di Carola Frediani
È impressionante, ma non inaspettata, la velocità con cui siamo passati a parlare di intelligenza artificiale intesa come il tuo copilota personale o lavorativo che toglierà di mezzo un sacco di compiti noiosi, a intelligenza artificiale intesa come tecnologia che facilita un bombardamento.
Voglio dire, è ovvio che questo secondo aspetto fosse già lampante da tempo (per molti, sicuramente per questa newsletter e per il sito Guerre di Rete): del resto, bastava seguire i resoconti della guerra in Ucraina e degli attacchi israeliani su Gaza.
Ma lo scontro tra il Pentagono e Anthropic (società che produce Claude, la nota famiglia di modelli linguistici di grandi dimensioni) ha avuto il merito di funzionare da pirandelliano strappo nel cielo di carta.
Si sta infatti cementando un complesso militare-industriale con al centro l’intelligenza artificiale, su cui i governi (in primis, quello Usa), ossessionati dal raggiungere la supremazia tecnologica, stanno scommettendo moltissimo e per cui sono disposti a far saltare qualsiasi regola, anche nei rapporti con le società produttrici. E, d’altro canto, queste ultime, affamate di utili che ancora non arrivano, non si fanno alcuno scrupolo a siglare contratti coi militari, whatever it takes.
Tutto ciò, in uno scenario in cui le conseguenze di questa rapidissima integrazione tra IA e sistemi d’arma e di intelligence sono ancora tutte da capire (in termini di affidabilità, sicurezza, risvolti etici, legali) e prospettano scenari distopici.
E dunque veniamo all’analisi di chi questo cielo di carta, nelle ultime settimane, lo ha preso a mazzate: lo scontro Anthropic-Pentagono, che ha portato alla messa al bando della società dai contratti governativi statunitensi. Partendo però dalla fine. Perché secondo il WSJ, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha ancora utilizzato l’intelligenza artificiale di Anthropic durante gli attacchi in Iran, poco dopo il ban.
Del resto, Trump aveva specificato che ci sarebbe stata una fase di transizione di sei mesi per il Dipartimento della Difesa e le altre agenzie che utilizzano i prodotti dell’azienda. Nel mentre, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato al Pentagono di designare Anthropic un “rischio per la catena di approvvigionamento”, come una qualsiasi azienda hi-tech cinese o russa sospettata di avere backdoor nei suoi prodotti (e infatti sulla dubbia legalità di questa mossa senza precedenti, rimando a questo articolo).
“Con effetto immediato, nessun appaltatore, fornitore o partner che intrattiene rapporti commerciali con l’esercito degli Stati Uniti può svolgere alcuna attività commerciale con Anthropic”, ha scritto Hegseth in un post sui social.
Su come Claude sia utilizzato dai militari si sa ovviamente poco. Sappiamo che Anthtropic è stata la prima società di modelli di IA ad ottenere un contratto da 200 milioni di dollari col Pentagono, la scorsa estate, creando dei modelli ad hoc, come Claude Gov, con meno restrizioni. E che fino a pochi giorni fa è stata l’unica a poter lavorare con sistemi classificati. Secondo fonti di Wired Usa, Claude Gov sarebbe utilizzato principalmente per compiti di routine, come la redazione di rapporti e la sintesi di documenti, ma anche per l’analisi delle informazioni e la pianificazione militare.
“Da quanto ne sappiamo – scrive la newsletter AI Update – viene utilizzato per elaborare dati di intelligence, identificare pattern nelle immagini satellitari e nelle comunicazioni intercettate, eseguire simulazioni e generare briefing. Pensatelo come l’assistente di ricerca più costoso al mondo, non come un Terminator. Ma il confine tra “supportare le decisioni” e “prendere decisioni” diventa rapidamente sfumato quando si elaborano i dati che determinano dove cadrà il prossimo missile”.
Inoltre Claude è integrato in una piattaforma di Palantir, società di analisi dei dati ben nota per i molteplici contratti col governo Usa: si tratta del Maven Smart System, uno strumento di IA che fornisce alle truppe un quadro unificato delle informazioni di intelligence provenienti da più sensori.
Ed è proprio questa partnership che ha portato alle prime avvisaglie dello scontro Anthropic-Pentagono, quando a gennaio è emerso sui media che nella cattura di Maduro sarebbe stato usato anche Claude. Un dipendente di Anthropic avrebbe chiesto chiarimenti sull’operazione a una controparte in Palantir, che a sua volta avrebbe informato il Pentagono, che si sarebbe alquanto irritato.
Anche perché probabilmente erano già in atto delle tensioni e negoziazioni con la società cofondata da Dario Amodei sulle restrizioni volute dalla stessa società nell’utilizzo di Claude da parte dei militari. Fra queste, due apparivano come non negoziabili per Amodei: no all’uso per fare sorveglianza di massa sui cittadini Usa; no all’uso in armi completamente autonome (senza supervisione umana).
Due questioni che erano già state sottolineate da Amodei in un saggio pubblicato a gennaio. E che sono francamente diventate una sorta di limite etico minimo, una specie di palizzata disperata contro i carri armati della distopia. Per questo Amodei, e Anthropic, che hanno costruito la loro società sull’idea, se volete sul brand, di essere migliori di OpenAI, di pensare di più alla sicurezza e all’etica, non avrebbe mai potuto cedere alle minacce del Pentagono. È stata la cronaca di una spaccatura annunciata.
Ora Anthropic, che combatterà in tribunale la designazione di rischio nella catena di fornitura, è diventata un paria per il governo ma si è guadagnata il rispetto di molti nel settore. E ha generato delle scosse telluriche in altre aziende, dove i dipendenti si sono messi a firmare petizioni per chiedere di opporsi all’uso dei loro strumenti di intelligenza artificiale per la sorveglianza di massa e per la produzione di armi in grado di uccidere senza il controllo umano.
E mentre Claude balza in cima ai download sull’App Store Usa, c’è chi chiede di boicottare ChatGPT dopo la notizia che OpenAI avrebbe invece trovato un accordo con il Pentagono per usare i suoi modelli in reti militari classificate. Un accordo che non convince anche molti esperti di tecnologia.
E quindi, siamo di fronte a una Authoritarian AI Crisis, come ha scritto Casey Newton? Non lo so, ma certo ci voleva una buona dose di ingenuità (o un fitto strato di prosciutto sugli occhi) per pensare che si potessero fare contratti coi dipartimenti della difesa senza che questi sollevassero grossi problemi etici per aziende private nate come laboratori di ricerca per costruire una tecnologia che migliorerà il mondo.
Ma almeno ora alcune delle contraddizioni sono più visibili per tutti. Come è palese che i margini di azione in questo campo da parte della società civile e di chi si preoccupa di diritti umani e legalità si stanno restringendo sempre più velocemente, se non si agisce subito.
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13/03/2026
07/11/2025
OpenAI, giù la maschera
di Carola Frediani
Martedì scorso OpenAI ha annunciato la sua trasformazione in una società for profit, completando quel percorso che, dalla nascita come no profit nel 2015, aveva poi deviato verso la commercializzazione dei prodotti, la corsa all’IA, e la fisionomia di una startup che punta a un’offerta pubblica iniziale e una quotazione in borsa col botto. La ristrutturazione trasforma infatti l’ex “laboratorio” dietro a ChatGPT in una società di pubblica utilità (public benefit corporation, PBC, ovvero una società a scopo di lucro legalmente tenuta a bilanciare i rendimenti degli azionisti con un dichiarato beneficio pubblico). Significa che la nuova OpenAI (ufficialmente OpenAI Group PBC) potrà emettere azioni ai dipendenti (stock option), raccogliere capitali attraverso tradizionali round di finanziamento azionario, quotarsi in borsa. Ma dichiarando di farlo a beneficio dell’umanità. Ok, esiste anche una fondazione senza scopo di lucro, a cui ha assegnato una ricca quota del 26 per cento, valutata 130 miliardi di dollari.
Ma Microsoft, che dal 2019 ha investito oltre 13 miliardi di dollari in OpenAI, ha una quota del 27% valutata 135 miliardi di dollari, mentre le quote restanti sono detenute da altri investitori e dipendenti.
La Fondazione OpenAI controlla l’attività a scopo di lucro, scrive OpenAI nel suo comunicato. Ricordiamo che il board della no profit (ora board della fondazione) è lo stesso uscito modificato e pro-Altman dallo scontro tra lo stesso Altman e il precedente board, che si era opposto alla disinvoltura con cui la società stava cavalcando la commercializzazione dell’IA (di cui avevo scritto in newsletter).
Oltre a questo, commenta Quartz, la fondazione sarebbe comunque “una facciata che nasconde un’impresa fondamentalmente commerciale. Il consiglio di amministrazione senza scopo di lucro può tecnicamente mantenere il controllo, ma quando la sopravvivenza dipende dalla soddisfazione degli investitori, dalla raccolta di centinaia di miliardi di capitale e dalla capacità di attrarre talenti con pacchetti azionari competitivi, tale controllo diventa in gran parte puramente formale”.
Inoltre, “la tempistica non è casuale. SoftBank aveva minacciato di ridurre il proprio investimento da 30 a 20 miliardi di dollari se OpenAI non avesse ristrutturato entro la fine dell’anno. Microsoft aveva bisogno di rinegoziare il proprio accesso esclusivo alla tecnologia di OpenAI. I migliori ricercatori stavano passando alla concorrenza, che poteva offrire loro reali vantaggi in termini di capitale. Lo status di organizzazione senza scopo di lucro impediva loro di raccogliere fondi, di cui l’azienda ha bisogno in quantità quasi illimitata per sopravvivere”.
Secondo fonti di Reuters, OpenAI starebbe lavorando a un’offerta pubblica iniziale che potrebbe valutare l’azienda fino a 1.000 miliardi di dollari, in quella che potrebbe essere una delle più grandi IPO di tutti i tempi. E la domanda alle autorità di regolamentazione potrebbe arrivare già nella seconda metà del 2026. Che un’IPO sia probabile è stato anche detto dallo stesso Altman in una riunione coi dipendenti, riferisce The Information. Che aggiunge: “Un’IPO diluirebbe ulteriormente gli azionisti, ma potrebbe essere fondamentale per l’azienda, che ha previsto di bruciare 115 miliardi di dollari fino al 2029, aumentando la spesa per i server per promuovere la ricerca sull’intelligenza artificiale e potenziare ChatGPT e altri prodotti”.
The Information sottolinea anche che “c’è un grande divario tra le entrate di OpenAI, che secondo le previsioni raggiungeranno i 13 miliardi di dollari quest’anno, e la spesa prevista per i server necessari a sviluppare la sua tecnologia e rimanere davanti a rivali come Google e xAI”.
Già a inizio ottobre il Financial Times rilevava come OpenAI avesse firmato contratti per circa 1.000 miliardi di dollari per l’acquisto di potenza di calcolo, “impegni che superano di gran lunga le sue entrate e sollevano interrogativi su come potrà finanziarli”, sottolineando anche la circolarità dei suoi accordi con Nvidia, Amd, Oracle.
A questo proposito, sul sito Guerredirete.it abbiamo pubblicato un articolo sul rischio bolla, a firma di Andrea Signorelli.
Fonte
Martedì scorso OpenAI ha annunciato la sua trasformazione in una società for profit, completando quel percorso che, dalla nascita come no profit nel 2015, aveva poi deviato verso la commercializzazione dei prodotti, la corsa all’IA, e la fisionomia di una startup che punta a un’offerta pubblica iniziale e una quotazione in borsa col botto. La ristrutturazione trasforma infatti l’ex “laboratorio” dietro a ChatGPT in una società di pubblica utilità (public benefit corporation, PBC, ovvero una società a scopo di lucro legalmente tenuta a bilanciare i rendimenti degli azionisti con un dichiarato beneficio pubblico). Significa che la nuova OpenAI (ufficialmente OpenAI Group PBC) potrà emettere azioni ai dipendenti (stock option), raccogliere capitali attraverso tradizionali round di finanziamento azionario, quotarsi in borsa. Ma dichiarando di farlo a beneficio dell’umanità. Ok, esiste anche una fondazione senza scopo di lucro, a cui ha assegnato una ricca quota del 26 per cento, valutata 130 miliardi di dollari.
Ma Microsoft, che dal 2019 ha investito oltre 13 miliardi di dollari in OpenAI, ha una quota del 27% valutata 135 miliardi di dollari, mentre le quote restanti sono detenute da altri investitori e dipendenti.
La Fondazione OpenAI controlla l’attività a scopo di lucro, scrive OpenAI nel suo comunicato. Ricordiamo che il board della no profit (ora board della fondazione) è lo stesso uscito modificato e pro-Altman dallo scontro tra lo stesso Altman e il precedente board, che si era opposto alla disinvoltura con cui la società stava cavalcando la commercializzazione dell’IA (di cui avevo scritto in newsletter).
Oltre a questo, commenta Quartz, la fondazione sarebbe comunque “una facciata che nasconde un’impresa fondamentalmente commerciale. Il consiglio di amministrazione senza scopo di lucro può tecnicamente mantenere il controllo, ma quando la sopravvivenza dipende dalla soddisfazione degli investitori, dalla raccolta di centinaia di miliardi di capitale e dalla capacità di attrarre talenti con pacchetti azionari competitivi, tale controllo diventa in gran parte puramente formale”.
Inoltre, “la tempistica non è casuale. SoftBank aveva minacciato di ridurre il proprio investimento da 30 a 20 miliardi di dollari se OpenAI non avesse ristrutturato entro la fine dell’anno. Microsoft aveva bisogno di rinegoziare il proprio accesso esclusivo alla tecnologia di OpenAI. I migliori ricercatori stavano passando alla concorrenza, che poteva offrire loro reali vantaggi in termini di capitale. Lo status di organizzazione senza scopo di lucro impediva loro di raccogliere fondi, di cui l’azienda ha bisogno in quantità quasi illimitata per sopravvivere”.
Secondo fonti di Reuters, OpenAI starebbe lavorando a un’offerta pubblica iniziale che potrebbe valutare l’azienda fino a 1.000 miliardi di dollari, in quella che potrebbe essere una delle più grandi IPO di tutti i tempi. E la domanda alle autorità di regolamentazione potrebbe arrivare già nella seconda metà del 2026. Che un’IPO sia probabile è stato anche detto dallo stesso Altman in una riunione coi dipendenti, riferisce The Information. Che aggiunge: “Un’IPO diluirebbe ulteriormente gli azionisti, ma potrebbe essere fondamentale per l’azienda, che ha previsto di bruciare 115 miliardi di dollari fino al 2029, aumentando la spesa per i server per promuovere la ricerca sull’intelligenza artificiale e potenziare ChatGPT e altri prodotti”.
The Information sottolinea anche che “c’è un grande divario tra le entrate di OpenAI, che secondo le previsioni raggiungeranno i 13 miliardi di dollari quest’anno, e la spesa prevista per i server necessari a sviluppare la sua tecnologia e rimanere davanti a rivali come Google e xAI”.
Già a inizio ottobre il Financial Times rilevava come OpenAI avesse firmato contratti per circa 1.000 miliardi di dollari per l’acquisto di potenza di calcolo, “impegni che superano di gran lunga le sue entrate e sollevano interrogativi su come potrà finanziarli”, sottolineando anche la circolarità dei suoi accordi con Nvidia, Amd, Oracle.
A questo proposito, sul sito Guerredirete.it abbiamo pubblicato un articolo sul rischio bolla, a firma di Andrea Signorelli.
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