'acquisto della prima casa, ma
quello che ha in mente il governo è un differente uso strutturale del
Tfr, che vedrebbe ridursi o addirittura azzerare il proprio
accantonamento. In un recente passato il Tfr era già stato abbondantemente snaturato, consentendo di utilizzarlo in direzione dei fondi pensione.
La liquidazione di lavoratori e lavoratrici, dunque, doveva incontrare
la finanza da un lato per darle fiato e dall'altro per capitalizzare in
operazioni finanziarie più o meno spregiudicate una quota di salario
differito, per trasformarsi poi in un vitalizio che avrebbe dovuto
integrare le pensioni a causa di un loro netto ridimensionamento. La
logica era ti taglio la pensione, ma quel che resta di una parte del tuo
accantonamento (Tfr) vattelo a giocare attraverso i fondi pensione, per
ridurre il danno. In alcuni casi, però, il danno aumenta, come ha
dimostrato il fallimento di molti fondi pensione. Con l'esplosione della
bolla tecnologica statunitense, alcune categorie di addetti americani
al tempo dovettero rinviare il momento del pensionamento, in quanto il
loro fondo era fallito, e non consentiva il recupero neppure di quanto
messo da parte in tutti gli anni di attività, altro che
capitalizzazione!
Ma la spinta verso la finanziarizzazione delle risorse previdenziali non
è più sopportabile per un paese in grave crisi come l'Italia. Se prima
l'ideologia dominante teorizzava l'andata verso la finanza delle risorse
accantonate dal lavoro, oggi le emergenze sono diventate altre. Il
crollo dei consumi, la deflazione, il ristagno dell'economia non
consentono neppure di favorire i mercati finanziari. E per certi versi
neppure le imprese, almeno non tutte. Oggi, dunque, il governo
avanza proposte sul Tfr che vanno dalla sua messa in busta paga, fino al
50% dell'accantonamento mensile, oppure la possibilità di versare in
busta paga persino tutto il Tfr maturato. La scelta in entrambi
i casi è su base volontaria. Vale la pena riflettere su queste ipotesi,
che non possono essere banalizzate come propagandistiche (anche se c'è
indubbiamente pure questa componente), in quanto rappresentano una
pericolosa insidia per il mondo del lavoro.
La logica governativa parte dalla volontà di far ripartire i consumi
attraverso una aumento delle buste paga a costo zero per l'impresa.
Insomma torna il tentativo di riprenderla dalla domanda, come per gli 80
euro d'inizio anno. Con alcune differenze importanti però. Gli 80 euro
che molti avevano incomprensibilmente sottovalutato, se non snobbato,
rappresentavano in qualche misura un alleggerimento del carico fiscale
sulle buste paga, cioè era un intervento a carico dello Stato per
favorire il lavoro. Al momento l'esito non ha corrisposto alle attese,
poiché i consumi continuano a calare, ma rappresentava comunque una
boccata d'ossigeno per una parte di salariati. Il Tfr in busta paga
subito, invece, costituisce un diverso uso di risorse che sono già del
lavoro. Non solo, ma l'intento del governo è quello di ottenere
subito un ritorno fiscale da questa scelta, poiché la tassazione
separata attualmente del Tfr oscilla tra il 23 e il 26%, mentre potrebbe
arrivare a toccare il 43%. Per molte piccole imprese o alle
imprese indebitate mettere a disposizione il Tfr potrebbe essere un
aggravio immediato, dato che con gli accantonamenti del Tfr viene fatto
un uso economico immediato, lasciandolo figurare solo finanziariamente
ai propri dipendenti. Ma soprattutto si trasformano le relazioni
industriali tra capitale e lavoro. Qui sta il problema principale. Ai
dipendenti ricevere una parte o la totalità della liquidazione può
apparire un beneficio immediato, oppure una garanzia di un ritorno di
una parte del salario che con le riforme che corrono, chissà mai se si
potrà recuperare (pensione, ma quando?), ma ciò può costituire anche un
surrogato dei prossimi rinnovi contrattuali. E per ciò non mi pare che il mondo dell'impresa nel suo complesso gridi allo scandalo.
Non
si applicherebbe più una ripartizione della ricchezza prodotta, nessuna
quota di produttività ricadrebbe sul lavoro, in quanto il lavoro
verrebbe quietato con risorse che già sono sue. Non a caso la
carta del Tfr subito si può combinare con il mancato rinnovo dei
contratti, con un vero e proprio blocco dei rinnovi, come sta accadendo
per la gran parte delle categorie professionali. Questa partita di giro
non solo non è a costo zero (ammesso che gli 80 euro lo siano
effettivamente stati), ma è tutta a carico del lavoro. Il vantaggio è
che non lo sembra, e allo stesso tempo si mettono dei soldi in tasca
subito a una parte dei lavoratori e lavoratrici dipendenti. L'effetto
sui consumi è dubbio, ma serve a tirare a campare in una fase in cui non
c'è uno straccio di prospettiva per le classi dirigenti. Inoltre si
frammenta ulteriormente il lavoro (la scelta è appunto volontaria), e lo
si addomestica nella sua volontà contrattuale. Una vera fregatura
davvero insidiosa.
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