Mentre nei dintorni di Kobane
impazzavano scontri ferocissimi, su twitter c’è stata una discussione
esplosiva ed erratica, che ha visto partecipare attivisti kurdi e
internazionali, giornalisti, residenti delle zone colpite, falchi
guerrafondai atlantisti e anche qualche sostenitore del califfato, più o
meno mascherato. Molti in rete hanno ripreso le accuse che
attivisti kurdi e rappresentanti delle YPG ripetono da settimane: la
Turchia è complice del massacro in atto. La posizione della
Turchia nei confronti dell’Isis è talmente ambigua che anche per il più
esperto commentatore è difficile dare una spiegazione esatta dei
comportamenti dello Stato turco, dovendo eventualmente tener conto anche
delle supposte divisioni tra governo, esercito e intelligence. Certo è
che il parlamento turco ha autorizzato giovedì l’uso della forza nei
confronti dello Stato Islamico, ed Erdogan si è espresso sulla necessità
di evitare che Kobane finisca in mani jihadiste. Questo potrebbe
suscitare un sospetto pesante, ma per molti versi plausibile: la
Turchia auspica che l’Isis faccia il lavoro sporco, annientando la
Rojava autonoma creata dalle YPG e dal suo braccio politico, il PYD, evitando così la situazione creatasi negli anni ’90, quando la no fly zone
Americana nel Kurdistan iracheno ha permesso basi d’appoggio sul
confine iracheno al PKK nella sua lotta contro l’esercito turco. Questa
interpretazione degli eventi è diffusa tra attiviste e attivisti kurdi.
Le potenziali ramificazioni di questa situazione sono talmente tante da rendere quasi impossibile elencarle tutte. L’assedio ha già prodotto il più grande esodo di profughi della guerra siriana,
tra i 160 e i 200 mila in poche settimane. Molti di questi sono tornati
a combattere, ma quelli che rimangono in Turchia (la maggioranza) si
trovano proprio sul confine, a guardare gli scontri con binocoli e
periodicamente a manifestare contro i soldati turchi presenti, talvolta
scontrandosi con loro e subendo cariche e idranti. Sono esplosi scontri
in zone kurde della Turchia e il 3 ottobre sono stati caricati turchi e
kurdi che manifestavano assieme a Kadikoy, un quartiere di Istanbul. Va inoltre ricordato che sembra esserci una grossa presenza di cittadini turchi dentro l’Isis
(circa 800), mentre sono state diverse le segnalazioni di militanti
filo-Isis presenti nelle piazze e manifestazioni in Turchia, per non
parlare della rete di smistamento che l’Isis deve aver creato entro i
confini turchi per permettere l’arrivo dei volontari e il loro passaggio
in Siria e Iraq. Il conflitto a Kobane rischia di far esplodere
alcune contraddizioni latenti del regime neo-ottomano di Erdogan e nel
suo partito, riportando l’opposizione nelle piazze in numeri
sempre maggiori. Diverse fonti confermano una nuova alleanza tra le YPG e
i ribelli siriani del FSA, ma per il momento non sembra che questo
possa cambiare la sorte di Kobane. Salih Muslim, comandante delle YPG,
attualmente in Europa, afferma che le autorità turche hanno presentato
un ultimatum alle sue forze: sciogliete la zona autonoma di Rojava e le
YPG, in cambio del sostegno turco per evitare il massacro. Salih Muslim
afferma di aver già rigettato l’offerta.
Il punto di vista dei movimenti
nei confronti dell’esperienza di Rojava dovrebbe essere chiaro, ma nei
due anni della sua esistenza l’attenzione che ha ricevuto è stata
tragicamente poca. Solo da quest’estate, quando si è profilato
il possibile annientamento delle YPG, si è cominciato a guardare con
attenzione e a valorizzare la rivoluzione di Rojava. Adesso che il suo
annientamento potrebbe realizzarsi da un giorno (o da un’ora) all’altro,
la necessità di prendere posizione, di mobilitarsi e immaginare
iniziative serie di sostegno economico, logistico, umanitario e politico
si fa molto urgente, perché siamo già molto in ritardo. A chi non
riesce a essere chiaro, a chi vuole disperatamente mantenere uno schema
di antimperialismo vecchio di decenni e a chi, dall’altra parte, vuole
superarlo troppo in fretta, vale la pena ricordare le recenti parole di Wu Ming:
«il PKK è una forza di massa laica, socialista, libertaria, femminista
in Medio Oriente. E guida una resistenza popolare all’Isis». Le bombe
americane, che sembra siano cadute nella serata di venerdì 3 ottobre,
non sono (e non saranno mai) da invocare o sperare, e le contraddizioni
che tali interventi suscitano vanno affrontate con forza. Ma riconoscere
che la lotta di queste donne e questi uomini è qualcosa che appartiene
non solo alla cronaca mediorientale, ma al patrimonio dei movimenti
globali per la giustizia sociale, come la lotta pluridecennale del popolo palestinese, è un atto dovuto e necessario, per poi agire di conseguenza. Non si tratta di costruire nuovi miti, o di ripescare vecchi immaginari di quello che veniva chiamato terzomondismo. Siamo di fronte a un conflitto segnato dall’attraversamento di confini:
basta pensare non solo ai volontari dell’Isis, ma alle centinaia di
kurdi residenti in Europa tornati a combattere in Iraq e Siria.
Nonostante la strumentalizzazione politica operata da forze
evidentemente reazionarie in Europa e negli Stati Uniti e il ritorno
della possibilità di un’invasione «occidentale» del levante, siamo già coinvolti, perché non siamo di fronte a una lotta di «altri» rispetto a noi. Di fronte a tutto questo la prospettiva di un blando «tifo per i nemici degli Usa» non funziona più.
La battaglia degli ultimi due giorni,
che sta vedendo decine di morti, non ha segnato la caduta di Kobane, che
potrebbe però avvenire nelle prossime ore, nonostante la resistenza
eroica e solitaria delle compagne e dei compagni delle YPG. La loro
scommessa è quella di costruire in Medio Oriente uno spazio di
autodeterminazione egualitario, socialista, pluralistico, indipendente
tanto dai macellai religiosi dell’Isis e di al Nusra quanto da quelli
laici di Assad. Qui non si tratta di sostenere un’idea quando
tra mille distinguo la si riconosce uguale alla propria, ma della
attuale volontà politica organizzata, armata e non mediata di donne e
uomini. Dobbiamo chiederci: i movimenti sono capaci di
trovare i modi per sostenere realmente questa lotta? E se la risposta è
no, allora, perché?
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