di Emiliano Brancaccio
È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.
Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.
Stando ai leak pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati Uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.
Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.
In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.
Inoltre, gli Stati Uniti sono pronti a inaugurare una progressiva rimozione delle cosiddette «sanzioni» contro il regime teocratico. Significa, in sostanza, che saranno allentate le barriere protezioniste, non solo verso il petrolio ma anche verso le imprese estere che hanno continuato a interagire con Teheran. Lo sbandierato friend shoring americano potrebbe così diventare enemy shoring: una stagione di nuovi commerci col vecchio nemico.
C’è poi il capitolo dei fondi per la ricostruzione dell’Iran bombardato. Trump ha ancora la faccia di venderla come occasione di profitto per i sodali del suo golf club. Ma gli iraniani la vedono diversamente, come riparazioni di guerra a carico dei demolitori. In un caso o nell’altro, è difficile immaginare che gli investitori americani potranno muoversi a proprio agio, in un paese ormai ampiamente innestato nella fitta rete di relazioni inter-capitalistiche sino-russe.
Resta infine il disastro di Hormuz. All’inizio della guerra, Washington e Tel Aviv puntavano sulla presa del canale per condizionare i transiti verso oriente e mettere la Cina sotto scacco. Non è andata bene. Adesso si accontentano di invocare una riapertura senza condizioni. Ma potrebbe andargli peggio. Ora infatti è Teheran che esige denari da coloro che passeranno lo stretto, non più come «pedaggi» ma come «servizi di navigazione e sicurezza». Per il diritto internazionale la definizione è più digeribile. Ma la sostanza è la stessa: l’iniziale azzardo piratesco di americani e israeliani potrebbe sfociare in un umiliante ribaltamento di ruoli.
L’esito della contesa militare è alquanto sorprendente ma tra i contabili di guerra non c’è troppo stupore. Oggi l’America indebitata può spendere per armamenti meno di un decimo rispetto agli enormi investimenti militari che destinava alle campagne medio-orientali nell’epoca d’oro delle grandi invasioni.
La ragione risiede in un limite già delineato da Ian Ferguson: quando la spesa per interessi sul debito supera la spesa militare, l’espansione imperiale entra in crisi. Ferguson parla solo di debito pubblico, come vari commentatori poco avvezzi all’argomento. In realtà si tratta di debito verso l’estero, sia pubblico che privato. Ma l’implicazione è quella. Come era accaduto nella crisi dell’impero britannico, il cosiddetto vincolo esterno inizia a mordere anche l’impero americano.
Presi nell’inedita morsa, gli Stati Uniti saranno presto o tardi forzati verso un drammatico bivio: rassegnarsi al declino imperiale e accettare di governarlo pacificamente con gli altri paesi, oppure giocarsi il tutto per tutto con una escalation bellica generale, in spregio al dissesto finanziario e forti di una supremazia militare ancora difficile da scalzare. O Pechino o morte.
A lungo il dilemma incomberà sul Mondo. Per adesso, anziché affrettarsi a inviare navi italiane su Hormuz, Meloni farebbe bene a chiedere all’amico Trump in che direzione vuol mettere la freccia.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/06/2026
Washington paga e ottiene promesse
23/04/2026
La guerra contro l’Iran ridefinisce la “guerra dei corridoi di connettività”
Da est a ovest e da nord a sud, questi corridoi collegano praticamente tutti i principali attori dell’Eurasia.
Approfondiamo quelli che potrebbero essere i quattro vettori più importanti: il corridoio est-ovest della Nuova Via della Seta/Belt and Road Initiative (BRI), guidata dalla Cina; il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC) Russia-Iran-India; l’IMEC (Corridoio India-Medio Oriente); e i corridoi proposti che collegherebbero la Turchia con il Qatar, la Siria e l’Iraq.
La Nuova Vie della Seta/BRI della Cina avanza attraverso una molteplicità di corridoi dallo Xinjiang all’Eurasia occidentale, compreso il Corridoio Settentrionale (attraverso la Transiberiana in Russia) e il Corridoio Centrale (attraverso il Kazakistan e il Mar Caspio verso il Caucaso e la Turchia).
L’Iran al centro dell’integrazione eurasiatica
È la geografia dell’Iran che ha posizionato il paese, fin dai tempi dell’Antica Via della Seta, come crocevia tra Oriente e Occidente; un ruolo riportato in auge dalla Nuova Via della Seta/BRI lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013.
Uno dei suoi vettori cruciali, incluso nell’accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari tra Cina e Iran firmato nel 2021, è il corridoio terrestre Cina-Iran integrato nella BRI. È essenziale per aggirare il dominio marittimo americano, la raffica di sanzioni decennali contro la Repubblica Islamica e i punti di strozzatura sensibili come lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez.
Il primo treno merci proveniente da Xian, l’antica capitale imperiale cinese, è arrivato al porto secco di Aprin in Iran, situato a 20 km da Teheran, inaugurato solo tre anni fa a maggio. Ciò ha segnato l’inaugurazione ufficiale di questo corridoio, riducendo i tempi di transito da un massimo di 40 giorni via mare a un massimo di 15 giorni via terra.
Aprin è un porto secco: un terminal intermodale interno, collegato direttamente via strada/ferrovia ai porti marittimi, nel Mar Caspio o nel Golfo Persico. Ciò significa che le massicce spedizioni cinesi possono accedere rapidamente alle rotte marittime globali.
Il corridoio Cina-Iran si inserisce nel più ampio corridoio est-ovest che, prima della guerra, mirava a collegare lo Xinjiang attraverso l’Asia centrale (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan) all’Iran, alla Turchia e, più avanti, al Golfo Persico, all’Africa e persino all’Europa.
Naturalmente, la Cina potrebbe anche trarre vantaggio dal corridoio ferroviario per ricevere il petrolio iraniano, invece di fare affidamento sulla flotta fantasma iraniana, sebbene le sfide logistiche rimangano significative.
La ferrovia Cina-Iran sta già ridefinendo l’importanza del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta della BRI che collega lo Xinjiang, attraverso l’autostrada del Karakorum, al Pakistan settentrionale e poi attraverso il Baluchistan fino al porto di Gwadar nel Mar Arabico.
Fino alla scelta di guerra del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Pechino era incline a prestare maggiore attenzione al corridoio iraniano, considerando l’instabile situazione politica del Pakistan.
Qualunque cosa accada in futuro, l’Iran dovrà comunque destreggiarsi con cautela nell’interazione vertiginosamente complessa tra Cina e India. Dopo tutto, entrambi i membri del BRICS hanno un profondo interesse strategico nei porti iraniani, considerati porte d’accesso essenziali all’Asia centrale.
Inoltre, il porto iraniano di Chabahar, nel Sistan-Baluchistan, parte di quella che poteva essere considerata, almeno prima della guerra, la Via della Seta indiana, è in diretta concorrenza con il porto pakistano/BRI di Gwadar nel Mar Arabico, distante solo circa 80 chilometri.
Questo ci riporta ancora una volta al ruolo senza pari dell’Iran nella connettività eurasiatica. L’Iran si trova all’incrocio privilegiato di due corridoi di trasporto chiave: il vettore est-ovest guidato dalla Cina e l’INSTC, che collega tre membri del BRICS – Russia, Iran e India.
Ciò che Teheran aveva fatto, fino alla guerra, era stato allineare abilmente la sua politica multivettoriale con entrambe le potenze, Cina e India, e con entrambi i corridoi. Considerando l’allineamento dell’India con Israele proprio prima dell’attacco contro l’Iran del 28 febbraio, le cose potrebbero cambiare radicalmente in futuro.
L’INSTC si scontra con l’IMEC
L’INSTC può essere sinteticamente descritto come il vettore nord-sud dell’integrazione eurasiatica, che collega Russia, Iran e India e si intreccia con la Nuova Via della Seta cinese, che si snoda da est a ovest attraverso l’Asia centrale.
Nel maggio dello scorso anno, con una troupe professionale di cinque persone, ho girato Golden Corridor: il primo documentario al mondo, in inglese, su come l’INSTC si sviluppa all’interno dell’Iran, dal Mar Caspio al Golfo Persico e al Mar di Oman, con un’attenzione particolare a Chabahar.
Fino alla guerra, l’India era estremamente preoccupata per il potenziale investimento cinese a Chabahar – una preoccupazione confermata dalle autorità portuali durante la mia visita. Chabahar è, o almeno era, vista dagli strateghi indiani come il loro fiore all’occhiello in Iran: di fatto l’unica via praticabile per l’India verso l’Eurasia, per raggiungere i mercati dell’Asia centrale, della Russia e, infine, dell’Europa.
Non c’è da stupirsi che gli indiani fossero spaventati dalla possibilità che la Cina si assicurasse una presenza navale nell’Oceano Indiano occidentale.
Tutti gli investimenti indiani a Chabahar sono ora in sospeso. Erano già in stallo a causa delle pressioni statunitensi. La Cina, però, rimane implacabile. Guardando al futuro, Pechino ha già elaborato un piano di investimenti per la costa di Makran nel Sistan-Baluchistan, completo di un massiccio dispiegamento di aziende cinesi che collegano i porti iraniani alla BRI.
L’Iran opterà per un pragmatismo strategico, soprattutto dopo che l’India ha di fatto abbandonato la sua politica di non allineamento e la propria autonomia di fronte agli Stati Uniti: tutto ciò a causa dei calcoli superficiali e miopi del governo guidato da Narendra Modi. L’India dovrà quindi affrontare una dura battaglia se non vuole perdere il suo “gioiello della corona” persiano.
Qui vediamo ancora una volta la profonda interconnessione dei principali corridoi trans-eurasiatici. La ferrovia Cina-Iran, parte del corridoio Cina-Asia centrale-Turchia-Europa, si collega all’INSTC in Iran, che è sostenuto in modo cruciale dalla Russia.
Allo stesso tempo, entrambi si oppongono nettamente al corridoio impropriamente chiamato India-Medio Oriente-Europa, l’IMEC, che in realtà è il corridoio Israele-Medio Oriente-India-Europa. L’obiettivo chiave dell’IMEC, un prodotto della spinta degli Accordi di Abramo del Trump 2.0, è trasformare Israele in un hub strategico per i flussi commerciali ed energetici nell’Asia occidentale.
Come descritto per la prima volta da The Cradle, l’IMEC è stato finora poco più di una grande operazione di pubbliche relazioni lanciata in occasione del vertice del G20 a Nuova Delhi. Dovrebbe essere interpretato come la tardiva risposta dell’Occidente collettivo alla BRI: l’ennesimo progetto americano per “contenere” la Cina e, più recentemente, l’Iran in quanto membro dell’INSTC.
Soprattutto, l’IMEC è un corridoio di trasporto progettato per aggirare i tre principali vettori di una vera integrazione eurasiatica: i membri del BRICS, ovvero Cina, Russia e Iran.
La guerra contro l’Iran, tuttavia, sta facendo fare un bagno di realtà all’IMEC. Il porto di Haifa è stato gravemente danneggiato dai missili iraniani. Riyadh e Abu Dhabi sono in conflitto diretto su come adattarsi a un Golfo Persico post-americano in cui l’Iran sarà la potenza dominante.
Allo stato attuale, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS), sebbene sempre cauto, sembra incline a trovare un compromesso. Il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed (MbZ), al contrario, è a tutti gli effetti in guerra con Teheran.
L’Europa sta attivamente commettendo un suicidio politico ed economico. E l’India è perplessa su come quadrare il cerchio: come organizzare un vertice BRICS credibile entro la fine dell’anno allineandosi con gli Stati Uniti.
A tutti gli effetti, l’IMEC è ora in coma profondo.
Prendiamo alcuni risultati provvisori della guerra. Mancano quasi 1.100 km di binari dalla ferrovia che va da Fujairah negli Emirati Arabi Uniti ad Haifa; ne mancano 745 km da Jebel Ali a Dubai ad Haifa; e ne mancano 630 km dalla ferrovia che va da Abu Dhabi a Haifa.
Ciò fa apparire l’IMEC ancora più fragile all’indomani della guerra. Anche diversi potenziali nodi del corridoio e le infrastrutture circostanti sono stati colpiti dai missili iraniani. E potrebbe non essere ancora finita.
Le ambizioni della Turchia in materia di Pipelineistan
La Turchia, ovviamente, ha dovuto sviluppare le proprie idee di integrazione eurasiatica, soprattutto considerando che il neo-ottomanismo vuole posizionare Ankara come un attore in grado di rivaleggiare con Russia e Iran.
Allo stato attuale, la scommessa di Ankara è quella di puntare totalmente sul “Pipelineistan”, come l’ho definito due decenni fa, il labirinto ultra-politicizzato dei corridoi energetici eurasiatici.
Quindi il Pipelineistan include tutto, dal collegamento petrolifero Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), la cui realizzazione fu promossa dal defunto Zbigniew Brzezinski, autore di “La grande scacchiera”, fino al South Stream e al Turk Stream costruiti dalla Russia, nonché alle interminabili telenovele sul gas come il Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) e l’Iran-Pakistan-India (IPI), successivamente ridotto a IP.
Una delle principali ossessioni americane è stata a lungo quella di impedire la costruzione di un gasdotto Iran-Pakistan: un cordone ombelicale tra due potenti nazioni musulmane che collega l’Asia occidentale all’Asia meridionale.
Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar – sì, ricordate i droni? – è in grande spolvero. La sua idea preferita è quella di collegare Bassora – la capitale ricca di petrolio dell’Iraq meridionale – all’oleodotto Iraq-Turchia, che collega Kirkuk a Ceyhan, nel Mediterraneo (dove arriva anche il BTC), con una capacità di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. Il problema è che l’assenza di consenso politico in Iraq rende questo progetto, per ora, un sogno irrealizzabile.
La Turchia sta addirittura valutando di collegare i giacimenti petroliferi siriani – la cui produzione è tutt’altro che abbondante, con un massimo di 300.000 barili al giorno – all’oleodotto Iraq-Turchia. Si tratta di un territorio complesso, considerando che nessuno sa davvero chi controlli la Siria.
Tuttavia, Ankara rimane implacabile. Il Santo Graal sarebbe un gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria.
È una versione bizzarra della storia che si ripete. Un gasdotto era al centro della guerra in Siria: originariamente avrebbe dovuto collegare Iran, Iraq e Siria, prima che il Qatar spingesse nel 2009 per un percorso dal North Field attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino alla Siria – un progetto posto sotto veto da Damasco.
La guerra contro l’Iran ha nuovamente stravolto tutto dopo che QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore su una parte significativa delle sue esportazioni di GNL, con ripercussioni sia sull’Europa che sull’Asia.
Il Qatar continua a privilegiare il GNL rispetto ai gasdotti. Ma ora entra in scena la Turchia, con l’idea di un gasdotto – ancora da costruire – dal Qatar per rifornire l’Europa, presentato da Bayraktar come una “rotta di esportazione alternativa”. Ciò costerebbe almeno 15 miliardi di dollari: un gasdotto di 1.500 km che attraversa ben cinque confini. Un vero e proprio grattacapo, certificato e costoso.
Più fattibile, almeno in teoria, è il gasdotto transcaspico, che mira a collegare il Turkmenistan attraverso il Mar Caspio all’Azerbaigian e alla Georgia, molto probabilmente in parallelo al gasdotto BTC e poi verso l’Europa.
Ancora una volta, bisogna costruirlo. Costerebbe almeno 2 miliardi di dollari: un gasdotto sottomarino di oltre 300 km attraverso il Mar Caspio da Turkmenbashi a Baku. È lungo, ho fatto quella traversata su una nave da carico azera negli anni 2000 e ci vogliono almeno 8 ore. Successivamente, l’oleodotto, ancora inesistente, si collegherebbe con altri due, quello del Caucaso meridionale e quello transanatolico.
I costi aggiuntivi sarebbero inevitabili: per lo sviluppo a monte, la capacità di compressione e l’espansione a valle.
E anche se l’intero progetto venisse alla luce, il Turkmenistan non ha capacità di riserva: praticamente tutta la sua produzione va nello Xinjiang in Cina attraverso un gasdotto costruito e pagato dalla Cina. Nella migliore delle ipotesi, la Turchia importa una piccola quantità di gas turkmeno attraverso l’Iran, su base di scambio; anche l’Iran utilizza questo gas.
Creare corridoi di connettività, non guerre
Ciò che è chiaro è che la guerra dei corridoi di connettività rimarrà il principale vettore geoeconomico dall’Asia occidentale all’Asia centrale e meridionale, coinvolgendo molteplici percorsi verso l’integrazione eurasiatica.
La guerra contro l’Iran sta accelerando parecchie interconnessioni. Prendiamo, ad esempio, la National Logistics Corporation (NLC) in Pakistan che accede al Gabd Border Terminal per potenziare il commercio con l’Iran e soprattutto con l’Uzbekistan in Asia centrale, tramite un sistema chiamato TIR (Trasporto Internazionale su Strada), aggirando l’Afghanistan.
La NLC sta agendo in modo piuttosto strategico, attivando contemporaneamente molteplici corridoi commerciali verso la Cina, l’Iran e l’Asia centrale e, allo stesso tempo, contribuendo a rafforzare il fronte commerciale e finanziario dell’Iran, messo a dura prova dalla guerra.
E non stiamo nemmeno parlando dell’altro corridoio di connettività chiave del futuro: la rotta marittima settentrionale lungo la costa russa nell’Artico fino al Mare di Barents, che i cinesi chiamano poeticamente la Via della Seta artica.
Cina, India e Corea del Sud sono fortemente interessate alla Northern Sea Route (NSR) [che collegherebbe il Mare del Nord con lo Stretto di Bering, ndr], oggetto ogni anno di approfondite discussioni nei forum di San Pietroburgo e Vladivostok.
Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano bombardato diversi nodi dell’INSTC: il porto di Bandar Anzali, Isfahan, il porto di Bandar Abbas, il porto di Chabahar. Così come un tratto della ferrovia Cina-Iran, parte della BRI e finanziata dalla Cina.
Questa è una guerra contro l’Iran, contro la Cina, contro i BRICS, contro l’integrazione eurasiatica. Eppure l’integrazione eurasiatica si rifiuta semplicemente di essere sviata.
Creiamo corridoi di connettività, non guerre.
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22/03/2026
Dimona e Diego Garcia, due shock per Israele e Usa
La prima riguarda il tentativo, fatto da Teheran, di raggiungere la base anglo-statunitense di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, con due missili. Si dice che uno sia finito in mare prima, l’altro sarebbe stato abbattuto a breve distanza dall’isola.
Il dato rilevante è la distanza dall’Iran: quasi 4.000 km. Fin qui la dotazione missilistica di Teheran era classificata come di breve-medio raggio, ossia con una gittata massima di quasi 2.000 km. Si scopre ora che ne possiede una tipologia che viaggia ad una distanza doppia. Il che cambia radicalmente lo scacchiere degli obiettivi teoricamente raggiungibili dalla reazione iraniana, e quindi il concetto stesso di “sicurezza” degli attaccanti e dei loro complici.
La definizione non piace ai governi europei, per esempio, ma come altro si può definire un qualsiasi paese che concede basi militari ad un esercito straniero che le usa per la logistica della guerra che sta conducendo?
È chiaro che secondo il diritto di guerra, e soprattutto per le consuetudini di qualsiasi guerra, quelle basi sono “obbiettivi legittimi” per il paese che è stato attaccato (in questo caso l’Iran). In pratica – o meglio, speriamo soltanto in teoria – Sigonella potrebbe essere legittimamente attaccata, ed è anche raggiungibile.
Ma Italietta a parte, secondo i giornali americani il tentativo di colpire “Diego Garcia” non è stato un semplice test missilistico, ma uno “shock geografico” che ha scosso i centri di potere di Washington e Londra.
Il Wall Street Journal ha citato funzionari israeliani secondo i quali “la campagna di bombardamenti contro l’Iran ha danneggiato le sue capacità offensive, ma i missili a lungo raggio lanciati contro la base di Diego Garcia dimostrano che tali capacità sono ancora intatte”.
Ma il fatto che i missili iraniani abbiano raggiunto la periferia di Diego Garcia significa che quelle “città missilistiche” sotterranee a Kermanshah, Semnan e nel Golfo hanno prodotto una nuova generazione di missili in grado di raggiungere l’oceano, per dimostrare al mondo che i limiti della deterrenza iraniana non si fermano più ai confini della regione, ma hanno ormai raggiunto i lontani porti dell’Atlantico.
La seconda novità è stata provocata da uno sconsiderato attacco ai centri di ricerca nucleare di Natanz, sulla strada tra Isfahan e Tehran. Questi laboratori erano già stati bombardati nella “guerra dei 12 giorni”, nel giugno scorso. L’Aiea non aveva registrato perdite radioattive (come in questo caso, peraltro), ma l’attacco era servito a Trump per dichiarare che il programma nucleare iraniano era stato cancellato, e dunque la fine di quella guerra.
Otto mesi dopo, invece, lo si attacca – alla fine della terza settimana – perché “l’Iran stava per realizzare una bomba atomica”.
In una rara esibizione di cautela persino Israele ha negato di aver partecipato al bombardamento di Natanz, scaricando di fatto la colpa sugli americani. Ma non è bastato ad evitare la severa reazione di Teheran, che ha lanciato diversi missili balistici contro Dimona, nel deserto del Negev, che ospita di sicuro una centrale nucleare e – secondo attendibilissime “voci” – anche le testate nucleari illegali (non dichiarate e non sottoposte ai controlli dell’Aiea, come invece lasciava fare Teheran fino all’anno scorso).
I media israeliani hanno stavolta subito confermato – contrariamente al solito (tanto che persino i giornalisti rischiano l’arresto per la diffusione di foto o notizie non avallate dalla censura militare) – che, oltre al crollo degli edifici, un serbatoio di gas nella zona è stato danneggiato.
Il sindaco di Dimona ha dichiarato alla radio israeliana che si sono registrati “feriti a seguito della caduta di missili iraniani in diverse zone della città”. Il canale televisivo israeliano Canale 12 ha poi riferito che il numero dei feriti è salito a oltre 47. Diversi elicotteri militari israeliani sono atterrati all’aeroporto di Dimona per evacuare i feriti.
Da parte sua, la televisione iraniana ha rivelato che l'attacco a Dimona è stato eseguito “dopo che Stati Uniti e Israele hanno attaccato la centrale nucleare di Bushehr e gli impianti di Natanz”, confermando la pratica dell’“occhio per occhio” che sembra guidare la difesa in questa fase.
Le agenzie di stampa hanno ripreso i comunicati in cui si precisava che “installazioni militari e centri di sicurezza ad Arad, Dimona, Eilat, Beersheba e Kiryat Gat sono stati presi di mira”, sottolineando che “gli attacchi a queste installazioni giungono dopo il crollo del sistema di difesa aerea sionista e delle basi di Ali Salem, Menhad e Al Dhafra”. Anche un osservatore esterno capisce che stavolta questo messaggio non può essere derubricato alla solita vanteria della propaganda di guerra.
Dimona, proprio perché sito nucleare strategico per Israele, è la postazione più protetta con l’Iron Dome, lo “scudo antimissile” che si presentava fino alla “guerra dei 12 giorni” come “impenetrabile”. Se ora è stata colpita da diversi missili significa che le difese antiaeree – che sparano missili Patriot o Thaad – stano a corto di munizioni (come previsto da molti, tranne che da Netanyahu), oppure che i missili iraniani sono evoluti migliorando di molto le proprie prestazioni.
Non sappiamo quale sia l’ipotesi peggiore, per Israele.
Non c’è bisogno di spiegare che questo pesante botta e risposta “para-nucleare” segna un altro passo verso la guerra totale. Alla pari, se non peggio, della decisione di tre giorni fa di bombardare gli impianti petroliferi di South Pars, cui Teheran ha risposto bloccando di fatto per anni buona parte della produzione di gas del Qatar. Gettando così nel panico non solo “il mercato” degli idrocarburi, ma tutta la filiera degli approvvigionamenti energetici di buona parte del Mondo.
Terza e ultima novità, forse minore come peso politico ma importante sul piano militare, anche Israele ha dovuto ammettere che un suo caccia bombardiere sia stato colpito dall’“ormai inesistente” contraerea iraniana, al pari di un paio di F-35 statunitensi.
Pare che questi aerei, ritenuti “invisibili” ai radar perché dotati di contromisure elettroniche che di fatto annullano il segnale radar che li raggiunge, siano stati bersagliati da un tipo di missili orientati dalla “ricerca di calore”. E in aria gli unici volatili che producono certe temperature sono soltanto gli aerei.
Insomma, l’invisibilità e l’invulnerabilità degli attaccanti – certamente molto superiori per tecnologia e quantità di munizioni – non è più così garantita da consentire di fare avanti e indietro sparando come nei videogiochi.
Come al solito, quando il blitzkrieg non riesce ad ottenere i risultati sperati, l’aggressore si trova ogni giorno davanti alla alternativa tra aumentare la dose o innestare la marcia indietro. L’attuale vertice degli Stati Uniti, dominato da gente con zero controllo dei propri impulsi, rimbalza ad ore diverse tra minacce e promesse.
Così stanotte Trump ha diramato il centesimo ultimatum – «L’Iran ha 48 ore per aprire lo Stretto di Hormuz, poi colpiremo le centrali elettriche» – subito dopo aver confessato di “star valutando una riduzione dell’operazione militare” e aver sospeso alcune delle sanzioni unilaterali sul petrolio iraniano.
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30/01/2022
Irlanda del Nord - Cinquanta anni fa la “Bloody Sunday”
Era il 30 gennaio 1972, ed era una domenica, quando 13 manifestanti nordirlandesi furono uccisi dai paracadutisti britannici trasformando quella tragica giornata nella “Bloody Sunday”, il giorno più simbolico dei tre decenni di conflitto in Nord Irlanda, i cosiddetti “Troubles”.
I parenti delle vittime hanno organizzato per oggi una manifestazione proprio in quelle strade dove, mezzo secolo fa, i paracadutisti inglesi del aprirono il fuoco sui manifestanti, che sfilavano per i diritti civili.
Secondo l’iniziale versione dell’esercito, era stata la reazione alle provocazioni dell’Ira, l’organizzazione indipendentista irlandese che si opponeva alla presenza dei britannici in Irlanda, ma dopo molti anni di inchieste questa versione è stata smentita, anche se solo nel 2010 sarebbero arrivati il riconoscimento dell’innocenza delle vittime e le scuse del governo di Londra.
“Dopo la battaglia di Bogside e i pogrom di Belfast contro i cattolici nel 1969, lo Stato aveva perso il controllo delle sue forze di polizia (la Royal Ulster Constabulary) ed era sull’orlo del collasso a causa delle sue stesse misure repressive” – afferma in una intervista a il manifesto, lo scrittore ed ex prigioniero politico Tom Doherty – “All’inizio del 1970 divenne chiaro che i soldati britannici erano venuti per sostenere lo Stato unionista che, a sua volta, era già coinvolto nella creazione degli squadroni della morte formati dai paramilitari lealisti e nell’attuazione di misure draconiane come l’internamento senza processo contro cui era stata convocata anche la marcia del Bloody Sunday. I parà avevano cominciato ad uccidere persone innocenti su larga scala già nel 1971 a Belfast, senza che vi fosse alcuna «complicazione» legale: quando arrivarono a Derry erano ben addestrati”.
La reazione alla strage fu l’adesione in massa dei giovani irlandesi all’Ira, che avrebbe combattuto fino all’accordo pace del 1998 (il cosiddetto accordo del Venerdì Santo) una vera e propria guerra civile che ha provocato 3.500 vittime. Nessuno dei militari dell’epoca ha mai subito un processo.
Le commemorazioni della Bloody Sunday non avverranno però sulla base di una “memoria condivisa”. The Guardian rileva che il primo ministro del DUP dell’Irlanda del Nord, Paul Givan, si è rifiutato di partecipare ad alcuno degli eventi questo fine settimana (invece, giovedì, i suoi alleati hanno commemorato l’uccisione di due agenti di polizia nei giorni precedenti la Bloody Sunday). Il leader dell’SDLP, Colum Eastwood, il cui collegio elettorale include Derry, ha affermato che il reggimento di paracadutisti è stato “mandato nella mia città per uccidere” ed ha chiesto le scuse ufficiali all’esercito. A Derry domenica dovrebbe essere presente il primo ministro irlandese, ma non, sembra attualmente, quello britannico.
In questi ultimi mesi, gli effetti della Brexit hanno evidenziato la fragilità dell’accordo di pace del 1998. Le disposizioni doganiere destinate a evitare le frontiere terrestri con l’Irlanda, ma stabilendone una di fatto con la Gran Bretagna, sono ancora motivo di trattativa fra Londra e Bruxelles, mentre a Belfast hanno nuovamente dato vita a contrapposizioni e mobilitazioni.
“Quando iniziarono i troubles nel 1968-69 fu davvero l’inizio della fine per l’apartheid dell’Irlanda del Nord. Ora credo che quel sistema sia arrivato alla fine” – commenta Tom Doherty – “L’idea dell’Irlanda in Europa dopo che gli inglesi hanno scelto la Brexit è emozionante. Tuttavia, può essere anche una fase pericolosa”.
Le prossime elezioni locali, in maggio, si preannunciano determinanti per il fragile equilibrio politico: se gli unionisti arretreranno, i repubblicani potrebbero avere la meglio e provare, come auspica il Sinn Fein, a procedere entro 5 anni con un referendum sulla riunificazione con la Repubblica di Irlanda.
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20/06/2021
Iran - Raisi è il nuovo presidente
Le presidenziali iraniane hanno dato l’esito che tutti si aspettavano: la vittoria dell’ultraconservatore Ebrahim Raisi. I risultati ufficiali non sono stati ancora annunciati, ma già i suoi rivali si sono congratulati con lui per la vittoria ottenuta. Secondo il ministero degli Interni, con il 90% dei seggi scrutinati Raisi avrebbe ottenuto 17,8 milioni di voti sui 28,6 complessivi. Altro dato importante è quello relativo all’affluenza che è stata bassa come era stato previsto alla vigilia del voto. Il secondo candidato sarebbe Mohsen Rezaei con 3,3 milioni di voti.
Ad ammettere la vittoria del candidato ultraconservatore è stato anche il presidente uscente Rouhani che si è congratulato con il rivale politico pur senza mai nominarlo. Raisi ha vinto con lo slogan “Amministrazione popolare, un Iran forte” e promettendo di combattere la corruzione delle istituzioni governative, migliorare la situazione economica del Paese (piegato dalle sanzioni internazionali e dagli effetti della pandemia).
Ma la vittoria di Raisi – uomo vicino alla Guida Suprema Khamenei – è anche frutto della scelta dell’amministrazione Trump di uscire unilateralmente dall’accordo sul nucleare nel 2018 e dell’incapacità di Bruxelles di sfidare seriamente l’alleanza atlantica su questo tema. Una scelta che è stata strumentalizzata dalle forze conservatrici iraniane che hanno sempre visto l’intesa come un compromesso inaccettabile con gli acerrimi nemici americani. Raisi, capo della magistratura, era stato oggetto di sanzioni statunitensi nel 2019 a causa del suo coinvolgimento nelle esecuzioni di numerosi prigionieri politici negli anni ‘80 così come per la repressione delle proteste alla fine della prima decade del 2000. La sua elezione aumenterà le tensioni già altissime con Washington, Israele e la cosiddetta “Nato araba”, nemiche giurate di Teheran.
25/02/2020
Irlanda. Per formare il governo, Gerry Adams tra i negoziatori del Sinn Fein
Il Sinn Fein, com’è noto, è ora il primo partito dell’Eire, con il 24,5%, dopo le elezioni di qualche giorno fa, che non hanno determinato alcuna maggioranza possibile, demolendo il “bipartitismo” tra le due destre del Fianna Fail e del Fine Gael.
Una nota informativa del partito, trapelata ieri, ha nominato Adams come negoziatore, ma ha sollevato domande sul perché non fosse nel primo elenco ufficiale.
La divulgazione della nota è arrivata mentre gli oppositori politici hanno provato a isolare il Sinn Féin, chiedendogli di rinunciare all’IRA, come precondizione all’avvio dei colloqui per formare un governo di coalizione.
Ieri, Micheál Martin, il leader del Fianna Fáil, ha accusato il partito di aver sostenuto una feroce campagna omicida settaria durante i Troubles e di rimanere ancora “sotto il dominio di figure oscure”.
Il commissario della Garda (la polizia irlandese), Drew Harris, è stato tirato nella mischia quando ha confermato che la polizia nazionale ha concordato con la PSNI (il corpo di polizia dell’Ulster, facente parte del Regno Unito) sul fatto che l’Army Council del Provos sia in pieno controllo del Sinn Féin e di quel che rimane della Provisional IRA.
Anche il taoiseach uscente (il presidente del consiglio, ndr), Leo Varadkar, ha sfidato la leader del Sinn Féin, Mary Lou McDonald, a rispondere alla domanda: “Perché McDonald non scioglie l’Army Concil – [l’organo decisionale dell’IRA] – e la Provisional IRA o, se non può, ripudiarli e recidere tutti i legami e farlo pubblicamente e inequivocabilmente?”. Il tutto in un qualsiasi tweet...
Le polemiche puntano a mettere il partito repubblicano sulla difensiva, due settimane dopo la vittoria del voto popolare alle elezioni generali dell’Irlanda.
Nessun partito ha una maggioranza generale nel parlamento, che rimane ancora sospeso, ma il Sinn Féin ha comunque ottenuto uno risultato storico, da quando Mary Lou McDonld ha ottenuto il maggior numero di voti per la carica di candidata taoiseach per il partito.
Varadkar ha intanto rassegnato le dimissioni da primo ministro, ma continuerà a fare il leader del Fine Gael fino alla formazione di un nuovo governo.
La svolta elettorale del Sinn Féin si è materializzata sulla promessa di costruire alloggi a prezzi accessibili, congelare gli affitti e sistemare l’assistenza sanitaria. Ma sullo sfondo c’è da sempre l’obbiettivo della riunificazione dell’Irlanda.
Tuttavia, Fine Gael, Fianna Fáil e Varadkar hanno escluso la formazione di un governo insieme al Sinn Féin, a causa di fondamentali differenze politiche e per i suoi collegamenti storici con l’IRA.
La scorsa settimana il partito ha nominato una squadra negoziale di quattro TD (deputati), senza far emergere il nome di Adams, che si è dimesso da leader nel 2018 e come TD questo mese.
In sintesi, il documento trapelato nominava altri quattro shinners di peso (shinner è il termine dispregiativo con cui vengono comunemente indicati i supperter del Sinn Fein). Tutti e quattro nominati come negoziatori, tra cui Martin Lynch, che fu incarcerato negli anni ’80 per possesso d’armi e appartenenza all’Ira.
In un post sul suo blog intitolato “Il mito delle figure oscure”, Adams ha controbattuto affermando che il partito non ha nascosto i suoi consulenti e strateghi dietro le quinte.
“Molti hanno avuto relazioni lunghe e fruttuose con alti ministri e funzionari del governo irlandese e britannico mentre abbiamo tracciato una rotta dal conflitto, attraverso un processo di pace, fino alla fine del conflitto”, ha scritto.
Fonte
05/05/2018
5 maggio 1981: muore l’allodola d’Irlanda
La morte di Bobby Sands nel 1981 ha rappresentato per molte persone un evento di quelli che ti segnano, ti cambiano se non proprio la vita almeno la percezione della stessa (oltre che della Storia, della politica...).
Per chi scrive le cose andarono altrimenti. Dopo una militanza iniziata nel ’68 ritenevo di aver concluso il mio impegno (per stanchezza esistenziale, sensazione di impossibilità nel cambiare le cose, riflusso... fate voi) con le manifestazioni, talvolta dure, a cui avevo partecipato nel 1974 (esecuzione di Puig Antich) e nel 1975 (vedi le proteste per l’uccisione di Varalli, Zibecchi e Micciché e, in settembre, per la fucilazione di due etarra – Txiki e Otaegi – e di tre militanti del FRAP). Per qualche anno mi dedicai ad altro, pur mantenendo curiosità per quello che nel mondo si muoveva e agitava (con qualche incursione nella Spagna post-franchista, per esempio...). Poi era arrivato lo sciopero della fame dei militanti repubblicani irlandesi e il tragico epilogo. Piantai tutto (quasi tutto, a dire il vero) e partii per Belfast. Da allora sostanzialmente ho continuato, bene o male.
Colpa sua, di Bobby. Accidenti a lui che potrebbe essere ancora al mondo. Era infatti più giovane di me e la cosa mi colpì molto (fino ad allora erano stati soprattutto compagni miei coetanei a morire: Salvador Puig Antich, Saltarelli, Franco Serantini, Txiki...). A distanza di tanti anni – visto anche come poi sono andate le cose in Irlanda – mi chiedo se ne valesse veramente la pena. Ma questo nulla toglie al suo coraggio e a quelli dei suoi 9 compagni.
Un breve riepilogo, senza dimenticare che comunque «viviamo per calpestare i re» come spesso si cita (*) in qualche manifestazione ribelle.
Sembra soltanto ieri e invece sono passati quasi 40 anni. Sotto gli occhi attoniti di una vecchia Europa sazia e soddisfatta, 10 giovani repubblicani irlandesi sacrificavano la loro vita per rivendicare diritti inalienabili come quello dell’autodeterminazione e per il riconoscimento dello status di prigioniero politico per chi viene incarcerato nel corso di una guerra di liberazione.
Lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze fa parte della tradizione celtica irlandese. Ma quello condotto con estrema determinazione dai prigionieri degli H Block, più che un esplicito richiamo al diritto tradizionale gaelico e alle leggi druidiche, rappresentava un atto prettamente politico all’interno di un processo collettivo di liberazione.
Sono oltre una ventina i detenuti politici irlandesi morti nel secolo scorso in sciopero della fame.
Il primo di questa lista è Thomas Ashe, uno dei protagonisti della “Pasqua di sangue” dublinese (del 1916) morto nel 1917 dopo essere stato costretto a ingerire cibo per forza. Nel 1920 moriva Terence McSweeney, sindaco di Cork, detenuto nel carcere di Brixton (Londra) dopo 74 giorni di sciopero della fame. Nel corso della medesima protesta morirono anche Fitzgerald Michael e Murphy Joseph. Nel 1923, durante la vera e propria guerra civile tra l’Ira e i sostenitori dello “Stato Libero”, disposti ad accettare la divisione dell’isola, nel carcere irlandese di Montioy persero la vita – dopo oltre 40 giorni di sciopero della fame – Andrew Sullivan e Dennis Barry.
Sempre in Irlanda, nel carcere di Arbour Hill, nel 1940 morirono dopo 50 giorni di sciopero della fame Jack McNeela e Tony d’Arcy. In un altro carcere irlandese la stessa sorte toccò a Joseph Witty. Nel 1943, dopo 31 giorni di sciopero della fame e della sete, si spegneva nel carcere di Dublino il volontario dell’Ira Sean Mc Caughey.
All’inizio degli anni Settanta la situazione in Irlanda del Nord precipita: il 6 febbraio 1971 l’Ira uccide un soldato inglese (vittima che va ad aggiungersi ai soldati già uccisi nel 1969 dai cecchini protestanti) e la reazione non tarda; il 9 agosto dello stesso anno viene introdotto l’internamento a tempo indeterminato (quella stessa mattina 342 uomini, in prevalenza cattolici, furono arrestati) durante il quale sarà regolarmente impiegata la tortura fisica.
Si intensificano gli scontri di strada e il 30 gennaio 1972 le truppe inglesi massacrano tredici persone inermi a Derry (“domenica di sangue”).
Due mesi dopo Londra riprende in mano direttamente l’amministrazione dell’Ulster e “concede” ai detenuti repubblicani lo status di prigionieri politici. Ma la pressione giudiziaria si fa sempre più pesante. Nel 1973 vengono introdotti i tribunali speciali, senza giuria, e nel 1974, con l’introduzione del “Prevention of terrorism act”, il fermo di polizia viene portato a sette giorni. Nel periodo immediatamente successivo lo sciopero della fame provoca altre due vittime nelle carceri inglesi: Michael Gaugham nel 1974 e Frank Staff nel 1976.
Intanto era stato revocato lo status di prigioniero politico.
Il 27 ottobre del 1980 inizia negli H Block del carcere di Long Kesh (soprannominato “Maze”) uno sciopero della fame che – dopo essere stato sospeso a Natale e ripreso il 1 marzo 1981 – porterà alla morte di 10 militanti repubblicani. Che i loro nomi possano vivere per sempre nella mente, nel cuore e nelle lotte di tutti gli oppressi e sfruttati del mondo. Più forti della morte.
La mattina del 5 maggio 1981, dopo 66 giorni, muore Robert Gerard Sands. Nato a Belfast nel 1954 da madre cattolica e padre protestante, era entrato nell’Ira a soli 18 anni. Quando morì ne aveva 27. Oggi Bobby è sepolto a Milltown, il cimitero cattolico di Belfast-Ovest, posto lungo le “Falls” (Falls Road), la famosa arteria repubblicana. Qui riposano molti martiri della causa irlandese: combattenti come Bobby Sands e Joe McDonnel o semplici cittadini assassinati dalla polizia come Sean Downes. Ricordo che il 16 marzo 1988 Milltown fu teatro di una brutale aggressione armata da parte di un fanatico lealista (miliziano filobritannico) conclusasi con una strage di cattolici, ai danni di un corteo funebre.
Il 14 maggio, dopo 59 giorni di sciopero, muore Francis Hughes, di 25 anni. Soprannominato “il Che Guevara dell’Ulster”, nel ’78 era stato arrestato e condannato all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso otto soldati inglesi.
Raimond McCreesh muore il 21 maggio, dopo 61 giorni. Entrato nell’Ira a soli 16 anni, fu arrestato nel ’76 dopo un’imboscata contro l’esercito. Quando morì aveva 24 anni ed espresse al fratello sacerdote che l’assisteva il desiderio che la sua morte non provocasse alcuna violenza.
Patsy O’Hara si era staccato dall’Ira e unito, nel 1975, all’Inla (Irish National Liberation Army) di Derry. Dopo l’arresto subì in carcere ogni tipo di violenza fisica e psichica. Morì il 21 maggio all’età di 24 anni. Nel 2015 anche sua madre, Peggy O’Hara, se n’è andata. L’avevo conosciuta e visitata a casa sua, a Derry, in un paio di occasioni. Mi ha lasciato, oltre a una drammatica intervista (**) dove raccontava quei giorni di immenso dolore, anche alcune foto del figlio e una toccante dedica sul libro che mi aveva regalato (“The irish Hunger Strike” di T. Collins). E quest’anno, in gennaio, è morta la mamma di Bobby Sands, Rosaleen.
L’8 luglio 1981, dopo 61 giorni di astensione dal cibo, moriva Joe McDonnel, membro dell’Ira di Belfast e il più anziano del gruppo. Fra i compagni che sostituirono i primi quattro morti toccò a lui prendere il posto di Bobby Sands, insieme al quale era stato arrestato e con cui oggi è sepolto.
Martin Hurson era stato arrestato nel novembre del ’76 per cospirazione e detenzione di esplosivi. Portato a Long Kesh, venne interrogato e torturato. Morì il 13 luglio, a 24 anni, dopo 46 giorni di sciopero della fame.
Kevin Lynch, militante dell’Inla, fu arrestato nel ’76 in seguito all’uccisione di un poliziotto, venne torturato e condannato a dieci anni. Iniziò lo sciopero il 23 maggio e morì il 21 agosto, all’età di 25 anni.
Kieran Doherty, già attivissimo militante dell’Ira, durante lo sciopero della fame svolse un ruolo di leader, riconosciutogli dagli altri detenuti, soprattutto nei contatti con la Chiesa. Morì il 2 agosto, a 25 anni, dopo essere riuscito a sopravvivere senza cibo per 73 giorni.
Thomas McIlwee, esponente dell’Ira, passò la maggior parte della sua prigionia nel blocco di punizione. Quando morì, dopo 62 giorni di sciopero della fame, aveva soltanto 23 anni.
Emblematica la vita di Micki Devine. Vissuto fin da bambino in condizioni di estrema povertà (raccontò di aver spesso patito la fame), fu uno dei primi membri dell’Inla di Derry. Iniziò lo sciopero della fame a metà giugno e morì il 20 agosto, a 27 anni.
Altri due prigionieri vennero salvati quando ormai erano in coma. Uno di loro, Pat McGeown, è morto nel 1994. L’altro, Lawrence McKeown, scrittore e conferenziere, è rimasto segnato a livello fisico.
Ho avuto l’onore di incontrare (e ospitare) McKeown negli anni ’90 durante un giro di conferenze. Naturalmente gli chiesi dove avesse trovato la determinazione per aggiungere anche il suo nome alla lista dei volontari che avrebbero dovuto sostituire i compagni morti durante la protesta. «È praticamente impossibile – mi aveva detto – capire perché siamo arrivati a questa decisione senza conoscere cosa era accaduto a Long Kesh nei cinque anni precedenti, dopo che ci era stato tolto lo status di prigionieri di guerra. Le condizioni dei prigionieri erano brutali e nessuna forma di protesta sembrava in grado di modificarle. Eravamo tutti molto giovani, tra i 20 e i 30 anni. La maggior parte quando erano entrati in carcere erano poco più che adolescenti. Tra di noi c’era molta unione, molta solidarietà e forti convinzioni politiche, le stesse che mi avevano portato a entrare nell’Ira, ben sapendo che la prospettiva della prigione e della morte era tutt’altro che remota.
Vedere con i miei occhi la dura repressione subita dai detenuti non ha fatto altro che rafforzare le mie convinzioni. Il governo britannico tentava in tutti i modi di criminalizzarci, di farci apparire come delinquenti comuni. Dovevamo ribellarci per dimostrare che le nostre scelte e le nostre azioni erano politiche, non criminali». Aveva poi aggiunto che «molti volontari dell’Ira prigionieri sono morti in sciopero della fame negli anni Venti, Quaranta, Settanta... E così via fino al 1981. In tutto i detenuti politici irlandesi morti durante uno sciopero della fame negli ultimi 80 anni sono 22. Di tutti loro possiamo dire che sono “morti perché altri fossero liberi” (come è scritto sulla tomba di Micky Devine e Patsy O’Hara, a Derry). Anche lo status di prigioniero politico era stato ottenuto, nel 1972, con uno sciopero della fame. Venne poi ritirato nel 1976».
La loro decisione quindi non fu certo presa alla leggera. «Per quanto mi riguarda – proseguiva McKeown – ero ben consapevole che questo sciopero sarebbe stato portato fino alle estreme conseguenze. Mettendo il nostro nome nella lista dei volontari non sapevamo quando sarebbe venuto il nostro turno; chi sarebbe morto e chi sarebbe sopravvissuto. Avevo pensato molto a quali sarebbero state le conseguenze per la mia famiglia... Io ero sposato ma almeno non avevo figli, diversamente da altri volontari, come Bobby Sands...».
Le richieste fondamentali degli scioperanti di Long Kesh erano cinque, strettamente collegate alla rivendicazione dello status di prigionieri politici: non indossare uniformi carcerarie, non svolgere lavori penali, libertà di studio e associazione, possibilità di ricevere visite e pacchi, diritto alla riduzione della pena. Tali richieste, anche se in maniera non plateale e senza la reintroduzione formale dello status di prigioniero politico, vennero poi riconosciute e soddisfatte nella sostanza.
Ai primi di novembre del 1981, infatti, dopo la fine dello sciopero della fame, il ministro Prior presentava le sue riforme carcerarie che comportavano per i detenuti repubblicani del “Maze” il permesso di indossare i propri vestiti, la possibilità di beneficiare della riduzione della pena ecc. Niente altro da aggiungere che non sia già stato detto dai diretti interessati con il loro gesto così radicale e definitivo.
Per quanto mi riguarda: «In qualunque luogo mi sorprenda la morte, seppellite il mio cuore a Milltown».
Segnalato da La Bottega del Barbieri
(*) Questa è la citazione esatta da «Enrico IV» di Shakespeare: «Se viviamo è per camminare sulla testa dei Re. Se moriamo, o che bella morte, quando i Principi muoiono con noi. Ora per le nostre coscienze le armi sono giuste. Quando l’intenzione nel portarle è ragionevole».
(**) Gianni Sartori http://csaarcadia.org/in-memoria-di-peggy-ohara/
Fonte
02/04/2017
Riflessioni a margine di una presentazione
Certo, la storia dell’Ira è una storia “a parte”. E’ il movimento politico-militare più vasto dell’Europa occidentale, quello col maggiore sostegno popolare, l’unico – forse – che può vantare i caratteri della “guerra di popolo” in seno all’Occidente capitalista. Il solo, peraltro, ad aver costretto l’imperialismo britannico alla trattativa, al riconoscimento politico. Per trovare dei paragoni prossimi dovremmo spostarci in Palestina, ma saremmo già fuori dai canoni (e dai confini) occidentali. Al netto di tutte le evidenti differenze, rimane il fatto che anche qui in Italia abbiamo avuto una lunga esperienza di lotta armata. Questo fatto non è certo ininfluente nella percezione dei compagni quando si parla di “lotta armata”. Eppure, nelle diverse presentazioni fatte nel nostro paese (e anche venerdì lo ha confermato), questo parallelo non è mai emerso. A differenza dell’Irlanda e dell’Euskal Herria, dove la relazione tra il movimento popolare e le sue organizzazioni armate, al netto delle differenze e delle criticità, viene riconosciuta come interna a uno stesso discorso, in Italia per anni si è cercato di tranciare di netto questa “internità”. Si è posto un confine di legittimità, e questo confine è stato posto dal di dentro e non solamente dal di fuori del movimento. La discrasia mentale oggi imperante porta allora alla schizofrenia di simpatizzare per un militante della lotta armata irlandese (ma il discorso vale anche per la lotta basca) disconoscendo questa nel proprio paese. Rifiutando ogni possibile parallelo. Non riuscendo neanche a pensarlo, questo parallelo.
Conviene, non si sa mai, specificare non solo le lampanti diversità delle varie lotte (a partire dalla questione nazionale che le differenzia dal contesto italiano), ma soprattutto che questo discorso non significa approvare questa o quella scelta politica delle organizzazioni armate, ma legittimarne storicamente il rapporto diretto che queste avevano con la sinistra rivoluzionaria negli anni Settanta.
Nella nostra vita militante abbiamo conosciuto decine di protagonisti di quell’esperienza, in Italia e all’estero, in Europa e negli altri continenti. In tutti – certo, non negli infami o nei dissociati – brilla la stessa luce negli occhi, e in tutti la stessa convinzione politica al di là dei mille rivoli che quei compagni hanno preso nella loro vita successiva. Come dice Dixie, «qualcuno può pensare che il metodo fosse sbagliato, che era violenza contro violenza, ma credo che sia stato il contesto a portarci su quella strada, non avevamo altro modo per far sentire la nostra voce». Questo senso di urgenza e di necessità non può essere valutato fuori da un ciclo di lotte di classe o di liberazione. D’altronde, il “terrorismo” – come concetto universale associato alla violenza – è solo una lotta armata che perde la sua partita politica. Altrove quello stesso “terrorismo” – pensiamo a Israele, agli Stati Uniti, ma anche alla lotta partigiana, o al processo di decolonizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta – trova la sua legittimità ideologica perché storicamente vincente. La lotta contro l’invasore si trasforma in “guerra civile”, in “guerra di liberazione”, in “lotta contro il tiranno”, eccetera. Ecco: anche in Italia c’è stata una guerra civile negli anni Settanta, ma la sconfitta politica di quell’esperienza continua a negargli i caratteri della legittimità. Le lotte di classe degli anni Settanta sono gli “anni di piombo”. Ma ogni sincero militante riconosce quel sacrificio e quella necessità, e a volte questo riconoscimento erompe dalla cappa del politicamente corretto e si manifesta anche in una semplice presentazione di un libro, di un semplice soldato che è passato dall’esercito britannico all’esercito repubblicano irlandese, pagando sulla propria pelle il prezzo di quella scelta.
Fonte
01/04/2017
Tiocfaidh ár lá – Presentazione di Bomber Renegade con l’autore Michael Dickson
D’altronde la storia di Dixie può essere per grandi linee quella di molti militanti che, anche se non provenienti da storie familiari o contesti politici pregressi, si sono avvicinati ad un ideale, si sono politicizzati e sono arrivati fino alla clandestinità e alla militanza in organizzazioni che praticavano la lotta armata, innescando un circuito di “autoriproduzione” di militanti al di fuori dei tradizionali circuiti. Se si sostituisce la causa scatenante della passione per il Celtic con un lavoro in fabbrica o la frequentazione di un’università, ci si può trovare a parlare di un militante o una militante delle Brigate Rosse, della Raf o dell’Eta, senza nemmeno spostarsi troppo nel tempo. Cambiano i “luoghi” e le “occasioni”, ma riamane il bisogno di socialità e partecipazione repressa a cui si reagisce radicalizzando le proprie forme di militanza, in un circolo virtuoso (per noi virtuoso, per il potere un po’ meno) che risponde a dinamiche tutto sommato “tipiche”.
In quei decenni in buona parte dell’Irlanda del Nord la quotidianità erano gli internamenti senza processo, la repressione dell’esercito, della RUC e della SAS, le rappresaglie dei paramilitari lealisti, le uccisioni a sangue freddo, gli scioperi della fame nei “blocchi H”, la criminalizzazione dei prigionieri politici e la vita costantemente sotto assedio. Nel frattempo però l’Ira dimostrava alla Gran Bretagna di essere un nemico all’altezza, con un’organizzazione, un armamento e una capacità di mettere in atto azioni che facevano vacillare le sicurezze (oltre che gli apparati di sicurezza) di un’intera superpotenza e instillavano nei repubblicani la fiducia nel fatto che era una guerra che si poteva vincere. In un contesto del genere non sorprende che il passaggio dalla sensibilizzazione verso la causa repubblicana alla politicizzazione e poi all’arruolamento poteva essere molto rapido e soprattutto su larga scala, con la conseguenza di un afflusso di nuovi volontari proporzionale agli attacchi subiti dai repubblicani.
Il compito affidato all’unità di Dixie si inserisce precisamente nell’opera di destabilizzazione del potere britannico: l’obiettivo dell’attacco era quello di mandare un segnale, ossia che l’Ira avrebbe potuto colpire in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo direttamente o indirettamente collegato alla Gran Bretagna e che dal Primo Ministro all’ultimo soldato in servizio in una base militare sperduta della Germania, nessuno poteva sentirsi al sicuro. Come si legge da una velina della Reuters in cui si cita la rivendicazione dell’Ira dell’attentato a Osnabrück, l’obiettivo è stato raggiunto.
«In una dichiarazione di rivendicazione per l’attacco lanciato contro le forze britanniche in Germania venerdì 28 giugno, Oglaigh na Eireann (l’Ira, ndr) ha sostenuto che l’attacco, il primo del suo genere messo a punto fuori dalla Gran Bretagna o dalle Sei Contee, è stato effettuato da una delle sue unità. […] I mortai hanno colpito al cuore dell’esercito britannico in Germania. La caserma Québec a Osnabrück è il più grande presidio militare britannico in Germania, contenente 10.700 soldati e le loro famiglie ed è situato nel nord-ovest del paese. I mortai sono stati sparati dalla parte posteriore di un furgone Ford Transit parcheggiato appena fuori dall’ingresso poco prima delle 7pm, a quasi sette anni da un altro attentato dell’IRA del giugno 1989. Le misure di sicurezza sono state violate dai volontari dell’Ira che sono riusciti a collocare altre cinque cariche esplosive all’interno del vasto complesso. […] Edifici, veicoli tra cui auto e camion blindati sono stati coinvolti nell’esplosione. […] Dopo l’attacco, alti ufficiali dell’esercito britannico hanno asserito di essere sempre più preoccupati del fatto che le unità dell’IRA abbiano la capacità e la determinazione di condurre una vasta campagna di attacchi, variando i metodi e le posizioni».
A distanza di anni, alla luce delle vicende giudiziarie e personali trascorse e nonostante il processo di pace e gli equilibri politici interni ed internazionali abbiano cambiato il corso della storia repubblicana irlandese, Dixie continua a sostenere che se tornasse indietro lo rifarebbe: «Quando sono nato, negli anni Sessanta, le persone in Irlanda del Nord erano abituate a essere picchiate, umiliate, segregate, discriminate. Ma quando i Provisionals hanno cominciato a sparare i primi colpi, la paura ha iniziato a dileguarsi e il coraggio a diffondersi. Qualcuno può pensare che il metodo fosse sbagliato, che era violenza contro violenza, ma credo che sia stato il contesto a portarci su quella strada, non avevamo altro modo per far sentire la nostra voce. Con la forza dell’Ira potevamo obbligare tutti a scendere a compromessi con noi […] Il nostro obiettivo era unire l’Irlanda, finché c’era la guerra era più facile sentirsi coinvolti, adesso senza quell’elemento è un lavoro più difficile quello che dobbiamo fare ed è tutto dentro le comunità». Ed è probabilmente in questo senso che va letto il suo supporto al processo di pace e la convinzione attuale che il Sinn Féin sia l’unico partito che può ottenere l’Irlanda unita, anche se lui ha scelto di non farne più parte.
Sulla sua vita attuale, nel libro si legge «Continuo la mia attività politica combattendo il razzismo e il fascismo, temi importanti secondo me quanto lottare per l’Irlanda unita, specialmente in un paese che ha visto, nel corso della sua storia, milioni di suoi cittadini andarsene e venire trattati come cani in Inghilterra» e lo fa anche supportando le tifoserie antifasciste di squadre come il Celtic e il St. Pauli di Amburgo, tra i protagonisti, tra l’altro, delle campagne di solidarietà internazionale per la sua liberazione ai tempi in cui era in carcere.
Ci sono tre motivi per cui si è scelto di fare della presentazione di Bomber Renegade la “Parte I” dell’Achtung Banditen, il festival che da cinque edizioni mira a riportare all’ordine del giorno l’antifascismo e la resistenza partigiana. Il primo è perché condividiamo con Dixie e con i militanti dell’Afa Ireland a cui è vicino gli ideali e la pratica antifascista. Il secondo è perché la vicenda di Dixie nel suo complesso, dagli ideali repubblicani di lotta all’oppressione inglese, alle vicende carcerarie, all’evasione, alle iniziative di solidarietà internazionale ci racconta una storia di resistenza, a qualche decennio dalla nostra Resistenza. Il terzo è per impedire a Casapound l’inutile e triste tentativo di voler rileggere le vicende della storia repubblicana irlandese in chiave (neo)fascista e ultranazionalista, appropriandosi, come spesso si trovano a fare anche per altri pezzi della “nostra” storia, di simboli e riferimenti che a tutto appartengono tranne che al (neo)fascismo.
La presentazione, organizzata dai promotori dell’Achtung Banditen e dall’Atletico San Lorenzo, si terrà oggi alle 19 al Sally Brown (via degli Etruschi, 3 – San Lorenzo). Seguono cena popolare con tipico Bacon and Cabbage irlandese, Traditional irish music session con i Red Pack e ska punk oi rocksteady dj set.
Settimana prossima vi aspettiamo per la “Parte II” dell’avvicinamento all’Achtung Banditen, sabato 8 aprile alle ore 18, per la presentazione di “Sport e Proletariato, una storia di stampa sportiva, atleti e lotta di classe” con aperitivo e Dj set by Radio Torre reggae sound system presso El Chiringuito Libre (Largo Beato Placido Ricciardi – San Paolo)
Verso #AchtungBanditen 24 aprile – 5 maggio 2017.
Fonte
22/03/2017
Martin McGuinness, capo militare dell’Ira e protagonista della pace
Ti abbiamo disturbato per fare un po’ un breve ritratto sulla figura di Martin McGuinness e magari spiegarci se la sua morte può comportare conseguenze all’interno delle strutture politiche in cui lui si era ritagliato uno spazio così importante.
A livello di conseguenze, dal punto di vista politico, mi permetto di sostenere che non ce ne saranno, almeno nell’immediato e probabilmente nemmeno nel lungo periodo. Perché evidentemente la sua uscita di scena, che è stata strategicamente decisa all’inizio di gennaio – che poi ha portato alle elezioni anticipate – è stata gestita dal partito, dal Sinn Fein, in maniera molto logica e molto intelligente e i risultati elettorali delle elezioni del 2 marzo gli hanno dato, in un certo senso, ragione. La continuità, da un punto di vista politico, non può altro che essere rappresentata da Jerry Adams, il suo gemello, se possiamo definirlo così, da un punto di vista appunto anche del percorso storico. Per quanto riguarda la figura di Martin McGuinness in Irlanda, potete immaginare, adesso fioccano commenti e i coccodrilli, ricordi, i profili di questa figura così grande, così importante. Qualcuno addirittura è arrivato a paragonarlo ad una sorta di Mandela irlandese. Forse con un po’ troppa enfasi... Diciamo che l’Irlanda sicuramente ha conosciuto due Martin McGuinness. Il primo è stato appunto comandante dell’Ira, già era vicecomandante della brigata di Derry nel 1972, all’epoca della famigerata Bloody Sunday il 30 gennaio di quell’anno. Dopo di che il suo percorso, mai rinnegato e mai, soprattutto, celato – contrariamente a quello che ha fatto Jerry Adams, che ha sempre negato la sua appartenenza all’Ira – è stato lungo e complesso. Già fino agli anni ’80, sebbene lui avesse partecipato a tutti quelli che erano stati i colloqui di pace condotti anche in quegli anni, quindi anche in epoche in cui il processo di pace era ben lungi dal giungere a conclusione, diciamo che il suo ruolo anche da un punto di vista militare, è sempre stato di spicco. Dopo di che la sua figura – e qui viene fuori il secondo Martin McGuinness – è evoluta in un ruolo di negoziatore di spicco. Nel senso che ha rivelato delle doti carismatiche e diplomatiche fuori dal comune, che l’hanno portato ad essere uno degli uomini, degli artefici di questa storica pace, siglata nel 1998 e poi implementata nel corso degli anni, fino ai giorni nostri, che l’hanno portato ad essere ministro dell’educazione prima, poi vice premier; cioè ad avere un ruolo politico di assoluto spicco, e anche a ricevere non poche critiche da parte di molti dei suoi ex compagni, perché chiaramente nell’evoluzione che il Sinn Fein – il partito repubblicano indipendentista – ha avuto negli anni, lo ha portato anche a molti compromessi. Ci sono vari momenti storici che l’hanno portato sia a stringere la mano, a incontrare, la regina d’Inghilterra, quindi il nemico storico degli indipendentisti irlandesi. Come anche quell’immagine che lo vede di fronte ai gradini del palazzo di Stormont, il parlamento di Belfast, accanto al capo della polizia, accanto al primo ministro unionista, definire traditori quei dissidenti repubblicani, molti dei quali suoi ex compagni, che continuavano appunto la loro attività contraria al processo di pace. Ossia che continuavano, anche se sotto la forma molto ridotta rispetto al passato, la lotta armata. Queste sono le due facce di una figura sicuramente che non può non passare alla storia.
Fonte
20/07/2015
Perdersi nelle strade di Belfast. '71, di Yann Demange
La vicenda riguarda dunque la guerra a bassa intensità nell'Irlanda del Nord iniziata con la fine degli anni Sessanta – i cosiddetti Troubles –, vista attraverso lo sguardo di un soldato del Regno Unito, Gary Hook, inviato in missione a Belfast nel 1971. Il mite e silenzioso militare verrà a trovarsi in mezzo alla sanguinosa lotta tra cattolici “feniani” dell'IRA, da una parte, e protestanti unionisti supportati dalla Military Reaction Force [1] del Regno Unito, dall'altra.
Il film ha ottenuto un buon successo di critica e di pubblico a livello internazionale. Certamente si tratta di un'opera pregevole sotto numerosi aspetti: molto buona l'interpretazione degli attori (del protagonista, Jack O'Connell, in particolare); bellissimo il contesto scenografico delle periferie irlandesi (anche se il film è stato girato in Inghilterra); non invadente ma piacevole il commento musicale. In generale si tratta di un'ora e mezza godibile.
Ciò che meno convince di un'opera simile è la piega che prende nella sua fase centrale: da film storico si trasforma in action movie tutto sparatorie e inseguimenti. Certamente una scelta che tiene conto delle finalità commerciali, che però va a braccetto con una certa astrazione dal contesto storico: da un momento all'altro sembriamo non trovarci più nell'Ulster durante uno dei suoi decenni più complicati da raccontare, e la guerra tra IRA e apparati contro-insurrezionali britannici diventa quasi uno scontro tra bande.
Quello che è stato descritto come un “non prendere posizione”, ma navigare in mezzo al conflitto per raccontarne tutti i risvolti, soddisfa fino a un certo punto. Il risultato finale è uno spaesamento di fronte alla realtà – analogo a quello del protagonista per le strade di Belfast –, e una condanna della violenza un po' semplicistica, per quanto comprensibile. Sembrerà cinico a dirsi, ma l'apparente assurdità di una guerra nasconde sempre una logica, rintracciabile nelle motivazioni in conflitto tra oppressori e oppressi. Questo aspetto manca a '71.
In conclusione, un action movie non banale, ma un racconto storico che rimane un po' troppo in superficie.
Note
[1] Si trattava di un'organizzazione militare sotto copertura dell'esercito britannico per infiltrare i gruppi armati nazionalistici e svolgere il ruolo di forza contro-insurrezionale.
Fonte
10/04/2013
La morte di Margaret Thatcher: i commenti di Gennaro Carotenuto, Ken Loach e degli operai inglesi
Loach: "La Thatcher? Privatizziamo il suo funerale! Mettiamolo sul mercato, accettiamo l'offerta più economica!"
tratto da http://www.controlacrisi.org
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